di Francesca Sabella
Il Riformista, 31 gennaio 2021
Ciambriello e Bernardini uniti nella protesta: "Cerimonie e crisi di governo non facciano passare i diritti in secondo piano". "I diritti generano diritti": Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti, alza la voce e urla queste parole all'ingresso del Ministero della Giustizia, a Roma.
di Elena Del Mastro
Il Riformista, 31 gennaio 2021
Le Corti d'Appello di tutta Italia hanno inaugurato l'anno giudiziario 2021. Celebrazioni che sono avvenute in modo modesto e nelle sale vuole per l'emergenza coronavirus. Da Nord a Sud il tema centrale è stata l'emergenza coronavirus che ha praticamente paralizzato la macchina della giustizia. Ma c'è stato un altro tema affrontato dai più: il caso Palamara. A pochi giorni dalla pubblicazione del libro-intervista di Alessandro Sallusti proprio a Luca Palamara ("Il Sistema - Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana").
di Liana Miella
La Repubblica, 31 gennaio 2021
Nelle cerimonie nei distretti la pandemia viene presentata come l'occasione per rivoluzionare la giustizia. Ma i toni più duri sono sempre sul correntismo. Di Matteo parla di "cancro". Ermini e l'ex pm si scontrano a distanza. I giudici onorari protestano per il loro futuro.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 31 gennaio 2021
Oltre la metà dei processi che arrivano a dibattimento si conclude con l'assoluzione. Percentuale che sale ancora sino a sfiorare il 70% quando è in discussione l'opposizione a un decreto penale di condanna, quando cioè a essere contestato è il pagamento di una sanzione solo pecuniaria per reati ritenuti "minori".
Dati che emergono con evidenza dalla relazione del primo presidente della Cassazione in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. E che spingono a riflessioni sia in termini di sistema sia sulle contingenze della politica della giustizia. A dibattimento circa la metà dei processi che si celebrano con il rito ordinario (50,5%) e oltre i due terzi dei giudizi di opposizione al decreto penale (69,7%) si concludono con una pronuncia di assoluzione.
Va puntualizzato che da questa percentuale non sono esclusi i procedimenti conclusi con dichiarazione di non doversi procedere (per prescrizione o per altre cause di improcedibilità che non riguardano direttamente l'infondatezza dell'accusa: per esempio, ricorda la relazione, la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto), ma tuttavia resta significativo l'indicatore che se ne ricava. "Il complesso dei dati relativi alle percentuali di assoluzione all'esito di dibattimento - sottolinea la relazione di Pietro Curzio - evidenzia un problema sia di valutazione prognostica sulla sostenibilità dell'accusa a dibattimento da parte del pubblico ministero (articolo 125 disp. att. cod. proc. pen.) che di effettività dei controlli giurisdizionali da parte del giudice per le indagini preliminari".
Dal vertice della Cassazione arriva anche una possibile cura visto che "da tempo viene segnalata l'opportunità di incrementare e rendere più penetranti i poteri definitori attribuiti al Gup in sede di udienza preliminare, ampliando la discrezionalità allo stesso attribuita dal codice di rito, onde ulteriormente ridurre le ipotesi di assoluzione al dibattimento per infondatezza dell'accusa".
Come spesso può avvenire, il dato statistico si presta a una pluralità di letture e non sarebbe certo testimonianza della buona salute del sistema giudiziario una percentuale di condanne molto elevata. E tuttavia un numero così elevato di assoluzioni in dibattimento, sia pure in assenza di una maggiore profondità di conoscenza per esempio sulla tipologia dei reati, di certo testimonia di una difficoltà evidente della nostra giurisdizione.
Soprattutto se si tiene conto della durata comunque assai elevato del nostro giudizio penale di primo grado, dai 378 giorni del 2017/18 si è passati ai 100 di più, 478, nel 2019/20 (con tutte le avvertenze della pandemia) e dei danni collaterali subiti dal cittadino che al procedimento penale è esposto.
Quanto poi all'intreccio con la cronaca, basta qui ricordare come l'attuale correttivo alla riforma Bonafede della prescrizione intende fare leva proprio sulla distinzione tra assolti e condannati in primo rado. Dalla relazione, infine, quanto all'esame dell'attività dell'Ufficio Gip-Gup emerge che la quasi totalità delle richieste di archiviazione avanzate dal pubblico ministero viene accolta (407.986 nel 2019/2020) e che le imputazioni coatte costituiscono un evento marginale.
di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 31 gennaio 2021
Se vogliamo che la tutela dei diritti avvenga nel rispetto della Carta non c'è altro modo che investire nella giurisdizione: lo ha detto la presidente del Cnf Maria Masi all'inaugurazione dell'anno giudiziario. L'auspicio è che la politica la ascolti. Le parole della presidente del Consiglio nazionale forense Maria Masi intervengono in un periodo delicato per il sistema giustizia, tutt'ora sottoposto a pressioni costanti, a causa dell'emergenza sanitaria.
Il Gazzettino, 31 gennaio 2021
È possibile prevedere l'esito di un giudizio? L'intelligenza artificiale ci può venire in aiuto in questi casi? Conoscere in anticipo la probabile risoluzione di una controversia, è immaginabile? La risposta è sì ed in questo ambito l'Università Ca' Foscari con il suo Centro di studi giuridici sta lavorando, primo ateneo in Italia, ad esplorare il tema della giurisprudenza predittiva. Il progetto, fortemente voluto dalla Corte d'appello di Venezia in collaborazione con l'ateneo veneziano, ha visto protagoniste le cattedre di diritto del lavoro e di diritto commerciale del dipartimento di Economia.
Per questo progetto sono state raccolte, massimate e commentate centinaia di sentenze della Corte d'appello e di tutti i tribunali del Veneto, per gli anni 2018 e 2019, per costruire una banca dati ragionata a disposizione di tutti gli operatori (magistrati, avvocati, consulenti del lavoro, imprese ecc). Ora il progetto fa un salto di qualità.
Grazie alla collaborazione con il dipartimento di intelligenza artificiale di Deloitte, si sta realizzando un programma che consente, tramite l'impiego di alcune parole chiave, di predire l'esito di un giudizio. Questa capacità predittiva del sistema, senza eliminare del tutto l'incertezza tipica di ogni processo, consentirebbe di orientare gli attori nella scelta della migliore strategia in vista di un'azione in giudizio, contribuendo anche a ridurre il contenzioso.
Per illustrare il progetto domani ci sarà un evento su piattaforma digitale tra le 15 e le 16.30 alla presenza delle massime autorità tra le istituzioni e le associazioni di categoria. Martedì alle 16.30 nuovo incontro sul web dedicato questa volta al rischio di infiltrazioni criminali nel tessuto imprenditoriale Veneto durante la pandemia.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 31 gennaio 2021
Intervista al penalista Tullio Padovani, già professore ordinario di Diritto penale alla Scuola superiore Sant'Anna di Pisa: "La politica giudiziaria non la fa il Parlamento, la fa qualcun altro contro il Parlamento stesso".
Tullio Padovani, avvocato penalista, già professore ordinario di Diritto penale alla Scuola superiore Sant'Anna di Pisa è tra i pochissimi accademici del suo campo ad essere stato invitato a far parte della Accademia Nazionale dei Lincei. Per dare seguito alle nostre pubblicazioni di testi di Giovanni Falcone, lo abbiamo sentito per commentare quello sulla separazione delle carriere sul quale è perentorio: "non è un problema tecnico, ma uno dei massimi problemi politici, forse ' il' problema politico di questo Paese", e subito dopo aggiunge che "se il potere dell'accusa non comporta responsabilità tutti lo temono, sono tutti terrorizzati dai pm. Il pm si presenta come un'ombra nefasta in qualunque contesto".
Professore, su questo giornale abbiamo riproposto alcuni scritti di Giovanni Falcone a favore della separazione delle carriere: il compianto giudice palermitano viene citato sempre, spesso in modo strumentale, tranne che su questo tema. Lei che ne pensa?
Ha perfettamente ragione dottoressa. Iniziamo col dire che Falcone non si è occupato del problema una volta per caso: è stato un tema ricorrente nella sua riflessione. In uno scritto antecedente a quello pubblicato sul vostro giornale, ho potuto constatare come Falcone si ponesse da tempo certi interrogativi e cito testualmente: "Ci si domanda come è possibile che in un regime liberaldemocratico (...) non vi sia ancora una politica giudiziaria e tutto sia riservato alle decisioni, assolutamente irresponsabili, dei vari uffici di procura e spesso dei singoli sostituti. Mi sembra giunto il momento di razionalizzare e coordinare l'attività del pm, finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica della obbligatorietà dell'azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli della sua attività". Il punto nodale è proprio questo: quando si discute di separazione delle carriere non si può prescindere dal tema dell'obbligatorietà dell'azione penale. Quindi prima di tutto dobbiamo chiederci una cosa.
Quale, professore?
Considerato che l'accusare e il giudicare sono due terreni completamente distinti, perché si vuole difendere l'unicità delle carriere? Guardiamo cosa dicono le fonti: il giudice risolve dei conflitti applicando la legge, ed è vincolato solo ad essa, in base all'articolo 101 della Costituzione (' I giudici sono soggetti soltanto alla leggè). E il pm? L'azione del pubblico ministero ha il suo riferimento nell'articolo 112 della Carta Costituzionale (' Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penalè): secondo i pm, quindi, anche la loro attività sarebbe interamente giustificata dalla legge così come per i giudici. Ecco perché sostengono l'unicità delle carriere. Tutto ciò è semplicemente falso sia in fatto che in diritto.
Ci spieghi meglio, professore...
In fatto: è impossibile perseguire tutti i reati. In Francia, quando nel 1977 si pose il problema di una riorganizzazione giudiziaria sul tavolo c'era anche il tema dell'obbligatorietà dell'azione penale che non era mai stata introdotta; i francesi si resero conto subito che sarebbe stata una assurdità. Inoltre è pericoloso ammettere che un pm debba perseguire tutti i reati: a tal proposito vale la pena ricordare quanto scrisse il giudice della Corte Suprema Robert H. Jackson nel 1940. All'epoca Jackson ricopriva la carica di Attorney General degli Stati Uniti: "L'applicazione del diritto non è automatica. Non è cieca. Una delle maggiori difficoltà della posizione del pubblico ministero è che egli deve scegliere i casi, perché nessun pubblico ministero potrà mai indagare tutti i casi di cui riceve notizia ... Se il pubblico ministero è obbligato a scegliere i casi, ne consegue che può anche scegliersi l'imputato. Qui sta il potere più pericoloso del pubblico ministero: che egli scelga le persone da colpire, piuttosto che i reati da perseguire. Con i codici gremiti di reati, il pubblico ministero ha buone possibilità di individuare almeno una violazione di qualche legge a carico praticamente di chiunque. Non si tratta tanto di scoprire che un reato è stato commesso e di cercare poi colui che l'ha commesso, si tratta piuttosto di individuare una persona e poi di cercare nei codici, o di mettere gli investigatori al lavoro, per scoprire qualcosa a suo carico". Queste parole sembrano scritte pochi minuti fa perché è sempre stato così.
E invece in diritto?
Se parliamo di esercizio dell'azione penale, l'inizio dell'azione penale è un fenomeno giuridico che è disciplinato dalla legge nell'articolo 405 del codice di rito e questo articolo è collocato all'interno del Titolo VIII che è dedicato alla chiusura delle indagini preliminari, alla fine delle quali il pm sceglie se dare inizio all'azione penale oppure chiedere l'archiviazione.
Cosa ne deduciamo?
Che le indagini preliminari non sono coperte dal dovere che si pretende di ritrovare nell'articolo 112 della Costituzione. L'obbligatorietà dell'azione penale non si riferisce espressamente alle indagini preliminari. Pertanto quando il pubblico ministero, dinanzi alle perplessità che sorgono rispetto ai suoi atti di indagine, replica sostenendo che si tratta di atti dovuti, imposti dall'art. 112, afferma qualcosa di inesatto. In sostanza si tratta di un pretesto, tanto poi il conto di indagini lunghe e costose lo paga lo Stato e casomai il cittadino che dopo anni viene prosciolto.
Siamo dinanzi ad un potere smisurato?
Il potere dell'accusa è un potere terribile e per di più è discrezionale e arbitrario. E, appellandosi all'obbligo costituzionale, nessuno è chiamato a rispondere delle proprie scelte. Addirittura l'articolo 1 della Costituzione (' L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzionè) alla luce di quello che ci siamo detti fino ad ora va riletto così: L'Italia è una Repubblica giudiziaria, fondata sull'esercizio dell'azione penale. La sovranità appartiene ai pubblici ministeri, che la esercitano in modo discrezionale.
È una constatazione molto forte...
Ma è così. Se il potere dell'accusa non comporta responsabilità tutti lo temono, sono tutti terrorizzati dai pm. Il pm si presenta come un'ombra nefasta: il terrore pervade chiunque abbia a temere una iniziativa del pubblico ministero.
Ed è questo terrore che non permetterà mai che si discuta di separazione delle carriere in Parlamento, come chiede l'Unione delle Camere Penali Italiane?
La politica giudiziaria in Italia non la fa il Parlamento, la fa qualcun altro anche contro il Parlamento stesso.
L'obiezione che muovono tutti è che il pm andrebbe sotto il controllo dell'esecutivo...
Questo tema lo aveva affrontato già Falcone, proprio nel testo da voi riproposto sulla separazione delle carriere: "Su questa direttrice bisogna muoversi, accantonando lo spauracchio della dipendenza del pubblico ministero dall'esecutivo e della discrezionalità dell'azione penale, che viene puntualmente sbandierato tutte le volte in cui si parla di differenziazione delle carriere". Il problema non è dunque questo, perché comunque si trovano le garanzie necessarie al fine di assicurare l'indipendenza non dei singoli pm ma del potere d'accusa, di cui però bisogna rendere conto. Esso deve essere un potere trasparente: come la democrazia muore nel buio, così se il potere di accusa non è trasparentemente esercitato e responsabilizzato allora siamo alla fine della democrazia. La separazione delle carriere non è un problema tecnico, ma uno dei massimi problemi politici, forse ' il' problema politico di questo Paese.
Cosa ne pensa delle dichiarazioni del Procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri?
Sono rimasto sconvolto da quelle dichiarazioni. Ma le voglio raccontare un episodio: tantissimi anni fa mi trovavo in una Corte di Appello siciliana: avevo l'impressione che il Procuratore Generale si stesse comportando come il padrone di casa, avevo avvertito particolari toni e modi di rivolgersi alla Corte che mi erano sembrati fuori dalle righe. E contemporaneamente avevo notato un atteggiamento molto ossequiente e remissivo dei giudici. Mi rivolsi al collega del posto e lui mi rispose: "la tua impressione è giusta. Li vedi quei signori della Corte? Ciascuno di loro ha un pentito in Procura che dice cose generiche, potrebbe però arrivare un secondo pentito che dice cose specifiche".
di Piero Calabrò* e Biagio Riccio**
Il Dubbio, 31 gennaio 2021
Contro l'assoluzione, pronunciata dalla Corte d'assise di Brescia, dell'ottantenne che ha ucciso la moglie, si sono levate prevedibili grida di scandalo. Ma la Giustizia deve saper resistere, e affrontare "la notte buia dell'ignoranza" evocata da Manzoni ne "La colonna infame".
Hanno suscitato un acceso dibattito le motivazioni della sentenza (n. 2/2020) depositate in data 21.12.2020 sul caso Gozzini, signore ottantenne che ha ucciso la propria moglie, Cristina Maioli. Il processo si è tenuto alla Corte di Assise di Brescia e l'imputato, nonostante l'efferato crimine dispiegatosi in modo crudele e atroce, è stato assolto, perché l'omicidio, secondo l'organo giudicante, è stato compiuto in totale infermità di mente, derivante da delirio di gelosia.
Sia sulla stampa che attraverso i social, il caso giudiziario è stato interpretato in modo strumentale e si è impropriamente ritenuto che fossimo al cospetto di un uxoricidio o di un femminicidio. Il ministro della Giustizia Bonafede, senza neppur leggere le motivazioni della decisione e senza alcuna seria informazione sulle carte processuali, ha minacciato l'invio di ispettori, così supinamente cavalcando l'onda della demagogia volta ad assecondare le grida di quella moltitudine che, invece della verità, vuole un colpevole a tutti i costi, per il solo fatto che l'omicidio ha avuto come vittima una donna.
Le motivazioni del verdetto sono, invero, di una chiarezza cristallina e si snodano su un'intelaiatura caratterizzata da un percorso argomentativo privo di faglie, dipanato in una ragionata sistemazione degli elementi che fanno emergere la civiltà giuridica del provvedimento, senza dare eccessivo peso all'aspetto squisitamente psichiatrico del processo. Ecco perché il suo estensore, il presidente Roberto Spanò, ha perseguito, riuscendovi, l'intento di suffragare e motivare -attraverso le confluenti consulenze tecniche del pubblico ministero e della difesa dell'imputato- la deliberazione di assoluzione adottata dalla Corte che, è bene rammentarlo, è composta in prevalenza da giurati laici.
Ebbene, proprio il consulente tecnico di parte della pubblica accusa ha messo in evidenza che Antonio Gozzini è stato ossessionato, pervaso dal "lato oscuro" (come lo definisce Andreoli) del delirio di gelosia, che ha generato l'assoluta mancanza della capacità di intendere e di volere, al momento in cui è stato compiuto l'atroce crimine. Siamo alla totale parificazione tra ciò che è stato prefigurato e nutrito idealmente, con quello che realmente è accaduto, con una perfetta corrispondenza tra l'ideale e il reale, senza cesura, senza taglio, con una simmetrica sovrapposizione di piani tra loro identici.
Perde ogni valore l'aspetto volitivo, non vi è conflitto tra apparenza e realtà, tra il detto e il non detto, tra il rivelato e il sottaciuto, tra l'esplicito e il rimosso. Si espande sino al totale annichilimento delle facoltà di intendere e di volere il mostro della gelosia, presente nei recessi dell'animo dell'omicida e invece creato dal nulla e, soprattutto, sul nulla. Si attua disperatamente il dramma della follia che porta all'impazzimento di shakespeariana memoria, come è avvenuto con Otello. "Guardatevi dalla gelosia, il mostro dagli occhi verdi che irride il cibo di cui si nutre".
Ma, mentre nel dramma di Otello la pulsione si esprime nel progetto predisposto da Iago a causa della perdita di un fazzoletto che Desdemona giammai avrebbe dovuto smarrire e che, addirittura, si ritrova nelle mani del presunto amante Cassio, nella fattispecie del Gozzini non vi è alcunché, perché la mente è piatta e, nel contempo, vuota e si insidia, penetra in essa il demone della gelosia, per un motivo che non rinviene alcun fondamento. "Non sono mai gelosi per un motivo, ma gelosi perché sono gelosi. È un mostro concepito e generato da se stesso".
Non c'è nemmeno una dinamica patologica nell'omicidio, la finalità si concreta nel fatto stesso dell'organizzazione dell'azione delittuosa, senza un disegno precostituito. La modalità, infatti, si accentua proprio nell'aver soppresso, mentre dormiva, la moglie e, per colorarne il tradimento anche con la sua mortificazione fisica, le azioni più cruente sono state perpetrate attorno all'inguine della vittima. È un omicidio senza alcun movente, senza circostanze e situazioni dalle quali potesse tralucere una preparazione.
Ecco perché non si può parlare di uxoricidio, né di femminicidio. Nella sentenza (pag. 21) è ben scritto che il primo "contrassegna la mera uccisione di una donna (moglie: ndr), mentre il secondo, avente contenuto criminologico, si riferisce all'uccisione di una donna in quanto tale, per motivi legati al genere, e ciò, a causa di situazioni di patologie relazionali, dovute a matrici ideologiche, misogine e sessiste, e ad arretratezze culturali di stampo patriarcale".
La sentenza è ben motivata, incentrata su una confessione dell'imputato che ha descritto tutta la dinamica del fatto, con una lucidità impressionante (quando prende i coltelli procurati anzitempo dalla cucina, quando inferisce numerosi colpi con forza inaudita all'inguine, mentre la vittima dorme, il fatto stesso di voler dopo suicidarsi, senza che però ciò sia avvenuto, il dormire tranquillamente e al risveglio chiamare la domestica per raccontare l'efferatezza del proprio gesto). Da essa si può desumere che il tema della gelosia, il suo delirio, ha avuto campo libero per la realizzazione dell'omicidio, e in questo hanno dato man forte la consulenza dell'imputato e perfino quella del pm (pur sminuita dallo stesso pubblico committente).
Non è stata reputata indispensabile una consulenza tecnica d'ufficio, giacché il consulente della parte offesa (gli eredi della vittima) si è sottratto al confronto nel momento più importante (l'interrogatorio dell'imputato), senza poterne modificare le argomentazioni, anche perché -forse- ne aveva ben donde. Da qui, per assenza del dolo e della colpa, e, dunque, dell'imputabilità sottesa e necessaria, l'assoluzione del Gozzini, alla luce dell'articolo 85 c.p., a tenor del quale "nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se al momento in cui l'ha commesso non era imputabile".
Perciò, in luogo del carcere, l'applicazione della - non certo premiale - misura di sicurezza del ricovero in residenza per l'esecuzione (Rems). Il ministro della Giustizia e gli intempestivi altri "illustri" critici dovrebbero ben sapere che la civiltà del diritto sfida la notte buia dell'ignoranza, la furia della moltitudine (di cui discettava Manzoni ne "La storia della colonna infame"), perché la follia è contro il limite che invoca la giustizia e perché l'insano di mente non ha la consapevolezza della forza della pena che gli viene inferta e che comunque dovrebbe, per la nostra Carta Costituzionale, avere una funzione rieducativa.
*Ex magistrato
**Avvocato
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 31 gennaio 2021
Il libro dell'ex leader dell'Anm e la tentazione della magistratura di chiudere lo scandalo pesano sulle inaugurazioni dell'anno giudiziario nelle corti d'appello. Mentre i pg denunciano le mancate riforme e l'aumento delle violenze in famiglia. L'onda lunga del caso Palamara, le difficoltà degli uffici giudiziari per la pandemia, le riforme della giustizia che hanno finito per azzoppare il governo sono i temi al centro delle cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario che si sono tenute ieri in 26 corti di appello (dopo quella solenne in Cassazione venerdì). Ma nelle relazioni dei procuratori generali e dei presidenti delle corti c'è stato il tradizionale spazio per il bilancio dell'attività giudiziaria, con alcune novità preoccupanti sul fronte dei reati in crescita.
Lo scandalo aperto - In libreria con le sue selezionate confessioni al direttore del Giornale Sallusti, domani sera in televisione da Giletti, l'ex presidente dell'Anm Luca Palamara è molto più che un fantasma per la magistratura italiana. La sua relativamente veloce radiazione dall'ordine non ha certamente chiuso il caso. Ad affrontare il tema di petto è stato il pg di Napoli Luigi Riello, in passato leader della stessa corrente, Unicost, guidata da Palamara all'apice della sua capacità di influenza.
"Mi sembra che in magistratura ci si stia illudendo che cacciato Palamara dalla magistratura sia tutto a posto. Ma non credo che sia l'unica strega da bruciare e che tolto lui la magistratura sia immacolata", ha detto Riello. Di "degenerazione correntizia non più sopportabile" è tornato a parlare da Roma il vicepresidente del Csm Ermini, lui stesso indicato nel libro di Palamara come il beneficiario di un accordo tra le correnti togate e il Pd renziano. Al libro Ermini ha fatto un accenno indiretto, parlando di "scorie ancora in circolazione" e subito è arrivata la risposta di Palamara: "Parla di scorie, forse pensa che io sia diventato radioattivo solo dopo la sua nomina". I consiglieri del Csm della corrente di sinistra Area impegnati nelle diverse cerimonie hanno ovunque sostenuto che "correntismo deteriore e carrierismo" sono stati alimentati "da evidenti distorsioni che hanno interessato tutti i gruppi associativi". Mentre il consigliere indipendente del Csm, di area davighiana, Nino Di Matteo (anche lui citato nel libro da Palamara che si vanta di aver "agevolato la sua elezione a presidente dell'Anm di Palermo") dalla cerimonia di Caltanissetta ha parlato della "malattia" del Csm "per la prevalenza di logiche clientelistiche, correntizie e di cordata".
Il ruolo del ministro - Secondo la presidente della corte di appello di Venezia Ines Marini "la politica non ha colto l'opportunità nella crisi scatenata del caso Palamara, preferendo riforme elettorali del sistema anziché scelte radicali". Mentre il procuratore generale di Torino Saluzzo ha parlato di azione "in chiaroscuro" del governo criticando le mancate riforme "che pure, sopratutto dopo aver modificato la prescrizione, sarebbero state necessarie". Il ministro Bonafede è intervenuto alla cerimonia di Catanzaro per tagliare il nastro di una nuova aula bunker. Ma essendo, sopratutto lui, nel delicato interregno di governo non ha affrontato nessuno dei temi al centro del dibattito.
Allarme per i detenuti - Il presidente vicario della corte di appello di Firenze Nencini, il pg di Bologna De Francisci e il pg di Trieste Grohmann hanno denunciato il sovraffollamento delle carceri e il collegato rischio di diffusione del Covid, tema presente in tutti gli interventi nelle corti da parte dei rappresentanti dell'avvocatura. In generale ovunque è stato sollevato il problema dell'arretrato, aggravato dalla lunga sospensione delle attività dei tribunali per il virus.
Violenze in famiglia - In un quadro di generale diminuzione dei reati denunciati - venerdì il pg della Cassazione Salvi aveva sottolineato che l'Italia è ormai uno dei paesi "con il minor tasso di omicidi al mondo" - crescono invece le violenze in famiglia, come chiara conseguenza dei lockdown, A Roma le denunce relative ai reati di violenza di genere e domestica sono cresciute del 9%. Di "forte incremento delle notizie di reato per i delitti di maltrattamenti in famiglia e di atti persecutori, nonché di violenza sessuale, in aumento anche tra i minorenni" ha parlato il pg di Genova Aniello. "La situazione delle vittime di violenza domestica è particolarmente aggravata dal distanziamento sociale e dall'isolamento", ha detto il pg di Milano Nanni. Soprattutto perché, ha notato il pg di Firenze Viola, "vittime e carnefici sono stati costretti dentro le mura domestiche creando un regime di convivenza forzata, di isolamento e di illecito controllo".
triesteprima.it, 31 gennaio 2021
La battitura della sezione femminile andrà in scena nel pomeriggio di lunedì 1 febbraio. Le detenute chiedono tamponi, esami sierologici e gli arresti domiciliari in caso di gravi problemi di salute. Più che essere sottoposte a vaccinazione chiedono tamponi ed esami del sangue sierologici. Dopo la protesta della sezione maschile di qualche giorno fa, anche le detenute del carcere di via Coroneo alzano la voce contro la grave situazione sanitaria presente nel sistema detentivo italiano. Nel pomeriggio di lunedì 1 febbraio è infatti prevista la battitura della sezione femminile - che potrà contare sulla solidarietà di una presenza dell'Associazione Senza Sbarre all'esterno della casa circondariale triestina - volta a rivendicare maggiori attenzioni da parte delle autorità.
Secondo ASS, le detenute chiedono di essere sottoposte a tamponi ed esami del sangue sierologici, "piuttosto che essere costrette alla vaccinazione", l'indulto ed essere sottoposte ad arresti domiciliari in caso di problemi sanitari e gravi patologie, e in occasione di residui di pena. "L'iniziativa delle detenute della sezione femminile del carcere del Coroneo - conclude la nota - è stata comunicata anche ad altre prigioniere e prigionieri in Italia, con l'idea di una mobilitazione più estesa possibile per allargare e sostenere tali rivendicazioni e rompere l'omertà di regime sulla questione delle carceri".
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