di Liana Milella
La Repubblica, 3 febbraio 2021
Caso Cucchi. Depositate le motivazioni della sentenza per i 5 medici del Pertini che ebbero in cura il giovane morto sei giorni dopo l'arresto. Erano tutti accusati di omicidio colposo. "Troppo facile dire che rifiutò le cure". "Lo Stato ha certamente il diritto di fare un prigioniero, ma non di disinteressarsene. Questo è il terreno del tutto trascurato, in cui una vicenda, dal punto di vista giudiziario banale (un arresto in tema di stupefacenti), volge in pochi giorni in tragedia".
È quanto scrivono i giudici della corte d'appello di Roma nelle motivazioni della sentenza con cui il 14 novembre del 2019 hanno disposto una assoluzione e riconosciuto quattro prescrizioni per cinque medici dell'ospedale Sandro Pertini, dove morì Stefano Cucchi sei giorni dopo l'arresto. Erano tutti accusati di omicidio colposo.
"Cucchi rappresentava - riflette la Corte - indubbiamente un paziente di difficile approccio, probabilmente scarsamente disponibile all'interlocuzione, forse con venature antisociali, certamente oppositivo ed ancorato ad una caparbia ed infantile posizione di rifiuto dei trattamenti". Ma appare "troppo sbrigativo e troppo semplice affermare a questo punto che il paziente rifiutava le cure ed i trattamenti e quindi nulla può contestarsi ai sanitari".
Secondo i giudici siamo in presenza di "un festival di insipienze che deve aver prodotto una reazione, definiamola puerilmente sdegnata, da parte di un soggetto verosimilmente già portatore di proprie fragilità. Di qui il passo è breve: lasciarsi andare, optare per il tanto peggio tanto meglio per far nascere nelle persone che si reputano intimamente responsabili del suo stato il senso di colpa".
E ancora: "Una sentenza oramai sostanzialmente pletorica rispetto al caso, i cui termini di redazione delle motivazioni sono anche caduti nel drammatico periodo della vicenda Covid; un fallimento della giustizia, come sempre avviene allorché cada la mannaia della prescrizione ma anche un monito severo ed una occasione di riflessione per chiunque operi a contatto con i detenuti". Che non vanno considerati un semplice numero del procedimento, ma esseri umani, fors'anche alle volte sgradevoli, eppure sempre doverosamente meritevoli, proprio in ragione del loro stato detentivo di una attenzione anche superiore a quella dedicata ad un uomo libero nella persona, la cui dignità non perdono mai, pena la regressione a tempi oscuri oramai trascorsi".
"Cucchi fu certamente sollecitato a nutrirsi e ad assumere bevande liquide, ma, verosimilmente non ricevette mai né da alcuno una informazione adeguata, dettagliata e completa in merito alle sue condizioni cliniche, alle necessità di trattamento che esse comportavamo ed ai rischi cui andava in contro con il suo atteggiamento". "Un dato storico incontrovertibile è rappresentato dalla crisi cardiocircolatoria che ha condotto a morte Stefano Cucchi, una verità banale se vogliamo ma di una consistenza rocciosa" ma i medici del Pertini non valutarono in modo adeguato altri due fattori emersi dalla nuova perizia d'ufficio: "l'ipoglicemia e la bradicardia" due "fattori d'allarme che avrebbero imposto cautela", proseguono i giudici.
Per i magistrati i medici "avrebbero potuto svolgere una efficace azione causale impeditiva dell'evento morte: il ripristino di una corretta assunzione di cibi e bevande, determinando in tal modo la regressione dei meccanismi patologici instauratisi (in quanto l'ipoglicemia e la bradicardia sono reversibili al ripristinare di una corretta alimentazione), e un monitoraggio seriato della funzione cardiaca onde potere intervenire tempestivamente per correggere le alterazioni del ritmo al loro manifestarsi".
"La motivazione della sentenza restituisce dignità e onore alla dottoressa Corbi la cui immagine di medico è stata per tanti anni macchiata da una accusa infondata". Così afferma l'avvocato Giovanni Luigi Guazzotti, difensore di Stefania Corbi, medico del 'Sandro Pertini' assolta dai giudici della corte d'appello di Roma commentando le motivazioni della sentenza emessa novembre del 2019. Nei suoi confronti l'accusa era di omicidio colposo.
Per gli altri quattro medici, coinvolti nella vicenda di Stefano Cucchi, è stata decisa l in prescrizione del reato di omicidio colposo. "Il distinguo delle posizioni dei sanitari mette in risalto che la Corbi ha fatto tutto quello che era possibile fare per salvare la vita di Stefano Cucchi. Dopo tanti anni viene riconosciuto che nessuna colpa professionale deve essere addebitata alla Corbi", conclude il penalista.
di Simona Musco
Il Dubbio, 3 febbraio 2021
Caso Cucchi: le motivazioni della sentenza dell'appello ter. "Un monito severo ed un'occasione di riflessione per chiunque operi a contatto con i detenuti, a non considerarli un semplice numero del procedimento, ma esseri umani, fors'anche talvolta sgradevoli, eppur sempre doverosamente meritevoli, proprio in ragione del loro stato detentivo, di un'attenzione anche superiore a quella dedicata ad un uomo libero nella persona, la cui dignità non perdono mai, pena la regressione a tempi oscuri oramai trascorsi".
Quello firmato dal presidente della prima Corte d'Assise Tommaso Picazio è un duro atto d'accusa. Verso il sistema carcerario, verso la giustizia inquirente e giudicante, verso il sistema sanitario. Pezzi di un unico corpo colpevoli di aver abbandonato Stefano Cucchi. Sono parole pesantissime quelle che motivano la sentenza che il 14 novembre del 2019 ha dichiarato prescritte le accuse nei confronti del primario del Reparto di medicina protetta dell'ospedale Sandro Pertini, Aldo Fierro, e di altri tre medici, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo. Un quinto medico, Stefania Corbi, è stato assolto "per non commesso il fatto".
Parole che certificano un fatto: la morte di Cucchi, come ha commentato il difensore della famiglia, Fabio Anselmo, è frutto di multifattorialità, riconoscendo le fratture come concause. E che se tutti avessero fatto il proprio dovere, il giovane geometra romano, arrestato per droga nell'ottobre 2009 e pestato con così tanta violenza da morire nel giro di una settimana, forse sarebbe stato ancora vivo. Cucchi non era solo un detenuto, recita la sentenza. "Era diventato un detenuto in una certa misura abbandonato a sé stesso".
Un detenuto la cui condizione psicologica non è stata tenuta in considerazione, una frustrazione ed una sofferenza ignorate "nella sua entità di essere umano durante l'udienza di convalida, sia dal giudicante che dal requirente i quali, evidentemente, non hanno ritenuto di dover tener conto, nel valutare le esigenze cautelari, delle condizioni generali psicofisiche del Cucchi".
I sanitari che hanno avuto Cucchi in cura, al Pertini, avrebbero dovuto avere cognizione della particolare situazione psicologica di un detenuto, "aspetto necessariamente aggravato dallo stato di prostrazione psico- fisica che discendeva dal contingente quadro patologico in atto (fratture, dolore, mancanza di autonomia fisica e via dicendo). Un festival di insipienze - scrive il giudice che deve aver prodotto una reazione, definiamola puerilmente sdegnata, da parte di un soggetto verosimilmente già portatore di proprie fragilità".
Il giudice evidenzia un fatto che dovrebbe essere ovvio, ma che ovvio, a quanto pare, non è stato: il momento iniziale della custodia cautelare rappresenta sempre un passaggio di grave impegno psicologico, che richiede tutta una serie di garanzie e cautele da parte di chiunque vi entri in contatto. "Tutto questo meccanismo, nella vicenda che ci occupa, occorre dirlo con molta chiarezza, ha fallito il proprio scopo", sentenzia Picazio. Che poi ammonisce le istituzioni che hanno avuto in custodia Cucchi, lasciandolo di fatto morire: "Lo Stato ha certamente il diritto di fare un prigioniero - si legge -, ma non di disinteressarsene. Questo è il terreno, del tutto trascurato, in cui una vicenda, dal punto di vista giudiziario banale (un arresto per violazione in tema di stupefacenti), volge in pochi giorni in tragedia".
Troppo sbrigativo e troppo semplice, da parte dei medici, affermare che Cucchi rifiutava le cure ed i trattamenti e che, dunque, i sanitari siano esenti da responsabilità. Un'affermazione che riduce "ad un rango quasi mercantilistico" il trattamento sanitario, dimenticando che i protocolli prevedono un contenimento del paziente a rischio suicidio, valutazione che si ribalta, evidentemente, "se il paziente è un detenuto che instaura atti potenzialmente a rischio, anche di grave entità, per la propria salute. Un'evidente aporia".
E non basta nemmeno sottolineare che Cucchi fu, semplicisticamente, sollecitato a nutrirsi: "Non ricevette mai, e da alcuno, un'informazione adeguata, dettagliata e completa in merito alle sue condizioni cliniche e ai rischi cui andava incontro". Per il giudice occorre ricordarlo: "Le sue condizioni di limitazione della libertà personale non lo privano dei diritti fondamentali propri della dignità umana". Ed è per questo che arriva ad una conclusione fondamentale: "I sanitari che operarono furono in colpa per imprudenza, imperizia e negligenza, non caratterizzabile in alcun modo e sotto alcun profilo come lieve".
Impossibile stabilire il punto di non ritorno, ma "l'ipotesi che una diversa cura (alimentazione adeguata, monitoraggio cardiaco), in particolare se messa in atto fin dai primi giorni di ricovero, avrebbe potuto evitare il decesso, impedendo il verificarsi dell'arresto cardiaco, o consentendo un intervento immediato al verificarsi dello stesso, è ipotesi plausibile e supportata dai dati scientifici disponibili". I medici del Pertini, inoltre, non valutarono in modo adeguato "l'ipoglicemia e la bradicardia" due "fattori d'allarme che avrebbero imposto cautela".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 3 febbraio 2021
Con il crollo di fiducia nella magistratura è andata smarrita la speranza nello Stato di diritto. Ce l'ha sottratta la combinazione delle due degenerazioni: i traffici nelle nomine e i rastrellamenti giudiziari. Abbiamo scritto più volte, e tante volte anche su questo giornale, di quanto sia stupido, irresponsabile, pigro dichiarare "fiducia nella magistratura". Decenni di malversazione del potere giudiziario obbligano infatti a non avere proprio nessuna fiducia nell'amministrazione della giustizia e in quelli incaricati di gestirla, e semmai bisogna - per quel che ancora si può - avere fiducia nel diritto, nella possibilità che esso si affermi non ostante e anzi contro il sacerdozio togato che ne fa carne di porco. E tuttavia non ci rallegriamo del crollo di credibilità della magistratura raccontato dai sondaggi circolanti in questi giorni: e quando vediamo che quel monito ("abbiamo fiducia nella magistratura") magari esce ancora meccanicamente di bocca al politico di turno, ma davvero non è più accreditato presso la maggioranza dei cittadini, sentiamo che un altro bene importante è andato perduto.
Ed è un'altra responsabilità - gravissima anche questa - dell'eversione giudiziaria: aver privato il cittadino che sia vittima di un sopruso del potere pubblico o privato, dell'arbitrio di chi ha più mezzi e agganci, della slealtà di chi si mette sotto i tacchi ogni regola per imporre la propria, averlo privato della speranza che almeno ci sarà un giudice cui fare appello per veder riparata quell'ingiustizia. Quella speranza, semmai c'è stata, non c'è più, ed è sostituita dalla richiesta di un po' di manette e un po' di galera, una pretesa abbondantemente ripagata dalle assicurazioni della magistratura televisiva che volentieri offre la propria disponibilità per la realizzazione di quel bel programma.
Ma proprio mentre si incattivisce questo cortocircuito civile, con la fiducia nella magistratura pervertita nell'istanza forcaiola, si registra appunto il decadimento della credibilità pubblica di quella corporazione: con il risultato che la giustizia è percepita e desiderata, alternativamente, come cosa esclusivamente corrotta o puramente violenta. Per capirsi: o Palamara o Gratteri. La speranza nella terza possibilità - e cioè nello Stato di diritto - ci è sottratta. E a sottrarcela è la combinazione di quelle due degenerazioni, il doppio tratto distintivo della giustizia italiana: traffici nelle nomine e rastrellamenti giudiziari.
di Angela Stella
Il Riformista, 3 febbraio 2021
L'ex pm e ora giudice al Tribunale di Napoli, Alfonso Sabella, è uno dei tanti (troppi) che hanno pagato la non appartenenza alle correnti, e hanno visto la loro carriera rallentata perché non ha voluto mai alzare il telefono per chiedere a qualcuno un favore. Sul Sistema Palamara avverte: "Non fermiamoci alle chat di Unicost, la magistratura indaghi anche su quelle di Mi e Area, troverà le stesse dinamiche".
Parola chiave dell'anno giudiziario: "credibilità". Solo operazione di facciata o secondo lei la magistratura ha preso davvero coscienza che bisogna attuare una vera (auto) riforma?
Magari fosse così. La magistratura non credo che sia in grado di autoriformarsi da sola. Purtroppo il meccanismo delle nomine e delle correnti dell'Anm è un tipico modus operandi della magistratura che va avanti da troppo tempo. La questione è semplice: dalle chat di Luca Palamara - di cui tutti eravamo a conoscenza e che ora tocchiamo con mano - è emerso il quadro di una magistratura associata che ha preso il controllo di un organo istituzionale, il Csm. O dobbiamo credere che le correnti dell'Anm siano realtà eversive e andrebbero sciolte con un decreto del ministro dell'Interno oppure occorre interrompere questo circuito vizioso tra le correnti dell'Anm e il Consiglio Superiore della Magistratura per recuperare la funzione di assoluta garanzia di autonomia e indipendenza che deve avere il Csm. L'unico modo per invertire la rotta è un trattamento chemioterapico d'urto, ossia il sorteggio dei componenti del plenum. È una proposta di cui non sono un grande sostenitore ma che ritengo essere un male necessario per porre freno allo strapotere delle correnti. Ciò dovrebbe passare per una riforma costituzionale, per quello dicevo che la magistratura da sola non è in grado di riformarsi.
Ieri Alberto Cisterna su questo giornale poneva sul piatto proprio la possibilità che l'Anm debba autosciogliersi: lei quindi sarebbe favorevole?
Continuo a pensare che la condivisione di idee nella magistratura sia un valore aggiunto all'interno dell'esercizio della giurisdizione. Ammetto comunque di non provare alcuna simpatia per l'Anm, quindi non mi straccerei le vesti se un giorno ciò accadesse. Il Paese può sopravvivere anche senza di lei. Il problema vero è un altro: mi rendo conto che la politica non vuole affrontare questo discorso e si gira dall'altra parte, tuttavia bisogna non dimenticare che le correnti dell'Anm si muovono fuori da qualunque regola, o norma di legge. E ciò non riguarda solo l'Anm ma anche i partiti politici e i sindacati, appunto come l'Anm. Si tratta di soggetti che determinano il presente e il futuro del Paese ma lo fanno come associazioni private non riconosciute: è tempo di emanare una legge che regolamenti il loro operato. Pensi lei che l'Anm non ha nemmeno una pec. Non sono tenuti a nessun tipo di obbligo. Però c'è una differenza fondamentale tra l'Anm e le altre organizzazione sindacali.
Quale?
Le organizzazioni sindacali non decidono né le politiche aziendali né chi deve stare ai vertici delle società. L'Anm invece si arroga questo potere e ciò ha creato il sistema denunciato da Palamara.
Lei intende i capi degli uffici giudiziari, i posti apicali?
Certamente. Se i sindacati non decidono chi deve essere al comando di quella che fu la Fiat, invece le correnti scelgono colui che diventerà il prossimo Primo Presidente della Corte di Cassazione o il futuro Procuratore generale. Il problema fondamentale su cui tutti devono aprire gli occhi, invece di voltarsi e far finta di niente come stanno facendo ora i vertici della magistratura italiana, è un altro: ultimamente si torna a parlare di criteri oggettivi per la nomina dei vertici degli uffici, ma bisogna considerare che oramai i pozzi sono avvelenati. Chi ha avuto un incarico direttivo o semi direttivo con il sistema delle correnti oggi si trova "oggettivamente" in una posizione di vantaggio rispetto a chi quell'incarico non lo ha avuto. Anche qui occorre dunque un trattamento chemioterapico: non dico di tornare alla rigida soluzione dell'anzianità ma almeno utilizzare un sistema oggettivo che tenga conto anche di come sono stati ottenuti determinati incarichi. E quindi si faccia piena chiarezza su quello che è emerso dalle carte di Palamara: abbiamo solo le chat di Unicost, ma vediamo anche quelle di Mi e di Area dove troveremmo le stesse identiche cose. Su questo ci metto la mano sul fuoco.
A proposito di questo, abbiamo aperto una serie di approfondimenti sulla valutazione professionale dei magistrati. L'Ucpi dice: siamo l'unico Paese dove le valutazioni sono al 99% positive...
È verissimo: se non commetti errori grossi, scatta automaticamente la promozione. Ma se non sei particolarmente gradito alle correnti la tua valutazione arriva dopo.
E ciò è quanto è accaduto a Lei...
La mia valutazione è stata l'ultima ad arrivare perché non ho mai alzato il telefono per chiedere favori, in quanto credo profondamente nell'etica del nostro ruolo e, come me, la maggior parte dei magistrati italiani.
Però è anche vero che come denuncia l'Ucpi a "prescindere da una valutazione di merito delle attività in concreto svolte dal singolo magistrato" la sua carriera progredisce...
Certo, perché la propria corrente proteggerà sempre quel magistrato. Io ci tengo a dire questo: non sono assolutamente contrario all'ingresso degli avvocati nei Consigli giudiziari: sentire l'opinione di chi vede l'operato della magistratura dall'esterno è importante. La dialettica professionale tra le varie parti del processo penale è fondamentale che si svolga con la massima serenità. Per questo è necessaria una riforma profonda del sistema giustizia, compresa quella amministrativa, contabile, tributaria.
Sempre ieri da questo giornale Tiziana Maiolo si è chiesta se le posizioni ideologiche di un magistrato possano influenzare l'esercizio della sua funzione. Qual è il suo parere?
Il magistrato dovrebbe essere per Costituzione autonomo e indipendente. Molti miei colleghi purtroppo, e mi dispiace dirlo, hanno pensato che autonomia e indipendenza fossero un diritto e non un dovere. Io invece li ho sempre considerati come un dovere: qualunque idea politica io abbia, essa non può assolutamente condizionare il mio operato perché ho il dovere di presentarmi autonomo e indipendente dinanzi ai cittadini. Occorre pertanto un recupero etico della magistratura. A tal proposito voglio aggiungere una cosa che manca nel libro di Palamara.
Prego...
Riguarda la formazione dei magistrati e la lottizzazione pure dei corsi di formazione. Io non ho le prove ma da quello che so c'è il corso in quota Mi, quello in quota Area, e quello in quota Unicost: è così che vengono formati i nuovi magistrati che decidono sulle vite dei cittadini. Così si fa un danno enorme alla giurisdizione, e non vorrei tirare in ballo Socrate e la corruzione dei giovani. Io sto notando una perdita di senso etico da parte dei nuovi magistrati: persone preparatissime ma prive di afflato etico, del rispetto del principio della giurisdizione, che nessuno ha insegnato loro. Spero di sbagliarmi.
Quindi secondo lei la priorità è la carriera più che il rispetto dello Stato di Diritto?
Certo, è questo avviene perché vengono cooptati fin da subito. Il meccanismo non lo ha inventato di certo Luca Palamara. Accadde anche a me tanti anni fa, nel 1989, quando ero uditore giudiziario. Il mio coordinatore, elemento di spicco di Mi, la prima cosa che fece è invitare me e gli altri tirocinanti in un convegno a Taormina. L'incontro era finanziato non si sa da chi in due hotel di lusso sul mare, ci fu anche un concerto in un altro prestigioso hotel, fuochi d'artificio a mare, caviale e champagne a pasto: qual era l'obiettivo? Portarci da Mi e con qualche collega ci sono riusciti. Ora forse il meccanismo è cambiato ma la ratio è quella.
Riguardo alcune dichiarazioni contenute nel libro di Palamara, alcuni suoi colleghi hanno invitato Giovanni Salvi e Giuseppe Cascini a smentire o a dimettersi. Che ne pensa?
Non chiedo le dimissioni di nessuno ma chi esercita pubbliche funzioni ha il dovere di essere trasparente: se ci sono ombre vengano chiarite. E di ombre ce ne sono tante e su molti colleghi, e non mi riferisco solo a quelle che emergono dal libro di Palamara. La magistratura ha il dovere di scavare in tutte le chat.
Molti suoi colleghi provano il suo stesso disagio, per così dire, ma non si espongono...
Perché il sistema vive ancora. Io sono stato spedito a Napoli da cinque anni, ma la mia famiglia vive a Roma e faccio il pendolare. Mi aveva allettato l'idea di fare domanda per la posizione di sostituto procuratore generale di Cassazione: ho preparato tutta la documentazione ma poi ho rinunciato perché ho capito, parlando con colleghi del Csm, che il sistema è rimasto tale e quale. Con ogni probabilità questi posti saranno oggetto di spartizione tra le correnti.
Il procuratore generale di Cassazione Salvi all'inaugurazione dell'anno giudiziario ha stigmatizzato la mediaticità di certe procure. Lei è d'accordo?
La questione è delicata ed il problema è stato affrontato nel peggior modo possibile dalla riforma che ha dato troppo potere al capo degli uffici. Il discorso non è la mediaticità del pm, io tra l'altro quando ero pm a Palermo non andavo in televisione. La domanda da farsi è: perché impedire ad un magistrato di rappresentare degli elementi che possono essere utili per la collettività? Per esempio è utile per il controllo democratico del suo operato sapere se un pm arresta solo persone di destra o di sinistra. Il problema è come lo si fa: se arriva un pm e presenta come colpevoli persone per le quali vale la presunzione di innocenza ha fatto un cattivo servizio al Paese.
Secondo Lei andrebbe abolita l'obbligatorietà dell'azione penale?
No, ma bisognerebbe fare una scelta di fondo: l'azione penale andrebbe limitata solo a casi in cui è necessaria la sanzione penale. Noi viviamo in un Paese panpenalistico: occorre una depenalizzazione serissima.
genova24.it, 3 febbraio 2021
Il documento presentato da Pastorino chiedeva tamponi, sanificazione e spazi adeguati per l'isolamento fiduciario. "Questa mozione riversa in modo strisciante sull'amministrazione regionale alcuni dei problemi più generali su cui la Regione non ha alcuna voce in capitolo". Così il presidente ligure Giovanni Toti ha invitato la maggioranza a votare contro il documento presentato dal consigliere Gianni Pastorino di Linea Condivisa con proposte per affrontare la "grave emergenza sanitaria negli istituti di detenzione liguri".
Nella mozione, sottoscritta anche da Pd e M5s, si chiedevano alla giunta i dati sui contagi riscontrati, istituto per istituto, e sulle condizioni dei soggetti risultati positivi; tamponi molecolari sui nuovi detenuti, un tracciamento sui positivi relativo ai contatti avvenuti prima dell'ingresso in carcere, uno screening generalizzato di detenuti e personale.
Tra le misure proposte anche detergenti, gel disinfettante e dpi per detenuti, medici ed agenti, condizioni di igiene in tutti gli spazi; un tampone a coloro che sono venuti a contatto con soggetti positivi. Pastorino chiedeva che i locali per l'isolamento fiduciario all'ingresso e quelli per l'isolamento sanitario rispettino i requisiti di distanziamento e sicurezza; di verificare il trattamento sanitario dei positivi, secondo i protocolli ministeriali applicati alle persone in libertà e, infine, interventi di sanificazione e un supporto psicologico a detenuti e personale durante la pandemia.
Il presidente Toti ha obiettato che tutti gli interventi di competenza della Regione segnalati nel documento sono già attuati mentre altre richieste sarebbero di competenza dell'amministrazione penitenziaria. La mozione è stata respinta con 18 voti contrari e 11 favorevoli. In Liguria al 30 ottobre 2020, secondo dati riportati dal consigliere Pastorino, risultavano presenti 1439 detenuti su una capienza di 1.049 posti e la situazione più grave si registrava nell'istituto di Marassi con 708 detenuti presenti su 450 posti regolamentari. A Marassi, al 7 novembre, risultavano positivi 11 detenuti (di cui uno ricoverato in ospedale) e 12 tra agenti e personale, mentre nell'istituto di Pontedecimo era stata segnalata la presenza di 6 detenuti e di alcuni agenti positivi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 febbraio 2021
Nel 2020 la Cassazione aveva confermato l'assoluzione di due carabinieri e sei poliziotti, accusati della morte di Giuseppe Uva. La Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu), ha ammesso il ricorso presentato dagli avvocati e dalla famiglia di Giuseppe Uva, dopo che nel 2020 la Cassazione aveva confermato l'assoluzione di due carabinieri e sei poliziotti.
A darne notizia su La Stampa sono Luigi Manconi e Valentina Calderone, presidente e direttrice di "A Buon Diritto". Il processo che ha fatto discutere è stato quello che vedeva imputati carabinieri e poliziotti intervenuti quella notte (il 14 giugno 2008). In appello gli imputati erano stati assolti, così come ha confermato la Cassazione. Ora - con l'ammissione del ricorso - gli atti verranno riesaminati appunto dalla Cedu.
Per la Cassazione "non vi fu alcuna violenza gratuita" - Nel testo scritto dai giudici della V sezione penale della Suprema Corte si legge che "anche volendo ammettere che Giuseppe Uva disse forse di essere stato percosso (senza dire da chi, ma preannunciando intenti vendicativi) o che urlò "assassini mi avete picchiato", fatto sta che di quelle violenze fisiche non vi fu alcun riscontro". I giudici di piazza Cavour sottolineano anche che "non vi fu alcuna violenza gratuita, se è vero che si rese necessario bloccare fisicamente Uva senza che poi risultassero visibili segni di sorta riconducibili ad afferramenti o immobilizzazioni".
Continuano sottolineando che "è un dato pacifico e innegabile", il fatto che nessuno abbia assistito a condotte violente realizzate da uno qualsiasi degli imputati: a parte le indicazioni dell'amico "su quel che credette di interpretare dai rumori della stanza accanto, nulla è stato acquisito a riguardo. Anzi, sul corpo della vittima non fu dato neppure riscontrare segni di afferramento, strumentali a una immobilizzazione coattiva realizzata con l'uso di una forza particolare". Di violenze fisiche "non vi fu alcun obiettivo riscontro". Il contenimento fisico che secondo la ricostruzione accusatoria avrebbe concorso allo stato di agitazione psico-motoria e alla morte, fu "assolutamente limitato" e "strumentale" a farlo salire in auto e tenerlo fermo in caserma.
Il 14 giugno 2018 Giuseppe Uva morì in ospedale - Dopo la definitiva assoluzione, però, l'avvocato della famiglia, Fabio Ambrosetti, aveva dichiarato: "Ci rivolgeremo alla Corte europea dei diritti dell'uomo". Detto, fatto. Ora, grazie all'associazione "A Buon Diritto", sappiamo che il ricorso è ammissibile.
Questi i fatti. Nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 Giuseppe Uva, operaio 43enne di Varese, probabilmente in stato d'ubriachezza, s'era messo a spostare delle transenne in Via Dandolo, nel centro cittadino. Uditi gli schiamazzi, i residenti avevano chiamato le forze dell'ordine. Sul posto erano accorse tre volanti, una dei carabinieri, due della polizia. Uva era stato fermato e tradotto in caserma, secondo i verbali vi era arrivato alle 3.50 insieme all'amico Alberto Biggiogero. Sempre secondo i verbali, alle 4.11 sul posto era arrivata la Guardia medica, allertata dai carabinieri, la quale aveva deciso di sottoporre Uva a un trattamento sanitario obbligatorio. Alle 5.45 l'uomo veniva trasferito in ospedale. Verso le dieci del mattino, Giuseppe Uva moriva.
Per la sorella Lucia il suo corpo era quasi irriconoscibile - Lucia Uva ha sempre sostenuto che il corpo del fratello Giuseppe restituito ai familiari era quasi irriconoscibile, presentava tumefazioni e ferite, aveva i testicoli tumefatti e l'ano presentava tracce di sangue. In seguito alla denuncia da loro sporta, fu istituito il primo processo, dove sei poliziotti e due carabinieri vennero imputati con l'accusa di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona.
Il processo si chiuse a metà del 2012, con l'assoluzione di un medico accusato di omicidio colposo, e la richiesta del magistrato che seguiva il caso di svolgere ulteriori indagini. Risultava infatti strano che Uva fosse stato portato in caserma, visto che per gli schiamazzi notturni è prevista solo una multa, e che non fosse stato redatto alcun verbale d'arresto. Non si spiegava perché fosse stato trattenuto così a lungo, e non era chiaro cosa fosse successo nel tempo intercorso tra il fermo e il ricovero in ospedale.
Nel 2013, dopo cinque anni dalla morte di Giuseppe Uva, con inspiegabile ritardo la procura ascoltò Alberto Biggiogero, l'amico di Uva presente la notte del fermo. Questi dichiarò che quella notte uno degli agenti aveva detto ad Uva: "Proprio te cercavo, Uva", frase spiegabile col fatto che l'operaio si vantava in giro di aver avuto una relazione con la moglie dell'agente in questione. Dichiarò inoltre che i carabinieri avevano picchiato Uva prima di caricarlo in macchina, e probabilmente anche in caserma, poiché aveva sentito l'amico, chiuso in una stanza con gli agenti, gemere di dolore. Quindi aveva chiamato un'ambulanza, ma il 118, stando alle deposizioni, non era arrivato, poiché aveva richiamato i carabinieri e questi avevano riferito che non c'era alcun bisogno di aiuto. Inoltre, durante il ricovero aveva sentito dire a Uva "Mi hanno picchiato".
Per i giudici sarebbe morto a causa di una patologia cardiaca - Nell'aprile del 2016 il secondo processo si chiuse con l'assoluzione degli indagati, sentenza confermata in appello due anni dopo. A parere dei giudici, le forze dell'ordine erano esenti da colpe, le ferite sul corpo dell'operaio erano dovute ad atti di autolesionismo causati da una "tempesta emotiva", scatenata dallo stress e dallo stato di ebrezza in cui si trovava la vittima.
Nel 2019 la sentenza della Cassazione ha posto termine ad un iter giudiziario tortuoso, dove tra le altre cose il magistrato incaricato di seguire il caso, è stato sottoposto ad un'azione disciplinare per non aver indagato a dovere sulla vicenda. Negli anni, poi, Biggiogero aveva in parte ritratto la sua testimonianza. Per i giudici, non c'è dubbio: Uva sarebbe morto a causa di una patologia cardiaca, per lo stress causato dallo stato di fermo e dallo stato di ebrezza in cui si trovava. Ora però, si avvia un altro iter. Quello della Cedu. L'esito non sarà scontato, ma almeno si apre un altro spiraglio.
cittadellaspezia.com, 3 febbraio 2021
L'appello del Sappe: "La struttura è pronta ma non è ancora stata consegnata". "I problemi delle carceri liguri sono e restano collegati da una presenza di detenuti superiore a quella consentita. Ma il fenomeno che preoccupa è l'elevata presenza di detenuti psichiatrici, ancora non censita ma presupposta, che condiziona l'attività della Polizia penitenziaria in termini di sicurezza ed incolumità penitenziaria".
Lo afferma in una nota Michele Lorenzo, segretario regionale del sindacato Sappe. "Al 31 dicembre 2020 - proseguono dal sindacato - lo specchio dei detenuti ristretti nelle 6 carceri liguri, a fronte di 1120 posti, è di 1352 detenuti, 128 in meno rispetto al trascorso anno grazie ad uno svuota-carceri adottata per contenere l'effetto al contagio pandemico, ma questa riduzione non ha contribuito a rendere meno problematica la gestione delle carceri e i dati ne rappresentano la riprova".
"I detenuti stranieri sono 735 - prosegue Lorenzo. È il carcere di Sanremo a detenere la percentuale più elevata di stranieri reclusi con il 57,81% seguito da Imperia con 56,14%, La Spezia con il 54,65%, Genova Marassi con il 54,10%, Chiavari con il 52,31%, infine l'istituto di Genova Pontedecimo con il 49,68 %. Oggi, come detto, l'ulteriore caratteristica negativa della Liguria penitenziaria è rappresentata dalla presenza di detenuti psichiatrici ingiustamente ristretti nelle carceri, invece di essere curati in appositi centri regionali denominati Rems ancora inesistenti in Liguria, quindi non è solo l'assenza del carcere di Savona la negatività regionale per altro recepiamo la notizia di questi giorni di un ritrovato interesse per l'individuazione delle aree papabili all'edificazione del nuovo carcere savonese tra le aree di Cengio o quelle di Cairo Montenotte, che sia la volta decisiva dopo 5 anni di disinteresse.
La presenza di soggetti psichiatrici è causa di una serie di eventi critici che inficiano la sicurezza dell'istituto oltre l'incolumità del poliziotto penitenziario; è quindi necessario capire le motivazioni per le quali la Rems di Calice al Cornoviglio non è ancora stata consegnata, benché ultimata, come è altrettanto indispensabile dotare gli istituti di un'assistenza specialistica idonea per ridurre l'aggressività dei soggetti psichiatrici".
La nota del Sappe riferisce poi di 58 tentativi di suicidio in carcere sventati nel 2020 ("36 in più rispetto al 2019") e fornisce un quadro degli eventi critici registrati nelle carceri liguri nell'anno appena trascorso: parliamo, dato del sindacato, di 435 azioni di autolesionismo, 399 colluttazioni, 65 ferimenti. "Le azioni di proteste sono state 2.290 delle quali 184 casi di sciopero della fame, 32 rifiuto del vitto, 234 danneggiamenti a celle, 920 proteste per le condizioni di detenzione, 1452 proteste con battitura alle inferriate, 74 rifiuti di rientrare nelle celle". Il Sappe fornisce anche il dettaglio istituto per istituto; la casa circondariale spezzina, nel 2020, ha fatto registrare 52 casi di autolesionismo, 2 tentati suicidi, 24 colluttazioni e 10 ferimenti.
"Questa mole di criticità viene contrastata solo dalla tenacia e professionalità della Polizia penitenziaria, spesso non valorizzata e sempre in forte carenza d'organico, che si conta oggi in Liguria in 130 Poliziotti penitenziari. Come Sappe richiamiamo l'attenzione dei politici liguri e della magistratura, perché questo combinato aumento popolazione detenuta ed eventi critici con carenza di Polizia penitenziaria, nonché gestione detenuti psichiatrici ed assenza di strutture e assistenza sanitaria, potrebbe compromettere seriamente il futuro assetto sicurezza delle carceri liguri e ciò che ad esse è collegato", conclude Lorenzo.
di Marcello Feola
ilpiccolo.net, 3 febbraio 2021
Incontro tra il Garante dei detenuti Bruno Mellano, il sindaco Cuttica di Revigliasco e l'assessore Ciccaglioni. "Per anni abbiamo proposto la chiusura del vecchio edificio che ospita la casa circondariale 'Don Soria' e di destinarlo ad altri usi, ma ora chiediamo che sia valorizzato": parole del Garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano durante l'incontro con il sindaco e l'assessore alle Politiche sociali del Comune di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco e Piervittorio Ciccaglioni, per analizzare la parte del Dossier delle criticità delle carceri piemontesi relativa alla Provincia di Alessandria.
"Oltre la metà degli spazi - spiega - non è utilizzata a causa di problemi al tetto e agli impianti elettrici, idraulici e di riscaldamento, nonostante gli interventi di manutenzione straordinaria previsti nell'ultimo anno dall'Amministrazione per garantirne l'utilizzo in sicurezza. Ora che i lavori sono stati fatti, la struttura merita di essere potenziata attraverso la realizzazione di un'ampia sezione che ospiti detenuti semiliberi o che lavorino fuori o dentro il carcere per sfruttarne al meglio la collocazione centrale e implementare la sinergia con il 'San Michelè".
In merito alla conclusione dei lavori per il Progetto Agorà, che prevede nuovi spazi comunitari per circa 80 detenuti presso la Casa di reclusione "San Michele", Mellano ha sottolineato che "con l'adeguamento degli arredi e delle attrezzature indispensabili per i laboratori formativi si prevede l'avvio delle attività e l'imminente ripristino delle 25 stanze di pernottamento andate distrutte nel corso delle proteste del marzo scorso".
Sindaco e assessore hanno confermato l'interesse della giunta comunale "a progetti di accoglienza e supporto all'housing sociale sostenuti dalla Cassa delle ammende e dalla Regione". E, con il contributo del dottor Paolo Cecchini, hanno voluto approfondire le questioni legate alla gestione dell'emergenza Covid-19 nell'ambito penitenziario alessandrino.
Ricordando la possibile intenzione del Parlamento di realizzare un nuovo carcere sul territorio alessandrino attraverso il riutilizzo di una caserma militare dismessa a Casale Monferrato, Mellano ha informato il sindaco della recente costituzione, al Ministero di Giustizia, di una Commissione di tecnici per un Piano nazionale di architettura e urbanistica penitenziaria che superi la mera edificazione di spazi di contenimento e preveda progetti integrati con il tessuto sociale del territorio. Al termine dell'incontro Mellano ha anticipato che il garante comunale Marco Revelli ha annunciato la volontà di rinunciare all'incarico per motivi personali e professionali.
di Lorenza Pleuteri
repubblica.it, 3 febbraio 2021
La denuncia dalla cella. Una lettera racconta i dettagli raccapriccianti sulla repressione della sommossa del 9 marzo: "Ci hanno lasciato morire. Io provavo a gridare, a chiedere aiuto. Invano. La gente veniva portata via senza denti, o svenuta dalle percosse". Il provveditore Cantone: "Testo da valutare con cautela. Chi sa denunci".
"Calci e schiaffi e manganellate a freddo, a rivolta finita. Insulti. Celle allagate dagli scarichi dei bagni. Il metadone custodito in una cassaforte con le chiavi lasciate nella serratura. Assistenza sanitaria negata o ritardata". E tre morti, "abbandonati come la spazzatura". Una lettera uscita dal carcere di Rieti in estate (resa ora pubblica dal blog di area anarchico-libertaria Oltreilponte.noblogs.org) aggiunge una drammatica testimonianza alle prime voci filtrate dalla casa circondariale, un'altra storiaccia di presunte violenze e di pesanti omissioni, tutte da verificare. Il Dipartimento regionale dell'amministrazione penitenziaria, in attesa che la procura concluda le indagini, rimanda al mittente le accuse, chiedendo cautela e ponderazione.
Il 9 marzo scorso, nella struttura terremotata da azioni di protesta vennero trovati senza vita Marco Boattini, 40 anni, il 28enne ecuadoregno Carlo Samir Perez Alvarez e Ante Culic, croato di 41 anni. I tre decessi furono attribuiti (prima ancora delle autopsie) ad overdosi di metadone e psicofarmaci, così come è successo per altri 10 detenuti morti alla Dozza di Bologna, al Sant'Anna di Modena e durante o dopo il trasporto dal carcere emiliano ai penitenziari di altre città. Poi la mamma del ragazzo sudamericano, assistita dall'avvocata Simonetta Galantucci, si è rivolta alla procura e ha cominciato ad aprire qualche crepa nelle versioni ufficiali. Un compagno di detenzione del figlio, visitato sommariamente qualche ora prima e agonizzante in cella, avrebbe chiesto aiuto per una notte intera. Ma nessuno sarebbe andato a vedere.
E anche per Carlo i soccorsi arrivarono troppo tardi. Altri reclusi di Rieti avevano segnalato situazioni pesanti al garante nazionale dei detenuti, persone offesa nelle indagini in corso. Una telefonata arrivata ad un parente parlava di pestaggi indiscriminati e di persone che "cercavano almeno di ripararsi la testa". Adesso la lettera-denuncia che avalla, integra, accusa. E sbatte in faccia a magistrati e investigatori altre informazioni da approfondire, cercando conferme (o smentite), con tutti i limiti e i vincoli che ci sono per gli scritti privi di firma e senza garanzie di autenticità.
"Abbiamo iniziato la rivolta - spiega l'estensore della missiva, protetto dall'anonimato - per la solidarietà verso gli altri detenuti e per i nostri diritti negati senza motivo o almeno senza rassicurazioni... Era il 9 marzo. Prima della chiusura abbiamo sfondato telecamere e cancelli del carcere - riconosce - senza toccare uno solo degli assistenti, anzi dando loro la possibilità di scappare.
Abbiamo preso il controllo del carcere arrivando fino sopra l'edificio, abbiamo contrattato con le istituzioni a lungo perché ci garantissero risposte, rassicurazioni, diritti, infine abbiamo deciso, dopo diverse ore, di restituire il carcere e il controllo alle istituzioni col patto di raggiungere un'intesa e che non ci fosse fatto nulla, come noi non avevamo fatto a loro fisicamente. Siamo rientrati nelle celle di nostra volontà restituendo il carcere".
Il racconto continua, duro, incalzante: "Alcuni di noi si sono feriti durante la rivolta, altri hanno avuto accesso a farmaci pericolosi come il metadone che era in una cassaforte nell'infermeria con le chiavi attaccate, chiavi che se fossero state tolte avrebbero salvato vite (nelle comunicazioni ufficiali fin qui rese note non si fa cenno a sostanze potenzialmente pericolose custodite in modo non adeguato e non sicuro, ndr). Ma non è bastato tutto questo, nel giorno a seguire e nei mesi fino a oggi abbiamo passato e ho visto ogni genere di sopruso, abuso di potere.
"Per cominciare la sera stessa chi è stato male per le medicine non è stato subito portato all'ospedale. E infatti i 4 morti (3 uomini deceduti dopo la rivolta più uno a distanza di un mese e mezzo, un 31 indiano spirato ufficialmente per cause naturali e rimasto fuori dal macabro bollettino delle sommosse, ndr) lo sono perché, dopo che noi li abbiamo consegnati ai dottori e istituzioni finché ricevessero assistenza, hanno subito un primo soccorso e sono stati riportati a morire in una cella soli e in preda ai dolori, abbandonati come la spazzatura.
"Solo il giorno successivo chi era sopravvissuto ha ricevuto assistenza ed è stato portato in ospedale. Chi non ce l'ha fatta, non ce l'ha fatta perché è stato lasciato morire senza un motivo o perché forse ancora non se ne aveva uno per farlo vivere. Con la speranza di cancellare tutto, di nascondere ciò che era successo".
Non è finita. "Per noi che invece eravamo lì, nei giorni a seguire non è stato facile dopo aver portato via i cadaveri il giorno successivo, trascinati come immondizia in un sacco, e ciò lo dico perché l'ho visto con i miei occhi dalla cella, sono saliti i celerini, le squadrette carcerarie. Sono entrati cella per cella, ci hanno spogliato chi più chi meno e ci hanno fatto uscire con la forza, messi divisi in delle stanze e uno alla volta passavamo per un corridoio di sbirri che ci prendevano a calci, schiaffi e manganellate; per i più sfortunati tutto ciò è durato quasi una settimana tra perquisizioni, botte, parolacce, ci dicevano "merde, testa bassa!" "vermi" e quando l'alzavi per dispetto venivi colpito ancora più forte.
"Ricordo che per due giorni non passò neanche da mangiare e prima di cinque non avevamo potuto contattare neanche i nostri familiari. Io stesso sono stato in una cella allagata, bagno rotto dalle perquisizioni, nella merda più totale che c'era nella cella ho dormito in una palude senza coperte o zozze e bagnate; per tutti quei giorni ho provato a gridare, lamentarmi ma o mi veniva detto: "è quello che meriti merda" o venivo picchiato dalle squadre di celerini.
"Sono stato fortunato perché ho visto gente trascinata fuori senza denti o svenuta per le percosse, ho urlato a chi lo faceva per prendere anche la mia parte ma fortuna e caso sono ancora qua, altri, invece, non ci sono o sono stati trasferiti lontano e i più sfortunati hanno preso altre botte all'arrivo di un altro istituto. Abbiamo subito tutti in quei giorni, alcuni meno, altri più. Ci hanno tolto o volevano toglierci la dignità, ma voglio dirvi una cosa, non ce l'hanno fatta perché anche in quei giorni ci davamo manforte, c'erano risate, c'era la voglia di alzare la testa anche se ci veniva spinta giù con la forza, di guardare anche se ci veniva detto di non farlo, non ci siamo arresi mai e siamo ancora qua con la voglia di vivere e di ridere ma con la consapevolezza e il ricordo di ciò che è stato e degli amici persi e dei torti subiti in nome della loro giustizia che giustizia non è, ad oggi - è la situazione a giugno - ci troviamo chiusi 20 ore su 24, 2 ore alla mattina 2 dopo pranzo, non ci sono attività ricreative così biblioteca, palestra, niente".
Possibile? Esagerazioni e calunnie? O frammenti di verità? Il provveditore dell'amministrazione penitenziaria per il Lazio, Carmelo Cantone, non si sottrae alle domande. "I tre morti di Rieti, visti dall'esterno, devono preoccupare. La magistratura sta indagando e andrà a fondo. Io sono tranquillo. Da quelle risulta a me e da quello che ho constatato, andando di persona in carcere, non c'è stata alcuna "macelleria messicana".
"La lettera uscita adesso non la conoscevo, credo vada pesata e soppesata con cautela. Durante il mio sopralluogo - prosegue - ho incontrato i detenuti di tre reparti, uno ad uno. Lo stesso ha fatto il garante, giorni dopo. A tutti è stato chiesto se avessero qualcosa da segnalare. Nessuno ha denunciato abusi o sottovalutazioni, non a me, non alla direzione.
Nessuno aveva segni evidenti di ferite o lesioni. Alle persone recluse è stato chiesto di dare una mano per ripulire e risistemare il carcere, devastato. La maggioranza ha accettato di collaborare. Ci sono state perquisizioni mirate, due volte. Lo scopo - spiega - non è stato punitivo. C'era la necessità di cercare le chiavi dei reparti che non si trovavano ed eventuali dosi di metadone o altri medicinali. Non mi risultano azioni violente o ritorsioni neppure in questa fase.
"Sull'assistenza sanitaria torno a chiedere: se qualcuno ha qualcosa da denunciare, si faccia avanti. La causa del decesso che risulta, per i tre morti, è l'overdose. Ritardi nei soccorsi? Sottovalutazioni? No, non penso. A me, al momento, non risultano anomalie dal punto di vista amministrativo e gestionale. Su eventuali profili penali, come ho detto, sta lavorando la magistratura".
E il personale - va ricordato - soccorse altri reclusi che avevano bisogno di cure, portati in ospedale. Uno aveva problemi dovuti alla mancanza di insulina, trafugata durante la rivolta. Otto presentavano sintomi da intossicazione da oppiacei. Tutti poi sono rientrati in carcere. Uno, il 31enne di origini indiane S.G., è morto nel carcere di Terni il 24 aprile, ufficialmente per cause naturali.
Nel carcere di Rieti, come ha ricordato il provveditore Cantone, dopo la rivolta e i decessi erano stati in vista il presidente dell'ufficio nazionale del garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e la collega Daniela de Robert, accompagnati dal garante del Lazio Stefano Anastasia, sollecitato a intervenire dai reclusi.
"Oltre a constatare i gravi i danni e il ripristino dei servizi centrali di luce, acqua calda e riscaldamento - riferì l'agenzia Ansa, il 20 marzo - hanno avuto l'opportunità di esaminare i dati delle tre persone decedute sulla cui morte è stata avviata l'indagine dalla competente Procura della Repubblica. Hanno anche appurato le modalità secondo le quali sono state avvisate le famiglie, riscontrando l'avvenuta tempestiva informazione".
L'avvocato che seguiva Marco Boattini, Giovanni Tripodi, aveva invece raccontato: "Il mio cliente mi scriveva o telefonava una volta alla settimana. Le comunicazioni a un certo punto sono cessate, senza spiegazioni. Gli ho mandato una lettera in carcere. La busta mi è ritornata indietro con scritto sopra: "deceduto". Non ho avuto alcuna comunicazione dall'istituto né dalla procura. Un compagno di cella, poi uscito, mi ha riferito che Marco ha bevuto parecchio metadone e forse ha ingerito anche degli psicofarmaci. Ma quel poco che si è saputo, sulla dinamica dei fatti, non riesce a convincermi".
Ristretti Orizzonti, 3 febbraio 2021
Parteciperanno la direttrice della Casa di reclusione di Alba Giuseppina Piscioneri, il responsabile del progetto Giovanni Bertello ed il sottoscritto. Lo sapete che, tra le mura del carcere Giuseppe Montalto di Alba, ci sono un vigneto e altre coltivazioni? Si tratta del progetto "Vale la pena", un vino speciale che nasce dalle uve coltivate dai detenuti del corso di Operatore Agricolo, un'opportunità da sfruttare sul territorio una volta tornati in libertà.
Nella puntata di "Lrm Green", ideato e condotto da Francesca Pinaffo, di oggi, mercoledì 3 febbraio alle ore 18, ce ne parleranno Giovanni Bertello, responsabile del corso, insieme alla direttrice della struttura Giuseppina Piscioneri. In collegamento, anche il garante per i detenuti di Alba Alessandro Prandi. Altre info al seguente link: https://www.facebook.com/103069111453308/posts/228369035589981/
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