di Filippo Facci
Libero, 8 febbraio 2021
L'ex onorevole di Fi: "Il Parlamento è molto scaduto. I tecnici? Bisogna vedere se li fanno lavorare. Cancellare la riforma della prescrizione, sfoltire il Codice e... più competenza". L'avvocato Raffaele Della Valle, 81 anni, è uno dei più grandi penalisti d'Italia. Tra i fondatori di Forza Italia, dopo una breve esperienza politica è tornato all'avvocatura nel 1996.
Avvocato Della Valle, lo farebbe il ministro della Giustizia nel governo Draghi?
"No"
Come no?
"No. Credo che non sarei all'altezza"
Non sarebbe... all'altezza? Ma ha presente il ministro uscente? La prima volta che intervistai Raffaelle Della Valle fu esattamente trent'anni fa, e la cosa che è cambiata meno, in questo tempo, è la giustizia italiana. Per chi venisse da Marte: Della Valle è uno dei più celebri penalisti italiani e negli anni Ottanta divenne noto per il caso di Terry Broome e naturalmente per il caso di Enzo Tortora, in cui chiunque intravede una preistoria dell'era attuale: nel senso che la giustizia fa schifo uguale, oggi, nonostante sia cambiato un Codice Penale e tante altre cose, all'apparenza. Politico a tempo perso nel Partito Liberale, fu tra in fondatori di Forza Italia e divenne capogruppo alla Camera e segretario della medesima, questo prima di lasciare repentinamente ogni incarico istituzionale e tornarsene al suo studio nel centro storico di Monza. Oggi ha 81 anni, ha ancora tutti i capelli e frequenta il Tribunale - dice - da 77 anni.
Com'è possibile? Faceva l'avvocato a quattro anni?
"Sono figlio di una casalinga pavese e di un magistrato partenopeo. Quando mio padre divenne pretore a Monza, la nostra abitazione era dentro il Palazzo di Giustizia. La professione la svolgo da 58 anni".
E non ha sufficiente esperienza per fare il ministro?
"No, ma è bello che me lo chiediate".
Cioè: domani le telefona Draghi e lei che cosa risponde?
"Mi accerterei che non fosse Scherzi a parte o Striscia la notizia. Non fosse così, risponderei che fare il Guardasigilli è un'attività manageriale che implica soprattutto capacità di fare organizzazione, coordinamento, dettare una linea, rapportarsi a una squadra di collaboratori capaci che non si possono improvvisare. Il ministero è una struttura che ti fagocita, io sono più individualista".
Ma non glielo chiesero già nel 1994 e dintorni?
"Se n'era parlato, in ogni caso non andò in porto".
Poi Lei nel 1996 tornò all'avvocatura. Si dice che non volle più fare il deputato perché guadagnava troppo poco.
"Non è proprio così. È vero che il mio studio era una grossa macchina che si era fermata: non coprivo più neanche le spese anche perché andavo a Roma la domenica sera e tornavo il venerdì, mi chiamavano il monaco del Parlamento. In studio non avevo ancora, come dal 2001, l'apporto dei miei due figli. Ma ero anche deluso da una politica che mi sembrava una fatica di Sisifo, bastava mezzo emendamento per mandare all'aria mesi di lavoro. Ti ritrovavi di continuo a confronto con gente incompetente. Ciò non toglie che ancor oggi ringrazio Silvio Berlusconi per avermi dato questa possibilità. Però oggi dico, soprattutto ai giovani: in Parlamento non stateci più di cinque anni, quello è un altro mondo, una dimensione a parte".
Oggi molti parlamentari non hanno neanche un mestiere a cui tornare. Per i manager più capaci e affermati, viceversa, il Parlamento sarebbe una diminutio.
"In Parlamento dovrebbe andare solo gente già affermata. Invece, così, finirà che ci andranno solo poveracci col reddito di cittadinanza o ricchi sfaccendati. Occorrerebbe rialzare il livello, la volontà di partecipazione, non limitarsi ad alzare il pollice a comando o fare il pigiabottoni. Servirebbe cuore e cervello. Oggi un amministratore di una grande azienda guadagna anche 30 o 40mila euro al mese: pensi se dovesse diventare l'amministratore di un'azienda che si chiama Italia. Per questo favorirei una scuola specifica per favorire un mestiere specifico: non è che conoscere il codice di procedura penale sia sufficiente per fare il ministro della Giustizia".
E Bonafede?
"Bonafede... capisco, per l'amor del cielo. Bisognerebbe tornare coi piedi per terra e comprendere i propri limiti. Oggi sono convinto che se si chiedesse a cento italiani se andrebbero a fare il presidente degli Stati Uniti, in buona parte risponderebbero subito di sì. È pieno di ragazzotti che vogliono guidare un Jumbo. Il Parlamento è molto scaduto, e anche i cosiddetti tecnici bisogna vedere se li faranno lavorare".
Che cosa consiglierebbe di fare, in primis, a un nuovo ministro della Giustizia?
"È tanto se avrà il tempo di cancellare la disgraziata riforma della prescrizione, quella che ti lascia sub judice sine die, sotto il giogo della giustizia per una vita".
E che allunga ancor di più i tempi. Lei che cosa farebbe per abbreviarli?
"C'è da sfoltire il Codice e depenalizzare. Io partecipai alla Commissione Nordio, a questo finalizzata, e facemmo un lavoro bellissimo, fatto da 25 specialisti. Introducemmo anche i reati ambientali. Poi seguì la Commissione Pisapia. Gente competente, non come oggi che passi in tv e diventi ministro".
Ma gli avvocati hanno interesse a depenalizzare?
"In generale no. A Monza all'inizio eravamo in 99 e c'erano ancora grandi aziende, un sacco di gran lavoro. Oggi a Monza ci sono tremila avvocati che devono inseguire reati bagatellari o difendere extracomunitari. Anche la nostra categoria va riformata, bisogna favorire una selezione più rigida e avere il numero di legali che hanno Francia e Inghilterra. La soglia di preparazione va elevata".
Altre cose da fare?
"Potenziare gli uffici. Manca il personale, gli ausiliari, le strutture. Ci sono le aule da rifare: ora, da certe, se ne potrebbero ricavare dieci. Poi bisognerebbe limitare le possibilità di impugnazione, mettere dei limiti ai ricorsi dilatori in Appello e in Cassazione. Io poi di Cassazioni ne farei tre: una al Nord, una al Centro e una al Sud, come prevedeva anche il Codice Zanardelli (in vigore nel Regno d'Italia dal 1890 al 1930, ndr). Oggi molti dei migliori magistrati non sono disposti a piantare tutto per trasferirsi nella Capitale: così al Palazzaccio senti solo accenti romani o napoletani".
È vero che i magistrati lavorano poco?
"Lavorano male, hanno carichi enormi per i citati motivi. Poi ci sono collegi giudicanti troppo nutriti, ci vorrebbero più giudizi monocratici. In primo grado sono in tre, già in Appello potrebbero essere meno. I giudici a latere potrebbero fare altro".
La madre di tutte le riforme da fare?
"La separazione delle carriere tra pm e giudice, come dico da più trent'anni e come diceva anche Paolo Barile (celebre costituzionalista, ndr). Non sto neanche più a spiegare perché sarebbe necessaria: come in ogni luogo di lavoro, anche negli uffici giudiziari fra colleghi nascono amicizie, complicità e talvolta si intrecciano storie personali. È chiaro che parleranno anche di fascicoli, inquisiti e imputati. Ma non basterebbe neppure la separazione delle carriere, probabilmente. La verità è che siamo tornati al Medioevo".
Per il tradimento sostanziale del nuovo Codice? Io, trent'anni orsono, feci in tempo a intervistare Giandomenico Pisapia, padre di Guliano e relatore del Nuovo Codice; mi disse testualmente: "È il processo che è pubblico, non le indagini".
"Oggi accade esattamente il contrario. I processi, dove la prova dovrebbe formarsi, non li segue più nessuno. Un tempo le aule erano gremite, oggi la gente si è già preconfezionata una propria sentenza, i processi li hanno già fatti sulla stampa, in quei terribili programmi in tv. Ma c'è altro. Il Medioevo è nelle misure di prevenzione, in procedimenti impostati dal principio in base a indizi e sospetti, con misure cautelari, sequestri, confische. Le procure distrettuali antimafia, in particolare, hanno un potere che rispetto alle procure ordinarie è megagalattico: dai trojan ai droni, sono in condizione di mettere in soggezione anche i giudici ordinari. Ci sono un pugno di procure che praticamente conoscono i fatti privati delle prime dieci/dodici città d'Italia, lo strapotere e l'invasività dell'accusa è devastante. Intanto i parlamentari continuano ad alzare le soglie di reato e a cancellare le misure di affidamento: e ben vengano le condanne ben istruite, ma in questo modo, per non rischiare, finisce che un patteggiamento (sostanziale adesione alle tesi dell'accusa, ndr) deve accettarlo anche chi è o si ritiene innocente. È chiaro che più alzi l'asticella delle pene, più l'avvocato diventa inutile".
E noi giornalisti, in tutto questo?
"Andreste riformati anche voi, non so come. In maggioranza siete succubi dei pm, contanti saluti alla difesa. Oggi pontificate in tv come fanno, pure, alcuni magistrati: ai miei tempi non avrebbero osato. Un tempo non esistevano neppure le conferenze stampa dell'accusa, dove peraltro gli avvocati non vengono invitati". Lei ha continuato a fare l'avvocato e vuole continuare a farlo. Perché, in due parole? "Perché voglio continuare a essere un uomo libero".
di Bartolomeo Romano
Il Riformista, 8 febbraio 2021
La metafora ciclistica dell'uomo solo al comando: questa sembra essere stata la semplice linea difensiva del sistema. Un uomo, solo, a guidare la potente Anm; un uomo, solo, nei corridoi, nelle stanze e nel Plenum del Csm. A volte, in effetti, la linea difensiva più semplice è anche la migliore. A volte.
Non mi iscrivo nelle liste di innocentisti o di colpevolisti: noto, però, che Palamara è stato segretario e presidente dell'Associazione nazionale magistrati (2007-2012), e poi membro del Consiglio Superiore della Magistratura (2014-2019). Difficile pensare che, da solo, percorresse corridoi e prendesse decisioni. Ho l'impressione che vi sia stata una certa voglia di "pena esemplare" (al di là e oltre le eventuali responsabilità individuali). Ma non per punire uno al fine di educare tanti; piuttosto, per punire uno e salvare tanti.
Palamara è stato fulmineamente espulso dalla Anm e, con un procedimento disciplinare non consueto, è stato radiato dalla magistratura, credo di poter dire senza troppi approfondimenti e senza ascoltare i molti testimoni che avrebbe voluto citare. E nel collegio giudicante ha tenuto a rimanere Davigo, nonostante stesse per andare in pensione, probabilmente nel quadro del puro che emenda il più puro (o quello che una volta si riteneva tale: qualcuno ricorderà lo scontro Cossiga-Palamara...). Può accadere, però, che l'esemplare risposta del sistema si inceppi, anche a dispetto di un certo efficientismo punitivo. È quello che mi sembra sia accaduto in quello che è stato generalmente etichettato come "il caso Palamara" e che invece tende a nascondere, dietro il semplicistico capro espiatorio, un problema di sistema, come il libro-intervista di Sallusti a Palamara crudelmente rivela. Certo, occorrerà verificare se le verità di Palamara sono tutte verità effettive; ma l'impressione è che non si potrà più fare finta di niente.
Mi viene alla mente la rivoluzione francese: certo, nata con nobili ideali, ci ha lasciato tracce indelebili, come la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 e la separazione dei poteri. Ma che - in chiave di superamento dell'ancien régime e della affermazione del nuovo - ha visto una corsa del puro superato dal più puro, con molte teste cadute sulla gigliottina, Comitati di salute pubblica, Terrore, legge dei sospetti. Sino a giungere, nel 1794, all'arresto di Robespierre e dei suoi collaboratori, il giorno successivo ghigliottinati senza processo. Di qui il Termidoro, la ricerca di nemici esterni e le guerre napoleoniche: ma la storia è nota.
Tuttavia, a ripercorrere quella storia, mi vengono ancor oggi i brividi perché non mi sembra così lontana. Dopo la radiazione di Palamara, il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura ha preso atto della intervenuta pensione da magistrato di Davigo e ha concluso, secondo me a ragione, che egli non potesse continuare a rimanere al Csm quale Consigliere "togato".
Anche il puro più puro è stato dichiarato decaduto dal Csm... Invece, in un Paese serio, da quanto accaduto sarebbero derivate conseguenze serie. Sarebbe dovuta intervenire una riforma della legge elettorale del Csm che impedisse alle correnti di regnare (io ho sempre pensato a un sistema misto, con un ampio sorteggio e poi una votazione tra i sorteggiati). Certo, neppure questa sarebbe una riforma radicale, poiché toccherebbe il solo sistema elettorale; ma qualcosa è meglio di niente.
Per essere chiari, a mio modo di vedere, una seria riforma dovrebbe attuare l'art. 111 della Costituzione, con l'ovvia e naturale separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici (ma evitando che i p.m. possano dipendere dall'esecutivo). Di qui, ovviamente, la presenza di due diversi Consigli Superiori della Magistratura: uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici. Analogamente, occorrerebbe affrontare anche le diverse, ma connesse, questioni delle cosiddette porte girevoli (magistrati che entrano in politica e poi tornano a fare i magistrati) e del numero troppo elevato di "fuori ruolo" (magistrati autorizzati dal Csm, su richiesta della politica o di vari organi, e di loro stessi, a occuparsi di altro, rispetto alle questioni di giustizia).
Se non saremo capaci di comprendere cosa è accaduto, e perché è accaduto, ci limiteremo - al massimo - a colpire la punta dell'iceberg. E la nave della giustizia tenderà sempre a galleggiare, riuscendoci solo a volte. E tutto sembrerà mutare, ma non cambierà nulla. Forse non è un caso, come ricordai ai miei Colleghi durante una seduta del Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, che a Roma, a pochi metri dal Palazzo dei Marescialli, sia morto Giuseppe Tomasi di Lampedusa, mio illustre concittadino.
di Antonello Cherchi
Il Sole 24 Ore, 8 febbraio 2021
Sta assumendo i contorni di una storia senza fine quella che vede il Consiglio nazionale forense continuare a lavorare a ranghi ridotti, dopo che 9 consiglieri, tra cui il presidente Andrea Mascherin, sono stati dichiarati ineleggibili dal Tribunale di Roma.
Anche in questo caso si tratta di elezioni, che però dovrebbero essere indette per sostituire gli esclusi e sulle quali non c'è certezza. E ancora di meno ora che la palla è ritornata nel campo dei giudici. Otto dei nove consiglieri hanno, infatti, presentato appello, con richiesta di sospensiva dell'ordinanza del tribunale capitolino che a settembre scorso li ha estromessi perché avevano alle spalle già due mandati consecutivi come componenti del Cnf.
Il terzo non è consentito se prima non si sta fermi almeno un giro. Per arrivare a chiarire la questione sono state necessarie diverse sentenze, fino a quelle di Cassazione e Corte costituzionale, che hanno permesso di arrivare al verdetto di settembre. Nel dichiarare l'ineleggibilità dei nove, il giudice aveva, tuttavia, dichiarato che esiste una lacuna normativa che non permette di dare indicazioni dettagliate su come comportarsi. Vanno certamente rifatte le elezioni, ma solo il ministro della Giustizia può dire in che tempi e con quali modalità.
Da via Arenula, però, finora non ci sono state indicazioni e, vista la crisi di Governo, non arriveranno a breve. Tanto più che si è rimessa in moto la macchina del contenzioso, con l'appello, che vede partecipe anche il Cnf, della decisione del Tribunale di Roma. Per ora l'unica certezza è che se ne riparlerà il 3 giugno: è la data per la discussione di merito stabilita giovedì scorso dal giudice d'appello nel corso dell'udienza durante la quale sono emerse irregolarità nella notifica degli atti alle parti in giudizio, difetto da sanare entro il 25 febbraio.
Analoghi vizi erano stati rilevati nell'udienza del 7 gennaio per la sospensiva, la quale potrà essere rimessa in pista una volta sanate le irregolarità di notificazione. "Al di là della legittimità di ciascuno a perseguire la via giudiziaria - commenta Michelina Grillo, tra i convenuti dell'appello - c'è da riflettere sull'opportunità politica della prosecuzione del contenzioso e sull'impatto negativo che provoca sulla categoria il fatto di avere un Cnf depotenziato mentre si stanno per prendere decisioni importanti per l'avvocatura".
di Gennaro Pagano*
Il Mattino, 8 febbraio 2021
Ho molto apprezzato quanto ha scritto sulle pagine di questo giornale Paolo Siani circa l'esigenza di un piano nazionale per l'Infanzia, la cui necessità è da lui costantemente e lodevolmente richiamata in sede parlamentare e in ogni altro ambito idoneo.
Tempo fa ci siamo confrontati telefonicamente anche sull'idea e sulla necessità anche di un "Patto educativo per la Città metropolitana" a cui, insieme ad altri, sto lavorando. In questo tempo difficile, i segni e le parole di don Mimmo Battaglia, nuovo Arcivescovo metropolita di Napoli, nel giorno del suo ingresso, fanno ben sperare che la tragica situatone della povertà educativa partenopea sia messa al centro di un dibattito autentico tra istituzioni, chiesa, società civile e terzo settore. Tuttavia ogni sforzo e iniziativa rispetto al piano di cui parla il caro Paolo Siani potrebbe risultare vano perché, laddove venisse approvato un piano per l'infanzia capace di stanziare fondi straordinari, non è detto che nel nostro territorio a beneficiarne siano veramente i bambini e i ragazzi che più ne necessitano. Napoli e la Campania hanno un problema immenso circa la gestione seria delle politiche socio-educative e tra gli altri vi sono tre punti davvero drammatici nelle conseguenze che producono:
1. Il legame a volte ambiguo e opportunistico che c'è tra le amministrazioni locali, il mondo degli enti benefici e le imprese sociali operanti nel settore educativo: sembra che alcuni, sempre gli stessi, siano privilegiati, fino ad assurgere a veri e propri potentati locali che non di rado agiscono in modo prepotente, quasi dando vita ad una camorra dell'anticamorra.
2. Le attenzioni delle amministrazioni e non solo, spesso sono attratte unicamente da progetti e realtà "brand" la cui narrazione mediatica o istituzionale non sempre è passata al vaglio onesto e oggettivo della valutazione e riflessione socio-educativa, l'unica capace di offrire criteri validi per verificare ciò che è davvero efficace in termini di reale prevenzione e sviluppo. Abbiamo zone della città metropolitana sotto gli occhi dei riflettori e altre - spesso più bisognose - totalmente ignorate.
3. La camorra, la povertà educativa, la deprivazione culturale si sconfigge facendo rete, creando un "sistema" di comunità: i narcisismi di immagine o di profitto sono un ostacolo alla creazione di una rete sociale solida che pure è l'unica via per rendere la nostra area metropolitana un "villaggio educante" in cui tutte le realtà del terzo settore, dell'associazione amo e del volontariato, insieme alla scuola, possano camminare insieme e sostenersi l'un l'altra orientate unicamente al bene dei piccoli.
Lavorare insieme, evitando che la "carovana" dei fondi che sogniamo sia assaltata esclusivamente dai più grandi e soliti noti, consentirebbe anche alle realtà più piccole - spesso anche le più fantasiose ed efficaci, unici presidi in territori dimenticati da tutti - di restare in piedi e a quelle grandi di trasferire i loro modelli così attenzionati, condividendoli.
Ed ora che abbiamo cancellato il primo murales, iniziamo a pensare a dove edificare un monumento per il bambino invisibile: al bambino che non abbiamo visto, a quello di cui non ci siamo curati, a quello a cui abbiamo voltato la faccia con indifferenza, a quello che per inseguire logiche di potere - economico o elettorale o di sola immagine - non abbiamo prestato attenzione
A quel bambino che nel migliore dei casi, un po' cresciuto, mi ritrovo a Nisida in una cella che diviene per lui ancora di salvezza e, nel peggiore, sulle pagine dei giornali perché morto ammazzato. Dalla camorra. Da chi voleva fermare un'aggressione. Dalla nostra ipocrita indifferenza.
*Sacerdote, cappellano del Carcere minorile di Nisida e direttore della fondazione ecclesiale Regina Pacis
di Eduardo Cicelyn
Corriere del Mezzogiorno, 8 febbraio 2021
Quando i carabinieri ti vengono a trovare non è che proprio sei contento. Questa volta però sentivo di meritare una bella notifica. C'era una bella giornata di sole. Propendevo all'ottimismo. E poi - pensavo tra me e me - se devono recapitare una brutta notizia in genere si presentano a casa, di prima mattina, e non sono molto gentili.
A me, per esempio, era successo nei primi giorni del 2018 di prendere un amaro caffè alle 6 del mattino con alcuni militari venuti a cercare quadri falsi nella mia abitazione. All'epoca feci anche un po' lo spiritoso, sfidandoli sull'attribuzione di certe opere astruse aggrappate alle mie pareti, strane immagini timorose e divertite di esser scambiate quasi sempre per sgorbi insignificanti che anche un bambino può fare.
Chiunque abbia in casa un'opera contemporanea ha dimestichezza con gli sguardi di sufficienza e i commenti ironici di parenti, fornitori e visitatori occasionali. Allora i carabinieri non trovarono o non seppero riconoscere i falsi, però mi condussero in caserma per scaricare tutte le chat dal telefonino e interrogarmi su un presunto giro di falsari sul quale la procura indagava da tempo. Dal documento che mi mostrarono seppi di essere anche io (forse) del giro. Insomma ero tra gli indagati.
Mi veniva da ridere, lo ammetto. Ho sempre lavorato con artisti viventi, i quali avrebbero dovuto falsificarsi da soli perché io potessi collaborare all'infame mercimonio. Tuttavia, scartabellando tra i ricordi minimi, mi tornò in mente un piccolo disegno di Piero D'Orazio che avevo venduto a un collezionista l'anno prima, dunque molti anni dopo la morte dell'autore. L'avevo avuto da un amico spensierato che ho perso con dolore l'anno scorso. All'apparenza era ben fatto, ben firmato, ben documentato e anche archiviato. Dissi ai carabinieri che l'avrei ripreso e consegnato loro perché potessero verificarne l'autenticità. Lo feci subito. Cioè oltre tre anni fa.
Questo non impedì che sui giornali locali, rigorosamente in prima pagina, (solo) il nome mio venisse pubblicato come autore insieme ad altri sconosciuti di una probabile truffa ai danni di alcuni collezionisti a me peraltro ignoti. Nessuna meraviglia, è chiaro. Come ha scritto qualcuno o forse io stesso, non ricordo, dalle nostre parti i giudici fanno indagini sociologiche e i giornali emettono sentenze. Tant'è che non si è saputo più niente di quell'inchiesta, ma tutti ricordano che io e altri (forse) producevamo e facevamo circolare false opere d'arte. L'ha scritto il giornale, l'hanno detto in televisione: una qualche verità pure ci sarà.
Dunque, quando l'altro ieri dalla stazione dei carabinieri nella quale fui a lungo interrogato hanno fatto sapere che c'era una notifica da ritirare, io ingenuamente ho pensato che qualcosa di buono avrei saputo delle indagini. Avendo la coscienza a posto, insomma ero quasi convinto che m'avrebbero riaffidato il quadro di D'Orazio insieme con qualche documento che mi restituisse il poco onore ancora rimasto. Niente di tutto questo.
Manco a dirlo, state pensando voi. E infatti non faticherete a mettervi nei panni miei, quando ho letto che si trattava della notifica di un vecchio provvedimento. Ieri sono andato in caserma solo perché il gip voleva comunicarmi che il 17 dicembre del 2018 le indagini a mio carico erano state prorogate. Ho impiegato due anni per saperlo. Così, per ingannare il tempo passato, presente e chissà quanto altro a venire, ho cominciato a figurarmi la scena alla moviola dei due pm Alessandra Converso e Maria Teresa Orlando intrappolate in "complesse attività di indagini assolutamente indispensabili" che implorano il gip Rosa de Ruggiero di concedere tempo ulteriore in attesa di relazioni tecniche su decine di quadri di autori diversi.
Hanno commissionato un bignamino della storia dell'arte, la cui scrittura sarà stata affidata a prezzo di saldi a qualche studioso bisognoso, mentre i carabinieri da due anni piantonano l'uscio delle stanze dei magistrati indecisi sul da farsi. Un amico misogino ha commentato tra i denti che in fondo è solo una questione di donne, che in genere sono molto studiose ma anche troppo indaffarate in tante cose diverse, tra famiglia e lavoro.
Mi dispiace l'immagine. Sono della scuola che la giustizia non ha sesso né partito e che debba fare il suo corso, ma questo lungo, lunghissimo corso - devo ammetterlo - mi molesta. A me ormai sembra piuttosto una giustizia fuori corso, insomma un'ingiustizia. Dunque, agli inquirenti - e uso il maschile absit iniuria verbis - vorrei indirizzare una piccola preghiera. Di grazia, potrei sapere in qualche modo se tre anni fa ho davvero commerciato un'opera falsa? Se tale però non è, per cortesia, ne gradirei la restituzione. Sapete com'è, quelli come me non vivono di pubblico stipendio. Una compravendita, per quanto minima, è lo scopo del mio lavoro. Onesto, fino a prova contraria.
La Nuova Sardegna, 8 febbraio 2021
Nella Sardegna come terra di mezzo, luogo di riflessione e d'espiazione, si sono dati appuntamento Piergiorgio Pulixi, l'autore del "Libro delle anime" che ha vinto il premio Scerbanenco 2019, e gli studenti della casa circondariale di Alghero. Mentore dell'incontro il Salone del libro di Torino con l'iniziativa "Adotta uno scrittore".
Il progetto, come spiega lo scrittore cagliaritano che vive e lavora a Milano, iniziato con incontri in presenza si è trasferito on line per effetto della pandemia, ma è risultata essere uno dei più riusciti, perché più coinvolgente e interattivo.
"Adotta uno scrittore - dice il direttore del Salone del libro Nicola Lagioia - è una delle iniziative di promozione della lettura del Salone Internazionale del Libro di Torino in cui negli anni abbiamo investito con più tenacia, certi del fatto che la scuola sia il contesto in cui si formino non solo le nuove generazioni ma anche i futuri cittadini. Ne è testimonianza il fatto che negli ultimi anni c'è stata un'apertura a livello nazionale del progetto, quest'anno ancora più strutturata grazie alla collaborazione con il Centro studi per la scuola pubblica".
"Portare -aggiunge Lagioia - le scrittrici e gli scrittori a contatto con gli studenti, portarli nelle scuole - nonché in luoghi di recupero sociale come le carceri - significa assolvere a un importante dovere civico, significa provare a trovare delle risposte sensate alle urgenze del nostro tempo assieme ai ragazzi che sono il futuro del Paese".
Il romanzo di Piergiorgio Pulixi che è entrato nel programma dell'iniziativa del Salone è il primo in cui l'autore noir ambienta il caso in Sardegna, una terra solare e cupa, densa di presagi e di tradizioni che si perdono nella notte del tempo; di paesaggi struggenti ed aspri che i lettori attraversano in un itinerario archeologico e antropologico, puntellato di delitti e ossessioni.
"Adotta uno scrittore" nel carcere di Alghero: ci racconta com'è andata?
"Il progetto legato al Salone del libro va avanti da diciassette anni, ha coinvolto più di centomila studenti e almeno dodici case di reclusione. Io ho partecipato con l'Ipsar di Alghero, insieme alla professoressa Angela Vaudo, e con la dottoressa Luisa Villanti, capo area educativa della casa di reclusione, che avevano impostato il lavoro. La natura del progetto infatti è far dialogare classi delle scuole superiori 'normali' e classi 'particolari' come quelle all'interno del carcere. A fare da trait d'union tra le classi, Il libro delle anime è stato l'occasione per elaborare percorsi tematici legati alle tradizioni culinarie e all'antropologia della Sardegna.
Nello specifico, la quinta dell'Ipsar di Alghero porta avanti un progetto dal titolo "I sapori della natura", per cui i ragazzi si sono impegnati a rintracciare i piatti presenti nel libro: le ricette di Barbagia, i culurgiones ogliastrini e nei nostri incontri raccontavano le origini delle ricette. Nella classe carceraria mi hanno detto che il libro per loro è stata un'evasione perché li ha portati ad immergersi nei territori della Sardegna, ripercorrerlo in un itinerario da Sud a Nord passando attraverso il regno delle Barbagie per scoprire sapori e profumi. Anche perché molti di loro non sono sardi".
In che modo la narrazione, la letteratura e il noir in particolare diventano strumenti di riflessione su di sé e sulla realtà?
"I ragazzi del carcere hanno una potenzialità inespressa che gli deriva dal non poter visitare fisicamente i luoghi. Anche se molti vanno lavorare, perché sono in semilibertà, non possono entrare in contatto con la natura, non possono fare una passeggiata in una foresta, visitare luoghi di culto nuragici. Per loro è stato un ubriacarsi della natura e delle sensazioni che ho descritto. Mi era già capitato di fare un laboratorio nello stesso carcere ed era emersa in quell'occasione, come ora, la voglia di scrivere. Molti sentivano l'urgenza di esorcizzare le proprie storie proprio perché hanno capito i loro errori e hanno deciso di guardare avanti. Credo sia questo il motivo che ha fatto scegliere loro il percorso educativo nel carcere per diplomarsi o anche per laurearsi. Parte del mio intervento si è concentrato in questo nodo: spiegare loro in cosa consiste la scrittura e come possono sfruttare la scrittura in forma di auto-terapia, per esorcizzare il proprio passato".
Uno dei problemi del carcere, oltre la noia, è la dimensione individuale cui ti relega; i progetti che arrivano dall'esterno attivano la dimensione collettiva, fondamentale in un processo di rieducazione sociale?
"Alghero è un carcere modello e ha una bellissima biblioteca. La dimensione collettiva è difficile da gestire, io ci provo ma soprattutto ci riescono meglio di noi le insegnanti. Più difficile per noi, che in poche ore dobbiamo creare questo tessuto. Bisogna infatti tener conto delle specificità culturali dei ragazzi: molti sono di origine straniera per cui non è possibile portarli tutti sulla stessa lunghezza d'onda e non hanno delle coordinate culturali in cui ritrovarsi immediatamente; quindi è un lavoro di fino e le insegnanti in questo sono strepitose. La cultura, lo studio riescono a ricamare un tessuto tra di loro, li portano a trascorrere insieme un tempo che altrimenti passerebbero da soli o con i propri conterranei".
Cosa ti hanno lasciato gli studenti di Alghero; cosa pensi di aver lasciato loro?
"Come ho detto, nello stesso carcere ero già entrato per un altro laboratorio: consegni i documenti, gli effetti personali, giro di chiave, sbarre; entri in una dimensione di cattività. Negli incontri ho cercato di spiegare loro quanto la lettura serva a corroborare l'anima, sia una compagna di vita, ma soprattutto alleni il muscolo della tua immaginazione e questo l'hanno apprezzato. Molti non leggono per partito preso ma una volta che scoprono la lettura si pentono e scoprono qualcosa che rende la vita più leggera. Io da parte mia ho imparato a non avere pregiudizi. La cosa più straniante è che non hai la percezione del male che i carcerati possono aver fatto, vedi solo ragazzi che ti vengono incontro per capire cosa stai cercando di comunicare loro. La vita porta a fare sbagli ed è difficile giudicare l'uomo, si può solo giudicare la scelta".
Cosa c'entra il noir con la dimensione mitologica? È una moda oppure davvero serve a illuminare la società? A monte del romanzo c'era la volontà di far convergere generi diversi oltre il thriller e il noir: volevo raccontare la Sardegna archeologica e antropologica.
"Il libro è un inno a chi ha raccontato la Sardegna prima di me: Fois, Atzeni, Satta; la Deledda non è mai citata ma di lei è palesemente intriso il libro. Sergio Atzeni in "Passavamo sulla terra leggeri" è stato il primo a creare una sorta di epos legato al territorio: un segreto che la tradizione successiva non ha seguito. Durante una presentazione a Milano in cui parlavo di Sardegna ho scoperto che il pubblico confondeva i nuraghi con i trulli pugliesi. Per me scrivere questo romanzo atipico era un modo per far scoprire la Sardegna attraverso un genere letterario popolare, come lo spaghetti western. Molti mi hanno scritto che verranno in Sardegna usando il libro come itinerario".
La scrittura restituisce una localizzazione toponomastica dell'isola ad ogni capitolo. E' un viaggio cinematografico. Lo vedremo in streaming su Netflix come la trilogia del Baztan di Dolores Redondo?
"Ci sono stati contatti da parte di produzioni televisive, ma non è facile. Quanto alla Spagna è stata tra le prime a comprare i diritti di traduzione perché tra noi e loro ci sono molte affinità".
Il Giorno, 8 febbraio 2021
Gli avvocati inviano una lettera-appello alla Corte d'Appello di Milano in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. "Il lockdown dei processi non diventi il lockdown della Giustizia e del Diritto": È il chiaro e forte auspicio che viene lanciato dagli avvocati della Camera penale di Monza che, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, hanno inviato una lettera alla Corte di Appello di Milano per segnalare le criticità della giustizia, anche monzese, a causa dell'emergenza sanitaria Coronavirus.
"Le norme emergenziali mirano a limitare la presenza fisica dei dipendenti negli uffici delle amministrazioni pubbliche, fatte comunque salve le attività indifferibili e l'erogazione dei servizi essenziali prioritariamente mediante il ricorso a modalità di lavoro agile; troppo spesso, se ne dolgono in molti e non solo avvocati - scrive il direttivo della Camera penale di Monza, presieduta dall'avvocata Noemi Mariani - ciò si traduce in una violazione dei principi di buon andamento della pubblica amministrazione, con conseguenti forti disagi per l'avvocatura e disservizi tangibili per il cittadino. È sotto gli occhi di tutti come nel settore della giustizia questa modalità "agile" non funzioni perché il personale non è autorizzato ad accedere appieno ai sistemi informatici da dispositivi diversi da quelli ubicati in sede e quindi, da casa, può fare pochissimo o nulla. Ciò viene detto con la consapevolezza che prendere decisioni sia difficile, ma nel bilanciare contrapposti interessi le istituzioni possono e devono fare di più, prima che sia tardi". Le toghe della Camera penale monzese auspicano anche che "la digitalizzazione di alcune attività difensive non sia un'occasione persa, ma una risorsa da gestire con prudenza" attraverso "seri interventi sul (mal)funzionamento del Portale del Processo Penale Telematico".
Poiché continuano "ogni Procura manifesta un distinto approccio che sta già creando una Babele giudiziaria" e sono contrari "ad un processo da remoto usato come il grimaldello per raggiungere il malcelato obiettivo di una smaterializzazione (o smantellamento di fatto) dell'udienza dibattimentale, meccanismo fittizio che nulla ha a che fare con l'efficienza, anzi tradisce le più basilari garanzie costituzionali".
La Gazzetta di Modena, 8 febbraio 2021
In piazza Grande il comitato che vuole avere giustizia sui decessi dell'anno scorso "Le istituzioni sono silenti. Vorremmo un consiglio comunale straordinario".
"Di botte ne hanno prese tante, non saranno quelle che verranno a fargli paura". In piazza Grande risuona una voce attribuita al fratello di un detenuto modenese trasferito ad Ascoli. La testimonianza è riportata dal comitato "Verità e giustizia per la strage di Sant'Anna". Il gruppo sta costruendo un mosaico sulle nove morti dell'8 marzo scorso carcere. "Quanto è stato detto all'inaugurazione dell'anno giudiziario ci è sembrato imbarazzante - critica Alice Miglioli, tra i portavoce del comitato - Si sono affrettati a mettere a tacere le testimonianze di quanto sta uscendo".
Testimonianze come quella rivendicata ieri dal comitato. "La Procura ha accertato che i nove detenuti sono deceduti per l'assunzione di sostanze stupefacenti - ha sottolineato Giovanni Salvi, procuratore generale della Cassazione, all'inaugurazione dell'anno giudiziario - sottratte dalla farmacia e non per violenze esercitate nei loro confronti". Immediato il supporto del sindacato Uilpa: "Queste parole restituiscono dignità e orgoglio al Corpo di Polizia Penitenziaria".
"I detenuti venivano trattati come bestie - la replica che arriva dalla piazza - Prima lasciati a loro stessi e poi brutalmente picchiati e uccisi di botte". "Il comitato chiede al sindaco di Modena la convocazione di un consiglio comunale straordinario per il giorno 8 marzo, nell'anniversario della strage - la proposta lanciata ieri - affinché le istituzioni, finora tristemente silenti, si uniscano alla richiesta di verità". Una richiesta estesa alla città: "Alla società civile modenese, agli intellettuali, al mondo accademico, alle organizzazioni sindacali e associative".
Tra domenica 7 e lunedì 8 marzo saranno organizzate iniziative davanti al carcere e in altri luoghi cittadini. Il comitato sta ricostruendo la rete solidale di contatti di detenuti trasferiti dal Sant'Anna. Non sono in cantiere indagini sui presunti legami tra la criminalità organizzata e le rivolte su scala nazionale. "Quelle rivolte erano dettate dalla paura del contagio che in carcere è assolutamente reale", testimonia Miglioli.
di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 8 febbraio 2021
La certezza che saranno gli ultimi a essere vaccinati e la proibizione di ogni relazione sociale o collettiva li immerge in una condizione di buio. Nel mondo che li vuole soli e isolati il fatto che da loro salga una domanda di socialità è una buona notizia. Figurarsi, spesso non votano neanche. Sono i giovani di questo paese. Los Olvidados, i dimenticati. Ogni tanto un fatto di cronaca ci ricorda che ci sono anche loro, in questo mondo in mascherina. Per randellarli ben bene basta una foto dei Navigli affollati una sera. Per ascoltarli non basta la notizia che nel 2020 l'unità di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza ha avuto 300 ricoveri, quasi uno al giorno, per attività autolesionistiche di varia natura fino a propositi suicidi. L'anno prima erano stati 12, uno al mese. Vogliamo attribuire anche questo al nefasto anno bisesto o vogliamo cominciare a capire che tutta la società dovrebbe piegarsi, come un albero disneyano, verso i più piccoli e i più giovani e ascoltare la loro voce, per quanto flebile sia?
La prosecuzione della pandemia fino a un momento che nessuno indica, la certezza che loro saranno gli ultimi a essere vaccinati, il ripetersi della proibizione di ogni relazione sociale collettiva - scuola, concerti, cinema, discoteche, cene con gli amici - la impossibilità di programmare, forse persino di sognare, un viaggio o una vacanza immerge i ragazzi in una condizione di buio e di solitudine.
Questa crisi, della quale stiamo per celebrare un anno, delimita il loro principale spazio vitale in un ambito, la casa, che è quello da cui ogni adolescente spera di poter uscire e finisce con lo strutturare il grosso dei rapporti di relazione, persino verbale, in una dimensione, la famiglia, dalla quale a quella età si vuole e si deve conquistare una sana autonomia. In casa, in famiglia, con la scuola spesso a distanza, dovendo rincasare tutte le sere, da mesi, al massimo alle dieci, senza la possibilità di condividere uno spazio pubblico comune di musica, di tifo sportivo, di sereno trascorrere in compagnia del "caro tempo giovanil".
Ha detto la psicologa Anna Oliverio Ferraris: "Molti adolescenti, privati della scuola e della vita sociale, vivono come se fossero anziani o malati. E il fatto che questo isolamento si stia prolungando è rischioso: il rischio dell'abitudine è che poi diventa irreversibile... Gli adolescenti in casa tornano sotto il controllo totale dei genitori. Genitori che diventano iper-controllanti, proprio in quell'età in cui dovrebbe esserci lo svincolo dalla famiglia, la distanza, l'autonomia. Invece fanno un passo indietro, tornano a essere bambini sotto l'ombrello protettivo e onnipresente di madre e padre, vediamo un processo di infantilizzazione, che certo non è positivo".
Una ragazza, Virginia Perna, ha scritto un bel testo nella pagina delle lettere del Corriere: "Alla noncuranza verso i giovani si aggiunge il continuo disprezzo degli adulti nei confronti delle nuove generazioni. Teppisti, irrispettosi, nullafacenti, drogati e per ultimo untori. Pensate che strano, dei giovani reclusi per mesi nelle loro stanze illuminati dalla sola luce di uno schermo si permettono di uscire quando possono... Noi non vediamo prospettive per il futuro, l'oscurità ci pervade e stiamo male. Un male che voi adulti non avete mai provato...".
In un liceo di Roma una ragazza è stata fermata nei giorni scorsi da una collaboratrice scolastica mentre si stava accingendo a varcare una finestra del secondo piano e storie così sono accadute in molti luoghi di questo paese. Ci si rende conto cosa significhi tutto questo, ad esempio, per i ragazzi che sono andati dalle medie al ginnasio, che passano dall'essere bambini alla condizione di adolescenza e sono, in questi anni cruciali, privati della normalità della loro evoluzione? Qualcuno sta sondando la condizione dei ragazzi delle grandi periferie urbane che al malessere della loro condizione aggiungono l'incertezza che avvertono per la condizione del lavoro del padre e/o della madre?
Un professore di quel liceo mi dice che i ragazzi si stanno spegnendo, stanno perdendo attenzione, si stanno lasciando andare, si chiudono nelle loro stanze separandosi dal mondo. La sensazione che tutto sia precario rende per loro il futuro una minaccia e non la più affascinante delle opportunità. Restano il silenzio delle stanze chiuse, il conforto spesso esclusivo della rete che tra mille contraddizioni rompe comunque questa solitudine.
Abbiamo visto anche le risse gratuite tra i ragazzi a Villa Borghese, figlie di un malessere che sarebbe sbagliato etichettare sbrigativamente. Los Olvidados. Mi ha colpito che in questo paese con i capelli bianchi nessuno si sia fermato, anche solo un attimo, per chiedersi se fosse proprio da escludere l'idea di cominciare a vaccinare, oltre al personale sanitario e agli ultraottantenni, proprio i più giovani. Per restituire loro una normalità la cui perdita, a quindici o venti anni, è una ferita difficilmente rimarginabile.
A Mario Draghi tutti, in questi momenti, chiedono ogni cosa perché, dopo anni di zuzzerellona sbornia populista e demagogica, ci si è resi conto che la competenza, l'esperienza, la gentilezza che significa accoglienza e ascolto, non sono reati perseguibili, ma valori essenziali per una comunità. Io a Draghi chiederei solo di ascoltare una rappresentanza di ragazzi.
Di quelli che oggi occupano le scuole per poter studiare, che chiedono, con gli insegnanti, di poter sapere di più e meglio, non il sei politico. Ai ragazzi, che magari hanno creduto allo spirito indotto del tempo egoista che raccomandava di tenersi ben lontani dall'impegno civile e di curarsi solo di loro stessi, vorrei dire che tra le tante cose meravigliose della loro difficile stagione della vita c'è anche la difesa dei propri diritti, il vivere insieme esperienze di comunità politica, culturale o sociale. E che quindi più loro si organizzeranno, saranno davvero rete, più le loro esigenze saranno considerate centrali e la loro voce non sarà un grido muto. Nel mondo che li vuole, in ogni caso, soli e isolati, il fatto che da loro salga, in mille forme, una domanda di socialità è una buona notizia.
Basta solo ascoltarli. In famiglia, a scuola, nelle istituzioni. E costruire per loro un futuro in cui non esistano solo debito pubblico da portare sulle spalle e precarietà sociale. Nel 2020 in Italia ci sono stati 300.000 nati in meno di quanti siano defunti, e ci sono oggi la metà delle culle rispetto al 1975. In questo paese egoista, che invecchia e fa debiti per chi nasce, dovremmo avere almeno avere un'attenzione. Dovremmo ascoltare la voce e occuparci davvero, sinceramente, dei pochi clienti del nostro futuro.
piuomenopop.it, 8 febbraio 2021
Raccontare l'esperienza di "insegnante di rap" nelle carceri minorili tramite le parole di un libro e la musica di uno street album: questo l'obiettivo del rapper e scrittore Francesco "Kento" Carlo che giovedì 28 gennaio pubblica "Barre". Il libro "Barre - Rap, sogni e segreti in un carcere minorile", edito da minimum fax, è disponibile in tutte le librerie, mentre lo street album intitolato "Barre Mixtape" è su tutte le piattaforme digitali e, nelle prossime settimane, uscirà su vinile per Aldebaran Records.
Nelle 177 pagine del volume, Kento racconta la sua esperienza maturata in oltre dieci anni di laboratori in vari istituti penitenziari italiani, a contatto con centinaia di ragazzi detenuti, insieme ai quali ha scritto strofe, ritornelli e punchline. Nei suoi laboratori, Kento stimola a incanalare nella creatività la rabbia, la frustrazione e la tentazione di fare del male agli altri e, più spesso, a sé stessi. Barre racconta queste esperienze - con gli strumenti della narrativa, perché la legge impone di non rivelare nulla che possa collegare le vicende narrate ai protagonisti reali - e insieme riflette sul classismo insito nel sistema della giustizia minorile italiana, in cui a finire dentro spesso non sono i più colpevoli ma semplicemente gli ultimi per condizione economica, culturale e sociale. Barre, come quelle di metallo alle finestre della cella. Barre, come vengono comunemente definiti i versi di una strofa rap. Barre, come i segni di penna sui nomi dei ragazzi che non frequentano più i laboratori. Perché sono usciti, finalmente liberi. Perché sono diventati grandi e devono trasferirsi nel carcere degli adulti. Perché non sono mai rientrati dai permessi premio, e chissà che fine hanno fatto.
Il disco è stato registrato e masterizzato allo storico Quadraro Basement e vede le produzioni di Shiny D, Goedi, DJ Fuzzten, Gian Flores, Dj Dust, Giovane Werther e un feat. di Lord Madness. Tredici tracce dove la poesia incontra il boombap e le classiche rap ballad si alternano a incursioni nelle sonorità più moderne, senza mai perdere l'attenzione al messaggio che è da sempre il tratto distintivo dell'MC reggino. Un lavoro legato a doppio filo al libro perché nato dalla stessa ispirazione, e scritto in buona parte nel periodo in cui - per colpa del lockdown - i laboratori in carcere hanno subito un'interruzione forzata, così come i concerti. In attesa di poterlo sentire dal vivo, è prevista quindi un'edizione in vinile di sole 100 copie numerate a mano e autografate, su supporto in formato 180 grammi nero con effetto marmorizzato giallo, che richiama la copertina del libro. Il vinile di Barre Mixtape è disponibile in pre-ordine sul sito di Aldebaran Records in bundle con il libro stesso e, per chi vorrà, anche con una t-shirt realizzata in esclusiva dalla cooperativa Jailfree, che si occupa del reinserimento lavorativo dei detenuti.
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