primafirenze.it, 6 febbraio 2021
La missione quasi decennale di don Enzo Pacini, cappellano alla Dogaia. "Difficile per i detenuti capire ciò che accade all'esterno". Il prossimo mese di luglio, don Enzo Pacini, vicedirettore dell'ufficio pastorale dei migranti sarà da 10 anni cappellano presso la Casa circondariale "La Dogaia", l'istituto penitenziario di Prato.
Don Enzo: "In carcere situazione di lockdown" - Un anniversario importante per chi come don Enzo ha sempre svolto e continua a svolgere una vera e propria missione pastorale, non priva di difficoltà, riscoprendo ogni giorno, insieme ai detenuti, il valore più alto dell'umanità. Una missione oggi aggravata dall'emergenza sanitaria nata dalla pandemia. "In realtà - ha precisato don Enzo - confrontando i problemi che ci sono all'esterno, in carcere viviamo sempre una situazione di "lockdown" e per questo le persone che si trovano in cella stanno vivendo in modo particolare la diffusione del virus, spesso non comprendendo come sia la vera situazione vissuta all'esterno. Ciò che invece è resa più pericolosa è certamente la diffusione del virus.
Nella prima ondata non vi sono stati problemi mentre nei mesi scorsi il virus ha iniziato a circolare anche all'interno dell'istituto penitenziario rendendo necessaria la realizzazione di un reparto Covid dove trasferire tutti i detenuti positivi". La pandemia ha poi prodotto altre conseguenze: la Messa è stata sospesa per un certo periodo ed oggi è ripresa, mentre rimangono sospese, quasi da un anno, la catechesi e le altre attività, anche di tipo sportivo, che venivano svolte con il personale volontario. Continua a svolgersi, invece, l'attività scolastica mentre i colloqui con i familiari vanno a rilento.
Le visite in carcere durante la pandemia. È ammessa la presenza solo dei familiari che risiedono a Prato. "Al tempo stesso però - ha osservato il cappellano - è stata incrementata da 1 a 3 volte alla settimana la possibilità di intrattenersi al telefono, anche mediante le videochiamate, con i propri familiari. Nel carcere è molto facile adattarsi ai cambiamenti e quindi anche la mutata situazione data dall'emergenza, dopo un'iniziale tensione, è stata accettata dai detenuti senza particolari problemi.
In questi quasi dieci anni - ha proseguito - all'interno della casa circondariale non vi sono stati cambiamenti macroscopici anche se è cambiata la composizione della popolazione carceraria: è sensibilmente diminuita la presenza delle persone nordafricane (mentre è aumentata la presenza degli africani, molti provenienti dalla Nigeria) e sono diminuite le lunghe condanne, come quelle dell'ergastolo, essendo molto più frequenti condanne di breve o media durata che rendono più difficile l'espletamento dei percorsi scolastici completi. Talvolta - ha rivelato - non è facile comporre le classi di detenuti".
A non cambiare, invece, secondo quanto riferito da don Enzo è stata l'età dei carcerati che si attesta sempre come media sulla trentina, con una popolazione molto giovane. "L'esperienza dietro le sbarre - ha concluso il cappellano - avvicina le persone alla fede e ad una riscoperta di certi valori tanto che sono molti i detenuti che si rammaricano della sospensione, oramai da mesi, della catechesi che veniva frequentata con assiduità. Oggi all'interno del carcere anche la mia presenza è più contenuta, mi reco solo quando qualche persona chiede un colloquio, per celebrare la messa o svolgere altre attività di assistenza ma in ogni modo cerco sempre di far sentire la mia vicinanza ai detenuti e al personale della polizia penitenziaria essendo necessario non dimenticarsi mai di quanto sia logorante e impegnativo il lavoro degli agenti".
di Filippo Poltronieri
Il Domani, 6 febbraio 2021
Nel dibattito tra didattica a distanza e in presenza, tra le mura delle carceri si è sperimentata una terza via: lo stop totale alle lezioni. Dall'inizio della pandemia, quasi un anno, oltre 500 studenti detenuti nell'istituto penitenziario di Rebibbia non hanno intrapreso alcun percorso di didattica online, nonostante le scuole cui sono iscritti abbiano acquistato le attrezzature necessarie a settembre, con fondi del ministero. Il motivo è l'assenza di una connessione sicura, oltre alle ristrettezze degli spazi, già insufficienti per "ospitare" i detenuti, figuriamoci per riunirli in classi abbastanza spaziose. Se, come recita la Costituzione, la pena "deve tendere alla rieducazione del condannato" allora nel carcere di Rebibbia siamo di fronte a una sospensione di un diritto fondamentale dei detenuti.
"Abbiamo speso un sacco di soldi del ministero, acquistando tutto il necessario: smart tv, microfoni, cuffie, ma non ci è consentito introdurre gli strumenti in carcere", dice Patrizia Marini, dirigente scolastico dell'Istituto tecnico agrario Emilio Sereni, una scuola della periferia est di Roma, che conta diciotto iscritti tra carcere maschile e femminile di Rebibbia.
L'impegno disatteso - "Negli istituti penitenziari con cui lavoriamo è stato impossibile attivare la Dad", dice Mariella De Michele, insegnante del Sereni e responsabile delle classi di detenuti. "L'amministrazione carceraria si era presa l'impegno di risolvere i problemi di rete e di formazione del personale interno. A oggi non vediamo gli studenti da novembre e non abbiamo notizie sui tempi di allestimento delle smart classe", conclude. Agli inizi della pandemia, in tutta Italia è stato impossibile attivare effettivi percorsi di didattica online con gli studenti degli istituti penitenziari, viste le stringenti normative carcerarie in fatto di reti Internet, la carenza di personale di vigilanza e la scarsa disponibilità di device.
"A settembre, nonostante i fondi erogati alle scuole, pochi penitenziari si sono organizzati con la Dad, molti sono ripartiti in presenza senza organizzarsi per una seconda ondata", dice Alessio Scandurra dell'associazione Antigone, commentando i dati che l'associazione in difesa dei diritti dei detenuti sta raccogliendo per il suo report annuale. "Nella metà dei casi che abbiamo rilevato, adesso si fa didattica in presenza. La Dad l'hanno organizzata in pochissimi, i problemi sono strutturali: nelle carceri non c'è connessione, spesso si fatica a far funzionare le linee telefoniche", commenta Scandurra. L'interazione con l'esterno avviene spesso con smartphone che hanno una banda limitata e che servono ai colloqui famigliari dei detenuti, in sostituzione di quelli dal vivo. Utilizzarli per la Dad è fuori discussione. Vista la presenza di un focolaio all'interno del carcere, 110 i positivi al 29 gennaio, e senza particolari evoluzioni tecnologiche, a Rebibbia il ritorno in classe sembra essere un miraggio. Le lezioni in presenza sono ferme dal 19 novembre dopo una disposizione della Asl che, in occasione di una prima diffusione del contagio, ne aveva ordinato lo stop.
"Una decisione che ai tempi ho contestato perché non rispetta i requisiti di circostanza, sospende la didattica senza un termine", spiega Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio. "Quando c'era stato un focolaio nel reparto femminile, la direttrice aveva fermato le lezioni con provvedimenti settimanali".
Un solo istituto - I 310 iscritti (su 1.400 detenuti) del complesso principale di Rebibbia, le 105 studentesse del femminile e i 212 del penale si sono arrangiati con una didattica a distanza asincrona, affidata all'organizzazione delle singole scuole, che inviano i materiali, e alla disponibilità degli operatori carcerari, che li stampano e li distribuiscono. Un solo istituto del grande complesso carcerario romano prosegue le lezioni in aula. "Si tratta della III Casa Circondariale di Rebibbia che, con soli 11 iscritti su 70 detenuti, riesce a portare avanti il programma in una sola stanza e con una connessione molto precaria perché sono pochi", commenta Anastasia.
Viste le difficoltà e il sostanziale blocco della didattica negli altri plessi, il dipartimento di prevenzione della Asl ha annunciato che il 1° febbraio effettuerà una ricognizione nell'istituto per valutare una ripartenza della didattica in presenza per tutti. Una prospettiva che preoccupa moltissimo insegnanti e operatori carcerari: "Sarebbe una follia", commenta De Michele, "gli spazi non ci sono e quando siamo andati noi in carcere, come a settembre e ottobre, tutti i dispositivi di protezione dovevamo portarceli da scuola mentre ai detenuti non venivano forniti. Non c'è aerazione sufficiente, non si capisce perché non siano in grado di trovare una soluzione per la Dad, finché i contagi sono così alti".
Ma i soldi ci sono - Eppure i soldi sono stati investiti - solo nel Lazio 350mila euro, 5mila quelli dell'istituto Sereni - attraverso i fondi europei Pon messi a disposizione dal ministero dell'Istruzione per allestire smart class mai utilizzate a causa delle carenze strutturali delle carceri. Grazie a un emendamento alla legge di stabilità regionale, a firma del consigliere di +Europa Radicali, Alessandro Capriccioli, alla fine del 2020 sono stati stanziati 600mila euro per la digitalizzazione e il potenziamento delle attrezzature telematiche delle prigioni. Un investimento necessario che rischia però di far vedere i suoi primi frutti ad anno scolastico abbondantemente terminato. L'elevato numero di detenuti iscritti a percorsi scolastici, oltre 20.000 nel 2018, il 34,64 per cento della popolazione carceraria secondo gli ultimi dati di Antigone, mostra l'importanza crescente della formazione in un percorso di pena che non dovrebbe essere soltanto punitivo. Il livello di istruzione medio di una persona che finisce dentro è piuttosto basso. Sempre al 2018, il 38,6 per cento dei detenuti aveva la sola licenza media, il 26,5 quella elementare, il 5,5 era senza titolo di studio. Solo il 4,2 per cento aveva un diploma di scuola superiore. L'istruzione resta dunque la via principe per immaginare un futuro al di fuori delle sbarre e uno strumento fondamentale per evitare la recidiva.
"Fare dieci mesi di carcere ora o farli tre anni fa non è la stessa cosa", dice Alessio Scandurra di Antigone. "La galera oggi è più severa e non garantisce i diritti del dettato costituzionale". E mentre gli studenti, giovani e liberi, chiedono maggiori garanzie per il rientro in aula, una donna, uscita da pochi giorni da Rebibbia, bussa alle porte del Sereni: "Voleva sapere se poteva iscriversi alle serali: è stata la prima cosa che ha fatto dopo aver scontato la pena ed essere uscita dal carcere", racconta commossa la professoressa De Michele, che fino all'anno scorso era stata la sua insegnante dietro le sbarre.
La Repubblica, 6 febbraio 2021
Il 9 marzo, all'inizio del lockdown, anche nel carcere milanese ci fu una rivolta con danneggiamenti, incendi e minacce al personale. Cinque dei detenuti non hanno partecipato all'udienza perché positivi al Covid. Sono stati chiesti riti alternativi per 13 dei 22 detenuti imputati per le rivolte al carcere di Opera avvenute il 9 marzo scorso, subito dopo l'annuncio del lockdown totale a causa della pandemia Covid. Nell'udienza preliminare che si è tenuta oggi davanti alla gip Daniela Cardamone 8 detenuti hanno chiesto il rito abbreviato e 5 il patteggiamento. La media delle pene concordate è di un anno e un mese.
Le accuse erano a vario titolo di resistenza e minacce a pubblico ufficiale, danneggiamento e incendio. Le indagini, condotte dalla polizia penitenziaria attraverso l'analisi dei filmati e coordinate dal pm Enrico Pavone (del pool antiterrorismo guidato dal pm Alberto Nobili), avevano portato inizialmente a 92 denunce e, dopo la chiusura indagini a luglio, alla richiesta di processo per 22. Da quello che si è saputo, all'udienza preliminare di oggi - che si è tenuta nell'aula Bunker di via Uccelli di Nemi - non hanno potuto partecipare 5 detenuti, perché positivi al Covid.
Altri 4 non hanno fatto richieste di riti alternativi, e quindi andranno a processo ordinario; per uno di loro, che è straniero, c'è stato un difetto di notifica. Tra le contestazioni a carico di alcuni detenuti anche quelle di aver tentato di "sfondare" un cancello di una sezione del carcere e di aver "minacciato di morte" alcuni agenti della polizia penitenziaria. Inoltre, avrebbero provocato un incendio "dando fuoco ai materassi", per distruggere tavoli e sedie. In quei giorni di emergenza Covid varie rivolte erano scoppiate in diverse carceri italiane. La fase dell'udienza preliminare dovrebbe concludersi con l'appuntamento previsto per l'11 febbraio, durante il quale la giudice dovrebbe esprimersi in merito alle richieste.
di Antonio Sabbatino
internapoli.it, 6 febbraio 2021
Casi Covid nel carcere di Secondigliano, 20 detenuti positivi al virus. Non molla neanche nelle carceri campane la morsa del Covid 19. Secondo gli ultimi dati aggiornati forniti dal garante regionale delle persone private della libertà, Samuele Ciambriello sono attualmente 24 i detenuti positivi al Coronavirus e 58 tra gli agenti e gli operatori penitenziario.
A fare la triste parte del leone la Casa circondariale Pasquale Mandato di Secondigliano, con 20 casi di positività. Seguono, con numeri decisamente più esigui, il Giuseppe Salvia di Poggioreale con 3 positivi e Carinola con un solo caso. Si attende anche per la platea carceraria l'inizio della campagna vaccinale, corrispondente alla fase 3 dopo quella degli operatori sanitari, ospiti delle Rsa e ultraottantenni.
di Gennaro Totorizzo
La Repubblica, 6 febbraio 2021
Il dirigente antimafia morì a 38 anni nel 2017. C'è tempo fino al 4 maggio per partecipare nelle tre sezioni dedicate alla poesia, alla narrativa e a una lirica ispirata alla vita di Fumarulo: il premio è rivolto ai detenuti di Puglia e Basilicata. Un premio letterario rivolto ai detenuti, dedicato a Stefano Fumarulo, giovane dirigente regionale scomparso nell'aprile del 2017, sempre vicino ai più deboli e costantemente impegnato nella lotta alla criminalità. È stato organizzato dall'associazione barese Giovanni Falcone, per celebrare il venticinquesimo anniversario della fondazione, in collaborazione con il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà.
"Un anno fa avevamo preso un impegno: dedicare un premio letterario nelle carceri a Stefano Fumarulo - racconta il presidente dell'associazione Falcone Corrado Berardi - Ha infatti dedicato la sua vita alla tutela dei più deboli e alla difesa dei loro diritti, operando nell'ambito del sociale e delle migrazioni e collaborando attivamente come consulente delle commissioni antimafia, sia regionale che parlamentare. Proprio per questi motivi, saranno coinvolti nel progetto i detenuti delle carceri di Puglia e Basilicata, in qualità di partecipanti al concorso".
Il bando della prima edizione è già partito il 2 febbraio. Sono previste tre sezioni: una dedicata alla poesia, una alla narrativa e una "speciale" di poesia, per la quale sarà assegnato un premio alla migliore lirica ispirata alla vita di Stefano Fumarulo. I lavori devono pervenire in un plico con la dicitura "Premio letterario in memoria di Stefano Fumarulo 2021" entro il 4 maggio, all'indirizzo "Associazione culturale G. Falcone, via dei Narcisi 1 a Bari Santo Spirito-Catino" (info 340.582.41.96). Una giuria di esperti, formata da umanisti, esperti nel campo dell'editoria e della scrittura poetica, valuteranno le opere. E, il 26 giugno alle 18, nella sede della scuola Falcone di Catino, ci sarà la premiazione. "Con questo premio dedicato a Stefano Fumarulo, si vuole ricordare il suo impegno sociale e il rigore morale tenuto nell'esercizio dei ruoli istituzionali da lui ricoperti - conclude Berardi - E nella sede dell'associazione, realizzeremo anche un murale che lo raffigura".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 febbraio 2021
Pietro Ioia sta attivando uno Sportello di orientamento legale gratuito, uno di avviamento al lavoro e di ricerca di occupazione. Esiste una stretta correlazione tra chi entra in carcere e la mancanza di occupazione, ma anche tra la devianza e la bassa scolarizzazione.
Un dato che emerge dal dossier elaborato dall'ufficio del garante locale dei detenuti del comune di Napoli, con l'ausilio delle collaboratrici Sara Romito e Sarah Meraviglia. Ed è Pietro Ioia che ha ricevuto il mandato da oramai più di un anno per svolgere il ruolo da garante comunale per le persone private della libertà. Pietro Ioia è un punto di riferimento importante e soprattutto competente sia per il suo attivismo costante e sia perché è la rappresentazione vivente dell'articolo 27 della nostra Costituzione: parliamo di un uomo che nella sua vita passata ha commesso dei grossi sbagli (Pietro Ioia è un ex detenuto), ma non solo è cambiato e si è riscattato nella vita, sta soprattutto contribuendo attivamente per il benessere della nostra civiltà.
Il livello di istruzione dei detenuti è mediamente basso - Dal dossier del garante di Napoli emerge il dato che tra criminalità e precedenti esperienze scolastiche fallimentari esiste un nesso stretto e che il livello d'istruzione dei detenuti è mediamente basso: sommando i dati relativi ai detenuti analfabeti, privi di titolo di studio e con licenza elementare si calcola che la percentuale di ristretti che non ha assolto l'obbligo scolastico sfiora il 40%.
Confrontando questi dati con quelli della popolazione libera - che per il 45,5 % ha un titolo di licenza elementare e licenza media e per il 35,6 % un diploma di istruzione secondaria - risulta, sottolinea il dossier - "con evidenza drammatica l'entità del legame tra criminalità e bassa scolarizzazione". Ma, com'è detto, emerge una stretta correlazione anche tra devianza e mancanza di occupazione, dimostrata dal fatto che la percentuale complessiva dei disoccupati e degli inoccupati, prima dell'ingresso in carcere, è di circa il 34 %, a cui si deve aggiungere un 42 % di persone detenute con una condizione lavorativa non rilevabile.
Uno sportello di orientamento legale gratuito - Ed è proprio guardando poi alla situazione delle carceri napoletane che si comprende quanto sia predominante la questione della marginalità sociale che porta alla delinquenza. Ed è qui che il garante Pietro Ioia diventa un punto di riferimento determinante, anche attraverso azioni concrete. Lo si evince sempre dal dossier.
La prima cosa è la mancanza di conoscenza da parte dei detenuti riguardante i propri diritti e anche la possibilità di avere avvocati. Molti detenuti, infatti, si rivolgono al Garante per chiedere informazioni sui provvedimenti adottati nei loro confronti e sulla normativa di riferimento: in questi casi sono state fornite tutte le informazioni e le delucidazioni necessarie e si sta inoltre attivando uno sportello di orientamento legale gratuito presso l'Officina delle culture "Gelsomina Verde" della Cooperativa Sociale R(E)sistenza di Scampia, grazie a cui un'équipe di avvocati accompagnerà i familiari che ne faranno richiesta nel percorso giuridico della persona reclusa. Molti detenuti e anche molti familiari, infatti, hanno pochissimi contatti con i propri difensori oppure li interpellano solo in casi di profonda necessità, spesso per problemi di natura economica. Non solo. Molti ristretti si sono rivolti a Pietro Ioia anche per chiedere informazioni sulla possibilità di lavorare, sia in carcere che al termine della propria detenzione.
Il progetto "Il pacco del detenuto ignoto" - Ed ecco che Pietro Ioia si è attivato anche per questo, predisponendo, insieme all'Associazione di Promozione Sociale La Livella e all'Organizzazione di Volontariato Officine Periferiche, uno sportello gratuito di orientamento al lavoro e di ricerca di occupazione per le persone in esecuzione penale e per i familiari dei detenuti (progetto S.N.O.D.O. - Sportello Nuove Opportunità di Occupazione). C'è anche tanta povertà nel carcere, ristretti che non hanno soldi per acquistare il cibo (insufficiente quello che viene fornito) e beni di prima necessità. Ci sono persone anziane e malate che non hanno la possibilità nemmeno di acquistare i pannoloni. Molti non hanno nemmeno una famiglia che possa sostenerli.
Il garante Pietro Ioia e il suo staff, a tal proposito ha ideato il progetto "Il pacco del detenuto ignoto", ossia l'organizzazione di momenti di raccolta di beni donati dalla popolazione che sono stati poi destinati ai detenuti indigenti; oltre ai generi alimentari sono stati donati e poi consegnati alle Direzioni anche beni di prima necessità, come saponi, bagnoschiuma, shampoo, spazzolini, dentifrici, detersivi. Tutto qui?
No, perché ci sono anche detenuti disabili che non hanno la possibilità di avere una sedia a rotelle. Ed è sempre l'ufficio del Garante, coadiuvato da alcuni abitanti del Comune di Napoli, che ha donato alle Case Circondariali di Poggioreale e Secondigliano tre sedie a rotelle, destinate ai detenuti disabili accolti nei centri clinici degli istituti. A chi dice che i garanti locali non servono a nulla e devono essere aboliti, devono prima guardare tutto questo. Conoscere prima, per poi dover deliberare.
laquilablog.it, 6 febbraio 2021
"Ho scontato sei anni di galera, poi sono stato assolto e non mi hanno risarcito perché avevo cattive frequentazioni con estremisti di sinistra". Inizia così il racconto di Giulio Petrilli, ex presidente dell'azienda regionale edilizia e territorio dell'Abruzzo.
"Per aver stabilizzato cinque dipendenti e aver ridotto l'indennità del direttore da 110.000 euro annui a 39.000 - spiega - volevano farmi fare per abuso d'ufficio otto mesi di carcere e mi hanno condannato a pagare 160.000 euro. Tutte queste condanne non solo per la mia giusta azione in difesa del diritto al lavoro e all'abbassamento forte degli stipendi dei manager, ma ce l'avevano con me per aver denunciato la corruzione post terremoto, i puntellamenti senza fare gare d'appalto e con guadagni altissimi.
"Poi - prosegue il racconto di Giulio Petrilli - da presidente Aret avevo spinto per dare i fondi della cooperazione internazionale ai paesi post guerra come la Serbia per gli orfanotrofi, ospedali, adozioni a distanza ecc. 460.000 euro". "Ho pensato a questo e a mandare i soldi li e non a prendere tangenti", conclude Giulio Petrilli.
La Repubblica, 6 febbraio 2021
La decisione apre la strada ad un'inchiesta per crimini di guerra contro lo Stato ebraico e contro il gruppo palestinese Hamas. La Corte Penale Internazionale dell'Aja ha stabilito di avere giurisdizione sulla situazione nei Territori palestinesi occupati, aprendo la strada al procuratore del tribunale per aprire un'indagine su crimini di guerra contro Israele e il gruppo palestinese Hamas.
È stato deciso "a maggioranza, che la giurisdizione territoriale della Corte sulla situazione in Palestina, uno Stato parte dello Statuto di Roma della Cpi, si estende ai Territori occupati da Israele dal 1967", si legge in un comunicato. L'organismo internazionale ha quindi approvato la richiesta della procuratrice Fatou Bensouda di aprire un procedimento contro Israele e Hamas per crimini di guerra in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza. Secondo la Corte "la Palestina si qualifica come lo Stato sul cui territorio" sono avvenuti i fatti in questione. E che inoltre "la giurisdizione territoriale della Corte sulla situazione in Palestina, uno Stato membro dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, si estende ai Territori occupati da Israele dal 1967".
Secca la reazione di Israele, che non riconosce alla Corte alcun potere di intervento: "Oggi si è dimostrato ancora una volta che la Corte è un'istanza politica e non giudiziaria", ha commentato il premier Benjamin Netanyahu. "La Corte - ha detto - ignora i crimini di guerra veri e al suo posto perseguita lo Stato di Israele dotato di un forte regime democratico". Dopo aver ricordato che Israele non fa parte della Corte, ha aggiunto che la decisione dell'Aja "va contro il diritto dei Paesi democratici di difendersi dal terrorismo". "Una vittoria della verità, della giustizia, della libertà e dei valori morali del mondo" ha invece detto l'Autorità nazionale palestinese, attraverso il ministro degli Affari Civili Hussein Al-Sheikh.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 6 febbraio 2021
Roberto Saviano scrive ad Ahmet Altan, scrittore coraggioso che in Turchia sconta l'ergastolo: ha voluto raccontare la verità sul regime del presidente Erdogan, non ha accettato di abituarsi al male: la sua libertà negata ci riguarda.
Caro Ahmet, Sono 1.585 giorni (calcolati al 2/2/2021) che sei in carcere in Turchia, dal 23 settembre 2016. La tua colpa? Essere uno scrittore. 1.585 giorni, non anni ma giorni: misurare il tempo della detenzione in anni dà l'impressione che sia un tempo veloce e invece no, il tempo trascorso in carcere andrebbe conteggiato in minuti, in secondi, perfino negli attimi del respiro. Andrebbe calcolato in luce sottratta, in metri quadri che mancano. Ecco, Ahmet, quando ti penso in carcere non tralascio nulla di quello che ti viene sottratto. Qui fuori, fuori e a distanza, è così semplice raccontare il motivo della tua condanna: perché hai scritto romanzi, perché hai espresso le tue opinioni in articoli, perché lo hai fatto su Taraf, il quotidiano che hai fondato nel 2007, in modo tutti potessero leggere e capire. Nessun sotterfugio, nessuna frase sibillina, tutto manifesto: articoli e libri pubblicati. Idee, fatti, teorie, alle quali si poteva rispondere con altre idee, altri fatti, altre teorie. E invece no: ti hanno tolto la libertà. Per fermare le tue parole, ti hanno chiuso in una cella. Non immaginano, loro, che una cella al più ferma i corpi, ma non ha potere sulle parole.
Le proteste del mondo accademico - Ti scrivo dalle pagine del Corriere della Sera, perché ormai le lettere nel carcere di Silivri a stento ti arrivano. Le mie parole verrebbero passate al vaglio, fermate e private del diritto che hanno di giungere al loro destinatario. Ho deciso di scriverti adesso perché immagino che il nuovo corso negli Stati Uniti, inaugurato da Joe Biden, potrebbe riportare attenzione su Fethullah Gülen, il nemico di sempre, il nemico che Erdoğan aveva momentaneamente accantonato, il nemico a cui attribuire presunti sodali da arrestare, nuove minacce da sventare con l'arma della repressione interna. Ti scrivo adesso perché il mondo accademico e i giovani universitari sono in fermento; protestano perché la cultura sia laica, libera dai condizionamenti della politica. Ti scrivo adesso perché anche loro vengono arrestati, anche a loro viene negato il diritto di esprimersi liberamente. E ti scrivo adesso perché non mi rassegno che possa essere così facile incarcerare uno scrittore mentre il regime turco continua indisturbato la sua vita.
Nel 2018 ti condannano all'ergastolo per - dicono - aver "favorito il golpe" attraverso "messaggi subliminali". Poi cadono i capi d'imputazione più gravi e la pena viene ridotta a 10 anni e mezzo cui si aggiungono, il 7 gennaio 2020, altri 5 anni e 11 mesi per "offese al presidente" e "propaganda del terrorismo". Un sistema da incubo, un sistema che si chiama Turchia. E tu riesci a resistere, Ahmet? Noi non abbiamo niente, questo lo so bene: non abbiamo armi, non muoviamo capitali, non siamo potenti. Abbiamo solo le nostre idee e le nostre parole, ma io non mi rassegno, Ahmet. Non mi rassegno e mi pongo una domanda semplice, alla quale tu avrai già trovato una risposta: come può essere che le tue parole abbiano spaventato a tal punto Erdoğan - che è potente, che dispone della forza di oltre 700mila militari - da decidere di destinarti alla galera senza alcuna possibilità di appello? Come può essere che le autorità turche, pur di tenerti in carcere, si siano coperte di ridicolo formulando e avallando le accuse più assurde? Dall'"invio di messaggi subliminali evocativi di colpo di stato" ad "aver tentato di rovesciare il governo della Turchia", dalla presunta "appartenenza a una organizzazione terroristica" all'ultima formulazione: "aver fornito aiuto a un'organizzazione terroristica senza esserne membro". La verità è che non esiste alcun capo d'imputazione credibile per quello che ti stanno facendo, non esiste alcun motivo valido per la detenzione preventiva cui sei stato sottoposto, per i processi farsa che hai affrontato e per le condanne che restano a tuo carico.
L'accusa di aver mandato messaggi subliminali, perché poche ore prima dal fallito golpe del luglio 2016 eri ospite in tv insieme a tuo fratello Mehmet Altan, è un'idiozia, come possono averla appoggiata un governo e tribunali, istituzioni che dovrebbero tenere alla propria credibilità, magari anche al cospetto di osservatori stranieri? O forse sanno che gli osservatori stranieri osservano poco? Che sono inspiegabilmente distratti? E di cosa ti accusano esattamente? Di avere espresso attraverso i tuoi scritti delle intenzioni? Di aver diffuso messaggi? Ma cosa fa esattamente uno scrittore quando racconta, un giornalista quando mette in fila gli eventi?
Il messaggio che il potere chiama "subliminale" è la traccia dell'emozione accanto all'idea, e quando emozione e idea si saldano, allora le parole diventano importanti, direi imprescindibili. Per questo ti hanno voluto fermare. Alla fine, vedi, ci sono arrivato anch'io. Le tue parole sono troppo pericolose perché possa essertene concesso l'uso. E sono pericolose perché complesse, perché rivolte a tutti, anche a chi non la pensa come te. Pericolose perché mostri il potere per quello che è: il nulla, il vuoto, l'arbitrio che però, assurdamente, conserva la possibilità di agire e reprimere, di schiacciare l'individuo.
Come tuo padre e come Puškin - Caro Ahmet, immagino starai sorridendo nel vedere il mio rumoroso e impacciato affanno mentre racconto ciò che ti è accaduto. Non sono riuscito mai a far mia la tua lezione, la tua e di tuo padre: sottrarsi al copione, non lasciarci portare dall'onda. Lo so, se qualcosa può sconvolgere la nostra vita, siamo noi a permetterlo comportandoci secondo le attese. Tuo padre ti aveva insegnato la regola quasi cinquant'anni fa. Anche lui giornalista, i militari entrarono in casa vostra e tuo padre offrì del tè a chi perquisiva. Poi, mentre ammanettato lo portavano via, si girò verso te, tuo fratello e tua madre con un grande sorriso. "La realtà - hai scritto - non può sopraffarmi. Io sono più forte della realtà". In questi casi citi, del nostro amato Puškin, il racconto che preferiamo più d'ogni altro, "La pistolettata".
Quando nel duello Silvio ha l'arma puntata sul cuore del suo avversario ma questi seguita a mangiare ciliegie, più Silvio chiede attenzione e impegno perché sta per sparare e potrebbe ucciderlo, più lo sfidante dà mostra di tenere molto alle ciliegie e poco alla propria vita. Il colpo non verrà mai esploso perché ha disatteso, il duellante, le regole del gioco. Così inviti ad agire, come Borges che al ladro che intima "la borsa o la vita" dice: offri la vita, spariglia, sovverti, non agire secondo attese. Quando ti hanno arrestato, sia la prima volta che la seconda volta, hai fatto a pezzi il clima di terrore e paura che gli uomini mandati da Erdoğan avevano imposto, aprendoti in un sorriso, come hai scritto nel tuo libro "Non rivedrò più il mondo", pagine che voglio proteggere dandole a più persone possibili, moltiplicando le tue parole grazie alle uniche persone che possono davvero impedire a ogni cella di rinchiudersi: i lettori. Incarni davvero, Ahmet, il principio di Epitteto: quando il nostro corpo è schiavo, è lì che la nostra mentre può restare libera. Tu ci stai riuscendo.
Quando a novembre 2019 ti hanno liberato per qualche giorno, probabilmente sperando che scappassi, trovammo il modo di vederci su Skype... non ho mai dimenticato quell'incontro. E se non sei andato via, se non ci hai nemmeno pensato, è perché ti è sempre stata chiara la differenza che esiste tra denunciare e testimoniare: si denuncia con le parole, si testimonia con il corpo. E il regime turco può trasformarsi non denunciando ma testimoniando, ossia portando sul proprio corpo le contraddizioni del potere. È di questi giorni la notizia della protesta a Istanbul degli studenti dell'Università del Bosforo contro la nomina per decreto presidenziale di Melih Bulu a rettore, una nomina solo politica dal momento che Bulu è un politico vicino a Erdoğan. Il 29 gennaio un gruppo di studenti ha allestito una mostra con foto e disegni sul tema della libertà di espressione, dei diritti di genere, della pace. Hanno disegnato un arcobaleno, simbolo del movimento pacifista mondiale e della comunità Lgbt su una foto della Kaaba, l'edificio più sacro dell'Islam. Quegli studenti sono stati arrestati con l'accusa di "insulto ai valori religiosi" reato che, assicurano i loro avvocati, nel codice penale turco nemmeno esiste. Arrestati per aver disegnato un arcobaleno, arrestati per una mostra sulla libertà d'espressione, arrestati perché vogliono, chiedono e pretendono che le università siano indipendenti dal potere politico.
E ancora altri studenti arrestati (159, di cui 98 rilasciati poche ore dopo); anche loro, Ahmet, come te, reagiscono con la gioia. La loro protesta è piena di musica e di balli, quanto stride tutto questo con i tetri palazzi del potere, grotteschi, ottusi. E mentre il ministro dell'Interno turco li definisce "deviati" e "pervertiti", mentre il governo turco minaccia, incarcera, processa, punisce, noi stiamo qui a guardare, noi che, da quando è esplosa la pandemia abbiamo disegnato arcobaleni ovunque, siamo immobili osservatori dell'ennesimo atto autoritario che lede i diritti di ciascuno di noi, privando voi, della libertà. In Turchia sono stati incarcerati 200 giornalisti negli ultimi 5 anni, giornalisti di ogni età e orientamento politico e se tutto questo è potuto accadere è perché noi siamo stati e siamo indifferenti. Da quando ti conosco, con le tue parole e attraverso i tuoi libri, mi hai insegnato che l'individuo fa la differenza. Un gesto di bene non è inutile, un gesto crudele non è ininfluente. Come quella donna che, mentre ti facevano la radiografia, per immotivata cattiveria non acconsentì che ti fossero tolte le manette. Il poliziotto stava per aprirle, ma lei disse che no, non ce n'era bisogno: "Gliele lasci!". Perché tanta crudeltà? Come è possibile? Un po' di pace ai polsi perché negarla? Questi gesti nascono dall'abitudine alla crudeltà, addirittura dalla necessità che esista un luogo, una prassi, un recinto possibilmente lontano dai nostri occhi dove si possa lasciar spazio a cattiveria e vendetta, perché è crudeltà e vendetta che merita chi ci finisce, qualunque sia il motivo.
Il carcere del pensiero - Senza troppi giri di parole: il carcere rappresenta la nostra quota di vendetta, una quota di crudeltà che siamo addirittura fieri di rivendicare. "Se stanno dentro è perché hanno sbagliato": con questa frase giustifichiamo tutto ciò che può capitare a chi è detenuto. "Se stai in carcere è perché hai sbagliato, e se hai sbagliato il tuo destino non è affare mio" è un assioma che vale per qualunque detenuto, di qualunque nazionalità, quali che siano le condizioni della detenzione. E qui dovrebbe intervenire il racconto, ma per far cosa? Per spiegare che il carcere non deve soddisfare la sete di vendetta quanto piuttosto assolvere a una funzione che è essenziale: reinserire chi ha commesso un reato nella società. Ma se il carcere assolve alla quota di crudeltà a cui riteniamo di aver diritto, come la mettiamo quando il carcere viene utilizzato per silenziare la dissidenza? Per bloccare gli oppositori politici? Per fermare, come nel tuo caso, Ahmet, il pensiero libero? La soglia del carcere, prima ancora che essere una soglia fisica delimitata da cancelli, lucchetti, guardie armate e telecamere, è una soglia mentale: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.
E tra il dentro e il fuori, fa comodo che non vi sia dialogo, che i rapporti siano sempre mediati. Esistono dei codici, e la quota di vendetta che teniamo a preservare ci impedisce di vedere quanto quei codici siano essi stessi parte della segregazione, ci impedisce di vedere quanto tra il dentro e il fuori non esista soluzione di continuità.
Poniamocela, una volta per tutte, questa domanda. Non discutiamone con altri, ma ragioniamoci in solitudine cosicché nessuno possa giudicarci: cosa simboleggia il carcere? La nostra vittoria, la vittoria dell'uomo sull'uomo, la vittoria di chi sta fuori su chi sta dentro. La vittoria di chi "merita" di stare fuori su chi "merita" di stare dentro. Come quando da bambini vedevamo altri bambini puniti per qualche malefatta: la sensazione era quella del pericolo scampato, di leggerezza nel vedere i colpevoli presi a occupare la casella dei colpevoli. Eh sì, perché è un posto che sullo scacchiere non può restare vuoto troppo a lungo. E quindi sapere che esiste un carcere, e che tu ne sei fuori, non ti fa semplicemente sentire a posto con la coscienza, ti dà la patente per fregartene. Il primo atto, dunque, che possiamo fare è non essere indifferenti, accorgerci del male perché abituarsi al male al punto da non riconoscerlo, non averne il disgusto e tenerlo lì come possibilità perenne, è la vittoria finale del disumano.
In carcere hai visto corpi picchiati, costretti alla solitudine, rattrappiti dalla vergogna, perché tra le più insopportabili torture ci sono quelle che ti costringono a denunciare innocenti, accusare persone che non conosci. Hai raccontato di un ragazzo costretto a denunciare dei curdi, dei curdi a caso, dei curdi qualsiasi, persone che nemmeno conosceva... serviva la sua testimonianza per poter intervenire in un villaggio. Il ragazzo sapeva che se avesse pronunciato il nome di chi non gli aveva fatto nulla, e nulla aveva commesso, sarebbe probabilmente uscito di prigione, ma rifiutò: "non posso fare il nome di nessuno, non posso essere così vile".
Il passaparola e le lettere - Ahmet, hai detto di aver visto il rame che tutti noi siamo, diventare oro. Diventiamo rari e preziosi quando scegliamo, è questo il segreto della pietra filosofale: trasformare una lega comune in oro attraverso la verità e la scelta per la verità. Ahmet, con queste mie parole non voglio semplicemente invitare, ma letteralmente pregare chi ha a cuore la verità di prendere carta e penna, di accendere il computer e scriverti. Di indirizzare, per te, lettere all'Ambasciata turca a Roma, di inondare di lettere l'Ambasciata turca a Roma (via Palestro, 28, 00185 Roma oppure
Ricordi Anna Achmatova? Non poteva scrivere le sue poesie perché, se il regime le avesse intercettate, avrebbe subìto una persecuzione addirittura peggiore di quella che le riservarono; allora le scriveva e le bruciava, ma prima le imparava a memoria e le diceva agli amici che, a loro volta, le imparavano a memoria e le dicevano ad altri. Il passaparola funzionava fino a quando le parole di Anna Achmatova arrivavano a chi poteva trascriverle su un foglio senza rischiare nulla. Le sue poesie si sono salvate così, passando per la memoria di molti. La tua storia, Ahmet, deve avere lo stesso destino: parleremo di ciò che ti stanno facendo fino a che avremo fiato, fino a che avremo inchiostro, fino a che i nostri computer reggeranno, fino a che le nostre dita riusciranno a battere sui tasti, fino a che la porta di quel dannato carcere si aprirà e finalmente avrai la libertà che merita il tuo coraggio. E quel giorno sarà un giorno pieno di luce, un giorno di tregua, un giorno in cui il tempo smetteremo persino di misurarlo. Un giorno non lontano te lo prometto ci abbracceremo sul serio e presto perché, come scrivi tu: "sono uno scrittore non mi trovo né dove sono, né dove non sono. Potete mettermi in carcere ma non potete tenermi in carcere. Io faccio una magia passo attraverso i muri". Abbraccio Ahmet amico mio.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 6 febbraio 2021
La fine di Francesco Sforza, atteso a processo il 9 febbraio. Di lui si sa che lo chiamavano Dobermann. Che lo avevano arrestato il mattino del 28 gennaio scorso in Spagna, ad Alicante dopo più di un anno di latitanza. Che ha mangiato, per l'ultima volta, alle 13,30 dello stesso giorno e due ore dopo la Guardia Civil lo ha trovato morto, per terra. Steso sul pavimento di una cella di sicurezza nei sotterranei della caserma di Benidorm, Alicante.
C'è un'inchiesta delle procure spagnole in collegamento con quelle italiane, ma la notizia della morte di Francesco Sforza 40 anni, torinese, narcos desaparecido legato mani e piedi alla 'ndrangheta calabrese ha interessato molto i carabinieri di Torino. Che lo avevano "incastrato" nell'indagine "Cerbero", babele di accuse contro le 'ndrine di Volpiano e i grandi broker di cocaina Nicola a Patrick Assisi e che per mesi hanno cercato di prenderlo mentre lui, primula rossa, si nascondeva facendo la spola tra Valencia, Lloret de Mar e Girona. Una morte che è un giallo.
Perché Sforza si sarebbe dovuto presentare a processo tra tre giorniper essere giudicato dal Tribunale di Torino. L'accusa: riforniva di droga (hashish e marijuana) i cartelli di Volpiano e San Giusto Canavese. Un calibro medio-alto del canale spagnolo a sua volta alimentato dal Nord Africa, non un improvvisato. L'ambientale piazzata dai carabinieri in un alloggio di Torino aveva registrato i colonnelli della famiglia Agresta mentre riempivano le auto di soldi da spedirgli per i pagamenti. Un grossista, ma anche un intermediario secondo il pm Paolo Toso titolare dell'inchiesta. In una sola spedizione gli erano stati recapitati 272 mila euro in contanti per pagare i fornitori dei carichi.
Era tra i pochissimi ad aver scelto il rito ordinario, il dibattimento, mentre era saltato all'occhio di osservatori attenti come tutti i suoi referenti - 78 su 82 - avessero scelto il rito abbreviato: cioè un processo solo sulle carte, a porte chiuse, senza testimoni. Lui no, voleva difendersi in aula dalle accuse. Non semplice visti i numerosi riscontri investigativi.
Di certo avrebbe presupposto un confronto con la Corte, un contraddittorio più completo. In un trafiletto dei giornali locali iberici si parla di arresto cardiocircolatorio ma vai a capire quando un giovane muore cosi, di colpo, a tre giorni dal processo in cui rischiava fino a 20 anni di carcere e avrebbe dovuto spiegare da quando, quanto e come riforniva gli emissari della potente famiglia mafiosa degli Agresta, se questa storia è tutta qui, in un malore improvviso.
Le autorità spagnole hanno disposto l'autopsia, il suo legale Marianna Ivanov vuole risposte: "Nessuno mi ha comunicato dell'avvenuto arresto, solo della morte" avrebbe detto in sintesi ai media spagnoli. Sforza era stato arrestato già mesi fa ma per un errore dei giudici spagnoli era stato scarcerato in attesa di essere imbarcato per l'Italia: "Tra 10 giorni si presenti all'aeroporto" gli avevano intimato. Ma allo scalo di Madrid, Dobermann non si è mai visto.
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