di Giulia Antenucci
abruzzolive.it, 8 novembre 2020
La situazione nel carcere dell'Aquila è seria ed in continua evoluzione di casi accertati positivi al contagio da coronavirus, tra poliziotti penitenziari ed un'addetta mensa, per un totale di undici, tenendo anche conto di un considerevole numero di lavoratori posto in isolamento fiduciario.
Già da alcuni giorni le associazioni sindacali Cgil e Fp Cgil stanno rivendicando una dura e inarrestabile battaglia, inviando più esposti ed appelli alla Procura, Asl, Nas, Prefettura, Presidente Corte d'Appello, sindaco ed Autorità politiche ed istituzionali varie, visto il possibile rischio focolaio all'interno del penitenziario aquilano che ha portato anche alla chiusura della mensa nei giorni scorsi, e poi successivamente essere riaperta.
A darne notizia sono Francesco Marrelli della Cgil dell'Aquila, Anthony Pasqualone della Fp Cgil L'Aquila) e Giuseppe Merola della Fp Cgil Abruzzo Molise-Comparto Sicurezza che, ancora una volta, evidenziano le rivendicazioni poste in essere, coinvolgendo costantemente la Direzione Generale e Sanitaria dell'Asl 1 Aquila-Avezzano-Sulmona, considerato che i poliziotti penitenziari hanno dovuto effettuare test diagnostici a pagamento presso laboratori convenzionati. Solo grazie all'apprezzabile e scrupoloso interessamento istituzionale della Prefetta dell'Aquila, nonché dell'Amministrazione Penitenziaria, sarà avviata un'attività di screening a mezzo un drive in, nei prossimi giorni ed in tre punti della Città, con la collaborazione di Esercito e Carabinieri.
"Solo così, finalmente, le lavoratrici ed i lavoratori potranno essere monitorati e si potranno scongiurare eventuali alterazioni nefaste per l'incolumità pubblica e penitenziaria", continuano i sindacalisti, "non dimenticando quanto è accaduto nei mesi scorsi in diverse Rsa e senza tralasciare il preoccupante numero di detenuti e personale vario contagiato in diversi carceri del Paese. L'apparato penitenziario generale del Paese è abbastanza vulnerabile, presentando già delle precarietà logistiche e strutturali, per cui necessita di una maggiore attenzione e salvaguardia sia per i detenuti che per gli addetti ai lavoratori, e pertanto continueremo ad essere sentinelle vigili per la tutela della difesa collettiva", conclude Cgil e Fp Cgil senza mezzi termini.
cittadellaspezia.com, 8 novembre 2020
Accordo tra il Comune della Spezia, l'amministrazione carceraria e alcune associazioni per il lavoro "extra-murario". Il Comune della Spezia si avvràà delle attività di reinserimento lavorativo dei detenuti presso la casa circondariale della Spezia. Uno specifico programma, articolato in interventi di cura e manutenzione degli spazi urbani, sarà stilato nelle prossime settimane, ma intanto c'è l'accordo tra Palazzo Civico, l'amministrazione di Villa Andreini ed una serie di associazioni del terzo settore con ATS Isforcoop come capofila. Nel perseguire un fine rieducativo della pena, quello di far svolgere ai carcerati dell'attività lavorativa è una pratica comune e dall'efficacia provata. Queste attività promuovono il reinserimento sociale del detenuto, soprattutto quando il lavoro è extra-murario, ovvero si svolge al di fuori dell'istituto di pena.
Il primo protocollo d'intesa tra Anci e il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria che promuoveva lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità da parte di soggetti in stato di detenzione risale ormai al 2012. Tra gli scopi: "l'accrescimento del senso di autonomia e responsabilità dei soggetti coinvolti; motivazioni ed interessi degli stessi verso possibili percorsi professionali futuri; migliorare la qualità della vita in carcere; aumentare la socializzazione ed allentare le tensioni prodotte dalla condizione detentiva; favorire il recupero e l'acquisizione di abilità e competenze individuali; lo sviluppo nei detenuti un senso etico di rispetto per l'ambiente e la riduzione dei rischi di recidiva".
Cura e manutenzione degli spazi urbani sono gli ambiti in cui il Comune della Spezia dispiegherà il lavoro dei detenuti. L'individuazione dei soggetti - "idonei e motivati" - spetta alla casa circondariale diretta dalla dottoressa Anna Rita Gentile. Tra le associazioni coinvolte Conform, Consorzio Agorà, Fondazione Cif Formazione, Ceis Centro di Solidarietà, Villaggio del ragazzo, Ente Forma, Il sentiero di Arianna, Golfo del Tigullio e S.E.I. C.P.T Cooperarci. L'accordo durerà un anno.
La Sicilia, 8 novembre 2020
L'avvocato Domenico Acciarito che ha presentato più istanza per potere fare eseguire l'intervento. Un detenuto di 32 anni del carcere di Bicocca ha iniziato dal 4 novembre scorso lo sciopero della fame perché da mesi chiede inutilmente di potere essere sottoposto a un urgente intervento chirurgico a una gamba che lo rende invalido. Lo ha reso noto il suo legale, l'avvocato Domenico Acciarito, che ha presentato più istanza per potere fare eseguire l'operazione.
"È stanco e il dolore è insopportabile - spiega il penalista - e dopo mesi e mesi a chiedere gli venga riconosciuto il diritto alla salute, sancito da Costituzione e della Cedu, ha deciso di passare a un gesto eclatante: da tre giorni rifiuta il cibo. Il detenuto, agli arresti dal febbraio scorso in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere mafia e traffico di stupefacenti, il 27 marzo del 2019 ha avuto un incidente stradale ed è stato operato per una frattura scomposta alla tibia con lesioni ai legamenti laterali. Operato gli sono stati impiantate delle placche che gli causano un deficit di estensione. Per questo, su parare dei medici, deve essere operato per "la rimozione del mezzo di sintesi" e poi avviare "subito un trattamento riabilitativo inderogabile".
"Il mio assistito - sottolinea l'avvocato Acciarito nella quarta richiesta di sospensione dell'ordinanza e la concessione dei domiciliari con braccialetto elettronico per il tempo necessario all'intervento e alla riabilitazione - continua giornalmente a sottoporsi ad antidolorifici per il dolore acuto e una struttura sanitaria pubblica per ben due volte ha certificato che le placche devono essere rimosse con urgenza. È costretto a muoversi in carcere con due stampelle". Per questo chiede che il suo assistito venga "sottoposto ad intervento di rimozione" nell'ospedale di Lentini, dove gli sono state applicate le placche. L'ultima richiesta l'avvocato l'ha presentata lo scorso 4 novembre.
Il Dubbio, 8 novembre 2020
Al momento ignoti i motivi del provvedimento. L'attivista e avvocatessa iraniana per i diritti umani, Nasrin Sotoudeh, è stata scarcerata in via temporanea "con il consenso del magistrato responsabile delle carceri femminili". Lo ha annunciato il sito della magistratura iraniana "Mizan Online", senza precisare i motivi del provvedimento.
Nei mesi scorsi l'avvocatessa ha iniziato un lungo sciopero della fame per protesta contro la detenzione dei prigionieri politici in Iran, interrotto a metà settembre per problemi cardiaci. Il mese scorso Sotoudeh è stata trasferita senza preavviso dal famigerato carcere di Evin, a Teheran, a quello di Qarchak, penitenziario altrettanto famigerato dove le condizioni sono anche peggiori.
Secondo l'agenzia Mizan "Nasrin Sotoudeh ha ottenuto un permesso di uscita temporaneo in accordo con l'assistente supervisore della prigione femminile". L'agenzia non ha fornito ulteriori dettagli.
L'Iran ha rilasciato temporaneamente migliaia di prigionieri a causa dei timori della diffusione del coronavirus nelle carceri dei paesi del Medio Oriente più colpiti dall'epidemia. Accusata di "propaganda sovversiva", l'attivista è stata condannata nel 2018 a 148 frustate e 33 anni e mezzo di carcere, di cui dovrà scontarne almeno 12. Sotoudeh, che assieme al marito è fra i principali attivisti iraniani per i diritti umani, si è sempre detta innocente, dicendo di aver soltanto manifestato pacificamente per i diritti delle donne e contro la pena di morte.
Il 20 ottobre era stata trasferita nella prigione di Qarchak, nota per i maltrattamenti sui prigionieri politici. A comunicarlo il marito Reza Khandan, che denuncia l'ennesimo abuso ai danni della moglie. Ieri "le guardie della prigione di Evin hanno chiamato Nasrin e le hanno detto di essere pronta per il trasferimento in ospedale. Invece è stata trasferita direttamente alla prigione di Qarchak! - ha scritto sul proprio profilo Facebook - Tre settimane fa, dopo essere stata ricoverata in ospedale, è stata riportata in prigione prima di completare l'intero trattamento.
Secondo gli esperti, avrebbe dovuto essere nuovamente trasferita in ospedale per un esame cardiaco urgente e angiografia, ma invece le autorità di Evin l'hanno trasferita nel carcere di Qarchak, dove le condizioni sanitarie e di detenzione sono anche peggiori del carcere di Evin". Sotoudeh soffre di una serie di problemi di salute cronici. La prigione di Qarchak è una struttura per sole donne in una fabbrica di polli inutilizzata a sud di Teheran, nota per le condizioni antigieniche e il maltrattamento dei prigionieri politici.
Nella stessa prigione si trova anche la ricercatrice dell'Università di Melbourne Kylie Moore-Gilbert, condannata nel 2018 a dieci anni di carcere per presunto spionaggio, un'accusa spesso intentata contro cittadini stranieri e con doppia cittadinanza. L'accademica è stata trasferita in prigione a luglio dopo essere stata detenuta a Evin. Fonti hanno riferito al Guardian che la ricercatrice è rimasta terrorizzata dagli agenti della struttura, con prigionieri regolarmente perquisiti e vulnerabili a focolai di malattie.
di Stefano Montefiori
Corriere della Sera, 8 novembre 2020
Le decapitazioni attuate da jihadisti e gli attacchi da parte di Erdogan mettono alla prova un presidente che non aveva fatto della laicità una sua bandiera. "Ora potrebbe fare più e meglio dei predecessori". Emmanuel Macron è cambiato. Ci sono voluti orrori come le decapitazioni all'uscita da scuola a Conflans e nella chiesa di Nizza, e gli insulti senza precedenti del presidente turco Erdogan, per fargli prendere una posizione chiara contro un nemico, l'Islam politico, indicato come una minaccia all'esistenza stessa della République. Le moschee radicali come quella di Pantin vengono chiuse, le associazioni islamiste come BarakaCity sciolte per decreto, gli imam finanziati dalle potenze straniere (soprattutto Turchia, poi Algeria e Marocco) destinati a essere sostituiti da religiosi formati - e controllati - in Francia, le prepotenze non solo verbali dell'aspirante califfo Erdogan affrontate senza cedimenti, la difesa della libertà di espressione e delle caricature di Charlie Hebdo ribadita senza esitazioni. Eppure fino a qualche tempo fa Macron affrontava le questioni della laicità, dell'identità nazionale, del rapporto con le religioni con una apparente svogliatezza, un laissez-faire da liberale all'anglosassone quale in fondo è: il presidente francese sembrava privilegiare il multiculturalismo, quell'idea che i cittadini possano conservare diverse lealtà verso lo Stato, certo, ma anche verso la comunità religiosa di appartenenza, e pazienza se i sistemi di valori collidono.
Ancora nel 2016, pochi mesi dopo gli spaventosi attentati a Charlie Hebdo e poi al Bataclan e ai ristoranti parigini, Macron sbuffava contro l'allora premier Manuel Valls e lo accusava di usare la sua "laicità vendicativa" come un'arma "contro la religione musulmana".
La pretesa rottura del giovane Macron nei confronti della vecchia politica si esprimeva anche distaccandosi dalla tradizione nazionale sulle questioni dell'identità. Non importano le tue origini o le tue credenze religiose, sarai un buon francese se adotterai i valori della République (laicità compresa): questo è quel che prevede il modello dell'assimilazione alla francese. Macron sembrava poco convinto, o comunque distratto, e nella prima parte del mandato di tutto si è occupato fuorché della minaccia dell'Islam politico.
"Macron è il classico tecnocrate, l'uomo meno indicato per interessarsi a questioni di fondo come l'identità di una nazione. Ma non si possono scegliere gli eventi, ed è possibile che la Storia stia trasformando un piccolo politico, un alto funzionario senza visione, in un uomo di Stato.
È un processo al quale stiamo assistendo in diretta, e devo ammettere con mia grande sorpresa che alla fine Emmanuel Macron potrebbe rivelarsi, sul tema cruciale della difesa della civiltà, migliore dei suoi predecessori". A parlare è Céline Pina, 50 anni, ex consigliera regionale socialista nell'Ile de France, una figura molto nota in Francia da quando nel 2015 entrò in conflitto con la gerarchia del partito denunciando le frasi di inaccettabile violenza ascoltate al "Salone della donna musulmana" di Pontoise.
"I predicatori recitavano tutto il repertorio islamista, ovvero gli strali contro le donne che vanno in giro senza velo e quindi sono svergognate che non possono poi lamentarsi se vengono stuprate, le minacce ai musulmani che osano dedicarsi alle attività da kuffar, miscredenti, come la musica o la danza, l'idea che le leggi da seguire non sono quelle della Repubblica ma del Corano", ricorda Pina. Quel che le accadde rappresenta una parte significativa della storia recente della Francia. Da sempre militante e poi eletta a sinistra, Céline Pina venne messa ai margini nel partito e accusata "di fare il gioco del Front National", l'eterna accusa utilizzata per mettere a tacere chi sottolinea i problemi.
Un boicottaggio nei confronti della Francia, incrociato alle accuse da parte del leader turco Erdogan, ha attraversato il mondo musulmano: vuoti gli scaffali nei market, dal cioccolato ai formaggi. Qui un supermarket in Giordania (foto Epa/Ansa) Un boicottaggio nei confronti della Francia, incrociato alle accuse da parte del leader turco Erdogan, ha attraversato il mondo musulmano: vuoti gli scaffali nei market, dal cioccolato ai formaggi. Qui un supermarket in Giordania (foto Epa/Ansa)
L'anno successivo, ormai uscita da un Ps in crisi di identità, ha scritto Silence coupable (Silenzio colpevole), un atto d'accusa contro la classe dirigente di destra e di sinistra che ha chiuso gli occhi. "Non lo avrei mai detto, ma Macron potrebbe fare molto meglio di Sarkozy o Hollande". Sarkozy, che pure lanciò un grande dibattito sull'identità nazionale, ma allo stesso tempo allacciò legami sempre più stretti con il Qatar finanziatore dei Fratelli musulmani. Hollande che pure subì durante il suo mandato gli spaventosi attentati del 2015, "e nel momento cruciale scelse, poco coraggiosamente, la strada più facile".
Dopo quegli attentati il premier socialista Valls si fece interprete di una linea intransigente contro il terrorismo, ovviamente, ma anche con l'ideologia che lo nutre, ovvero l'islamismo politico, la pretesa dei musulmani radicali di vivere secondo regole proprie, superiori a quelle dello Stato. Valls venne accusato - soprattutto a sinistra - di attaccare così milioni di musulmani francesi. All'opposto della linea di Valls c'era quella di Jean-Louis Bianco, presidente dell'Osservatorio della laicità, organismo incaricato di sorvegliare sulle minacce ai valori della Repubblica.
Samuel Paty, 47 anni, sposato e padre di un figlio, insegnava Storia, Geografia ed Educazione Civica. Durante una lezione sulla libertà di espressione aveva mostrato vignette su Maometto: è stato decapitato da un diciottenne a Conflans, vicino Parigi Samuel Paty, 47 anni, sposato e padre di un figlio, insegnava Storia, Geografia ed Educazione Civica. Durante una lezione sulla libertà di espressione aveva mostrato vignette su Maometto: è stato decapitato da un diciottenne a Conflans, vicino Parigi.
Bianco ha avuto un atteggiamento ambiguo, talvolta vicino ad ambienti islamici radicali. "Valls ne chiese l'allontanamento, Hollande non lo ascoltò. Ancora una volta, tra i socialisti e nel governo fu la coerenza a perdere e la linea Bianco, accomodante, a vincere". I perché di questa acquiescenza verso l'Islam radicale sono molti. C'è la convinzione che i musulmani siano i nuovi deboli, i nuovi proletari che la sinistra ha il dovere di proteggere come un tempo con gli operai, che sono scomparsi o votano Front National. "Ma c'è pure banalmente il clientelismo, la consapevolezza che per essere eletti alla periferia nord di Parigi occorre avere un buon rapporto con la comunità musulmana e quindi con i suoi rappresentanti più radicali".
Oggi Macron ha indicato il nemico. Che non è più il solito "lupo solitario" con problemi psichiatrici. L'uccisione del professore ha indicato che le responsabilità andavano cercate certo nel terrorista ceceno, ma anche nella campagna di odio organizzata online dal padre di una allieva. Il contrasto Macron-Erdogan è decisivo: dove vogliamo mettere il segno di separazione tra ciò che va combattuto e ciò che può essere tollerato? Secondo Erdogan, e i suoi alleati francesi fautori dell'Islam politico, ci sono da una parte pochi terroristi e dall'altra l'insieme dei musulmani che non vanno offesi con la libertà di espressione. "Secondo Macron, finalmente, bisogna combattere i terroristi e anche gli islamisti radicali, che preferiscono la sharia alle leggi dello Stato", dice Pina. È la battaglia dei prossimi anni, molto più vasta e pericolosa, ma che Macron ha deciso di combattere.
di Mario Pierro
Il Manifesto, 8 novembre 2020
Le misure. Due miliardi e mezzo di euro per le zone rosse e arancioni. Francesco Laforgia (LeU): "Non possiamo andare di chiusura in chiusura in attesa del vaccino. Serve un reddito universale per chi perde il lavoro". In attesa del tris, l'altro ieri notte il governo ha varato il secondo "decreto ristori" che risarcisce imprese e terzo settore colpiti dal semi-lockdown nelle zone rosse e arancioni e stanzia un bonus baby-sitter da mille euro ai genitori lavoratori con figli costretti a casa dalla decisione di chiudere le scuole superiori, e la seconda e terza media nelle zone rosse e arancioni. Previsto un congedo straordinario con il riconoscimento di un'indennità del 50 % dello stipendio per i genitori lavoratori dipendenti.
Il nuovo decreto sarà inserito come emendamento al primo "decreto ristori" attualmente in discussione in parlamento. Il suo valore è pari a 2 miliardi e 500 milioni di euro. È previsto che gli importi previsti saranno accreditati sui conti correnti a chi ha già usufruito dei sussidi nel lockdown precedente, altrimenti sarà necessario fare domanda.
Il governo promette di erogare in fretta i fondi. In sostanza si tratta di un ampliamento degli indennizzati due settimane fa, a fondo perduto, con il 200% di quanto ricevuto a giugno per una lunga lista di codici Ateco: ristoranti, palestre, cinema e teatri e al 400% per le discoteche. Per chi è stato ulteriormente colpito dal nuovo "Dpcm" il contributo è aumentato di un altro 50 per cento. Il presidente del Consiglio Conte ha detto che i bonifici scatteranno da martedì prossimo. Secondo il ministro dell'economia Gualtieri i bonifici stanziati dal primo decreto ristori del 26 ottobre ha già raggiunto più di 211 mila imprese per un totale di oltre 964 milioni di euro sui 5,4 già stanziati.
Il prossimo mese, in caso di prolungamento dei lockdown, o che la loro estensione in altre regioni, e comunque fino alla fine della pandemia, il governo a moltiplicare i "ristori" per una parte della perdita del fatturato, rafforzando gli indennizzi temporanei. Di emergenza in emergenza, si porrà sempre il problema di un altro decreto per coprire i danni subiti da questa o da un'altra categoria che non riprenderà l'attività "normalmente" nel periodo tra una chiusura e un'altra.
Anche per questo nel "ristori bis" il governo ha istituito un fondo per compensare automaticamente le attività delle regioni che saranno interessate da future misure restrittive. Nel frattempo avverrà in maniera carsica la chiusura delle attività piccolo-imprenditoriali e la perdita del lavoro - oggi quelli precari - dopo il prossimo 21 marzo forse anche quelli dipendenti se non verrà prolungato ancora il blocco dei licenziamenti. Invisibile, aumenterà la povertà e il lavoro povero sarà ancora più povero.
Continua a mancare una riforma universalistica del Welfare, di tipo strutturale, che potrebbe partire dall'estensione senza vincoli né condizionalità del "reddito di cittadinanza" a una platea potenziale di 14 milioni di lavoratori poveri, oltre ai poverissimi ai quali è rivolto oggi. I bonus per lavoratori dello spettacolo, del turismo e stagionali, e il "reddito di emergenza" previsti dal primo decreto "ristori" saranno in vigori per uno o due mesi. Dopo, saranno rinnovati, ma non saranno sufficienti per fermare l'onda della crisi.
Nella pioggia di norme previste dal decreto ristori "bis" si segnalano lo stop della rata Imu di dicembre, il credito di imposta cedibile al proprietario dell'immobile pari al 60% dell'affitto da ottobre a dicembre, la sospensione dei pagamenti dell'Iva per novembre; la sospensione dei contributi previdenziali e assistenziali per novembre; rinvio del secondo acconto Ires e Irap per le attività a cui si applicano gli Indici sintetici di affidabilità (Isa).
Ci sono nuove risorse per il trasporto pubblico locale: 300 milioni di euro anticipati rispetto al 2021. 340 milioni per l'esonero dal versamento dei contributi previdenziali alle imprese agricole, della pesca e dell'acquacoltura, per le aziende di vino e birra. Saranno assunti a tempo determinato 100 fra medici e infermieri militari, confermati a fino al 31 dicembre di 300 medici e infermieri Inail. Rafforzati gli obblighi di pubblicità e trasparenza sui dati epidemiologici. Soddisfatti Arci e Acli per il fondo ai circoli e alle attività economiche non commerciali.
di Massimo Congiu
Il Manifesto, 8 novembre 2020
Le proteste sono cominciate il 22 ottobre contro una sentenza della Corte costituzionale che inasprisce ulteriormente le già restrittive leggi sull'interruzione di gravidanza. C'è chi le ha definite le più imponenti manifestazioni polacche dalla svolta politica del 1989. Parliamo delle proteste iniziate lo scorso 22 ottobre contro una sentenza della Corte costituzionale votata a inasprire ulteriormente le già restrittive leggi sull'interruzione di gravidanza.
Essa vieterebbe infatti l'aborto anche in caso di gravi malformazioni del feto. Le dimostrazioni pubbliche susseguitesi da quel giorno sono state massicce e hanno avuto luogo in diverse città del paese. Finora le donne hanno chiaramente svolto un ruolo centrale in questa mobilitazione, ne sono state ispiratrici e promotrici. La protesta però si è allargata, ha coinvolto molti giovani e assunto un carattere complesso. I manifestanti, infatti, non hanno tardato a chiedere le dimissioni del governo e si sono pronunciati a favore di una società libera dall'influenza di una chiesa capace di condizionare le scelte politiche e la vita delle donne, delle famiglie.
Una mobilitazione massiccia, si diceva, che ha organizzato cortei, blocchi stradali, uno sciopero generale e picchetti nelle chiese, attaccando in questo modo la Conferenza episcopale polacca che aveva accolto con soddisfazione la sentenza. Sentenza giunta dietro richieste del partito di maggioranza Diritto e Giustizia (PiS), forza politica nazionalista e conservatrice, di quelle per cui la formula patria-chiesa-famiglia rappresenta i valori fondamentali di una popolazione sana. Va detto che dal 2015, anno dell'approdo del PiS al potere, il governo polacco si è speso per una revisione della già restrittiva legge sull'aborto. Emanata nel 1993, la stessa è senz'altro una delle più limitative esistenti in tale ambito. Essa concede infatti il diritto di aborto solo nei casi di stupro, incesto e pericolo di vita per la madre.
Come già detto, la sentenza escluderebbe la possibilità di intervenire nei casi di malformazione e problemi di salute del feto, una disposizione tanto voluta dal governo che però oggi, dopo numerosi giorni di manifestazioni continue e partecipate sembra in difficoltà e ritarda l'esecuzione della sentenza. La domanda, nel momento in cui questo articolo viene scritto, è se l'esecutivo si stia davvero preparando a compiere concretamente un passo indietro.
Sta di fatto che questa situazione viene già vista come un primo successo dei manifestanti che erano già scesi in piazza, soprattutto nel 2016 e nel 2018 per gli stessi motivi. Allora come oggi sono in ballo cambiamenti fondamentali per la società polacca e una maggiore possibilità di autodeterminazione femminile. C'è una società civile che si attiva per questo e si pone in contrasto con certi poteri politici ed ecclesiastici che aspirano evidentemente ad un controllo sociale in nome di codici morali considerati limitanti e unicamente funzionali all'esercizio del potere.
Quello della legge sull'aborto è uno spunto di grande importanza; del resto, il carattere restrittivo della legislazione vigente nel paese ha portato a far crescere in modo continuo il numero delle donne che abortisce legalmente all'estero o clandestinamente in patria.
Molte donne scelgono di andare all'estero per effettuare l'interruzione di gravidanza. Le mete principali risultano essere la Slovacchia e la Repubblica Ceca seguite da Paesi Bassi, Germania e Lituania. Per quello che riguarda invece gli aborti legali vi è da osservare che, secondo le statistiche a disposizione, nel 2019 ci sono state 1.100 interruzioni di gravidanza, la stragrande maggioranza delle quali dovute a malformazioni del feto, cioè proprio alle motivazioni che la sentenza non ammetterebbe più come ragioni accettabili per procedere all'interruzione di gravidanza.
Secondo le stime della Federazione delle Donne e della Pianificazione Familiare, un'organizzazione femminista, dal 2016 un numero di donne compreso fra 80.000 e 120.000 abortisce illegalmente in patria o legalmente all'estero. Ora si attendono aggiornamenti sulle decisioni del governo di Varsavia che, chiedendo a gran voce disposizioni più severe in materia di aborto, secondo diverse Ong a livello internazionale, ha violato i diritti delle donne. Inoltre la commissaria del Consiglio d'Europa per i diritti umani ha definito lo scorso 22 ottobre un giorno triste per le donne. Donne che in questi giorni sono state protagoniste, organizzatrici instancabili e, si spera, artefici di un cambiamento.
di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 7 novembre 2020
Ho sempre ammirato chi ha il dono della sintesi, in un Paese dove tutti straparlano di cose che non sanno; un po' meno, invece, chi conciona senza aver letto prima quel che ancora non c'è.
Così, su Repubblica del 5 novembre, a proposito della sentenza della Corte Costituzionale (la cui motivazione verrà per l'appunto depositata nelle prossime settimane) Liana Milella dà i voti, e come sempre lo fa usando l'accetta: "ha ragione Bonafede....che era ricorso a un decreto per obbligare le toghe... E hanno torto i magistrati" che, manco a dirlo (udite udite) "hanno subito ritenuto lesa la loro autonomia...".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 7 novembre 2020
Il lugubre finalismo vendicativo dei giustizialisti suppone che il detenuto debba marcire nella sua cella fino alla morte, negandogli il diritto alla cura. "E' tutto nella legge". Così ha detto l'altra sera il giornalista Luca Telese, discutendo con il direttore di questo giornale durante la trasmissione "Non è l'Arena".
di Errico Novi
Il Dubbio, 7 novembre 2020
Sulla riforma del processo penale, la commissione Giustizia di Montecitorio ha voluto ascoltare anche gli accademici, dopo aver già incassato le critiche dell'Anm e, soprattutto, dell'avvocatura.
Fermatevi, please. O meglio: fermatela. Fermate l'ordalia dei reati. Arginate la bulimia del processo penale. Lo chiedono a gran voce i giuristi. Lo hanno ribadito in un'audizione sul ddl del guardasigilli Alfonso Bonafede, svolta giovedì scorso a Montecitorio, in commissione Giustizia. Da una parte il professore della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa Tullio Padovani, tra i massimi padri della scienza processual penalistica italiana, che con impietosa, entomologica puntualità smonta gli auspici deflattivi della riforma.
Dall'altra un costituzionalista che si dichiara preliminarmente portatore di "un'ottica parziale, direi diagonale, sulla materia" come Alfonso Celotto, ordinario all'università Roma Tre, che precede l'intervento di Padovani e di Serena Quattrocolo, professoressa di Diritto processuale penale presso l'università del Piemonte orientale. Ebbene, è proprio il presunto intruso Celotto a tradurre in un accorato appello il senso che in fondo si potrebbe cogliere anche nelle parole degli altri due accademici: "Il punto è che sono state attratte nella sfera del processo penale troppe fattispecie anche minori, per le quali era più che sufficiente un altro genere di sanzione.
Se arriviamo a un milione e mezzo o due milioni di processi, come pure si legge nella relazione introduttiva della riforma, vuol dire che dobbiamo ridurre il numero dei reati, altrimenti non spegneremo mai l'incendio del carico eccessivo". Dobbiamo, in una parola, "depenalizzare".
Celotto: "pene pecuniarie oltre alle multe: che senso ha?" - Ecco, la frase di Celotto, pronunciata con pacatezza, è rimbombata nella Sala del Mappamondo non solo perché a presidiarla c'erano pochissimi deputati, tra i quali il vertice della commissione Mario Perantoni, dei 5 Stelle, con gli altri collegati in videoconferenza. La sala era solenne e vuota. Ma le parole del costituzionalista si sono udite benissimo, e non possono che rievocare il vano tentativo compiuto al tavolo del ministro, quasi due anni fa, da Anm e Unione Camere penali. Furono le rappresentanze di magistrati e avvocati a proporre alcune ipotesi di riforma, solo in parte accolte nel testo varato a inizio 2020 in Consiglio dei ministri, e a sollecitare anche ampi interventi di depenalizzazione. Alla fine l'ipotesi non ha retto alla prova dell'intesa politica e ne sono sopravvissute pochissimi riverberi sul fronte della nuova disciplina delle contravvenzioni, peraltro minuziosamente destrutturata dalle critiche di Padovani.
L'ordinario di Diritto costituzionale a Roma Tre, da giurista di estrazione eterodossa, fa notare cose semplicissime: "Ci sono fattispecie in materia ambientale e urbanistica già sanzionate sul piano amministrativo a cui, per creare un'ulteriore deterrenza, si aggiunge anche la responsabilità penale. Ma anche considerato che poi la sanzione penale è un'ammenda, cioè un'ulteriore sanzione economica, non si spiega il motivo per cui si debbano andare a ingolfare le sezioni penali dei Tribunali. Prima ancora della procedura", è la inevitabile raccomandazione di Celotto, "andrebbe dunque modificato il codice penale. Se io commetto un piccolo abuso edilizio, la sanzione di una forte multa e della demolizione è già molto persuasiva".
Padovani sottopone, senza pietà, i propositi deflattivi ai raggi X - Padovani è il primo processual penalista a essere divenuto accademico dei Lincei. Intanto contesta la cosiddetta "indicazione delle priorità, fra i reati, che dovrebbe essere avanzata dagli uffici di Procura con una serie di consultazioni e criteri, fra cui persino la dotazione di strumentazioni tecnologiche.
Cosa vuol dire, che se in quell'ufficio non ci fossero mezzi abbastanza evoluti per poter contrastare i reati informatici e per questo si decidesse di non inserire quelle fattispecie in cima alla gerarchia dei delitti da perseguire, i criminali informatici sposteranno i propri interessi tutti in quel distretto? Ma è assurdo".
Padovani ha una prosa fiammeggiante che annichilisce i deputati, nessuno dei quali alla fine, osa porgergli quesiti. Si sofferma anche sul "corto circuito che si rischia di creare fra le cosiddette priorità e la neo-introdotta disciplina dei termini per le indagini preliminari, ora presidiati anche da sanzioni disciplinari a carico del pm che non li rispettasse: ci troveremo dunque con magistrati inquirenti che da una parte avranno relegato in fondo alla graduatoria delle urgenze tutta una serie di materie, destinate quindi a finire sul binario morto della prescrizione; dall'altra però ci sono le sanzioni e dunque la necessità di chiudere tutto. Se la storia delle priorità voleva essere una disciplina surrettizia della prescrizione, mi pare che si sia riusciti a creare un meccanismo esplosivo".
Da instancabile sostenitore delle battaglie dei penalisti (categoria di cui pure fa parte), Padovani sollecita il Parlamento ad affrontare casomai "il nodo vero, quello dell'obbligatorietà". Poi però indaga sulle zone grigie della materia, e in particolare sugli interventi, previsti nel ddl penale, relativi alle pene pecuniarie: "Si rischia di perdere l'occasione sulla cosiddetta pena pecuniaria per tassi". Eppure, anche grazie al lavoro svolto dallo stesso Padovani nell'89 come consulente di via Arenula, "un po' di strada si era fatta: per esempio con l'articolo 459 comma 1 bis sul decreto penale.
Dobbiamo arrivare a una vera mutuazione, dal modello portoghese, del meccanismo per cui si sostituisce la pena detentiva con una pecuniaria moltiplicata per il numero di giorni di carcere altrimenti sofferti, ma calibrata in ragione delle reali possibilità economiche del soggetto. Con la riforma attuale", avverte Padovani in commissione Giustizia, "sapete cosa avverrebbe? Che una pena pecuniaria sostitutiva dell'arresto passerebbe da 45mila a 32mila euro: ma a che serve? Sono sempre troppi, per un poveraccio. Bisogna tenere conto di quello che realmente può pagare".
Poche attenuanti, da Padovani, anche per l'articolo 10 della riforma, relativo alle contravvenzioni, in cui il tentativo di rendere la sanzione pecuniaria concorrenziale con quella detentiva gli pare "confuso e non facilmente interpretabile: le norme esistenti sono più vantaggiose. Se si vuole snellire il sistema penale serve altro". Serve l'archiviazione di un totem, quello del panpenalismo. Che invece ancora una volta sembra aver schiacciato sotto i propri piedi gli auspici di chi avrebbe voluto depenalizzare, prima ancora che riformare il processo.
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