di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 4 febbraio 2021
Il direttore di Mediazona, sito indipendente sugli abusi della legge, non ha mai partecipato a un corteo. Era stato arrestato davanti al figlio di cinque anni. Oltre 11mila le detenzioni legate alle manifestazioni per chiedere il rilascio di Aleksej Navalnyj. Non ha mai partecipato a un corteo non autorizzato, non ha mai invitato la popolazione a scendere in piazza, eppure il giornalista Serghej Smirnov, direttore di un sito media russo indipendente, è stato condannato a 25 giorni di carcere per "organizzazione di proteste di massa" per aver ritwittato una battuta sulla protesta del 23 gennaio per chiedere la scarcerazione di Aleksej Navalnyj. Una sentenza "ingiusta, assurda e vergognosa", l'ha definita il Sindacato dei giornalisti e operatori dei media russo. E anche ironia dal momento che Smirnov è il direttore di Mediazona, il sito indipendente fondato dalle Pussy Riot sulle ingiuste detenzioni e gli abusi del sistema giudiziario.
Il tribunale Tverskoij di Mosca ha riconosciuto Smirnov colpevole di aver ripetutamente violato la legge sull'organizzazione di una manifestazione. La sua colpa: aver ritwittato una battuta sulla sua presunta somiglianza con Dmitrij Spirin, il leader del gruppo punk Tarakany! (Scarafaggi!), che era accompagnata da una foto del cantante che segnalava l'ora e giorno dell'appuntamento delle proteste che hanno visto migliaia di russi scendere in piazza per chiedere il rilascio di Navalnyj.
Smirnov era stato fermato lo scorso sabato 30 gennaio mentre passeggiava con il figlioletto di cinque anni nei pressi della sua abitazione. Era stato rilasciato solo diverse ore dopo, ma con l'obbligo di comparire in tribunale oggi mercoledì. Oltre 30 testate russe si erano mobilitate per la sua scarcerazione. "Prendere di mira Serghej Smirnov ha un solo obiettivo: terrorizzare la gente", aveva commentato Meduza.
Proteste in centinaia di città russe si sono tenute il 23 e 31 gennaio per chiedere il rilascio di Aleksej Navalnyj arrestato al suo rientro a Mosca dopo cinque mesi di convalescenza in Germania dove è stato curato dopo essere stato avvelenamento col Novichok. Con l'accusa di aver violato la libertà vigilata per un vecchio caso risalente al 2014, ieri un giudice ha convertito in detenzione la sua condanna a tre anni e mezzo di carcere. Al netto dei mesi già passati ai domiciliari, l'oppositore dovrà trascorrere in cella almeno due anni e otto mesi. Ma rischia ulteriori condanne in altri due processi. Le proteste seguite ieri al verdetto, secondo l'ong Ovd-Info, hanno portato all'arresto di oltre 1.400 persone, la maggior parte a Mosca. Salgono così a oltre 11mila i fermi legati alle manifestazioni per chiedere il rilascio di Navalnyj. Tra loro anche molti giornalisti.
africarivista.it, 4 febbraio 2021
Amnesty International ha chiesto alle autorità della Repubblica di Guinea di avviare un'indagine indipendente per accertare le cause della morte di quattro persone che sono decedute nel giro di due mesi mentre erano detenute nel carcere centrale della capitale Conakry. Come fa sapere l'organizzazione non governativa, tra di esse vi erano tre attivisti o sostenitori dell'Unione delle Forze Democratiche della Guinea (Ufdg) che erano stati arrestati in relazione alla contestazione del referendum costituzionale e ai risultati delle elezioni presidenziali dello scorso marzo e ottobre.
Amnesty invita quindi le autorità a porre fine all'ondata di arresti che ha preso di mira almeno 400 attivisti dell'opposizione e della società civile in tutto il Paese dopo la pubblicazione dei risultati delle elezioni presidenziali di ottobre. Fabien Offner, ricercatore dell'Africa occidentale presso Amnesty International, ha sottolineato che "nella prigione in cui erano detenuti le regole del diritto internazionale per il trattamento dei detenuti non vengono applicate" precisando che "concludere che si tratti di morti naturali senza indagini approfondite e permettere che i prigionieri siano rilasciati o ricoverati solo quando i loro casi sono disperati dimostra un profondo disprezzo per la vita umana e una totale indifferenza per la disumanizzazione dei luoghi di detenzione nel Paese".
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 4 febbraio 2021
Un anno fa veniva incarcerato al Cairo. Ora affronta 45 nuovi giorni di tortura. Il nuovo governo si dia una priorità: la cittadinanza italiana a Zaki, per fare più pressioni sull'Egitto. Ma in fondo chi se ne frega di un ragazzo egiziano che da un anno se ne sta in un carcere del Cairo senza processo e senza colpe, che si è appena preso altri 45 giorni di tortura, soffre d'asma ed è più che indifeso dal rischio Covid. Dispiace, certo, ma abbiamo altre cose molto più importanti di cui occuparci e preoccuparci. La prima: se Mario Draghi riuscirà a farci uscire dalla più stralunata crisi di governo, e della politica, nella storia repubblicana.
La seconda: che futuro si prospetta per il mezzo milione di persone che hanno perso il lavoro nel 2020, e più di due terzi sono donne, e per l'altro mezzo milione che lo perderà quando finirà il blocco ufficiale dei licenziamenti (ufficiosamente è già finito da un pezzo). La terza: se la coda lunga del Coronavirus si arrotolerà buona buona, stordita dal mare di giallo che ha rivestito l'Italia liberata dalle precauzioni, o tornerà a imbizzarrirsi travolgendo le fragili speranze del vaccino libera tutti.
La sorte infame di Patrick Zaki è l'ultimo dei problemi: non è bello dirlo ma è ipocrita fingere di negarlo. In realtà, la violenza reiterata su quello straniero un po' ci riguarderebbe, visto che proprio straniero, il ventottenne Zaki, non è. Per sette mesi è stato nostro ospite all'Università di Bologna, dove frequentava con eccellente profitto un master post laurea. Tornato a casa per un saluto alla sua famiglia a Mansoura, non ha potuto darlo perché il 7 febbraio 2020 l'hanno fermato al Cairo e da allora non l'hanno più rilasciato, accusandolo di essere un pericoloso oppositore del governo ed esibendo come prova dei commenti a favore dei diritti umani postati su Facebook. Per quel che conta, una prova risibile e nemmeno dimostrata.
Ma l'Egitto di Al Sisi ci ha abituato a qualsiasi peggio, e la lacerante vicenda di Giulio Regeni, rapito e annientato dopo nove interminabili giorni, dovrebbe aver insegnato all'Italia che tipo di riguardo si riserva a un partner sì strategico ma per altri scopi (militari, commerciali, politici). Protestate quanto volete, processate a casa vostra i carnefici di Giulio che tanto mai vi consegneremo, vendeteci a buon prezzo le vostre fregate e i vostri elicotteri da combattimento, e fatevi gli affari vostri, che qui la legge è a misura di chi comanda e la primavera araba di piazza Tahrir, sbocciata nel lontanissimo 2011, è appassita per sempre, polverizzata in carceri inumane come quella di Tora, dove in una cella senza letto e senza luce, trasfigurato rispetto alle fotografie di quando frequentava felice i suoi compagni di corso in Italia, si va spegnendo la speranza di un ragazzo egiziano che sognava soltanto di tornare a scuola da noi.
La meritoria mobilitazione a favore della sua scarcerazione, partita dall'università bolognese, l'Alma Mater, che l'aveva in carico e ne pretende il reintegro, ha coinvolto anche esponenti di rilievo delle nostre istituzioni e dell'Unione europea. David Sassoli, presidente del Parlamento di Strasburgo: "Voglio ricordare alle autorità egiziane che l'Ue condiziona i suoi rapporti con i Paesi terzi al rispetto dei diritti umani e civili.
Chiedo che Zaki venga immediatamente rilasciato". Da ministro degli Esteri, Luigi Di Maio aveva detto parole altrettanto definitive: "Stiamo seguendo la vicenda con la massima attenzione per riportare Patrick dalla sua famiglia il prima possibile". Per poi aggiungere, con un'enfasi a cui non sempre hanno corrisposto i fatti: "Sui diritti umani non si arretra. Questo vale per la verità su Giulio Regeni e vale per Zaki. Patrick è cittadino egiziano ma lo sentiamo e lo abbiamo a cuore come se fosse italiano".
Ecco, come se fosse italiano. La città di Bologna ha conferito a Zaki la cittadinanza onoraria, che è un bel gesto ma senza possibili conseguenze concrete, proprio nei giorni in cui i carcerieri decidevano di prolungargli la tortura per altri 45 giorni, quasi in coincidenza con il quinto anniversario, 3 febbraio, del ritrovamento del corpo sfranto di Giulio Regeni. Con tutti i problemi che abbiamo, da ultimo, proprio in coda, volendo, ci sarebbe un pezzettino della nostra reputazione sulla scena internazionale che si gioca anche sulla pelle di uno studente egiziano "come fosse italiano", spinto con brutalità in un pozzo senza fondo, forse per rappresaglia verso un Paese, il nostro, che si permetteva di esigere giustizia per un proprio figlio misteriosamente giustiziato al Cairo, Regeni Giulio da Fiumicello, provincia di Udine.
Chi salva una vita, salva il mondo. L'ha ripetuto tante volte, inascoltata, la senatrice Liliana Segre, prendendo a prestito un passo del Talmud. E oggi vengono agli occhi gli ultimi degli ultimi, i profughi di Lipa, congelati al confine tra Bosnia e Croazia, la vergogna più recente sopportata senza pudore dal consesso dell'Europa per bene. Anche una nazione che salva una vita salva qualcosa di più: la propria coscienza e la propria immagine nel mondo.
Nel ritratto molto accurato che Daniele Manca ha dedicato su questo giornale a Mario Draghi, incaricato di provare a salvare l'Italia da se stessa, la parola chiave è coraggio. È lo stesso Draghi a spiegarne il perché: "A cavallo tra le due guerre, mio padre vide un'iscrizione su un monumento. Diceva: se perdi denaro, non hai perso niente perché con un buon affare lo puoi recuperare; se perdi l'onore, hai perso molto ma con un atto eroico lo potrai riavere. Ma se perdi il coraggio, hai perso tutto".
Ci vorrà molto coraggio per ridare speranza a un'Italia interrotta da una crisi disperante. La lista delle priorità è lunga, il contesto pericolosamente litigioso, il clima dentro e fuori il Paese non butta al bello, il tutto al netto del virus. Ma le grandi imprese cominciano anche da piccoli segni. Per esempio, dall'emergenza depennata, nell'infuriare della bufera, di uno studente "egiziano ma come se fosse italiano" abbandonato nelle spire di una bestia congegnata per soffocarlo. Sta esaurendo le forze, il "nostro" Zaki, si sta perdendo dentro l'incubo in cui l'hanno precipitato. Non rimane tanto tempo e non bastano più gli attestati di solidarietà a ciglio umido. Ci vorrebbe un moto di coraggio. Dargli la cittadinanza italiana, per esempio, che è cosa ben diversa dalla benemerenza civica regalatagli dalla sua Bologna.
Vero che questa concessione richiede passaggi complessi, compreso un decreto del presidente della Repubblica, ma non ci sono ostacoli di forma: Patrick Zaki potrebbe diventare, giuridicamente, sia egiziano sia italiano. E in questo caso la pressione sul Cairo aumenterebbe di potenza, anche agli occhi degli alleati europei in questa battaglia di umanità. La nostra legge prevede che il riconoscimento della cittadinanza a uno straniero sia possibile "quando questi abbia reso eminenti servizi al Paese, ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato". Siamo nel secondo caso. Il nostro Stato, oggi più che mai, ha bisogno di dare segnali forti di coraggio. Nel suo proprio interesse, e in quello degli ultimi della fila.
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 3 febbraio 2021
Il binario "speciale" ha storicamente significato l'esenzione del soggetto con disturbi mentali dalla responsabilità per il reato, a prezzo però del giudizio di pericolosità sociale, con relativa destinazione a misure di sicurezza detentive, con caratteri più afflittivi della pena e con violazione di diritti fondamentali.
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 3 febbraio 2021
La notizia diffusa dai sindacati di polizia penitenziaria del lancio di uno zoccolo, da parte di un detenuto nel carcere di Poggioreale, che ha colpito al volto la comandante del reparto, si presta a una serie di valutazioni. Innanzitutto va condannato il gesto, perché la violenza - da chiunque esercitata - non va mai giustificata.
di Marta Rizzo
La Repubblica, 3 febbraio 2021
Il direttore dell'Istituto Penale Minorile di Nisida offre la narrazione di un luogo di detenzione dove si tenta di riparare danni profondi, senza illusioni, ma con tenacia e con risultati positivi. Nell'Istituto Penale Minorile (Ipm) di Nisida si applica la giustizia riparativa. In altre parole, è un luogo che - tiene a precisare il suo direttore Gianluca Guida - "rispetta un senso del bello di solito negato ai ragazzi ristretti". Insomma, è un luogo che garantisce la scolarizzazione e quella che viene definita la "mediazione penale", ovvero quella condizione, appunto, riparativa che rende possibile l'incontro tra l'autore del reato e la sua vittima.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 3 febbraio 2021
Sono stati comprati per 2 milioni e 510.000 euro presso Fastweb i 1.600 braccialetti elettronici acquistati nell'aprile 2020 per le carceri italiane dal Commissario all'emergenza Covid, in aggiunta a quelli potenzialmente già attivabili dai giudici (e sinora attivati per 10.000 dei potenziali 24.000 dispositivi) sulla base del contratto-quadro triennale dicembre 2018/dicembre 2021 negoziato dal ministero dell'interno con Fastweb.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 3 febbraio 2021
Quando ai detenuti a rischio per il Covid sono stati dati i domiciliari si è fatto intimorire dalla campagna contro di Giletti, Fatto e Repubblica ed è tornato sui suoi passi prendendosela coi più deboli della società. Ecco a voi il ministro Alfonso Bonafede, forte con i deboli, ma debolissimo con i forti. Dal Parlamento è scappato, prima di poter snocciolare numeri e solo numeri della sua relazione annuale sullo stato della giustizia, e prima di ricevere fischi e ortaggi dai senatori.
Per l'inaugurazione dell'anno giudiziario si è rifugiato nell'aula-bunker di Lamezia, un luogo poco rituale dove si dovrebbero celebrare processoni e invece si dice che si lotta contro la mafia. Un luogo per lui, visto che il guardasigilli ostenta sempre con fierezza la sua coccarda di ministro antimafia.
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 3 febbraio 2021
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, ritiene che il prossimo dovrà essere un governo "fattivamente, significativamente, totalmente europeista", e vede con favore Mario Draghi come prossimo Presidente della Repubblica.
Professor Pasquino, crede si riuscirà a formare un Conte ter o nei prossimi giorni prenderà quota l'idea di un governo istituzionale?
Credo che siamo di fronte sostanzialmente al tentativo di Renzi di mostrare che è lui a controllare la formazione e la distruzione del governo. Quindi dipende da sino a dove il leader di Italia viva vuole spingere la sua megalomania.
Negli ultimi due giorni attorno al tavolo delle trattative abbiamo visto personaggi "curiosi"...
Che intorno al tavolo ci fossero personaggi curiosi è vero ma rappresentano una parte della società italiana. Non possiamo dimenticare che il Parlamento rappresenta la società e non dobbiamo stupirci o criticare troppo i nostri rappresentanti. La legge elettorale rimane pessima ma siamo stati noi a sceglierli. Come assegnare e utilizzare i fondi del Recovery Plan credo sia l'atto più eminentemente politico che ci possa essere.
Immagino che quindi non sia d'accordo con la proposta di Italia Viva di una bicamerale guidata dall'opposizione su fisco e piano di ripresa...
Il piano è compito del governo, non di una commissione che lavora a latere. Mi pare quindi una pessima idea pensare a una bicamerale per utilizzare meglio i fondi. No, non va bene. Sono il governo e i ministri, nello specifico quello dell'Economia, che si rapportano con il Parlamento e quindi anche con l'opposizione.
Il punto di maggior scontro è stato sulla giustizia, con la riforma della prescrizione del Guardasigilli Alfonso Bonafede che Italia Viva puntava a cancellare.
Su questo tema c'è sicuramente della sostanza. Che la giustizia italiana sia lenta e inefficiente è chiarissimo. L'abolizione della prescrizione è incompatibile con lo stato di diritto, che dice che un processo deve svolgersi in un certo tempo dopo il quale arriva la prescrizione. Hanno ragione i cosiddetti "garantisti" e su questo il Movimento 5 stelle sbaglia. La prescrizione è un elemento di civiltà giuridica, punto. Se fossi al tavolo direi al M5S di mollare sulla prescrizione e a Italia Viva di mollare sul Mes, visto che sono i due principali temi di discussione.
Il Presidente Mattarella ha richiamato alle tre emergenze del paese: sanitaria, sociale ed economica. Riusciremo a gestire in maniera adeguata il piano vaccinale e al tempo stesso l'arrivo dei fondi dell'Unione europea?
Terrei separato il piano vaccinale da altre tematiche, perché ha una componente tecnica notevolissima e deve essere elaborato con la supervisione e la partecipazione attiva del ministro della Salute. Sul Recovery plan sto a quello che vedo, anche se ci sono cose che non vedo e che vorrei vedere. Non dimentichiamoci che in Italia c'è il 20 per cento di evasione fiscale ma anche un alto livello di risparmio. La gestione di quei fondi è il compito maggiore che hanno il governo e il ministro dell'Economia in questa fase. Serve quindi un documento scritto o una parola d'onore per rispettare l'accordo di un governo che duri fino alla fine della legislatura. Ci saranno dei disaccordi, certo, ma serve lealtà di fondo.
di Maria Masi
Il Dubbio, 3 febbraio 2021
L'intervento della presidente del Cnf Maria Masi all'inaugurazione dell'anno giudiziario del Consiglio di Stato. Ringrazio il Presidente Patroni Griffi per l'invito soprattutto perché conferma un coinvolgimento reale e una condivisione sostanziale, dettati dalla consapevolezza del ruolo complementare e come tale necessario dell'Avvocatura, anche nella e per la giurisdizione amministrativa.
La Giustizia amministrativa delinea il perimetro della tutela dei diritti di cittadine e cittadini nei confronti dello Stato. Tutela che, mai come nel corso dell'anno appena compiuto e purtroppo si teme, anche per quello in corso, si è resa particolarmente necessaria, oltre che urgente, in conseguenza della situazione di emergenza, generata dalla diffusione dell'epidemia, che ha complicato il già fragile equilibrio tra i rapporti civili, etico sociali, economici. L'invocato necessario bilanciamento tra libertà di circolazione, di riunione, diritto allo studio e al lavoro con il diritto alla salute ha posto il problema, altrettanto serio, dell'effettività e dell'efficacia della tutela giurisdizionale.
Pur senza entrare nel merito dei provvedimenti o meglio dell'efficacia degli strumenti, adottati per conseguire gli obiettivi dettati dall'emergenza, non si può negare il rischio dell'alterazione dei principi che informano la gerarchia delle fonti e la separazione dei poteri. L'intervenuta legislazione emergenziale dei decreti e delle ordinanze, è stata percepita dai cittadini come un'eccessiva quanto ingiustificata forma di controllo piuttosto che come necessaria forma di tutela.
Tanti, quindi, gli ostacoli rinvenuti in questa circostanza e certamente ancora pochi, rispetto alle esigenze palesate, quelli rimossi per ripristinare, in senso proprio, il principio di legalità. Ciò ha senza dubbio influenzato negativamente il rapporto di fiducia tra Stato e cittadino, il quale è indotto a recepire, come di fatto spesso recepisce, la giustizia, un ulteriore ostacolo all'esercizio dei diritti, piuttosto che tutela degli stessi.
Essenziale, invece, come sempre, più di sempre, la funzione anche riequilibratrice della giustizia amministrativa, il cui accesso, a maggior ragione, deve essere garantito a tutti, anche sotto il profilo economico. Attualmente gli oneri contributivi sono ancora molto alti, a discapito dei cittadini più deboli che, spesso, nonostante la consapevolezza di aver subito un'ingiustizia rinunciano, per questioni economiche, alla tutela giudiziaria. Rinuncia che in questo particolare momento storico corre il rischio di assumere il significato di una resa acuita dalla distanza tra la richiesta del cittadino e la risposta o il silenzio della pubblica amministrazione e quindi dello Stato.
Il diritto a chiedere giustizia, ancor prima del diritto a ottenerla, non può considerarsi avulso dal principio di eguaglianza sostanziale tra i cittadini che si esplica anche nell'assicurare pari opportunità di accesso alla tutela giurisdizionale. A proposito di tutela giurisdizionale, voglio sottolineare, anche in questa occasione, la costante e attenta interlocuzione tra Avvocatura e Consiglio di Stato, informata ad un proficuo spirito di collaborazione, nell'affrontare e risolvere i problemi legati anche agli aspetti pratici dell'accesso alla giustizia amministrativa e allo sviluppo del processo telematico nonché all'efficienza del processo nel pieno assolvimento delle garanzie di difesa, anche nella fase emergenziale.
L'esperienza, originata dal primo documento congiunto e dal tavolo di monitoraggio, istituito al fine di rispondere alle necessità che la iniziale e concreta applicazione aveva fatto emergere, alla rinnovata collaborazione, in piena emergenza, con lo scopo comune di consentire il regolare svolgimento delle udienze, nel rispetto dei principi del "giusto processo", ha dimostrato che il dialogo tra avvocatura e magistratura, quando consente lo scambio proficuo di opinioni ed esperienze, genera sempre buoni frutti.
Nei decreti, infatti, sono state recepite le osservazioni dell'avvocatura così come in tutti i protocolli condivisi e sottoscritti relativi alla modalità di svolgimento delle udienze da remoto prima e in presenza dopo, è stato sempre garantito in maniera adeguata l'esercizio dell'attività di rappresentanza e difesa. Sottende il medesimo spirito, l'accordo di collaborazione, di recente sottoscritto tra l'Ufficio Studi formazione e massimario della Giustizia Amministrativa e l'Osservatorio Nazionale Permanente sull'esercizio della Giurisdizione, regolamentato dal Consiglio Nazionale Forense presso cui ha sede, con il quale si è inteso condividere attività di studio e ricerca in materie che rivestono interessi strategici per l'economia e le istituzioni nazionali e sovranazionali oltre a favorire e promuovere, come opportuno attività di formazione congiunta mirata all'aggiornamento professionale di magistrati e avvocati. Concludo, auspicando il massimo impegno da parte di tutti gli operatori del diritto, vocati al corretto funzionamento della giustizia, nell'emergenza e oltre l'emergenza, per rendere possibile la realizzazione di un nuovo o meglio rinnovato concetto di comunità della giurisdizione, informato ai principi di responsabilità, solidarietà ed eguaglianza.
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