di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 12 novembre 2020
Premessa (un po' stracca ma ancora necessaria): quando diciamo "magistratura" non ci riferiamo all'insieme dei magistrati, ma alla struttura corporativa e all'irresponsabilità castale che ne protegge il potere. E fatta questa precisazione diciamo che non se ne può più di ascoltare il politico di turno che, lambito da un'indagine, dichiara di avere "fiducia nella magistratura".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 12 novembre 2020
In pole position il direttore dalla "Notizia": per difendere Bonafede dagli attacchi di "Non è l'Arena" ha sbandierato dati da cui risulterebbe che l'Italia ha scarcerato meno di tutti gli altri in Europa per il Covid.
Se non ci fosse l'epidemia da Covid-19, se il procuratore generale di Cassazione Giovanni Salvi non avesse messo in guardia, "arrestate di meno", Giovanni Castellini e gli altri dirigenti dei vertici di Autostrade indagati dalla procura di Genova non sarebbero ai domiciliari ma in qualche prigione magari a trascorrere il Natale. Per fortuna che ci sono i magistrati, vien da dire, per una volta. I quali, a quanto pare, per lo meno la gip di Genova e il procuratore generale, paiono non partecipare al concorso "manette d'oro" che sta pervadendo il mondo mediatico.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2020
Il 18 novembre la Corte costituzionale giudicherà la legittimità del modello emergenziale adottato anche dal recentissimo Dl 149/2020. Mentre il Governo con il Dl Ristori bis (pubblicato sulla G.U. del 9 novembre), per fronteggiare la pandemia, ricorre nuovamente ad una moratoria della prescrizione, la Consulta si appresta a decidere sulla compatibilità della sospensione del decorso dei termini prescrizionali con il principio della irretroattività delle norme penali più sfavorevoli.
Il 18 novembre infatti la Corte costituzionale discuterà tre ordinanze di rimessione - dei Tribunali di Siena, Spoleto e Roma - che pongono la questione dell'applicabilità anche ai reati commessi prima del 9 marzo della sospensione della prescrizione disposta fino all'11 maggio 2020.
La norma, prevista in prima battuta dal Dl "Cura Italia", il n. 18/2020 (e ritenuta costituzionalmente legittima dalla Cassazione, sentenza n. 25222/2020), venne disposta come conseguenza del rinvio d'ufficio dei procedimenti penali e della sospensione dei termini per il compimento di qualsiasi atto stabiliti nello stesso arco di tempo. La decisione della Corte servirà dunque a comprendere se il modello, seguito anche dal recentissimo Dl 149/2020, che aggancia alla sospensione dei processi per l'emergenza Covid anche la sospensione del decorso della prescrizione abbia o meno una tenuta costituzionale.
Ne dubita il Tribunale di Siena che riagganciandosi alla giurisprudenza di legittimità, e costituzionale, secondo cui la prescrizione ha natura "sostanziale" paventa una possibile violazione del principio di legalità espresso dall'articolo 25, secondo comma, della Costituzione. Secondo il rimettente infatti il divieto di applicazione retroattiva delle modifiche in senso sfavorevole al reo varrebbe anche per le regole concernenti la sospensione e l'interruzione del termine di prescrizione. In questo senso la disposizione censurata (comma 4 dell'articolo 83 del Dl n. 18 del 2020), concernendo condotte anteriori alla sua entrata in vigore, "avrebbe determinato un aggravamento del regime di punibilità, consistente nel prolungamento, pari sessantatré giorni, del tempo necessario a prescrivere, e ciò in contrasto con il principio di irretroattività della legge penale sfavorevole".
Anche il Tribunale di Spoleto solleva (in riferimento agli artt. 25, co. 2, e 117, co. 1, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 7 della CEDU) questione di legittimità costituzionale dell'articolo 83, co. 4, del Dl n. 18 del 2020 (come modificato dall'art. 36 del Dl n. 23 del 2020), nella parte in cui prevede che il periodo di sospensione della prescrizione si applica anche a fatti di reato commessi anteriormente alla sua entrata in vigore. In particolare, pone l'accento sulla rilevanza costituzionale del diritto all'oblio da cui deriverebbe la necessità che lo Stato persegua e punisca reati entro tempi certi e predefiniti, non modificabili ad libitum.
Sulla stessa linea, infine, il Tribunale di Roma che muove dall'assunto che la prescrizione deve essere considerata un istituto di diritto penale sostanziale e che quindi le modifiche della sua disciplina sono assoggettate alle regole della successione delle leggi penali nel tempo e ai principi della irretroattività delle disposizioni sfavorevoli al reo e della retroattività delle disposizioni favorevoli. Mentre l'articolo 36 del Dl n. 23 del 2020 è censurato nella parte in cui dispone la proroga all'11 maggio dei termini posti dal Dl n. 18 del 2020.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2020
L'intercettazione illegittima non travolge tutte le acquisizioni di prove. Il trojan o captatore informatico non costituisce un autonomo mezzo di ricerca della prova, ma "solo" una particolare modalità tecnica per effettuare l'intercettazione delle conversazioni tra presenti.
Di conseguenza non può rientrare tra i metodi il cui utilizzo, per l'effetto di pressione sulla libertà fisica e morale della persona, è vietato dal Codice di procedura penale. Inoltre, la possibile intercettazione di conversazioni di cui è vietata la captazione ha effetti non tanto sul decreto che autorizza all'uso del trojan quanto su quella specifica intercettazione e solo su quella, che potrebbe essere giudicata come inutilizzabile. Queste alcune delle osservazioni fatte dalla Cassazione con la sentenza n. 31604 della Quinta sezione penale depositata ieri.
La pronuncia ha respinto il ricorso presentato da un imputato di reati di criminalità organizzata e di traffico di stupefacenti in merito all'applicazione della misura della custodia cautelare in carcere. La difesa aveva tra l'altro contestato la legittimità delle prove acquisite attraverso le intercettazioni effettuate attraverso trojan, sostenendo che si sarebbe trattato di una modalità "subdola" di acquisizione attraverso l'induzione del soggetto intercettato all'autoinstallazione" del virus, con costi a carico del destinatario e in violazione del principio di autodeterminazione.
La Cassazione però, fatto presente che la riforma delle intercettazioni non si applica in maniera retroattiva, a procedimenti iscritti in data antecedente lo scorso i° settembre, osserva che, quando si procede per reati di criminalità organizzata, sulla base della giurisprudenza cristallizzatasi sul punto, le intercettazioni tra presenti eseguite attraverso trojan installato in un dispositivo portatile sono legittime e non devono individuare preventivamente i luoghi in cui l'operazione deve avvenire.
Inoltre la Cassazione precisa che il captatore informatico non rappresenta una prova atipica e neppure un aggiramento di quelle tipiche, visto che era già utilizzato prima della riforma secondo modi e termini definiti dalla giurisprudenza, escludendo i reati comuni proprio per i rischi di invasività.
Per questo va escluso che il trojan possa essere inquadrato tra gli strumenti di pressione sulla libertà fisica e morale il cui uso è vietato dall'articolo 188 del Codice di procedura penale. Può poi capitare che con il trojan siano intercettate comunicazioni che sarebbe stato vietato ascoltare, come nel caso dei colloqui imputato-difensore o, in casi estremi, lesive della dignità umana, ma a venire compromesso, per la Cassazione, non è a monte il decreto di autorizzazione, quanto a valle la singola intercettazione che diventerà inutilizzabile.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2020
Va verificata l'eventuale forza maggiore perché non è reato in sé la mancata tempestiva informazione sullo stato di salute alla Polizia. La non tempestiva comunicazione alla Polizia dello stato di salute che impedisce di adempiere all'obbligo di presentazione in Questura imposto con Daspo non integra il reato ex articolo 6 della legge 401/1989, che è anzi escluso dall'accertamento della circostanza che la malattia abbia integrato la scriminante del caso fortuito o della forza maggiore.
Non potevano perciò i giudici condannare il ricorrente per la mancata informazione o presentazione del certificato medico, poiché la condotta sanzionata penalmente è esclusivamente quella di non essersi presentati. Infatti, come dice la Cassazione con la sentenza n. 31178/2020, il giudice in caso di inadempimento all'obbligo di firma in Questura deve comunque valutare se lo stato di salute in sé - per quanto non comunicato tempestivamente alle forze di Polizia - abbia integrato o meno la scriminante del reato.
La scriminante - Il ricorrente, ora vittorioso in Cassazione, si era visto rigettare la richiesta di provare l'esimente attraverso l'acquisizione in giudizio del certificato medico. Rigetto ritenuto illegittimo dalla Cassazione penale, in quanto è proprio dall'acquisizione del certificato e dall'accertamento dello stato di salute che il giudice può ritenere integrato o meno il reato da parte di chi non si presenta per la firma in questura nelle giornate e nei tempi imposti dal Daspo.
L'abitualità - Sulla causa di non punibilità ex articolo 131 bis del Codice penale la Cassazione chiarisce, infine, che è errato non riconoscerla affermando l'abitualità della condotta per un solo altro episodio di violazione del Daspo (che nel caso concreto era stato riconosciuto di speciale tenuità). Come ribadisce la Cassazione l'abitualità che non consente il riconoscimento della causa di non punibilità è solo quella che si determina con l'essersi verificati almeno due altri episodi oltre alla condotta in contestazione.
dire.it, 12 novembre 2020
"Al 31 ottobre, San Vittore ha un affollamento al 122%, con 926 presenti su 756 posti di capienza. Il carcere di Bergamo arriva al 157% di sovraffollamento, quello di Canton Mombello a Brescia addirittura al 189%". Sono dati riportati da Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia.
Con la seconda ondata di contagi, la situazione nelle carceri rischia di tornare ad aggravarsi. In Lombardia, regione più colpita, gli istituti penitenziari si stanno attrezzando per rispondere alla sfida posta dal virus. Nonostante questo, alcuni problemi strutturali rischiano di complicare questi sforzi.
"Al 31 ottobre, San Vittore ha un affollamento al 122%, con 926 presenti su 756 posti di capienza. Il carcere di Bergamo arriva al 157% di sovraffollamento, quello di Canton Mombello a Brescia addirittura al 189%". Sono dati riportati da Valeria Verdolini, la presidente di Antigone Lombardia raggiunta dalla 'Dirè, a partire dalla mappatura recentemente pubblicata sul sito dell'associazione, in cui si resoconta sullo stato dei contagi e sulle misure che le direzioni stanno adottando per contrastarli. Il quadro non è certo roseo.
Ad esempio, nelle città nel pieno del contagio, dove gli ospedali sono in grande difficoltà, le strutture sono sovraffollate. "Il carcere di Monza ha un affollamento del 146%, quello di Como del 152,5%, quello di Varese del 128,3%", spiega Verdolini.
Ma cosa è successo tra la prima e la seconda ondata? "A marzo il carcere è riuscito a contenere la diffusione del contagio. In parte per l'adozione repentina di misure emergenziali anche per le carceri, in parte perché la diffusione era più concentrata in alcune aree", continua Verdolini.
"Oggi invece, così come vediamo un rallentamento nell'adozione di provvedimenti efficaci per chi sta 'fuori', anche nel carcere l'esperienza precedente ha un peso. Eppure le urgenze non cambiano". Come mai le stesse criticità si stanno riproponendo? Per Verdolini, "a fronte di numeri più alti di marzo nei contagi, la spinta sull'adozione di misure straordinarie è minore. A marzo la situazione delle carceri fu analizzata nel Dpcm, in questi ultimi provvedimenti invece non c'è traccia dei penitenziari, se non con la riduzione delle visite".
Secondo la referente regionale di Antigone, pero', nelle carceri lombarde si stanno facendo passi importanti nella gestione. "Le strutture che hanno numeri bassi sono riuscite a far passare il messaggio di mantenere la mascherina in cella. Serve però un approvvigionamento costante di dpi. In alcune strutture è successo che venissero distribuite ad esempio due mascherine alla settimana ad ogni detenuto. È un inizio, ma dovrebbe diventare norma essendo uno degli strumenti che riduce il contagio".
Dal punto di vista gestionale, San Vittore e Bollate sono diventati hub di raccolta dei contagiati positivi, all'interno di un piano che prevede misure di ampliamento a scalare, coinvolgendo altre strutture in caso di aumento dei contagiati. "Il piano emergenziale messo in campo dalla Regione è interessante, può avere potenzialità, la preoccupazione è sui numeri", commenta Verdolini. "Gli strumenti che ha il carcere per ridurre il contagio sono l'isolamento e la riduzione degli spazi di socialità. È chiaro che queste misure adottate all'esterno hanno un peso, all'interno di una struttura chiusa come carcere rischiano di essere quasi una doppia pena".
Come provare a risolvere la situazione? "Serve una riflessione sulla possibilità di ridurre le presenze. Serve una politica penale, oltre che penitenziaria, per la gestione del coronavirus". Si parla dunque del ruolo della magistratura di sorveglianza e di quella giudicante. "Si può comprendere una forma di sovraffollamento temporaneo per motivi di salute, ma per affrontare la pandemia in carcere serve da tutti una presa in carico maggiore".
Le persone, argomenta Verdolini, "arrivano in carcere dopo un percorso, quei numeri non sono un prodotto casuale, ma il frutto di una politica penale". Le risposte vanno concertate tra tutti i pezzi, nell'ottica generale di ridurre il rischio di contagiare quelli dentro, che siano agenti o carcerati. "Ci sono una serie di strumenti possibili che non intaccano l'equilibrio della politica penale, come il differimento della pena, che possono incidere molto in questo momento sulle condizioni di vita dei detenuti".
Ad ogni modo, termina Verdolini, "noi condividiamo le misure adottate dalle amministrazioni penitenziarie, ma la preoccupazione dettata dal contesto di sovraffollamento è che le misure adottate richiedono spazio per poterle mettere in pratica, spazio che già non è molto ampio. Serve soprattutto spazio per poter isolare i detenuti 'sospetti positivi' dagli altri. Creare questo spazio, come si sta facendo ad esempio a San Vittore, significa però ridurlo per i detenuti".
askanews.it, 12 novembre 2020
"Ridurre gli ingressi e sfollare gli istituti" con urgenza. Decine di rappresentanti di istituzioni, organizzazioni del terzo settore e dell'avvocatura, sindacato, personalità accademiche e magistrati hanno rivolto un appello ai parlamentari eletti in Lombardia per chiedere maggiore attenzione all'emergenza Covid nelle carceri milanesi e lombarde.
Il documento fa riferimento agli ultimi dati riportati il 9 novembre dal Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria secondo i quali nella sola Regione Lombardia sono 156 le persone positive, di cui cinque con necessità di ricorrere al ricovero ospedaliero, e 510 persone detenute in regime di isolamento. Un mese fa i positivi erano sette.
"Nonostante l'azione costante di prevenzione, monitoraggio e attivazione di nuovi protocolli, il contagio all'interno degli istituti si sta ora diffondendo in maniera assai preoccupante, anche per la repentina crescita dei casi di persone detenute riscontrate positive al Covid-19" si legge nell'appello. "Pensiamo che, proprio ora che tutti rinunciamo con fatica a un po' delle nostre libertà, non possiamo dimenticarci della tutela e della dignità di chi vive ristretto" scrivono i firmatari proponendo di "ridurre gli ingressi e sfollare gli istituti a tutela delle persone ristrette, degli operatori e della salute di tutti e di ciascuno" con urgenza.
Hanno sottoscritto l'appello, tra gli altri, Osservatorio Carcere Territorio Milano, Francesco Maisto Garante dei Diritti delle persone private della Libertà personale Comune di Milano, Anita Pirovano presidente della Sottocommissione Carcere del Comune di Milano, Ordine degli avvocati Milano, Camera Penale di Milano, Forum del terzo settore Lombardia, Cnca Lombardia Alleanza Cooperative Italiane-Welfare Lombardia, Consorzio Sir - Solidarietà in rete, Caritas Ambrosiana, Casa della Carità e Cgil Milano.
cronachedellacampania.it, 12 novembre 2020
Scoppia l'emergenza Covid all'interno delle carceri di Secondigliano e Poggioreale. Sarebbero circa 200 i contagiati tra detenuti e agenti penitenziari. La situazione più drammatica si registra al Padiglione Firenze del carcere di Poggioreale dove ci sono oltre 100 positivi.
Sono in isolamento. Nei giorni scorsi due detenuti erano stati trasferiti al Cardarelli con gravi insufficienze respiratorie. E sempre a Poggioreale dopo lo screening sugli agenti sarebbero venuti fuori alcune decine di contagiati. A Secondigliano, dove anche si registrano decine di contagiati, sono state chiuse anche le cucine e non arriva il cibo ai detenuti. Anche la direttrice Giulia Russo era risultata positiva e poi si è negativizzata.
Sulla emergenza Covid nelle carceri campane ieri è intervenuto anche il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello: "Sono contento che anche i semiliberi di questo Istituto penitenziario da oggi fino al 31 dicembre resteranno a casa per una lunga licenza. Mi auguro che accanto all'applicazione del Decreto Ristori per coloro che devono scontare un anno e mezzo, si trovino le giuste e sacrosante soluzioni anche per i detenuti più a rischio, che hanno patologie croniche, malati oncologici, diabetici, cardiopatici".
Ciambriello ha fatto visita al carcere di Salerno, in cui ci sono attualmente 439 ristretti e 40 ristrette. Accompagnato dalla Direttrice facente funzioni, la dottoressa Gabriella Niccoli, dal comandante Gianluigi Lancellotta e dalla vicecomandante Grazia Salerno, ha fatto visita in alcune sezioni, parlando con delle delegazioni di detenuti sul tema "Covid in carcere".
Il garante Ciambriello ha chiesto informazioni, confrontandosi con il responsabile sanitario dell'istituto, il dottor Antonio Pagano, dichiarando che al momento risulta positivo un solo detenuto, lavorante, e sono in isolamento sanitario 35 detenuti, tutti lavoranti, che hanno avuto possibili contatti. Ad oggi nel carcere di Salerno - si legge nella nota - sono stati effettuati, 800 tamponi per i detenuti, tra personale e popolazione ristretta e 200 ai nuovi giunti.
"Considerata l'allarmante emergenza che coinvolge tutto il mondo penitenziario, - ha concluso Ciambriello - dal personale ai ristretti, ritengo sia doveroso che si arrivi all'indulto. La politica su questo argomento non può essere né cinica né pavida. Sono fiducioso infine che le procure utilizzino la custodia cautelare in carcere solo in casi gravi ed eccezionali".
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 12 novembre 2020
Provate a immaginare più di dieci persone costrette a vivere in un ambiente di circa venti metri quadrati con una sola finestra e un piccolo vano che funge sia da bagno che da cucina. Blatte che spuntano dai materassi, sgabelli che non bastano per tutti, niente spazio né tantomeno privacy. Distanziamento anti-Covid? Manco a parlarne. Dite la verità, non è vita. Eppure è proprio in queste condizioni che si svolge la giornata-tipo dei 14 detenuti nella 55 bis del padiglione Roma di Poggioreale: la cella più affollata d'Italia e d'Europa nel carcere più affollato d'Italia e d'Europa.
Quanto sia insostenibile la vita in quell'ambiente ce lo dice Angelo Esposito, 60enne recluso dal 10 gennaio scorso nel penitenziario napoletano dove deve scontare una pena di sei anni e sette mesi. Cardiopatico, asmatico, sovrappeso e con problemi alla spina dorsale, Esposito ha più volte denunciato le strazianti condizioni in cui sono costretti a vivere lui, i suoi compagni di cella, i 108 detenuti ospitati al terzo piano del padiglione Roma e i circa 300 che attualmente si trovano in quest'ala di Poggioreale. Tutto è nero su bianco in una serie di lettere inviate ai vertici della casa circondariale e al garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello.
Il primo problema è lo spazio. Esposito e compagni sono costretti a vivere in una cella di circa venti metri quadrati, gran parte dei quali occupati da suppellettili. Per ciascun detenuto c'è uno spazio calpestabile di poco più di un metro quadrato e mezzo, nonostante la Cassazione abbia recentemente chiarito come ciascun recluso abbia diritto ad almeno tre metri quadrati calcolati al netto delle suppellettili. Risultato? Nella cella 55 bis di Poggioreale i detenuti non possono stare seduti contemporaneamente, ma sono costretti ad alternarsi. Stesso discorso per il pranzo o per la cena: si procede per gruppi, anche perché non ci sono sgabelli per tutti. Così è impossibile osservare il distanziamento sociale in un momento in cui, tra l'altro, a Poggioreale si contano poco meno di 50 persone affette da Covid di cui 30 proprio nel padiglione Roma. "Se arriva il virus nei nostri spazi - scrive Esposito al garante Ciambriello - per noi anziani sarà difficile uscirne vivi".
Oltre a essere dotata soltanto di una piccola finestra, la cella 55 bis ha un piccolo vano con wc e fornello. Proprio così: i detenuti cucinano e orinano nello stesso ambiente. In un altro piccolo vano, invece, lavano sia le pentole che gli indumenti. Il frigorifero c'è: a donarlo è stato il garante dei detenuti così come i ventilatori. Quello che manca è il condizionatore, con la conseguenza che d'estate l'aria diventa irrespirabile. Anche telefonare ai familiari è un problema: un solo agente di polizia penitenziaria deve gestire il malumore di 108 detenuti esasperati che spesso non riescono a mettersi in contatto con i parenti a causa di guasti alle apparecchiature o di ritardi nella tabella delle prenotazioni.
"Anni fa - spiega il garante Ciambriello - il Ministero della Giustizia stabilì che in ogni piano dei penitenziari ci fosse una cella vuota da destinare alla socialità. A Poggioreale, invece, tutti gli ambienti sono pieni e questo porta inevitabilmente all'annientamento fisico e psicologico dei detenuti: un isolamento nell'isolamento che collide col divieto di trattamenti inumani previsto dalla Costituzione".
di Tatiana Mario
Difesa del Popolo, 12 novembre 2020
Le attività dei volontari si fermano. Alla fine, com'era prevedibile, il contagio è riuscito a infiltrarsi anche nella Casa di reclusione Due Palazzi, seppur con un numero contenuto di casi (sette detenuti positivi e otto agenti) subito isolati grazie all'attività sinergica tra l'Ulss 6 e la direzione dell'istituto che hanno isolato i positivi e tentato di tracciare il contagio per contenerlo.
Fino ad ora il Covid aveva risparmiato il Due Palazzi, piccola città, in un lembo di periferia padovana, che conta oltre un migliaio tra persone detenute (580), agenti e personale amministrativo (circa 400) e civili che ogni giorno ne varcano il cancello per attività lavorative e di rieducazione.
L'ala del carcere dedicata al polo universitario, riconvertita a sezione Covid sta ospitando l'isolamento delle persone detenute che stanno affrontando il decorso dell'infezione.
"La situazione non è allarmante - precisa il direttore Claudio Mazzeo -ma è innegabile che il virus circola e per questo stiamo osservando la massima attenzione per tenerlo fuori. Adesso saremo ancora più rigorosi per far rispettare tutte le norme igieniche contro l'infezione". Di una cosa il direttore del Due Palazzi è sicuro: "Le visite con i familiari per il momento non si sospendono, sebbene continueranno a svolgersi con i minori contatti possibili e da dietro al plexiglass".
La pasticceria Giotto - Alcuni dei casi d'infezione sono stati individuati tra i civili e i lavoratori detenuti della pasticceria Giotto che, per mettere in sicurezza l'interno comparto produttivo, ha subito il drastico taglio della forza lavoro a disposizione in un momento cruciale per la realizzazione del suo prodotto di punta: il panettone Giotto conosciuto in tutto il mondo per la qualità e l'originalità della lavorazione e delle materie prime utilizzate.
"Al momento sono attivi solo quattro maestri pasticceri civili - racconta Matteo Marchetto, presidente della Work crossing, la cooperativa che gestisce la pasticceria - tutti gli altri 27 lavoratori detenuti, invece, sono in isolamento fino alla prossima settimana. Per fortuna, il laboratorio che produce gelato, cioccolato e si occupa del confezionamento, non è stato intaccato trovandosi in un capannone esterno ma sempre all'interno del carcere. Abbiamo rispettato tutti i dettami sanitari, ma il rischio è inevitabile dovunque con questo virus subdolo. Continueremo a operare sotto stretta sorveglianza sanitaria: il virus è arrivato, l'abbiamo aggredito con l'aiuto di tutti e continueremo a farlo senza fermarci".
La parrocchia del carcere - Da venerdì 6 almeno fino al 15 novembre, si sono fermate tutte le attività di volontariato: sono oltre un migliaio le persone che periodicamente, molti anche ogni settimana, prestano servizio gratuito nell'istituto di pena rispondendo alle esigenze più diverse (istruzione, sport, musica, cultura, teatro, informazione, spiritualità...) e anche procurando con gratuità beni di prima necessità (vestiario, prodotti per l'igiene...) per molti detenuti privi di risorse. Anche la parrocchia del carcere, che dai primi di settembre aveva ripreso le celebrazioni con un numero contingentato di volontari a rotazione nel rispetto delle norme, ha dovuto fermarsi da sabato 7 novembre.
La presenza del cappellano don Marco Pozza è comunque assicurata, come lo è stata durante tutto il lockdown e nei lunghi mesi di chiusura del carcere ai volontari. Le celebrazioni del sabato e della domenica mattina sono un momento fondamentale per le persone che vi partecipano - detenuti, volontari, diaconi, religiosi - perché aiutano a scandire il ritmo della settimana tra le sbarre, ad avere un obiettivo e, soprattutto, rappresentano un respiro umano e comunitario di cui si sente la mancanza quando non è possibile viverlo.
La comunità parrocchiale aveva iniziato a rinsaldarsi dopo i lunghi mesi di stop causati dall'emergenza, sebbene i contatti con molte delle persone detenute della parrocchia non si fossero mai interrotti grazie alla corrispondenza intrattenuta con i volontari e i diaconi. Ora le dita restano incrociate perché le cose non peggiorino e per poter ricominciare quanto prima ad animare la vita della piccola, quanto preziosa, comunità parrocchiale incastonata tra "ferro e cemento".
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