di Rossella Grasso
Il Riformista, 9 febbraio 2021
Solo nel 2018 sono state 895 le ordinanze di pagamenti per un totale di 33.373.830 euro. La giustizia italiana si è rivelata più volte fallibile: ogni anno sono numerosissimi i casi di errori giudiziari che causano anche la detenzione ingiusta, a volte anche per anni. Altre volte la custodia cautelare dura mesi, anche anni, giorni di vita strappati ingiustamente a qualcuno che poi il Tribunale stesso dichiara innocente. La legge italiana prevede però un risarcimento per ingiusta detenzione. È la stessa Costituzione italiana ad affermare che la legge deve determinare le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.
di Gennaro Russo
altalex.com, 9 febbraio 2021
Per la Cassazione non c'è obbligo di notifica alla persona offesa in caso di sostituzione della misura detentiva per motivi sanitari (sentenza n. 165/2020). Non sussiste obbligo di notifica alla persona offesa, in caso di sostituzione della misura detentiva per motivi legati alla salute del detenuto.
La sentenza 13 ottobre 2020 - 5 gennaio 2021, n. 165 (testo in calce) della Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, trae origine dal ricorso presentato avverso l'ordinanza del Tribunale del Riesame di Palermo, che dichiara inammissibile l'appello proposto avverso il provvedimento con il quale il G.I.P. del Tribunale di Palermo rigetta la richiesta di sostituzione della custodia in carcere, applicata per partecipazione ad associazione per delinquere di stampo mafioso e reati connessi, alcuni eseguiti con violenza alla persona. In particolare, il G.I.P. non ravvisa alcuna ragione d'incompatibilità con il regime carcerario del ricorrente, ultrasessantenne e soggetto a rischio di contrazione del virus Covid-19.
Conferma la declaratoria d'inammissibilità anche il Riesame, che ha rilevato l'assenza di notifica alla persona offesa all'atto di presentazione dell'istanza di sostituzione del regime cautelare. Il ricorrente, per il tramite del suo difensore, ricorre in Cassazione ritenendo che, secondo quanto disposto dall'art. 275 co. 4 c.p.p., non fosse necessaria la predetta notifica per far valere una situazione d'incompatibilità con il regime intramurario, dovuta all'età e alle condizioni di salute del detenuto.
Il diritto alla salute e il rapporto con la funzione rieducativa della pena
La Suprema Corte si sofferma sull'applicabilità dell'art. 32 Costituzione, disciplinante il diritto alla salute. Il riconoscimento di tale diritto quale valore costituzionale supremo è il risultato di un'evoluzione giurisprudenziale, che ritiene applicabile l'art.32 Cost. a qualsiasi cittadino, anche se sottoposto a misure restrittive della libertà personale. Tuttavia la Cassazione, in varie sentenze tra cui la n. 2819/1992, ha più volte ribadito la necessità di bilanciare tale principio con quelli dell'uguaglianza (art.3 Costituzione) e del senso di umanità (art. 27 Costituzione), principi che devono caratterizzare l'esecuzione della pena, precisando che tale compito spetta al giudice, il quale è tenuto a motivare la sua decisione. L'art. 32 Cost. è divenuto, nel tempo, uno dei baluardi del trattamento rieducativo, in combinato disposto con gli artt. 27 co.3 e 13 co.4 della Costituzione, diventando un diritto centrale all'interno della normativa sia penale che penitenziaria.
Circa il diritto alla salute, si è pronunciata anche la Corte Costituzionale, che ha affermato il "valore primario, sia per la sua inerenza alla persona umana sia per la sua valenza di diritto sociale, caratterizzante la forma di Stato sociale, designata dalla Costituzione" (Corte Cost., sentenza n. 37 del 1991). Tale valore è ribadito, nella sentenza n.99 del 2019, in cui emerge l'apertura verso il riconoscimento della prevalenza del diritto alla salute nel bilanciamento con il principio di ordine e sicurezza pubblica. Tale apertura è individuata anche nella giurisprudenza sovranazionale, dove il diritto alla salute viene ricondotto quale corollario del diritto alla vita (art. 2 Cedu), del divieto di pene e trattamenti inumani o degradanti (art. 3 Cedu) e del diritto della vita privata e familiare (art. 8 Cedu).
Tale filone, che ha trovato inizio con la sentenza Mouisei (Corte Edu, 14 novembre 2002, Mousiel c. Francia), ha avuto consacrazione nella sentenza Xiros (Corte Edu, 9 settembre 2010 n. 1033. Xiros c. Grecia), con cui la Corte ha chiarito che il diritto alla salute si specifica in "tre obligations particulières: verificare che il detenuto sia in condizioni di salute tali da poter scontare la pena, somministrargli le cure mediche necessarie e adattare le condizioni generali di detenzione al suo particolare stato di salute".
La Corte di Cassazione, a seguito di tale evoluzione giurisprudenziale, afferma che "è quindi necessario un bilanciamento dei diritti in gioco, poiché se così non fosse l'esecuzione della pena verrebbe illegittimamente ad incidere sul dritto alla salute costituzionalmente riconosciuto a tutti e si risolverebbe in un trattamento contrario al senso di umanità, cui la Costituzione deve ispirarsi".
La pronuncia della Cassazione: il ricorso viene accolto - La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato, ritenendo che "l'obbligo di notifica di cui all'art. 229 c.p.p. sorge qualora vi sia il rischio di recidiva personale, poiché è tale rischio che genera il diritto della vittima a partecipare al procedimento incidentale sulla libertà e a rappresentare le proprie ragioni attraverso il deposito di memorie. Tale rischio di recidiva e pericolosità sociale, deve ritenersi quantomeno fortemente scemato in presenza di condizioni di salute fragili riscontrate nel detenuto".
Quindi la ratio della norma d'impedire che vi possa essere una "vittimizzazione secondaria" della persona offesa, che tramite la notifica esercita il diritto al contradittorio cartolare postumo su revoca e sostituzione delle misure adottate, trova quindi limite nel nucleo irriducibile del diritto alla salute, protetto dalla Costituzione, anche alla luce del principio costituzionale dell'umanizzazione e della funzione rieducativa della pena, nonché della previsione della normativa sovranazionale che proibisce la sottoposizione del detenuto a tortura o a trattamenti inumani o degradanti, specie ove si afferma che la finalità del trattamento sanzionatorio deve essere quella di salvaguardare la salute e la dignità della persona.
Per tali motivi, la Corte ritiene che la questione sollevata circa l'applicabilità della previsione di cui all'art. 299 comma 2bis c.p.p., debba essere accolta. La Suprema Corte stabilisce che nel caso in cui venga prospettata l'incompatibilità con il regime carcerario delle condizioni di età e di salute del detenuto in stato di custodia intramuraria, nel caso di revoca o di sostituzione della misura cautelare, venga meno dell'obbligo di notifica alla persona offesa.
di Iolanda Barera
Corriere della Sera, 9 febbraio 2021
Il lavoro è anche riscatto personale. Lo sa bene Giuseppe (il nome è di fantasia). Ha avuto una vita difficile fin dall'inizio: è stato trovato neonato in una scatola da scarpe. Vincenzo Lo Cascio, il responsabile dell'ufficio centrale lavoro detenuti, l'ha conosciuto a Rebibbia, quando aveva scontato 15 anni e gliene mancavano ancora cinque.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 9 febbraio 2021
L'applicazione della misura cautelare impone la prognosi del giudice sulla condanna, la cui entità spiega i suoi effetti anche dopo l'irrogazione. La custodia cautelare carceraria va sostituita da misura meno afflittiva non solo in fase applicativa, quando il giudice prognostica come infratriennale la futura condanna, ma anche quando durante l'esecuzione intervenga condanna - anche non definitiva - inferiore a tre anni. La Cassazione, con la sentenza n. 4948/2021, ha posto rimedio alle diverse interpretazioni dovute alla lacuna normativa che espressamente esclude - per le esigenze cautelari - l'applicazione della misura maggiormente afflittiva del carcere solo nella fase applicativa, cioè quando la prognosi del giudice sulla futura condanna si assesti entro i tre anni.
La vicenda prende le mosse da due errori dei giudici di merito in questo caso. Il primo l'assenza di tale giudizio prognostico che non può assolutamente mai mancare al fine di applicare o escludere la misura cautelare. Il secondo la non presa in considerazione dell'intervenuta condanna, non superiore a tre anni, per quanto non definitiva. Spiega, infatti, la Cassazione che se è vero che il comma 2 bis dell'articolo 275 del Codice penale prescrive esplicitamente tale obbligo prognostico da parte del giudice solo al momento di decidere, ciò non azzera la previsione dell'articolo 299 dello stesso Codice, che impone al giudice di valutare adeguatezza e proporzionalità delle misure restrittive della libertà personale, anche nelle fasi successive all'irrogazione.
Quindi anche nella seconda fase, cioè dopo l'applicazione, che la Cassazione definisce "dinamica", si impone appunto di provvedere a sostituire con misura meno afflittiva del carcere il rispetto delle esigenze cautelari, nel caso in cui sia intervenuta condanna inferiore a tre anni anche se non ancora definitiva.
di Francesco Oliva
Corriere Salentino, 9 febbraio 2021
I familiari: "Non sappiamo nulla sulle cause, vogliamo la verità". Una telefonata per comunicare ad un nipote la morte dello zio senza spiegare le cause del decesso. Da allora nessun'informazione. E ora i familiari di Fernando Frisulli vogliono giustizia e verità sul decesso del proprio familiare nel carcere di Catanzaro il 2 febbraio 2021. Il recluso è di Lecce.
Il 10 febbraio avrebbe compiuto 50 anni. Nel penitenziario della città calabrese l'uomo era stato trasferito da circa 3 anni. Un provvedimento su cui sono state fornite sempre scarne motivazioni.
Come poche sono le indicazioni sulla morte del detenuto. Quel che si sa è che il pubblico ministero della Procura di Catanzaro, Domenico Assumma, ha aperto un fascicolo d'indagine ipotizzando l'accusa di omicidio colposo per il momento a carico di ignoti. E, nella giornata di martedì 9 febbraio 2020, sarà conferito incarico al medico legale di Isabella Aquila per eseguire l'autopsia.
I familiari di Frisulli si sono rivolti allo Sportello dei Diritti da sempre impegnato nella tutela dei detenuti. Dubbi e interrogativi, infatti, accompagnano la morte dell'uomo. Si tratta di un suicidio? O cos'altro. Dal penitenziario i parenti dell'uomo non hanno ricevuto altra informazione se non l'avviso di accertamento tecnico non ripetibile relativo all'autopsia dopo la telefonata con cui hanno comunicato il decesso dell'uomo. "Vogliamo sapere cosa è successo in carcere" fanno sapere. Frisulli non era sposato ma aveva mantenuto i rapporti con le sorelle con le quali c'è stato uno scambio di lettere fino alle scorse settimane. Poi il silenzio interrotto dalla telefonata dalla direzione penitenziaria al nipote del detenuto. Frisulli era entrato in carcere circa quattro anni fa perché ritenuto autore di una serie di furtarelli ed il fine pena era fissato fra un anno.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 9 febbraio 2021
"Vaccino per detenuti e poliziotti". È Antonio Maiello, agente penitenziario di 52 anni, la prima vittima del Covid dopo il focolaio registrato nei giorni scorsi nel carcere casertano di Carinola dove attualmente sono detenute circa 300 persone. "Tonino", così come veniva chiamato da familiari e amici, era ricoverato al Covid center di Maddaloni (Caserta) e dopo tre giorni di terapia intensiva non ce l'ha fatta. Sposato con due figli, viveva nel comune di Cellole.
Maiello era risultato positivo al virus insieme ad altri 16 colleghi, alcuni dei quali ricoverati - secondo quanto denunciato dall'Unione sindacati di polizia penitenziaria (Uspp) - in ospedale. Casi di positività che hanno spinto la direzione del carcere guidato da Carlo Brunelli a sottoporre a tampone i detenuti presenti. Screening dal quale è emersa la positività, al momento, di un solo detenuto che si trova in isolamento.
"Da tempo chiediamo il vaccino anticovid per tutti i detenuti" spiega al Riformista Emanuela Belcuore, garante della provincia di Caserta. Poi l'appello ai magistrati di sorveglianza "affinché si velocizzi l'iter che prevede la possibilità, per chi ne ha i requisiti, di scontare il resto della pena a casa e non in carcere". Al momento nel carcere di Carinola sono sospesi "per motivi precauzionali" gli ingressi per i volontari oltre che le attività scolastiche e i corsi professionali e trattamentali.
Sulla vicenda interviene l'Uspp, Unione sindacati di Polizia Penitenziaria, con una nota di Giuseppe Moretti (presidente nazionale) e Ciro Auricchio (segretario regionale campano), che esprimono "vicinanza alla famiglia del povero collega e le più sentite condoglianze. Non è la prima volta - proseguono - che un collega ci lascia per aver contratto il Covid-19.
Ci risulta che altri colleghi in servizio al carcere di Carinola siano ricoverati per la stessa causa. Chiediamo, pertanto, un'accelerazione del piano operativo vaccinale che prevede, nella fase 3, la somministrazione del vaccino anche per la Polizia Penitenziaria.
In seguito alle rassicurazioni ricevute dalla Segreteria Nazionale a Roma dal Commissario straordinario per l'emergenza Domenico Arcuri sulla priorità della somministrazione dei vaccini al personale che lavora nelle carceri, chiediamo di sollecitare le Regioni ed in particolare la Regione Campania, affinché si avvii con urgenza la somministrazione dei vaccini innanzitutto al personale di polizia Penitenziaria, che è in servizio h24 negli istituti penitenziari, al fine di scongiurare il rischio drammatico di ulteriori morti".
Il comune di Cellole è in lutto per la prematura scomparsa dell'agente penitenziario Tonino Maiello. Il parroco don Lorenzo Albano, zio della vittima, lo ricorda così: "In questa mezza umanità, che è salito al Cielo per il Covid, c'è anche mio nipote Tonino, che oggi ha risposto serenamente, il suo "Si d'Amore" a Gesù e alla Mamma Celeste...".
"Il carcere, come si sta vedendo, è tutt'altro che un luogo immune al virus, come invece dichiarato dalla politica e da improvvidi operatori della giustizia - ha detto Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti - Quattro detenuti morti per Covid in Campania, un secondo agente di polizia penitenziaria, un medico penitenziario, un migliaio di contagiati tra agenti e detenuti dall'inizio della Pandemia. È forse necessario attendere una quantità più elevata di morti e contagiati per affrontare la questione in termini di prevenzione, cura e vaccini? Anche le conseguenze sanitarie, fisiche, psicologiche di tale contagio vanno affrontate, così come una indennità di rischio per gli operatori penitenziari e sanitari. Esprimo vicinanza e cordoglio alla famiglia dell'agente di Carinola morto per Covid".
adnkronos.it, 9 febbraio 2021
Nell'istituto carcerario di Vigevano nell'ultimo mese sono risultati positivi al Covid19 ben 103 detenuti. "È uno dei cluster più importanti registrati durante l'intero periodo di Covid nelle carceri italiane". A denunciare l'entità del focolaio è il segretario generale del sindacato polizia penitenziaria S.PP, Aldo Di Giacomo. Anche se nell'ultimo mese i casi di detenuti e di poliziotti positivi è diminuito, "i detenuti positivi sono 531 di cui 484 asintomatici, 21 sintomatici gestiti nel carcere e 26 ricoverati, mentre tra il personale penitenziario ci sono 599 positivi di cui 577 con degenza a domicilio, 9 degenti in caserma e 13 ricoverati in ospedale", spiega in una nota.
"Bisogna evitare a tutti i costi che situazioni come quelle di Vigevano possa ripetersi in altri istituti di pena. I detenuti attualmente positivi di Vigevano sono stati sposati in altri istituti o altre sezioni appositamente scelte per la cura del Covid. È senza dubbio importante iniziare quanto prima il piano di vaccinazioni per i poliziotti penitenziari e i detenuti dando priorità ai 350 detenuti ultra ottantenni e con patologie severe", afferma.
"L'attenzione dimostrata sino ad oggi dal Presidente del Dap, Tartaglia, alle nostre sollecitazioni ha dimostrato di funzionare. Ora bisogna continuare con la stessa attenzione per evitare di vanificare i buoni risultati avuti negli ultimi due mesi", conclude.
di Gianrico Carofiglio e Silvana Sciarra
La Repubblica, 9 febbraio 2021
In ogni articolo sento la gentilezza, di Gianrico Carofiglio - Qualche tempo fa mi è capitato di scrivere un libro il cui titolo è "Della gentilezza e del coraggio", che è un titolo inusuale e come tale è stato considerato da molti lettori incuriositi perché i due concetti sembrano avere poco a che fare l'uno con l'altro. In particolare, non si capisce che cosa c'entri la gentilezza in un libro che parla di politica, di discorso pubblico, perché è di questo che tratta.
Faccio una precisazione che c'è nel libro, ma che ho cercato di sviluppare in più occasioni, parlando di questi argomenti. La gentilezza di cui si parla in questo saggio non sono le buone maniere, la cortesia e il garbo: tutte doti che ci piacciono, ma che appunto non riguardano questa riflessione. La gentilezza di cui si parla in questo caso è una fondamentale attitudine umana molto spesso - troppo spesso - oggi trascurata, una fondamentale attitudine umana che consiste nell'entrare in rapporto con gli altri e gestire il conflitto che è una componente inevitabile delle nostre vite collettive, evitando il più possibile procedure distruttive che neghino l'umanità dell'altro. In questo senso, quindi, la gentilezza, per quanto mi riguarda, è una virtù, una dote che prende le mosse dall'inevitabilità del conflitto nelle nostre esistenze individuali e collettive: va incontro al conflitto perché va incontro a chi ha una posizione diversa dalla nostra. È la ricerca non già di un evento distruttivo, ma di un tentativo di composizione.
Questa pratica, questa categoria concettuale, richiama alla mente altre categorie in vari ambiti del sapere, anche categorie che sono incluse nella nostra Carta Costituzionale. La gentilezza di cui si parla in questo caso è una dote indispensabile. È una categoria che attraversa la nostra Costituzione, a cominciare dal principio fondamentale che enuncia l'articolo 3: l'idea di una società in cui gli incontri - scontri siano ispirati dal principio di solidarietà, che significa, innanzitutto, principio di percezione dell'altro. Ovvero principio di consapevolezza che anche nella diversità di vedute e nella diversità di posizione di interesse sia fondamentale per una società sana un ascolto reciproco. Ascolto delle difficoltà a volte insopportabili - come sta accadendo in quest'epoca - di chi si trova in condizioni meno buone delle nostre. La gentilezza è un antidoto alla propaganda populista perché cerca la verità delle cose.
Il successo dei populismi non è tutto e soltanto fatto di manipolazioni, di notizie inventate, di comunicazione truffaldina: esso prende le mosse anche da una situazione reale, la situazione reale che caratterizza sempre di più le nostre società complessivamente sempre più ricche. È l'aumento insopportabile delle diseguaglianze. Anche durante la crisi della pandemia, noi abbiamo assistito a un meccanismo che ormai è una costante della nostra evoluzione o involuzione sociale: i ricchi diventano più ricchi. La classe media, invece, si va sempre più assottigliando fin quasi a sparire e i poveri diventano più poveri e precari.
Questa condizione generale - l'aumento della diseguaglianza - è inevitabilmente un fattore produttivo di rabbia: è la premessa per il successo dei populismi che sono capaci di dare dei nomi truffaldini alla rabbia stessa. Sono capaci di indicare dei capri espiatori che è proprio quello che cerca chi è terribilmente e giustamente arrabbiato.
La riflessione politica cui si ispira il principio di gentilezza come virtù politica ha il dovere di promuovere l'esatto contrario: la capacità di sottrarsi alle semplificazioni, di sottrarsi al rischio dei populismi più o meno striscianti e di accettare però come una responsabilità inevitabile quella di combattere il sistema delle diseguaglianze.
In questo senso, una delle mie frasi preferite è una citazione di Adorno, il filosofo tedesco. Egli diceva: la forma più alta di moralità è non sentirsi mai a casa, nemmeno a casa propria. È una rivendicazione del disagio rispetto all'ingiustizia come condizione esistenziale della quale credo oggi abbiamo tutti quanti molto bisogno.
Penso che questi temi siano fondamentali per ogni riflessione sul futuro della convivenza civile. Mi piacerebbe molto sentire qualche opinione su questo dalla Corte costituzionale.
Perché la Carta è nata per ascoltare, di Silvana Sciarra - La cura che Gianrico Carofiglio presta al linguaggio è pari alla originalità delle sue scelte linguistiche. Ecco dunque che la parola gentilezza proprio perché collocata nel quadro storico contemporaneo assume significati del tutto peculiari e si presta a un confronto con il linguaggio della Corte costituzionale. Così come vanno insieme le parole coraggio e ascolto perché, come dice Carofiglio, non sempre si ascolta perché non si ha il coraggio di farlo. Questa affermazione può adattarsi anche a chi decide collegialmente. Innanzitutto costui deve praticare l'ascolto degli altri giudici nel collegio. Poi deve ascoltare le voci delle parti fra le righe delle tante carte da leggere. E poi finalmente, quando se ne presentano le condizioni, deve ascoltare le voci della società civile.
Le parole intese come atti linguistici e dunque vere e proprie azioni comunicative, incidono sul discorso pubblico. E per essere percepite nella loro funzione normativa devono essere parole autorevoli. Mi tornano in mente vecchie letture di Habermas. Le ragioni che legittimano nella comunicazione le Corti costituzionali quando decidono sui diritti sono stabilite prima, mentre il legislatore deve di volta in volta affermare i diritti e le loro garanzie attraverso le politiche legislative. Il diritto moderno sempre secondo Habermas, pone al centro i diritti umani e lo stato di diritto. Concetti questi che non perdono di attualità e di incisività. La Corte costituzionale nella sua collegialità si attiene a una pratica comunicativa condivisa da tutti i giudici e che si impone per coerenza, autorevolezza e indipendenza del giudizio. Dunque ascolto non è affatto accondiscendenza ma esercizio paziente e riflessivo. L'esempio più recente riguarda la sentenza sul fine vita rivolta a quanti soffrono a causa di patologie irreversibili. È un esempio importante quello dell'ascolto che la Corte era pronta a dare alla voce del Parlamento invitato a decidere entro un termine fissato dalla Corte stessa.
L'ascolto non si è verificato perché dal Parlamento è venuto soltanto silenzio. Ecco allora il coraggio di una decisione di incostituzionalità parziale dell'articolo 580 del codice penale nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola il doloroso passaggio verso la morte. Questioni morali ed etiche restano sullo sfondo. Ma la forza discorsiva delle norme va ricercata anche nella autodeterminazione e nell'autorealizzazione. La Corte, nella stessa sentenza, dice che chi soffre è anche pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevole.
Un altro aspetto dell'ascolto prestato dalla Corte costituzionale è quello nei confronti della Corte di giustizia dell'Unione europea visto che sempre più si va rafforzando un metodo comunicativo che valorizza il pluralismo costituzionale. Il rinvio pregiudiziale alla Corte di Lussemburgo, per questioni interpretative e di validità, pone la Corte costituzionale italiana fra le più attente all'ascolto ma anche fra le più attive nell'esemplificare i valori fondanti dell'impianto costituzionale: ascolto reciproco, deferenza, collaborazione sono parole comuni di un linguaggio comune che è quello condiviso dagli Stati membri dell'Unione.
Spesso Carofiglio nel suo lavoro fa riferimento al rispetto dei diritti fondamentali come risposta democratica a forme di populismo antidemocratico. Ma cosa dice la Corte costituzionale sulla tutela delle minoranze linguistiche? Lo ritiene un principio che supera la concezione dello Stato nazionale chiuso dell'Ottocento. Un rovesciamento rispetto all'atteggiamento nazionalistico manifestato dal fascismo, che incontra il principio pluralistico riconosciuto dall'articolo 2 e il principio di eguaglianza riconosciuto dall'articolo 3 della Costituzione.
Quanto al tipo di tutele da riservare a scelte intime della persona, non omologate al modello culturale prevalente, la Corte dice che non ci deve essere divorzio automatico per la coppia in cui uno dei due componenti della coppia stessa abbia rettificato il proprio sesso esercitando il diritto all'identità di genere. L'articolo 2 della Costituzione garantisce i diritti inviolabili dell'uomo all'interno delle formazioni sociali fra le quali è da annoverare anche l'unione omosessuale ovvero la coppia non più eterosessuale ma in ragione del pregresso vissuto nel contesto del matrimonio. La Corte ha anche precisato che è degno di molta cura e attenzione il percorso di quanti pur avendo ottenuto la rettificazione di sesso all'anagrafe non si sono sottoposti al trattamento chirurgico perché quest'ultima operazione non è un prerequisito ma un mezzo funzionale al conseguimento di un pieno benessere psico fisico.
Gianrico Carofiglio sarà d'accordo con me quando dico che c'è gentilezza nei messaggi della Corte là dove riconoscono il diritto all'autodeterminazione per scelte che attengono alla persona. E questa è sicuramente un'altra modalità per contrastare la violenza del linguaggio e dei gesti.
di Vanessa Roghi
Il Domani, 9 febbraio 2021
Nel film "Lontano da casa", prodotto da Rai cinema, si raccontano le storie di chi frequenta oggi la comunità. Dopo il documentario di Netflix e dopo Muccioli, c'è una realtà che ignoriamo ma che continua a esistere.
Spenti i riflettori su Vincenzo Muccioli e la sua storia controversa, si riaccendono, senza clamori, sulla comunità di San Patrignano, attraverso un documentario di Maria Tilli, prodotto da Simone Isola e da Rai Cinema, dal titolo: Lontano da casa, la storia di un gruppo di ragazzi ospiti oggi della comunità riminese.
L'occasione è data dalla fine del percorso di recupero di uno di loro, Stefano, 27 anni, che molto serenamente, all'inizio del film dice: "Se mi chiedessero: vuoi restare qua, io direi no, sono entrato talmente giovane, a 21 anni, che la vita non l'ho nemmeno assaggiata". Sei anni di vita separata per disintossicarsi. Sei anni.
Le persone - Subito è chiaro l'intento della regista, la comunità è un pretesto, sono le storie dei ragazzi e delle ragazze a interessarla. San Patrignano è il luogo che le ha dato la possibilità di raccoglierle, e infatti la comunità fa da sfondo, con i suoi spazi di lavoro, la mensa, che abbiamo imparato a conoscere con Sanpa, i suoi stradelli che diventano improvvisati set per raccogliere percorsi di vita che hanno trovato a San Patrignano una inattesa rimodulazione. Le storie si assomigliano e sono tutte diverse e raccontano una cosa soltanto: la normalità della tossicodipendenza, oggi.
Una delle conseguenze più dannose che la serie Sanpa ha avuto, infatti, sul dibattito pubblico è stata sicuramente quella di relegare la tossicodipendenza a una dimensione storica superata, legata agli anni Ottanta.
"Lontano da casa", invece, ci mostra con grande semplicità che la tossicodipendenza è qualcosa che sta nel nostro quotidiano, che è fatta di un mix perfetto di medicinali, fumo, alcool, e poi a un certo punto di sostanze come la cocaina e l'eroina, ma il limite è esilissimo, e il passaggio da psicofarmaci a eroina è spesso più semplice di quello che si possa pensare.
Le storie - Daniele, 21 anni, in comunità da un anno e mezzo, ha iniziato a fumare cocaina piccolissimo. "Io mi drogavo per sentirmi più grande e poi perché la droga è buona, ti fa stare bene, tutti i problemi non ci stanno, la testa è vuota, io ho iniziato a drogarmi perché non riuscivo ad affrontarli i problemi. Anche litigare con un amico per me era una cosa ingestibile, non riuscivo ad affrontarlo se non mi facevo sopra una canna, una bevuta, una pippata, per me una litigata era una montagna da scalare, invece se mi facevo tutto era più facile, in discesa, quasi un tuffo in piscina.
La mia prima botta è stata in seconda media, avevo tredici anni, ero stato bocciato in prima, ero preso in giro da ragazzino, ero stufo di essere quel ragazzo, volevo essere qualcuno, così ho iniziato a fumare la cocaina, poi a rubare i primi soldi a casa. In seconda superiore ho lasciato la scuola, anche se dalle medie ci andavo e non ci andavo.
Se non fumavo non stavo bene. Allora mia madre mi ha portato dallo psicologo che le ha detto che mi opprimevano troppo, di lasciarmi respirare. Io mi sono attaccato tantissimo a questa cosa qua, e da quel momento ho fatto come mi pareva". Stefano e Daniele allo stesso modo sono passati dalla cocaina all'eroina perché a un certo punto la cocaina rende la vita insostenibile soprattutto per la mancanza di riposo, non si prende sonno, non si riesce a dormire più. C'è chi si abbotta di sonniferi, tranquillanti e chi fuma l'eroina. Molto semplice. Anche perché molto semplice ed economico è acquistarla, ovunque. Sotto casa, con un sms, basta avere il numero giusto, come farsi recapitare una pizza.
L'ingresso in comunità lo racconta Nicol, 23 anni: "È stato terribile, mia madre mi ha detto o smetti o stai per strada, ma io per strada non volevo starci e sono venuta qua". E Filippo, 23 anni: "Io ero in attesa del processo e l'avvocato mi ha detto ti conviene che vai a San Patrignano perché in alternativa c'è il carcere".
Martina, anche lei in comunità da circa un anno, legge la lettera che le ha scritto la madre, ed è una lettera che ognuno di noi potrebbe scrivere, non c'è nessuna eccezionalità, una lettera piena di affetto per la figlia, da parte di una mamma normale a una figlia normale, che si è trovata a non saper gestire la dipendenza da una sostanza o da più sostanze, che per fortuna non è morta, che per fortuna questa lettera se la porta in tasca e può rispondere se vuole.
Caterina ha 23 anni, e ragiona molto, come tutti del resto in questo film, sul rapporto con la sostanza: "L'eroina per quanto è stata brutta, per quanto è una roba schifosa che ti porta via tutto però m'ha fatto anche vedere che io senza non sapevo sta' al mondo, m'ha fatto vedere degli aspetti di me, del fatto che l'unica cosa che cercavo era sta bene con me stessa che quella sostanza era in grado di darmi anche se non era una cosa mia naturale, mi ha fatto capire quanto sono debole quanto sono fragile, quanto ho bisogno di aggrapparmi alle cose".
Nella sua biografia nessuna predestinazione, come vorrebbero certi giornalisti che raccontano i fatti di droga solo come eventi che ai loro lettori non potrebbero mai accadere, bene, le cose non vanno così, per niente: dice Caterina: "Ero una bambina solare, felice, strana", e possiamo vederla nei filmini delle vacanze della sua infanzia, davvero felice e solare, strana non capiamo cosa significa, ma questo è, come dice lei stessa, quello che si sentiva lei quando si guardava allo specchio. Grassa, brutta, inadeguata.
Caterina è bella, simpatica, intelligente, è chiaro, basta sentirla parlare cinque minuti per capire che quello che non va, che non è andato, non è stata certo lei ma qualcosa che le stava intorno: definire cosa però non è semplice, non basta la sua testimonianza, sicuramente, a farcelo capire. Cosa c'è fuori Mentre è molto utile per capire alcuni meccanismi del consumo: Caterina racconta di come, per esempio, nei momenti di dipendenza più acuta, quelli nei quali ha avuto più bisogno di soldi, fosse molto facile procurarseli attraverso mercati virtuali, dove, per esempio, la fotografia di un paio di piedi venduti a un feticista incontrato online portava un guadagno immediato di cento euro.
Neppure la necessità di rubare, tutto legale, tutto secondo le regole, tutto entro gli schemi del mercato. Anche Stefano racconta di come abbia rubato i cerotti alla morfina a una vicina malata di tumore per poi mangiarseli. E Daniele di come la mancanza di ogni controllo nel cantiere in cui ha lavorato gli abbia permesso di lavorare fatto, guidando un camion senza patente e smaltendo la terra nel fiume, oltre ogni legge.
A volte guardando il film, ascoltando le voci di questi ragazzi e ragazze sembra di assistere alla messa in scena di una striscia dei Peanuts dove tutti sono finiti a farsi: penso ai Peanuts perché del tutto assenti se non come riferimento affettivo ma anche mostruoso, sono le voci degli adulti. La fine, che non voglio raccontare, è un pugno nello stomaco ma anche una domanda aperta che ci interroga su cosa c'è fuori dalla comunità, intorno a noi, cosa c'è quando, dopo anni passati lontano da casa, la casa la ritroviamo. Chi c'è ad aprirci la porta, chi ad abbracciarci, a dirci: "bentornato, bentornata".
di Yari Russo
comunicareilsociale.com, 9 febbraio 2021
Portare la cultura in ogni carcere, affinché possa divenire occasione di rinascita per chi ha avuto una storia complicata. È questa la mission che si propone Gli Ultimi Saranno, collettivo nato nel 2018 dall'intuizione di Raffaele Bruno, attore e regista napoletano. Formato da musicisti, attori ed artisti in genere, il collettivo ha sempre avuto l'ambizione di portare l'arte nei luoghi dove spesso non riesce ad arrivare: dai centri di igiene mentale fino a quelli di recupero per tossicodipendenti. Fra i tanti luoghi vissuti è però il carcere quello in cui, secondo Raffaele Bruno, "la necessità di creare armonia è più urgente, perché le emozioni e i contrasti della natura umana esplodono in modo evidente".
Su questi presupposti comincia il loro impegno nei luoghi di detenzione, con laboratori artistici che possano abbattere ogni barriera fra gli ospiti, gli artisti ed i dipendenti di quelle strutture. "Crediamo nel rito dell'improvvisazione artistica, perché il loro contributo nei nostri spettacoli permette di creare un flusso artistico grazie al quale ci sentiamo parte di una stessa comunità" afferma Bruno.
Nel corso degli anni il collettivo si è allargato, entrando in contatto con numerose realtà, associazioni ed artisti che hanno deciso di mobilitarsi per questa causa, dando vita a numerose iniziative. L'ultima, che si sta sviluppando in questi giorni, si chiama Dona un libro. Il fine ultimo dell'iniziativa, ben riassunto nello slogan Parole luminose dietro le sbarre, è quello di creare un filo fra chi è dentro e chi è fuori le sbarre.
"Di solito fra amici ci si regala cibo o vino, noi abbiamo deciso di donare un libro. Un libro che non sia neutro, ma che contenga una dedica da parte di chi dona" dichiara Bruno "in questo modo i donatori si prendono la responsabilità di scegliere un libro che sia luminoso per la persona che sta al buio. Il momento in cui ci mettiamo davanti alla pagina bianca per scegliere le parole giuste fa davvero riflettere e scendere in profondità."
Come si può constatare sul sito del progetto, numerose sono le librerie che hanno aderito all'iniziativa in tutta Italia, esponendo un cartonato che invita i clienti ad acquistare un "libro sospeso" e donarlo a sostegno di questa iniziativa. Oltre alle librerie vi sono anche una decina di negozi, chiese ed associazioni che si sono rese disponibili come punti di raccolta per le donazioni.
I libri saranno poi conservati dal collettivo Gli Ultimi Saranno e distribuiti nelle carceri durante le loro attività, principalmente in Campania ma anche in Lazio, Piemonte ed altre realtà nelle quali progettano di operare se la situazione epidemiologica lo permetterà.
Il progetto è stato presentato pubblicamente lunedì 1 febbraio, in una diretta Facebook della Libreria Rinascita, con la partecipazione di Federica Palo, Maurizio Capone, Blindur, LUK ed altri artisti che hanno apportato il loro contributo nel corso dell'evento. In quell'occasione il Presidente della Camera Roberto Fico ha voluto inviare un videomessaggio perché, come ricorda Raffaele Bruno "già l'anno scorso si era fatto promotore di questa iniziativa, installando un punto di raccolta a Montecitorio che riscosse grande successo da parte di deputati e dipendenti". Un segno di vicinanza delle istituzioni che il collettivo spera possa avere seguito nella prossima legge di bilancio, per la quale è stato presentato un ordine del giorno dal fondatore Raffaele Bruno, attualmente parlamentare presso la Camera dei deputati. La proposta prevede investimenti per la realizzazione di attività teatrali ed artistiche in tutte le carceri italiane.
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