di Stefano Loconte e Giulia Maria Mentasti
Italia Oggi, 9 novembre 2020
Poche le società ammesse alla prova: è quanto deciso dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Modena, che ha ammesso infatti una persona giuridica, attiva nel settore della produzione di generi alimentari e indagata per l'ipotesi di cui all'art. 25-bis.1 Dlgs 231/2001, in relazione al reato di frode nell'esercizio del commercio previsto dall'art. 515 c.p. alla sospensione del procedimento con messa alla prova, mettendo così in discussione le conclusioni a cui in passato era pervenuto il Tribunale di Milano.
Si assiste dunque a un cambio di rotta della giurisprudenza sulla possibilità delle società di accedere alla messa alla prova, avendo dato il Tribunale all'ente una chance di uscire prima del tempo e con la "fedina pulita" dal processo penale; e ciò attraverso l'eliminazione degli effetti negativi dell'illecito; il risarcimento del danno; un adeguamento del modello 231; nonché lo svolgimento di una attività di volontariato.
La messa alla prova. La sospensione del processo con messa alla prova, istituto che ha natura consensuale e funzione di riparazione sociale e individuale del torto connesso alla consumazione del reato, è stata introdotta con legge n. 67/2014 ed è di fatto una modalità alternativa di definizione del processo; attivabile sin dalla fase delle indagini preliminari, consente di pervenire a una pronuncia di proscioglimento per estinzione del reato, laddove il periodo di prova cui acceda l'indagato/imputato, ammesso dal giudice in presenza di determinati presupposti normativi, si concluda con esito positivo.
Sotto il profilo contenutistico, l'art. 168-bis c.p. prevede anzitutto la prestazione di condotte volte all'eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato nonché, ove possibile, il risarcimento del danno dallo stesso cagionato; inoltre, è previsto l'affidamento al servizio sociale, per lo svolgimento di un programma che può implicare, tra l'altro, attività di volontariato di rilievo sociale, ovvero l'osservanza di prescrizioni relative ai rapporti con il servizio sociale o con una struttura sanitaria.
Infine, condicio sine qua non dell'ammissione all'istituto è costituita dal lavoro di pubblica utilità ovvero da una prestazione non retribuita in favore della collettività. In tema di adempimento, l'Ufficio esecuzione penale esterna ha il compito di controllare e relazionare al giudice, il quale, allorquando ritenga che la prova abbia conseguito i risultati prefissati, pronuncia sentenza con la quale dichiara il reato estinto.
Qualora l'esito della prova sia negativo, con ordinanza si dispone invece che il processo riprenda il suo corso dalla fase in cui è intervenuta la sospensione. Limiti. La richiesta di adesione al percorso di messa alla prova può essere avanzata entro le conclusioni dell'udienza preliminare o, in assenza di quest'ultima, fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado. Nel caso in cui la volontà di conseguire il beneficio sia manifestata durante le indagini preliminari, è però necessario anche il placet del pubblico ministero, ferma restando la possibilità di reiterare l'istanza.
Per ciò che concerne i presupposti oggettivi, la facoltà è limitata all'ipotesi in cui si proceda per un illecito dotato di scarso disvalore, individuato dal legislatore in un reato punito con la pena pecuniaria, con la pena detentiva fino a quattro anni ovvero che rientra fra quelli di competenza del tribunale monocratico con citazione diretta a giudizio.
Quanto ai presupposti soggettivi occorre invece che la domanda provenga da chi non sia stato dichiarato delinquente o contravventore abituale, professionale o per tendenza, da colui al quale non sia stata già concessa e poi revocata, ovvero da colui al quale non sia stata concessa con esito negativo. Estensione agli enti? L'accoglienza positiva che in genere viene riservata alle occasioni di recupero alla legalità ha indotto diversi interpreti a interrogarsi sulla possibilità di estendere la disciplina della messa alla prova, già esportata, per effetto del predetto intervento del 2014, dalla giurisdizione minorile a quella degli adulti, anche all'ente.
La giurisprudenza di merito ha inizialmente propeso tuttavia per una interpretazione restrittiva. Risale al marzo 2017 l'ordinanza con cui il Tribunale di Milano ha precluso all'ente di ricorrere all'istituto, incentrando la motivazione sull'effettiva assenza di una previsione nel Dlgs n. 231 del 2001 in tal senso, e non considerando che nel processo agli enti si applicano le disposizioni procedurali del codice di rito, anche quando non espressamente regolamentate nel Dlgs 231/2001, con l'unico limite della compatibilità.
Il riferimento è ai giudizi immediato e direttissimo che, pur non menzionati nel suddetto decreto, risultano pacificamente praticabili. Il cambio di rotta. A determinazione opposta è giunto il Tribunale di Modena, che ha concesso sospensione del procedimento con messa alla prova nei confronti di una società attiva nel settore della produzione di generi alimentari, indagata per l'ipotesi di cui all'art. 25-bis.1 Dlgs 231/2001, in relazione al reato di frode nell'esercizio del commercio previsto dall'art. 515 c.p..
L'autorità giudiziaria, dopo aver verificato l'insussistenza di cause di proscioglimento immediato ma al contempo la concreta capacità dell'istante di tornare a operare nel virtuoso circuito della legalità, ha acconsentito all'esecuzione del programma di trattamento proposto dalla difesa, comprensivo di tutti i requisiti imposti dalla norma codicistica per le persone fisiche.
L'impresa si è impegnata a provvedere, con tempestività e puntualità, all'eliminazione degli effetti negativi dell'illecito; al risarcimento degli eventuali danneggiati; a un adeguamento e aggiornamento del modello di organizzazione e gestione, attraverso il potenziamento delle procedure di controllo relative all'area aziendale in cui si è verificata l'azione criminosa; allo svolgimento di una attività di volontariato, consistente nella fornitura gratuita di una parte della propria produzione in favore di un organismo religioso gestore di un punto di ristorazione rivolto a persone in condizioni disagiate.
Adempimenti che sono stati svolti correttamente; infatti verificatane la conformità al programma, attestata dalla relazione conclusiva dell'Uepe (Ufficio per l'esecuzione penale esterna), il giudice per le indagini preliminari ha successivamente dichiarato, il 21 settembre scorso, l'estinzione del reato.
di Enrico Ferro
Il Mattino di Padova, 9 novembre 2020
Nove agenti della penitenziaria, 6 detenuti e un docente: secondo i sindacati l'ha portato il pasticciere di una cooperativa. Nove agenti della polizia penitenziaria e 6 detenuti e un insegnante sono risultati positivi al Covid. L'incubo del virus travolge il carcere Due Palazzi di Padova nel pieno della seconda ondata. È stato fatto un primo ciclo di tamponi a 580 detenuti e circa 400 guardie. Il timore è che il contagio possa allargarsi a macchia d'olio, rendendo la situazione impossibile da governare. Secondo quanto appurato dai sindacati, il virus sarebbe partito dal pasticciere di una cooperativa.
"La situazione Covid alla casa di reclusione è sotto controllo" assicura l'Usl. Secondo le fonti sanitarie il tracciamento è iniziato da un detenuto sintomatico, tamponato e isolato all'interno del carcere.
In seguito sono stati tracciati 127 contatti, dei quali altri cinque sono stati trovati positivi e successivamente isolati. Nei prossimi giorni arriverà l'esito della totalità dei tamponi e, a quel punto, si potrà stilare un bilancio. tensioneMa la tensione è alta all'interno della casa di reclusione, dove si trovano i condannati in via definitiva a una pena superiore ai 5 anni. Le sezioni 1 e 6 sono in isolamento per 10 giorni, fino al secondo tampone che sarà eseguito tra il 10 e il 12 novembre. Gli isolati sono stati sistemati nell'ala usata come polo universitario, ora riconvertita per l'emergenza. le attivitàMa il nervosismo serpeggia tra le sezioni, come è successo durante la prima ondata, con una rivolta sedata. Il senso di impotenza scatena la rabbia dei detenuti, che temono per la loro vita ora che il Covid è entrato nel penitenziario. Il direttore Claudio Mazzeo sta cercando di tenere fisso il timone della nave ma non è semplice. Bisogna prendere decisioni impattanti, come quella di continuare o meno con le attività collaterali.
Il Cpia (centro provinciale per l'istruzione degli adulti), invece, è ancora attivo: continua le lezioni in presenza con i detenuti che non hanno problemi. Ovviamente per tutti, docenti compresi, c'è l'obbligo di indossare la mascherina.le cooperativeIl detenuto che presta servizio nella pasticceria della cooperativa World Crossing è stato trovato positivo mercoledì 4 novembre. Un pasticcere civile della stessa cooperativa era risultato positivo il 29 ottobre. Ecco perché ora una parte dei sindacati imputano a quella positività la genesi del cluster.
"Il nostro civile era a casa già dal 23 ottobre" specifica Matteo Marchetto, presidente della coop Work Crossing. "Credo che i tempi non coincidano". Al termine della prima ondata il direttore del carcere Mazzeo aveva avuto il piacere di raccontare i segreti di quella che era stata catalogata come una tenuta del sistema-penitenziario. Furono distribuite 550 mascherine e avviata una campagna di sensibilizzazione al mantenimento delle distanze e all'osservanza delle misure igieniche. Inoltre vennero concesse elargizioni, come quella di una videochiamata al giorno ai familiari, cosa che prima era vietata. Vennero acquistati 14 smartphone, che gli agenti facevano usare sotto sorveglianza.
"Chiediamo di essere trattati come le case di riposo"
Giampietro Pegoraro, sindacalista della Cgil Penitenziaria svela i retroscena che stanno dietro l'emergenza.
Giampietro Pegoraro, responsabile della Cgil Penitenziaria, cosa non ha funzionato?
"Purtroppo sono state riscontrate alcune positività. Sembra che tutto sia partito dal pasticcere di una coop. È venuto a contatto con un detenuto e così si sono infettate, al momento, sedici persone. Ma il punto importante è un altro". Quale?"Noi da mesi chiediamo di essere equiparati alle case di riposo, quindi con cicli di tamponi frequenti per verificare la situazione. Abbiamo scritto al governatore del Veneto Luca Zaia già durante la prima ondata ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta".
Dunque non è attivo il monitoraggio dei detenuti e del personale impiegato in carcere?
"Purtroppo no. Avevamo chiesto a Zaia tamponi ogni 20 giorni. Ora che ci sono anche i tamponi rapidi, che per loro natura vengono impiegati nel modo migliore proprio quando bisogna tracciare popolazioni numerose, bisognerebbe inserire i penitenziari nel programma di tracciamento".
Avete appena concluso un ciclo di quasi mille tamponi...
"Sì ma a giochi fatti, solo perché dopo la positività riscontrata vogliono mappare il contagio".
Siete preoccupati?
"Adesso la situazione è molto rischiosa. Questo virus ha una progressione esponenziale. Se parte l'iperbole all'interno del penitenziario, allora è la fine".
Come vengono trattati gli agenti penitenziari risultati infetti?
"Sono tutti a casa, in isolamento".
E i detenuti?
"Anche loro sono stati isolati in quello che fino a poco tempo fa venire usato come polo universitario. Lì dentro vengono sistemati anche detenuti provenienti da altre carceri, in attesa dell'esito del tampone o arrestati che vengono da fuori. Sono stanze singole, in cui l'isolamento è possibile".
nessunotocchicaino.it, 9 novembre 2020
Secondo il coordinatore della Campagna per il Cambiamento Iraniano (Campaign for Iran Change) Struan Stevenson, i prigionieri politici iraniani vengono "sistematicamente affamati" dalle guardie per spezzare la loro volontà, forzare false confessioni e ottenere dichiarazioni pubbliche di pentimento.
Stevenson, che è un ex membro del Parlamento europeo, ha spiegato che il regime teme un'altra rivolta che li spazzerà via dal potere, quindi il Ministero dell'Intelligence e della Sicurezza (Mois) e il capo della magistratura Ebrahim Raisi hanno ordinato una repressione dei detenuti politici con la speranza di spaventare i futuri manifestanti affinché obbediscano.
I detenuti sono stati sottoposti a gravi carenze alimentari, togliendo le uova dalle loro razioni, lasciando loro solo 10-12 cucchiai di riso di bassa qualità (leggi: "puzzolente e marcio") al giorno. Le prigioni si difendono sostenendo che i prigionieri possono comprare cibo extra al negozio della prigione, omettendo di dire però che anche in questi spacci interni il cibo è marcescente.
Molti detenuti non hanno reddito e non possono ricevere denaro dalle loro famiglie perché erano loro i capo-famiglia.
L'approvvigionamento idrico contaminato nelle carceri significa che i detenuti devono già acquistare acqua a prezzi gonfiati.
La privazione alimentare sta causando stress mentale, che è un'ulteriore forma di tortura contro i prigionieri. Altri metodi utilizzati includono stipare 70 persone in una cella destinata a contenerne solo 20, senza ventilazione e solo un bagno, separato solo da una "tenda sporca", in modo che l'odore si diffonda in tutta la cella. Possono essere tenuti lì per settimane senza cibo adeguato o altro.
"Solo dopo che hanno firmato un impegno a pentirsi delle loro opinioni politiche e sono stati costretti a inchinarsi e umiliarsi davanti alle guardie, vengono riportati nei reparti "normali" della prigione. Lì, almeno, possono uscire ogni mattina alla luce del sole dalle 7 alle 8 del mattino mentre viene effettuata "la conta", ha scritto Stevenson.
Molte di queste informazioni sono state fornite dal prigioniero politico Soheil Arabi in lettere e file audio fatti uscire clandestinamente dalla prigione e destinati alla sua famiglia. È stato ripetutamente torturato e picchiato dagli agenti. Anche sua madre è stata arrestata, accusata di "collusione" e "diffusione di propaganda contro lo Stato", e gravemente torturata.
di Francesco Sellari
Corriere della Sera, 9 novembre 2020
Il Festival dei giovani presenta un "social movie" che raccoglie i filmati (quasi 3.000) girati dai ragazzi durante la quarantena primaverile. L'ideatrice del festival Fulvia Guazzone: "Questi video raccontano la sofferenza provata dai ragazzi, la mai rabbia".
Come hanno vissuto gli adolescenti il lockdown causato dalla pandemia di Covid 19? Molte analisi di psicologi ed esperti hanno cercato di spiegarcelo. Ora il docufilm #Isolatispeciali dà la parola direttamente a loro, ragazzi e ragazze delle scuole superiori.
I promotori lo definiscono un "social movie" che ha raccolto e selezionato quasi tremila video girati dagli studenti italiani nei giorni più duri della quarantena primaverile: lo sguardo di una generazione sull'evento epocale che più di tutti ha segnato la loro giovane esistenza.
Il documentario verrà presentato nelle prossime settimane sulla piattaforma festivaldeigiovani.it. "Noi lavoriamo con le scuole da 15 anni, e durante il lockdown abbiamo organizzato diversi dibattiti online con gli studenti su come stessero vivendo quel periodo. Sono emerse testimonianze forti e allora abbiamo chiesto loro di raccontare con dei video le loro giornate ma anche i loro stadi emotivi", spiega Fulvia Guazzone, ideatrice del Festival dei Giovani.
Sofferenza, mai rabbia - La manifestazione arrivata alla quinta edizione, quest'anno sarà solo in versione digitale dal 10 al 12 novembre.
"Questi video raccontano la sofferenza che hanno provato - prosegue la Guazzone - Si sono sentiti privati della libertà, preoccupati perché hanno capito che in gioco c'è anche la costruzione del proprio futuro. C'è stata sofferenza, quindi, ma mai rabbia. Alcuni, hanno vissuto la quarantena come un momento di pausa, un'occasione per rallentare i ritmi e trovare o riscoprire passioni e hobby: gli allenamenti in casa, la cucina, scrivere un diario.
O semplicemente recuperare il rapporto con i genitori. Ovviamente, non tutte le famiglie sono uguali. Chi ha dovuto fare la quarantena in piccoli appartamenti o con famiglie litigiose ha sofferto tanto. E chi era emarginato a scuola purtroppo si è allontanato ancora di più". Con la seconda ondata e la nuova attivazione della didattica a distanza, il tema diventa purtroppo nuovamente attuale. "Ora sembra esserci un di più di sofferenza e paura - prosegue la Guazzone - Durante l'estate hanno pensato che il peggio fosse passato e ora di nuovo si chiude tutto: la scuola così come lo sport e le opportunità di svago. È ancora presto per capire come reagiranno e cercheremo di raccogliere delle opinioni più strutturate".
Diecimila ragazzi per un festival - Nelle passate edizioni, il Festival dei Giovani si è svolto a Gaeta, in provincia di Latina. In quattro anni sono arrivati nella cittadina laziale quasi 80.000 studenti, coinvolti in dibattiti, workshop e percorsi di orientamento universitario. Al momento, già 10.000 tra studenti e studentesse, si sono registrati alla piattaforma on line che ospiterà gli eventi dell'edizione 2020. Il target maggiormente coinvolto va dai 16 ai 20 anni, dal terzo anno delle superiori ai primi anni di università. "Abbiamo diverse aree tematiche - aggiunge la Guazzone - con centinaia di eventi su ambiente, partecipazione attiva, inclusione.
Ma anche orientamento al lavoro. Ci sarà anche un focus sulle nuove professioni nel campo dell'Intelligenza artificiale e più in generale del digitale". Tra i partner dell'iniziativa molte importanti aziende e l'università Luiss Guido Carli che quest'anno proporrà anche una simulazione della prova di ammissione e presenterà la scuola di programmazione 42 Roma. Si tratta della nuova scuola di coding, in partenza a gennaio 2021, completamente gratuita, per ragazze e ragazzi appassionati di digitale.
La particolarità di 42 Roma Luiss sta nel fatto che abbandona la didattica frontale in favore di processi di auto-apprendimento tra pari (il cosiddetto Peer 2 Peer learning). Spazio anche alla creatività con l'avvio di Myos - Make Your Own Series, un Pcto (il nuovo percorso che riprende la vecchia alternanza scuola lavoro) dedicato alla scrittura di soggetti per serie Tv che prevede lezioni con giovani sceneggiatori e dibattiti sulle serie più amate dai ragazzi.
gazzettadalba.it, 9 novembre 2020
Un complesso in attesa di ristrutturazione, sovraffollato, dove sono state avviate iniziative all'avanguardia: è il carcere Giuseppe Montalto di Alba. Da cinque anni, ad accendere i riflettori è il garante per le persone detenute Alessandro Prandi, il cui mandato scadrà a dicembre. Un ruolo volontario e non retribuito, creato con l'obiettivo di far valere i diritti dei carcerati, oltre a garantire un legame con le istituzioni. Dopo essersi ricandidato per i prossimi cinque anni, Prandi traccia un bilancio della sua esperienza.
Che realtà rappresenta oggi il Montalto, Prandi?
"Dopo i contagi di legionella a inizio 2016, il carcere ha riaperto nell'estate 2017, limitatamente a una sezione da 33 posti, dove in media abbiamo sempre almeno 46 detenuti, a parte i mesi del lockdown. Siamo così diventati il carcere più sovraffollato d'Italia. Gli spazi sono il problema più importante, che limita l'organizzazione delle attività, soprattutto in questo momento. Finalmente, a settembre, è stato pubblicato il bando per lo svolgimento dei lavori da oltre 4 milioni di euro: se verranno portati a termine entro un paio di anni, il Montalto potrà ritornare alla sua capienza originaria: 142 posti".
Dal punto di vista umano, che cosa emerge dai suoi colloqui con i detenuti?
"I colloqui sono la parte più importante del ruolo del garante: dalla riapertura del 2017 a oggi, ho passato in carcere 330 ore, tra incontri, visite e altri impegni. E posso dire che, se non si vive in prima persona la realtà carceraria, non si può comprendere. Dai colloqui ho potuto notare come, al di là del motivo per cui una persona è detenuta, sono tante le fragilità che possono derivare dal contesto da cui si proviene o dalle esperienze vissute. In più casi ho incontrato detenuti con problemi psichiatrici, che avrebbero dovuto seguire percorsi diversi, ma il sistema italiano non è in grado di offrire alternative".
Qual è il rapporto tra il carcere e l'Albese?
"Il Montalto ha grandi potenzialità, come dimostra, ad esempio, il corso di operatore agricolo, con il quale si è realizzato il vino Vale la pena. Importante anche il ruolo dell'associazione di volontariato Arcobaleno, che fornisce aiuti concreti ai detenuti e organizza attività. All'interno, sono un centinaio gli agenti della Polizia penitenziaria, con due educatori. A mio avviso, però, continua a mancare una progettualità. Il passaggio fondamentale sarebbe coinvolgere pienamente il carcere nelle politiche sociali cittadine, considerandolo una realtà che fa parte del territorio: è fondamentale comprendere che investire sul carcere, significa investire in sicurezza. Oggi, quando un detenuto esce dalla struttura, se non ha un contesto familiare di riferimento, si trova da solo, con tutti i problemi connessi al reinserimento: questo aumenta il rischio di recidiva".
Com'è vissuta l'emergenza sanitaria in carcere?
"Dopo un periodo di fermo, sono riprese le attività, a piccoli gruppi, anche se l'accesso dei volontari è ridotto. I colloqui con i familiari sono ammessi, mantenendo anche le videochiamate. A oggi non ci sono stati casi di Covid-19. Ad Alba, però, non è garantito il lavoro esterno ai detenuti, poiché non si riesce a isolare il lavoratore nel momento in cui rientra".
Quali iniziative le piacerebbe vedere realizzate?
"Per esempio, un servizio di trasporto, con una navetta di collegamento con il centro, come accade in tutti gli istituti penitenziari. Inoltre, sarebbe importante migliorare il piazzale, ora abbandonato. Tra i progetti vedrei bene una serie di collaborazioni, come quella tra il piccolo museo interno e gli altri piemontesi, ma anche con il Dipartimento di giurisprudenza dell'Università di Torino, avviando un vero scambio".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 9 novembre 2020
"Risulta essere in grado di percepire l'effetto rieducativo della pena". Tanto basta, secondo i giudici, per riportarlo in carcere. Anche se è un uomo di sessant'anni che pesa quasi trenta chili e da decenni soffre di schizofrenia, anoressia, mutacismo. Anche se di recente è stato dimesso dall'ospedale di Pozzuoli dopo un ricovero presso il dipartimento di salute mentale per atti di lesionismo nei confronti di se stesso e di altri. E anche se, proprio per le sue condizioni di salute, da diciassette anni scontava la condanna in detenzione domiciliare.
Per riportare in carcere Antonio Puglisi, ieri mattina, è stata necessaria l'ambulanza. Perché non si poteva fare diversamente. L'uomo è in condizioni di salute tali da richiedere assistenza continua e da non poter essere autosufficiente. Per condurlo in carcere è stata organizzata un'operazione con auto dei carabinieri e ambulanza. Antonio Puglisi, originario del rione Traiano, con un'accusa di omicidio sulle spalle (un delitto avvenuto nel 1996 nell'ambito di regolamenti di conti fra persone ritenute legate a clan della camorra), è tornato in cella. Destinazione, carcere di Secondigliano.
La decisione è stata adottata dai giudici del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, lo stesso che negli ultimi anni gli aveva rinnovato la possibilità di scontare la condanna in detenzione domiciliare in considerazione dei gravi motivi di salute. Puglisi sta scontando una condanna a 24 anni di carcere, in gran parte già espiata e con un residuo di quattro anni e dieci mesi. "Da 17 anni il mio assistito era in detenzione domiciliare - spiega l'avvocato Giovanna Limpido, difensore di Puglisi - Le sue condizioni di salute, negli anni, non sono cambiate e mi sorprende che una simile decisione arrivi proprio in un momento particolare come questo, con una pandemia in atto e il rischio di contagio altissimo anche all'interno delle strutture carcerarie".
Difatti, una preoccupazione centrale di questi giorni, negli ambienti politici, giudiziari e della sfera penitenziaria, è proprio quella legata alle misure da adottare per limitare il sovraffollamento delle carceri e contenere il rischio Covid all'interno degli istituti di pena, visto che i dati sui contagi sono in costante aumento. In Campania si registrano più di 20 detenuti positivi al Covid e oltre 70 tra agenti della polizia penitenziaria e personale socio-sanitario. Nel resto del Paese la situazione non è meno allarmante: tre detenuti sono morti durante questa seconda ondata della pandemia (uno ad Alessandria, uno a Livorno e uno a Milano), sono stati accertati 1.050 casi di positività al virus tra detenuti e personale penitenziario e sono oltre 1.300 i poliziotti in malattia, in isolamento fiduciario o in attesa di tampone. Numeri che proprio ieri hanno spinto il sindacato di polizia penitenziaria a chiedere interventi per prevenire il propagarsi del virus.
Ma perché Puglisi è tornato in carcere? Perché quest'anno, dopo anni in cui era stata accolta, il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato l'istanza per la concessione della detenzione domiciliare. Scrivono i giudici: "Non basta che l'infermità fisica menomi in misura rilevante la salute del soggetto in espiazione di pena ma è necessario che la stessa, oltre a non poter essere adeguatamente curata presso i centri clinici carcerari o con l'eventuale trasferimento del detenuto in ambienti sanitari esterni, raggiunga un livello tale da collidere con il senso di umanità e con il principio di tutela della salute garantiti costituzionalmente". Si parte dal presupposto che "il beneficio invocato può essere giustificato solo con l'impossibilità di praticare le cure necessarie nel corso dell'esecuzione della pena, non già dalla possibilità di praticarle meglio fuori dalla struttura penitenziaria". Di qui la decisione: "Nel caso di specie il collegio ritiene che il quadro patologico riscontrato non comporta l'inconciliabilità con il regime detentivo e per l'altro verso non fa venir meno la pericolosità dell'istante che per le patologie da cui è affetto risulta essere in grado di percepire l'effetto rieducativo della pena".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 9 novembre 2020
Ieri pomeriggio la comunità mondiale dei diritti umani ha tirato un sospiro di sollievo nell'apprendere che Nasrin Sotoudeh, la più nota avvocata iraniana per i diritti umani, aveva ottenuto il rilascio temporaneo. Sotoudeh stava scontando una serie di condanne, per un totale di 17 anni di carcere, solo a causa del suo impegno professionale in favore dei prigionieri di coscienza, dei condannati a morte e ultimamente delle attiviste processate per aver protestato pubblicamente contro l'obbligo d'indossare il velo.
Fiaccata da un lungo sciopero della fame, c'è da sperare che Sotoudeh possa riprendersi e avere accesso a tutte le cure mediche di cui ha bisogno e che, soprattutto, quel rilascio diventi permanente.
Behnam Mahjoubi, 33 anni, appartenente alla comunità sufi dell'Iran, resta invece ancora in stato di detenzione ed è un'altra persona che in carcere non avrebbe mai dovuto entrare. Arrestato insieme ad altre centinaia di manifestanti durante le proteste scoppiate a Teheran il 19 e 20 febbraio 2018 e rilasciato dopo un breve periodo di detenzione, nell'agosto 2019 Mahjoubi è stato condannato a due anni di carcere dalla sezione 26 del Tribunale rivoluzionario di Teheran per "raduno illegale" e "attentato alla sicurezza nazionale".
Da quando nel giugno 2020 ha iniziato a scontare la pena nel carcere di Evin, a Mahjoubi sono state negate le cure per gli attacchi di panico di cui soffre, nonostante i familiari si fossero detti disponibili a fornirli. Sonniferi, solo sonniferi, in carcere non c'era altro. A seguito del peggioramento delle condizioni di salute, anche a causa di una caduta durante un attacco di panico che lo ha reso paralizzato da un lato del corpo, il 27 settembre Mahjoubi è stato trasferito e ricoverato contro la sua volontà presso l'ospedale psichiatrico "Aminabad", nella località di Razi.
In segno di protesta, Mahjoubi ha iniziato uno sciopero della fame. Durante il ricovero (sei giorni e cinque notti), ha subito torture, violenze fisiche e psicologiche e trattamenti medici che lo hanno reso a lungo incosciente.
Rientrato nel carcere di Evin ha iniziato a perdere gradualmente la percezione fisica del suo corpo, a tal punto da non poter più alzare dalla branda. Nonostante le autorità sanitarie abbiano dichiarato che debba essere rilasciato a causa del disturbo di cui soffre e delle preoccupanti condizioni fisiche in cui versa, non compatibili con la detenzione in carcere, per essere adeguatamente curato in una struttura ospedaliera, Mahjoubi resta in prigione.
La Repubblica, 9 novembre 2020
Zaky, 28 anni, arrestato a febbraio con l'accusa di propaganda contro lo Stato, non è stato portato in aula. Il giovane, 28 anni, è in carcere da otto mesi: le accuse contro di lui non sono mai state discusse ma secondo la legge egiziana l'arresto preventivo può essere prolungato fino a due anni. Al termine del quale, spesso, gli imputati vengono tenuti in carcere con una modifica delle accuse: cosa che fa ripartire il calcolo della carcerazione preventiva per altri 2 anni.
Un sistema di "porte scorrevoli" come lo ha definito Human rights watch in un report in cui lo descriveva come il metodo scelto dal governo del presidente Abdel Fatah al Sisi per tenere sotto controllo i dissidenti. Inizialmente detenuto a Mansoura, città di origine della sua famiglia, Patrick è stato spostato al Cairo a marzo: e per mesi, a causa dell'emergenza Covid, non ha potuto incontrare familiari né avvocati. La mamma ha potuto finalmente vederlo soltanto a settembre e lo ha trovato dimagrito e stanco, ma anche determinato a non farsi piegare e desideroso di continuare gli studi in Italia.
di Pio D'Emilia
Il Messaggero, 9 novembre 2020
Il primo incontro risale al lontano 1990. Il camion dal quale conduceva la sua prima, improvvisata campagna elettorale, e sul quale ero salito assieme ad altri colleghi stranieri, si era rotto, e fummo tutti costretti a passare la notte in una locanda isolata alla periferia di Rangoon, la capitale. Parlammo a lungo: lei, Aung San Suu Kyi, ci raccontò tutta la sua vita, l'infanzia accanto al padre Aung San, padre della patria alleatosi con chiunque persino gli invasori giapponesi - gli avesse promesso aiuto nella lotta per la conquista dell'indipendenza, poi rimasto ucciso in un attentato proprio il giorno in cui veniva inaugurato il primo governo nazionale.
La scelta di vivere all'estero, seguendo il marito, studioso di buddismo. Il suo ritorno in patria per assistere la madre, malata. Ed il suo improvviso, imprevisto quanto inevitabile coinvolgimento nella vita politica, dopo i massacri perpetrati dalla giunta militare. "Non è quello che pensavo di fare ci diceva ma è quello che debbo fare". Da allora ci siamo incontrati più volte. Nel novembre 2010, appena liberata, fui il primo giornalista straniero ad intervistarla. Uno degli incontri più emozionanti della mia vita. Poi, improvvisamente, la svolta.
Era il novembre del 2015, esattamente 5 anni fa. Il Paese era alla vigilia delle prime elezioni finalmente libere (beh, quasi: i militari continuano a riservarsi il 25% dei seggi ed il diritto di veto per ogni riforma costituzionale) ed era evidente che lei ed il suo partito, la Nld (nuova lega democratica) avrebbero trionfato. Chiesi e ottenni un'intervista, che si svolse a casa sua. Verso la fine le posi una domanda che forse non si aspettava, ma certamente legittima. Una domanda sul suo collega Liu Xiaobo, lo scrittore cinese insignito del Nobel per la Pace, che stava marcendo, gravemente malato, in carcere (morì, sempre in carcere, un paio di anni dopo).
La signora era appena rientrata dal suo primo, storico viaggio in Cina, durante il quale aveva incontrato anche il presidente cinese Xi Jinping. Ne avevano parlato? Aveva approfittato dell'occasione per chiedere la liberazione del Nobel? Con mio grande stupore lei si irrigidì, tentando di eludere la domanda. Ma a seguito della mia insistenza si alzò in piedi, dicendomi che non era corretto chiederle il contenuto di un incontro privato (!) e che comunque il mio tempo era scaduto. In pratica mi cacciò di casa. Da allora non sono più riuscito a parlarle. E quando tre anni fa, in occasione della visita del Papa e delle critiche internazionali compresa una lunga lettera del Dalai Lama che stava ricevendo per il modo in cui stava gestendo la tragedia dei Rohingya riuscii finalmente a contattarla, mi attaccò il telefono in faccia. Sic transeat gloria mundi.
Per molti anni abbiamo seguito con molta attenzione, apprensione e simpatia le vicende della Birmania (che oggi si chiama Myanmar), il meraviglioso quanto sfortunato e dilaniato Paese del Sud-Est asiatico immortalato da George Orwell nel suo avvincente Burmese Days, Diario Birmano. E questo anche grazie alla figura carismatica di Aung San Suu Kyi, 75 anni, premio Nobel per la Pace, per molti anni simbolo della resistenza contro il Tatmadaw, uno dei regimi militari più lunghi, sanguinari e corrotti della storia, e della lotta per il rispetto dei diritti umani. La sua liberazione nell'oramai lontano 2011, dopo anni di prigione e arresti domiciliari, venne salutata e celebrata in tutto il mondo, Italia compresa.
Una ventina di Paesi e di importanti città, compresa Roma, le concessero la cittadinanza onoraria. Tutte revocate (tranne la nostra, pare, forse sarebbe il caso di farlo) negli ultimi due o tre anni, da quando, a seguito delle elezioni del 2015, la signora è andata al potere grazie ad un discutibile accordo con i militari e da quando si è resa complice, nella migliore delle ipotesi, del genocidio perpetrato nei confronti dei Rohingya, una minoranza etnica di religione musulmana che vive nello stato Arakan-Rakhine e da sempre vittima di pesanti discriminazioni e violente repressioni.
Nell'agosto 2017, a seguito di una violentissima operazione militare, oltre 700 mila persone hanno dovuto abbandonare i loro villaggi, rifugiandosi nel Bangladesh.
Un'operazione per la quale Aung San Suu Kyi ed il suo governo sono attualmente sotto processo presso la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja. L'accusa è gravissima: genocidio. Ma la signora tira dritto per la sua strada. Non solo ha negato tutte le accuse, ma continua a governare assieme ai suoi ex aguzzini, e pur di restare al potere ha ignorato in questi ultimi giorni ogni appello, anche da parte della comunità internazionale, a sospendere il voto.
Voto che si è svolto ieri e che ha confermato la sua grande popolarità, ma che per colpa della pandemia e degli scontri in corso in varie zone del Paese è stato sospeso in oltre 50 città e dal quale molte minoranze non solo i Rohingya sono state escluse. Elezioni apartheid, le ha definite Human Rights Watch, usando un termine che speravamo fosse definitivamente sepolto dopo la fine del regime razzista sudafricano. Alla fine, oltre 3 milioni di cittadini sono stati privati del diritto di voto, con il benestare della Signora Povera Birmania.
modenatoday.it, 9 novembre 2020
Nel tardo pomeriggio di venerdì alcune decine di manifestanti si sono dati appuntamento davanti al carcere di Modena. Una protesta annunciata qualche giorno prima, con l'intento di riaccendere i riflettori sulla tragica rivolta dell'8 marzo e chiedere giustizia per le vittime di quei drammatici fatti, ma anche un cambio di rotta circa la gestione della popolazione carceraria.
Nel volantino che annunciava la mobilitazione si legge infatti: "Sulle reali cause di queste morti, stilare per lo più come 'morti per overdose', cala ben presto un inquietante silenzio. Da allora ad oggi, i detenuti rimasti nel carcere di Modena stanno in celle sovraffollate dentro una sezione chiusa e in pessime condizioni igienico-sanitarie".
Accuse che si sono trasformate quindi in protesta intorno alle 19 di venerdì, con un raduno nel parcheggio di strada Sant'Anna da parte di diverse persone, per lo più appartenenti agli ambienti della sinistra antagonista e anarchici. Oltre ai cori e agli slogan, si sarebbero verificati lanci di oggetti, fumogeni e petardi all'interno del cortile del carcere.
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