di Antonella Barone
gnewsonline.it, 10 febbraio 2021
Fiabe, poesie, storie di vita raccontate da persone di differente provenienza, ceto, cultura, nazionalità, età compongono Un ponte di storie. Antologia di narrazioni dentro e fuori dal carcere. La raccolta, risultato di un progetto che ha visto coinvolti gli studenti del corso serale dell'Istituto Tecnico Commerciale Statale 'Gaetano Salvemini' di Casalecchio di Reno in collaborazione con il Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti e il carcere di Bologna è stata realizzata sull'idea di creare un parallelismo tra persone libere e persone in carcere.
Nell'introduzione Roberto Lolli, presidente Associazione Volontari del Carcere (A.Vo.C), scrive che ciò che dell'iniziativa l'ha entusiasmato maggiormente è stato il "raccogliere le storie della nostra infanzia, che poi si sarebbero in alcuni casi trasformate in letture di storie di vita, con la stessa proposta a gruppi di lavoro nella società 'libera' e nella società 'ristretta' gruppi disomogenei in tutto e per tutto"- Sono stati i volontari dell'A.Vo.C. a tenere in carcere il laboratorio di scrittura "Ponte di storie", coordinato dalla giornalista Maria Caterina Bombarda.
Tra paesaggi d'infanzia idealizzati e fiabe antiche, si affaccia spesso anche la realtà. Come nella "Storia per la vita" raccontata a voce da Dunia che non sa leggere e scrivere in nessuna lingua, nei "Lupi Cattivi" sulla separazione da genitori emigrati in Svizzera e come in "Ho imparato troppo, non ho imparato niente" ricordo di uno scherzo infantile dalle conseguenze crudeli.
"Quando proponevamo le favole - scrive Maria Luisa Pozzi, una delle volontarie che hanno seguito il laboratorio alla Dozza - accadeva che i detenuti stessi si costruivano degli archetipi, cioè il proprio mito attraverso cui raccontarsi e narrare la loro storia di vita. C'era chi si raccontava come 'il giovane" o 'il monello', qualcun altro come 'il saggio' e 'il pacificatore", chi come 'il giramondo', 'il manager' o 'il mentore", chi altro come 'il filosofo' o 'il mistico'... Non gli servivano perciò le fiabe, quanto invece ricostruire se stessi, riconfermare il proprio Io da portare in giro per il mondo". Il volume "Un ponte di storie" può essere scaricato dal sito dell'Itcs Gaetano Salvemini.
agenpress.it, 10 febbraio 2021
"La buona e tanto attesa notizia è delle ultime ore: somministrate le prime dosi di vaccino AstraZeneca ai poliziotti penitenziari della Casa Circondariale dell'Aquila". Così Francesco Marrelli, Cgil L'Aquila, Anthony Pasqualone, Fp Cgil L'Aquila, e Giuseppe Merola, Fp Cgil Abruzzo Molise, esprimono soddisfazione e si appellano affinché si proceda per tutti i territori della Provincia e della Regione, coinvolgendo tutti i protagonisti, lavoratori di ogni ordine e popolazione detenuta.
"Le carceri - spiegano - stanno attraversando una fase molto delicata, riconoscendo le già ataviche problematiche che insistono e quindi riteniamo giusta l'attenzione dimostrata dalle Istituzioni, ricordando anche le preoccupanti questioni che hanno interessato diversi Istituti Penitenziari ed evidenziando l'acuirsi, in questi ultimi giorni, della pandemia con le diverse varianti in gran parte del Paese". "Come Organizzazione Sindacale abbiamo più volte coinvolto Amministrazione Penitenziaria, Istituzioni ed Organi sia sanitari che politici, affinché venisse avviata una campagna vaccinale nelle carceri - concludono - perché siamo fermamente convinti che il mondo penitenziario debba avere una certa priorità in questo protocollo, onde arginare eventuali ripercussioni sulla collettività pubblica e cluster nelle carceri come avvenuto per le Rsa".
lionsamarantorugby.it, 10 febbraio 2021
Da un anno, la palla ovale non rotola all'interno dell'istituto carcerario livornese de Le Sughere. Da dodici mesi non si disputano partite con protagonisti gli atleti delle Pecore Nere e, ovviamente, non si vive il simpatico rito dell'apprezzato terzo tempo offerto alle squadre ospiti, per una 'merenda', ben poco indicata dai dietologi, a base di arancini, hot dog, bomboloni alla crema e bibite gassate. Per le ben note restrizioni legate alla pandemia, da tempo non sono consentiti neppure i classici allenamenti. L'ultima gara disputata dalle Pecore Nere risale allo scorso sabato 1 febbraio, alla vittoria, per tre mete a una, sui Ribolliti Firenze. In tutto, nell'arco della stagione agonistica 2019/20, quattro le gare di campionato giocate dalla rappresentativa dei detenuti dell'istituto penitenziario labronico. Una squadra tutt'ora imbattuta in gare ufficiali: all'attivo di questa formazione del tutto speciale, tre successi, un pareggio e nessuna sconfitta.
Il progetto di un pallone da rugby da far viaggiare all'interno del carcere livornese prende corpo sabato 27 settembre 2014, quando 22 giocatori dei Lions Livorno, accompagnati dal presidente della stessa società amaranto Mauro Fraddanni, dall'allenatore Manrico Soriani (il vero promotore delle lodevoli iniziative rugbistiche svoltesi nell'istituto penitenziario livornese) e dai rappresentanti del comitato toscano della FIR, Marco Bertocchi e Claudia Cavalieri, danno vita, sul terreno di gioco in sintetico de 'Le Sugherè, ad un allenamento piuttosto sostenuto, con tanto di partitella in famiglia. Durante la seduta, lunga circa 60 minuti, si sviluppano varie fasi di gioco e vengono mostrati i fondamentali dello sport della palla ovale.
Un centinaio di detenuti, presente all'allenamento, mostra entusiasmo e grande partecipazione emotiva. Ecco l'elenco degli atleti Lions protagonisti di quella seduta-esibizione: Marco Lorenzoni, Dario Testi, Bryan Barresi, Leonardo Ciandri, Leonardo Demiri, Matteo Magni, Alessio Margelli, Andrea Filippi, Maurizio Sarno, Antonio Baselice, Davide Mantovani, Gabriele Saviozzi, Luca Baroni, Carlo Cantini, Andrea Bigongiali, Alessandro Lampugnale, Vittorio Abbiuso, Paolo Ciandri, Stefano Vestri, Andrea Caputo, Fabio Ciliegi e Claudio Morreale. Da quel giorno, grazie al lavoro dei Lions (ed in particolare grazie all'impagabile attività svolta dallo stesso Soriani e dai suoi colleghi-allenatori Michele Niccolai e Mario Lenzi) e al concreto appoggio dell'Associazione Amatori Rugby, scattano veri allenamenti per i detenuti. Ben presto è allestita una squadra del tutto particolare, composta, appunto, da atleti reclusi nella casa circondariale livornese
La formazione, con grande autoironia, viene battezzata, dagli stessi detenuti, Pecore Nere. Tali giocatori, tutti con pene piuttosto lunghe, iniziano ad effettuare, una volta alla settimana (la domenica mattina), sul campo sportivo del carcere, sedute piuttosto intense. Grazie alla stretta collaborazione e alla grande sensibilità della direzione e del personale della casa circondariale stessa, l'intenzione di far disputare anche alcune gare amichevoli si trasforma in realtà. Varie squadre federali si presentano all'interno dell'istituto carcerario, per giocare partite ricche di significato. Belle gare, nelle quali la formazione dei detenuti palesano buone qualità.
Un'importantissima svolta nel percorso di crescita del progetto si registra martedì 24 settembre 2019, quando, nel corso della conferenza stampa svoltasi nella sala riunioni dell'istituto penitenziario di Livorno, viene ufficialmente annunciata una novità di portata 'storica' per il movimento rugbistico toscano, con una notizia che va decisamente oltre l'aspetto tecnico. "Grazie all'interessamento del Comitato Toscano della FIR - emerge - la rappresentativa delle Pecore Nere, la formazione composta da detenuti nel carcere labronico de Le Sughere, ha acquisito il diritto di partecipare all'imminente campionato toscano Old, girone 2". All'incontro con i giornalisti, oltre ai tecnici delle Pecore Nere Manrico Soriani e Michele Niccolai, partecipano, tra gli altri, il direttore dello stesso istituto penitenziario Carlo Alberto Mazzerbo, il delegato provinciale del Coni Giovanni Giannone, il presidente del comitato toscano della FIR, Riccardo Bonaccorsi, il consigliere dello stesso comitato Luca Sardelli, l'assessore al sociale del comune di Livorno Andrea Raspanti e il garante dei detenuti Giovanni De Peppo.
Presenti anche Arienno Marconi dell'Associazione Amatori Rugby Toscana e, per i Lions Amaranto Livorno, il consigliere Fabio Bizzi e l'addetto stampa Fabio Giorgi. Nel campionato Old potrebbero militare solo atleti che hanno già compiuto 35 anni: prevista, per alcuni elementi della squadra dei detenuti, una deroga. Ovviamente tutte gli incontri delle Pecore Nere si disputano sul sintetico posto all'interno dell'istituto.
I giocatori delle Pecore Nere, tesserati Associazione Amatori Rugby Toscana, mettono in evidenza qualità notevoli. Le loro partite, viste le dimensioni del campo, piuttosto ridotte, si giocano con soli 13 elementi, senza flankers. Le Pecore Nere, nel proprio primo impegno ufficiale, con punti in palio, pareggiano con gli Allupins Prato, per poi sconfiggere, nei tre successivi incontri, le rappresentative dei Sorci Verdi Prato, degli Zoo Vasari Arezzo e dei Ribolliti Firenze. Poi l'emergenza della pandemia del Covid-19 costringe la FIR a sospendere e annullare tutti i campionati federali. Saltato, sul sintetico de Le Sughere, anche l'atteso derby cittadino con la rappresentativa di categoria dei Lions (i Rinocerotti), inizialmente previsto per sabato 4 aprile.
Il 5 luglio 2020 ecco la notizia più brutta: ad appena 55 anni Manrico Soriani ci lascia. 'Chico', promotore e allenatore delle Pecore Nere (nonché capitano dei Rinocerotti) passa l'ovale. Con lui, scompare un rugbista dalla rara generosità. Significative, per ricordare Soriani, le parole di Riccardo Bonaccorsi, presidente del Comitato Toscano della FIR: "Persona unica, degna di stima e amicizia, ha lavorato sempre per il mondo del rugby con passione e dedizione, donando a tutti il suo tempo e il suo impegno. L'ultimo suo progetto con le carceri ha dato frutti insperati tra quei ragazzi, che hanno ricevuto da lui molta più attenzione e passione di quanto la vita avesse dato loro fino ad allora. Ci mancherà".
La squadra delle Pecore Nere, anche per onorare la sua memoria, riprende, dopo alcune settimane, gli allenamenti. A guidare le sedute, oltre a Niccolai e Lenzi, anche Vincenzo Limone, altro allenatore Lions che si è aggiunto nello staff tecnico. La loro opera viene appoggiata dai preziosissimi nuovi dirigenti Maurizio Berti e Massimo Soriani (fratello di Manrico). Poi la seconda ondata ed i nuovi contagi del Covid-19, 'impongono' determinati protocolli e l'attività si ferma. Si spera, magari tra qualche settimana - dopo le visite mediche per gli atleti - di rivedere il pallone ovale su quel terreno di gioco, posto all'interno dell'istituto de Le Sughere. Un terreno di gioco che potrebbe essere ben presto intitolato a Manrico Soriani.
sassilive.it, 10 febbraio 2021
Si chiama "Teatro Oltre i Limiti" ed è la terza edizione della rassegna di promozione del teatro in carcere organizzata dalla Compagnia Teatrale Petra nella città di Potenza, con il contributo di Otto per Mille della Chiesa Valdese, il partenariato della Casa Circondariale di Potenza e del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere.
Alla base del progetto ToiL, diretto da Antonella Iallorenzi, c'è l'assunto del teatro come linguaggio capace di superare il concetto stesso di limite, nel luogo a cui viene automaticamente abbinato dall'immaginario collettivo, ribaltando la concezione detentiva e favorendo una nuova visione: da luogo di vergogna a luogo di cultura.
Il progetto, avviato già da ottobre dello scorso anno all'interno della Casa Circondariale di Potenza con il laboratorio teatrale dedicato ai detenuti, entra nel vivo con le iniziative focus utili a creare un ponte tra il dentro e il fuori, tra società civile e detenuti.
Petra risponde alla limitazione della presenza dovuta all'emergenza in corso con una formazione per operatori e diversi approfondimenti, tutti online, allargando così il parterre degli ospiti nazionali, soggetti e voci che negli anni la compagnia lucana ha incontrato nel suo lavoro di teatro in carcere.
Il percorso di formazione, destinato a tutti coloro che già operano nel sociale, con particolare riguardo a quanti hanno una formazione nelle discipline artistiche, teatrali, psicologiche, sociali e umanistiche, è riservato agli iscritti e verrà garantito tramite prenotazione sulla piattaforma Zoom. Dopo la formazione gli operatori potranno entrare a far parte dello staff di Petra, affiancando con un tirocinio i tutor nelle lezioni del laboratorio teatrale con i detenuti, nella realizzazione della performance finale del laboratorio e nei workshop per il periodo che va da aprile a giugno 2021.
Le candidature vanno inviate tramite la compilazione di un google form (https://forms.gle/heaswKFne1JpaHA9A) entro e non oltre il 21 febbraio.
Sviluppati in 4 appuntamenti settimanali, dal 25 febbraio al 19 marzo, il percorso formativo è affiancato da un ciclo di incontri pubblico, i "varchi", con protagonisti esperti e artisti del panorama nazionale che come succede con i varchi creeranno delle fessure, delle possibilità di accesso attraverso parole e riflessioni in un ambito che solitamente ostacola. Tra gli ospiti Stefano Tè, regista e direttore artistico de Il Teatro dei Venti di Modena, Vito Minoia, Presidente del Coordinamento nazionale teatro in carcere, Simona Bertozzi e Silvia Gribaudi, performers ospiti nella precedente edizione della rassegna, gli operatori della Casa Circondariale di Potenza.
Per prendere parte agli incontri, in diretta sulla piattaforma online Zoom, è necessario inviare una e-mail di interesse all'indirizzo
di Kristina Gulyayeva
bandieragialla.it, 10 febbraio 2021
Incontro online di Teatro dei Venti. Martedì 16 febbraio alle ore 19.00 si terrà l'incontro "Teatro in Carcere. Scambi di pratiche per nuovi approdi. Spettatori attivi e operatori" online su piattaforma Zoom e in diretta Facebook sulla pagina Freeway Project. Nell'ambito del progetto europeo "Freeway - Free man waking - theater as a tool for detainees' integration" sostenuto da Creative Europe e finalizzato alla creazione artistica, alla formazione e allo scambio di buone pratiche di Teatro in Carcere a livello europeo.
Un incontro tra spettatori e operatori teatrali in Carcere, un'occasione per conoscere il lavoro delle quattro realtà promotrici del progetto, che lavorano negli Istituti Penitenziari dei rispettivi Paesi: Teatro dei Venti (Italia), aufBruch Kunst Gefängnis Stadt (Germania), Fundacja Jubilo (Polonia) e Upsda (Bulgaria).
All'incontro sono invitati anche rappresentanti delle Istituzioni civili e penitenziarie, volontari, associazioni e soggetti che lavorano in Carcere, per un ascolto allargato e una conoscenza reciproca dei contesti. Per partecipare all'evento su Zoom è possibile iscriversi e ottenere il link inviando una mail all'indirizzo
L'obiettivo generale del progetto Freeway è il rafforzamento e miglioramento delle capacità di tutti gli operatori culturali che svolgono attività teatrali in carcere, in particolare attraverso l'apprendimento e lo scambio di conoscenze.
Il progetto prevede infatti attività di scambio e formazione, coinvolgendo direttamente quattro categorie di soggetti diversi: operatori / registi delle realtà partner, attori detenuti, operatori in formazione, pubblico attivo/cittadinanza, e implementando la realizzazione, ma anche la creazione, la produzione e la circuitazione di spettacoli teatrali con un tema comune.
Nell'ambito di questo progetto il Teatro dei Venti ha prodotto il film "Odissea Web", di Raffaele Manco e Stefano Tè, realizzato nel corso del periodo di prove da remoto durante il lockdown (marzo-giugno 2020). Il lavoro del Teatro dei Venti in relazione al Carcere prosegue quotidianamente, con i percorsi formativi negli Istituti di Modena e di Castelfranco Emilia, con incontri e momenti di formazione per il pubblico e per gli operatori teatrali, e con l'apertura verso progettualità internazionali finalizzate allo scambio di buone pratiche.
di Marco Impagliazzo*
Corriere della Sera, 10 febbraio 2021
Il fenomeno si sta allargando a causa della pandemia: coinvolti anche molti alunni delle elementari e delle medie. È compito del governo intervenire. Caro direttore, i nostri figli, ce ne siamo accorti ormai da tempo, vivono un dramma nel dramma della pandemia. Hanno avuto poca scuola negli ultimi mesi e subiscono una pressione psicologica senza precedenti. Vari segnali mostrano un disagio crescente, come le risse in piazza, mentre si registra un allarmante aumento degli atti di autolesionismo. Tutte conseguenze dell'isolamento forzato e della maggiore difficoltà di frequentare i coetanei. Vorrei qui soffermarmi sugli alunni di elementari e medie, di cui si parla meno rispetto ai liceali. Eppure agli Uffici scolastici regionali e al ministero dell'Istruzione giungono crescenti segnalazioni di minori che non frequentano più la scuola (primaria o secondaria di I grado) o che perdono, nelle maglie larghe della didattica a distanza, quella continuità d'insegnamento e di relazione che è la maggiore garanzia di un successo formativo.
Una battaglia che l'Italia conduce da tempo, quella contro la dispersione scolastica - che aveva visto di recente qualche timido progresso - ora rischia, a causa della pandemia, di arretrare nuovamente. Gli ultimi dati diffusi dalla Commissione Europea ("Relazione di monitoraggio del settore dell'istruzione e della formazione per il 2020") ci ricordano l'entità del problema. I minori che abbandonano precocemente l'istruzione o la formazione sono il 13,5% del totale. L'Italia purtroppo è tra gli ultimi Paesi europei in questa classifica. Parliamo di cifre relative al 2019, prima della diffusione dell'epidemia. Ma il fenomeno si allarga - come mostra un'inchiesta della Comunità di Sant'Egidio - ed è più alto ancora al Sud, nelle periferie delle grandi città e tra i ragazzi di origine straniera, rischiando di vanificare la spinta all'integrazione.
Tutto ciò riempie di preoccupazione. Parliamo di bambini e adolescenti che avrebbero diritto a qualcosa di diverso dalla scuola della strada o da una formazione incompleta, un danno secco alla crescita civile, culturale ed economica del Paese. Siamo in presenza di un'emergenza vera e propria, da vivere come il primo dei problemi. Perché da don Milani sappiamo che "la scuola ha un problema solo, i ragazzi che perde". In Lettera a una professoressa, i ragazzi del piccolo borgo di Barbiana, erano allora molto netti nei giudizi: voi (insegnanti) dovreste lottare "per il bambino che ha più bisogno", andare "a cercarlo a casa sua se non torna"; non darvi "pace, perché la scuola che perde Gianni non è degna d'essere chiamata scuola".
La dispersione scolastica è fenomeno complesso, dipendente da vari fattori. Non si può pensare di contrastarlo solo con l'abnegazione dei docenti, perché la scuola non riguarda solo gli insegnanti, o i genitori. La ferita dobbiamo sentirla tutti. Ciò di cui si ha bisogno è un'azione sinergica che non lasci sola la scuola, con idee, investimenti, e implementazione delle best practicesgià avviate. Per andare "a cercare a casa" i tanti Gianni che se ne sono allontanati perché non istituire una nuova figura, quella del "facilitator" scolastico, per andare - anche fisicamente - a cercare chi si è perso per strada e reinserirlo in un percorso educativo e di istruzione? Far rispettare l'obbligo scolastico non è solo una questione giuridica.
È sotto gli occhi di tutti che la didattica a distanza, soprattutto in certe situazioni marginali, non ha funzionato e forse non può funzionare. Così come non si può estendere all'infinito l'istituto dell'istruzione parentale, laddove le famiglie non sono in grado di supportare i figli. E poi occorrerà recuperare nei prossimi mesi, fino all'estate, le tante ore di studio che si sono perse lasciando aperte le scuole fino a quando servirà.
Sarà il compito del nuovo governo. Il presidente del Consiglio incaricato ha già parlato, nel suo breve discorso di accettazione, di "uno sguardo attento al futuro delle giovani generazioni". È davvero lo spirito con cui muoversi nelle settimane e nei mesi che verranno. Il disagio psicologico e la crisi formativa di tanti bambini e adolescenti ci ricordano che la sfida non è solo economica. Parliamo tanto di un piano "Next Generation". Che la scuola, e non la strada o un cellulare, siano l'oggi e il domani di tanti bambini e ragazzi, il loro "Recovery plan".
*Presidente della Comunità di Sant'Egidio
di Carlo Rimini
Corriere della Sera, 10 febbraio 2021
I fatti dimostrano che la legge del 2019 sulla violenza domestica non funziona. Occorre ben altro e ben altri investimenti. Quando è stata approvata la legge del 2019 sulla violenza domestica, su queste colonne avevamo previsto che non avrebbe funzionato. I fatti di questi giorni dimostrano che la legge non ha neppure attenuato i numeri di un dramma. L'entusiasmo è passato alla svelta. Una scia di sangue da una donna all'altra. Per commuoversi basta leggere le storie di ogni signora uccisa. Per ragionare si deve invece partire dai dati. Mentre gli omicidi volontari complessivi nei primi sette mesi del 2020 (durante il primo lockdown) sono diminuiti rispetto all'anno precedente (da 161 a 131), il numero di donne assassinate è aumentato (da 56 a 59). È impressionante l'aumento della percentuale delle donne uccise dal compagno attuale o passato: nel 2014 erano il 54,7%, nel 2019 il 61,3%. Sbagliano quindi coloro che pensano che si tratti di un fenomeno che c'è sempre stato, ma se ne parlava di meno. È invece una piaga e va sempre peggio.
Peggio degli altri Stati europei? No, siamo allineati con la media. In Europa, nel 2018 l'incidenza dei femminicidi è stata di 0,25 ogni 100.000 donne; in Italia 0,24. Peggio di noi, Finlandia, Svezia, Germania, Malta. Meglio Spagna, Croazia, Slovacchia; come noi Francia, Olanda e Belgio. Cosa si deve fare? Servono fondi per garantire una risposta efficiente alle donne che chiedono aiuto. Servono pool (come quelli anti mafia) nei quali lavorino pubblici ministeri e polizia giudiziaria specializzati, in grado di individuare nel mare delle denunce i casi di persone in pericolo. Occorrono risorse, competenze e formazione per proteggerle; per fare sentire i loro persecutori braccati. Tutto ciò non si fa con i proclami ma con le strutture e con il denaro, tanto denaro. Un'idea potrebbe essere finanziare un progetto con i denari del Recovery fund. È stata proprio la Fundamental Right Agency (della Ue), nel suo studio del 2014, ad affermare che l'Unione dovrebbe finanziare programmi volti a combattere la violenza in famiglia.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 10 febbraio 2021
"Le persone che protestano contro il pericoloso disegno di legge sulla sicurezza globale sono state arrestate e vengono detenute su basi pretestuose. La mano pesante con cui la polizia francese ha gestito queste proteste non fa altro che sottolineare perché sia così necessario tenere sotto osservazione l'operato della polizia. Questa legge potrebbe impedire ai giornalisti di raccontare eventuali violenze della polizia, creando un precedente estremamente pericoloso".
Questo è quanto ha dichiarato Amnesty International sulle tattiche illegali cui fanno ricorso le autorità francesi per reprimere le proteste e mettere a tacere chi critica la proposta di una Legge sulla sicurezza globale che sarà votata a marzo dal Senato di Parigi, dopo l'approvazione dell'Assemblea nazionale del 24 novembre scorso. La proposta di legge limiterebbe la possibilità delle persone di far circolare immagini relative a violenze della polizia, e allo stesso tempo, aumenterebbe i poteri di sorveglianza della polizia attraverso l'utilizzo di sistemi di monitoraggio a circuito chiuso e droni.
Decine di migliaia di persone, tra cui anche molti giornalisti, sono scese in strada in Francia dal novembre del 2020 per opporsi alla proposta di legge. Il 12 dicembre solo a Parigi sono state arrestate 142 persone. Molti di questi manifestanti sono stati arrestati per reati non violenti definiti in maniera poco chiara dal diritto francese, tra i quali il reato di oltraggio a pubblico ufficiale e partecipazione a un gruppo con lo scopo di predisporre atti violenti. Alla fine, circa l'80 per cento di questi manifestanti non ha subito alcun procedimento giudiziario. Amnesty International aveva manifestato preoccupazioni simili in merito agli arresti arbitrari collegati alle proteste dei "gilet gialli" iniziate nel 2018 contro le riforme delle pensioni e anche durante le manifestazioni seguite al lockdown del 2020.
di Susanna Ronconi
Il Manifesto, 10 febbraio 2021
Pubblicata la Strategia europea sulle droghe 2021-2025. Linee guida generali che necessitano di un Piano d'azione che sarà elaborato sotto la presidenza portoghese, paese che ha un approccio meno criminalizzante alle sostanze. Approvata nel dicembre 2020 dal Consiglio dell'Unione europea, è stata pubblicata la Strategia europea sulle droghe 2021-2025. Come sempre, si tratta di linee guida generali e non vincolanti per gli stati membri (SM), che hanno bisogno di un dettagliato Piano d'azione (PA) - pure questo per altro non vincolante, a volte nel bene ma più spesso nel male, si pensi a tutto il blocco iperpunizionista dell'Est - per poter essere motore di qualche spostamento nelle politiche comunitarie e nazionali.
Il PA - con i suoi obiettivi concreti e relativi indicatori di monitoraggio - verrà si dice a breve, a cura della presidenza portoghese, dato non del tutto superfluo, se si pensa all'approccio più bilanciato della media europea adottato da quel paese. Non superfluo anche se si pensa al ruolo avuto dalla presidenza tedesca nel rigettare la bozza della Strategia elaborata dalla Commissione, che aveva enfatizzato linguaggio e approccio law & order, a favore di un testo più equilibrato, sollecitato anche dal Forum della società civile (Csfd).
Cosa è cambiato? Non l'impianto generale, che ruota, con consueta inerzia, attorno alla coppia riduzione dell'offerta-riduzione della domanda. E tuttavia, si è inserito un "terzo attore", dal momento che la Riduzione del danno (RdD), da insieme di interventi incardinato nella riduzione della domanda, è diventata un capitolo a sé, con questo valorizzandone la portata politica e strategica.
È la prima volta, ed è in linea sia con l'agenzia europea delle droghe, Emcdda, che costruisce nello stesso modo i suoi report annuali, sia con una precisa richiesta del Csfd, che indica come la RdD, vista come politica e non solo come servizi, non serva solo o tanto a ridurre la domanda, quanto appunto a governare i fenomeni. Dunque, non solo si devono offrire servizi di RdD (questo lo dicevano anche le Strategie precedenti), ma si deve avere una politica di RdD. Questo capitolo include anche il ricorso allargato alle pene alternative e, in un testo che pure non vuole e non può per ora invitare alla decriminalizzazione, si invitano gli Stati Membri a ispirarsi a quelle nazioni che hanno scelto di non fare delle condotte correlate all'uso personale un reato.
Un altro aspetto rilevante, nella parte della domanda, riguarda contenuti e linguaggio relativi alle persone che usano droghe: mentre si invita a potenziare il peer work, riconoscendone le competenze, si indica la necessità di lavorare contro lo stigma e, in tema di cure e servizi, si sottolinea che l'accesso deve essere per tutti/e e volontario (anche qui, importante soprattutto per i paesi dell'Est, ma non solo).
Sul piano della ricerca e della valutazione, si invita a un lavoro proattivo e non reattivo, all'adozione di piste di ricerca orientate al futuro e innovative, allargando la platea degli attori coinvolti, associazioni incluse, e delle risorse. Riguardo allo scenario internazionale dentro cui questa Strategia va a incardinarsi: senza mettere in discussione l'assetto globale Onu, rivendicando nuovamente l'approccio bilanciato europeo, il documento enfatizza il ruolo dei testi internazionali più avanzati, tra cui l'Outcome document di UNGASS 2016, e soprattutto la UN system common position, che coinvolge diverse agenzie Onu e sottrae almeno in parte l'esclusiva regìa allo UNODC, centrata sull'approccio repressivo; e si invita poi a includere le politiche sulle droghe nella prospettiva dell'agenda 2030 (Sustainable Development Goals). Infine, con l'indicazione delle International Guidelines on Human Rights and Drug Policy come testo di riferimento delle politiche europee, entrano in scena, in maniera meno retorica e vaga, i diritti umani come ingrediente della strategia comunitaria. Approfondimenti e documenti su www.fuoriluogo.it/europa2125
di Karima Moual
La Stampa, 10 febbraio 2021
Pare che l'arrivo di Mario Draghi porti con sé non solo un nuovo Salvini "europista", ma anche "realista" sul tema immigrazione. In pausa dunque il cavallo di battaglia del carroccio che negli anni - in barba ad ogni buon senso, in maniera cinica e spregiudicata - ha fatto dei migranti la carne da macello, con gli sbarchi di un'umanità diversificata di disperati, usati come il mostro da colpire, il male assoluto e la causa di tutti i mali, per giustificare le paure, deficienze e mancanze degli italiani.
Dentro, neanche i migranti residenti potevano trovare pace, con la morbosa ricerca dei piccoli criminali di origine straniera trasformati in caso nazionale e il marchio a fuoco per sfregiare tutta la categoria di "immigrati". Chiuso il sipario con il Papeete, lasciato il tema immigrazione senza un account social, grazie alla Lamorgese al Viminale, le immagini degli sbarchi sono tornati a coprire il loro posto, secondario e non centrale fino all'epilogo di un nuovo sbarco della ong Ocean Viking, e un nuovo e sorprendente Matteo Salvini che invece dei "porti chiusi" ha dichiarato di voler seguire la Germania sul tema, la legislazione europea!
E allora, benvenuto tra noi Matteo Salvini, perché questo bagno di realtà è una buona notizia per chi da anni si occupa di immigrazione e come tale non può che essere accolta con un sospiro di sollievo e un applauso, dato che al centro ci sono vite umane, ma anche il nostro stesso futuro. Salvini che vuole seguire il modello Germania è un Salvini che fa autocritica e cancella le sue politiche del passato, che umiliavano e privavano di strumenti chi credeva nell'integrazione con tutto ciò che questa parola significa e porta con sé nella cifra di quel capitale umano, fatto di una macchina complessa che negli anni si è strutturata per far sì che quei corpi sbarcati sulle nostre coste possano diventare, volti, nomi, storie da curare, integrare e ambire a diventare nostri concittadini.
La Germania, che oggi Matteo Salvini porta a modello, è quella della Merkel, che non sarà propriamente "buonista" ma sapeva leggere e mettere insieme i dati sul mercato del lavoro e quelli del declino demografico di cui soffre tutta l'Europa, scegliendo di mettere al centro l'integrazione, accogliendo (solo di siriani 1 milione e 200) e investendo nella lingua, assistenza sociale, psicologica, legale e infine formazione e inserimento nel mondo del lavoro.
Tutti calcoli che Salvini invece di mettere in pratica, li usava da contrasto con quel "Prima gli italiani" che di fatto ha lasciato "ultimi immigrati e italiani". Oggi mentre noi arranchiamo, con una crescita di irregolari e mercato del lavoro nero, rispetto alla legalità che farebbe bene anche alle casse dello Stato, in Germania il 49% del milione e mezzo di migranti accolti nel 2015, ha un lavoro e paga le tasse. Il 75% si è trasferito dai centri di accoglienza a case private e paga l'affitto. I bambini frequentano le scuole, parlano correntemente il tedesco, e certamente saranno vicini anche all'acquisizione della cittadinanza tedesca, mentre noi non siamo riusciti nemmeno a dotarci di una nuova legge sulla cittadinanza per chi nasce e cresce nel nostro paese.
E se la Germania ha agito per un preciso calcolo economico, in Italia si è continuato a fare il solo calcolo elettorale che non solo in tasca non ci porta nulla, ma ci posiziona tra i paesi meno competitivi. Dal 2015 a oggi il governo tedesco ha speso circa 87 miliardi per l'integrazione e siccome i tedeschi quando fanno un passo, lo fanno con uno sguardo a lungo termine, secondo gli economisti tedeschi il costo sarà azzerato tra poco, nel 2025, grazie alle entrate fiscali di questi "nuovi lavoratori".
Ecco, se a Salvini non piace essere buonista, che almeno cerchi di essere più realista, guardandosi intorno, perché il bene del paese è la via della legalità, che significa da una parte riconoscere cittadinanza a chi vive e paga le tasse da anni nel nostro paese, dall'altra trovare alleati in Europa per dare un'opportunità a chi sbarca sulle nostre coste lasciandosi l'inferno alle spalle, e far sì che diventi un'opportunità anche per il nostro paese. Questo è fare politica alta. Non deve inventarsi niente. C'è chi ci ha già provato e ci è riuscito. Basta copiare.
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