di Luca Aterini
Il Manifesto, 12 novembre 2020
Secondo uno studio di un team di ricerca triestino e del Max Planck Institute di Mainz, il 15% dei decessi per coronavirus sono legati all'inquinamento atmosferico. Parla il responsabile Andrea Pozzeri. Oltre 6 mila morti in meno da Covid-19, ovvero il 15% delle vittime: a tante ammontano le vite che la pandemia avrebbe potuto finora risparmiare in Italia se l'aria che respiriamo non fosse inquinata da PM2.5, il particolato atmosferico fine. È questa la conclusione cui è giunto un team internazionale di ricercatori, guidato da Andrea Pozzer dell'International Center for Theoretical Physics di Trieste e del Max-Planck-Institute for Chemistry di Mainz, che ha individuato a livello globale i legami tra l'esposizione a lungo termine all'inquinamento atmosferico e un rischio di morte molto più elevato da Covid-19.
Lo studio regional and global contributions of air pollution to risk of death from Covid-19, pubblicato sulla rivista scientifica peer-reviewed Cardiovascular research, ha esteso a livello globale i risultati precedentemente ottenuti all'Università di Harvard sulla relazione tra esposizione al PM2.5 e mortalità da Covid-19, ottenendo per la prima volta dati Paese per Paese.
Da questa nuova ricerca è emerso che circa il 15% dei decessi in tutto il mondo da Covid-19 potrebbe essere attribuito all'esposizione a lungo termine all'inquinamento atmosferico. Si va dal 29% registrato per la Repubblica Ceca o dal 27% in Cina e dal 26% in Germania, al 3% dell'Australia o all'1% della Nuova Zelanda. Il dato europeo è al 19%, mentre quello italiano identico alla media globale: 15%.
Pozzer spiega che "Questa scoperta non dimostra una relazione diretta di causa-effetto tra l'inquinamento atmosferico e la mortalità da Covid-19. Si tratta piuttosto di un effetto indiretto: le nostre stime mostrano l'importanza dell'inquinamento sugli esiti fatali dell'infezione virale per la salute, cioè aggravando le comorbilità".
Il ricercatore sottolinea che "la mortalità effettiva è influenzata da molti fattori aggiuntivi come il sistema sanitario del Paese", ma anche se è già possibile "distinguere chiaramente il contributo dell'inquinamento atmosferico alla mortalità da Covid-19" restano "notevoli incertezze" da affrontare.
Ovvero? "In primo luogo - ci spiega telefonicamente dalla Germania - abbiamo potuto calcolare l'impatto ma tecnicamente non sappiamo i meccanismi biologici attraverso i quali l'inquinamento atmosferico incrementa la mortalità da Covid-19. Abbiamo delle intuizioni in merito ma per rispondere con certezza servono studi dedicati, la nostra è un'elaborazione statistica. Quel che sappiamo è che un organismo sottoposto per lungo termine all'inquinamento atmosferico è meno resiliente di fronte all'arrivo del coronavirus, che più probabilmente porterà a un esito nefasto".
Come riassume un altro co-autore della ricerca, Thomas Münzel dell'Universitätsklinikum Mainz, "quando le persone inalano aria inquinata, le piccolissime particelle inquinanti migrano dai polmoni al sangue e nei vasi sanguigni, causando infiammazione e grave stress ossidativo. Questo causa danni al rivestimento interno delle arterie, l'endotelio, e porta al restringimento e all'irrigidimento delle arterie. Anche il virus Covid-19 entra nel corpo attraverso i polmoni, causando danni simili ai vasi sanguigni. Se l'esposizione a lungo termine all'inquinamento atmosferico e l'infezione con il virus Covid-19 si uniscono, allora abbiamo un effetto negativo aggiuntivo sulla salute, il che porta a una maggiore vulnerabilità e a una minore resilienza al Covid-19". Un po' come accade per chi fuma tabacco.
Se i meccanismi biologici restano da chiarire, ciò non toglie che tutte le evidenze scientifiche finora raccolte in merito alle correlazioni tra Covid-19 e inquinamento atmosferico vadano nella stessa direzione. Una relazione che peraltro trova conferma dai risultati di studi cinesi simili basati sull'epidemia di Sars, che hanno analizzato l'inquinamento da PM2,5 e le conseguenze dell'epidemia da Sars-Cov-1 nel 2003.
Un'altra "incertezza" che va tenuta in debito conto è poi quella collegata alla natura stessa della ricerca, uno studio di tipo statistico. Ad esempio il dato rilevato per l'Italia (il già citato 15%) è compreso in un intervallo di confidenza al 95% che spazia dal 7 al 34%. Questo significa che in media in Italia - dalle zone rurali poco inquinate a quelle attanagliate nello smog della pianura padana o delle grandi città del nord - si ha il 15% in più di morire per Covid-19 a causa dell'esposizione a lungo termine al PM2,5, ma questa probabilità è racchiusa in un ventaglio più ampio che va dal 7 al 34%. "Quel che preme sottolineare - aggiunge Pozzer - è che nonostante la variabilità che abbiamo messo in evidenza, questo numero non è mai zero. Un italiano in media se viene contagiato dal Sars-Cov-2 ha il 15% di possibilità in più di morire rispetto a quella che avrebbe se fosse nato in un paese totalmente non inquinato da PM2,5 proveniente da fonti antropogeniche, come quelle legate all'utilizzo dei combustibili fossili".
In Italia ad esempio circa i due terzi delle emissioni antropiche di PM2.5 sono attribuibili agli impianti di riscaldamento e, allagando lo sguardo a tutta Europa, sappiamo che l'80% di tutto il consumo di calore viene ancora soddisfatto bruciando combustibili fossili. Dunque promuovendo l'impiego di fonti energetiche più pulite, come le rinnovabili, anche la nostra salute ne guadagnerebbe? "Questo è indiscutibile - osserva Pozzer.
Più in generale, è necessario ridurre la nostra impronta ecologica al minimo. Quella dei nostri antenati durante l'Età della pietra era certamente più bassa dalla nostra, ma allora l'aspettativa di vita se andava bene arrivava a 30 anni. Quindi dobbiamo riconoscere che il progresso tanto male non ha fatto e tornare all'Età della pietra sarebbe peggio. Ma qui non si tratta di chiudere d'un colpo tutte le attività inquinanti: lo sviluppo tecnologico ci ha messo a disposizione molte possibilità per ridurre drasticamente le emissioni e migliorare la qualità della nostra vita, mi sembra giusto spingere in questa direzione".
"Come abbiamo rilevato alla fine della nostra ricerca - continua Pozzer - La pandemia di Covid-19 si concluderà con la vaccinazione della popolazione o, speriamo di no, con l'immunità di gregge attraverso un'infezione estesa. Ma in ogni caso finirà. Tuttavia, non potremo smettere semplicemente di respirare né esistono vaccini contro una cattiva qualità dell'aria o la crisi climatica. Il rimedio è mitigare le emissioni, e questa è una soluzione win-win".
Ovvero, ne guadagna in salute l'ambiente e dunque anche noi. E nonostante i progressi fatti, ne resta di lavoro da fare. A partire dall'Italia: la Commissione europea pochi giorni fa ha avviato una (nuova) procedura d'infrazione verso il nostro Paese, per il mancato rispetto della direttiva 2008/50/CE sulla qualità dell'aria. I dati disponibili per l'Italia mostrano infatti che "il valore limite per il PM2,5 non è stato rispettato in diverse città della valle del Po (tra cui Venezia, Padova e alcune zone nei pressi di Milano). Inoltre le misure previste dall'Italia non sono sufficienti a mantenere il periodo di superamento il più breve possibile".
Una performance pessima, che comporta non solo enormi danni ambientali ma soprattutto decine di migliaia di vite umane spezzate. Secondo gli ultimi dati messi in fila dall'Agenzia europea dell'ambiente (Eea) nel suo Air quality in Europe 2019, tre inquinanti (PM2.5, NO2 e O3) bastano a provocare in Italia 76.200 decessi prematuri ogni anno. Da solo, il PM2.5 miete 58.600 vittime ogni dodici mesi, il secondo dato più elevato in Europa. Anche questa è una crisi sanitaria, che deve essere trattata come tale.
di Giorgia Linardi* e Valentina Brinis**
La Stampa, 12 novembre 2020
È morto un neonato ieri sera, aveva sei mesi, era stato appena salvato dal mare insieme alla sua mamma. È morto senza lacrime tra le braccia dei volontari di Open Arms e dei medici di Emergency che sono a bordo con loro.
In meno di una settimana questa missione estrema, una delle ultimissime nel Mediterraneo, ha soccorso oltre duecento persone: le ultime 111 (ne hanno appena soccorse altre 65), raggiunte ieri al largo della Libia dopo una segnalazione di Frontex, annaspavano aggrappate a un gommone quasi sgonfio intorno cui galleggiavano 5 cadaveri. Non conosciamo niente di questi fantasmi a parte le condizioni da subito gravissime di un ragazzo, una donna al sesto mese di gravidanza e due bambini, anzi uno. Il secondo è quello che poche ore fa non ce l'ha fatta.
Sono immagini dure quelle che, nel chiedere un porto sicuro, Open Arms ha deciso di diffondere in un Italia già provatissima dalla pandemia. Sguardi di terrore, volti lividi, angoscia su angoscia. Lo sappiamo. Il virus non risparmia nessuno, tutti siamo fragili, tutti abbiamo persone care contagiate, nonni esposti al rischio massimo. Eppure crediamo sia nostro dovere di umani raccontare cosa continua a succedere nel Mediterraneo centrale, dove il lavoro dei soccorritori è mosso dalla medesima pulsione etica che anima i medici in prima linea nei pronto soccorso assediati dal coronavirus.
La sola idea di una classifica dei morti dovrebbe far arrossire. Il neonato senza vita su una nave carica di figli di un dio minore, la sua mamma, i migranti già condannati prima ancora di mettere piede a terra, sembrano comparse sullo sfondo del dramma che viviamo. Dimenticati dall'opinione pubblica ma prima ancora e più colpevolmente dal governo italiano che tiene le nostre navi bloccate mentre la gente annega e dall'Europa che ancora oggi continua a proporre algidi patti sulle migrazioni in cui il soccorso in mare significa Frontex, contenimento della migrazione, blocco delle Ong. Eppure ormai sappiamo che le famigerate Ong non rappresentano in alcun modo un fattore "attrattivo". Dall'inizio di novembre, nella totale assenza dei temibili volontari umanitari, sono sbarcate a Lampedusa almeno 2700 persone: la storia si ripete sempre uguale, come il 22 ottobre scorso, un Sos diramato via navtext e poi, il giorno dopo, i naufraghi portati a riva da un peschereccio che raccontano di un bimbo senza madre, una moglie senza marito, i salvati e i sommersi.
Non neghiamo la paura che oggi rende ombelicali le priorità degli italiani. Ma proprio in questo momento di fragilità collettiva dovremmo poter capire cosa significhi perdere di colpo la sicurezza, sentire la terra che manca sotto i piedi, la vita appesa a un colpo di tosse. Per noi si tratta del presente, l'emergenza di questi mesi. Per altri è la routine.
Dovremmo essere più empatici. Che ci piaccia o meno il fenomeno migratorio è qui per restare, è giusto che si faccia il possibile per sconfiggere la tratta di esseri umani ma finché le traversate disperate del Mediterraneo non scompariranno bisogna esserci per non sacrificare vite.
Per ora, un governo italiano dopo l'altro, un proclama europeo dopo l'altro, si sono moltiplicati i propositi più o meno buoni e, di fatto, sono solo scomparse le Ong: per il resto si tenta la sorte come prima, si torna indietro e si riparte dopo l'ennesimo calvario libico come prima, si muore come prima. La fortezza Europa non gestisce le migrazioni, le respinge fingendo di non vederle. Ma il mare parla e, come in queste ore, restituisce le urla di chi muore al buio, al largo, portandosi dietro in fondo al mare i nostri principi morali e costituzionali.
*Portavoce di Sea Watch Italia
**Responsabile advocacy di Open Arms
vita.it, 12 novembre 2020
Luciano Squillaci, presidente della Federazione Italiana Comunità Terapeutiche, F.I.C.T., commentando i dati pubblicati dalla "Relazione al Parlamento 2020 sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia sottolinea": "Una tragedia ampiamente e tristemente prevista. Siamo stanchi di dover prendere atto, ogni anno, e sempre con maggior ritardo, della consueta strage di innocenti"
"I dati pubblicati dalla Relazione al Parlamento 2020 sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia (scaricabile in allegato), ci forniscono un quadro allarmante, una tragedia ampiamente e tristemente prevista. Siamo stanchi di dover prendere atto, ogni anno, e sempre con maggior ritardo, della consueta strage di innocenti", dichiara Luciano Squillaci, presidente della Federazione Italiana Comunità Terapeutiche, F.I.C.T.
"Il dato che più inquieta", continua Squillaci, "è l'aumento di morti per droga: nel 2019 sono stati registrati 373 casi di decesso per overdose, l'11% in più rispetto lo scorso anno ed addirittura il 39% in più di decessi rispetto ai dati del 2016. Ma questi non sono numeri, sono persone. Donne ed uomini che forse avrebbero potuto avere una chance diversa se qualcuno si fosse in qualche modo preoccupato per loro. Al primo posto come causa di morte c'è sempre l'eroina, ma molto preoccupante è la percentuale del 30,8% di morti per sostanze imprecisate: probabilmente, come afferma la stessa relazione, si tratta delle nuove sostanze psicoattive (NPS) più di 100 censite ogni anno".
"Ma se continuiamo a lanciare allarmi che non vengono mai presi sul serio, rischiamo di contribuire a normalizzare la questione droga, a rendere tutto drammaticamente "consueto"", continua il presidente, "Allora stavolta niente allarmi, prendiamo atto che si tratta di una tragedia ormai strutturale, che la politica, il governo, la società civile hanno ormai deciso che di queste persone non ci si vuole occupare. Quasi 400 morti e 7.800 ricoveri ospedalieri evidentemente non sono sufficienti per scuotere le coscienze. Così come evidentemente non ci scuotono i 660.000 giovani, 1 su 4 dei nostri figli che ogni giorno mandiamo a scuola e che dichiarano di fare uso di sostanze illegali. Dati confermati in trend costante negli ultimi anni. E purtroppo la rete dei servizi pubblico e del privato sociale ci racconta anche di numeri ancora più grandi".
"Nei centri di ascolto della Fict", spiega il presidente, "riceviamo quotidianamente, famiglie che ci chiedono aiuto per i propri figli, e parliamo di bambini di 12/13 anni che scoprono di avere problemi di dipendenza", continua Squillaci, "La sensazione è che, in Italia, si sia e? abbassata notevolmente la percezione del rischio dell'uso di sostanze e questo è dovuto alla carenza di percorsi di prevenzione educativi strutturati. Ovviamente per questo c'è necessità di risorse ma, negli ultimi dieci anni", afferma Squillaci Fict, "c'è stato un forte disinvestimento in questo settore ed ora ne paghiamo evidentemente le conseguenze. Lo ribadiamo: occorre rifinanziare immediatamente il Fondo Nazionale per la lotta alla droga".
"Nei centri di aggregazione, nei servizi di prevenzione nelle scuole e nei territori, le strutture della Fict raggiungono circa 35.000 minori ogni anno ed intercettiamo diverse migliaia di casi che fanno uso strutturale di sostanze. Numeri enormi", dice Squillaci, "che fanno pensare ed ai quali si aggiungono ulteriori elementi dettati dall'esperienza quotidiana dei servizi.
È evidente a tutti l'aumento dei consumatori di cannabinoidi, superiore al 30% negli ultimi 7 anni, e i minori in carico al servizio sanitario per problemi di dipendenza, negli ultimi 5 anni, sono più che raddoppiati. L' European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction mette gli adolescenti italiani al primo posto in Europa per il policonsumo".
"E poi il trend in costante aumento del consumo di cocaina", aggiunge Squillaci, "che si riflette sulle richieste di trattamento confermati dai dati dei servizi della FICT: nel 2019, secondo l'osservatorio raccolta dati della Fict, sull'utenza totale inserita nelle nostre strutture, circa il 37% ha richiesto il trattamento terapeutico per cocaina e crack come sostanza di abuso primario, seguito dal 27% da eroina e dal 14% da cannabis".
Conclude il Presidente Fict: "Il sistema ufficiale dei servizi (servizio pubblico e comunità terapeutiche) ha una grande difficoltà ad intercettare il fenomeno giovanile delle dipendenze. Sono pochi i giovani che spontaneamente si rivolgono ai servizi. Il sistema dei servizi è tarato ancora sull'eroinomane classico, secondo una normativa, la 309/90, ormai inadeguata a rispondere ai nuovi bisogni e alle nuove tendenze giovanili".
agensir.it, 12 novembre 2020
Il lockdown frena la criminalità, ma il virus entra anche negli istituti penitenziari. I tassi di popolazione carceraria registrati a metà settembre sono stati generalmente inferiori a quelli dell'inizio del 2020, segnale che "l'anno della pandemia è molto particolare in termini di criminalità e di azioni intraprese dagli attori del diritto penale per contrastarla".
Secondo uno studio condotto dall'Università di Losanna per il Consiglio d'Europa e diretto da Marcello Aebi, tra il 1° gennaio al 15 settembre il tasso di detenzione medio è sceso del 4,6%: da 121,4 a 115,8 detenuti per 100.000 abitanti (su 35 amministrazioni penali che hanno fornito dati).
Diverse le cause, come "la diminuzione dell'attività del sistema giudiziario penale dovuta al confinamento, il rilascio dei detenuti come misura preventiva per ridurre la diffusione del Covid-19 e il calo della criminalità prodotto dal lockdown, che può aver ridotto le possibilità di commettere reati tradizionali". Infatti, i dati nei quattro periodi di riferimento - gennaio, aprile, giugno e settembre - mostrano ad esempio che a metà aprile, in 17 amministrazioni penitenziarie, tra cui l'Italia, il tasso di detenzione era già sceso di oltre il 4% e rimaneva stabile in 29 amministrazioni penitenziarie. La Svezia, che non ha attuato il confinamento della popolazione, è stato l'unico Paese in cui il tasso di detenzione è aumentato.
Al 15 giugno, erano 27 le amministrazioni penitenziarie in cui i tassi di popolazione carceraria erano diminuiti, per 14 si registravano tendenze stabili e solo la Svezia e la Grecia avevano tassi superiori a giugno rispetto a gennaio. 143 mila sarebbero i prigionieri rilasciati in 25 amministrazioni (il 40% in Turchia). Durante l'estate e senza lockdown, la tendenza si è invertita in 12 amministrazioni penitenziarie. In Italia tra settembre e gennaio la popolazione carceraria è scesa del 10,8%. Secondo lo studio, almeno 3.300 detenuti e 5.100 agenti penitenziari hanno contratto il Covid-19 entro il 15 settembre nelle 38 amministrazioni penitenziarie europee che hanno fornito i dati.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 12 novembre 2020
Hanan al Barassi è stata freddata dopo aver ricevuto minacce di morte. Aveva criticato e accusato di corruzione il figlio del Generale, Saddam. Quando per le vie di Bengasi viene menzionato il suo nome in genere i passanti abbassano lo sguardo e svicolano veloci. Pochi mesi fa nel teatro del centro gli attori confidavano a bassa voce che di Saddam Haftar è meglio non parlare mai. "Nei nostri spettacoli possiamo fare ironia sui vizi e difetti della società libica. Ultimamente non sono neppure più vietati gli accenni alla situazione politica e le divisioni interne. Ma la famiglia Haftar è meglio non toccarla e Saddam proprio per nulla", dicevano.
A giudicare dai fatti le loro cautele sono più che giustificate. L'assassinio ieri a metà giornata dell'avvocatessa 46enne Hanan al Barassi conferma i timori più cupi. I killer hanno agito consapevoli di godere della totale impunità. Le hanno sparato mentre era alla guida della sua auto nella centralissima "V20", dove si trovano i negozi migliori e i pedoni affollano i marciapiedi. "Azouz Barqa", Signora Cirenaica, come era nota questa instancabile attivista in favore dei diritti umani, che solo poche ore prima sul suo blog aveva postato un nuovo messaggio d'accusa contro la "corruzione della famiglia Haftar" e in particolare di denuncia nei confronti di Saddam, non ha neppure avuto il tempo di reagire. A Bengasi i commenti sono riservati, impauriti. Ma gli osservatori di cose libiche e le organizzazioni umanitarie internazionali non esitano a tornare a puntare il dito contro lui, Saddam, 35 anni, figlio primogenito del maresciallo Khalifa Haftar, che vorrebbe un giorno prendere il posto del padre.
La fine della al Barassi ricorda molto da vicino quella nel luglio 2019 di Siham Sergewa, la deputata rapita nella sua abitazione di Bengasi da un gruppo di uomini armati militanti nella "Brigata 106", che è comandata da Saddam in persona. La casa venne data alle fiamme, il marito chirurgo picchiato e minacciato, e Siham fu caricata di forza su di una camionetta. Da allora non se ne è saputo più nulla. Ma la convinzione generale è che sia morta da un pezzo, come del resto i circa 150 tra intellettuali e giornalisti che dal 2014 si sono opposti al pugno di ferro imposto da Khalifa Haftar sulle zone sotto il suo controllo.
Le due donne in particolare avevano criticato l'offensiva militare voluta da Haftar per cercare di prendere Tripoli l'anno scorso. Siham denunciava le violenze contro le donne e la corruzione. Amnesty International segnala che era stata minacciata di morte dopo che aveva postato sul blog l'intenzione di diffondere un suo video per rendere pubblici i crimini di Saddam.
Un personaggio che ricorda da vicino la figura di Uday, il noto primogenito di Saddam Hussein, ucciso in Iraq dalle truppe americane nel 2003. Ma, nel caso del Saddam libico, le implicazioni con il regime di Haftar sono ancora più profonde. Saddam ricopre infatti un ruolo importante nella gerarchia del sistema militare locale. Le sue milizie sono state accusate dal Tribunale Internazionale dell'Aja di aver torturato e ucciso i prigionieri di guerra.
I media di Tripoli raccontano che nel 2017 fu lui che guidò la sua milizia a prelevare gran parte dell'oro e contanti conservati nella filiale della Banca Centrale libica a Bengasi. Di fatto una vera rapina alla luce del giorno garantita dal monopolio della violenza. E due mesi fa anche Radio France International segnalava i traffici molto poco chiari dei tre figli di Haftar, oltre a Saddam anche Khaled e Siddiq, impegnati a riciclare oro e contanti nelle banche di Istanbul e del Dubai.
Il ruolo di Saddam cresce adesso con il progressivo indebolimento militare e politico del padre. Battuto militarmente a Tripoli, costretto sulla difensiva a causa degli aiuti turchi al governo di Fayez Sarraj, ai ferri corti con gli alleati a Mosca e oltretutto di salute malferma, a 77 Khalifa Haftar appare oggi una figura in netto declino. Non è strano che Saddam cerchi di farsi largo. Ma i suoi modi brutali non sono apprezzati in Cirenaica e tanto meno in Tripolitania.
Non ha alcun ruolo nei timidi colloqui di pace che stanno svolgendosi in questo momento sia a Tunisi che a Sirte per cercare di creare un governo unitario per il Paese. L'Unsmil, l'agenzia Onu di sostegno alla Libia che lavora per il dialogo, ha divulgato una denuncia netta contro la tragica morte della al Barassi. Tra i suoi diplomatici prevale il parere per cui il primogenito di Haftar vada inquisito, piuttosto che considerato come un credibile partner politico.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 12 novembre 2020
Lunedì scorso la Sezione 28 della Corte Suprema della Repubblica islamica dell'Iran ha respinto la richiesta di revisione del processo contro una giovane donna, Saba Kord Afshari, che si era concluso con la condanna a 24 anni. Saba era stata incarcerata il 2 giugno dell'anno scorso, quando aveva vent'anni, per aver infranto l'obbligo di indossare lo hijab, il velo cosiddetto islamico che copre il capo e il collo delle donne.
È detenuta nel famigerato carcere di Evin a Teheran. Era già stata arrestata il 2 agosto del 2018, condannata a un anno e liberata da un indulto a febbraio del 2019. Recidiva, la sua condanna successiva sommava 15 anni per "incitamento e favoreggiamento della corruzione e della prostituzione" attraverso la promozione del rifiuto del velo, 7 anni e mezzo per "associazione e collusione al fine di commettere crimini contro la sicurezza nazionale", e un anno e mezzo per avere "svolto una propaganda contro il sistema".
La condanna maggiore era stata ridotta e successivamente ripristinata. Intanto a Saba Kord Afshari venivano negate le cure mediche di cui aveva bisogno. Sua madre, Raheleh Ahmadi, era stata a sua volta arrestata e condannata a due anni per aver manifestato a difesa della figlia. A lei è stata negata l'uscita dal carcere di Evin concessa ad altri detenuti e detenute con pene inferiori ai 5 anni a causa del Covid.
Nel 2018 almeno 29 donne, "Le ragazze di via della Rivoluzione", erano state arrestate per aver manifestato a capo scoperto nel centro di Teheran e in altre città, inalberato i foulard come bandiere e diffuso le loro immagini sui media sociali (qui, per esempio: "The Girls Of Revolution Street"). La Sezione 28 della Corte Suprema è nota per la spietatezza e il disprezzo di ogni diritto alla difesa esibiti contro giornalisti, scrittori, poeti, cineasti e artisti, e seguaci di minoranze religiose, per il solo fatto del loro credo, come i Baha'i.
È una di tante notizie orrende che vengono, e spesso non arrivano, da un grande paese in cui le donne furono protagoniste di una rivoluzione, subito tradita dai suoi fanatici turbanti, e da allora condannate a nascondere i propri capelli. Oggi fa una piccola impressione in più, quando la nostra attenzione e le nostre controversie sono prese da una mascherina.
di Giovanni Benedetti
L'Osservatore Romano, 12 novembre 2020
L'avvocatessa iraniana Nasrin Sotoudeh, celebre per il suo impegno in difesa dei diritti umani, ha potuto lasciare lo scorso 7 novembre il carcere femminile di Qarchack, con un permesso temporaneo concessole per via dell'emergenza covid-19. La notizia è stata comunicata il giorno stesso da Mizan, l'agenzia di stampa ufficiale dell'autorità giudiziaria iraniana.
Definita da numerose testate occidentali come "la più nota prigioniera politica iraniana", la cinquantasettenne Sotoudeh era stata arrestata nel giugno 2018 dietro le gravi accuse di attività contro la sicurezza nazionale, propaganda contro lo Stato e istigazione alla corruzione e alla prostituzione. Al termine di un processo durato quattro mesi, l'avvocatessa è stata poi giudicata colpevole e condannata a 38 anni di carcere e 148 frustate.
La fama di Nasrin Sotoudeh deriva dalle importanti battaglie legali da lei condotte in Iran, in particolare a difesa dei diritti delle donne e contro la pena di morte. Per questo suo impegno, l'avvocatessa è stata insignita nel 2012 del Premio Sakharov per la libertà di pensiero dal Parlamento europeo. Le attività di Sotoudeh hanno però portato la donna a duri contrasti con il governo iraniano nel corso degli anni: già nel 2010, infatti, venne arrestata con le accuse di cospirazione contro lo Stato e propaganda antigovernativa e condannata a sei anni di reclusione, in una sentenza che suscitò dure critiche dalla comunità internazionale e in particolare da parte dell'amministrazione statunitense di Barack Obama. Sotoudeh venne poi rilasciata dopo tre anni, ma con il divieto di lasciare l'Iran. Lo scorso agosto, anche la figlia ventenne Mehraveh Khandan è stata arrestata, sulla base di accuse non definite, per venire rilasciata dopo poche ore.
Durante gli ultimi mesi della sua detenzione, Nasrin Sotoudeh ha intrapreso uno sciopero della fame per chiedere il rilascio di alcuni attivisti e prigionieri politici a causa della situazione di emergenza sanitaria. La protesta si è interrotta all'inizio del mese di settembre dopo 45 giorni, quando la donna è stata ricoverata a causa di un'insufficienza cardiaca e trasferita dal carcere di Evin, dove era precedentemente detenuta, alla struttura di Qarchack.
La pandemia di covid-19 ha colpito molto duramente l'Iran, che dall'inizio di novembre ha registrato circa 8.000 nuovi casi al giorno, un numero largamente superiore a quelli di altri Paesi della regione. Dal mese di marzo, il governo iraniano ha concesso circa 100.000 permessi temporanei di rilascio per fare fronte al sovraffollamento delle carceri, ma, come denunciato lo scorso ottobre dall'Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, i prigionieri politici sono stati quasi completamente esclusi da questa manovra.
di Raffaella Scuderi
La Repubblica, 12 novembre 2020
Il presunto finanziatore dei massacri del 1994 è comparso davanti al Tribunale internazionale Onu. Arrestato a maggio in Francia, è stato estradato nei Paesi Bassi a ottobre. Corrucciato, giacca grigia con cravatta, seduto su una sedia a rotelle e con la mascherina appoggiata sul mento. Félicien Kabuga è comparso oggi per la prima udienza sul suo presunto coinvolgimento nel genocidio ruandese davanti al Meccanismo Residuale Internazionale delle Nazioni Unite per i Tribunali Penali (Ictr), rinunciando al diritto di collegarsi in video a distanza. Interpellato dal giudice, l'ex miliardiario ruandese ha scelto di parlare la sua lingua, pur conoscendo sia il francese che l'inglese. Il giudice gli ha chiesto a più riprese se stava capendo quanto detto in Aula. La richiesta è caduta nel vuoto e gli avvocati hanno iniziato a leggere le accuse.
Dal 6 aprile 1994 alla metà di luglio di quello stesso anno, per circa 100 giorni, in Ruanda vennero massacrate sistematicamente a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati, quasi un milione di persone appartenenti per la maggior parte all'etnia tutsi. La strage è stata una vera pulizia etnica, compiuta per l'odio tra tutsi e hutu. A quei tempi Kabuga era un potente e ricco uomo d'affari, presidente del Fondo nazionale di difesa e della Radio Television Libre des Milles Collines, da cui partirono gli ordini perentori a uccidere tutti i tutsi, sia che fossero amici, parenti o vicini di casa. Pena la morte per chi non ubbidiva.
Sono sette i capi di accusa a cui il finanziatore hutu, dovrà rispondere. Kabuga è stato accusato di genocidio, complicità nel genocidio, incitamento pubblico e diretto a commettere genocidio, tentativo di commettere genocidio, cospirazione per commettere genocidio e crimini contro l'umanità. Se riconosciuto colpevole, a 85 anni, l'ex miliardario finirà la sua vita in carcere. Secondo l'accusa, Kabuga avrebbe inoltre istruito, assistito e sollecitato i membri degli Interahamwe, la milizia paramilitare hutu, a partecipare all'uccisione dei tutsi. Inoltre si presume che Kabuga abbia istituito il Fondo nazionale per la difesa per raccogliere i fondi e il supporto finanziario e logistico per la strage, incluso l'acquisto di migliaia di machete. Il 29 aprile 2013 il giudice Vagn Joensen ha emesso un mandato di arresto a suo carico e un ordine di estradizione, chiedendo a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite di cercare e arrestare Kabuga, catturato dalle autorità francesi a maggio di quest'anno. Viveva vicino a Parigi, protetto dai suoi figli. Respinto l'appello di estradizione dalla corte di Cassazione francese, l'ex uomo d'affari è stato estradato a fine ottobre all'Aja per essere giudicato.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 12 novembre 2020
L'avvocata era in permesso temporaneo da sabato. L'avvocata iraniana per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, scarcerata in via temporanea lo scorso sabato, è risultata positiva al Covid. L'attivista avrebbe contratto il virus nel carcere femminile di Qarchak, dove è stata trasferita senza preavviso il 20 ottobre dall'istituto di Evin, a Teheran, "nonostante la sua grave malattia e debolezza".
A renderlo noto è il marito, Reza Khandan, con un messaggio diffuso su Facebook: "Siamo stati in ospedale per i problemi di cuore di cui soffre Nasrin. Prima di effettuare gli esami cardiaci, i medici ci hanno suggerito di fare dei test per il Coronavirus. Il suo è risultato positivo, io sono ancora in attesa della risposta".
La curva epidemica in Iran va peggiorando: proprio ieri il Paese ha registrato il record di contagi dall'inizio dell'emergenza sanitaria. L'ultimo bollettino diffuso dalla portavoce del ministero della Salute di Teheran, Sima Lari, è di 11.780 nuovi positivi e 462 morti, per un totale di 715mila casi e 39.664 decessi. E il rischio di contagio all'interno delle carceri, ha spinto le autorità a rilasciare temporaneamente migliaia di prigionieri nel corso degli ultimi mesi.
"Durante l'incontro che ho avuto mercoledì scorso con Nasrin alla prigione di Qarchak, mi ha detto che il coronavirus si era diffuso nel suo reparto e che molti detenuti si erano ammalati. Ecco perché aveva fretta di essere rilasciata", ha spiegato Khandan denunciando le "condizioni disastrose" della struttura.
Si tratta di un carcere per sole donne a sud di Teheran, ricavato all'interno di un'ex fabbrica di polli, noto per la durezza della detenzione e i maltrattamenti sui prigionieri politici. Le condizioni antigieniche di Qarchak "sono anche peggiori del carcere di Evin", denunciava dopo il trasferimento Reza Khandan, segnalando l'ennesimo abuso ai danni della moglie: "Secondo gli esperti, avrebbe dovuto essere nuovamente ricoverata in ospedale per un esame cardiaco urgente, ma le autorità l'hanno trasferita direttamente in prigione". L'avvocata di 57 anni, debilitata da un lungo sciopero della fame interrotto a settembre dopo 45 giorni, è stata liberata provvisoriamente "con il consenso del magistrato responsabile delle carceri femminili".
"Sono tornata a casa - scriveva lei stessa su Facebook il 7 novembre - con un permesso per motivi medici per proseguire le mie cure". Accusata di "propaganda sovversiva" dalle autorità iraniane, Sotoudeh è in carcere dal 2018 dopo aver difeso una donna arrestata per aver protestato contro l'obbligo di indossare l'hijab. La condanna fu durissima: 148 frustate e 33 anni e mezzo di detenzione. Nel 2019 poi, la seconda condanna a 12 anni di carcere "per aver incoraggiato la corruzione e la dissolutezza".
Ma la donna, che assieme al marito è fra i principali attivisti iraniani per i diritti umani, si è sempre dichiarata innocente, spiegando di aver soltanto manifestato pacificamente per i diritti delle donne e contro la pena di morte. "Ogni giorno che trascorro fuori dal carcere, aspetto di sentire la notizia del rilascio di tutti i prigionieri politici - ha detto l'avvocata in un messaggio registrato dopo la sua liberazione sabato scorso".
"Vorrei esprimere la mia gratitudine a tutte le organizzazioni nazionali e internazionali in Iran e all'estero - ha aggiunto - alle associazioni degli avvocati in vari paesi, alle organizzazioni per i diritti umani e ai diversi individui come artisti, scrittori, politici, attivisti per i diritti civili, difensori dei diritti umani, testate giornalistiche e miei cari colleghi in tutto il mondo. È grazie al vostro amore e al vostro sostegno che i prigionieri politici possono sopportare la prigione".
di Vincenzo Musacchio*
Il Dubbio, 11 novembre 2020
Riforma della giustizia e sistema penitenziario. In questi giorni si discute, giustamente, di riforma della giustizia. Una buona riforma del settore, tuttavia, non può prescindere da un altrettanto buona riforma dell'ordinamento penitenziario. Affrontare questo binomio simultaneamente, sembra sia ben lontano dai programmi del Governo e della politica in generale.
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