di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 10 novembre 2020
Anm contro il provvedimento che piace a procure e Camere Penali su indagini da remoto e dibattimento in parte in presenza. Avvocati contro l'Appello a distanza. Giudici di pace: "Da noi processo a distanza mai iniziato". Il Covid avanza e c'è il rischio che la giustizia rallenti, fino a essere a un passo dal fermarsi. Di nuovo. E che ai numerosi rinvii già fatti nella prima fase dell'emergenza Covid, quando l'attività era ridotta all'osso, se ne aggiungano di numerosi altri. Con conseguenze di non poco conto sul funzionamento della macchina della giustizia e sui diritti di chi si trova a essere parte del processo. Imputati in primis, se guardiamo al processo penale, che è quello che rischia di risentire principalmente della situazione.
Nei due decreti ristori sono state inserite delle norme che provano ad arginare il problema. A consentire che la già lenta e affaticata macchina dei tribunali vada avanti. Ma i due provvedimenti non trovano tutti d'accordo. Sullo sfondo restano, volendoci fermare al processo penale, oltre un milione e mezzo di procedimenti pendenti. 1.584.724 per la precisione, considerando tutti i gradi di giudizio. Il dato, diffuso sul sito del ministero della Giustizia, è aggiornato al primo trimestre 2020. A quando, cioè, la prima ondata del virus era appena iniziata.
Pur non disponendo di dati più aggiornati è lecito immaginare che la situazione, nella migliore delle ipotesi, sia rimasta la stessa. Nella peggiore sia diventata più grave. In uno scenario, in cui, peraltro, nessuna modifica è stata fatta alla 'nuova' prescrizione voluta da Alfonso Bonafede. La norma che tanto aveva fatto discutere nei primi mesi del 2020 prevede che la prescrizione si interrompa dopo la sentenza di primo grado. Di assoluzione o di condanna che sia. Già prima dell'emergenza Covid comportava il rischio, per i reati commessi dopo il 1° gennaio di quest'anno, di una dilatazione potenzialmente infinita dei tempi del processo. Con l'impasse di quest'anno, e con la necessità di smaltire tutto l'arretrato non appena l'emergenza sarà lasciata alle spalle, le conseguenze della riforma introdotta con la Spazza-corrotti rischiano di essere ancora più evidenti, perché inevitabilmente i tempi si allungheranno. Sempre che la mano del legislatore non intervenga, come aveva iniziato a fare prima che il virus fermasse ogni cosa, per modificare ancora il funzionamento della prescrizione.
Ma al di là di quello che potrà accadere in futuro, qual è oggi lo stato dell'arte? Due sono state le disposizioni recenti. Il primo decreto ristori è intervenuto sulle indagini preliminari e sul processo di primo grado. Con una normativa voluta e condivisa dalle Camere penali e dalle principali procure italiane, che hanno inviato al ministero un documento comune, ma invisa all'Anm e alla corrente dei magistrati progressisti, Area. Cosa prevede? Una forte spinta verso il lavoro da remoto per le indagini preliminari. Nel testo, infatti, si legge che in questa fase "il pubblico ministero e la polizia giudiziaria possono avvalersi di collegamenti da remoto (..) per compiere atti che richiedono la partecipazione della persona sottoposta alle indagini, della persona offesa, del difensore, di consulenti, di esperti o di altre persone".
Salvo che il difensore dell'indagato si opponga. Regole diverse per le udienze. Potranno essere fatte a distanza quelle che prevedono solo la presenza del giudice dei suoi ausiliari, del pm e degli avvocati difensori. Stesso discorso per i procedimenti in cui l'imputato è detenuto. Potrà essere celebrata da remoto poi l'udienza finale del processo. Se in udienza devono intervenire altri soggetti, come un testimone o un perito, questi non potranno essere ascoltati a distanza. Neanche con il consenso delle parti.
Se agli avvocati e alle procure queste norme piacciono, i giudici non sono dello stesso parere. O almeno non tutti. Sul punto è intervenuta, con disappunto, l'Anm: "Non si comprende perché neppure attività meno complesse, come la lettura d'una sentenza di patteggiamento o una discussione di non particolare complessità, se non - magari in assenza di specifiche ragioni contrarie evidenziate dai difensori - l'ascolto d'un testimone, tanto più se proveniente da fuori regione, non possano mai tenersi in collegamento da remoto".
Perplessità è stata espressa anche da Area, la corrente delle toghe progressiste: "Stigmatizziamo che si sia deciso di perseverare nella trattazione degli affari giudiziari secondo le stesse modalità della prima fase emergenziale, con il rischio, ogni giorno più concreto, di trovarsi costretti a non trattare nulla paralizzando nuovamente la giustizia penale", si legge in una nota.
Il secondo decreto, pubblicato proprio oggi, prevede invece un intervento sul processo d'appello e uno sulla sospensione del corso della prescrizione e dei termini di custodia cautelare. Norme, queste che non piacciono agli avvocati penalisti. All'articolo 23 del provvedimento bollinato oggi si prevede che nel secondo grado di giudizio "la corte di appello procede in camera di consiglio senza l'intervento del pubblico ministero e dei difensori, salvo che una delle parti private o il pubblico ministero faccia richiesta di discussione orale o che l'imputato manifesti la volontà di comparire". Il timore delle Camere penali è che in questo modo si comprometta l'oralità del processo, ma anche la segretezza della camera di consiglio. "I previsti collegamenti da remoto si terranno su piattaforme in grado di riprendere e registrare ciò che accade; la trasformazione normativa dell'abitazione del giudice quale luogo della camera di consiglio non può certo garantire da qualsiasi possibilità di intrusione", scrivono i penalisti in una nota.
Un capitolo a parte è quello che riguarda i giudici di pace. Per loro il processo telematico non esiste. "Stiamo cercando di sollecitare il ministero affinché sia attivato - spiega ad HuffPost Cristina Piazza, segretario generale di Unagipa e giudice penale a Bologna - è stato finanziato nel 2017, i fondi ci sono". Non avere il processo telematico significa non poter svolgere quasi nessuna attività a distanza: "I cancellieri non hanno i registri telematici, come si fa smart working in questo modo?", continua piazza. Ognuno, quindi, si attrezza come può: "Per fortuna per sei mesi abbiamo avuto l'accesso a Microsoft teams e a un sistema di posta certificata che a chi si occupa di penale consente di fare almeno le notifiche". Se suoi colleghi che lavorano nell'ambito del diritto civile hanno avuto ancora più problemi, le difficoltà nel penale non sono state poche: "Ora abbiamo ripreso a lavorare, anche se a ritmi più lenti, ma prima abbiamo passato un mese solo a fare rinvii. Il processo da remoto noi non l'abbiamo mai fatto". C'è poi un'altra questione: "Se uno di noi si ammala di Covid o è costretto alla quarantena, non prende alcuna indennità. Anche in questa occasione noi giudici di pace siamo stati lasciati alla periferia del sistema".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 novembre 2020
I colloqui dei detenuti con i familiari in presenza, quale diretta conseguenza delle limitazioni degli spostamenti nelle regioni rosse per l'emergenza Covid 19, sono ovviamente di difficile attuazione. Ma rimane sempre la possibilità delle videochiamate per ovviare al problema. Nell'ultimo aggiornamento del Garante nazionale delle persone private della libertà, si fa rifermento alla suddivisione del territorio nazionale in aree che determinano differenti possibilità di spostamento al loro interno e all'esterno di ciascuna di esse si riflette in modo naturale anche sulle possibilità di accesso di parenti e persone care agli Istituti penitenziari sia per adulti che per minori.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 10 novembre 2020
Stallo sulla nuova Giunta, "MI" spiega l'altolà sul Poniz bis. Il fantasma di Luca Palamara incombe sempre più minaccioso sulla formazione della nuova giunta dell'Associazione nazionale magistrati. Non sono stati sufficienti lo scorso fine settimana due giorni di acceso dibattito per trovare un punto d'incontro fra le correnti.
La discussione fra i 36 neoeletti del comitato direttivo centrale è stata rinviata al prossimo 21 novembre, con conseguente ulteriore proroga - è la terza - per la giunta uscente. Area, il raggruppamento progressista delle toghe, di cui fa parte anche Magistratura democratica, ha raccolto più consensi alle elezioni del 18-20 ottobre e rivendica la presidenza dell'Anm.
In particolare, ha chiesto la riconferma del numero uno uscente, il pm milanese Luca Poniz. Il nome di Poniz, però, è risultato "indigesto" alle toghe di Magistratura indipendente, il gruppo moderato arrivato secondo e con un componente eletto in meno.
Il motivo è semplice: la giunta Poniz, fanno sapere dalle parti di "Mi", ha avuto un "approccio parziale e non obiettivo, impegnandosi nell'esercizio sterile della graduazione delle colpe e trascurando di considerare, nella sua evidenza, la trasversalità delle condotte poste in essere da appartenenti a tutti i gruppi associativi, come era emerso dalle captazioni del caso Palamara". Insomma, dalle parti di "Mi" non hanno alcuna voglia di continuare a essere etichettati come la sola corrente che "tramava" con Palamara al fine di ottenere per i propri iscritti nomine ed incarichi.
Al posto di Poniz ci potrebbe allora essere Silvia Albano, giudice del Tribunale di Roma ed esponente di "Md", che a proposito dell'affaire Palamara ha avuto un approccio diverso dal collega. Ma sul suo nome le resistenze verrebbero proprio dall'interno di Area.
"Mi" ha diramato un comunicato in cui sono indicati i punti principali per la formazione di una giunta unitaria: revisione del Testo unico della dirigenza giudiziaria, quindi dei criteri per nominare i capi degli uffici, e modifica del sistema elettorale del Csm. Riforma, quest'ultima, al momento in discussione in Parlamento.
Altro tema sono, poi, i "carichi esigibili" sul quale le toghe di "Mi" intendono "chiedere al Csm l'applicazione immediata, sia pure a livello sperimentale, degli esiti del gruppo di lavoro istituito dalla IV commissione consiliare, che ha completato da tempo, per il settore civile, la sua attività raggiungendo risultati di immediata fruizione per i colleghi". I carichi esigibili, quindi il numero di fascicoli che possono essere trattati in maniera efficace da ogni singolo giudice, sono uno storico cavallo di battaglia per "Mi" ma sono visti con sfavore dalle toghe di Area.
La corrente moderata invoca, dunque, "un deciso cambio di passo, con nuovi soggetti al governo dell'Anm che possano farsi interpreti credibili del cambiamento". E la sorpresa Articolo 101, il gruppo nato proprio per contrapporsi al correntismo e che ha eletto ben 4 rappresentati al direttivo? "A parte la necessità, su cui siamo tutti concordi, di trovare una soluzione per fronteggiare l'emergenza Covid nei tribunali, garantendo il corretto svolgimento dell'attività giudiziaria - afferma Andrea Reale, gip a Ragusa e neo eletto al "parlamentino dell'Anm - non abbiamo ancora visto alcun programma serio per poter dar vita ad una giunta unitaria.
Abbiamo invece notato - prosegue Reale - impostazioni molto differenti e divergenze, in particolare fra Area ed "Mi" allo stato inconciliabili. E poi - aggiunge la toga siciliana - non è possibile che il sistema della degenerazione delle correnti si sia risolto con la sola rimozione di Palamara: su questo aspetto abbiamo proposto l'istituzione di una commissione di magistrati che analizzi le sue chat". I componenti del collegio dei probiviri, "dovranno essere al di fuori delle correnti per avere più autonomia e non subire condizionamenti", puntualizza infine Reale.
Il collega di Articolo 101 Giuliano Castiglia è anche tornato a chiedere lo "scioglimento" del Csm. A due mesi dalle dimissioni del giudice Marco Mancinetti, a causa di quanto emerso nella chat con Palamara, l'organo di autogoverno delle toghe non ha ancora deciso se il suo posto potrà essere preso da Pasquale Grasso. Quest'ultimo, che ha promosso l'accordo fra "Mi" e Movimento per la Costituzione, fra i più contrari al ritorno di Poniz al vertice dell'Anm, è il primo dei non eletti alle elezioni suppletive e non alle prime elezioni per il rinnovo del Csm. Secondo alcuni sarebbe un ostacolo, superabile sono con una nuova tornata elettorale. La terza in meno di un anno.
di Angela Stella
Il Riformista, 10 novembre 2020
La rabbia dei penalisti contro il Dl ristori bis: "Quando tu consenti che la gran parte delle udienze vengano decise da giudici che si riuniscono solo su Zoom metti in discussione la collegialità della decisione". La bozza del Dl ristori bis ha suscitato una forte critica da parte dell'Unione delle Camere Penali Italiane soprattutto nella parte che riguarda le Camere di Consiglio di appello da remoto. Ne parliamo direttamente con l'avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dei penalisti italiani che avverte: "Invitiamo alla ragionevolezza, non vorremmo essere costretti ad adottare iniziative quale quella di chiedere a tutti gli avvocati di fare richiesta di discussione orale".
Nella vostra nota scrivete di una "esperta manina tecnica in dialogo diretto con qualche forza politica della maggioranza" che è riuscita ad introdurre questa nuova norma. A me vengono in mente i Presidenti delle Corti di Appello: sbaglio?
Io non sono in grado di individuare, se non intuitivamente, di chi sia quella manina. Non voglio dare indicazioni gratuite. Sicuramente, ho l'impressione che il testo ceda alla tentazione di assecondare esigenze di tutela molto settoriali, ossia dei giudici.
In che senso?
Si tende non tanto a favorire la riduzione delle presenze in aula degli avvocati - che è un obiettivo che noi in larga misura condividiamo in questo momento - quanto a ridurre la celebrazione della Camera di consiglio in presenza fisica. Si vuole evitare la presenza dei giudici nella sede dell'udienza: questo per noi è inammissibile. Noi siamo favorevoli, in considerazione dell'eccezionalità del periodo, a che si riduca il numero delle presenze in Corte di Appello in questo modo: evitando che compaiano gli avvocati che ritengono non indispensabile illustrare oralmente l'atto di appello che hanno già redatto. Se invece si inverte la visione e si presume che si debba celebrare l'udienza solo se tu lo chiedi significa che stai organizzando la celebrazione dei processi d'appello con la prospettiva di fare un altissimo numero di Camere di consiglio da remoto. Noi immaginiamo che quando saranno fatte le richieste di discussione o di non discussione divideranno i ruoli: faranno tutte insieme le udienze che si discutono e tutto il resto da casa propria dei giudici. Allora dobbiamo dire con molta chiarezza che le esigenze di tutela della salute in Tribunale devono garantire tutta la comunità forense, riducendo il numero delle presenze ma non eliminando la presenza fisica del giudice. Ed ecco che noi scriviamo della manina: qui non c'è più una richiesta di salvaguardia della salute collettiva ma di protezione privilegiata del giudice che non si vuole muoversi da casa.
Tutto ciò come impatta praticamente sulla tutela difensiva?
Impatta sull'essenza del giudizio penale. Quando tu consenti che la gran parte delle udienze per molti mesi vengano decise da giudici che non si riuniscono se non su zoom metti in discussione la collegialità della decisione: il fascicolo come viene condiviso? Quando si hanno grossi faldoni come fanno ad esaminarlo tutti contemporaneamente? Vogliono farci credere che ogni giudice verrà dotato di tutta la documentazione cartacea del processo presso la sua abitazione?
Quindi l'appello si ridurrebbe ad una mera funzione di controllo della valutazione del primo giudice?
No, del relatore. Andremo verso una monocratizzazione del giudizio. La Camera di consiglio da remoto non consentirà ai giudici il controllo materiale degli atti. Poi un modo di procedere da remoto mette in discussione la segretezza della Camera di Consiglio: si tratta di piattaforme agevolmente hackerabili, si possono registrare le conversazioni, e chi mi garantisce che il giudice riesca a garantire in casa la segretezza della decisione?
Le nuove modifiche andranno ad impattare anche sulla prescrizione che viene sospesa...
Le conseguenze di quanto previsto sono inaccettabili. Faccio presente che il 18 novembre la Corte Costituzionale andrà a discutere proprio su alcuni dubbi di legittimità costituzionale sollevati sul decreto del 17 marzo 2020 che prevedeva proprio la sospensione della prescrizione. Noi come Ucpi ci siamo costituiti. Ci fa strano che si rinnovi una norma sospettata già di incostituzionalità proprio dai giudici che l'hanno rimessa alla Consulta. Ancora più grave è la sospensione della custodia cautelare: per quale motivo l'incolpevole deve vedere prolungata la sua permanenza in carcere perché c'è una pandemia?
Voi come vi state muovendo?
Facciamo un invito alla ragionevolezza: speriamo di non dover essere costretti ad adottare iniziative quale quella di chiedere a tutti gli avvocati di fare richiesta di discussione orale.
vercellinotizie.it, 10 novembre 2020
Il Garante regionale dei detenuti Bruno Mellano, per avere un quadro realistico dei contagi nel mondo penitenziario, cerca di raccogliere i dati da varie fonti: una fonte - rilanciata dai social - della Uil-Pa Polizia penitenziaria riferisce che oggi i positivi sarebbero 395 detenuti e 424 lavoratori (agenti e operatori vari). I detenuti positivi sarebbero concentrati in 53 dei 189 Istituti penitenziari per adulti presenti in Italia, mentre i positivi tra gli operatori sarebbero distribuiti un po'ovunque nel Paese.
I dati sono confermati dal garante nazionale che nella newsletter bisettimanale "Il punto" registra che "il numero dei positivi è più che raddoppiato" dal 28 ottobre (quando erano circa 150 detenuti e circa 200 operatori) al 3 novembre. In Piemonte (fonte Ppar) al 30 ottobre risultavano positivi 28 agenti/operatori: 9 ad Alessandria Don Soria, 1 ad Alessandria San Michele, 1 a Ivrea, 2 a Novara, 3 a Saluzzo, 10 a Torino, 1 a Vercelli e 1 ad Asti. I detenuti piemontesi positivi secondo i dati di venerdì 30 ottobre erano anch'essi 28, la stragrande maggioranza (26) ad Alessandria Don Soria e 2 a Torino.
Alla Casa circondariale di Alessandria Don Soria purtroppo si è registrato un decesso, il secondo in Italia dall'inizio della seconda fase della pandemia (detenuto italiano di 71 anni con patologie pregresse morto sabato scorso presso la Clinica "Salus", dopo una degenza in Ospedale).
La situazione alessandrina è alla ribalta delle cronache nazionali ed è stata attenzionata anche dal garante nazionale che scrive, nel suo ultimo report: "Più problematiche appaiono quelle dove a partire da un singolo caso si è realizzata una rapida diffusione: è stata riportata anche dalla stampa la situazione della Casa circondariale di Alessandria, dove si è registrato il decesso di una persona e una espansione a più del 14% della complessiva popolazione detenuta (29 casi su 199 persone ristrette)".
I dati sui contagi nella Casa di reclusione di Saluzzo sono però, nel frattempo, diventati di 8 agenti contagiati, mentre per ora i detenuti sono stati risparmiati. Il garante nazionale ricorda come "in questo contesto, gli isolamenti precauzionali, doverosamente attuati per coloro che entrano in carcere, incidono numericamente in maniera consistente - oggi quelli in stanza singola sono ben quasi mille - e anch'essi vanno considerati nel valutare l'efficacia concreta che i provvedimenti adottati potranno avere [...] il dato nazionale di questi giorni nel Paese indica una percentuale di 16,5 positività per ogni cento persone testate".
Nei dati aggiornati all'ultima ora però aumentano anche i casi di Torino a 4 detenuti dell'Alta sicurezza, dove continuano a essere contagiati dal virus anche 1 mamma e 2 bambini minori all'Icam (Istituto a custodia attenuata per mamme con bambini).Quest'ultimo allarmante dato e la morte del detenuto ad Alessandria riportano alla ribalta la necessità di provvedere quanto prima a rendere possibile l'esecuzione penale esterna per tutti quelli che già ne hanno diritto e per tutti coloro che rientrano nelle fasce deboli a rischio (anziani, persone con pluripatologie, diabetici, affetti da problemi polmonari o alle vie respiratorie). Infine appare urgente e improrogabile la verifica di soluzioni alternative al carcere almeno per le mamme con bambini, nell'attesa di un intervento mirato per la piena applicazione della legge 62/2011: realizzazione di una rete di Case famiglia per mamme in esecuzione penale con figli al seguito.
sanitainformazione.it, 10 novembre 2020
Esiti dell'incontro tra Commissione e Sindacati: dialogo e nuove proposte. "Serve la creazione della figura del medico e dello psicologo penitenziario con un contratto specifico".
"Abbiamo evidenziato delle criticità nella gestione delle carceri lombarde" spiega Danilo Mazzacane, segr. gen. Cisl medici Lombardia dopo che il 4 novembre 2020 i rappresentanti delle organizzazioni sindacali Cisl Medici, Aupi e Uil-Fpl Area medica sono state audite dalla Commissione speciale Situazione carceraria in Lombardia al fine di evidenziare le criticità della gestione e della organizzazione della medicina penitenziaria.
"Sono state avanzate proposte di soluzioni - si legge in una nota del sindacato - con riferimento alla delibera regionale X/4716 del 13/1/16 che ne definisce le linee di indirizzo. Danilo Mazzacane per i medici e Maria Caruso per gli psicologi hanno premesso, durante l'incontro regionale, che il loro intervento non aveva carattere di allarmismo e hanno osservato che l'assistenza sanitaria offerta ai detenuti in Lombardia è quotidianamente assicurata mediante la buona volontà e l'impegno di tutti gli operatori sanitari e degli agenti di polizia penitenziaria".
"Sono stati però esposti i dati e il quadro della situazione esistente, evidenziando le seguenti criticità, acuite dall'emergenza Covid-19, con il desiderio di poter ben operare in serenità e sicurezza:
- carenza degli organici del personale sanitario ed anche degli agenti di polizia penitenziaria con precarietà della condizione lavorativa professionale sanitaria - è stato suggerito dai rappresentanti sindacali alla Commissione regionale Carceri il ricorso ai contratti di lavoro nazionali che regolano la medicina convenzionata
- modalità attualmente vigenti di arruolamento del personale sanitario inusuali e scarsamente appetibili, con retribuzioni inadeguate e disomogenee nell'ambito delle varie ASST lombarde;
- necessità di maggiore tutela nei confronti delle rispettive figure femminili di medico e psicologo;
- necessità di implementare la formazione del personale sanitario;
- necessità di migliorare la comunicazione fra la direzione degli istituti penitenziari e la rispettiva direzione sanitaria, con un maggior coinvolgimento delle direzioni socio-sanitarie delle Asst;
- necessità di un budget determinato e congruo per la medicina penitenziaria per ogni Asst;
- urgenza di investire nell'acquisizione di strumentazione diagnostica al fine di evitare, per quanto possibile, il ricorso all'assistenza sanitaria ospedaliera con le conseguenti difficoltà operative ed incremento della spesa;
- necessità di avere un rappresentante delle professioni sanitarie, con valore tecnico-professionale, in seno alla cabina di regia regionale che è di supporto all'Osservatorio Regionale sulla Sanità Penitenziaria.
"Come rappresentanti sindacali abbiamo anche evidenziato come sia auspicabile l'avvio di un percorso di iniziativa lombarda che possa realizzare a livello nazionale la creazione delle figure del medico e dello psicologo penitenziario con un contratto specifico - prosegue Mazzacane - i componenti della commissione regionale hanno mostrato attenzione a quanto esposto e pertanto attendiamo fiduciosi e con spirito collaborativo, la prosecuzione del buon dialogo avviato".
"Attualmente sono positive al coronavirus 131 detenuti in Lombardia di cui 82 persone in cura presso il carcere di Milano, e a Bollate 45 detenuti. Altri quattro detenuti positivi ma asintomatici sono in isolamento nelle carceri di Pavia (2) e Voghera (2). I dati sono del Garante dei detenuti del Consiglio regionale, Carlo Lio. I sindacati citati sono disponibili a interloquire con il Garante dei detenuti del Consiglio regionale circa le istanze recentemente presentate" conclude.
milanotoday.it, 10 novembre 2020
Lo ha detto il Provveditore lombardo del Dap, Pietro Buffa, nel corso del suo intervento durante la seduta della Commissione carceri del Comune di Milano. È un dato in aumento. Al 7 novembre i soggetti risultati positivi al Covid-19 negli istituti di pena per adulti in Lombardia erano 156: 151 dei quali ospitati nelle strutture interne e 5 ricoverati in ospedale. Tra questi ultimi, di età avanzata e con almeno in un caso patologie pregresse, ci sono anche agenti della polizia penitenziaria. A questi, se ne aggiungono altri 510 che sono stati 'isolati'". Lo ha detto il Provveditore lombardo del Dap, Pietro Buffa, nel corso del suo intervento durante la seduta della Commissione carceri del Comune di Milano dedicata all'emergenza Coronavirus, presieduta da Anita Pirovano.
"Il 7 ottobre scorso i nuovi positivi erano 14, quindi assistiamo ad una progressione dei contagi molto veloce" ha proseguito Buffa, ricordando che "nel marzo scorso, nel giorno peggiore della prima fase dell'epidemia, avevamo avuto 41 infettati".
"Quelli attuali sono certamente numeri importanti ma mi pare che indichino una proporzione più bassa di quella registrata tra la popolazione esterna" ha proseguito il Provveditore, spiegando che dei 151 positivi al 7 novembre scorso "17 dovrebbero negativizzarsi perché sono trascorsi i 21 giorni di isolamento". Infine, Buffa ha spiegato di aver stanziato 350mila euro per l'acquisto di tamponi rapidi per affrontare nell'immediatezza eventuali focolai che dovessero manifestarsi". Fondi che si sommano a quelli stanziati per dotarsi di telefoni e tablet destinati ai colloqui dei detenuti", dopo la sospensione di quelli in presenza già nella prima fase dell'emergenza Coronavirus.
Prima di Buffa, il garante dei detenuti del Comune di Milano, Francesco Maisto, ha ripetuto l'allarme che aveva lanciato nei giorni scorsi in una lettera ai vertici degli uffici giudiziari. Maisto ha ribadito infatti che si è ridotto il "flusso in uscita" di reclusi dovuto alle misure alternative varate per alleggerire gli istituti per l'emergenza Covid.
"Rispetto alle precedenti fasi - ha affermato - il sovraffollamento cresce a livello nazionale e a San Vittore e Bollate la situazione è grave" ha affermato, evidenziando che "è inutile illudersi: le misure previste dall'ultimo disegno di legge porteranno alla scarcerazione di poche persone, perché rispetto al passato prevede molte più restrizioni".
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 10 novembre 2020
Il tragico gesto di un detenuto 23enne nel carcere di Montorio fa sollevare una serie di dubbi al suo legale, che chiede perché fosse stato posto in regime di isolamento: "Forse ha sbagliato qualche magistrato"? A essersi tolto la vita è stato uno dei capi della rivolta scoppiata 5 mesi fa all'ex caserma Serena di Dosson, nel Trevigiano. Chaka Ouattara, ivoriano, si trovava tuttora rinchiuso in carcere con accuse pesanti, dal sequestro al saccheggio fino alla devastazione.
Era stato trasferito nel penitenziario di Verona da appena una decina di giorni dopo mesi di detenzione in quello trevigiano di Santa Bona: a Montorio era stato posto in isolamento, condizione che, da quanto ipotizza il suo legale, gli potrebbe aver provocato una sofferenza e una depressione tali da indurlo al suicidio.
Pare che non riuscisse a reggere il distacco dagli altri migranti con cui era stato arrestato per la violenta rivolta avvenuta lo scorso giugno all'interno dell'ex caserma Serena, quando un gruppo di stranieri ospiti dell'hub erano finiti in cella dopo essersi ribellati e aver aggredito gli infermieri dell'Usl 2 incaricati di effettuare i tamponi dopo che nella struttura era stato individuato un focolaio Covid.
Dopo gli arresti, il 23enne e i compagni di "rivolta" avevano condiviso i successivi mesi di detenzione nel carcere trevigiano di Santa Bona, finché dieci giorni fa Ouattara era stato dislocato in cella a Montorio dov'era stato posto in isolamento. Sprofondato a quanto pare nello sconforto, aveva telefonato al suo avvocato proprio il giorno prima del dramma: con lui si era confidato riguardo alla propria sofferenza dovuta al senso di distacco dagli altri "amici" e dalle preoccupazioni sul futuro, visti che nella sua situazione non era possibile chiedere per lui gli arresti domiciliari.
Da questo stato d'animo sarebbe scaturito il tragico gesto riguardo cui il suo legale chiede però di fare chiarezza: perché, è il dubbio del difensore, visto che si trattava di un detenuto isolato non sono stati potenziati su di lui i controlli? E com'è stato possibile, chiede, che il 23enne abbia potuto usare i lacci della sua tuta per togliersi la vita senza che nessuno avesse pensato di toglierglieli e senza che nessuno si sia accorto di nulla?
Domande a cui spetterà eventualmente agli inquirenti tentare di dare risposta: "Come mai - chiede il suo legale d'ufficio - era stato sottoposto a un regime duro come l'isolamento?
tgpadova.it, 10 novembre 2020
Aumentano i casi di positività nel focolaio scoppiato al carcere Due Palazzi. Sono attualmente 15 le persone positive tra detenuti e agenti di Polizia penitenziaria. L'istituto è in attesa di conoscere l'esito dei restanti 300 tamponi che arriverà tra oggi e domani per capire l'entità del cluster. Intanto i sindacati si sono mobilitati chiedendo un protocollo condiviso per tutti coloro che operano all'interno del carcere.
Giampietro Pegoraro, della Cgil Penitenziaria, rivela: "Ho inviato una richiesta al direttore del carcere e al provveditore, dobbiamo sederci tutti intorno a un tavolo, agenti, cooperative, volontari delle attività collaterali. Dobbiamo stabilire regole condivise, tutti insieme". Il fine è quello di evitare che possa tornare a verificarsi una situazione del genere.
Intanto il direttore del Carcere, Claudio Mazzeo, spiega che sono state ridotte alcune attività come il teatro, il coro e le attività dei volontari. Continuano regolarmente la didattica e le attività lavorative.
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 novembre 2020
I penalisti: senza la fisicità della Camera di consiglio a rischio il giudice naturale precostituito. La morte del processo, la fine delle garanzie. Ancora una volta l'avvocatura italiana grida allo scandalo, di fronte all'ennesimo provvedimento reso necessario dalla pandemia per ridurre il rischio contagio nei tribunali.
E dopo il lieve ottimismo suscitato dal pacchetto giustizia inserito nel primo Decreto Ristori, che di fatto ha segnato un primo passo verso il processo telematico, a riaccendere le polemiche ci ha pensato la versione "bis" del dl, che questa volta va dritto al cuore del processo d'appello, eliminando la presenza di magistrati e avvocati dall'aula.
Non in maniera assoluta, perché chi vorrà discutere potrà pure farlo, rispettando un fitto calendario di scadenze e termini perentori necessari per rimanere al passo. Corretto l'errore della prima bozza, che prevedeva un termine di 25 giorni liberi prima dell'udienza per presentare richiesta di discussione orale, in conflitto con il termine di 20 giorni previsto dal codice di procedura penale per la notifica della citazione in appello, ora le parti avranno 15 giorni di tempo per decidere di essere presenti in udienza.
Ma per l'Unione delle camere penali, che tanto ha combattuto contro la remotizzazione del processo nella prima fase dell'emergenza, tale provvedimento è un colpo mortale al processo d'appello. Che perde, così, la fisicità della camera di consiglio e il mantenimento del giudice naturale precostituito. Da qui la richiesta dei penalisti, capeggiati dal presidente Gian Domenico Caiazza, di modificare il decreto, che rappresenterebbe le "prove generali per riscrivere, al pari delle modalità del giudizio di Cassazione, la procedura dell'appello penale".
Una sorta esperimento per un futuro senza oralità e immediatezza, con la trasformazione del giudizio di secondo grado in un "processo scritto, accentuandosi così la sua non condivisa funzione di mero controllo della valutazione del primo giudice", accentuando il carattere monocratico della decisione, "anche perché la camera di consiglio si terrà da remoto".
A farne le spese è il principio dell'oralità, con un rovesciamento dei termini rispetto a quanto deciso in pieno lockdown, quando la presenza era garantita e le parti avevano facoltà di decidere, al massimo, di non partecipare. Per i penalisti, "la camera di consiglio a distanza è la negazione della collegialità, anche per l'impossibilità di vederne garantita la segretezza, che è presidio della libertà del giudice".
Infatti il luogo di collegamento del giudice - che sia casa propria, l'ufficio o un qualsiasi altro posto - sarà considerato Camera di consiglio a tutti gli effetti di legge. I dubbi dell'avvocatura sono quelli già manifestati quando, per la prima volta, si è fatto largo il tanto temuto processo da remoto: piattaforme telematiche poco sicure in grado di riprendere e registrare ciò che accade e possibilità di intrusione di estranei. La richiesta è semplice: che almeno la camera di consiglio mantenga la fisicità, con la contemporanea presenza dei giudici, come "garanzia minima ed indispensabile per la tenuta del giudizio di appello e irrinunciabile precondizione per consentire alle parti la valutazione sulla necessità di partecipare o meno all'udienza".
Anche perché, così come dimostrato dai giudizi in Cassazione, la richiesta di discussione orale può determinare lo slittamento dell'udienza, "con modificazione della composizione del collegio". Una possibilità che incide, dunque, sulla individuazione del giudice naturale".
Ma in gioco ci sono anche il diritto alla difesa e al giusto processo. Che orfano della prescrizione, vede ora erodere un ulteriore pezzetto di garanzia, con la sospensione dei termini per cause indipendenti dalla volontà o dalla condizione dell'imputato, che vedrà inoltre allungare i termini di detenzione cautelare.
Da qui l'appello alla politica, affinché il dl, in sede di conversione, venga modificato. Un coro a cui si associa l'associazione italiana dei giovani avvocati, secondo cui la pandemia si trasforma in scusa utile per istituire "un "processo eterno" con una prescrizione infinita".
Norme dietro le quali si nasconde la convinzione - respinta da Aiga - che l'appello sia "un inutile orpello" e non "un giudizio previsto anzitutto a garanzia degli imputati innocenti che erroneamente siano stati riconosciuti colpevoli nel giudizio di primo grado".
Impossibile, dunque, farlo in maniera cartolare. La polemica corre anche tra gli ordini. Come a Roma, dove il Coa ha chiesto con urgenza al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e al premier Giuseppe Conte l'implementazione del fascicolo penale telematico. Solo così, secondo il presidente Antonino Galletti, la maggior parte degli accessi agli Uffici giudiziari penali potrebbe essere evitata, salvaguardando, invece, il processo. Ma per Bonafede, gli investimenti in tecnologie e personale e l'opera di ammodernamento portati avanti in questo anno hanno consentito di snellire le procedure e ridurre la durata dei processi.
Parole pronunciate ieri alla conferenza dei ministri della giustizia del Consiglio d'Europa, dove il ministro ha evidenziato l'accelerazione determinata dall'emergenza Covid, durante la quale l'utilizzo delle tecnologie si è esteso all'acquisizione degli atti di indagine, alle udienze non dedicate all'assunzione della prova e alla partecipazione al processo degli imputati detenuti limitandone gli spostamenti sul territorio.
"La trasmissione telematica di istanze e memorie difensive e la possibilità per i difensori di accedere da remoto agli atti dell'indagine - ha spiegato vanno configurandosi come strumenti per conciliare la continuità dell'attività giudiziaria con l'esigenza di ridurre l'afflusso degli utenti nelle cancellerie degli uffici". E tali accorgimenti non comporterebbero, secondo il ministro, alcuna compressione "delle garanzie del giusto processo e dei valori dell'oralità e del contraddittorio"
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