di Stefano Montefiori
Corriere della Sera, 8 novembre 2020
Le decapitazioni attuate da jihadisti e gli attacchi da parte di Erdogan mettono alla prova un presidente che non aveva fatto della laicità una sua bandiera. "Ora potrebbe fare più e meglio dei predecessori". Emmanuel Macron è cambiato. Ci sono voluti orrori come le decapitazioni all'uscita da scuola a Conflans e nella chiesa di Nizza, e gli insulti senza precedenti del presidente turco Erdogan, per fargli prendere una posizione chiara contro un nemico, l'Islam politico, indicato come una minaccia all'esistenza stessa della République. Le moschee radicali come quella di Pantin vengono chiuse, le associazioni islamiste come BarakaCity sciolte per decreto, gli imam finanziati dalle potenze straniere (soprattutto Turchia, poi Algeria e Marocco) destinati a essere sostituiti da religiosi formati - e controllati - in Francia, le prepotenze non solo verbali dell'aspirante califfo Erdogan affrontate senza cedimenti, la difesa della libertà di espressione e delle caricature di Charlie Hebdo ribadita senza esitazioni. Eppure fino a qualche tempo fa Macron affrontava le questioni della laicità, dell'identità nazionale, del rapporto con le religioni con una apparente svogliatezza, un laissez-faire da liberale all'anglosassone quale in fondo è: il presidente francese sembrava privilegiare il multiculturalismo, quell'idea che i cittadini possano conservare diverse lealtà verso lo Stato, certo, ma anche verso la comunità religiosa di appartenenza, e pazienza se i sistemi di valori collidono.
Ancora nel 2016, pochi mesi dopo gli spaventosi attentati a Charlie Hebdo e poi al Bataclan e ai ristoranti parigini, Macron sbuffava contro l'allora premier Manuel Valls e lo accusava di usare la sua "laicità vendicativa" come un'arma "contro la religione musulmana".
La pretesa rottura del giovane Macron nei confronti della vecchia politica si esprimeva anche distaccandosi dalla tradizione nazionale sulle questioni dell'identità. Non importano le tue origini o le tue credenze religiose, sarai un buon francese se adotterai i valori della République (laicità compresa): questo è quel che prevede il modello dell'assimilazione alla francese. Macron sembrava poco convinto, o comunque distratto, e nella prima parte del mandato di tutto si è occupato fuorché della minaccia dell'Islam politico.
"Macron è il classico tecnocrate, l'uomo meno indicato per interessarsi a questioni di fondo come l'identità di una nazione. Ma non si possono scegliere gli eventi, ed è possibile che la Storia stia trasformando un piccolo politico, un alto funzionario senza visione, in un uomo di Stato.
È un processo al quale stiamo assistendo in diretta, e devo ammettere con mia grande sorpresa che alla fine Emmanuel Macron potrebbe rivelarsi, sul tema cruciale della difesa della civiltà, migliore dei suoi predecessori". A parlare è Céline Pina, 50 anni, ex consigliera regionale socialista nell'Ile de France, una figura molto nota in Francia da quando nel 2015 entrò in conflitto con la gerarchia del partito denunciando le frasi di inaccettabile violenza ascoltate al "Salone della donna musulmana" di Pontoise.
"I predicatori recitavano tutto il repertorio islamista, ovvero gli strali contro le donne che vanno in giro senza velo e quindi sono svergognate che non possono poi lamentarsi se vengono stuprate, le minacce ai musulmani che osano dedicarsi alle attività da kuffar, miscredenti, come la musica o la danza, l'idea che le leggi da seguire non sono quelle della Repubblica ma del Corano", ricorda Pina. Quel che le accadde rappresenta una parte significativa della storia recente della Francia. Da sempre militante e poi eletta a sinistra, Céline Pina venne messa ai margini nel partito e accusata "di fare il gioco del Front National", l'eterna accusa utilizzata per mettere a tacere chi sottolinea i problemi.
Un boicottaggio nei confronti della Francia, incrociato alle accuse da parte del leader turco Erdogan, ha attraversato il mondo musulmano: vuoti gli scaffali nei market, dal cioccolato ai formaggi. Qui un supermarket in Giordania (foto Epa/Ansa) Un boicottaggio nei confronti della Francia, incrociato alle accuse da parte del leader turco Erdogan, ha attraversato il mondo musulmano: vuoti gli scaffali nei market, dal cioccolato ai formaggi. Qui un supermarket in Giordania (foto Epa/Ansa)
L'anno successivo, ormai uscita da un Ps in crisi di identità, ha scritto Silence coupable (Silenzio colpevole), un atto d'accusa contro la classe dirigente di destra e di sinistra che ha chiuso gli occhi. "Non lo avrei mai detto, ma Macron potrebbe fare molto meglio di Sarkozy o Hollande". Sarkozy, che pure lanciò un grande dibattito sull'identità nazionale, ma allo stesso tempo allacciò legami sempre più stretti con il Qatar finanziatore dei Fratelli musulmani. Hollande che pure subì durante il suo mandato gli spaventosi attentati del 2015, "e nel momento cruciale scelse, poco coraggiosamente, la strada più facile".
Dopo quegli attentati il premier socialista Valls si fece interprete di una linea intransigente contro il terrorismo, ovviamente, ma anche con l'ideologia che lo nutre, ovvero l'islamismo politico, la pretesa dei musulmani radicali di vivere secondo regole proprie, superiori a quelle dello Stato. Valls venne accusato - soprattutto a sinistra - di attaccare così milioni di musulmani francesi. All'opposto della linea di Valls c'era quella di Jean-Louis Bianco, presidente dell'Osservatorio della laicità, organismo incaricato di sorvegliare sulle minacce ai valori della Repubblica.
Samuel Paty, 47 anni, sposato e padre di un figlio, insegnava Storia, Geografia ed Educazione Civica. Durante una lezione sulla libertà di espressione aveva mostrato vignette su Maometto: è stato decapitato da un diciottenne a Conflans, vicino Parigi Samuel Paty, 47 anni, sposato e padre di un figlio, insegnava Storia, Geografia ed Educazione Civica. Durante una lezione sulla libertà di espressione aveva mostrato vignette su Maometto: è stato decapitato da un diciottenne a Conflans, vicino Parigi.
Bianco ha avuto un atteggiamento ambiguo, talvolta vicino ad ambienti islamici radicali. "Valls ne chiese l'allontanamento, Hollande non lo ascoltò. Ancora una volta, tra i socialisti e nel governo fu la coerenza a perdere e la linea Bianco, accomodante, a vincere". I perché di questa acquiescenza verso l'Islam radicale sono molti. C'è la convinzione che i musulmani siano i nuovi deboli, i nuovi proletari che la sinistra ha il dovere di proteggere come un tempo con gli operai, che sono scomparsi o votano Front National. "Ma c'è pure banalmente il clientelismo, la consapevolezza che per essere eletti alla periferia nord di Parigi occorre avere un buon rapporto con la comunità musulmana e quindi con i suoi rappresentanti più radicali".
Oggi Macron ha indicato il nemico. Che non è più il solito "lupo solitario" con problemi psichiatrici. L'uccisione del professore ha indicato che le responsabilità andavano cercate certo nel terrorista ceceno, ma anche nella campagna di odio organizzata online dal padre di una allieva. Il contrasto Macron-Erdogan è decisivo: dove vogliamo mettere il segno di separazione tra ciò che va combattuto e ciò che può essere tollerato? Secondo Erdogan, e i suoi alleati francesi fautori dell'Islam politico, ci sono da una parte pochi terroristi e dall'altra l'insieme dei musulmani che non vanno offesi con la libertà di espressione. "Secondo Macron, finalmente, bisogna combattere i terroristi e anche gli islamisti radicali, che preferiscono la sharia alle leggi dello Stato", dice Pina. È la battaglia dei prossimi anni, molto più vasta e pericolosa, ma che Macron ha deciso di combattere.
di Mario Pierro
Il Manifesto, 8 novembre 2020
Le misure. Due miliardi e mezzo di euro per le zone rosse e arancioni. Francesco Laforgia (LeU): "Non possiamo andare di chiusura in chiusura in attesa del vaccino. Serve un reddito universale per chi perde il lavoro". In attesa del tris, l'altro ieri notte il governo ha varato il secondo "decreto ristori" che risarcisce imprese e terzo settore colpiti dal semi-lockdown nelle zone rosse e arancioni e stanzia un bonus baby-sitter da mille euro ai genitori lavoratori con figli costretti a casa dalla decisione di chiudere le scuole superiori, e la seconda e terza media nelle zone rosse e arancioni. Previsto un congedo straordinario con il riconoscimento di un'indennità del 50 % dello stipendio per i genitori lavoratori dipendenti.
Il nuovo decreto sarà inserito come emendamento al primo "decreto ristori" attualmente in discussione in parlamento. Il suo valore è pari a 2 miliardi e 500 milioni di euro. È previsto che gli importi previsti saranno accreditati sui conti correnti a chi ha già usufruito dei sussidi nel lockdown precedente, altrimenti sarà necessario fare domanda.
Il governo promette di erogare in fretta i fondi. In sostanza si tratta di un ampliamento degli indennizzati due settimane fa, a fondo perduto, con il 200% di quanto ricevuto a giugno per una lunga lista di codici Ateco: ristoranti, palestre, cinema e teatri e al 400% per le discoteche. Per chi è stato ulteriormente colpito dal nuovo "Dpcm" il contributo è aumentato di un altro 50 per cento. Il presidente del Consiglio Conte ha detto che i bonifici scatteranno da martedì prossimo. Secondo il ministro dell'economia Gualtieri i bonifici stanziati dal primo decreto ristori del 26 ottobre ha già raggiunto più di 211 mila imprese per un totale di oltre 964 milioni di euro sui 5,4 già stanziati.
Il prossimo mese, in caso di prolungamento dei lockdown, o che la loro estensione in altre regioni, e comunque fino alla fine della pandemia, il governo a moltiplicare i "ristori" per una parte della perdita del fatturato, rafforzando gli indennizzi temporanei. Di emergenza in emergenza, si porrà sempre il problema di un altro decreto per coprire i danni subiti da questa o da un'altra categoria che non riprenderà l'attività "normalmente" nel periodo tra una chiusura e un'altra.
Anche per questo nel "ristori bis" il governo ha istituito un fondo per compensare automaticamente le attività delle regioni che saranno interessate da future misure restrittive. Nel frattempo avverrà in maniera carsica la chiusura delle attività piccolo-imprenditoriali e la perdita del lavoro - oggi quelli precari - dopo il prossimo 21 marzo forse anche quelli dipendenti se non verrà prolungato ancora il blocco dei licenziamenti. Invisibile, aumenterà la povertà e il lavoro povero sarà ancora più povero.
Continua a mancare una riforma universalistica del Welfare, di tipo strutturale, che potrebbe partire dall'estensione senza vincoli né condizionalità del "reddito di cittadinanza" a una platea potenziale di 14 milioni di lavoratori poveri, oltre ai poverissimi ai quali è rivolto oggi. I bonus per lavoratori dello spettacolo, del turismo e stagionali, e il "reddito di emergenza" previsti dal primo decreto "ristori" saranno in vigori per uno o due mesi. Dopo, saranno rinnovati, ma non saranno sufficienti per fermare l'onda della crisi.
Nella pioggia di norme previste dal decreto ristori "bis" si segnalano lo stop della rata Imu di dicembre, il credito di imposta cedibile al proprietario dell'immobile pari al 60% dell'affitto da ottobre a dicembre, la sospensione dei pagamenti dell'Iva per novembre; la sospensione dei contributi previdenziali e assistenziali per novembre; rinvio del secondo acconto Ires e Irap per le attività a cui si applicano gli Indici sintetici di affidabilità (Isa).
Ci sono nuove risorse per il trasporto pubblico locale: 300 milioni di euro anticipati rispetto al 2021. 340 milioni per l'esonero dal versamento dei contributi previdenziali alle imprese agricole, della pesca e dell'acquacoltura, per le aziende di vino e birra. Saranno assunti a tempo determinato 100 fra medici e infermieri militari, confermati a fino al 31 dicembre di 300 medici e infermieri Inail. Rafforzati gli obblighi di pubblicità e trasparenza sui dati epidemiologici. Soddisfatti Arci e Acli per il fondo ai circoli e alle attività economiche non commerciali.
di Massimo Congiu
Il Manifesto, 8 novembre 2020
Le proteste sono cominciate il 22 ottobre contro una sentenza della Corte costituzionale che inasprisce ulteriormente le già restrittive leggi sull'interruzione di gravidanza. C'è chi le ha definite le più imponenti manifestazioni polacche dalla svolta politica del 1989. Parliamo delle proteste iniziate lo scorso 22 ottobre contro una sentenza della Corte costituzionale votata a inasprire ulteriormente le già restrittive leggi sull'interruzione di gravidanza.
Essa vieterebbe infatti l'aborto anche in caso di gravi malformazioni del feto. Le dimostrazioni pubbliche susseguitesi da quel giorno sono state massicce e hanno avuto luogo in diverse città del paese. Finora le donne hanno chiaramente svolto un ruolo centrale in questa mobilitazione, ne sono state ispiratrici e promotrici. La protesta però si è allargata, ha coinvolto molti giovani e assunto un carattere complesso. I manifestanti, infatti, non hanno tardato a chiedere le dimissioni del governo e si sono pronunciati a favore di una società libera dall'influenza di una chiesa capace di condizionare le scelte politiche e la vita delle donne, delle famiglie.
Una mobilitazione massiccia, si diceva, che ha organizzato cortei, blocchi stradali, uno sciopero generale e picchetti nelle chiese, attaccando in questo modo la Conferenza episcopale polacca che aveva accolto con soddisfazione la sentenza. Sentenza giunta dietro richieste del partito di maggioranza Diritto e Giustizia (PiS), forza politica nazionalista e conservatrice, di quelle per cui la formula patria-chiesa-famiglia rappresenta i valori fondamentali di una popolazione sana. Va detto che dal 2015, anno dell'approdo del PiS al potere, il governo polacco si è speso per una revisione della già restrittiva legge sull'aborto. Emanata nel 1993, la stessa è senz'altro una delle più limitative esistenti in tale ambito. Essa concede infatti il diritto di aborto solo nei casi di stupro, incesto e pericolo di vita per la madre.
Come già detto, la sentenza escluderebbe la possibilità di intervenire nei casi di malformazione e problemi di salute del feto, una disposizione tanto voluta dal governo che però oggi, dopo numerosi giorni di manifestazioni continue e partecipate sembra in difficoltà e ritarda l'esecuzione della sentenza. La domanda, nel momento in cui questo articolo viene scritto, è se l'esecutivo si stia davvero preparando a compiere concretamente un passo indietro.
Sta di fatto che questa situazione viene già vista come un primo successo dei manifestanti che erano già scesi in piazza, soprattutto nel 2016 e nel 2018 per gli stessi motivi. Allora come oggi sono in ballo cambiamenti fondamentali per la società polacca e una maggiore possibilità di autodeterminazione femminile. C'è una società civile che si attiva per questo e si pone in contrasto con certi poteri politici ed ecclesiastici che aspirano evidentemente ad un controllo sociale in nome di codici morali considerati limitanti e unicamente funzionali all'esercizio del potere.
Quello della legge sull'aborto è uno spunto di grande importanza; del resto, il carattere restrittivo della legislazione vigente nel paese ha portato a far crescere in modo continuo il numero delle donne che abortisce legalmente all'estero o clandestinamente in patria.
Molte donne scelgono di andare all'estero per effettuare l'interruzione di gravidanza. Le mete principali risultano essere la Slovacchia e la Repubblica Ceca seguite da Paesi Bassi, Germania e Lituania. Per quello che riguarda invece gli aborti legali vi è da osservare che, secondo le statistiche a disposizione, nel 2019 ci sono state 1.100 interruzioni di gravidanza, la stragrande maggioranza delle quali dovute a malformazioni del feto, cioè proprio alle motivazioni che la sentenza non ammetterebbe più come ragioni accettabili per procedere all'interruzione di gravidanza.
Secondo le stime della Federazione delle Donne e della Pianificazione Familiare, un'organizzazione femminista, dal 2016 un numero di donne compreso fra 80.000 e 120.000 abortisce illegalmente in patria o legalmente all'estero. Ora si attendono aggiornamenti sulle decisioni del governo di Varsavia che, chiedendo a gran voce disposizioni più severe in materia di aborto, secondo diverse Ong a livello internazionale, ha violato i diritti delle donne. Inoltre la commissaria del Consiglio d'Europa per i diritti umani ha definito lo scorso 22 ottobre un giorno triste per le donne. Donne che in questi giorni sono state protagoniste, organizzatrici instancabili e, si spera, artefici di un cambiamento.
di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 7 novembre 2020
Ho sempre ammirato chi ha il dono della sintesi, in un Paese dove tutti straparlano di cose che non sanno; un po' meno, invece, chi conciona senza aver letto prima quel che ancora non c'è.
Così, su Repubblica del 5 novembre, a proposito della sentenza della Corte Costituzionale (la cui motivazione verrà per l'appunto depositata nelle prossime settimane) Liana Milella dà i voti, e come sempre lo fa usando l'accetta: "ha ragione Bonafede....che era ricorso a un decreto per obbligare le toghe... E hanno torto i magistrati" che, manco a dirlo (udite udite) "hanno subito ritenuto lesa la loro autonomia...".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 7 novembre 2020
Il lugubre finalismo vendicativo dei giustizialisti suppone che il detenuto debba marcire nella sua cella fino alla morte, negandogli il diritto alla cura. "E' tutto nella legge". Così ha detto l'altra sera il giornalista Luca Telese, discutendo con il direttore di questo giornale durante la trasmissione "Non è l'Arena".
di Errico Novi
Il Dubbio, 7 novembre 2020
Sulla riforma del processo penale, la commissione Giustizia di Montecitorio ha voluto ascoltare anche gli accademici, dopo aver già incassato le critiche dell'Anm e, soprattutto, dell'avvocatura.
Fermatevi, please. O meglio: fermatela. Fermate l'ordalia dei reati. Arginate la bulimia del processo penale. Lo chiedono a gran voce i giuristi. Lo hanno ribadito in un'audizione sul ddl del guardasigilli Alfonso Bonafede, svolta giovedì scorso a Montecitorio, in commissione Giustizia. Da una parte il professore della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa Tullio Padovani, tra i massimi padri della scienza processual penalistica italiana, che con impietosa, entomologica puntualità smonta gli auspici deflattivi della riforma.
Dall'altra un costituzionalista che si dichiara preliminarmente portatore di "un'ottica parziale, direi diagonale, sulla materia" come Alfonso Celotto, ordinario all'università Roma Tre, che precede l'intervento di Padovani e di Serena Quattrocolo, professoressa di Diritto processuale penale presso l'università del Piemonte orientale. Ebbene, è proprio il presunto intruso Celotto a tradurre in un accorato appello il senso che in fondo si potrebbe cogliere anche nelle parole degli altri due accademici: "Il punto è che sono state attratte nella sfera del processo penale troppe fattispecie anche minori, per le quali era più che sufficiente un altro genere di sanzione.
Se arriviamo a un milione e mezzo o due milioni di processi, come pure si legge nella relazione introduttiva della riforma, vuol dire che dobbiamo ridurre il numero dei reati, altrimenti non spegneremo mai l'incendio del carico eccessivo". Dobbiamo, in una parola, "depenalizzare".
Celotto: "pene pecuniarie oltre alle multe: che senso ha?" - Ecco, la frase di Celotto, pronunciata con pacatezza, è rimbombata nella Sala del Mappamondo non solo perché a presidiarla c'erano pochissimi deputati, tra i quali il vertice della commissione Mario Perantoni, dei 5 Stelle, con gli altri collegati in videoconferenza. La sala era solenne e vuota. Ma le parole del costituzionalista si sono udite benissimo, e non possono che rievocare il vano tentativo compiuto al tavolo del ministro, quasi due anni fa, da Anm e Unione Camere penali. Furono le rappresentanze di magistrati e avvocati a proporre alcune ipotesi di riforma, solo in parte accolte nel testo varato a inizio 2020 in Consiglio dei ministri, e a sollecitare anche ampi interventi di depenalizzazione. Alla fine l'ipotesi non ha retto alla prova dell'intesa politica e ne sono sopravvissute pochissimi riverberi sul fronte della nuova disciplina delle contravvenzioni, peraltro minuziosamente destrutturata dalle critiche di Padovani.
L'ordinario di Diritto costituzionale a Roma Tre, da giurista di estrazione eterodossa, fa notare cose semplicissime: "Ci sono fattispecie in materia ambientale e urbanistica già sanzionate sul piano amministrativo a cui, per creare un'ulteriore deterrenza, si aggiunge anche la responsabilità penale. Ma anche considerato che poi la sanzione penale è un'ammenda, cioè un'ulteriore sanzione economica, non si spiega il motivo per cui si debbano andare a ingolfare le sezioni penali dei Tribunali. Prima ancora della procedura", è la inevitabile raccomandazione di Celotto, "andrebbe dunque modificato il codice penale. Se io commetto un piccolo abuso edilizio, la sanzione di una forte multa e della demolizione è già molto persuasiva".
Padovani sottopone, senza pietà, i propositi deflattivi ai raggi X - Padovani è il primo processual penalista a essere divenuto accademico dei Lincei. Intanto contesta la cosiddetta "indicazione delle priorità, fra i reati, che dovrebbe essere avanzata dagli uffici di Procura con una serie di consultazioni e criteri, fra cui persino la dotazione di strumentazioni tecnologiche.
Cosa vuol dire, che se in quell'ufficio non ci fossero mezzi abbastanza evoluti per poter contrastare i reati informatici e per questo si decidesse di non inserire quelle fattispecie in cima alla gerarchia dei delitti da perseguire, i criminali informatici sposteranno i propri interessi tutti in quel distretto? Ma è assurdo".
Padovani ha una prosa fiammeggiante che annichilisce i deputati, nessuno dei quali alla fine, osa porgergli quesiti. Si sofferma anche sul "corto circuito che si rischia di creare fra le cosiddette priorità e la neo-introdotta disciplina dei termini per le indagini preliminari, ora presidiati anche da sanzioni disciplinari a carico del pm che non li rispettasse: ci troveremo dunque con magistrati inquirenti che da una parte avranno relegato in fondo alla graduatoria delle urgenze tutta una serie di materie, destinate quindi a finire sul binario morto della prescrizione; dall'altra però ci sono le sanzioni e dunque la necessità di chiudere tutto. Se la storia delle priorità voleva essere una disciplina surrettizia della prescrizione, mi pare che si sia riusciti a creare un meccanismo esplosivo".
Da instancabile sostenitore delle battaglie dei penalisti (categoria di cui pure fa parte), Padovani sollecita il Parlamento ad affrontare casomai "il nodo vero, quello dell'obbligatorietà". Poi però indaga sulle zone grigie della materia, e in particolare sugli interventi, previsti nel ddl penale, relativi alle pene pecuniarie: "Si rischia di perdere l'occasione sulla cosiddetta pena pecuniaria per tassi". Eppure, anche grazie al lavoro svolto dallo stesso Padovani nell'89 come consulente di via Arenula, "un po' di strada si era fatta: per esempio con l'articolo 459 comma 1 bis sul decreto penale.
Dobbiamo arrivare a una vera mutuazione, dal modello portoghese, del meccanismo per cui si sostituisce la pena detentiva con una pecuniaria moltiplicata per il numero di giorni di carcere altrimenti sofferti, ma calibrata in ragione delle reali possibilità economiche del soggetto. Con la riforma attuale", avverte Padovani in commissione Giustizia, "sapete cosa avverrebbe? Che una pena pecuniaria sostitutiva dell'arresto passerebbe da 45mila a 32mila euro: ma a che serve? Sono sempre troppi, per un poveraccio. Bisogna tenere conto di quello che realmente può pagare".
Poche attenuanti, da Padovani, anche per l'articolo 10 della riforma, relativo alle contravvenzioni, in cui il tentativo di rendere la sanzione pecuniaria concorrenziale con quella detentiva gli pare "confuso e non facilmente interpretabile: le norme esistenti sono più vantaggiose. Se si vuole snellire il sistema penale serve altro". Serve l'archiviazione di un totem, quello del panpenalismo. Che invece ancora una volta sembra aver schiacciato sotto i propri piedi gli auspici di chi avrebbe voluto depenalizzare, prima ancora che riformare il processo.
giustizianews24.it, 7 novembre 2020
Siamo ad oltre mille contagi nelle carceri italiane tra detenuti e personale penitenziario, con un trend di crescita spaventoso. Morti tre detenuti. Allo stato attuale nessuna misura di prevenzione per evitare il propagarsi del virus. A dichiaralo è il segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria S.PP. Aldo Di Giacomo: "sono tre i detenuti morti nella seconda ondata nelle carceri italiane; uno a Livorno, uno ad Alessandria ed uno a Milano.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 7 novembre 2020
Il pm denuncia le criticità sottaciute di un regime carcerario simile alla tortura. Su questo giornale abbiamo spesso criticato le inchieste e i metodi del pm Henry John Woodcock, che hanno in qualche caso portato all'arresto di persone innocenti sulla base di prove inesistenti (per queste critiche il magistrato ci querelò, ma tutto fu archiviato perché i fatti raccontati erano veri).
di Angela Stella
Il Riformista, 7 novembre 2020
Sulle misure anti-covid dice: "Bene sfoltire le carceri, ma chi è meno pericoloso non deve proprio entrare". Il 41bis? "Un imbuto da cui non si esce, fa bene Woodcock a contestarlo".
Allungare i permessi premio, diminuire gli ingressi in carcere, immettere risorse umane nel sistema: è questa la ricetta di Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza a Sassari e Presidente di Magistratura Democratica, per fronteggiare l'espansione del coronavirus in carcere.
di Viola Giannoli
La Repubblica, 7 novembre 2020
Rinviate dal ministro Bonafede le prove previste a dicembre per l'aggravarsi dell'epidemia. Vanno avanti le interrogazioni in presenza ma le commissioni saltano di continuo per malattia o quarantene. L'accesso alla professione diventa un rebus. Studenti e associazioni: "Prova unica a distanza come per altre categorie per garantire salute e lavoro".
Commissioni decimate, sessioni saltate, scritti rinviati. Quest'anno il cammino per diventare avvocati è un percorso a ostacoli, avvolto nella nebbia. E per i quasi 25mila giovani che ogni anno si presentano alle sessioni di abilitazione la fine del tunnel è ancora lontana. Non solo. Perché tra ritardi e pandemia il rischio è che si crei un imbuto e l'accesso alla professione resti bloccato per un paio di anni.
Per spiegare meglio: gli esami scritti per l'abilitazione forense previsti per il 15, 16 e 17 dicembre sono stati stoppati causa Covid. Una nuova data ancora non c'è, ma la prova si terrà, nel migliore dei casi, la prossima primavera. Ad annunciarlo, dopo il Dpcm che ha provvisoriamente diviso l'Italia in tre e stabilito lo stop a tutti i concorsi ad eccezione di quelli per le professioni sanitarie, è arrivata ieri una comunicazione (attesa da settimane) del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
"L'aggravamento della situazione sanitaria e la conseguente necessità di ridurre, quanto più possibile, le occasioni di diffusione del virus impongono il rinvio delle prove scritte degli esami d'avvocato" ha scritto su Facebook. "Mi dispiace dover dare questa comunicazione ai tanti aspiranti avvocati che si apprestano ad affrontare questa importante tappa della vita professionale" ha aggiunto il ministro, giustificando i ritardi nelle comunicazioni con la necessità di prendere "il tempo necessario per vagliare e confrontare tutte le possibili soluzioni (compresa quella di una maggiore parcellizzazione degli esami) che permettessero di evitare lo slittamento". Tuttavia, conclude Bonafede, ""di fronte all'evoluzione del quadro epidemiologico, il rinvio rappresenta purtroppo una scelta obbligata supportata anche dal ministero della Salute".
Anche se il Dpcm sospende le prove, per ora, solo fino al 3 dicembre, il ministro ha voluto chiarire come "le esigenze logistiche e organizzative non consentono di attendere oltre, anche per venire incontro alle esigenze di programmazione di chi deve sostenere l'esame". In molti, infatti, si erano già pre-iscritti, versando la quota di partecipazione, pronti ad affrontare la prova. "Per cercare di ridurre i tempi della procedura - si legge ancora nel post - il Ministero sta già lavorando a tutte le soluzioni organizzative che possano consentire di accelerare la correzione delle prove scritte e diminuire quanto più possibile gli effetti di questo rinvio".
Già perché solitamente tra i test a penna e gli orali passano 7-8 mesi. In questo caso dunque si sovrapporrebbero agli scritti della sessione di Natale 2021. Un bel caos: l'accesso alla professione rischia di fatto di restare impantanato per due anni, facendo perdere tempo prezioso (e reddito) a chi ha terminato da mesi il tirocinio. "Rinviare le prove significa posticipare l'abilitazione dei candidati che concludono la pratica nel corso del 2020 e, a strascico, ritardarne l'iscrizione all'albo che, anche in considerazione delle conseguenze economiche dell'emergenza pandemica, pare suscettibile di rappresentare un significativo pregiudizio per gli aspiranti avvocati" commenta il Consiglio nazionale forense.
Ma non è tutto. Perché se è vero che lo stesso Dpcm e l'annuncio del ministro hanno dato semaforo verde agli orali della scorsa sessione che possono dunque proseguire, anche qui il cammino è tutt'altro che lineare. Chi è stato infatti allo scritto dello scorso dicembre ha iniziato il secondo step dell'esame in ritardo di 15 giorni o addirittura un mese, a inizio ottobre.
Così a Roma, Napoli, Milano, ad esempio. Da allora gli appelli vanno avanti a singhiozzo tra date rinviate, prove ancora non ricalendarizzate, candidati scavalcati, comunicazioni latitanti. Decine di sottocommissioni sono state decimate dal Covid, dalle quarantene, da isolamenti precauzionali, dall'indisponibilità di avvocati o magistrati fragili e dunque impossibilitati a partecipare, dai sostituti che non si trovano. Ancora oggi alla Corte di appello di Roma gli orali sono stati annullati e ai candidati la comunicazione è arrivata con sole tre ore di anticipo.
Tante le voci che, dentro e fuori dal Parlamento, si sono levate per chiedere una prova a distanza. A cominciare dal Consiglio nazionale forense che il 28 ottobre scriveva a Bonafede: "Laddove non sia possibile garantire un corretto esame orale in presenza assicurando il necessario distanziamento dei candidati, impedendo l'accesso agli accompagnatori, calendarizzando l'esame ad orari differenziati, sanificando gli ambienti, si rende necessaria una proroga che autorizzi lo svolgimento della prova orale da remoto oltre a quanto già previsto dal decreto Rilancio". E ancora, le associazioni come Inoltre-Alternativa Progressista, Libera e Giovane Avvocatura, l'Associazione italiana praticanti avvocati, l'Unione praticanti avvocati, Giovane avvocatura e Apra Palermo, che propongono "una soluzione di buon senso" ovvero "l'orale abilitante a distanza, non per facilitare alcunché bensì per garantire ai candidati e alle rispettive famiglie il diritto alla salute e al lavoro".
Aggiunge Alessandra Costantini, praticante avvocato e rappresentante della Lega Giovani: "Ancora una volta la nostra categoria viene penalizzata. Il ministro valuti l'opportunità di svolgere l'esame con modalità differenti e colga l'occasione per una seria e soddisfacente riforma del sistema di abilitazione. Ci vuole rispetto per anni di sacrifici".
Solo ieri il presidente della Commissione centrale ha inviato una lettera ai presidenti delle commissioni per comunicare che "è in corso di valutazione, sul piano normativo, la possibilità di reintrodurre lo svolgimento delle prove di valutazione da remoto". Un caso unico: gli aspiranti legali sono rimasti praticamente i soli, tra le professioni ad accesso regolato da un esame di abilitazione, a conservare le prove in presenza, invece dell'orale unico a distanza come per commercialisti o ingegneri.
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