di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 novembre 2020
"Liberate mio padre, già pieno di gravi patologie, che ha contratto il Covid nel carcere di Torino, rischia di morire ed è curato solo con la tachipirina". È un grido di dolore quello che è giunto a Rita Bernardini del Partito Radicale, da due giorni in sciopero della fame proprio per chiedere di ridurre la popolazione carceraria per far fronte all'emergenza Covid. Un allarme, quello della figlia di Leone Soriano, detenuto nel carcere Lorusso e Cotugno di Torino, che è riscontrato anche dal direttore sanitario del penitenziario stesso e dove al momento si registrano nove detenuti con Covid e ben 27 tra il personale penitenziario.
Infatti, nella missiva rivolta all'autorità giudiziaria con la dicitura "urgentissimo", si leggono testuali parole: "Il soggetto ha presentato nella giornata di ieri (2 novembre, ndr) sintomi febbrili per cui è stato posto in isolamento sanitario e sottoposto all'esecuzione del tampone nasofaringeo per la ricerca del Covid 19 risultato positivo".
Aggiunge con toni allarmanti: "Si ritiene che il soggetto possa essere a maggior rischio rispetto alla popolazione generale in quanto polipatologico affetto da Diabete Mellito tipo 2, ipertensione arteriosa, ipertrofia prostatica benigna, sindrome ansioso - depressiva". Il direttore sanitario infine rileva "anche il rischio per la sicurezza sanitaria dato il contesto di vita comunitaria propria del carcere".
Dopo aver appreso che ha contratto il Covid, la settimana scorsa i legali hanno presentato istanza per chiedere la revoca della custodia cautelare o in subordine il ricovero in una struttura adeguata, corroborata dalla urgentissima missiva della direzione sanitaria. Ma la speranza è vana. Sì, perché Soriano è in alta sicurezza, una maledizione viste le polemiche sulle "scarcerazioni" montate ad arte dai mass media, non consci che il diritto alla salute vale per tutti, anche per chi è condannato per reati mafiosi. Indignazioni che, a quanto pare, hanno generato il dietrofront di diversi magistrati di sorveglianza e Gip che fino a poco tempo fa si erano dimostrati attenti alla questione, facendo riferimento all'unica via maestra che garantisce lo Stato di diritto: la Costituzione italiana. Ora è in serio pericolo di vita e il carcere non sarebbe in grado di dargli le cure in maniera costante. Ma il tribunale ha rigettato, specificando che Soriano è monitorato e se dovesse peggiorare verrà trasferito in ospedale.
La figlia stessa racconta a Il Dubbio che ad aprile aveva denunciato al Dap la circostanza che all'interno dell'istituto non venivano rispettate le norme predisposte per evitare il contagio e non venivano utilizzati i dispositivi di protezione. "Ma non ho mai ricevuto risposta - chiosa la donna. E adesso è avvenuto quello che temevo, il contagio".
L'istanza, come detto, è stata fatta circa una settimana fa, anche alla luce della missiva urgente della Asl. Ma, com'è detto, per il giudice il detenuto risulta pienamente sotto controllo e non sono ravvisabili emergenze. Ma la figlia di Soriano non riesce ad accettare tutto questo. "Mi creda - spiega dolorosamente a Il Dubbio - il vero dramma è dover assistere inermi a questo scenario. I detenuti come qualsiasi altro essere umano hanno diritto alla salute e alle cure.
Mio padre è stato trasferito presso il carcere di Torino proprio perché a causa delle sue patologie necessitava di essere sottoposto a un preciso protocollo sanitario, ma non gli sono state mai prestate le cure adeguate. Sebbene soffrisse di diabete non è stato mai sottoposto a visita diabetologica".
Poi aggiunge: "Solo il mese scorso, a causa di uno scompenso (diabete a 500) è stato sottoposto a visita, a seguito della quale ha dovuto iniziare un piano terapeutico che prevede la somministrazione di insulina 4 volte al giorno. E adesso ha contratto anche il Covid e le conseguenze per lui potrebbero essere letali". Conclude amaramente sempre la figlia: "Chi commette un reato è giusto che paghi, ma non con la propria vita".
La Nuova Sardegna, 12 novembre 2020
In quarantena precauzionale 36 persone. Da Rotary Silki e Arcidiocesi 5000 mascherine ai detenuti. Sono quindici, in base agli esiti dei test finora effettuati, le persone positive al Coronavirus tra quelle che lavorano all'interno del carcere di Bancali: 12 appartengono alla Polizia penitenziaria, due al comparto funzioni centrali e una infermiera.
Tra i detenuti, come già noto, uno solo è positivo ed è attualmente isolato nella palazzina semiliberi, costantemente monitorato dalle autorità sanitarie. Agli altri detenuti isolati nella medesima palazzina è stato fatto il tampone che è risultato negativo per tutti. Per precauzione, è stato comunque chiuso lo spaccio, in quanto il detenuto risultato positivo aveva prestato servizio in quel luogo. Lo screening del personale si concluderà oggi, nel frattempo sulla base delle indicazioni fornite dalle autorità sanitarie sono state messe in quarantena precauzionale 36 persone che in base al tracciamento hanno avuto contatti con colleghi e/o detenuti a rischio. Inoltre, la direzione sta provvedendo alla vaccinazione anti influenzale per i detenuti e il personale.
Da segnalare che ieri il carcere ha ricevuto 5mila mascherine da distribuire ai detenuti, donate dal Club Rotary Silki e dall'Arcidiocesi di Sassari. Gesto molto gradito dal direttore Graziano Puija, che ha voluto esprimere la sua gratitudine al presidente Noemi Sanna e al vescovo, Monsignor Gian Franco Saba per l'attenzione dimostrata in questo particolare momento in cui "tutti siamo uniti dal comune obiettivo di contenere il diffondersi del virus e nel prestare particolare attenzione alle categorie di soggetti che mostrano una particolare vulnerabilità". Il direttore, a nome dei detenuti e degli operatori, ha voluto esprimere la massima riconoscenza per il contributo offerto dalle due istituzioni che in tal modo "hanno espresso la vicinanza della comunità locale alla realtà carceraria".
primonumero.it, 12 novembre 2020
La Fn-Cisl annuncia lo stato di agitazione dei lavoratori della Polizia penitenziaria del carcere di Larino dopo la positività al nuovo coronavirus di ben 38 detenuti. In una dura nota il segretario interregionale Abruzzo-Molise, Raffaele Giordano, parla di "ennesimo affronto che si sta prolungando nel tempo sul corpo della polizia penitenziaria della casa circondariale di Larino che oramai dal 29 ottobre ospita positivi al virus".
Giordano scrive di 29 contagi ma la cifra riferita al bollettino Asrem di ieri è di 38 positivi. Secondo Fns-Cisl "dopo gli ultimi casi di positività scoperti sono stati sottoposti a tampone tutti i restanti detenuti ristretti nella casa circondariale (circa 170) senza sottoporre a tampone tutto il personale che lì lavora. A nulla sono servite le richieste fatte all'Asrem da parte della direzione, dottoressa Rosa La Ginestra, per ottenere il tanto agognato tampone faringeo per chi lavora nell'istituto di Larino.
La domanda che si pone questa segreteria locale è innanzitutto il perché e chi ha scelto di non fare il tampone a tutte quelle categorie che svolgono un servizio per la collettività (personale funzioni centrali, personale di polizia penitenziaria), cioè a quel personale esposto al contagio. Nessuno si preoccupa del Cluster della casa circondariale di Larino? Nessuno tiene conto che i lavoratori possono essere potenzialmente asintomatici e venendo dai paesi limitrofi potrebbero creare nuovi cluster?". Da qui la proclamazione dello stato di agitazione.
Il Messaggero, 12 novembre 2020
Muore dopo essersi impiccato in carcere, pronta l'azione civile. A luglio di due anni fa un giovane egiziano, detenuto per un cumulo di condanne, ha legato la sua vita al lenzuolo della branda facendola finire. Hassan era arrivato a Viterbo da un istituto penitenziario di Roma.
Qui ha scontato parte della sua pena. E qui ha raccontato di aver subito abusi e di temere per la propria vita. Una paura così forte che lo ha spinto al suicidio. Un suicidio che ha destato l'attenzione anche del ministero degli Esteri egiziani che pochi giorni dopo il decesso ha inviato alcuni rappresentanti dell'Ambasciata a chiedere di fare piena luce sulla vicenda.
La Procura nell'immediatezza aprì un fascicolo per istigazione al suicidio nel tentativo di capire cosa fosse realmente accaduto nel penitenziario e se davvero quel giovane fosse stato spinto da soprusi e percosse a mettere fine alla sua vita. Dopo l'apertura del fascicolo la Procura, il 13 maggio 2019, ha chiesto l'archiviazione del caso. Un passo mal digerito dalla difesa dei familiari della vittima.
"Pochi giorni dopo - spiega l'avvocato Giacomo Barelli che assiste i genitori di Hassan - ho presentato opposizione. Peccato che sono passati due anni e ancora non so quando sarà fissata l'udienza davanti al gip per l'opposizione. Così come non so che fine abbiamo fatto il processo stralcio sulle percosse. C'è uno stallo su un fatto gravissimo.
La morte di Hassan non può rimanere nell'oblio della giustizia". Per questa ragione l'avvocato Barelli ha deciso di giocare un'altra carta. "Vista la situazione - spiega - ho proposto ai familiari, che risiedono al Cairo, di intentare una causa civile contro il ministero della giustizia. Vogliamo accertare la responsabilità del ministero sui fatti carcere Mammagialla. Non possiamo dire che è stata fatta giustizia. Per questo in attesa delle udienze penali, iniziamo dal procedimento civile. Qualcuno dovrà risponderci".
Che la situazione del carcere viterbese sia allo stremo lo sottolinea anche l'ultimo tentativo di suicidio. Messo in atto martedì notte da un detenuto italiano e sventato dagli agenti e dal compagno di cella. "Sono anni - dice ancora Barelli - che parliamo di istituire la figura del garante cittadini per i detenuti. Lo dico da consigliere comunale. Nonostante il voto unanime non è stato mai portato in consiglio. Non dico che risolverebbe ma sarebbe comunque un segnale di attenzione in più. Spero che riesca ad essere inserito nell'ordine del giorno del 19 novembre".
cagliaripad.it, 12 novembre 2020
Al via il progetto Lav(or)ando, realizzato dalla Cooperativa Sociale Elan e finanziato dalla Fondazione per il sud, partito all'interno del carcere di Uta e che prevede il reinserimento professionale di 24 persone sottoposte a provvedimento penale, attraverso il loro impiego nella lavanderia industriale che si trova dentro il penitenziario.
L'obiettivo dell'iniziativa è di permettere ai detenuti l'acquisizione di nuove competenze lavorative che, una volta usciti dal carcere, potranno utilizzare per il reinserimento nella società e creare un circolo virtuoso con le aziende presenti nel territorio che dia concrete possibilità ai detenuti di lavorare.
Lav(or)ando avrà una durata di quattro anni, mentre il percorso formativo riservato a ogni singolo detenuto sarà di dieci mesi. Nei primi cinque le persone selezionate saranno all'opera sia all'interno della lavanderia, ma parteciperanno anche ad attività educative, formative e di orientamento professionale. Gli altri 5 mesi serviranno invece per completare il percorso professionale sia nel carcere che in alcune delle imprese del territorio.
"Oggi, grazie al sostegno della Fondazione con il Sud, la cooperativa Elan e tutti i partner del progetto avviamo stabilmente la lavanderia della Casa Circondariale di Uta - ha sottolineato Carlo Tedde, responsabile del progetto Lav(or)ando - che si propone come infrastruttura economico educativa pronta ad affiancare l'istituto penitenziario nel difficile compito di valorizzare i talenti e le competenze residue delle persone che sbagliano, per rigenerale e accompagnarle in un ruolo di cittadini attivi capaci di contribuire concretamente allo sviluppo della comunità".
"Il progetto Lav(or)ando - ha evidenziato Marco Porcu, direttore della Casa Circondariale di Uta - costituisce l'attività più strutturata, all'interno del carcere di Uta, e offre ai detenuti la possibilità di confrontarsi con la realtà lavorativa esterna e con il mercato, preparandoli al rientro nella società".
diregiovani.it, 12 novembre 2020
È il progetto Pamisc, finanziato dal ministero dell'Istruzione e coordinato dal Cpia metropolitano di Bologna. Laboratori di montaggio video e di comunicazione interpersonale, corsi di formazione per docenti e operatori sulle forme dell'ordinamento penitenziario e della scuola in carcere. Ma anche moduli online di sociologia delle migrazioni, pedagogia della marginalità e dell'intercultura, prevenzione del radicalismo religioso in carcere, insegnamento dell'italiano come seconda lingua. Non si fermano le attività delle scuole in carcere per i 24 Cpia - i Centri per l'istruzione degli adulti - che hanno aderito a Pamisc, progetto nazionale per l'ampliamento dell'offerta formativa delle scuole in carcere e lo sviluppo di competenze professionalizzanti, finanziato dal ministero dell'Istruzione e coordinato dal Cpia metropolitano di Bologna.
Il lockdown, racconta alla Dire il dirigente del Cpia bolognese Emilio Porcaro, che è anche presidente della Rete Italiana Istruzione degli Adulti (Ridap), ha bloccato tutto: "Stavamo per partire con la formazione per gli operatori e con i corsi professionalizzanti, avevamo organizzato laboratori di cucina, moda, panificazione, rimozione graffiti, imbianchino, estetica e parrucchieri, cittadinanza attiva e comunicazione interpersonale. Tutte attività che richiedevano la presenza e l'uso di molti attrezzi".
Oggi, grazie a una proroga di viale Trastevere "l'intera offerta è stata ripensata. Partiremo a gennaio sia coi laboratori di video-making e comunicazione interpersonale (sospesi ancora per il momento gli altri) sia con il corso di formazione per docenti", organizzato in collaborazione con il dipartimento di scienze dell'educazione dell'università di Bologna e aperto a tutti gli insegnanti di scuole con sedi carcerarie".
Nel capoluogo emiliano-romagnolo, i due laboratori partiranno addirittura in presenza, o almeno così è nelle intenzioni degli organizzatori, per un numero massimo di 5 detenuti della casa circondariale di via Del Gomito. Intanto, per tutti i 130 Cpia diffusi sul territorio nazionale, continua la sfida della didattica a distanza. Racconta ancora Porcaro alla 'Dirè:
"La nostra è un'utenza specifica per diverse ragioni" non solo perché adulta ma anche perché più "fragile, spesso straniera" con bisogni molto diversi dallo studente medio che frequenta la scuola dell'obbligo. "Diverse sono le esigenze, diversi gli interessi, diverse le disponibilità di tempo per studenti adulti che lavorano, che possono essere stranieri analfabeti anche nella loro lingua madre, che vogliono un diploma di terza media mentre si trovano in carcere.
L'organizzazione della nostra didattica, quindi, deve essere molto più flessibile" dal momento che "le nostre classi possono cambiare di lezione in lezione e ogni alunno ha delle motivazioni" tali da orientare il docente "a personalizzare" l'insegnamento. Tutto ciò "non è facile in presenza, figuratevi a distanza, ma abbiamo comunque raggiunto ottimi risultati, anche con coloro che dovevano imparare a leggere e scrivere" commenta poi il numero uno della Ridap che rappresenta oltre il 90% di tutti i Cpia.
"Non è stato e non è semplice anche perché i Cpia non ottengono mai la stessa attenzione istituzionale che viene data alla scuola dell'obbligo. Spesso non siamo nemmeno citati nei Dpcm e nelle circolari ministeriali" eppure, come chiarito dal ministero stesso, l'offerta formativa dei Cpia afferisce al primo ciclo proprio perché finalizzata all'ottenimento del diploma di terza media.
"Come Ridap abbiamo chiesto un chiarimento, che abbiamo ottenuto, perciò oltre ad essere identificati come primo ciclo, ci è stata riconosciuta la possibilità di modulare la nostra didattica in presenza con integrazioni di Dad fino a un 20% del totale, ma anche di estendere tale quota in caso di esigenze particolari, e questo proprio in virtù della nostra specificità. Questo è un risultato di cui possiamo dirci soddisfatti".
forlitoday.it, 12 novembre 2020
L'iniziativa, nata per venire incontro alle necessità segnalate dal cappellano del Carcere don Enzo Zannoni, si svolge già da alcuni anni. Sabato, dalle 8,30 alle 19 davanti ai locali della "Saponeria" di via Decio Raggi 21/C, il gruppo "Voce di Maria-Amici di Carlo Acutis" della parrocchia di Regina Pacis organizza una raccolta di prodotti per l'igiene personale e degli ambienti, da destinare ai detenuti della Casa Circondariale di Forlì e, in parte, alle famiglie bisognose della parrocchia. In ottemperanza alle norme anti-Covid, sarà possibile acquistare in negozio qualche prodotto consigliato e lasciarlo in un apposito carrello per la successiva sanificazione da parte dei volontari addetti alla loro inscatolazione.
L'iniziativa, nata per venire incontro alle necessità segnalate dal cappellano del Carcere don Enzo Zannoni, si svolge già da alcuni anni e riscontra sempre grande partecipazione, come conferma Raffaela Cesaro, responsabile del gruppo e coordinatrice della raccolta: "Abbiamo sempre sperimentato la verità del motto stampato sulla nostra pettorina: c'è più gioia nel dare che nel ricevere. Siamo sicuri che anche questa volta le persone ci sorprenderanno per generosità. Ringrazio fin d'ora chi aderirà a questa iniziativa di solidarietà".
di Marcello Sorgi
La Stampa, 12 novembre 2020
Adesso tutti diranno che è colpa del governo. Bastava leggere tra le righe la sconfortata intervista che Conte ha rilasciato al direttore Massimo Giannini: ora che si è capito che un secondo lockdown è in arrivo, sotto forma di resa del governo al tentativo di salvaguardare una parte delle attività economiche e dei consumi, oppure con un trasferimento generalizzato delle regioni in categoria rossa, la reazione della gente sarà quella.
Il governo non doveva riaprire le scuole, sapendo che si sarebbero trasformate in un moltiplicatore dei contagi. Doveva trovare il modo di caricare solo a metà gli autobus e le metropolitane, invece di consentire che la gente ci si ammassasse dentro come se nulla fosse.
Non doveva perder tempo quest'estate, dedicandosi al potenziamento degli ospedali che è mancato. Dopo quanto era accaduto nelle discoteche ad agosto, doveva subito impedire gli assembramenti dei ragazzi nei bar, nelle piazze, nelle strade dei centri storici chiusi al traffico. E avendo già sperimentato la disobbedienza dei governatori, avrebbe dovuto riportarli all'ordine d'autorità.
Tutto vero, per carità, e l'elenco delle colpe di cui Conte e i suoi ministri saranno chiamati a rispondere potrebbe continuare con l'indecisionismo che, a differenza di quanto hanno fatto i suoi colleghi Merkel, Macron e Johnson, ha portato il premier a rinviare troppo il blocco, sottovalutando la seconda ondata del virus; o con la caparbietà di continuare a usare gli odiati Dpcm, sollevando le ire del Parlamento. O con l'incapacità di trovare una qualche forma di intesa con l'opposizione, come invano era stato perorato da Mattarella.
Ma adesso che il lockdown è di ritorno e il cenone di Natale in pericolo, forse dovremmo chiederci se anche noi italiani non abbiamo qualcosa da rimproverarci, se insomma non ci abbiamo messo del nostro per ritrovarci nella situazione gravissima in cui siamo immersi. Basta solo ripercorrere l'elenco delle accuse, cambiando i soggetti.
Ad esempio, era proprio necessario stiparsi come sardine nei mezzi pubblici, sapendo che sarebbe stata una via sicura per moltiplicare i contagi? Ed era tollerabile che gran parte delle persone, per strada, o non portassero la mascherina o se la mettessero come un bavaglino o infilata sull'avambraccio, rendendola inutile come dispositivo di protezione?
Non parliamo del distanziamento o del ricorso frequente al lavaggio delle mani. Ecco, questi tre semplici modi di difendersi dal virus, spiegati, rispiegati e raccomandati da tutti gli esperti in tv, scritti e riscritti sulle vetrine di qualsiasi negozio, consigliati dai propri medici curanti, che abbiamo tempestato di telefonate quotidiane per dar sfogo alle nostre ansie, sono stati sistematicamente disattesi.
Ed era indispensabile formare tavolate da dodici, quattordici, sedici, venti commensali nelle pizzerie e nei ristoranti, con l'unico accorgimento, consentito dai ristoratori meno severi, di formare gruppi di tavoli da sei distanziati da una ventina di centimetri?
Fatta la legge, trovato l'inganno, anche in questo caso: ma a danno di chi? Inoltre, che senso ha avuto rispettare, anzi accogliere felicemente il ritorno allo smart working, che ci ha consentito di restare a casa dal lunedì al venerdì, per poi correre sulle spiagge il sabato e la domenica, approfittando dell'allungamento della buona stagione, sdraiandosi al sole uno addossato all'altro, o passeggiando a stretto contatto sul bagnasciuga? Ma è ridicolo, se si è in costume, mettersi la mascherina, obietterà il solito brontolone. Sarà pure ridicolo, ma è necessario.
Per finire, anche se l'elenco delle trasgressioni e delle furbizie sarebbe infinito, inspiegabile è stato il comportamento rispetto agli obblighi, in verità assai limitati, previsti per le regioni catalogate in giallo (nella prima settimana del nuovo regime, oltre due terzi del territorio nazionale). Si può dire che gli italiani li hanno interpretati come molti, troppi di loro, fanno al semaforo quando hanno fretta: il giallo è verde, attraversano e vanno a sbattere.
Così facendo - è duro ammetterlo, che amarezza - noi italiani, non tutti per fortuna, in queste due settimane che dovevano servire a garantirci un minimo di libertà, seppure in una situazione di emergenza, siamo stati capaci di dare il peggio di noi.
Di non capire che lo facevamo contro noi stessi. Di sfoderare il catalogo dei vizi che motivò la straordinaria battuta di Nanni Moretti in "Ecce Bombo": "Ve lo meritate Alberto Sordi!". Nei cinema, ha raccontato il regista, quando questa frase risuonava, scendeva il silenzio, forse carico di senso di colpa. In occasione del centenario della nascita del grande attore romano, bisognerebbe riflettere che su certe cose, certi atteggiamenti, non c'è più tanto da scherzare.
di Francesco Nucara
Il Dubbio, 12 novembre 2020
La Costituzione è diventata un capro espiatorio: quando la politica deve coprire i propri errori dice che è necessaria una riforma costituzionale. Più che un tic è un alibi per nascondere le difficoltà e spesso anche l'incompetenza e l'incapacità nella gestione delle questioni di governo. A livello nazionale come a livello locale. Con la pandemia il tic si è ripetuto con il balletto tra Stato e Regioni sui provvedimenti da assumere per contrastare il Covid 19. E sul banco degli imputati è finita come al solito la Carta, che ovviamente andrebbe modificata per superare il conflitto di attribuzioni tra le istituzioni.
Eppure la Carta già definisce i ruoli. Basterebbe leggerla all'articolo 120, dove è stabilito come il governo possa "sostituirsi" a Regioni, Città Metropolitane, Province e Comuni "nel caso di pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica... ovvero quando lo richiedono la tutela dell'unità giuridica o dell'unità economica e in particolare la tutela di livelli essenziali concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali". Tra questi "livelli essenziali" c'è il diritto alla salute, che è tutelato dall'articolo 32. Insomma il governo ha il diritto- dovere di intervenire sulla politica delle Regioni. E la politica farebbe bene a non intervenire ancora sulla Costituzione, visto lo scempio compiuto con la riforma del Titolo V. La legge 833 che aveva istituito il Servizio Sanitario nel 1978, era a garanzia di tutti i cittadini italiani. Ma dopo la riforma del Titolo V in molti comparti, compreso quello sanitario, di fatto non esistono più gli italiani, bensì i veneti, i lombardi, i siciliani, i calabresi...
Ecco, i calabresi. La sanità meridionale è sempre nel mirino dei media che sistematicamente ripropongono e aggiornano scandali su diagnosi errate che hanno condotto a decessi, sul malaffare nelle forniture, sul nepotismo nelle carriere, sulla lottizzazione politica nella ripartizione degli incarichi dirigenziali, sul disinteresse per la sorte dei pazienti, sulla fuga dei pazienti e di quegli operatori sanitari che mal sopportano un sistema inefficiente e un clima fatto di "clientele e favoritismi". Naturalmente "clientele e favoritismi" sono opera delle organizzazioni locali. Diventano invece scelte coraggiose quando è il governo nazionale a inviare commissari per la sanità in Calabria, tranne poi scoprire che la gestione ventennale (ventennale) dei commissari è fallimentare.
Se il tema è la lotta alla corruzione, sappiamo che questa piaga non ha confini territoriali, e se proprio si dovesse stilare una triste classifica si potrebbe dire - come evidenziano i fatti di cronaca - che al Nord è più radicata. Ma per non restare prigionieri dei luoghi comuni è opportuno affrontare il tema della sanità calabrese nel suo complesso, perché i suoi problemi sono un paradigma che spiega i problemi della sanità meridionale. A partire dal debito di questo comparto, che affligge tutte le regioni del Mezzogiorno. E questo debito è determinato anche dall'esodo sanitario verso il Nord.
Già questo fattore divide il Sud tra cittadini di serie A e di serie B. E fa saltare le garanzie costituzionali, perché i "viaggi della speranza" sono possibili per lo più alle persone abbienti, che possono trasferirsi in ospedali fuori regione spesso accompagnati da familiari.
L'emigrazione sanitaria grava ulteriormente sui bilanci delle regioni meridionali: secondo la fondazione Gimbe "rispetto all'entità e al segno (positivo/ negativo) del saldo 2018, le Regioni sono state suddivise in sei categorie" e "dalla classificazione risulta che quelle con saldo positivo rilevante sono tutte del Nord, mentre le Regioni con saldo negativo rilevante si collocano tutte al Centro- Sud".
Calabria e Campania hanno un saldo negativo di 287,4 milioni di euro e di 350,7 milioni di euro. È chiaro che le Regioni meridionali di fatto alimentano finanziariamente la sanità settentrionale. Per invertire la tendenza il governo, piuttosto che annunciare l'ennesima riforma costituzionale, dovrebbe attuare il dettato costituzionale.
E per diminuire le diseguaglianze sanitarie dovrebbe adottare una "piano di programmazione" che ristabilisca per nove milioni di cittadini quel diritto alla salute che è tutelato solo per gli abitanti di otto regioni italiane.
Se in Calabria, invece, il governo si limita a licenziare il commissario alla Sanità che non sapeva di dover redigere il piano anti-Covid, e ne nomina un altro - amico consulente e compagno di partito del ministro della Salute - che aveva già dato pessima prova e non riteneva indispensabile l'uso della mascherina contro il virus, allora è tutto inutile. La sanità meridionale è al collasso e quella calabrese è a un passo dal disastro. Viste le scelte, è legittimo l'allarme di chi teme che dopo l'alluvione arriverà il terremoto.
di Paolo Russo
La Stampa, 12 novembre 2020
Sono al completo. Due terzi dei 40 mila letti dedicati alla pandemia sono occupati. In estrema difficoltà Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria. Trend in salita. Sold out, nei reparti di medicina nei nostri ospedali in quasi tutta Italia non c'è più posto per i pazienti no Covid. E in alcune regioni, come Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria nemmeno più per quelli colpiti dal virus. Perché se i circa due terzi dei 40mila letti in dotazione sono già occupati da pazienti Covid, i restanti posti sono a loro volta presi dagli altri malati, per i quali l'offerta di letti è in questo momento ampiamente insufficiente rispetto alla domanda di assistenza.
A dimostrarlo è un'indagine condotta da Fadoi, la società scientifica degli internisti ospedalieri, che in base a ricoveri del 10 novembre indica al 68% la quota di letti dei reparti di area medica occupati da pazienti covid. Molto più di quel 40% indicato dall'Istituto superiore di sanità come soglia di sicurezza, visto che le altre malattie con la pandemia non vanno in vacanza e il bisogno di ricoveri degli altri pazienti resta immutato, "portando il grado di saturazione dei posti letto ben oltre quanto viene comunicato", spiegano i curatori dell'indagine. Infatti in tanti ospedali è stato necessario aprire reparti supplementari di area medica per accogliere i pazienti.
E questo attingendo ai letti di reparti come oncologia, chirurgia o emergenza-urgenza che per la fragilità dei pazienti che ospitano dovrebbero essere preservati dall'assalto ai letti. La riprova viene dai dati delle singole regioni. Piemonte con il 164,4% di posti letto di medicina occupati da pazienti covid, Valle d'Aosta (191,7%) e Liguria (105,3%) giustificano queste percentuali superiori al 100% non perché mettano i pazienti in eccesso nei sottoscala, ma per il semplice fatto che da tempo utilizzano letti dei reparti di altre discipline.
Vicine al 100% di letti riservati a pazienti positivi al virus sono poi Lombardia (95,8%), la provincia autonoma di Bolzano (94%), seguite da Campania (77,7%) e Lazio (76,3%). Ma a preoccupare è anche il trend. In soli due giorni, dall'8 al 10 novembre, i posti letto dei reparti di medicina interna, teoricamente e potenzialmente disponibili per i pazienti no-Covid, sono passati dal già esiguo numero di 12.875 a 8.869, ossia in 48 ore sono già stati erosi 4.006 letti, lasciando una riserva di posti destinata ad esaurirsi nel giro di una manciata di giorni. Questo parlando di numeri nazionali, perché a livello regionale Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia e Liguria sono già "sold out" anche per i pazienti Covid. Vicine al 100% di letti riservati a pazienti positivi al virus sono poi Lombardia (95,8%), la provincia autonoma di Bolzano (94%), seguite da Campania (77,7%) e Lazio (76,3%). In totale son 14 le Regioni (i 2/3) che superano la soglia di sicurezza del 40%. E i letti "residui" non sono in realtà posti disponibili perché già tutti occupati da persone affette da altre patologie anche gravi.
"Una conseguenza probabile, se non certa - commenta il presidente di Fadoi, Dario Manfellotto- sarà l'incapacità di garantire gli standard qualitativi per le cure a tutti i malati cronici e ai malati acuti non covid, oltre ad ulteriori criticità e ritardi nel campo della prevenzione". E in una lettera aperta le società scientifiche degli internisti Fadoi e Simi, quelle dei geriatri Sigg e Sigot, quella degli infermieri di medicina interna Animo, rimarcano la drammaticità della situazione e mettono in guardia dalla bagarre di dati "che indirizza l'opinione pubblica verso fallaci rassicurazioni, portando a sottostimare il reale grado di saturazione dei posti letto che va ben oltre il 30 o 40% che viene usualmente comunicato".
Anche le terapie intensive sono però oltre il livello di guardia del 30% di letti occupati da pazienti covid. L'Agenas, l'agenzia per i servizi sanitari regionali, indica al 37% la quota occupata dai pazienti infettati dal virus, con punte del 57% in Umbria, 56% in Piemonte e 54 in Lombardia e Alto Adige.
Eppure per rimettere sotto controllo la situazione basterebbe raffreddare la crescita della curva dei contagi, perché solo il 5,8% dei positivi, rivela l'indagine, necessita di un ricovero. Anche se poi in Trentino e Liguria si va a doppia cifra, rispettivamente con l'11,3 e il 10,6%. Il problema è che quando si hanno tra i 30 e i 40mila contagiati al giorno, questi si traducono in migliaia di pazienti Covid che mettono sotto stress tutto il sistema sanitario. E di questo fattore, al pari di quello economico, terrà conto il Governo nel momento di sfogliare la margherita per decidere se rimettere o meno il Paese in lockdown.











