sanitainformazione.it, 10 novembre 2020
Esiti dell'incontro tra Commissione e Sindacati: dialogo e nuove proposte. "Serve la creazione della figura del medico e dello psicologo penitenziario con un contratto specifico".
"Abbiamo evidenziato delle criticità nella gestione delle carceri lombarde" spiega Danilo Mazzacane, segr. gen. Cisl medici Lombardia dopo che il 4 novembre 2020 i rappresentanti delle organizzazioni sindacali Cisl Medici, Aupi e Uil-Fpl Area medica sono state audite dalla Commissione speciale Situazione carceraria in Lombardia al fine di evidenziare le criticità della gestione e della organizzazione della medicina penitenziaria.
"Sono state avanzate proposte di soluzioni - si legge in una nota del sindacato - con riferimento alla delibera regionale X/4716 del 13/1/16 che ne definisce le linee di indirizzo. Danilo Mazzacane per i medici e Maria Caruso per gli psicologi hanno premesso, durante l'incontro regionale, che il loro intervento non aveva carattere di allarmismo e hanno osservato che l'assistenza sanitaria offerta ai detenuti in Lombardia è quotidianamente assicurata mediante la buona volontà e l'impegno di tutti gli operatori sanitari e degli agenti di polizia penitenziaria".
"Sono stati però esposti i dati e il quadro della situazione esistente, evidenziando le seguenti criticità, acuite dall'emergenza Covid-19, con il desiderio di poter ben operare in serenità e sicurezza:
- carenza degli organici del personale sanitario ed anche degli agenti di polizia penitenziaria con precarietà della condizione lavorativa professionale sanitaria - è stato suggerito dai rappresentanti sindacali alla Commissione regionale Carceri il ricorso ai contratti di lavoro nazionali che regolano la medicina convenzionata
- modalità attualmente vigenti di arruolamento del personale sanitario inusuali e scarsamente appetibili, con retribuzioni inadeguate e disomogenee nell'ambito delle varie ASST lombarde;
- necessità di maggiore tutela nei confronti delle rispettive figure femminili di medico e psicologo;
- necessità di implementare la formazione del personale sanitario;
- necessità di migliorare la comunicazione fra la direzione degli istituti penitenziari e la rispettiva direzione sanitaria, con un maggior coinvolgimento delle direzioni socio-sanitarie delle Asst;
- necessità di un budget determinato e congruo per la medicina penitenziaria per ogni Asst;
- urgenza di investire nell'acquisizione di strumentazione diagnostica al fine di evitare, per quanto possibile, il ricorso all'assistenza sanitaria ospedaliera con le conseguenti difficoltà operative ed incremento della spesa;
- necessità di avere un rappresentante delle professioni sanitarie, con valore tecnico-professionale, in seno alla cabina di regia regionale che è di supporto all'Osservatorio Regionale sulla Sanità Penitenziaria.
"Come rappresentanti sindacali abbiamo anche evidenziato come sia auspicabile l'avvio di un percorso di iniziativa lombarda che possa realizzare a livello nazionale la creazione delle figure del medico e dello psicologo penitenziario con un contratto specifico - prosegue Mazzacane - i componenti della commissione regionale hanno mostrato attenzione a quanto esposto e pertanto attendiamo fiduciosi e con spirito collaborativo, la prosecuzione del buon dialogo avviato".
"Attualmente sono positive al coronavirus 131 detenuti in Lombardia di cui 82 persone in cura presso il carcere di Milano, e a Bollate 45 detenuti. Altri quattro detenuti positivi ma asintomatici sono in isolamento nelle carceri di Pavia (2) e Voghera (2). I dati sono del Garante dei detenuti del Consiglio regionale, Carlo Lio. I sindacati citati sono disponibili a interloquire con il Garante dei detenuti del Consiglio regionale circa le istanze recentemente presentate" conclude.
milanotoday.it, 10 novembre 2020
Lo ha detto il Provveditore lombardo del Dap, Pietro Buffa, nel corso del suo intervento durante la seduta della Commissione carceri del Comune di Milano. È un dato in aumento. Al 7 novembre i soggetti risultati positivi al Covid-19 negli istituti di pena per adulti in Lombardia erano 156: 151 dei quali ospitati nelle strutture interne e 5 ricoverati in ospedale. Tra questi ultimi, di età avanzata e con almeno in un caso patologie pregresse, ci sono anche agenti della polizia penitenziaria. A questi, se ne aggiungono altri 510 che sono stati 'isolati'". Lo ha detto il Provveditore lombardo del Dap, Pietro Buffa, nel corso del suo intervento durante la seduta della Commissione carceri del Comune di Milano dedicata all'emergenza Coronavirus, presieduta da Anita Pirovano.
"Il 7 ottobre scorso i nuovi positivi erano 14, quindi assistiamo ad una progressione dei contagi molto veloce" ha proseguito Buffa, ricordando che "nel marzo scorso, nel giorno peggiore della prima fase dell'epidemia, avevamo avuto 41 infettati".
"Quelli attuali sono certamente numeri importanti ma mi pare che indichino una proporzione più bassa di quella registrata tra la popolazione esterna" ha proseguito il Provveditore, spiegando che dei 151 positivi al 7 novembre scorso "17 dovrebbero negativizzarsi perché sono trascorsi i 21 giorni di isolamento". Infine, Buffa ha spiegato di aver stanziato 350mila euro per l'acquisto di tamponi rapidi per affrontare nell'immediatezza eventuali focolai che dovessero manifestarsi". Fondi che si sommano a quelli stanziati per dotarsi di telefoni e tablet destinati ai colloqui dei detenuti", dopo la sospensione di quelli in presenza già nella prima fase dell'emergenza Coronavirus.
Prima di Buffa, il garante dei detenuti del Comune di Milano, Francesco Maisto, ha ripetuto l'allarme che aveva lanciato nei giorni scorsi in una lettera ai vertici degli uffici giudiziari. Maisto ha ribadito infatti che si è ridotto il "flusso in uscita" di reclusi dovuto alle misure alternative varate per alleggerire gli istituti per l'emergenza Covid.
"Rispetto alle precedenti fasi - ha affermato - il sovraffollamento cresce a livello nazionale e a San Vittore e Bollate la situazione è grave" ha affermato, evidenziando che "è inutile illudersi: le misure previste dall'ultimo disegno di legge porteranno alla scarcerazione di poche persone, perché rispetto al passato prevede molte più restrizioni".
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 10 novembre 2020
Il tragico gesto di un detenuto 23enne nel carcere di Montorio fa sollevare una serie di dubbi al suo legale, che chiede perché fosse stato posto in regime di isolamento: "Forse ha sbagliato qualche magistrato"? A essersi tolto la vita è stato uno dei capi della rivolta scoppiata 5 mesi fa all'ex caserma Serena di Dosson, nel Trevigiano. Chaka Ouattara, ivoriano, si trovava tuttora rinchiuso in carcere con accuse pesanti, dal sequestro al saccheggio fino alla devastazione.
Era stato trasferito nel penitenziario di Verona da appena una decina di giorni dopo mesi di detenzione in quello trevigiano di Santa Bona: a Montorio era stato posto in isolamento, condizione che, da quanto ipotizza il suo legale, gli potrebbe aver provocato una sofferenza e una depressione tali da indurlo al suicidio.
Pare che non riuscisse a reggere il distacco dagli altri migranti con cui era stato arrestato per la violenta rivolta avvenuta lo scorso giugno all'interno dell'ex caserma Serena, quando un gruppo di stranieri ospiti dell'hub erano finiti in cella dopo essersi ribellati e aver aggredito gli infermieri dell'Usl 2 incaricati di effettuare i tamponi dopo che nella struttura era stato individuato un focolaio Covid.
Dopo gli arresti, il 23enne e i compagni di "rivolta" avevano condiviso i successivi mesi di detenzione nel carcere trevigiano di Santa Bona, finché dieci giorni fa Ouattara era stato dislocato in cella a Montorio dov'era stato posto in isolamento. Sprofondato a quanto pare nello sconforto, aveva telefonato al suo avvocato proprio il giorno prima del dramma: con lui si era confidato riguardo alla propria sofferenza dovuta al senso di distacco dagli altri "amici" e dalle preoccupazioni sul futuro, visti che nella sua situazione non era possibile chiedere per lui gli arresti domiciliari.
Da questo stato d'animo sarebbe scaturito il tragico gesto riguardo cui il suo legale chiede però di fare chiarezza: perché, è il dubbio del difensore, visto che si trattava di un detenuto isolato non sono stati potenziati su di lui i controlli? E com'è stato possibile, chiede, che il 23enne abbia potuto usare i lacci della sua tuta per togliersi la vita senza che nessuno avesse pensato di toglierglieli e senza che nessuno si sia accorto di nulla?
Domande a cui spetterà eventualmente agli inquirenti tentare di dare risposta: "Come mai - chiede il suo legale d'ufficio - era stato sottoposto a un regime duro come l'isolamento?
tgpadova.it, 10 novembre 2020
Aumentano i casi di positività nel focolaio scoppiato al carcere Due Palazzi. Sono attualmente 15 le persone positive tra detenuti e agenti di Polizia penitenziaria. L'istituto è in attesa di conoscere l'esito dei restanti 300 tamponi che arriverà tra oggi e domani per capire l'entità del cluster. Intanto i sindacati si sono mobilitati chiedendo un protocollo condiviso per tutti coloro che operano all'interno del carcere.
Giampietro Pegoraro, della Cgil Penitenziaria, rivela: "Ho inviato una richiesta al direttore del carcere e al provveditore, dobbiamo sederci tutti intorno a un tavolo, agenti, cooperative, volontari delle attività collaterali. Dobbiamo stabilire regole condivise, tutti insieme". Il fine è quello di evitare che possa tornare a verificarsi una situazione del genere.
Intanto il direttore del Carcere, Claudio Mazzeo, spiega che sono state ridotte alcune attività come il teatro, il coro e le attività dei volontari. Continuano regolarmente la didattica e le attività lavorative.
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 novembre 2020
I penalisti: senza la fisicità della Camera di consiglio a rischio il giudice naturale precostituito. La morte del processo, la fine delle garanzie. Ancora una volta l'avvocatura italiana grida allo scandalo, di fronte all'ennesimo provvedimento reso necessario dalla pandemia per ridurre il rischio contagio nei tribunali.
E dopo il lieve ottimismo suscitato dal pacchetto giustizia inserito nel primo Decreto Ristori, che di fatto ha segnato un primo passo verso il processo telematico, a riaccendere le polemiche ci ha pensato la versione "bis" del dl, che questa volta va dritto al cuore del processo d'appello, eliminando la presenza di magistrati e avvocati dall'aula.
Non in maniera assoluta, perché chi vorrà discutere potrà pure farlo, rispettando un fitto calendario di scadenze e termini perentori necessari per rimanere al passo. Corretto l'errore della prima bozza, che prevedeva un termine di 25 giorni liberi prima dell'udienza per presentare richiesta di discussione orale, in conflitto con il termine di 20 giorni previsto dal codice di procedura penale per la notifica della citazione in appello, ora le parti avranno 15 giorni di tempo per decidere di essere presenti in udienza.
Ma per l'Unione delle camere penali, che tanto ha combattuto contro la remotizzazione del processo nella prima fase dell'emergenza, tale provvedimento è un colpo mortale al processo d'appello. Che perde, così, la fisicità della camera di consiglio e il mantenimento del giudice naturale precostituito. Da qui la richiesta dei penalisti, capeggiati dal presidente Gian Domenico Caiazza, di modificare il decreto, che rappresenterebbe le "prove generali per riscrivere, al pari delle modalità del giudizio di Cassazione, la procedura dell'appello penale".
Una sorta esperimento per un futuro senza oralità e immediatezza, con la trasformazione del giudizio di secondo grado in un "processo scritto, accentuandosi così la sua non condivisa funzione di mero controllo della valutazione del primo giudice", accentuando il carattere monocratico della decisione, "anche perché la camera di consiglio si terrà da remoto".
A farne le spese è il principio dell'oralità, con un rovesciamento dei termini rispetto a quanto deciso in pieno lockdown, quando la presenza era garantita e le parti avevano facoltà di decidere, al massimo, di non partecipare. Per i penalisti, "la camera di consiglio a distanza è la negazione della collegialità, anche per l'impossibilità di vederne garantita la segretezza, che è presidio della libertà del giudice".
Infatti il luogo di collegamento del giudice - che sia casa propria, l'ufficio o un qualsiasi altro posto - sarà considerato Camera di consiglio a tutti gli effetti di legge. I dubbi dell'avvocatura sono quelli già manifestati quando, per la prima volta, si è fatto largo il tanto temuto processo da remoto: piattaforme telematiche poco sicure in grado di riprendere e registrare ciò che accade e possibilità di intrusione di estranei. La richiesta è semplice: che almeno la camera di consiglio mantenga la fisicità, con la contemporanea presenza dei giudici, come "garanzia minima ed indispensabile per la tenuta del giudizio di appello e irrinunciabile precondizione per consentire alle parti la valutazione sulla necessità di partecipare o meno all'udienza".
Anche perché, così come dimostrato dai giudizi in Cassazione, la richiesta di discussione orale può determinare lo slittamento dell'udienza, "con modificazione della composizione del collegio". Una possibilità che incide, dunque, sulla individuazione del giudice naturale".
Ma in gioco ci sono anche il diritto alla difesa e al giusto processo. Che orfano della prescrizione, vede ora erodere un ulteriore pezzetto di garanzia, con la sospensione dei termini per cause indipendenti dalla volontà o dalla condizione dell'imputato, che vedrà inoltre allungare i termini di detenzione cautelare.
Da qui l'appello alla politica, affinché il dl, in sede di conversione, venga modificato. Un coro a cui si associa l'associazione italiana dei giovani avvocati, secondo cui la pandemia si trasforma in scusa utile per istituire "un "processo eterno" con una prescrizione infinita".
Norme dietro le quali si nasconde la convinzione - respinta da Aiga - che l'appello sia "un inutile orpello" e non "un giudizio previsto anzitutto a garanzia degli imputati innocenti che erroneamente siano stati riconosciuti colpevoli nel giudizio di primo grado".
Impossibile, dunque, farlo in maniera cartolare. La polemica corre anche tra gli ordini. Come a Roma, dove il Coa ha chiesto con urgenza al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e al premier Giuseppe Conte l'implementazione del fascicolo penale telematico. Solo così, secondo il presidente Antonino Galletti, la maggior parte degli accessi agli Uffici giudiziari penali potrebbe essere evitata, salvaguardando, invece, il processo. Ma per Bonafede, gli investimenti in tecnologie e personale e l'opera di ammodernamento portati avanti in questo anno hanno consentito di snellire le procedure e ridurre la durata dei processi.
Parole pronunciate ieri alla conferenza dei ministri della giustizia del Consiglio d'Europa, dove il ministro ha evidenziato l'accelerazione determinata dall'emergenza Covid, durante la quale l'utilizzo delle tecnologie si è esteso all'acquisizione degli atti di indagine, alle udienze non dedicate all'assunzione della prova e alla partecipazione al processo degli imputati detenuti limitandone gli spostamenti sul territorio.
"La trasmissione telematica di istanze e memorie difensive e la possibilità per i difensori di accedere da remoto agli atti dell'indagine - ha spiegato vanno configurandosi come strumenti per conciliare la continuità dell'attività giudiziaria con l'esigenza di ridurre l'afflusso degli utenti nelle cancellerie degli uffici". E tali accorgimenti non comporterebbero, secondo il ministro, alcuna compressione "delle garanzie del giusto processo e dei valori dell'oralità e del contraddittorio"
di Angela Grassi
La Prealpina, 10 novembre 2020
Due casi finora. In via per Cassano colloqui ridotti e tamponi per il personale. Solo due positivi,
identificati appena dopo l'arresto e il trasferimento in via Per Cassano. Da lì, immediato lo spostamento in altre sedi carcerarie deputate ad accogliere, in Lombardia, reclusi alle prese con il Covid. Alla casa circondariale bustese per il momento la situazione appare sotto controllo. "Sono arrivati due casi positivi - conferma la comandante della polizia penitenziaria Rossella Panaro - ma abbiamo attuato i protocolli di isolamento previsti. Non abbiamo finora incontrato particolari difficoltà".
Ogni settimana, Panaro incontra i detenuti insieme con il dirigente sanitario interno e con il direttore Orazio Sorrentini. "Spieghiamo a tutti le ultime novità e le misure che di conseguenza vengono prese - chiarisce quest'ultimo - La cosa più importante e delicata riguarda i colloqui: siamo in attesa di direttive dagli uffici superiori, al momento i colloqui visivi sono stati ridotti ma si fanno. Con tutte le cautele del caso, da mesi abbiamo installato dei plexiglass e sia il detenuto sia la persona ammessa a vederlo indossano mascherine. Ora è consentita una persona alla volta, non possiamo far entrare minorenni e ultra 65enni".
Il problema è chiaramente chi arriva da fuori. "I due casi positivi erano due neo arrestati, provenivano dall'esterno - dice Sorrentini - Seguendo i protocolli abbiamo stabilito cosa fare, una volta emersa la positività durante l'isolamento precauzionale assoluto, sono stati inviati nei reparti allestiti sia a San Vittore sia a Bollate. È quanto previsto dal dipartimento: ci sono reparti preposti in altre carceri lombarde". Al momento i detenuti accolti sono 360, più o meno stabili rispetto al calo del lockdown, che aveva segnato anche una riduzione dei reati e, quindi, dei nuovi arrivi.
"Sicuramente i detenuti sono calati, sono molti meno rispetto alla storica situazione di sovraffollamento ma non registriamo un ulteriore calo - spiega il direttore - Di recente il ministro della Giustizia si è espresso valutando l'idea di liberare in detenzione domiciliare dei reclusi che scontino condanne per reati minori e abbiano davanti un fine pena inferiore ai 18 mesi.
Al momento la decisione spetta alla magistratura di sorveglianza, ma nessuno è stato mandato a casa. Era stato anche ventilato, sempre su decisione della magistratura di sorveglianza, che chi vive in regime di semilibertà potesse dormire a casa, ma non ci riguarda perché non abbiamo casi del genere". Insomma, si attendono normative che ancora non sono state emanate. Nel frattempo, in via per Cassano tutto il personale e la polizia penitenziaria dovrebbe sottoporsi a tampone, grazie a quanto previsto dall'Asst Valle Olona.
Il Gazzettino, 10 novembre 2020
Tamponi a tappeto a carcerati e agenti della polizia penitenziaria dopo la scoperta dei positivi all'interno della casa di reclusione di via Due Palazzi. Sono sei i detenuti che hanno contratto il virus, otto i poliziotti più anche, tra i civili, un'insegnante. E scatta così anche l'allarme dei sindacati della Penitenziaria.
A parlarne è Giampiero Pegoraro, della Cgil: "Abbiamo chiesto più volte che le carceri vengano trattate come le case di riposo o gli ospedali. Sono comunità chiuse dove se scoppia un'epidemia la curva sarebbe devastante. Vogliamo che i tamponi vengano eseguiti su tutti ogni 20 giorni. Serve maggior collaborazione tra l'amministrazione e i sindacati, ma anche le cooperative. Tanto che voglio chiedere un incontro al direttore proprio per discutere di questo tema e realizzare anche un protocollo da seguire per i detenuti che lavorano fuori dal carcere".
All'interno del Due Palazzi la popolazione carceraria è composta da 600 persone, cui si aggiungono 400 agenti. Al momento, però, l'Ulss ha fatto sapere che il focolaio è sotto controllo. I detenuti infetti sono stati spostati in un'ala normalmente utilizzata come polo universitario. Due piani sono in isolamento, mentre i poliziotti positivi sono in quarantena. Nei prossimi giorni tutti saranno nuovamente testati.
metropolisweb.it, 10 novembre 2020
"Ho appreso da diversi media locali del focolaio scoppiato nel carcere di Poggioreale, dove sono risultati positivi 30 detenuti, due dei quali trasferiti d'urgenza in ospedale. Solo pochi giorni fa ho denunciato la mancanza di strutture adeguate per la presa in carico dei casi di contagio da Covid-19 all'interno delle carceri. In questi mesi Bonafede ha solo perso tempo e non ha fatto nulla per garantire il diritto all'assistenza sanitaria dei detenuti ed evitare che si ripetano le scene già viste in primavera: scarcerazioni indiscriminate (anche di boss della criminalità organizzata), disordini, rivolte e tentativi di evasione". Lo sottolinea in una nota Piera Aiello, deputata del gruppo Misto.
"Ho visitato Poggioreale un mese fa e ho potuto verificare personalmente le condizioni in cui versa la struttura. Quel carcere va chiuso. Non solo perché gli spazi destinati alla cura del Coronavirus appaiono del tutto inadeguati allo scopo, ma anche per lo stato di degrado generale, il sovraffollamento e tutti i rischi che ne derivano per la sicurezza del personale di Polizia penitenziaria e dei detenuti", conclude Aiello che è anche componente della commissione Antimafia e da anni sotto scorta per le minacce ricevute dalla mafia.
tgcom24.mediaset.it, 10 novembre 2020
La donna, all'epoca responsabile della sezione di Alta Sicurezza del carcere di Opera, era imputata per non aver diagnosticato in tempo un tumore e per non aver applicato la "terapia del dolore". Una dottoressa è stata condannata a 6 mesi dal Tribunale di Milano per "lesioni" nei confronti di un ergastolano che morì poi all'ospedale San Paolo nel dicembre del 2014.
All'epoca responsabile del reparto della sezione di alta sicurezza del carcere di Opera, la donna era imputata per non aver diagnosticato in tempo un tumore di cui era affetto il detenuto e per non aver nemmeno applicato la corretta "terapia del dolore" per lenire le sue sofferenze.
Il giudice della quinta penale Alessandro Santangelo ha riqualificato l'accusa di omicidio colposo in lesioni perché, in sostanza, quella forma di carcinoma polmonare avrebbe avuto comunque esito letale. Stando alle indagini del pm di Milano, Maria Letizia Mocciaro, la dottoressa avrebbe causato "una sofferenza estrema" al detenuto perché non valutò "correttamente" i sintomi, non dispose "i corretti esami", non diagnosticò "4-6 settimane prima il tumore", non avviò "la corretta terapia radioterapica e/o chemioterapica con finalità palliativa", né una "terapia del dolore che avrebbe mitigato in tal modo la sindrome dolorosa, migliorando la qualità di vita residua del paziente e allungando la vita dello stesso fino a 3-5 mesi".
A partire dall'agosto 2014, sempre secondo il pm, il medico non avrebbe prescritto "esami più approfonditi di secondo livello che, secondo l'ars medica, avrebbero potuto condurre alla corretta diagnosi, data la persistenza e l'aggravamento del quadro clinico fortemente sospetto per una patologia tumorale e l'approntamento di una terapia adeguata".
di Roberta Rampini
Il Giorno, 10 novembre 2020
Al carcere di Bollate sono stati raccolti quaranta pacchi per chi si trova in difficoltà. In termini giuridici si chiama giustizia riparativa: chi sta dentro (i detenuti) fa qualcosa di buono per chi sta fuori. Un modo per riparare il danno fatto alla società da parte di chi ha commesso un reato. A noi piace definirla una storia di straordinaria solidarietà. È quella che arriva dal carcere di Bollate. Un gruppo di detenuti dell'associazione Catena in movimento, all'insegna dello slogan "Insieme abbattiamo l'indifferenza", ha raccolto generi alimentari e preparato 40 pacchi da consegnare ad altrettante famiglie in difficoltà di Milano.
L'idea è nata dietro le sbarre, da Mario, Cristian, Domenico, Antonio, Maurice, Edgar, Lister, Roberto, Prince e Paolo, che hanno voluto pensare a chi sta fuori e vive una situazione di disagio. In poche settimane si è creata una "catena di solidarietà" che ha consentito di far arrivare quei pacchi alle famiglie, Simona Gallo, funzionario area giuridico pedagogica del carcere di Bollate che ha fatto da ponte tra dentro e fuori, Luisa Specchio, consigliere comunale milanese, Giovanni Zais, presidente di Milano Positiva e don Lorenzo Negri, parroco della Chiesa di San Gabriele Arcangelo in Mater Dei.
"In occasione del primo lockdown i detenuti che lavorano per l'associazione Catene in Movimento hanno confezionato oltre 10mila mascherine per la popolazione carceraria e non solo - spiega Gallo -. Per sdebitarsi con i compagni altri detenuti hanno deciso di iniziare una raccolta di generi alimentari, c'è stata una grande generosità da parte di tutti e così hanno deciso di donare. Sono state individuate 40 famiglie che vivono un disagio economico". Anche nel primo lockdown i detenuti del carcere alle porte di Milano avevano raccolto 1.405 euro da donare alla protezione civile e 250 chili di generi alimentari per il Banco Alimentare della Lombardia.
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- Il lettore, un soggetto pericoloso











