di Carlo Mion
La Nuova Venezia, 9 febbraio 2021
È uscito dal carcere di Santa Maria Maggiore come previsto intorno alle 10. Prese le sue cose ha riassaporato la libertà. Con sé il detenuto veneziano di 43 anni ha portato pure il contagio da Covid. Infatti era uno della cinquantina di detenuti rimasti contagiati in questi mesi nel carcere maschile. Nonostante il contagio e la sua richiesta a varie autorità di trovargli un luogo dove trascorrere la quarantena, nessuno ha fatto qualche cosa, tranne il suo legale, l'avvocato Marco Zanchi, che ha cercato di sensibilizzare autorità carcerarie e sanitarie.
L'uomo contagiato, ma asintomatico, cercava un posto fino alla negativizzazione in quanto non può tornare a casa dai genitori. Attualmente ha la residenza dai genitori, entrambi ultra ottantenni. L'abitazione è piccola e quindi difficilmente si può organizzare un isolamento efficace. E il rischio quindi di contagiare i due anziani è molto elevato. Aveva pure chiesto di trovargli un posto, a pochi soldi, in attesa di diventare negativo. Avrebbe pagato lui con i pochi soldi che aveva. Niente. Nessuna risposta a questa sua disponibilità.
Da ieri mattina, lui è uomo libero, si sono perse le tracce del contagiato. Libero anche di contagiare. Una decina di giorni fa altro episodio singolare per un detenuto contagiato del Santa Maria Maggiore. Carcerato che da Venezia doveva essere portato a Brescia perché messo ai domiciliari e questo nonostante fosse acclarata la sua positività al Covid, da diversi giorni. Senza indicazioni contrarie, però, il trasporto era da fare. E quindi, con tutte le precauzioni e i rischi del caso, si è messa in moto la macchina organizzatrice per il trasporto, diventato operativo. A metà strada, poco dopo Verona, il contrordine. Arrivato fuori tempo massimo.
"Riportatelo a Venezia, sarà trasferito ai domiciliari non appena negativo al tampone". L'intreccio burocratico è tra il Tribunale di Rieti e il carcere di Venezia, e a farne le spese sono stati tre operatori di polizia penitenziaria che poi sono stati messi in isolamento fiduciario per essere entrati in contatto con un positivo. Protagonista un detenuto 50enne, di origini straniere. Qualche giorno prima del trasporto, il tribunale di Rieti (competente per i reati commessi dall'uomo) aveva disposto la misura alternativa degli arresti domiciliari per consentirgli di scontare il resto della pena nella sua abitazione di residenza, a Brescia.
L'uomo però era risultato positivo al tampone molecolare, esito di uno degli ultimi screening realizzati all'interno della struttura dopo i numerosi casi di contagio registrati nelle ultime settimane. La sua situazione era stata fatta presente dalla direzione del carcere al tribunale di Rieti. Fatto sta che, senza ulteriori indicazioni, il trasferimento a Brescia era stato confermato. Non senza le preoccupazioni degli operatori penitenziari. Uno dei tre ha percorso più di due ore a contatto con il detenuto nell'ambulanza.
di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 9 febbraio 2021
Il 27 gennaio scorso, il Presidente dello Zambia Edgar Lungu ha commutato in ergastolo le condanne di 246 detenuti nel braccio della morte: 225 uomini e 21 donne. La conversione delle pene è stata una festa di grazia e giustizia, una festa della giustizia quando è temperata dalla grazia. La cerimonia è avvenuta nella prigione di massima sicurezza di Mukobeko, nella città di Kabwe, ed è stata trasmessa in diretta su Facebook. La commutazione di massa ha aiutato a decongestionare il braccio della morte, la sezione della prigione destinata a 50 persone ma arrivata a contenerne oltre 400. La clemenza - hanno detto le autorità - ha anche lo scopo di proteggere i detenuti dal contagio di Covid-19.
Dal 1964, quando lo Zambia è diventato indipendente, sono state impiccate 53 persone. L'ultima esecuzione è avvenuta nel gennaio 1997, quando l'ex Presidente Frederick Chiluba mandò alla forca otto detenuti nello stesso giorno. Da allora lo Zambia non ha giustiziato nessuno, grazie a una moratoria presidenziale inaugurata da Levy Mwanawasa e confermata dai suoi successori Rupiah Banda, Michael Sata ed Edgar Lungu, che si sono sempre rifiutati di firmare i decreti di esecuzione, commutando centinaia di condanne a morte.
"Le persone non possono essere mandate al macello come fossero polli. Non firmerò alcun ordine di esecuzione. Non voglio essere il capo dei boia", aveva detto il Presidente Mwanawasa, un avvocato cristiano battista di forti sentimenti abolizionisti. Per questo suo modo di pensare, di sentire e di agire, gli abbiamo conferito nel 2004 il Premio "L'abolizionista dell'Anno". Glielo abbiamo consegnato a Lusaka, nel corso di una missione del Senato italiano e di Nessuno tocchi Caino in Zambia, dove siamo ritornati più volte negli anni successivi per sostenere la linea del Governo a favore della moratoria delle esecuzioni in vista dell'abolizione della pena di morte.
Abbiamo visitato anche la prigione di Mukobeko, il carcere di massima sicurezza, un luogo di massima concentrazione di carne umana e di disperazione. Anche allora, nel braccio della morte, erano ammassate centinaia di condannati, anche sei per una cella destinata in origine a ospitare una sola persona.
I detenuti facevano i turni per dormire su due materassi per terra che uniti componevano una specie di letto matrimoniale. Il bagno per la notte era un bugliolo da svuotare alle sette di mattina, alla riapertura delle celle. Il rancio passava una volta al giorno ed era a base di fagioli, riso, polenta o pesce fritto. In queste condizioni, tubercolosi, scabbia e Aids sono malattie che non perdonano. Nel gennaio del 2015, Edgar Lungu ha prestato giuramento come nuovo Presidente dello Zambia. Anche lui ha fatto visita al braccio della morte di Mukobeko quando ospitava centinaia di persone. "È un affronto alla dignità umana, a parte i problemi sanitari e igienici che il sovraffollamento ha creato".
Edgar Longu è andato oltre l'opera di misericordia corporale "visitare i carcerati". Li ha anche liberati, muovendosi nel solco di una generazione di presidenti misericordiosi che, nonostante la pena di morte sia prevista dalle leggi del Paese, si sono sempre rifiutati di praticarla. Il 25 maggio 2015, una giornata altamente simbolica, il Presidente ha graziato e liberato 177 prigionieri.
Ha anche commutato in ergastolo le pene di 54 detenuti condannati a morte, mentre 41 condannati a vita hanno avuto la loro pena ridotta a 25 anni. È stata la prima volta nella storia dello Zambia in cui alcuni detenuti di Mukobeko sono stati graziati in occasione del Giorno della Liberazione Africana. Il 16 luglio dello stesso anno, è andato oltre. Ha svuotato del tutto il braccio della morte, riducendo in ergastolo le condanne a morte di 332 detenuti. Nel maggio del 2018, il Presidente Lungu ha continuato l'opera di sgombero delle prigioni. Alla vigilia dell'Africa Freedom Day, ha graziato 413 detenuti e commutato le condanne di altre 51 persone che erano nel braccio della morte.
Con la commutazione delle pene di questi giorni Edgar Longu ha dato un ulteriore contributo per risolvere il problema cronico del sovraffollamento che affligge il braccio della morte di Mukobeko e tutte le prigioni del Paese, la maggior parte delle quali costruite prima dell'indipendenza dai coloni inglesi che avevano portato nel Paese anche usi e costumi dell'impero britannico. Non solo la guida a sinistra sulle strade, ma anche le punizioni corporali e la forca per le impiccagioni.
Da quando è diventato presidente, fatti i conti, Edgar Lungu ha graziato oltre 730 condannati a morte. Ha perdonato i detenuti per decongestionare le strutture di correzione del Paese. Ha graziato i detenuti perché hanno dimostrato di essere cambiati durante il loro periodo di detenzione e di essere pronti a tornare nella società. Ha invitato la società ad abbracciare i detenuti e a non discriminarli in modo tale da poterli integrare pienamente contribuendo così allo sviluppo del Paese. È la parabola felice di Caino che da radice del male diventa costruttore di città. Una lezione per il nostro Paese che continua, invece, ad affollare le prigioni, a rifiutare e differenziare i detenuti, a marchiarli a fuoco sulla pelle con la scritta indelebile: tu non cambierai mai.
di Michele Marsonet
Il Dubbio, 9 febbraio 2021
Che i social network stiano diventando troppo potenti, e a volte si trasformino in veri e propri arbitri della verità, è in fondo cosa già nota. Se ne parla da tanto tempo, senza che nessuno sia riuscito a frenare la loro invadenza. L'assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori di Donald Trump, e il conseguente oscuramento di tutti gli account del tycoon, ora ripropongono il tema in tutta la sua drammaticità. Senza scordare, ovviamente, che lo stesso Trump non dovrebbe lamentarsi troppo. È stato proprio lui, infatti, a inaugurare la discutibile abitudine di affidare ai social - e in primo luogo a Twitter - i messaggi della sua comunicazione politica.
All'inizio l'irruzione dei social fu vista come una benedizione. Si sperava infatti che il loro avvento avrebbe contribuito a diminuire le distanze tra le (cosiddette) élites e il (cosiddetto) popolo, consentendo a ognuno di dire la sua su qualsiasi argomento. Il problema, tuttavia, è molto delicato. Nel secolo scorso Karl Popper, parlando dell'eccessiva violenza presente nei programmi televisivi, invocò una sorta di "censura" volta, per l'appunto, a impedire che la violenza dilagasse. Ci furono subito reazioni sconcertate. Popper è uno dei maggiori rappresentanti del liberalismo contemporaneo, e sentirlo invocare la censura fu una sorta di pugno nello stomaco per molti. La sua risposta non fu affatto soddisfacente. A suo avviso anche la tolleranza ha dei limiti, e questi devono essere fatti valere quando gli intolleranti rischiano di prendere il sopravvento.
Formalmente il ragionamento fila ma, dal punto di vista pratico, occorre pur stabilire chi è incaricato di fissare i confini della tolleranza e, soprattutto, chi deve identificare gli intolleranti. Popper se la cavò sostenendo che occorre dotare giornalisti e operatori della comunicazione di una sorta di "patentino" che consentisse loro di svolgere al meglio i loro compiti. Proposta quanto mai astratta e per nulla efficace. Occorrerebbe, infatti, identificare dei "superesperti" etici in grado di tracciare i confini della tolleranza e di identificare senza problemi gli intolleranti. Il problema si ripropone oggi con la pressoché completa cancellazione di Trump dai social. Persino Roberto Saviano, non certo un simpatizzante del tycoon, ha espresso dubbi pesanti.
Egli non vede per quale motivo debbano essere proprio i colossi del web a cancellare gli account di qualcuno, chiunque egli sia. La realtà, a ben guardare, è che sono i "padroni" dei social a prendere tali decisioni, per esempio Mark Zuckerberg per quanto riguarda Facebook, e questo fatto si configura come un attentato alla libertà di espressione e alla stessa democrazia.
Simili preoccupazioni vengono espresse anche da due delle nazioni europee che fanno parte del "Gruppo di Visegrad", Ungheria e Polonia. Kaczynski, Orban e i loro sostenitori temono, in altre parole, di essere i "prossimi della lista", ben sapendo quanto le loro tesi siano impopolari all'estero, e particolarmente nella UE. Gli ungheresi propongono, per esempio, di varare una legge che consenta di regolamentare con forza le operazioni "interne" delle grandi aziende tecnologiche, cercando di recuperare - almeno in parte - la sovranità nazionale che i colossi del web sembrano mettere in pericolo.
Proposte simili ormai circolano anche nella stessa Unione Europea, e in Paesi che nulla hanno a che fare con il Gruppo di Visegrad. A Bruxelles qualcuno sostiene un approccio coordinato alla materia. Ma, vista la nota lentezza decisionale dell'Unione, Francia e Germania stanno già pensando a regole nazionali in grado di contrastare il succitato strapotere dei grandi social network. Il problema è che, se consentiamo a pochi multimiliardari, tycoon al pari di Trump, di decidere cosa è lecito pubblicare e cosa no, chi ha il diritto di parlare e chi no, quale futuro ci attende? Un futuro controllato dal "Grande Fratello", ovviamente, e in molti casi abbiamo già la sensazione che sia proprio così. Ed è pure importante rilevare che non occorre difendere Donald Trump per capire che, oggi, la libertà di espressione corre pericoli sempre maggiori. Anche perché Facebook. Twitter e Google sono aziende private, mentre in questi casi dovrebbe essere un'autorità pubblica a svolgere un effettivo ruolo di controllo.
di Grazia Longo
La Stampa, 9 febbraio 2021
La sofferenza di chi, come Camilla, viene derisa, umiliata e bullizzata perché porta un busto ortopedico. Il dolore di Emma che viene esposta al mondo perché ha avuto l'ingenuità di inviare alcuni video hot al fidanzato. La frustrazione di Mirco che, seppur pentito, deve affrontare un processo perché ha violato l'intimità di Camilla diffondendo i suoi video amatoriali hard.
Sono solo alcune delle storie vere raccontate nel libro "#cuoriconnessi. Cyberbullismo, bullismo e storie di vite online. Tu da che parte stai?" una nuova raccolta di scampoli di vita che seppur diversi per dinamiche, culture e territori, sono uniti da un comune denominatore: il rapporto dei giovani con la tecnologia e la rete.
E oggi, a partire dalle 10, se ne parlerà nell'iniziativa promossa dalla Polizia di Stato e Unieuro. Si tratta di una diretta streaming sul sito poliziadistato.it, cuoriconnessi.it ed anche sul canale ufficiale YouTube della Polizia di Stato, per #cuoriconnessi, un grande evento digitale in occasione del Safer Internet Day, giornata mondiale per la sicurezza in rete.
Parteciperanno alla diretta più di 3 mila scuole di tutta Italia e oltre 200 mila studenti: l'incontro è dedicato ai ragazzi del terzo anno delle scuole secondarie di primo grado e agli studenti della 1° e 2° classe delle scuole secondarie di secondo grado. La partecipazione sarà consentita attraverso una piattaforma dedicata.
All'evento, moderato dal giornalista Luca Pagliari, interverranno il Capo della Polizia-direttore generale della Pubblica Sicurezza Franco Gabrielli, il Capo Dipartimento per le Risorse umane, finanziarie e strumentali del Miur Giovanna Boda, l'Amministratore Delegato di Unieuro Giancarlo Nicosanti e il Direttore del Servizio Polizia Postale e delle comunicazioni Nunzia Ciardi.
#cuoriconnessi è un'iniziativa di sensibilizzazione sui temi del bullismo e del cyberbullismo, nata nel 2016 e realizzata da Unieuro in collaborazione con la Polizia. Le attività di #cuoriconnessi sono rivolte alle scuole italiane secondarie di primo e secondo grado e da sempre coinvolgono gli studenti con l'aiuto di insegnanti e genitori.
Il progetto è veicolato attraverso incontri con i ragazzi presso i teatri di tutta Italia, un canale YouTube dedicato, un sito web informativo, un libro in versione cartacea e digitale con racconti di storie vere vissute dai ragazzi e dalle loro famiglie. Il progetto ha raggiunto oltre 30 mila ragazzi nei teatri e nel 2020 il primo libro è stato distribuito gratuitamente in 200 mila copie cartacee e oltre 70 mila copie digitali.
I reati online contro i minori nell'ultimo anno sono aumentati in modo esponenziale. Complice il lockdown dovuto all'emergenza Covid e l'isolamento forzato dei ragazzi, lontani anche dalla scuola. Ecco quindi nel 2020 una crescita del 77%, rispetto al 2019, di casi trattati di vittimizzazione dei minori per reati quali la pedopornografia, l'adescamento, il cyberbullismo, la sextortion, le truffe online, furto di identità digitale, (2379 casi trattati nel 2019 contro i 4208 trattati nel 2020).
E in particolare si registra un incremento del 132% dei casi di pedopornografia online (intesa come la produzione, la diffusione, la detenzione e la commercializzazione di immagini di violenza sessuale su minori, condivise su spazi web, anche anonimizzati), e la crescita del 90% in relazione alle persone indagate (i casi trattati nel 2019 sono 1396, mentre quelli trattati nel 2020 sono 3243; le persone indagate nel 2019 sono 663 mentre nel 2020 sono 1261).
Si alza anche il numero delle giovani vittime di adescamento online nella fascia di età sotto i 10 anni: nel 2018 i casi denunciato erano stati 14 casi denunciati, 26 casi nel 2019 e ben 41 nel 2020.
Non a caso, anche un fenomeno come quello della sextortion "l'estorsione sessuale conseguente ad uno scambio di immagini sessualmente esplicite", che sino a pochi anni fa riguardava principalmente adulti o comunque minori che frequentassero le scuole superiori (quindi oltre i quattordici anni), ha fatto registrare un deciso abbassamento in relazione alla fascia di età delle vittime: 14 casi nella fascia d'età 0-13 anni (a fronte dei 2 del 2019); ulteriore elemento di riflessione deve essere il fatto che di questi 14 casi 4 riguardano minori nella fascia d'età 0-9 anni, categoria il cui numero di vittime fino allo scorso anno era pari a zero.
Sui rischi che si corrono nel web incominciano a maturare consapevolezza anche i ragazzini. Da un sondaggio emerge infatti che il 55% degli adolescenti è favorevole a un patentino per l'uso sicuro dei social e della Rete. La ricerca è stata condotta per la Polizia di Stato da Generazioni Connesse - il Safer Internet Center Italiano, coordinato dal ministero dell'Istruzione - curata da Skuola.net, Università degli Studi di Firenze e Sapienza Università di Roma. Fra i 2.475 adolescenti delle scuole secondarie che hanno risposto al questionario circa 1 su 4 ritiene, inoltre, che la patente per il web dovrebbe essere persino obbligatoria, al pari di quella per guidare l'automobile o il motorino. Un'esigenza ancora più sentita nella fascia 11-13 anni, dove quasi 1 su 3 a schierarsi in favore di questa soluzione. Sottolineando come una porzione non trascurabile di nativi digitali è consapevole della necessità di formarsi adeguatamente prima di entrare in Rete in sicurezza.
Inoltre per il 40,5% la quota d'ingresso ai social media dovrebbe essere fissata a 14 anni, il 14,5% aspetterebbe anche fino ai 16 anni.
La direttrice del Dipartimento di Polizia postale del Piemonte e della Valle D'Aosta, Fabiola Silvestri, ribadisce "l'importanza del ruolo dei genitori che devono puntare molto al dialogo con i propri figli. I minori, peraltro, vanno monitorai: i genitori devono diventare i primi follower dei ragazzi per sondare le insidie della Rete. Il lockdown purtroppo ha peggiorato molto la situazione e non si deve assolutamente abbassare la guardia. Oltre che agli uffici della polizia territoriali, ci si può rivolgere online a www.commissariatodips.ti".
di Giovanni Belardelli
Corriere della Sera, 9 febbraio 2021
Le misure che vanno oggi a vantaggio delle classi d'età meno giovani sono poste a carico delle successive generazioni. Si tratta di qualcosa che è inaccettabile anche da un punto di vista morale, come ha affermato l'estate scorsa l'attuale presidente del Consiglio incaricato Draghi.
Benché da tempo non si parli più di "lotta di classe", come facevano Marx e i movimenti e partiti che a lui si richiamavano, il conflitto sociale ha dominato e continua a dominare la vita delle democrazie contemporanee. Tranne forse che in Italia, dove al centro sta ormai, benché in forme poco evidenti, soprattutto un altro conflitto, quello tra le generazioni: da una parte i babyboomers (per convenzione quanti sono nati tra il 1946 e il 1964 e dunque hanno potuto pienamente approfittare del benessere economico dei primi decenni post '45) e dall'altra i loro figli e, spesso, i loro nipoti. Se il conflitto sociale, nelle sue forme fisiologiche, ruota in larga misura attorno alla distribuzione delle risorse economiche, questo conflitto tra generazioni presenta nell'Italia degli ultimi decenni un andamento particolare, a senso unico: consiste, attraverso il gigantesco debito che abbiamo accumulato, in un enorme trasferimento di risorse dai più giovani (e perfino da quanti ancora non sono nati) ai più anziani. Se il conflitto sociale è un conflitto esplicito perché avviene qui e ora tra gruppi che - appoggiandosi a sindacati, associazioni, partiti - cercano ciascuno di ottenere una fetta più grande della ricchezza prodotta, il conflitto tra generazioni - nella particolare forma che ha assunto da noi - resta sotterraneo e nascosto, poiché le risorse di cui le generazioni più anziane si appropriano in un certo senso non esistono, sono fatte "soltanto" di debiti che le generazioni future dovranno pagare. Insomma, proprio quelle classi di età che hanno contribuito a plasmare negli anni Sessanta il mito della gioventù, creando per sé l'immagine dei forever young, hanno finito col derubare (metaforicamente ma non troppo) la gioventù in carne e ossa, quella rappresentata dalle generazioni successive alla loro.
A tenere celato questo conflitto, a renderlo all'apparenza meno drammatico, stanno due fatti. In primo luogo, come appena detto, le conseguenze di questa gigantesca espropriazione di risorse si manifesteranno soprattutto in futuro, quando i giovani di oggi (sempre meno, per giunta, visto il crollo delle nascite nel nostro Paese) dovranno sopportare il costo di un debito contratto non da loro e al contempo finanziare assistenza e pensioni per un numero di anziani sempre maggiore. In secondo luogo, quel conflitto generazionale è al momento mascherato dal fatto che spesso - come è esperienza di tante famiglie italiane - sono ancora gli stipendi e le pensioni dei babyboomer sa sostenere figli e nipoti.
Tutto questo ha conseguenze anche sulla qualità della nostra democrazia, che tende a diventare - in gran parte anzi è già diventata - una democrazia irresponsabile; nel senso che le misure che vanno oggi a vantaggio delle classi d'età meno giovani sono poste a carico delle successive, e meno fortunate, generazioni. Si tratta di qualcosa che è inaccettabile anche da un punto di vista morale, come ha affermato l'estate scorsa proprio l'attuale presidente del Consiglio incaricato Draghi al meeting di Rimini, osservando che privare i giovani del futuro è "una delle forme più gravi di diseguaglianza".
Eppure una questione del genere è finora rimasta fuori o ai margini dell'agenda politica; non a caso, viene da dire, vista la composizione di un corpo elettorale che l'andamento demografico rende sempre più anziano. Così, nei partiti la questione dei giovani si risolve al massimo in qualche riferimento scontato e retorico alla necessità di combattere la disoccupazione giovanile, incrementare il numero dei laureati ecc. Del resto non sembra un caso - semmai potremmo parlare, in termini freudiani, di una rimozione - che, come è stato più volte osservato, il Next Generation Eu non sia quasi mai chiamato in Italia con questo nome. Ma stupisce soprattutto la difficoltà anche di chi è anagraficamente più giovane a mettere a fuoco il conflitto generazionale di cui si sta dicendo. Si pensi alle cosiddette "sardine": benché si trattasse di un movimento composto per lo più da giovani, non hanno dedicato al problema un centesimo delle parole dedicate alla battaglia "antifascista" contro Matteo Salvini. E che la "rapina generazionale" in atto da decenni possa cessare, o almeno attenuarsi, sembra davvero difficile se questa disattenzione degli stessi giovani non verrà meno.
di Alessia Lorenzini
Italia Oggi, 8 febbraio 2021
Il calo di organico compromette l'efficacia del sistema. Il giudizio della Corte dei conti sull'attuazione della riforma della polizia penitenziaria. La riduzione della copertura organica del corpo di polizia penitenziaria può compromettere l'efficacia della gestione della sicurezza del sistema di prevenzione pena.
di Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2021
Il governo Draghi non è ancora nato e rischia già di spaccarsi proprio sul tema che ha provocato la caduta del Conte 2: la giustizia. E in particolare la prescrizione, tema che da sempre scatena gli appetiti di Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Matteo Salvini che faranno parte della prossima maggioranza.
di Luciano Violante
La Repubblica, 8 febbraio 2021
Dal caso Palamara ai pestaggi in cella. Un filo nero unisce i fatti di Piacenza, i pestaggi nelle carceri di Torino, le vicende nelle quali è coinvolto il dottor Palamara. Si tratta dell'abuso di potere. Funzionari ai quali la Repubblica ha consegnato poteri rilevanti sulla vita, l'integrità fisica, la reputazione, il patrimonio dei cittadini, al fine di garantire il rispetto delle regole, le hanno violate ripetutamente per trarne vantaggi personali o economici o di prestigio o di altro genere. Il potere ha un volto diabolico perché se esercitato senza etica può portare allo schiacciamento dell'uomo da parte di un altro uomo. L'etica del potere è costituita dal suo esercizio in modo conforme alle ragioni per le quali quel potere è stato concesso.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 8 febbraio 2021
I tempi dei processi sono diventati più lunghi. Colpa del Covid si dirà. Sta di fatto che la giustizia diventa sempre più lenta, e quindi sempre meno giusta. Nel settore penale i tempi dei procedimenti sono assai variabili, dipendono dalle fasi in cui si trova il processo, dal numero di imputati, dalla complessità delle fonti di prova da analizzare.
di Barbara Millucci
L'Economia - Corriere della Sera, 8 febbraio 2021
L'Ue si sta muovendo per implementare, attraverso l'intelligenza artificiale e la robotica, la digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni e degli uffici giudiziari. L'obiettivo è rendere la giustizia più efficiente, utilizzando sistemi predittivi che potrebbero affiancare il giudice nella fase decisoria o gli avvocati nell'istituzione di una pratica.










