di Annalisa Casali
thegoodintown.it, 8 febbraio 2021
La compagnia teatrale del carcere minorile di Milano mette in scena "New Wild Web", uno spettacolo che punta a esorcizzare il cyberbullismo. La testimonianza di Kevin, un attore della compagnia: "Io, bullizzato, da grande voglio fare l'educatore". La musica e il teatro come strumenti di cambiamento e reinserimento sociale. Ma anche come spunto di riflessione sul rapporto tra i ragazzi e il web. Un rapporto che si è fatto sempre "tossico", specie negli ultimi mesi. Il lockdown prima, l'istituzione delle zone rosse poi, hanno contribuito ad ampliare le dimensioni del fenomeno cyberbullismo. I giovani rimasti a casa, collegati per ore a smartphone, tablet e PC, annoiati e isolati, si sono scoperti molto più fragili.
E la cronaca riporta periodicamente le notizie di sfide mortali sui social che vedono coinvolti bambini e ragazzi sempre più giovani. I risultati dell'Osservatorio indifesa 2020 di Terre Des Hommes e ScuolaZoo, presentati qualche giorno fa, evidenziano che in Italia il 61% dei ragazzi tra i 13 e 23 anni ammette di essere stato vittima di bullismo o cyberbullismo e il 68% dichiara di aver assistito a episodi di questo tipo. Ben il 14,76% dei ragazzi e l'8,02% delle ragazze, invece, si è reso responsabile di aver compiuto atti di bullismo o cyberbullismo. Un fenomeno, quindi, che andrebbe monitorato con più attenzione.
New Wild Web, ovvero come ti smonto il bullo - Il cyberbullismo è il tema principale del nuovo spettacolo messo in scena nel teatro del carcere minorile Beccaria di Milano dalla Compagnia Puntozero. Il lavoro, dal titolo "New Wild Web", è l'ultimo di una lunga serie di iniziative - oltre una ventina gli spettacoli allestiti nei 25 anni di attività della compagnia - che puntano a coinvolgere i ragazzi ospiti del carcere durante e dopo il loro percorso riabilitativo.
"Puntozero è una compagnia a tutti gli effetti, che si impegna a formare non solo attori ma anche macchinisti, tecnici del suono e delle luci, offrendo nuovi sbocchi professionali ai ragazzi che provengono da situazioni familiari e sociali svantaggiate", ci spiega Giuseppe Scutellà, presidente e direttore artistico di Associazione Puntozero. Lo spettacolo vuole far riflettere soprattutto i ragazzi, che oggi vivono sui social buona parte del loro quotidiano, e fa parte delle iniziative di sensibilizzazione contro l'odio online finanziate dalla raccolta fondi in crowdfunding #UnaBuonaCausa, promossa dalla piattaforma per la tutela legale delle vittime COP - Chi Odia Paga. "New Wild Web" verrà presentato in livestream nella mattinata del 22 febbraio agli alunni di diverse scuole. Si tratta di una rappresentazione "molto innovativa, ibrida e interattiva - prosegue Scutellà -, in cui si alternano una stand up comedy, musica e scene. Il copione c'è ma di fatto lo spettacolo si costruisce insieme al pubblico, che potrà interagire con gli attori in scena attraverso interventi e domande dirette".
La rappresentazione prende spunto da un lavoro di Jaron Lanier, informatico della Silicon Valley convinto che i social network stiano minando la nostra capacità di provare empatia e ha per protagonisti due bulli un po' sopra le righe: Ismo&Bull. "L'obiettivo dello spettacolo - sottolinea Scutellà - è smontare il ruolo del bullo e far capire che è possibile creare una società migliore". Un messaggio positivo con una valenza universale, che trova conferma nella testimonianza di uno degli attori della compagnia, un ragazzo che chiamerò Kevin.
L'esperienza di Kevin: da bullizzato a (futuro) educatore Kevin è nato in Italia da genitori croati e per varie vicissitudini personali si è trovato a vivere l'esperienza del carcere minorile. Ci sentiamo al telefono e la cosa che mi impressiona da subito è la sua maturità. "Io sono stato vittima dei bulli e quello che mi sento di dire è che non bisogna stare zitti e girarsi dall'altra parte".
L'esperienza con Puntozero, prosegue Kevin, "mi ha insegnato che è possibile cambiare vita se c'è chi ha fiducia in te. Se c'è chi non ti critica ma, anzi, ti aiuta a realizzare i tuoi sogni e ti dà un motivo per andare avanti a testa alta, senza vergogna. Se c'è chi vede la persona al di là dello sbaglio che può aver commesso. Ed è questo l'insegnamento che mi porto dentro: bisogna vedere e capire la persona che c'è al di là dello schermo, solo così è possibile sconfiggere il cyberbullismo".
Un insegnamento che Kevin vuole contribuire a diffondere mettendo a frutto la propria esperienza personale. "Adesso il mio obiettivo è diplomarmi in scienze dell'educazione, perché mi piacerebbe aiutare altri ragazzi che, come me, si sono trovati in un momento di difficoltà. Io so bene cosa provano e come si sentono e penso che la mia esperienza potrebbe aiutarli ad aprirsi. E, magari, fargli capire che si possono trovare nuovi percorsi di vita", anche ripensando il rapporto con la tecnologia e i social. "Poi, quando ci incontriamo faccia a faccia, invece, spesso non sappiamo come comportarci. Lo spettacolo mi ha permesso di tirare fuori emozioni e sentimenti molto intensi. Io stesso sono stato bullizzato e lo spettacolo mi ha aiutato a superare l'odio, ecco perché sono certo che questo progetto servirà anche ai ragazzi più piccoli, per capire che la vita non è quella che mettiamo in scena sui social. Internet non è il male, ma va ripensato e dovrebbe essere usato con più delicatezza", è l'insegnamento che mi lascia Kevin. Chiudo la telefonata e penso che forse basta davvero poco per sconfiggere il cyberbullismo.
di Carlo Lavalle
La Stampa, 8 febbraio 2021
Il social network è stato costretto a ridimensionare il ruolo dei gruppi perché ritenuti responsabili di disinformazione, odio e contenuti violenti e mezzo di organizzazione dell'assalto al parlamento Usa. Facebook nel 2019 ha ridisegnato la piattaforma mettendo al centro i gruppi ma ora fa marcia indietro reprimendone l'attività ed escludendoli dai suggerimenti nel news feed. Un gruppo di ricercatori aveva evidenziato sin dal mese di agosto 2020 il crescendo di retorica violenta, disinformazione e faziosità prodotta al loro interno mettendone al corrente l'azienda.
In un documento riservato, lo rivela il Wall Street Journal, è emerso come oltre il 70 per cento dei principali gruppi civici attivi negli Stati Uniti esprimesse una forte carica di odio e violenza e contenuti tossici, rappresentando un pericolo di radicalizzazione politica e sociale.
Nonostante le indicazioni degli autori della ricerca, Facebook non è intervenuta con determinazione e in modo tempestivo per bloccare questa deriva. Gli eventi del 6 gennaio, con l'assalto dei dimostranti al Campidoglio Usa, hanno fatto precipitare la situazione imponendo una svolta. Il ruolo fondamentale di Facebook come mezzo per pianificare e organizzare le proteste dei manifestanti è stato sottolineato da varie inchieste e segnalazioni giornalistiche. E, a questo punto, non è stato più possibile minimizzare o reagire in maniera blanda e in via provvisoria, ignorando il richiamo a un'azione più incisiva. Il giro di vite deciso dal management del social network ha portato alla rimozione di numerosi gruppi e alla definizione di nuove regole più restrittive. Guy Rosen, Vice President of Integrity di Facebook, ha giustificato la stretta, che ha comportato la disabilitazione di strumenti in grado di favorire la circolazione di contenuti violenti e il rafforzamento della moderazione, operazione non facile, facendo leva sulla difesa della sicurezza degli utenti. Alla fine, la società di Menlo Park, che ha ricevuto molteplici avvertimenti sulla funzione nefasta dei gruppi - descritti come un fattore di distruzione dell'America e accusati di covare odio dal senatore Edward Markey - dopo un tira e molla, ha scelto la via drastica di modifica della rinuncia alla promozione sulla piattaforma, modificando gli algoritmi. E trasformando una moratoria in una decisione permanente, annunciata dallo stesso Mark Zuckerberg.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 8 febbraio 2021
A sei mesi dalla scadenza risposta in 2 casi su 100. Al ritmo di 16 al giorno, solo a Milano, ci vorranno trent'anni per portare a compimento le procedure per l'emersione dal nero dei 26.000 lavoratori stranieri che speravano nella sanatoria dell'estate scorsa per uscire finalmente dalla clandestinità. A Caserta, le 6.622 domande ricevute giacciono ancora tutte nei cassetti della prefettura. A Firenze, esempio virtuoso, sono già stati fatti firmare 100 contratti su 4.483, il 2,5 per cento. È un'altra storia di diritti negati dalla burocrazia e dall'inadeguatezza del sistema Italia quella che vi raccontiamo.
A quasi sei mesi dalla chiusura dei termini per le richieste di emersione del lavoro nero nei settori del lavoro domestico, dell'assistenza alla persona, dell'agricoltura, dell'allevamento e della pesca, la sanatoria è rimasta lettera morta: delle 207.000 domande presentate, quelle esaminate sono appena il 2 per cento. Il Covid, ma soprattutto la mancanza di personale dedicato, hanno fatto sì che la maggior parte delle prefetture italiane non abbiano neanche iniziato le convocazioni dei lavoratori stranieri, e chi lo fa procede a un ritmo di 3-4 appuntamenti al giorno.
Lasciando gli oltre 200.000 lavoratori interessati nel limbo da cui speravano di poter uscire. "Come promotori della campagna Ero Straniero - dice Giulia Capitani, policy advisor di Oxfam - abbiamo raccolto tantissime segnalazioni. Occorre salvare la procedura di emersione dal sostanziale fallimento cui sembra avviata se non ci sarà un intervento netto del governo, con conseguenze pesantissime sulla vita di decine di migliaia di lavoratori". Dal Viminale ammettono l'impasse: solo a gennaio è stato possibile assumere personale interinale
di Alessia Arcolaci
Vanity Fair, 8 febbraio 2021
L'8 febbraio 2020, il ricercatore egiziano Patrick Zaki veniva fermato al Cairo per "propaganda sovversiva e terrorismo". Oggi l'Italia si mobilita per lui. Patrick Zaki è in carcere da 365 giorni. È trascorso un anno da quando l'8 febbraio scorso è stato fermato, appena atterrato al Cairo, in Egitto, per un interrogatorio. Da quel momento, rinvio dopo rinvio è rimasto in carcere.
Era arrivato da Bologna, dove studiava e lavorava come ricercatori all'università, per trascorrere alcuni giorni con la sua famiglia. Al momento del fermo non sono state rese note le accuse. Solo dopo l'interrogatorio si è saputo che era accusato di propaganda sovversiva e terrorismo tramite alcuni post Facebook, secondo l'accusa. Nonostante la "non colpevolezza" del ricercatore sia stata dimostrata in tribunale, Patrick Zaki resta in carcere. L'ultimo rinnovo vi di 45 giorni da parte del tribunale è stato comunicato a inizio febbraio.
"Non sappiamo quando finirà questo incubo". Ha detto a La7 la sorella di Patrick, Marise. La donna, negli stessi giorni insieme alla sua famiglia, ha lanciato un appello affinché venga data la cittadinanza italiana al fratello. "Abbiamo scoperto che mio fratello rischia di rimanere in carcere, un anno, due anni o forse di più. E non si sa se verrà mai scarcerato. Ciò che Patrick ci dice durante le visite è di "continuare quello che avete iniziato per rendere vicina la mia libertà". Le iniziative volte alla sua scarcerazione sono tantissime e da un anno non si fermano. Oggi è il giorno di "Voci per Patrick". Una maratona musicale organizzata da Amnesty International, Mei (Meeting delle etichette indipendenti) e Voci per la libertà. Dodici ore di musica, oltre 150 artisti. Tra cui Roy Paci e Marina Rei che si susseguiranno in un grande evento online. Dalle 12 alle 24, per chiedere la sua libertà. È la più grande mobilitazione musicale organizzata per Patrick.
"Una Woodstock della musica italiana per Patrick", ci racconta Michele Lionello, direttore artistico di Voci per la Libertà. "Il nostro obiettivo è continuare a chiedere libertà per Patrick. Sappiamo per certo che quando ha parlato con la famiglia e gli avvocati, ha palesato la contentezza di sapere che ci sono migliaia e migliaia di persone che si stanno mobilitando per lui in Italia. E continueremo a farlo, anche per accendere un faro sulla situazione dei diritti umano in Egitto. Pensando alla vicenda ancora più triste di Giulio Regeni o anche di tanti egiziani che vengono incarcerati e di cui non si sa niente". La maratona sarà in diretta. Sui canali social di Voci per la Libertà, si alterneranno ai contributi video degli artisti quelli in diretta di persone che sono vicine alla vicenda di Patrick. Ci saranno tre suoi amici, la coordinatrice del progetto Gemma a cui Patrick stava lavorando, rappresentanti di Amnesty e delle istituzioni.
di Simone Pieranni
Il Manifesto, 8 febbraio 2021
Lavoratori, studenti, gente comune sono scesi per le strade per protestare contro il colpo di stato e per Aung San Suu Kyi. Il rumore notturno di pentole che nei giorni successivi al golpe dei militari in Myanmar, denunciava una rabbia presente per quanto composta, è tracimato per le strade della capitale Yangon.
Studenti, lavoratori, gente comune, vestita di rosso (il colore della Lega nazionale per la democrazia) e con la mano raccolta a evidenziare le tre dita - nuovo simbolo delle proteste asiatiche, comuni anche alla Thailandia e traslate dalla popolare serie cinematografica Hunger Games - hanno dato vita a una straordinaria protesta contro i militari, a favore della Lega nazionale per la democrazia e per la liberazione della sua leader, Aung San Suu Kyi, agli arresti (rischia due anni di carcere) per possesso illegale di ricetrasmittenti.
In precedenza i medici avevano già manifestato contro il nuovo regime, sostenendo di non poter lavorare per una giunta militare. Nella giornata di ieri in tanti hanno deciso di dare un contributo alle proteste anche senza scendere per strada: un camion - riporta il Guardian - ha rilasciato palloncini rossi nel cielo, mentre i conducenti degli autobus lanciavano volantini "contro il comandante in capo dell'esercito, Min Aung Hlaing".
Venerdì, centinaia di studenti si erano radunati alla Dagon University, alla periferia della capitale. I militari hanno "distrutto i nostri sogni, spero che la nostra generazione sarà l'ultima a sperimentare il governo militare". Le manifestazioni a Yangon segnalano un'attivazione reale della popolazione birmana, dopo che i principali strumenti on line di organizzazione delle mobilitazioni sono stati spenti dalla giunta militare. A questo proposito Amnesty International ha definito la chiusura "atroce e spericolata" e ha avvertito che potrebbe mettere la popolazione del Myanmar a rischio di violazioni dei diritti umani.
Anche in questo caso, si assiste a una nuova consuetudine di certe forme di potere, tese a silenziare immediatamente la rete internet, con l'illusione di fermare proteste che in realtà partono da sentimenti reali, di una popolazione che grazie alla pur lenta e incompleta (non senza alcuni orrori, come quello del Rohingya) democratizzazione, aveva assaporato una vita normale e caratterizzata da una nuova fiducia che molti paesi esteri avevano dimostrato sotto forma di investimenti e una lenta ripresa economica. Come riportato dalla Bbc, "La polizia con scudi antisommossa ha utilizzato filo spinato per bloccare le strade e sono stati dispiegati cannoni ad acqua, ma la manifestazione è rimasta pacifica, senza alcun tentativo da parte dei manifestanti di oltrepassare le linee di polizia".
"Siamo qui per combattere per la nostra prossima generazione, per liberarli da una dittatura militare", ha detto a France-Presse una donna alla manifestazione. Parlando da Yangon, l'ambasciatore britannico in Myanmar, Dan Chugg, ha detto alla Bbc che un numero crescente di persone stava scendendo in piazza durante un movimento di disobbedienza civile a livello nazionale. "Il dolore e la tristezza degli ultimi giorni si stanno gradualmente trasformando in rabbia". Nella giornata di ieri si segnala anche l'arresto di Sean Turnell, un professore australiano nonché consigliere economico della deposta leader Aung San Suu Kyi. Turnell - direttore del Myanmar Development Institute - aveva definito la notizia del colpo di stato come un evento "straziante e un disastro per l'economia" la notizia del colpo di stato. "Sono stato arrestato, forse accusato di qualcosa, può essere qualsiasi cosa, ovviamente", ha riportato la Bbc.
Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2021
Il governo Draghi non è ancora nato e la maggioranza rischia già di spaccarsi sul tema che ha provocato la fine del governo Conte 2: la prescrizione. Se il nuovo esecutivo dovesse nascere a metà settimana, già dal prossimo weekend la commissione Affari costituzionali della Camera sarà chiamata a votare sul cosiddetto "lodo Annibali", la norma che si ispira alla deputata di Italia Viva, Lucia Annibali, per sospendere la legge Bonafede entrata in vigore il 12gennaio 2020 che blocca la prescrizione dopo la sentenza di primo grado.
di Franco Corleone
L'Espresso, 7 febbraio 2021
La crisi terrificante e terrorizzante della politica ha costretto il Presidente Mattarella a chiedere al prof. Mario Draghi di formare un governo autorevole e con presenze di personalità di valore indiscusso.
di Simona Musco
Il Dubbio, 7 febbraio 2021
L'incubo di 13 ex consiglieri regionali del Lazio finisce con un'assoluzione piena. L'ottava sezione collegiale di Roma ha fatto cadere mercoledì scorso le accuse perché il fatto non sussiste.
Un processo mediatico. Una gogna durata otto anni, per aver assunto il personale a chiamata diretta. L'incubo di 13 ex consiglieri regionali del Lazio finisce con un'assoluzione piena.
di Lea Melandri
Il Riformista, 7 febbraio 2021
La violenza sulle donne è l'atto di nascita della politica e del suo inevitabile declino. Dire che è "un fenomeno strutturale", senza che gli uomini consapevoli degli orrori che ha prodotto storicamente la "virilità", aggiungano "ci riguarda", è indifferenza o silenziosa complicità. I femminicidi, gli stupri, i maltrattamenti, l'integralismo antiabortista, le molestie e i ricatti sessuali sul lavoro: queste e infinite altre forme di violenza manifesta o invisibile sulle donne "emergono" oggi non a caso nella loro forma più arcaica e selvaggia -potere di vita e di morte- di fronte a una "libertà" delle donne che molti uomini sono incapaci di tollerare, altri tollerano in silenzio, altri evitando di alzare gli occhi e la voce di fronte alla barbarie assassina dei loro simili.
di Chiara Spagnolo
La Repubblica, 7 febbraio 2021
Il personale amministrativo è carente di 500 unità rispetto alla pianta organica. E poi ci sono i palazzi fatiscenti - da Bari a Foggia, passando per Trani - e le Cittadelle giudiziarie che per ora sono soltanto sulla carta. Ci sono i processi da tenere in videoconferenza in tribunali non dotati di wi-fi, i computer usati e dati in dotazione ai magistrati, il personale amministrativo carente di 500 unità rispetto alla pianta organica. E poi i palazzi fatiscenti - da Bari a Foggia, passando per Trani - e il sogno delle cittadelle giudiziarie che assomiglia a una chimera. Arranca la giustizia ai tempi del Covid. Sotto il peso di problemi vecchi e regole nuove, legate all'uso ormai indifferibile di sistemi da remoto non supportati da una dotazione tecnologica adeguata.
Significa che molte delle novità imposte dal ministero della Giustizia per l'applicazione delle norme anti-Covid sono di difficile attuazione e che senza un piano di investimenti per le dotazioni strumentali, l'adeguamento degli immobili e la formazione del personale, la giustizia nel distretto di Bari continuerà ad arrancare. Come dimostrano i dati e le considerazioni messi nero su bianco nella relazione del presidente della Corte d'appello, Franco Cassano, per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, nella quale ha annunciato la sfida del settore: "Trasformare i disastri della pandemia in una occasione di crescita e miglioramento della giustizia".
Il sogno di Internet - L'immagine dei magistrati che collegano il pc al telefonino tramite hot spot per tenere le udienze da remoto sintetizza il distacco fra teoria e realtà. In nessun tribunale o ufficio giudiziario del distretto di Bari esiste il wi-fi: tutto fino a pochi mesi fa si svolgeva tramite una rete Intranet, che è divenuta parzialmente inutile quando la pandemia ha reso necessario interfacciarsi con persone all'esterno, siano essi avvocati, imputati o detenuti. Il problema è come quello del cane che si morde la coda, però, perché la norma prevede che il magistrato tenga l'udienza da remoto dal suo ufficio o da un'aula.
Le aule in cui esiste il collegamento a Internet sono talmente poche da essere contese e non hanno allacci in numero tale da consentire il contemporaneo collegamento di tutti i componenti di un collegio. Per celebrare le udienze a distanza è stato scelto l'applicativo Teams e sono stati diramati tutorial per insegnare a utilizzarlo, ma la complessità delle procedure di udienza è difficilmente imbrigliabile. E per questo motivo il numero dei procedimenti da trattare online quotidianamente è notevolmente ridotto rispetto a quelli che si potevano fare in presenza. "Sono necessari tempi minimi per il collegamento con ogni partecipante - ha spiegato il presidente Cassano - per gli avvisi del giudice e le dichiarazioni delle parti, per la redazione dei verbali e la chiusura dei collegamenti".
Indagini più complicate - Le Procure del distretto (a partire da quella di Bari, guidata da Roberto Rossi) e la Dda (con a capo Francesco Giannella) a inizio 2020 avevano iniziato a utilizzare il Portale delle notizie di reato, formando la polizia giudiziaria e puntando alla realizzazione automatica del fascicolo elettronico. L'arrivo della pandemia ha rallentato questo percorso, però, perché l'applicativo utilizzato a tale scopo (Tiapdocument@) non fa parte di quelli che si possono utilizzare dall'esterno degli uffici, dunque è inibito a tutti coloro che si trovano in smart working.
Questo esempio introduce un altro problema con cui il personale degli uffici giudiziari si è dovuto confrontare in questi lunghi mesi in cui centinaia di amministrativi hanno lavorato da casa: l'impossibilità di entrare nel sistema del ministero da computer che non sono collegati alla rete Intranet, dunque di poter assicurare moltissime mansioni dalle abitazioni. Eppure quella del processo telematico viene ritenuta la strada principe da percorrere, "coltivando anche il cambiamento culturale che ciò comporta" ha detto nell'inaugurazione del 30 gennaio la procuratrice generale Anna Maria Tosto.
L'organico insufficiente - Lo smart working viene indicato dal presidente Cassano come "un obiettivo da raggiungere", perché consentirebbe maggiore flessibilità e responsabilizzazione del rapporto di lavoro, facendo riscoprire "giacimenti di entusiasmo ed energia sopiti da decenni di gestione burocratica e svogliata", introducendo "il principio della meritocrazia e della valutazione basata sui risultati e sui livelli di servizio più che sul presenzialismo e sull'adempimento di procedure burocratiche".
Alla base di una nuova organizzazione del lavoro serve una dotazione adeguata degli organici, però, che adesso sono insufficienti soprattutto per il personale amministrativo. Nel distretto, numeri alla mano, a una pianta organica che prevede 1.506 unità corrispondono 946 persone in servizio, molte delle quali sono in età avanzata e quindi ormai prossime alla pensione. Meno drammatica ma ugualmente insufficiente è la pianta organica dei magistrati, carente di 51 unità: 40 riguardano gli uffici giudicanti e 11 le Procure. La situazione peggiore è quella del tribunale di Foggia, dove mancano 15 giudici e, a seguire, della Corte d'appello di Bari, in cui ne mancano 14.
L'ira degli avvocati - "Appare paradossale che si parli di intelligenza artificiale nella giurisdizione quando ancora semplici piattaforme informatiche non funzionano a dovere e i processi telematici, civili e penali, scontano disservizi di ogni genere" ha detto il presidente dell'Ordine degli avvocati di Bari, Giovanni Stefanì. Gli avvocati, del resto, subiscono ancor più dei magistrati le limitazioni imposte dalle norme anti-Covid.
A partire dalla frequentazione contingentata dei palazzi di giustizia, con le udienze da remoto a farla da padrona e l'ingresso negli uffici solo su appuntamento. "Questa giustizia comprime irreparabilmente il diritto di difesa - ha aggiunto Gaetano Sassanelli, già presidente della Camera penale e componente del Consiglio giudiziario - La parte che rappresenta l'accusa è regolarmente presente nei palazzi di giustizia: il difensore invece deve entrare con il cappello in mano, districandosi nel diluvio di protocolli come in una sorta di gioco dell'oca, seguendo le scansioni temporali imposte da terzi, alla stregua di un piazzista che si presenta dietro la porta di casa all'ora di pranzo".
- Cagliari. Sdr: "Gravi carenze distribuzione di farmaci nella Casa Circondariale di Uta"
- Venezia. Fine pena, esce dal carcere a 43 anni ma è contagiato dal Covid
- Carinola (Ce). Focolaio Covid nel carcere, 17 agenti positivi: screening tra i detenuti
- Virus dell'azzardo online, giovani sempre più a rischio
- Grosseto. Il Premio "Mariella Gennai" quest'anno è aperto anche ai detenuti










