tgvercelli.it, 13 novembre 2020
Un minuto vale oro. Chiamarsi accorcia le distanze è l'iniziativa delle Associazioni del Tavolo Carcere di Biella, in collaborazione con la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, nata con lo scopo che i detenuti possano continuare ad avere contatto con i loro famigliari. Nel corso del lockdown della scorsa primavera, una raccolta fondi interna alle Associazioni aveva garantito la disponibilità di oltre 9.000 minuti di telefonate per gli ospiti della Casa circondariale di Biella. Minuti importanti, fondamentali, per il benessere della popolazione reclusa, per i famigliari e per gli operatori che a vario titolo operano all'interno del sistema carcerario.
A seguito dell'ultimo Dpcm, sono stati nuovamente sospesi i colloqui con i famigliari e l'urgenza di aiutare chi non riesce a coprire con i suoi risparmi l'acquisto di una Sim telefonica è tornata attuale. L'obiettivo è di aiutare chi in questo momento non riesce a coprire le spese telefoniche non potendo così avere contatti con l'esterno. È possibile donare all'iban di Caritas Biella indicando la causale Un minuto vale oro. Ecco gli estremi: Diocesi di Biella - Caritas diocesana IT50A0609022300000024263629. Per maggiori informazioni: 349.4705168 (Marina).
di Sabina Coppola
Il Riformista, 13 novembre 2020
La Camera penale di Napoli e l'associazione Il Carcere Possibile Onlus, in questa doppia fase emergenziale, hanno sottolineato innumerevoli volte, persino con la lettera aperta al Ministro della Giustizia, il rischio di contagio da Covid legato al sovraffollamento dei penitenziari e la inidoneità delle misure varate dal Governo per ridurre il numero dei detenuti.
Il contenutissimo limite di pena (di 18 mesi) e le numerose ipotesi ostative alla concessione della detenzione domiciliare (persino per reati di maltrattamento e stalking) impediscono di centrare questo risultato.
Basti pensare che, con riferimento agli istituti penitenziari napoletani, il numero di detenuti che potranno usufruirne (senza considerare l'ostatività) è di circa 250, a fronte di quella riduzione di circa 800 unità necessaria per allineare il numero delle persone recluse alla disponibilità dei posti; senza contare poi che, come noto, la cronica indisponibilità di braccialetti elettronici rallenterà notevolmente l'efficacia del provvedimento anche per quei pochi che potranno usufruirne.
Rispetto alle misure cautelari, il numero dei detenuti in custodia negli istituti penitenziari della Campania è di 2.715 unità, di cui 1.695 ristretti nelle carceri di Poggioreale e Secondigliano (864 in attesa di primo giudizio, 422 appellanti e 292 ricorrenti in cassazione). Benché i soggetti sottoposti alla carcerazione preventiva siano ovviamente in numero inferiore rispetto a coloro i quali stanno espiando una condanna irrevocabile, sarebbe stato necessario prevedere una rivalutazione delle esigenze cautelari alla luce dell'emergenza epidemiologica.
A fronte, poi, dell'assenza di una previsione normativa emergenziale in favore dei soggetti detenuti in custodia cautelare, il nuovo decreto legge 149/2020 (il cosiddetto Ristori-bis), all'articolo 24, con una disposizione di dubbia ragionevolezza e conformità ai parametri costituzionali, è intervenuto prevedendo addirittura la sospensione dei termini di custodia cautelare (oltre che di prescrizione) "durante il tempo in cui l'udienza è rinviata per l'assenza del testimone, del consulente tecnico, del perito o dell'imputato in procedimento connesso i quali siano stati citati a comparire per esigenze di acquisizione della prova, quando l'assenza è giustificata dalle restrizioni ai movimenti imposte dall'obbligo di quarantena o dalla sottoposizione a isolamento fiduciario in conseguenza delle misure urgenti in materia di contenimento e gestione della emergenza epidemiologica da Covid-19 sul territorio nazionale previste dalla legge o dalle disposizioni attuative dettate con decreti del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro della Salute".
La norma, che sembra limitare la sospensione dei termini alle misure cautelari personali e non anche a quelle coercitive e interdittive, è certamente criticabile nella parte in cui attribuisce all'impedimento di un terzo (diverso dall'imputato e dal suo difensore) la proroga di una misura che incide sulla libertà personale del detenuto. La misura cautelare è per sua natura temporanea (in quanto non può diventare, o non dovrebbe diventare, una espiazione anticipata della pena non ancora comminata) e le ipotesi di sospensione della durata del termine di custodia cautelare sono espressamente contemplate dal codice di rito che, naturalmente, le attribuisce all'impedimento addotto dall'imputato o dal difensore, non certo all'assenza di altre parti processuali.
La norma, peraltro, prevede che questa sospensione sia disposta per un periodo di tempo che va ben oltre il mero impedimento (ovvero 60 giorni a partire dalla "prevedibile" cessazione dell'impedimento stesso); periodo la cui durata è rimessa al prudente apprezzamento del magistrato che dovrà di volta in volta valutare, in assenza di consulenze mediche, quando potranno ritenersi cessate le "restrizioni ai movimenti del testimone, del consulente tecnico, del perito o dell'imputato" e fino a quando, dunque, resterà sospeso il termine di custodia cautelare.
In un periodo, come questo, nel quale si invitano (e con alcune restrizioni si obbligano) i cittadini a garantire il distanziamento sociale necessario a evitare il contagio, è inconcepibile che si continui a pensare alla popolazione carceraria come ad "altro da noi" e che si adottino misure che, anziché limitare i nuovi ingressi in carcere e favorire il più possibile l'espiazione della pena con misure alternative alla detenzione (e l'accesso alla misura cautelare della custodia in carcere solo come extrema ratio), costringa i detenuti, in deroga alla normativa in vigore, a trascorrere ancora più tempo in cella.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 13 novembre 2020
"La legge Veneta va oltre le competenze regionali". A chi ne fa parte non piace chiamarle "ronde", bensì "presidi" civici di prevenzione al crimine. Si tratta dei gruppi di "Controllo del Vicinato": reti territoriali di cittadini volontari che "vigilando" nel proprio quartiere forniscono supporto alle amministrazioni comunali e alle forze di polizia locali con il fine di tenere le strade sicure. Il fenomeno di matrice statunitense è approdato in Italia all'inizio degli anni duemila, sviluppandosi principalmente nelle Regioni del Nord e Centro Nord.
Secondo i dati pubblicati sul sito dell'Associazione, ad oggi sono oltre 68mila le famiglie che hanno aderito al progetto, di cui 10mila nel solo Veneto con un totale di 287 Gruppi su 54 Comuni. Ed ecco il punto. La Regione si è data nel 2019 una legge in materia, la numero 34, con "l'obiettivo di promuovere e regolare il cosiddetto "controllo di vicinato", sostenendone in vario modo le attività e istituendo una banca dati per il monitoraggio dei suoi risultati". La definizione viene dallo stesso comunicato della Corte Costituzionale che ieri ha dichiarato nulla la norma regionale per "illegittimità costituzionale".
La sentenza, redatta dal giudice Francesco Viganò, stabilisce che la legge del Veneto "viola la competenza esclusiva dello Stato in materia di ordine pubblico e sicurezza ed è pertanto incostituzionale". La Corte ha ricordato che "secondo la propria giurisprudenza, spetta soltanto allo Stato legiferare in materia di "sicurezza primaria", che consiste nell'attività di prevenzione e repressione dei reati, primariamente affidata alle forze di polizia".
Mentre alle Regioni, chiariscono da Palazzo della Consulta, "è consentito prevedere interventi a sostegno della cosiddetta "sicurezza secondaria", in particolare mediante azioni volte a rafforzare nel contesto sociale una cultura della legalità, nonché a rimuovere le condizioni nelle quali possono svilupparsi fenomeni di criminalità".
Insomma, un conto è coadiuvare proficuamente le istituzioni, un altro è intestarsi il controllo del territorio in materia di sicurezza. La legge regionale esaminata dai giudici costituzionali, infatti, disciplinava queste attività dei cittadini "in chiave di ausilio alle forze di polizia rispetto ai loro compiti di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, e pertanto incideva inevitabilmente sulla "sicurezza primaria".
La Corte ha precisato che "nulla vieta alla legge statale di disciplinare direttamente il fenomeno del "controllo di vicinato", già oggetto, del resto, di numerosi protocolli di intesa tra prefetture e comuni, in varie di parti del territorio nazionale".
Una prerogativa prevista dall'articolo 118 della Costituzione che sancisce il principio di "sussidiarietà orizzontale", ovvero di "partecipazione attiva e responsabilizzazione dei cittadini rispetto all'obiettivo di una più efficace prevenzione dei reati, attuata attraverso l'organizzazione di attività di supporto alle attività istituzionali delle forze di polizia".
di Davide Conti
Il Manifesto, 13 novembre 2020
Polizia e G8 di Genova. Le promozioni dei poliziotti condannati per i fatti di Genova danneggiano la credibilità delle istituzioni. Nel 1968 all'indomani di violenze di polizia contro il movimento studentesco, Giancarlo Pajetta dichiarò: "Quelli che hanno ordinato l'attacco contro gli studenti, che li hanno fatti bastonare, che li hanno portati in questura, non sono uomini nuovi.
Sono quelli del 1964, quelli del 1960. Un generale dei carabinieri che preparava campi di concentramento adesso comanda un po' di più; un generale di brigata è diventato generale di divisione; il generale che ha falsificato i documenti perché il processo andasse com'è andato, quello è stato promosso ha ricevuto una stella di più. Una stella al merito della menzogna".
Anche le tante promozioni, succedutesi nei venti anni che ci separano dal G8 di Genova, di funzionari delle forze dell'ordine condannati in via definitiva interessano non "uomini nuovi" ma figure di lungo corso. Uno è diventato vice direttore del Cesis; uno è stato assunto in Finmeccanica dal suo ex-capo in Polizia che intanto ne era salito al vertice; uno è andato a guidare l'antiterrorismo e la Divisione anticrimine e un altro ancora il Centro operativo della Polizia stradale a Roma, prima di diventare vicequestore. La lista si allunga di anno in anno senza che i cambi di governi siano in grado di arrestare quella "procedura amministrativa obbligata" posta a giustificazione ufficiale di tali avanzamenti.
La continuità dello Stato, fatta di rimozione del passato e persistenza negli apparati, è questione che interroga il corpo e la materia costituente del Leviatano di Hobbes e ritrae la capacità di "riproduzione nell'immutabilità" delle istituzioni e delle sue prassi. Claudio Pavone insegna che "continuità non è sinonimo di immobilismo" e analizzarne la dinamicità e la sua ricaduta nel tempo consegna strumenti interpretativi per agire sugli assetti del presente.
La transizione dal fascismo alla democrazia (mancata Norimberga italiana e fallimento dell'epurazione) non solo consentì il mantenimento degli uomini di Mussolini (a metà anni Sessanta in Italia venivano dal regime 62 prefetti di prima classe su 64; 64 prefetti di seconda classe su 64; 241 viceprefetti; 7 ispettori generali di Ps su 10; 120 questori su 135; 139 vicequestori su 139 mentre su 1642 commissari e vicecommissari solo 34 avevano vaghi legami con la Resistenza) ma costò fino al 1954, nella relazione democrazia-ordine pubblico 62 morti; 3126 feriti; 92169 arresti; 19306 condannati tra operai e contadini impegnati nelle lotte per lavoro e terra. Erano gli anni in cui nella Sicilia della strage di Portella della Ginestra si alternarono a capo dell'Ispettorato di Ps gli ex questori fascisti di Lubiana Ettore Messana (accusato di crimini di guerra) e Ciro Verdiani, già capo-zona dell'Ovra a Zagabria e questore di Roma nel 1946.
Negli anni Sessanta rapidi furono gli avanzamenti di carriera dei militari coinvolti nel "Piano Solo" del generale De Lorenzo: il colonnello Mario de Julio, incaricato di emettere l'ordine d'arresto contro dirigenti di Pci e Psi, fu promosso comandante della Legione di Livorno; Dino Mingarelli, capo di Stato Maggiore della Divisione Pastrengo di Milano, responsabile degli ordini d'assedio delle zone operaie della città, diverrà direttore della scuola sottufficiali prima di essere condannato per il depistaggio della strage di Peteano del 1972; il colonnello Romolo Dalla Chiesa capo di Stato Maggiore della Divisione Ogaden di Napoli divenne comandante della Legione Lazio.
Negli anni Settanta la torsione democratica deflagrò con lo stragismo e con l'immutabile regola delle promozioni sul campo. Ecco, dunque, l'ex-direttore del confino fascista di Ventotene Marcello Guida gestire l'ordine pubblico a Torino e poi, sempre nel 1969, da questore di Milano accogliere dopo la strage di Piazza Fontana il presidente della Camera Pertini, suo ex-detenuto; Silvano Russomanno repubblichino arruolato nella Luftwaffe nazista divenire numero due dell'Ufficio Affari Riservati negli anni di stragi e golpe; gli agenti Pietro Mucilli, Vito Panessa, Carlo Mainardi e il carabiniere Savino Lograno tutti promossi e presenti al momento della morte di Giuseppe Pinelli in questura a Milano; Giuseppe Pièche, ai vertici del SIM fascista e uomo di fiducia di Mussolini diventare referente del ministro dell'Interno Scelba e poi essere indagato, e assolto, per il golpe Borghese del 1970 mentre il figlio Augusto, nel 1968, organizzava il viaggio dei neofascisti italiani nella Grecia dei colonnelli.
La continuità giunge così fino a noi con i protagonisti del 2001 penalmente salvati dall'assenza del reato di tortura nel nostro codice (introdotto nel 2017) e poi promossi. Ad essere danneggiate nella loro credibilità sono le istituzioni, in un momento storico in cui le stesse dispongono Stati d'emergenza da affidare ai loro uomini. "Tutto ciò poteva essere evitato solo destituendo i funzionari", si legge nelle spiegazioni ufficiali, ma tale "scelta non fu intrapresa dall'Amministrazione". Su quella scelta si misura lo stato della nostra democrazia.
di Nicola Bossi
perugiatoday.it, 13 novembre 2020
La buona notizia arriva dagli uffici comunali dopo il passaggio in commissione dell'ordine del giorno dell'opposizione. I detenuti del carcere di Capanne torneranno a servire la città di Perugia con piccoli lavori di manutenzione e anti-degrado della "cosa pubblica".
Dopo un periodo di blocco di questo importante progetto sociale e dopo varie richieste ufficiali - in ultimo: l'ordine del giorno delle minoranze "Protocollo d'Intesa tra Istituto Penitenziario e Comune di Perugia per l'impiego di detenuti per piccoli lavori di manutenzione e decoro urbano" - il Comune di Perugia ha confermato che 4 detenuti torneranno in servizio per la città e procedendo verso un cammino di reinserimento sociale e lavorativo.
In commissione a fare il punto della situazione è stato il dirigente Fabio Zepparelli, il quale ha riferito che l'ente oggi è in grado di ridare il via al servizio dopo che è stata stipulata recentemente la convenzione con una nuova cooperativa che permettere di riattivare la collaborazione. Si è quindi solo in attesa di conoscere i nominativi dei candidati che saranno coinvolti nel servizio e che verranno assegnati allo svolgimento di piccole opere di manutenzione e decoro. I quattro detenuti saranno inseriti direttamente con gli operai del cantiere comunale.
Ad oggi, da convenzione, i detenuti-operai possono occuparsi esclusivamente di piccole manutenzione e opere di degrado urbano, ma si sta lavorando a livello politico di ampliare le mansioni per dare a più persone questa possibilità di lavoro esterno.
Piena collaborazione e sintonia sul progetto da parte della direttrice di Capanne Bernardina di Mario per la quale è fondamentale riprendere questo progetto dal momento che le esperienze del passato hanno sempre fatto registrare risultati apprezzabili per i detenuti, per la città e per il carcere. La cooperativa sociale Frontiera Lavoro in 20 anni di vita ha permesso a circa 360 detenuti di partecipare a progetti lavorativi, con risultati concreti anche in termini di assunzione finale".
di Daniela Piana*
Il Dubbio, 13 novembre 2020
Da settimane ormai l'attenzione dei media e dei decisori politici a tutti i livelli di responsabilità istituzionale è focalizzata drammaticamente sulla constatazione di un décalage di crescente importanza: quello che divarica l'evoluzione dei bisogni di beni e di servizi, soprattutto quelli che rispondono a una domanda di tutela della persona e di crescita individuale, e l'evoluzione (ovvero involuzione) delle capacità funzionali delle organizzazioni che sono deputate a fornire quei servizi, a produrre quei beni e ad assicurarne la disponibilità e la accessibilità in modo diffuso ed omogeneo sul territorio.
La tensione fra aspettative e capacità, che per decenni è stata oggetto di illustri dissertazioni teoriche di filosofia sociale e politica, è diventata un grido che scuote le vite e le certezze. Se non possiamo dare per scontato che, dinnanzi a un bisogno di cura, un ospedale qualificato aprirà le porte, se non possiamo dare per scontato che dinnanzi ad una domanda di cultura e formazione la connessione dei pc da casa potrà senza indugio né incertezza darci accesso a fonti di sapere, se non possiamo dare per scontato che dinnanzi a una controversia saremo certamente in grado di avvalerci della migliore o del migliore professionista di servizi legali perché sapremo facilmente identificare nel ventaglio dell'offerta la migliore per il nostro specifico e singolare bisogno, allora l'emergenza sanitaria ci sta costringendo a vedere, un po' con gli occhi che vedono il re nudo, la distanza che intercorre fra richiesta e risposta sul piano funzionale. È bene trattare della questione in termini di funzioni, perché sarebbe troppo facile e molto riduttivo assegnare a una individualità la responsabilità espiatoria di un disfunzionamento sistemico.
Ma, mentre svolgiamo questo esercizio di presa di coscienza, preludio si auspica di una più efficace strategia di investimento sulle capacità - che sono poi infrastrutture, condizioni durature della crescita - occorre che si svolga anche un altro esercizio, di carattere scientifico e intellettuale, e istituzionale e civico, al contempo. I quattro aggettivi sono portatori di significato preciso.
Si tratta infatti della comprensione profonda della nostra difficoltà concettuale a pensare e, conseguentemente, a governare le democrazie in tempi di emergenza. Vi sono infatti almeno tre profili che mostrano lo stesso e forse anche più grave scollamento che vediamo fra domanda e offerta di cui si dice nel contesto dei beni dei servizi.
Il primo riguarda il come vengono fatte le regole. Le democrazie in fase di emergenza hanno, al di là delle differenze di ordinamento e di forma di governo, teso a convergere verso forme di normazione che passa in capo alla responsabilità politica dell'esecutivo. In Italia si è molto discusso del ruolo che hanno avuto i Dpcm e della deminutio del dibattito in aula, suscettibile di essere troppo lento, troppo poco focalizzato, insomma inefficace a dare una risposta tempestiva.
Ma a quale domanda? La tempestivitià a cui la democrazia dell'emergenza risponde è quella di adottare la regola, non necessariamente di farla diventare comportamento regolare e diffuso. Tanto è vero che proprio per rafforzare la capacità di attuazione della normativa di emergenza e per assicurare che vi sia un radicamento nei comportamenti delle norme che vengono sancite attraverso la normativa, dinnanzi alla seconda ondata di pandemia si è dato ampio ruolo alle autorità locali, spostando l'asse di quella che tecnicamente si chiama accountability inter- istituzionale - ossia il controllo e la richiesta di rispondenza che lega governo e Parlamento, esecutivo e legislativo - da una dinamica di carattere nazionale e intra-branches a una dinamica nazionale multi- livello, senza che la conferenza Stato-Regioni risolva e assorba l'intero quid decidendi che spetta alle Regioni. In aggiunta a questa dinamica sono state evidenziati i margini di manovra, ossia le possibilità di decidere, dei sindaci. Insomma la democrazia dell'emergenza sposta l'asse della decisione e della responsabilità dall'orizzontale al verticale, anche se poi le cose si complicano nel momento in cui le vicende elettorali che interessano le autorità locali finiscono per avere riflessi anche sul piano nazionale. Non è il caso della sola Italia.
Il secondo profilo che ci interessa è la trasformazione del bilanciamento fra libertà e controllo. Se infatti nella prima parte dell'anno la narrativa è stata centrata sulla necessità - emergenziale - di limitare le libertà mettendo nello spazio di autonomia dei cittadini la disponibilità di libero arbitrio di capire l'importanza di non uscire di attenersi alle misure di distanziamento e dunque di farsi i cittadini stessi attuatori volontari perché convinti dei Dpcm, adesso la questione è diventata sicuramente quella dei controlli. Su questo aspetto però le categorie di cui disponiamo sono ancora da affinare. Nelle democrazie i meccanismi di controllo passano sia dalle dinamiche fra poteri, sia ancora dalle prerogative di carattere formale che attengono agli organismi di controllo, per i rispettivi ambiti di azione. La virata improvvisa ed emergenziale verso il digitale ha implicato che il meccanismo del controllo passi anche e soprattutto attraverso la tecnologia, laddove con questo non si intende solo il fatto che sia facile tracciare i nostri comportamenti attraverso i dispositivi telematici che utilizziamo nella vita quotidiana - quante volte guardiamo le statistiche Oms o quante volte guardiamo il meteo - ma anche nel fatto che le stesse decisioni dei decisori - ad esempio nel contesto scientifico - sono basate in parte sulla elaborazione di dati il cui controllo è situato in zona completamente esterna a quella che può essere raggiungibile a un cittadino. Insomma i controlli in senso proprio ci sono, in senso funzionale qualcosa controlla qualcosa di altro. Ma la democrazia non chiede che vi sia il controllo tout court.
Chiede che vi sia un controllo suscettibile, in ultima istanza, di lasciare al cittadino la possibilità attraverso vari strumenti fra cui quello del voto, quello del giudice, quello del dissenso, quello del voice, la possibilità di fare valere la sua propria volontà e la sua propria voce. E qui viene il terzo profilo che riguarda il fatto che le democrazie dell'emergenza tendono a convergere verso una forma anomala e inedita di tecnocrazia miscelata a una centratura sull'esecutivo. Insomma le decisioni devono essere prese in fretta, 2 o 3 giorni ci dicono gli esperti. Non c'è tempo. È questa la risorsa scarsa dell'emergenza. Lo sanno bene i medici, aspetta 1 minuto di troppo e avrai perduto una vita. La democrazia non è abituata a trattare la variabile tempo in questo modo. La finanza sì, la tecnologia anche, ma non la democrazia. Non il dibattito pubblico, che va nutrito, costruito, creato e mantenuto nel tempo, non "nonostante il tempo".
Fra le molte dimensioni dell'emergenza che si sta vivendo ve ne è una che stiamo trascurando. Che tipo di meccanismi istituzionali e che tipo di bilanciamenti fra poteri dobbiamo attivare o inventare perché la democrazia sia in grado di conservare la sua capacità di tutelare eguaglianze e libertà anche in fase di crisi?
La lezione della reazione delle democrazie europee alla crisi economica è chiara. In quella congiuntura difficile non siamo stati capaci di evitare la creazione di nuove diseguaglianze totalmente disallineate rispetto ai criteri diffusi di giustizia sociale che sono, peraltro, diversamente declinati fra un paese e l'altro. Insomma, la forma di governo democratico chiama a raccolta le menti perché si facciano promotrici di idee e prassi capaci di traghettare l'emergenza verso una resilienza non solo difensiva - troppo legata all'" hic et nunc" - ma anche e soprattutto prospettica.
farodiroma.it, 13 novembre 2020
Partecipazione ed interesse, hanno accomunato i detenuti che hanno aderito al corso di cucina dal titolo "Cuochi si nasce o si diventa", nato dall'iniziativa del cappellano dell'istituto Don Alessio Cavezza svolto in collaborazione tra Caritas Diocesana di Ascoli Piceno con vivo interesse di Monsignore Giovanni D'Ercole, la Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno e la cooperativa sociale Onlus "Ama Aquilone".
Il corso ha preso inizio lo scorso 21 settembre, per terminare il 30 ottobre, dopo una durata complessiva di 72 ore (di cui 12 di teoria e 60 di pratica) svoltesi per tre giorni settimanali (lunedì, mercoledì e venerdì, dalle 13 alle 17). Dieci sono stati i detenuti partecipanti, a cui sono stati riconosciuti gli attestati: Haccp della validità di tre anni, sulla sicurezza dei lavoratori (rischio basso) della validità di cinque anni (come da D.lvo 81/2008) e di frequenza per il corso di cucina. Le lezioni sono state tenute da Umberto Petrini docente, formatore e consulente aziendale (che ha curato la parte teorica) e dagli chef Gianluca Perazzoli e Sabrina Tuzi (per le lezioni di pratica).
"Anche durante la fase di emergenza sanitaria - commenta il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno - la Fondazione si impegna, insieme agli attori del territorio, per garantire la continuità di interventi formativi e di servizi per il lavoro, fondamentali per consentire a tutti i cittadini, ed in particolare a chi si trova in un momento di difficoltà, la costruzione del proprio percorso di vita".
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 13 novembre 2020
Il trumpismo è un fenomeno della modernità: richiede una cura, non un esorcismo. Può essere sconfitto solo da politici che sappiano vedere i conflitti e lenire il dolore di chi li soffre. Si può supporre che l'uscita di scena di Trump (ammesso che lasci alla scadenza la Casa Bianca, e ammesso che non provi a rientrarci tra quattro anni) assesterà un duro colpo al "cattivismo".
È la forma con cui il populismo di destra si manifesta oggi un po' ovunque. Più che a includere sotto un'unica grande tenda, come ha sempre tentato di fare la politica tradizionale, compresa quella conservatrice, il "cattivismo" preferisce costruire dei confini, delimitare dei recinti, per fidelizzare tutti coloro che ne sono dentro e galvanizzarli contro quelli che restano fuori.
È la versione politica della "brand culture": punta a sollecitare un senso di identità tribale (nel senso di tribù), è aggressivo, e trova nei "social" il suo habitat naturale. Ma se il trumpismo di Trump, inteso come stile della lotta politica, è stato battuto, non credo lo sia il trumpismo che è in noi, nelle nostre moderne società occidentali. Le ragioni che ne hanno segnato il successo non sono infatti svanite, e anzi sembrano destinate a diventare anche più attuali: si nutrono di conflitti profondi, che spaccheranno ancora a lungo le opinioni pubbliche su tre decisivi versanti.
La prima linea di frattura è quella che potremmo definire pandemia/economia. Molto presente nella campagna elettorale americana, è anche al centro della battaglia che si sta svolgendo in queste settimane in Italia e in Europa. Mette gli uni contro gli altri coloro che ritengono più pericoloso per le loro vite il contagio virale e coloro che invece temono di più un destino di impoverimento.
Da molti punti di vista - anche se con notevoli novità, pensate ai ragazzi del delivery o ai fattorini di Amazon - è il vecchio conflitto garantiti-non garantiti, tra chi ha il buono pasto e chi se lo deve guadagnare ogni giorno. Per quanto finora raffreddato dall'intervento magari goffo ma certo massiccio dello Stato (i bonus, i ristori, il blocco dei licenziamenti, la cassa integrazione quando arriva), questo conflitto è destinato a diventare rovente al momento in cui, inevitabilmente, la spesa pubblica straordinaria dovrà rientrare nei ranghi. Una recessione è l'ideale per alimentare conflitti del genere noi/loro, compreso quello tra nativi e arrivi, tra penultimi e ultimi.
Il secondo crinale è il dualismo élite/masse. Gli esperti e le loro competenze avevano riconquistato rispetto con il sorgere della pandemia. Ma sono sempre più contestate con l'affermarsi della seconda ondata. Ciò che impropriamente chiamiamo "negazionismo" è la forma rozza e pericolosa di una sfiducia in realtà ben più diffusa: più le cose vanno male e meno si crede nei rimedi proposti e nelle politiche pubbliche adottate.
Ne abbiamo avuto un agghiacciante segnale nell'inattesa ondata social contro i medici, che pure erano stati gli eroi della prima fase. Non è certo che questo scetticismo verrà messo a tacere dall'arrivo di un vaccino. È anzi possibile che vedremo riapparire i no-vax. La contestazione della competenza potrebbe assumere un connotato anche più politico, come del resto era già accaduto in passato da noi con i Cinque Stelle. Il populismo è tutt'altro che antipolitica.
Si ritiene anzi più democratico del sistema dei partiti: "populus" e "demos" vogliono in fin dei conti dire la stessa cosa. È convinto di poter dare il governo davvero al popolo, togliendolo alle élite. Considera perciò ogni forma di "tecnicizzazione" del potere, come quella che stiamo vedendo in azione con cabine di regia e comitati di esperti, non un modo per renderlo più neutrale, ma più subdolo.
Il terzo crinale è formato dalla coppia libertà/fraternità. A partire dal 1968, in Occidente la libertà è stata sempre più intesa come liberazione da ogni forma di dipendenza verso gli altri: famiglia, tradizione o comunità che sia. La retorica dei diritti ha sommerso quella dei doveri. La nuova sinistra libertaria da un lato, e la nuova destra liberista dall'altro, se ne sono fatte scudo, contribuendo a indebolire i legami che tenevano insieme le nostre società. La ribellione a questa modernità, animata dalla nostalgia per l'America di prima, è stata una delle forze trainanti del trumpismo (che, non dimentichiamolo, ha ottenuto il risultato record di 72 milioni di voti, ha sottratto seggi ai Democratici nel Congresso, e potrebbe mantenere la maggioranza al Senato), costruendo una coalizione popolare che ha ridefinito i caratteri del Grand Old Party repubblicano e che mantiene una sua potenzialità divisiva molto forte.
Ci troviamo invece oggi, come nelle guerre, come nei cataclismi naturali, in una condizione che richiederebbe un pieno recupero del concetto di "interdipendenza" (ci salviamo tutti solo se ognuno fa la sua parte per evitare il contagio); e un ritorno al valore della solidarietà (gli anziani salvano il loro tempo di vita solo se i più giovani sacrificano il loro tempo libero). L'egoismo, molla del successo in tempi normali, confligge oggi con l'altruismo che i tempi eccezionali richiedono. E questo è forse il punto più delicato.
Se la guerra alla pandemia prima e le conseguenze economiche del dopoguerra poi riusciranno infatti a frantumare la società in tanti gruppi e categorie contrapposte, gli anni Venti del Duemila potrebbero ripetere la storia peggiore del Novecento; magari sotto forma di farsa, ma non per questo meno pericolosa. Il trumpismo è un fenomeno della modernità.
Richiede una cura, non un esorcismo. Può essere sconfitto solo da politici che sappiano vedere questi conflitti e lenire il dolore di chi li soffre, tendendo davvero una mano, non solo retoricamente, ai "forgotten men" che animano i trumpismi in tutto il mondo ("It's time to heal", ha detto Biden nel discorso di accettazione, il tempo di guarire). Obbliga a rispolverare il più negletto valore della triade della rivoluzione francese: la fraternità. Ma in un mondo di egoismi e di figli unici, chi saprà far risuonare il "fratelli tutti" di Francesco?
di Valerio Fioravanti
Il Riformista, 13 novembre 2020
Su molte proposte serve l'appoggio del Congresso. Biden ha promesso di porre fine alle carceri private, alla cauzione in contanti, alle pene minime obbligatorie, alla pena di morte, e di ridurre la popolazione carceraria di oltre la metà. Ecco il parere degli esperti su quello che Biden potrà effettivamente fare. Dopo "Black Lives Matter", una riforma della polizia ha dominato il dibattito nel Paese. Ma Biden ha potere diretto solo sull'Fbi e altre agenzie di sicurezza "minori".
Gli Stati Uniti hanno circa 18.000 corpi di polizia "locale", tutti con propri regolamenti. Biden non potrebbe fare altro che offrire finanziamenti a chi applichi nuovi metodi, o tagliarli a chi non lo facesse. Questa strategia "economica" ha funzionato in passato, ma oggi solo il 3% del budget del governo è rivolto alle forze dell'ordine locali, quindi imporre i cambiamenti con questo sistema non è facile.
Biden potrebbe riattivare un sistema di monitoraggio sul comportamento scorretto da parte delle forze dell'ordine che Trump aveva bloccato. Avrebbe bisogno dell'appoggio del Congresso per fissare per legge uno standard nazionale per l'uso della forza. Al Congresso i Democratici sono in maggioranza alla Camera, ma il Senato è in bilico, e solo dopo un ballottaggio il 5 gennaio si saprà se l'attuale situazione si sbloccherà.
Biden ha promesso di "ridurre la reclusione minorile quasi a zero". Trump ha smantellato una serie di protezioni previste per i minori. Biden proporrà che i precedenti penali dei minori vengano cancellati, vieterà che i minori vengano detenuti in strutture per adulti, e contrasterà gli arresti per i cosiddetti "reati di status": reati che non sarebbero tali se uno fosse un adulto, come il bere alcolici e l'assenza ingiustificata da scuola.
Quanto alla pena di morte, Biden può abrogarla dal sistema federale (e solo da quello) se il Congresso vota una legge in tal senso. Trump aveva forzato la ripresa delle esecuzioni federali, ferme da 17 anni, facendone effettuare sette in pochi mesi. Un nuovo procuratore generale potrebbe fermarle. Biden potrebbe, alcuni dicono "dovrebbe", spingersi oltre, e proclamare una moratoria sulle esecuzioni federali, cosa che Obama aveva più volte promesso, ma mai fatto. Una tale azione simbolica influenzerebbe i processi abolizionisti in fieri in diversi stati.
Biden vorrebbe porre fine alla "cauzione in contanti", che ha definito una "moderna prigione per debitori". Il Presidente però ha poca influenza diretta sulla cauzione, dal momento che è usata raramente nel sistema federale. Potrebbe chiedere al Congresso di approvare leggi che offrano sovvenzioni agli stati per adottare alternative. La vicepresidente Harris aveva proposto una legge simile nel 2017. Biden vorrebbe eliminare le pene minime obbligatorie.
A partire dal 1984, il Congresso ha approvato dozzine di leggi "emergenziali" che, impedendo ai giudici di applicare attenuanti, fissano "a prescindere" le pene per un'ampia gamma di reati. Decine di migliaia di persone stanno scontando condanne federali molto lunghe, anche all'ergastolo, per reati che la sensibilità di oggi ritiene "minori". Biden e Harris hanno promesso di interrompere questo meccanismo, e di rivedere le condanne arretrate, soprattutto quelle per "reati di droga non violenti".
Biden e Harris sono contrari alle prigioni private. Trump però, poco prima della scadenza del suo mandato, ha rinnovato per 10 anni molti dei contratti con le ditte private, contratti che per Biden sarebbero difficili da rescindere. L'alternativa è "lasciare vuoti quei posti".
Anche i centri di detenzione per immigrati clandestini sono spesso affidati ai privati. Ridurre il numero di detenuti "normali" e "immigrati" è possibile ma, dicono gli esperti, potrebbe avere un "costo politico" rilevante. Più in generale, Biden si è impegnato a stanziare 20 miliardi di dollari da investire per privilegiare la prevenzione sulla repressione. L'idea è di concedere fondi solo agli stati che creino "comprovati ed efficaci" programmi sociali di prevenzione.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 13 novembre 2020
Sommersi dall'incessante informazione sulla quantità delle vittime di Covid-19, i morti nel mare su cui affaccia l'Italia con la Tunisia e la Libia, non fanno quasi più notizia; ancor meno sollevano emozione. Riesce ad attirare l'attenzione e procura commozione la morte di un bambino, un bebè di sei mesi, che, pur raccolto da una nave della Ong spagnola Open Arms, non è sopravvissuto al naufragio. Ma i morti sono tutti uguali. La tragedia che continua a verificarsi nel Mediterraneo, per l'affondamento delle imbarcazioni usate dai migranti per raggiungere le coste italiane, deve continuare a sollevare reazioni, perché misure siano prese per ridurne almeno le dimensioni.
E perché coloro che soccorrono chi è in pericolo possano agire e trovare apprezzamento e sostegno. Ci sono gli organi dello Stato, naturalmente, la Guardia costiera, la Guardia di Finanza, che operano secondo la legge del mare anche se a tratti l'orientamento politico governativo sembra creare difficoltà, anziché risolverle.
E ci sono benemerite Organizzazioni non governative, che pattugliano il mare con le loro navi di soccorso. Dovrebbe essere normale il coordinamento e la collaborazione, la fiducia e la stima reciproca. Così dovrebbe esser sempre, come è avvenuto nel caso recente, in cui un aereo di Frontex, l'agenzia europea di guardia delle frontiere e delle coste dell'Ue, ha avvistato il gommone in difficoltà e ne ha avvertito la nave della Ong, che è intervenuta.
Ma le Ong sono da tempo oggetto di una martellante propaganda di denigrazione. Taxi del mare, sono state dette, complici di criminali scafisti libici, ecc. Ma mai le numerose indagini giudiziarie hanno trovato prove di simili accuse, mentre intanto le leggi (i c.d. decreti-sicurezza) e le pratiche burocratiche si accaniscono per rendere difficile o impossibile l'attività delle loro navi; anche multandole per l'opera di soccorso prestata e bloccandole a terra con sequestri ed esasperanti controlli.
I decreti del precedente governo Conte, dopo più di un anno, sono ora in via di riforma. Ma ancora si mantengono multe che penalizzano l'opera umanitaria e si propongono norme che rendono difficili le operazioni in mare, sempre urgenti e pericolose. Si può sperare che in Parlamento prevalga umanità e buon senso e si respinga la tentazione di rincorrere la propaganda di chi degli immigrati ha fatto il nemico pubblico e delle Ong i loro correi.
Intanto e comunque è necessaria un'opera di tutela delle Ong, anche a livello di opinione pubblica, per reagire alla diffamazione e per sollecitare invece l'appoggio. Per questo una serie di Ong che operano in mare ha ottenuto la solidarietà e la garanzia di un Comitato per il diritto al soccorso, promosso da Luigi Manconi. Il Manifesto con cui il Comitato si presenta, si apre richiamando il grido, urgente e incondizionato di "Un uomo in mare!": il grido che da sempre mobilita tutte le forze al soccorso, senza domandarsi chi sia quell'uomo o quella donna in pericolo e perché si trovi in quella situazione.
L'obbligo di soccorso corrisponde a un diritto che è basilare condizione della convivenza nella famiglia umana: è assoluto ed è reciproco. Si soccorre chi è in pericolo perché è in pericolo. Si ha fiducia che, a situazione inversa, si sarebbe soccorsi. Sono un obbligo e un diritto che nascono prima delle leggi che li prevedono e che ne puniscono l'omissione. Quell'obbligo si ripromette di promuovere il Comitato di garanzia. L'obbligo di soccorso sempre e comunque è questione distinta dal tema generale dei movimenti migratori e dei modi utili a regolarli.
La storia dell'umanità e quella dell'Europa in particolare sono storie di migrazioni. Se si può riconoscere un diritto alla emigrazione, via dal proprio paese, nel diritto odierno non vi è un diritto a immigrare nel diverso Paese. Gli Stati hanno infatti il potere di regolare gli arrivi di chi non è un loro cittadino. Sono obbligati a ricevere le persone che rischiano nel proprio Paese di subire persecuzioni, tortura, trattamenti inumani, pena di morte.
Ma al di là di simili casi sono possibili diverse politiche immigratorie, più meno aperte, più o meno sagge, più o meno lungimiranti. Qualunque ne sia il contenuto, il soccorso immediato di chi si trovi in pericolo deve però essere garantito. La garanzia si fonda certo su leggi che l'assicurino, ma in concreto si realizza per l'opera di chi in mare tende la mano a chi annaspa tra le onde. Questi meritano la protezione delle leggi, ma anche l'appoggio della gente, informata e consapevole di ciò che richiede la comune natura umana.
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