di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 2 febbraio 2021
Da icona della libertà, a leader politica anche discussa e criticata, il ritratto della Premio Nobel che ora non serve più ai generali. Il tempo ha fatto un salto indietro a Myanmar. Aung San Suu Kyi è tornata prigioniera dei militari, come lo fu per quindici anni, fino al 2010 quando finalmente i generali fecero un passo indietro, non per decenza ma per convenienza. I golpisti decisero di condividere il potere dopo che le loro giunte avevano fatto sprofondare il Paese nel sottosviluppo e nell'isolamento. Aprirono i cancelli della villa dove la signora era stata confinata dal 1989 e le permisero di parlare a una popolazione che già la adorava, in quanto figlia di Aung San, l'eroe dell'indipendenza nazionale raggiunta nel 1948. Forse, la sintesi migliore della sua vita, è in una frase della motivazione per il Nobel per la pace che le fu assegnato nel 1991: "Un esempio del potere di chi non ha potere". Guardando al suo viaggio tragico e tormentato, quel giudizio resta valido anche ora che l'icona (scolorita) della libertà ha 75 anni.
Il padre è considerato l'eroe dell'indipendenza della Birmania. Fu assassinato nel 1948, quando ancora non aveva potuto esercitare il potere. La madre è stata ambasciatrice in India negli Anni 60, quando il Paese era già retto da una dittatura militare, nominalmente socialista. Aung San Suu Kyi ha potuto avere una formazione cosmopolita: una prima laurea a New Delhi, la seconda a Oxford, poi un periodo di lavoro al Palazzo di Vetro dell'Onu; di nuovo in Inghilterra dove sposò un professore universitario britannico dal quale ha avuto due figli. Una vita privilegiata, lontana dalla politica e dai giochi di potere. Fino a quando nel 1988 tornò in patria per assistere la madre in fin di vita. Proprio in quei mesi la Birmania chiusa e dimenticata dal mondo fu scossa da una ribellione popolare contro la giunta che con incompetenza e corruzione aveva rovinato il Paese. L'esercito aprì il fuoco facendo una strage. E quella donna esile ed elegante decise di esporsi: "Non posso restare indifferente".
Ispirata da Martin Luther King dal Mahatma Gandhi, organizzò un movimento per la democrazia. Lanciò appelli non alla rivolta, ma alla pacificazione, chiese alla gente di rispettare l'ordine e ai generali di riconquistare la fiducia. Non si scagliò mai apertamente contro l'esercito, perché ricordava con orgoglio che era stato fondato dal padre.
I generali non ascoltarono la voce del dialogo e Aung San Suu Kyi nel 1989 fu arrestata. Nel 1991 le fu assegnato il Nobel che non potè andare a ritirare; nel 1999 non accettò la via d'uscita offertale dal regime: il marito era malato di cancro, sul letto di morte a Londra e lei avrebbe potuto essere liberata per andarlo a vedere per l'ultima volta. Un espediente per chiuderla fuori dalla patria, appena ribattezzata ufficialmente Myanmar. Per altri dieci anni lei sopportò con inflessibilità e grazia la condizione di prigioniera politica.
Liberandola, per dare una patina di nobiltà alla loro ritirata tattica, i generali le hanno permesso di guidare la Lega nazionale per la democrazia alla vittoria elettorale nel 2015; ma le hanno negato la possibilità di diventare presidentessa, con la scusa che aveva sposato un inglese e i suoi figli hanno mantenuto la cittadinanza britannica. Suu Kyi da allora è rimasta Consigliera di Stato, una sorta di governatrice ombra.
Il colpo di genio dei generali è stato di trasformare l'icona della democrazia in donna politica, costretta a fare i conti con il potere reale. E facendo questi conti, la Consigliera di Stato ha rifiutato di spendere anche una sola parola di solidarietà per i musulmani Rohingya braccati dall'esercito, massacrati, costretti a fuggire all'estero a centinaia di migliaia tra il 2017 e il 2018. Inseguendo la stabilità politica si è prestata a difendere la pulizia etnica davanti alla Corte internazionale dell'Aia. Ha cavalcato il sentimento nazionalista prevalente forse per prendere tempo, per consolidare la situazione ambigua.
Mentre nel mondo si sono levate voci che invocavano la revoca del Nobel, i sondaggi di opinione la danno sempre popolarissima tra la maggioranza buddista di Myanmar. Un calcolo, un azzardo non all'altezza di una combattente pacifista che era stata premiata per aver esercitato il "potere di chi non ha potere". Ha coperto i crimini contro i Rohingya, ma quando ha trionfato di nuovo nelle elezioni dello scorso novembre, i generali hanno deciso di riportare indietro il tempo. Non hanno più bisogno di una Premio Nobel per dare credibilità internazionale al loro potere nascosto.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 2 febbraio 2021
Uccisi a sangue freddo tre veterani del Tigray peoplès liberation front. Secondo fonti locali, le truppe di Addis Abeba usano la fame come arma di guerra. Già si contano 4,5 milioni di persone che soffrono per carenze alimentari e 2,5 milioni di spostati interni.
Basterebbe il triste destino di Asmelash Woldeselassie, accanitosi sul suo proprio corpo, per illustrare la brutalità dei conflitti che ciclicamente insanguinano le montagne del Tigrai etiopico. A cominciare dal 1975, quando Asmelash rimase accecato dallo scoppio di un ordigno durante un bombardamento del regime di Addis Abeba contro il nascondiglio delle Tigray Peoplès Liberation Front (Tplf), le milizie tigrine a cui l'uomo si era appena unito. Le stesse con cui nel 1991 marciò verso Addis Abeba per rovesciare la dittatura del feroce Mengistu Haile Mariam. Nel 1998, quando scoppiò la guerra con l'Eritrea, Asmelash perse un braccio in un raid aereo contro Macallè, capitale del Tigrai. E poche settimane fa, nuovamente costretto a nascondersi in montagna assieme agli uomini del Tplf, Asmelash è stato ucciso dall'esercito federale assieme ad altri veterani, tra i quali l'ex ministro degli Esteri, Seyoum Mesfin, e l'ex ministro degli Affari federali, Abay Tsehaye.
Ora, a ordinare la vasta offensiva militare in cui hanno perso la vita Asmelash e i suoi compagni di lotta, è stato il premier etiope Abiy Ahmed, membro della coalizione di governo a guida Tplf fino alla sua elezione nel 2018. Adesso, invece, Ahmed considera le milizie tigrine come il suo peggior nemico nel controllo di una regione di strategica importanza, perché confinante con il Sudan e l'Eritrea, e perché sbocco commerciale verso il Mar Rosso.
Anche il presidente eritreo Isaias Afwerki ha recentemente inviato truppe nel Tigrai, per dar manforte al suo nuovo alleato etiope, Abiy Ahmed, con il quale ha firmato la pace nel 2018, ma soprattutto per scovare e rimpatriare gli storici oppositori del suo regime tra le decine di migliaia di eritrei fuggiti negli anni. Tanto che sia il governo etiope sia quello eritreo negano l'ingresso dei soldati di Asmara nel Tigrai, mentre tutti gli altri lo confermano. Fatto sta che, nonostante la caduta di Macallè il 28 novembre scorso, e la vittoria annunciata dal premier Abiy, il Tplf ancora conta 250 mila uomini decisi a non a deporre le armi.
Sono ancora sconosciute le cause della morte di Asmelah, Seyoum e Abay, tutti e tre sessantenni. Secondo alcune testimonianze sarebbero stati assassinati a sangue freddo, secondo altre, provenienti dall'esercito etiope, i veterani tigrini sarebbero stati uccisi in una grotta dopo essersi rifiutati di arrendersi. La notizia delle loro morte è giunta assieme a quella della cattura di altri esponenti di spicco del Tplf, tra cui Sebhat Nega, mostrato alle telecamere in manette, con la barba lunga e stretto tra due soldati, come un brigante d'altri tempi. Il che non ha fatto che aumentare il patriottismo tigrino, con la popolazione locale che ha già reso martiri sia Asmelash ("hanno sparato contro un cieco") sia Sebath ("hanno messo in catene il nostro eroe").
È vero, pesantemente bombardato dai caccia e dai droni da combattimento, e attaccato via terra dall'esercito federale etiope e da quello eritreo, negli ultimi tre mesi il Tplf ha perso uomini e posizioni. Ma non alzerà la bandiera bianca. È tornato a nascondersi nelle campagne, nelle montagne e le colline del Tigrai da dove si appresta a lanciare una guerra d'usura, con attacchi mirati, kamikaze e imboscate nelle città appena perdute. Intanto, il governo centrale starebbe usando la carestia come arma di guerra contro alcuni villaggi che offrirebbero riparo ai patrioti tigrini. Tra i profughi scappati in Sudan c'è chi racconta che i lealisti danno fuoco ai raccolti, impedendo l'ingresso di altre forme di cibo e di aiuti internazionali nella regione. Secondo una fonte locale, c'è già chi muore di fame, in una crisi umanitaria che non ha precedenti nella storia del Tigray, con 4,5 milioni di persone (75% del totale) che soffrono per carenza di cibo, e con 2,5 milioni di spostati interni.
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 2 febbraio 2021
Dagli accordi di pace del 2016, ne sono già morti 253 di ex guerriglieri. Molti avevano chiesto protezione allo Stato. Non si conoscono i responsabili. L'ultima vittima si chiamava José Alexander Quiñones, aveva 27 anni, 8 trascorsi nella guerriglia. Lo hanno sorpreso tre giorni fa in una strada di Tumaco, nel sud della Colombia. Quattro colpi di pistola mentre rincasava.
È rimasto sull'asfalto e solo dopo un paio d'ore hanno raccolto il corpo. Fa parte di una lista che cresce e preoccupa i 13 mila ex soldati delle Farc-Ep (Fuerzas Armadas Revólucionaria de Colombia- Ejército Popular) che hanno aderito all'accordo di pace del settembre del 2016. Da quel momento ne hanno assassinati 253, secondo il Consiglio Nazionale per il Reinserimento. Cinque solo in questo primo mese del 2021. "Ci stanno ammazzando", dice al Pais che racconta questa allarmante mattanza Antonio Pardo, anche lui ex militante dell'organizzazione e oggi alla guida di un gruppo di fuoriusciti che si dedica a coltivare caffè dove prima si coltivavano foglie di coca.
Vive nel Cauca, Dipartimento difficile del nord-ovest, al centro del corridoio usato dalle gang e dai narcos per trasferire droga e armi verso Panama, il Guatemala, il Messico e poi gli Usa. È qui che si conta il numero più alto di vittime: 42. "Ci sentiamo nel mirino", spiega Pardo. "Non è stato facile reinserirsi nella vita civile. Dopo la guerra la stessa società non sapeva come accoglierci. È stata, e continua ad essere, una strada difficile. Con le Farc si camminava tutto il tempo. Anche settimane. Ci spostavamo di continuo. Ma almeno eravamo insieme, con le armi. Potevamo difenderci. Adesso siamo soli e ci tocca guardarci sempre alle spalle".
Altri ex combattenti ammettono che molti tra loro si sono inseriti e oggi vivono un'esistenza abbastanza serena. Si sono sposati, hanno dei figli, un lavoro, progetti, sogni. Ma molti altri che conoscevano e con cui hanno diviso una guerra che ha diviso e insanguinato la Colombia sono invece spariti. Sequestrati, fatti fuori, scomparsi e mai più ritrovati. Qualcuno non ha retto e, deluso, senza modo di guadagnarsi da vivere, è tornato nella giungla e si è unito alle gang che dominano i territori un tempo controllati dalle Farc.
Sono proprio le narcoguerriglie o Cartelli organizzati, come il Clan del Golfo, ad occupare regioni strategiche per i traffici di ogni genere: dalle armi, alle estorsioni, al pizzo per garantire sicurezza e protezione agli abitanti, alla droga da portare verso Nord, agli esseri umani, alle miniere d'oro clandestine. Mario Morales, ex comandante che dopo aver consegnate le armi lavorava con alcune altre vittime nelle zone rurali, lo hanno assassinato ad agosto scorso. A Wilson Saavedra lo falciarono mentre si recava in moto a comprare una torta per il compleanno di uno dei suoi due figli.
Tra il 1 e il 24 gennaio, ogni cinque giorni, un ex guerrigliero è stato ucciso, secondo il Tribunale Speciale per la Pace (Jep), istituzione giuridica creata con gli accordi di Cuba. In un recente rapporto si sofferma sull'inizio violento di questo 2021: 14 scontri tra gruppi criminali e forze di sicurezza, 13 minacce di morte a leader sociali, sei stragi, cinque omicidi di ex combattenti della guerriglia, 14 tra leader sociali, sette confronti armati tra gruppi criminali.
Le Nazioni Unite, che vigilano sull'applicazione dell'accordo di pace, confermano che 25 ex combattenti delle Farc assassinati avevano chiesto ufficialmente protezione allo Stato. Ci sono mille richieste in sospeso in tutta la Colombia. Ma Pastor Alape, negoziatore a L'Avana, ha denunciato che c'è stata una riduzione dei sistemi di protezione. Giovedì scorso ha dovuto raggiungere il nord del Paese pesantemente scortato da poliziotti e soldati. Durante il viaggio gli è giunta la notizia che era stato rinviato a giudizio con altri 7 dirigenti delle vecchie Farc per concorso nel sequestro di 21 mila ostaggi.
"Il clima è diventato pesante", dice, "sono in molti a remare contro la pace". Dietro questa strage silenziosa ci sono mani diverse. Vecchi gruppi paramilitari mai dissolti, trafficanti, criminali, a volte forze di sicurezza e spesso le frange dissidenti della guerriglia, gente delle Farc che ha ripreso le armi e più che al vecchio conflitto si tuffano nel mondo dell'illegalità. Hanno sempre fatto quello e quello continuano a fare. Vendette, segnali da dare a chi ha mollato la lotta armata. Per loro la pace è un ostacolo non una conquista.
di Marco Santopadre
Il Manifesto, 2 febbraio 2021
Il rapper catalano Pablo Hasél condannato a 9 mesi di carcere per i suoi brani contro la Monarchia. Secondo la Corte Suprema di Madrid incitano alla violenza. "Non serve concordare con ciò che canto per riconoscere la madornale violazione della libertà d'espressione". L'affermazione di Pablo Rivadulla Duró, in arte Pablo Hasél, riassume una vicenda che ha implicazioni assai più vaste del caso specifico.
La corte suprema di Madrid ha confermato infatti la condanna inflitta nel 2018 dall'Audiencia Nacional al rapper catalano per "apologia del terrorismo" e "ingiurie alla Corona e alle istituzioni statali" a causa dei suoi versi e dei suoi post sui social. L'entità iniziale della pena, due anni, è stata ribassata a nove mesi, che però Hasél dovrà scontare perché già nel 2014 il 32enne è stato condannato a due anni - e la pena sospesa - dopo un arresto nel 2011 sulla base di accuse simili.
La giustizia spagnola non perdona al cantante, comunista e indipendentista, le sue aspre accuse nei confronti della famiglia reale, del Partito Popolare, dell'esercito, e ancora meno i suoi riferimenti ad organizzazioni armate come i Grapo o l'Eta basca (entrambe sciolte) o ancora i suoi appelli alla liberazione dei detenuti politici.
Lo scorso 27 gennaio l'amministrazione penitenziaria ha intimato all'artista di consegnarsi entro dieci giorni per scontare la pena; se non lo farà - e Hasél ha chiarito che non è sua intenzione - verrà arrestato. Nel motivare la sentenza, il giudice ha esplicitamente affermato che Hasél è "recidivo" e "molto conosciuto, e quindi il suo messaggio può effettivamente incitare alla mobilitazione di piazza". Insomma, il rapper è pericoloso perché l'invito alla ribellione, viaggiando attraverso le note, si rivela più pervasivo.
Di fronte ai suoi testi durissimi, estremi, a volte truculenti, in molti affermano che la libertà di espressione va garantita ma anche regolata all'interno di certi limiti. Un discorso che ha un qualche fondamento se non fosse che, sul fronte opposto, gli appelli al linciaggio di esponenti della sinistra o dei movimenti indipendentisti, o le continue minacce di golpe provenienti da esponenti dell'estrema destra o da militari, non suscitino l'attività censoria dell'Audiencia Nacional. E se non fosse per il sistematico accanimento degli organismi giudiziari nei confronti di artisti di vario tipo che negli ultimi anni hanno subito censure e condanne che rendono la Spagna uno tra i paesi più allergici alla libertà d'espressione tra quelli democratici.
Nel mirino della magistratura spagnola è finito, tra gli altri, César Strawberry, il cantante della nota band Def con Dos condannato per alcune battute via social sul terrorismo e le malefatte del re; e poi ancora i membri della band hip hop La Insurgencia, anche loro condannati a due anni per apologia. Nel 2016 erano finiti in cella addirittura due marionettisti di Madrid perché, nel corso di uno spettacolo, avevano esposto sulla scena uno striscione che, secondo l'accusa, incitava alla violenza. Ma se ora dovesse effettivamente entrare in carcere per scontare la pena, Hasél sarebbe l'unico artista finito in galera in tutta l'Unione Europea a causa della sua attività artistica, per quanto politicamente connotata.
Per evitare una sorte simile un altro rapper, Valtonyc (al secolo Josep Miquel Arenas, di Maiorca), ha trovato rifugio a Bruxelles. Su di lui pende una condanna a ben tre anni e mezzo inflittagli ancora dall'Audiencia Nacional. In una lunga intervista ospitata da TV3, il principale canale pubblico catalano, Hasél ha spiegato che, pur avendo ricevuto delle offerte in vari paesi, non andrà in esilio e non chiederà l'indulto. Il suo arresto, afferma, rivelerà l'assenza di separazione dei poteri e inciterà a una mobilitazione di solidarietà che effettivamente è già iniziata.
Nei giorni scorsi, qualche migliaio di persone hanno manifestato in diverse città catalane e altre iniziative sono previste nel fine settimana in tutto il Regno. Intanto Podemos è tornata a chiedere la cancellazione della Ley Mordaza, la legge bavaglio approvata nel 2015 dal popolare Rajoy; la deroga era stata promessa dal premier socialista Sánchez, ma il capitolo sulla repressione del "dissenso digitale" è stato addirittura inasprito.
La vicenda rivela, una volta ancora, quanto la magistratura - insieme all'esercito e alla monarchia - sia uscita relativamente indenne dalla transizione dal franchismo alla democrazia: gli alti gradi della magistratura costituiscono un influente strumento di condizionamento per le correnti più conservatrici, se non reazionarie e nostalgiche.
Eclatante il caso dell'Audiencia Nacional, il tribunale antiterrorismo nato dalle "ceneri" del Tribunal de Orden Público incaricato di perseguire gli oppositori al regime. Dopo la morte del Caudillo, una parte dei giudici franchisti passarono alla nuova istituzione, ospitata nello stesso lugubre edificio di Madrid.
truenumbers.it, 1 febbraio 2021
Gli affiliati alla Camorra sono i più numerosi: 266. In Italia oggi sono 759 i detenuti sottoposti al 41bis. Sono sparsi in carceri con sezioni apposite in tutta Italia, ma con una concentrazione massima all'Aquila, dove sono 152, e ad Opera, dove se ne contano 100. A Sassari sono 91, a Spoleto 81. Emerge dall'ultima relazione sullo stato della giustizia italiana presentata dal ministero della Giustizia Alfonso Bonafede.
di Gabriella Mazzeo
fanpage.it, 1 febbraio 2021
La senatrice Liliana Segre è tornata a ribadire la necessità del vaccino anti-Covid all'interno delle carceri. "I detenuti vanno inseriti nelle categorie prioritarie per il vaccino. Lo Stato ha dei doveri nei confronti delle persone affidate alla sua custodia per tutta la durata della permanenza in carcere.
di Luigi Mastrodonato
Il Domani, 1 febbraio 2021
I casi di indagini per il reato di tortura si stanno affastellando con una velocità sempre più alta: dopo i casi di San Gimignano, Sollicciano e Ferrara, ora l'attenzione è puntata sulle rivolte di marzo e aprile a Santa Maria Capua Vetere e Modena, dove si sono registrati nove decessi motivati con l'overdose di metadone.
di Daniela Scano
La Nuova Sardegna, 1 febbraio 2021
La giustizia è malata, non solo di Covid. Il virus ha aggravato i sintomi di patologie croniche che a parole tutti vogliono curare, ma ciascuno dei diversi "dottori" vorrebbe farlo con la sua ricetta. Tutti propongono la propria ricetta, inadeguata o parzialmente efficace. Da anni negli uffici dei giudici di pace, nei tribunali e nelle corti di appello il personale (soprattutto quello amministrativo, perché non di soli magistrati sono popolati i palazzi di giustizia) va in pensione senza essere sostituito e lascia i propri fascicoli in eredità ai pochi che restano. Le stanze si svuotano dalle persone e si riempiono di faldoni. All'apertura di ogni anno giudiziario, magistrati, personale amministrativo e avvocati fanno le loro diagnosi con la stessa desolazione di medici che vedono la malattia ma non sono messi nelle condizioni di prescrivere una cura. Quel compito spetta ad altri. Le terapie scarseggiano, eppure sono semplici da trovare e basterebbe solo somministrarle al paziente in dosi massicce.
di Lucia Chidichimo
Il Domani, 1 febbraio 2021
Quello di magistrato onorario è un incarico che dovrebbe durare al massimo tre o quattro anni e non certamente 30. Lo si svolge con tutti gli obblighi di un magistrato di ruolo, ma sempre privi di qualsiasi tutela di base. Le indennità lorde previste per i giudici di pace sono di € 258,30 al mese, 36 euro per ogni udienza e 56 euro per ogni sentenza. Per i viceprocuratori onorari il compenso a udienza è di 98 euro. Mi continuo a chiedere, senza poter trovare una risposta, come possa il nostro Paese essere completamente indifferente alle legittime istanze fondate sul rispetto della Carta costituzionale. Mi sono spesso chiesta se i cittadini italiani conoscano il funzionamento e l'apporto della magistratura onoraria nel meccanismo della giustizia italiana.
La sentenza UX1 della Corte di giustizia del 16 luglio 2020 sullo stato giuridico della magistratura onoraria italiana, dopo anni di battaglie, ha aperto un nuovo ciclo della giurisprudenza comunitaria sulla tutela dei diritti fondamentali dei cittadini europei. Ho amato moltissimo questa professione ed ho sempre cercato di condurla con impegno e dedizione in entrambi i ruoli che ho rivestito, ricavandone anche molte soddisfazioni a livello morale, ma anche molta delusione rispetto al trattamento che tutti i governi succedutisi ci hanno riservato.
Queste considerazioni non vogliono essere il solito excursus giuridico sulle norme che ci riguardano, ma solo la mia esperienza personale di avvocato che ha offerto trent'anni di lavoro, privo di ogni garanzia, allo Stato Italiano. Sono stata pubblico ministero onorario per 12 anni a Roma e ho seguito e discusso processi estremamente delicati, quali colpe professionali mediche, omicidi colposi da sinistri stradali e infortuni sul lavoro, maltrattamenti in famiglia, usura ecc., e comunque tutti i reati un tempo di competenza del pretore e successivamente del giudice monocratico.
Dopo essermi dimessa dall'incarico di pm onorario, ho ricoperto per 18 anni il ruolo di Giudice di pace penale, 15 anni dei quali in un'altra città, dove sono stata per circa otto anni anche il coordinatore e dirigente amministrativo, nonché datore di lavoro e responsabile della sicurezza, nello stesso Ufficio in cui svolgevo contestualmente le funzioni di giudice. Negli ultimi tre anni sono rientrata a Roma, terminando l'incarico nel gennaio 2019 come previsto dal relativo Decreto legislativo avendo raggiunto il limite di età di soli 68 anni.
Giudice di pace - Riguardo al ruolo del giudice di pace probabilmente non tutti sono a conoscenza del fatto che questa figura fa parte dell'ordinamento giudiziario e che esercita la giurisdizione in materia civile e penale, il che significa, soprattutto nell'ambito penale, trovarsi a dirimere controversie spesso molto delicate relative a reati come la diffamazione, le lesioni colpose e dolose, le minacce. In questi lunghi anni mi sono trovata di frequente a dovermi occupare di reati di diffamazione tra politici, tra primari di ospedali, nonché tra professionisti ed insegnanti, lesioni e minacce in ambito familiare, lesioni colpose da sinistro stradale con prognosi entro 20 giorni ma che sino al 2016 riguardavano anche lesioni gravissime: ricordo tra i tanti, un procedimento estremamente impegnativo che riguardava una giovane donna vittima di un incidente stradale per la quale è stato necessario che nominassi un curatore speciale in quanto "in stato di coma vegetativo".
Nonostante la delicatezza delle questioni trattate e la trentennale attività giudiziaria svolta per lo Stato Italiano questa è stata qualificata onoraria, quando un incarico onorario dovrebbe durare al massimo tre o quattro anni e non certamente 30. Tutti gli obblighi di un magistrato di ruolo, ma sempre privi di qualsiasi tutela di base che la nostra Costituzione garantisce ad ogni lavoratore.
In tutti questi anni ho sentito spesso ripetere la stessa domanda: "Ma chi ve lo ha fatto fare? perché avete chiesto i rinnovi? Potevate fare il concorso". Ognuno ha il suo motivo, il mio è stato sempre lo stesso, sia quando avevo il ruolo di pubblico ministero che quando sono stata giudice e contestualmente coordinatore dell'ufficio: la volontà di dare un contributo alla giustizia non solo come difensore ma anche come magistrato, se pure onorario; devo altresì aggiungere che i dirigenti degli uffici hanno sempre specificamente richiesto per iscritto la disponibilità ad accettare proroghe dell'incarico, sia per motivi di opportunità data la professionalità acquisita, sia, non posso negarlo, per la valutazione positiva del lavoro svolto.
I nostri compensi - Negli ultimi tempi anche la magistratura di carriera sembra voler ammettere il notevole contributo fornito dagli "onorari" non solo perché l'Europa ha criticato lo Stato Italiano, aprendo una procedura d'infrazione, ma soprattutto perché i Procuratori non riescono ad andare in udienza almeno tre volte a settimana come sarebbe necessario e per i Giudici di ruolo l'assegnazione al Giudice di pace di molti reati, in passato affidati al Giudice monocratico, ha sensibilmente alleggerito i loro ruoli.
Si è mai chiesto il cittadino che si rivolge a noi, chiedendo una rapida giustizia, quali siano i nostri compensi? Queste le indennità lorde previste per il Giudici di pace: indennità mensile € 258,30 pari ad € 8,61 giornalieri; eventuale indennità di coordinamento € 206,58 pari ad € 6,89 giornalieri; per ogni udienza € 36,15 e per ogni sentenza € 56, 81; per le archiviazioni ed i Decreti ingiuntivi € 10,33, e molti provvedimenti non vengono neppure remunerati. I compensi per udienza dei Vice Procuratori Onorari nel 1989 erano di L. 60.000, aumentata poi a L. 81.780, mentre ora è diventata di € 98,00. Ci sono stati innumerevoli casi giudiziari che mi hanno rinforzato nella volontà di far capire quanto sia importante che i cittadini credano nella giustizia, ma soprattutto che comprendano anche come il trovare un accordo senza giungere ad una condanna o ad una assoluzione sia spesso preferibile. Questo è anche il nostro compito di giudici di pace, perché la legge ce lo impone. La nostra è la giustizia di prossimità e perciò è così importante: tocca la vita di tutti i giorni: ho avuto le mie più grandi soddisfazioni proprio quando imputato e parte offesa si sono stretti la mano e mi hanno ringraziato per essere riuscita a metterli d'accordo.
La sezione stranieri - Con il trasferimento a Roma sono stata immediatamente precettata dal Presidente del Tribunale e assegnata d'imperio anche alla Sezione stranieri, con ciò verificandosi un ulteriore contraddizione, in quanto pur onoraria, senza alcuna copertura previdenziale e prossima alla cessazione dall'incarico, sono stata soggetta, come del resto tutti gli altri colleghi onorari, ai medesimi obblighi che il Csm ha stabilito per i magistrati di carriera. Rivestendo il ruolo di onoraria non posso sottacere l'indennità a noi devoluta per ogni convalida di espulsione di stranieri, che ammonta solo ad € 10,00 lorde, pur implicando una notevole responsabilità: infatti è noto a tutti il caso della collega che per una attività di questo tipo è stata poi condannata alla pena di due anni e sei mesi ed interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, per falso ideologico. Risulta evidente, dunque, come questa breve sintesi della mia trentennale attività giurisdizionale, sia pure nella diversità delle esperienze individuali, fotografi le condizioni in cui versano da anni tutti i magistrati onorari. Nella convinzione più profonda che ogni società civile debba riconoscere e rispettare i diritti di ognuno attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto mi continuo a chiedere, senza poter trovare una risposta, come possa il nostro Paese così pieno di civiltà e di cultura essere completamente indifferente alle legittime istanze fondate sul rispetto della Carta costituzionale e dei suoi principi ispiratori.
di Giulio Stolfi
Il Domani, 1 febbraio 2021
Il nostro sistema è indelebilmente segnato dalla statualità di conio continentale, la sovranità, costruzione teorica che legittima la massima espansione del potere pubblico. Ma se questo è vero, allora, non è proprio un male che il pubblico accusatore sia ancora innanzitutto un magistrato. Se davvero la dinamica di riduzione del pm a un semplice strumento di una pretesa punitiva fosse compiuta, alcuni dei vizi che oggi avvertiamo addirittura si accentuerebbero. Invece di dividere le carriere, servirebbe illuminare il legame fortissimo che c'è fra il meccanismo di selezione della classe giudiziaria, la cultura dei magistrati e la qualità del modo in cui esercitano i loro poteri.
A quanto pare c'è ancora da lavorare sul Recovery Plan. Le têtes de chapitre, però, sono segnate. Ed è certo, ad esempio, che continueremo a discutere, anche per questa via, di riforma della giustizia. Riforma della giustizia vuol dire molte cose: fra queste, dibattito sulle, vere e presunte, disfunzionalità nell'articolazione dell'ordinamento giudiziario, ritenute causa di uno strapotere delle procure e di una lesione su vasta scala dei principi del giusto processo e della parità delle parti. Risentiremo ancora la richiesta, che sempre rinverdisce come l'arancio di San Domenico nel chiostro di Santa Sabina all'Aventino, di una separazione radicale fra la funzione requirente e quella giudicante.
Il sistema accusatorio - La coerenza interna del sistema accusatorio, si dice, porta in questa direzione. E non è un caso che negli ordinamenti anglosassoni, dove origina questo modello processuale, chi esercita l'accusa in giudizio non sia affatto un magistrato. Addirittura, in Inghilterra, fino all'Ottocento inoltrato non era nemmeno un funzionario pubblico, essendo la private prosecution una regola e non un'eccezione. Solo un'illusione positivistica, però, può pensare che basti la norma scritta a creare - o importare - un modello. Per capire i punti di equilibrio del sistema istituzionale, ed eventualmente modificarli in meglio, è necessario confrontarsi, invece, con una dimensione diversa e ulteriore della giuridicità, che alligna negli strati profondi della coscienza sociale, e si nutre di sentire condiviso, sedimenti storici e retaggi culturali. Per capire di cosa parliamo davvero quando parliamo di separare la pubblica accusa dalla giurisdizione, bisogna addentrarsi in questa dimensione.
La giurisdizione, l'atto di dire il diritto, è non solo atto tipico del giudice, ma, per tutto il lungo medioevo giuridico europeo, è stata la categoria che esauriva ogni manifestazione del potere pubblico. Ed è per questo che, anche dopo il primo apparire dello Stato moderno e il cambiamento radicale della grammatica giuridica e politica, ogni potere rimase, per lungo tempo, affidato a dei magistrati. Il ceto dei giuristi - la Robe - custodiva il segreto dell'intero macchinario, grandioso e tremendo, della sovranità.
La cultura di questo ceto - cultura della giurisdizione - sopravvisse alla Rivoluzione in una forma dimidiata, ma non irriconoscibile: i magistrati degli ordinamenti continentali (come il nostro) sono sempre rimasti dei giudici professionali, che si legittimano agli occhi del corpo sociale in virtù di una selezione (pensata come) rigorosa, obiettiva, affidabile, che li costituisce e li fonda in una identità collettiva, e che in ciò non differisce, in fondo, dalla cooptazione d'Antico regime.
Il giudice istruttore - Ma che cosa vuol dire cultura della giurisdizione? Soprattutto, un perpetuo (e mai compiuto) esercizio di comprensione dell'intima natura del potere pubblico, di cui si esercita una frazione. Il potere ha una essenza abissale, terribile, oscura, come insegnano (a citarne solo, idiosincraticamente, alcuni) Agamben, Foucault, Schmitt; chi lo maneggia brandisce una lama senza elsa, che può ferire chi la impugna nello stesso momento in cui affonda il colpo nelle carni della vittima. È in questo solco profondo e lungo che si comprende davvero perché il vecchio codice di procedura penale del 1930 onerasse di un fardello così apparentemente squilibrato la figura del giudice istruttore, oggi scomparsa. Quello, per intenderci, che secondo l'art. 299 doveva far di tutto per cercare di giungere alla verità - la verità, senz'altra specificazione. Bella pretesa, si direbbe, e disposizione, beninteso, criticatissima da quanti hanno ritenuto che, in democrazia, l'unica verità che possa attingere il processo è debole: un prodotto, semmai, della logica argomentativa.
Non si trattava, forse, tanto di un portato dell'autoritarismo fascista, quanto di un'ascendenza molto più remota. Prima della comparsa di "regole del gioco" che cercassero in radice di circoscrivere, delimitare, ingabbiare il potere pubblico (quelle della democrazia costituzionale), lo Stato moderno europeo trovava una sua forma di garanzia dei diritti nel processo proprio nello stesso peso che gettava sulle spalle del magistrato: lo costringeva a confrontarsi con l'abissalità del potere, eliminato ogni diaframma fra di lui e le conseguenze dell'esercizio di quel potere; lo poneva di fronte a limiti non scritti, ma non per questo meno cogenti, leggi fondamentali che erano custodite dalla comunità dei giuristi nelle proprie rappresentazioni collettive.
Il senso del limite - Una traccia di questo "senso del limite", che il magistrato era chiamato a presidiare, si avvertiva anche al tramonto del "vecchio" processo. Per sentirne il sapore, basta tornare alle pagine di quel capolavoro che è Procedura di Toti Mannuzzu, figura esemplare fra i tanti giuristi-umanisti che il nostro sistema ha saputo produrre.
Il protagonista di quella storia è un giudice istruttore: un antieroe pieno di debolezze, anche professionali, un perplesso, un riluttante, in alcuni momenti perfino un inconcludente, che però sa far filtrare nel proprio ruolo - ma anche dal proprio ruolo, costretto com'è a compiere suo malgrado atti di indagine - una accorata comprensione dell'umano, che lo porta a far vera giustizia. Il nostro sistema è indelebilmente segnato dalla statualità di conio continentale, col suo portato, la sovranità, costruzione teorica che legittima la massima espansione del potere pubblico. Ma se questo è vero, allora, non è proprio un male che il pubblico accusatore sia ancora innanzitutto un magistrato, per come lo si è descritto finora: forse, se davvero la dinamica di riduzione del pubblico ministero a un semplice strumento di una pretesa punitiva fosse compiuta, alcuni dei vizi che oggi avvertiamo addirittura si accentuerebbero: spuntare alcune armi non sempre vuol dire rendere più innocuo un soggetto, perché lo può spingere ad usarne altre, per giunta in un contesto di crescente deresponsabilizzazione ("tanto poi se la vede il giudice"). Forse, il problema - o uno dei problemi - è che un po' di quella cultura della giurisdizione che faceva ritrarre, dubitare, ma infine anche agire per il meglio il protagonista del libro di Toti Mannuzzu, oggi si è persa; e ce ne vorrebbe di più.
Il meccanismo di selezione - Certamente non si vuol dire, nemmeno di lontano, che sia il caso di tornare indietro ad una previgente architettura del processo e dell'ordine giudiziario, e non è una nostalgia del tutto avulsa dalla realtà a parlare in queste righe. Il processo inquisitorio è un ricordo del passato. Ma una sana avvedutezza della "linea" storica potrebbe risultare utile a una politica riformatrice coronata di qualche successo. Ad esempio, servirebbe a illuminare il legame fortissimo che c'è fra il meccanismo di selezione della classe giudiziaria, la cultura dei magistrati e la qualità del modo in cui esercitano i loro poteri. In questa chiave, più che tentare rivoluzioni copernicane, sarebbe forse opportuno, ad esempio, rinnovare e rivedere una selezione divenuta ormai ingestibile, nella quale domina una visione miracolistica della vittoria concorsuale e fa premio un imparaticcio nozionistico del tutto privo di spessore di visione e cultura. Potrebbe contribuire a ricreare una adeguata consapevolezza del vestire la toga; il che, a sua volta, aiuterebbe ad interrompere alcuni meccanismi che troppo spesso vediamo in azione, evitando però di scardinare, in questo stesso tentativo, e peraltro forse inutilmente, gli assi fondanti della nostra tradizione ordinamentale.
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