di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 7 novembre 2020
"La città dei vivi", l'ultimo romanzo di non-fiction di Nicola Lagioia, pubblicato da Einaudi. Nello sperdimento della metropoli, il clima malato in cui è maturato l'omicidio Varani. "Qui siamo tutte buone famiglie. Il problema so' i figli", dice Valter Foffo. Quando si fa sfuggire queste parole, suo figlio Manuel è in carcere per omicidio assieme a Marco Prato. Il delitto è avvenuto nel suo appartamento romano, al decimo piano di un palazzo piccolo borghese al Collatino. I due hanno ucciso dopo giorni passati insieme a sniffare cocaina.
La vittima si chiama Luca Varani. Lavora per poche centinaia di euro al mese da un carrozziere, è figlio di venditori ambulanti di dolciumi. Ha attraversato la città all'alba del terzo giorno di reclusione tossica per raggiungere la tana in cui Foffo e Prato si sono chiusi a progettare futuri deliranti. Varani si è mosso dalla periferia settentrionale verso quella orientale, attirato dalla promessa di quattrini, forse in cambio di sesso. A quel caso di cronaca nera, Nicola Lagioia ha dedicato il romanzo non-fiction La città dei vivi (Einaudi, pp. 472, euro 22). Siamo a Roma, nell'Italia che alla fine dell'inverno 2016 si affaccia alla grande transizione politica che condurrà al tracollo di tutti i partiti. L'esito corrisponde al clima del quale l'omicidio Varani, per come emerge dalla narrazione di Lagioia, è una spia potentissima. Traspare l'assoluta mancanza di coscienza di classe. Tutti gli attori di questa storia appaiono spaesati, privi di consapevolezza del proprio ruolo e defraudati da ogni prospettiva.
Il paese di "buone famiglie" si pone il "problema" dei figli che cercano di diventare adulti negli anni che seguono la crisi finanziaria. Foffo è figlio di un piccolo imprenditore. Sogna di sfondare con una "start up" che assomiglia sempre più a un rimpianto. Prato, il cui padre è un manager culturale, organizza serate e aperitivi: la disperazione lo divora mentre lavora mostrandosi entusiasta. Sono sperduti nella metropoli, sono il simbolo del collasso della creative class, del progressivo sbriciolarsi del secondo anello della città globale, quello che secondo gli analisti avrebbe dovuto collocarsi a ridosso delle residenze delle élite del centro storico per fornire servizi e attestarsi nell'anello metropolitano che precede la periferia. Il centro di Roma è ormai da qualche anno una città di cartone, set per turisti e contenitore di affittacamere in balia di allibratori digitali e visitatori mordi-e-fuggi: la pandemia ha poi mostrato tutta la fragilità di questo modello economico. Foffo e Prato percepiscono l'orlo del burrone. "Ci sentivamo in fondo mediocri, stupidi, pavidi e inessenziali, nel crepuscolo di un'epoca che aveva promesso di farci ricchi, intelligenti, coraggiosi", scrive Lagioia. È in questa allarmante zona grigia (tra centro e periferia, tra vita e morte, tra romanzo e fiction) che si dipana La città dei vivi.
Implodono i confini tra il centro che bazzicano i due assassini e la periferia dalla quale proviene Varani. Questa volta gli assassini sono i borghesi, spaventati guerrieri della concorrenza abituati come tutti a consumare la droga performativa per eccellenza per darsi un tono da vincenti o per trovare il coraggio di oltrepassare i confini dei generi. Il "ragazzo di vita" è la vittima. Prato agli inquirenti racconta chiaramente che Varani è stato scelto per la sua condizione di ricattabile: "Pensavo che Luca per soldi avrebbe fatto qualunque cosa. Ero a conoscenza della sua situazione economica". Per vivere un'esperienza che la sentenza di condanna a Foffo definisce "oltre ogni limite", i due uccidono un "debole", ristabilendo nella forma più estrema i confini, le coordinate e le differenze di classe.
"A Roma le barriere sociali, anagrafiche, le discrepanze estetiche, potevano crollare in un istante", scrive l'autore. Ripercorrendo la strada che dall'Esquilino scende lungo la via Casilina e conduce a Tor Pignattara e da lì alla città infinita fino ai Castelli, Lagioia racconta in prima persona la sua angoscia. Più avanti annota che "una marea di nuovi poveri, scasati, disagiati, premeva inquieta dalle periferie". Il male però è alle sue spalle, dalle zone centrali dalle quale proviene. Non sono le "periferie", a patto che esistano ancora, ad accerchiare la città e travolgerla nel caos. Perché questa è la storia di un buco nero, di una voragine che dalle zone esclusive delle mura storiche ingoia il resto delle forme di vita.
Gazzetta del Sud, 7 novembre 2020
Entrare in un carcere "difficile" e provare a far raccontare lo "tsunami" Covid a un gruppo di detenuti, tra lunghi corridoi opachi e pareti chiazzate d'intonaco. C'è riuscita l'equipe dell'articolazione per la Tutela della salute mentale del carcere di Barcellona Pozzo con "Forse perché eravamo gli ultimi", cortometraggio che parteciperà al concorso nazionale "Menti in corto" promosso dalla Comunità Terapeutica Assistita di Calatafimi.
Il progetto, presentato in conferenza stampa dalla direttrice del carcere Nunziella Di Fazio, è il un punto di arrivo di un percorso annuale portato avanti dal personale della Casa circondariale che punta alla promozione dell'introspezione e del benessere psico-sociale dei detenuti. Catapultati davanti e dietro una telecamera, sedici ristretti del "Madia" hanno risposto al tema del bando "2020: anno bisesto, anno funesto?" raccontando cosa potrebbe accadere in un ex manicomio abbandonato ai pochi uomini sopravvissuti alla pandemia del funesto 2020 e cercando di proporre riflessioni più profonde sul senso dell'umanità, sulla necessità di combattere l'isolamento e l'alienazione. "E' stata un'occasione unica - ha sottolineato Nunziella Di Fazio, direttrice della Casa circondariale che a breve concluderà la sua esperienza al carcere di Barcellona - frutto di un percorso artistico-riabilitativo che ha coinvolto sedici detenuti, diventati sceneggiatori, interpreti e tecnici di un originalissimo e toccante cortometraggio".
"Noi siamo il doppio errore, e forse perché noi siamo ultimi, tocca a noi ricominciare l'umanità" spiegano i protagonisti all'interno del corto che è un inno "a tornare a giocare e credere alle cicogne, al coraggio di vincere la malattia, alla pazienza in periodi di burrasca per mangiare di nuovo il miele senza mosche, a ringraziare Dio, a rifare tutto e farlo bene".
Mentre tutt'intorno il mondo al di fuori della casa circondariale di Barcellona rimaneva chiuso in casa, i sedici detenuti coinvolti nel progetto hanno avuto l'occasione di vivere una tensione verso l'esterno, la possibilità di tuffarsi in un mondo diverso. "Forse perché eravamo gli ultimi" non è solo l'unica produzione siciliana in concorso, ma è anche l'unico corto, a livello nazionale, in cui sono stati coinvolti i detenuti di una struttura carceraria. Sotto il coordinamento della psichiatra Francesca Cordova e dei tecnici riabilitativi Valeria Schilirò e Paolo Federico, la regia è stata affidata a Salvo Presti, mentre la fotografia e l'editing a Emanuele Torre.
La Comunità Terapeutica Assistita di Calatafimi renderà presto visibili tutti i contributi delle realtà che hanno partecipato al concorso, per raccogliere il giudizio di giuria tecnica, di una giuria popolare e mediatica, attraverso la diffusione dei lavori sulle pagine Facebook e Instagram "Menti in Corto"
Ristretti Orizzonti, 7 novembre 2020
I detenuti dell'associazione Catena in Movimento del carcere di Bollate, in collaborazione con l'Associazione Milano Positiva, raccolgono alimenti a favore di 40 famiglie bisognose del Comune di Milano. Appuntamento sabato 7 novembre alle ore 15.30 presso la Chiesa di San Gabriele Arcangelo in Mater Dei di via Termopili 7.
Presente anche Laura Specchio, Presidente Commissione Politiche per il Lavoro, Sviluppo Economico, Attività produttive, Commercio, Risorse Umane, Moda e Design e Capo Gruppo Gruppo Consiliare Alleanza Civica per Milano.
Un gesto di solidarietà che unisce chi sta dentro con chi sta fuori: questo lo spirito dell'iniziativa "Insieme abbattiamo l'indifferenza" che coinvolge i detenuti dell'Associazione del Carcere di Bollate Catena in Movimento e Milano Positiva, associazione di Promozione Sociale attiva principalmente sul territorio del Municipio 2 che si è attivata per fare da tramite tra l'azione promossa dal Carcere e le famiglie in difficoltà, riuscendo a dialogare con enti del territorio ossia la chiesa di San Gabriele Arcangelo in Mater Dei.
Da sempre attenta alle esigenze dei più bisognosi, da sempre attenta a mettere in luce i problemi legati alla disabilità e alla sicurezza, Milano Positiva APS, durante il lockdown, rendendosi conto che il problema della reperibilità alimentare fosse divenuto un'emergenza, ha cominciato a collaborare con Pane Quotidiano e Banco Alimentare per raccogliere e distribuire derrate alimentari.
Quaranta famiglie bisognose, in forte aumento a causa del disagio economico provocato dalla pandemia e dalle misure predisposte per contenerla, riceveranno sabato un pacco alimentare risultato della donazione da parte dei detenuti di Bollate.
Gli alimenti arrivano da uno scambio nato all'interno del Carcere quando, in occasione del primo lockdown, i detenuti che lavorano per l'Associazione Catena in Movimento hanno confezionato mascherine - oltre 10.000 - per la popolazione carceraria e non solo. Per sdebitarsi con i compagni, i detenuti che hanno ricevuto le mascherine hanno raccolto generi alimentari che poi hanno deciso di donare a chi, fuori, ne ha bisogno.
Ispirati dai concetti posti alla base della "Giustizia riparativa" e dalle parole di Papa Francesco e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella secondo cui "La vera pandemia è l'indifferenza", e che, ora più che mai, invocano l'unione e la coesione di tutti per affrontare il dramma che il pianeta intero sta vivendo, i detenuti coinvolti in questo progetto sono riusciti a valorizzare il loro tempo raccogliendo quasi 100 kg di generi alimentari da devolvere alle famiglie. Con il supporto dell'Associazione Milano Positiva che dice: "l'attività con il carcere di Bollate apre le porte ad una collaborazione che si spera possa essere sempre più proficua", i detenuti hanno dato vita al Banco Alimentare "Insieme abbattiamo l'indifferenza", una sorta di mutuo soccorso che abbatte le barriere tra "dentro" e "fuori".
di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 7 novembre 2020
L'europarlamentare finlandese co-relatore dell'accordo sul meccanismo che permetterà di sospendere i finanziamenti comunitari agli Stati che violano i diritti fondamentali: "Non siano scesi a compromessi sui valori". Il suo partito aderisce al Ppe, di cui fa parte, anche se "sospeso", Fidesz di Viktor Orbán. Una contraddizione da risolvere.
"Non siamo scesi a compromessi sui valori", ha commentato soddisfatto il finlandese Petri Sarvamaa, popolare, co-relatore del Parlamento europeo (insieme alla socialista spagnola Eider Gardiazabal Rubial) nel negoziato sul meccanismo che permetterà di sospendere i finanziamenti comunitari agli Stati che violano quei diritti fondamentali (come l'indipendenza del potere giudiziario) alla base della nostra casa comune. L'accordo dovrà essere ratificato a maggioranza qualificata dai Paesi membri. Una buona notizia, in questo anno terribile.
"L'Ue non solo sarà in grado di interrompere i fondi quando i principi dello Stato di diritto sono già violati, ma anche - ha spiegato Sarvamaa - nei casi in cui è evidente che decisioni recenti di un governo rappresentano un rischio futuro per le nostre finanze". Le reazioni rabbiose di Ungheria e Polonia non si sono fatte attendere. Ma, come scrive su Twitter il sessantenne ex giornalista finlandese, "l'Unione non è un bancomat per gli autocrati".
Di totalitarismi Sarvamaa ne sa qualcosa, visto che la famiglia del padre è fuggita in Finlandia dalla Russia all'epoca della rivoluzione. Durante la giovinezza qualche occupazione saltuaria (cameriere al ristorante dell'aeroporto di Helsinki e maschera in un cinema-teatro), gli studi di scienze politiche e poi il lavoro nella radiotelevisione pubblica Yle. A Strasburgo è arrivato nelle liste del Partito di Coalizione Nazionale, vecchia e non gloriosissima formazione politica liberal-conservatrice che aderisce ai Popolari europei.
Ma quanto durerà ancora, venendo proprio al Ppe, la sgradevole telenovela della presenza al suo interno (attualmente "sospesa") dei sovranisti autoritari di Fidesz al comando del premier ungherese Viktor Orbán? Tutto ciò non fa bene alla credibilità di questa grande "famiglia politica" europea. Proprio quanto è accaduto nei giorni scorsi nel negoziato sulle violazioni dello Stato di diritto lo conferma. Si tratta di una evidente contraddizione. Va detto che il partito di Sarvamaa è uno dei tredici firmatari della inascoltata lettera in cui si chiedeva l'espulsione della falange di Orbán. Ora è arrivato per tutti il momento di scegliere.
di Sarantis Thanopulos
Il Manifesto, 7 novembre 2020
Verità nascoste. La concretezza sta oscurando la nostra vista nel modo di gestire psichicamente e operativamente la pandemia. Invocando la paura contro chi nega di sentirla, si crea un conflitto in cui entrambi i fronti, assecondandola o esorcizzandola, la rendono padrona della nostra vita.
Lo sforzo a contenere la pandemia è, in gran parte, manifestamente improvvisato a livello planetario e impostato, per forza delle cose, su misure piuttosto primitive.
La frammentazione dei dati scientifici, lo scarso coordinamento tra gli esperti (che non coincidono con i virologi, in grado di vedere solo una parte del problema), lo smantellamento della sanità pubblica in quasi tutti i paesi del mondo e la mancanza di strumenti preventivi attendibili (a causa dell'ormai cronica dipendenza della ricerca dalla logica del profitto), impediscono che le misure restrittive seguano una logica rigorosa di selezione dei soggetti da proteggere. Rendono, inoltre, arduo il trattamento delle persone ammalate. La politica, già da tempo impotente di fronte al fenomeno della globalizzazione economica (che l'ha travolta), ed evidentemente spaesata, insegue affannosamente gli eventi, cercando di fronteggiare i danni immediati, ma è incapace di prevedere i danni futuri, sperando che, a tempesta passata, tutto torni come prima.
Nel vuoto di una risposta politica (da non confondere con l'amministrazione dell'esistente) si è insediata la lotta contro il "negazionismo". Il termine "negazionismo" è stato usato, del tutto impropriamente, per designare il "diniego" (in psicoanalisi il rigetto della percezione/evidenza di un fatto reale) nei confronti della Shoah. In realtà, il diniego dello sterminio più aberrante della storia (la soppressione affettivamente indifferente e impersonale di milioni di persone) è un derivato della soppressione dell'umano da parte dei nazisti (che inizia dal loro mondo interno). Di ciò che non deve esistere, non si può registrare la morte. Non l'hanno registrata i carnefici (se non come fatto logistico), non la registrano i loro apologeti. Il reato di "negazionismo" doveva essere definito come "apologia di crimine contro l'umanità". Il fatto che così non è stato misura la nostra difficoltà di vedere oltre la concretezza dei dati.
La concretezza sta oscurando la nostra vista anche nel modo di gestire psichicamente e operativamente la pandemia. Invocando la paura contro chi nega di sentirla, si crea un conflitto in cui entrambi i fronti, assecondandola o esorcizzandola, la rendono padrona della nostra vita. Già la paura fisiologica nei confronti del Covid (che ha un indubbio fondamento reale) supera la sua funzione prudenziale ("attento/a a non"), perché il contagio, l'ammalarsi e l'esito sono imprevedibili. Quando la paura perde il suo legame con la prudenza, che ne fa da contenitore, produce destabilizzazione psichica. Ad essa si aggiunge allora un'angoscia supplementare (riguardante la tenuta del nostro apparato psichico). Se non si fa nulla per ritrovare l'aggancio con la prudenza, le risposte possibili sono due opposti: il compattamento in un assetto difensivo generalizzato nei confronti della realtà e il diniego del pericolo (uno "stabilizzatore" psichico, è risaputo). Entrambe le risposte sono imprudenti.
Sia l'eccesso dell'angoscia di morte, sia l'atteggiamento trasgressivo (che incentivati da un'informazione troppo incalzante e contraddittoria si riflettono l'uno nell'altro) emarginano il pensiero critico e sono un pericolo per la democrazia: portano all'invocazione di poteri forti. La loro contrapposizione che conforma il confronto sul rischio rappresentato dalla pandemia allo scontro fuorviante tra "realisti" e "negazionisti", nasconde un secondo diniego, quello più importante e pericoloso. Il diniego dell'assenza catastrofica di un governo democratico, lungimirante e saggio, del mondo, dell'eclissi della visione globale in una realtà violentemente globalizzata, del vivere intrappolati nella necessità, nello stato d'eccezione prodotto da una logica permanente di emergenza. Per ritrovare la prudenza smarrita bisogna uscire dalla cecità, l'evidenza che nasconde, non fa vedere.
di Mario Bernardi Guardi
Corriere Fiorentino, 7 novembre 2020
Lucca, la storia di come Tobino cercò di trasformare Maggiano in un paese. Follia, disperazione e lacrime. Il manicomio di Maggiano è stato il più antico d'Italia e per decenni ha assomigliato a un carcere. Ma con la direzione dello psichiatra-scrittore Mario Tobino, alla guida di Maggiano dal 1956 al 1958, iniziò una lenta e difficile apertura verso l'esterno, con tanto di festival musicali. A raccontarlo è il libro di testimonianze "Maggiano. Gli anni del cambiamento 1958-1968", a cura di Giovanni Contini e Marco Natalizi.
Il manicomio di Maggiano, il più antico d'Italia, come risultava alla promulgazione della legge 180 nel 1978 - la Basaglia, che chiudeva i manicomi - ha una lunga storia. Inizia nel 1770 quando viene istituito dalla Repubblica di Lucca, termina nel 1999 quando viene chiuso. Nel mezzo lacrime e sangue, la sostanza di cui è impastato il mistero doloroso della follia. Eppure, sosteneva lo scrittore e psichiatra Mario Tobino, che lo diresse dal 1956 al 1958, se si va al di là dell'orrore e della repulsione per il malato "oggetto" e se si azzardano forme di recupero che hanno al centro attenzione, ascolto e amore, al folle può essere restituita la dignità che ogni essere umano merita. Ed è questo il senso delle testimonianze raccolte in Maggiano. Gli anni del cambiamento 1958-1968, a cura di Giovanni Contini e Marco Natalizi, Maria Pacini Fazzi Editore, opera che racconta dieci anni di impegno di medici e infermieri per "umanizzare" il manicomio.
Il libro porta il contrassegno della Fondazione Mario Tobino, che da anni, con pubblicazioni, convegni, visite guidate, si fa attiva custode di un'esperienza diventata ragione di vita per il medico-scrittore che trasformò Maggiano in Magliano consacrandovi la propria materia narrativa.
"Tobino - osserva Marco Natalizi - coltivò la generosa illusione che il fine del manicomio, dei medici, degli infermieri fosse quello di tutelare i diritti dei malati e si prodigò per rendere quel luogo più accogliente, scontrandosi spesso con l'ottusità dei burocrati, come racconta nel suo libro Il manicomio di Pechino". Ma già in altre opere (da Le libere donne di Magliano a Gli ultimi giorni di Magliano), aveva rivelato quella che gli appariva come una terribile condizione carceraria. Ebbene, "Gli anni del cambiamento" evocano di continuo questo scenario, mettendoci di fronte a uno spietato "regime chiuso", che precludeva scambi sociali e uscite verso il mondo esterno. Una "fossa dei serpenti" che spesso ingoiava il matto per tutta la vita. Uno spazio per alienati brutalmente alienante, dove gli unici mezzi per tenere a bada i degenti erano le celle imbottite, il letto di contenzione, la camicia di forza, l'elettroshock, la morfina, la coercizione violenta, le "celle dell'alga" dove agli "agitati" che strappavano vesti e lenzuola venivano date, come coperte, mucchi di alghe seccate. Per decenni Maggiano, al pari di altri manicomi, fu un turbine di deliri e di furie aggressive.
Finché qualcosa cominciò a cambiare e non solo grazie all'avvento degli psicofarmaci. Così, le testimonianze raccolte (con registratori e videocamere) da Isabella Tobino, nipote dello scrittore, e dai curatori, insieme alle lunghe notti del corpo e dello spirito, tra urla terribili e silenzi tombali, raccontano anche il laboratorio del "nuovo". Già con Tobino e poi con Domenico Gherarducci che diresse il manicomio dal 1958 al 1984. Al centro, l'idea dell'"ospedale-paese": il malato deve fare e trovare dentro la struttura manicomiale quello che potrebbe fare e trovare fuori, in "paese", nella società, in mezzo a quelli che non sono malati. In questo modo, mentre si cerca di rimediare alla scarsità e alla mancanza di preparazione degli infermieri, promuovendo corsi di formazione, i degenti cominciano ad aiutare il personale nelle pulizie degli ambienti, vanno in gita (la prima al Santuario di Montenero nel 1959), dormono in camerette con lettini e lenzuola pulite.
Qualcuno di loro si appassiona alla musica che diventa mezzo comunicativo ed espressivo, nasce l'idea di un Festival della Canzone, la cui prima edizione si svolgerà nel 1964, viene aperto un Circolo Sociale Ammalati e comprata una stampatrice elettrica per il periodico La Pantera, redatto e composto dai degenti, viene aperta una "Banchina", un piccolo sportello con macchina da scrivere e schedario, che può essere utilizzato per i depositi dei malati e dei parenti in visita. Non tutto è facile, qualcosa dura, qualcosa no.
Ma è una possibile via d'uscita, prima della 180.
Eppure Tobino fu "contro". Perché? "Per lui, come per Basaglia, veniva prima la persona, poi il paziente - spiega Natalizi - ma le ideologie del tempo strumentalizzarono il pensiero di entrambi, così di Tobino fecero un 'conservatore' e di Basaglia un 'innovatore'.
Il fatto è che Tobino non voleva che i manicomi fossero chiusi: l'Italia non era ancora pronta per un simile passo, non c'erano strutture alternative, e lui temeva per i suoi malati cronici, quelli che nessuno voleva". Infatti per loro, la "casa", paradossalmente ma non troppo, restava il manicomio di Maggiano.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 7 novembre 2020
"Un'altra storia comincia qui" di Marta Cartabia e Adolfo Ceretti, per Bompiani. L'"igiene del linguaggio" attraverso i pensieri di Carlo Maria Martini. Un'opera quanto mai necessaria in un momento storico nel quale la lingua dell'odio e della brutalità ha investito anche il pianeta del carcere.
La questione della pena, per sua natura complessa, va sottratta a scontati stereotipi interpretativi. Reato e pena vanno indagati senza le certezze apodittiche di chi confonde il reato con il reo e la pena con la vendetta. Per comprendere fino in fondo l'antropologia del crimine e del carcere è necessario investire nel dialogo tra campi epistemologici diversi.
Marta Cartabia, la prima presidente donna della Corte Costituzionale in Italia, e Adolfo Ceretti, criminologo e studioso di giustizia riparativa da decenni, in Un'altra storia inizia qui (Bompiani, pp. 128, euro 10), attraverso le parole e i pensieri di Carlo Maria Martini, ci regalano un'opera di igiene e mitezza di linguaggio, quanto mai necessaria in un momento storico nel quale la lingua dell'odio e della brutalità ha investito anche il pianeta del carcere. Si pensi ad espressioni incostituzionali e violente come "marcire in galera" o "buttare la chiave" che hanno monopolizzato il dibattito pubblico con incursioni finanche istituzionali.
Nell'ambito del libro si possono selezionare quattro parole chiave - crudeltà, dignità, visita, riconciliazione - essenziali nel pensiero degli autori, nonché fulcro dell'idea di giustizia del cardinale Carlo Maria Martini. Parole, che nel libro sono trattate con delicatezza e profondità di scrittura, nella consapevolezza che la giustizia non sia qualcosa per soli tribunali o prigioni, ma che sia parte della vita e della comunità.
Crudeltà: al diritto penale va restituito quel suo originario scopo diretto a minimizzare la violenza dei delitti e la crudeltà delle pene. "Di fronte alla delinquenza e al crimine, è necessario reagire, opponendosi al male, senza per altro compiere altri mali e altre violenze" (Martini, 2001).
Non di rado si intravede nella società una sorta di indifferenza o compiacimento di fronte alla sofferenza del carcerato. Augurare a una persona, chiunque sia, di marcire in galera significa sperare che vada in putrefazione, che subisca un irrimediabile decadimento fisico e psichico. Alla crudeltà delle pene si contrappone quella dolcezza di cui scrisse oltre 250 anni addietro Cesare Beccaria.
Dignità: il diritto internazionale proibisce la tortura e tutte le pene o i trattamenti disumani e degradanti. La crudeltà fa parte dunque dello stesso campo giuridico e semantico della degradazione e della disumanità. L'umanità, recuperando il pensiero kantiano, non è altro che la dignità umana. Quest'ultima ha una sua definizione di carattere negativo: l'individuo non deve essere mai degradato a cosa; è sempre fine, mai mezzo. Le Corti supreme hanno usato il grimaldello della dignità umana per porre limiti agli arbitrii punitivi. Nel nome della dignità umana, come ricorda Marta Cartabia, la nostra Corte Costituzionale ha organizzato un viaggio di conoscenza e testimonianza nelle carceri italiane.
Visita: la pena non è solo quella raccontata nei codici ma anche quella che si percepisce attraverso i propri occhi, sentendo gli odori e ascoltando i silenzi o i rumori del carcere. "Venendo a Milano, ho voluto iniziare la visita pastorale alla città e alla diocesi cominciando proprio dal carcere di san Vittore...Mi urgevano e mi urgono dentro le parole di Gesù: ero in carcere e mi avete visitato" (Martini, 2003). Bisogna aver visto per poter capire cos'è la pena del carcere, come ci ha insegnato Pietro Calamandrei.
Infine, riconciliazione. La giustizia per gli autori deve contribuire alla riconquista della solidarietà perduta. Il carcere, pur nella sua inevitabile residuale necessità, non riesce a ricomporre le fratture, anzi le alimenta, le riproduce su più ampia scala. La riconciliazione, secondo Carlo Maria Martini, serve ad evitare che si confonda in eterno il reo con il suo reato. In un altro intenso volume autobiografico "Il Diavolo mi accarezza i capelli. Memoria di un criminologo" (Il Saggiatore) Adolfo Ceretti e Niccolò Nisivoccia ci aiutano a entrare nella filosofia e nella pratica della mediazione, quale risposta nonviolenta ai traumi prodotti dal delitto. Speriamo, dunque, che un'altra giustizia ricominci a partire dalle parole stesse di Cartabia e Ceretti.
di Carlo Lania
Il Manifesti, 7 novembre 2020
Il piano, approvato dalla Francia, messo a punto dal Viminale anche in funzione antiterrorismo. Brigate italo-francesi ai confini. Navi e aerei italiani posizionati nelle acque di fronte alla Tunisia per intercettare i barchini con i migranti. L'idea è stata messa a punto dal Viminale e illustrata ieri dalla ministra Luciana Lamorgese al collega francese Gerald Darmanin, che ha fatto tappa a Roma prima di partire per un viaggio nei Paesi del Maghreb.
Se Tunisi darà il via libera, i nostri mezzi sosteranno in acque internazionali e avranno il compito di intercettare i natanti che partono dal Paese nordafricano diretti verso l'Italia, segnalandoli alle autorità tunisine che si muoveranno per bloccarli e riportarli indietro. Di fatto la Guardia costiera tunisina è chiamata a fare lo stesso lavoro che da anni svolge la cosiddetta Guardia costiera libica con i disperati che partono da quel Paese. In questo modo l'Italia e l'Europa potranno affermare di non effettuare i respingimenti vietati dal diritto internazionale, avendo delegato ad altri il compito di riportare indietro i migranti.
A peggiorare le cose, c'è poi il fatto che il nuovo piano viene giustificato anche con la necessità di fermare eventuali terroristi diretti in Europa, specie dopo i recenti attentati di Nizza (l'autore della strage alla Basilica di Notre Dame era sbarcato a Lampedusa lo scorso mese di settembre) e Vienna. Misure che però, ancora una volta, rischiano di colpire solo chi cerca un futuro migliore, visto che chi è intenzionato a portare il terrore in una capitale europea spesso non ha neanche bisogno di attraversare il Mediterraneo. E' stato lo stesso Darmanin ad ammettere infatti come il più delle volte il pericolo lo abbiamo già in casa: "Su trenta terroristi che hanno colpito negli ultimi anni, 22 erano francesi", ha spiegato il ministro.
Ancora una volta l'Europa mette quindi assieme l'immigrazione irregolare con il terrorismo, un'equazione che già in passato ha dimostrato di non funzionare. Il compito di spiegare al governo tunisino il piano italiano (fatto proprio anche da Parigi) spetta proprio a Darmanin volato nel pomeriggio nel Paese nordafricano dove ha incontrato il presidente Kais Saied.
Alla Tunisia, ma anche all'Algeria, dove arriverà oggi, il ministro chiede maggiore collaborazione per il rimpatrio di una serie di soggetti radicalizzati, ma anche un via libera politico che permetterebbe alle navi e agli aerei italiani di collaborare in maniera più stretta con la marina tunisina. In cambio, va da sé, c'è la promessa di aiuti europei all'economia tunisina messa ulteriormente in difficoltà dalla pandemia di Coronavirus. Aiuti che Bruxelles vorrebbe negoziare con i Paesi di origine dei migranti in cambio di una maggiore collaborazione nei rimpatri. "Serve una road map che negozi gli accordi di riammissione con i principali Paesi africani che ancora che ancora non si sono attivati", ha spiegato Lamorgese al temine del vertice con Darmanin.
La collaborazione tra Italia e Francia nel controllo delle frontiere non riguarda però solo quelle marittime. Presto partirà infatti una sperimentazione di sei mesi durante i quali Brigate miste formate da poliziotti italiani e francesi controlleranno i confini tra i due Paesi con l'apertura a Bardonecchia di un ufficio della polizia di frontiera. "Non si chiudono le frontiere", ha voluto specificare Darmanin. "La libera circolazione, gli scambi commerciali sono garantiti, la lotta è contro il terrorismo e l'immigrazione clandestina".
Tutto questo in attesa di una revisione di Schengen come chiesto nei giorni scorsi dal presidente Macron e che a Bruxelles hanno già inserito nel calendario dei lavori dell'Unione. L'appuntamento è fissato per i primi di dicembre quando la Commissione europea lancerà il primo forum per rimettere mano al trattato sulla libera circolazione.
Intanto su tutte le rotte marine si continua a viaggiare e purtroppo anche a morire. Stando a quanto denunciato dalle organizzazioni umanitarie circa 800 persone sono morte in una settimana tentando di raggiungere la Spagna, mentre nel Mediterraneo centrale continuano gli sbarchi sull'isola di Lampedusa. Ieri sono arrivati in tutto 206 migranti, tutti trasferiti nell'hotspot di contrada Imbriacola di nuovo sovraffollato con 1.306 persone.
La Repubblica, 7 novembre 2020
La 31enne Loujain al-Hathloul è in isolamento e in sciopero della fame. Le sue condizioni di salute sono allo stremo. Le autorità negano contatti con la famiglia. Il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti delle donne (Cedaw) lancia l'allarme per il peggioramento progressivo delle condizioni di salute dell'attivista saudita Loujain al-Hathloul, in sciopero della fame per protesta contro le condizioni carcerarie. La 31enne, in prima fila nella lotta per i diritti delle donne e per il diritto alla guida nel regno wahhabita, ha iniziato a rifiutare il cibo il mese scorso, denunciando le restrizioni e gli abusi cui è oggetto nella cella nella quale è rinchiusa. Rilanciando il suo caso, il Comitato Onu si rivolge in modo diretto a re Salman invocandone il rilascio immediato.
Elettroshock, frustate e abusi sessuali. Loujain al-Hathloul si è battuta in prima persona nelle Campagne per l'abolizione delle medievali restrizioni delle libertà delle donne in Arabia Saudita ed è stata arrestata dalle autorità saudite per aver violato le norme inerenti alla sicurezza nazionale, nel contesto di una più ampia operazione per reprimere i movimenti attivisti, soprattutto quelli femminili. Secondo quanto raccontano i parenti di Loujain, lei è stata costretta in regime di isolamento per tre mesi, ed è stata oggetto di elettroshock, frustate e abusi sessuali. I suoi carcerieri le avrebbero addirittura offerto la possibilità di uscire dal carcere se avesse dichiarato di non aver subito torture.
Il governo saudita respinge le accuse. Le autorità negano ogni accusa. Intanto, fra i capi d'imputazione emersi c'è quello di aver chiesto la fine della tutela maschile, di aver contattato organizzazioni internazionali e diplomatici Onu e stranieri. E comunque, pur restando in carcere, finora i giudici non hanno emesso una sentenza di condanna. Il 26 ottobre Loujain al-Hathloul ha iniziato lo sciopero della fame per le restrizioni subite, fra cui il divieto di poter comunicare in modo regolare con la famiglia. "Non può sopravvivere in prigione - dice la sorella Lina alla Bbc - senza sapere cosa ne sarà del suo domani. "Non sa - aggiunge - quando potrà ricevere la prossima visita... se domani o fra un anno. Mia sorella è risoluta e dice: preferisco morire, se non ho idea di quanto posso rivedere i miei genitori regolarmente".
Il richiamo severo delle Nazioni Unite. Il Comitato Onu sull'eliminazione delle discriminazioni contro le donne è composto da 23 esperti indipendenti da tutto il mondo e lancia un severo richiamo sulle condizioni di salute fisiche e mentali di Hathloul. In una nota si legge un invito perentorio alle autorità saudite di "proteggere i suoi diritti alla vita, alla salute, alla libertà e la sicurezza delle persone, in ogni frangente e circostanza, rispettando le sue libertà di coscienza ed espressione, incluso lo sciopero della fame". Infine, il comitato si è appellato direttamente al monarca Salman perché utilizzi i suoi poteri e le prerogative reali per garantire il rilascio di Loujain al-Hathloul, in vista della Giornata internazionale dei difensori dei diritti umani delle donne.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 7 novembre 2020
Israele ha accettato di liberare il prigioniero palestinese che ha digiunato per 103 giorni contro gli arresti "amministrativi". Cresce nel frattempo la condanna internazionale per la distruzione del villaggio di Hamsa al Fouqa. Fu categorico Maher al Akhras a fine luglio, quando venne arrestato dall'esercito israeliano e messo in "detenzione amministrativa" per quattro mesi senza processo e senza conoscere le accuse mosse nei suoi confronti.
"Ho due sole possibilità" disse "tornare dalla mia famiglia o lasciarmi morire". Ieri, dopo 103 giorni di sciopero della fame che lo hanno portato vicino alla morte, il 49enne palestinese del villaggio Silat al-Dhahr ha vinto la sua battaglia: presto tornerà a casa. Le autorità israeliane hanno accettato di rilasciarlo il 26 novembre, alla scadenza dei quattro mesi di carcere, e di non rinnovare la detenzione.
Da parte sua Al Akhras, in condizioni critiche, tornerà a nutrirsi restando ricoverato nell'ospedale Kaplan di Rehovot. Sui social migliaia di palestinesi e stranieri hanno celebrato l'annuncio della scarcerazione a fine mese. In sostegno del prigioniero erano scese varie organizzazioni internazionali e qualche giorno fa anche l'Onu. Dal letto dell'ospedale al Akhras ha rivolto un saluto speciale alla famiglia, al suo avvocato Ahlam Haddad, ai prigionieri politici palestinesi e ha ringraziato le organizzazioni arabe ed ebraiche che si sono impegnate per la sua scarcerazione.
I servizi di sicurezza di Israele accusano Al Akhras di essere un militante del Jihad Islami ma non hanno prodotto alcuna prova a sostegno di questo. E, come è avvenuto per altre migliaia di palestinesi dal 1967 ad oggi, hanno chiesto ad una corte militare di mettere Al Akhras in carcere, senza processo, ed esposto ad un rinnovo automatico della detenzione.
Peraltro il 25 ottobre la Corte suprema israeliana non era andata oltre il congelamento del provvedimento, lasciando la sorte del prigioniero nelle mani delle autorità militari. La prospettiva di ampie proteste palestinesi in caso di morte del detenuto è stata con ogni probabilità la ragione che ha spinto Israele ad accettare un accordo. Al Akhras non è il primo palestinese che fa lo sciopero della fame contro la detenzione amministrativa. Negli ultimi anni la protesta si è intensificata ma le autorità israeliane non rinunciano a questa sorta di "custodia cautelare" a tempo indeterminato introdotta durante il Mandato britannico sulla Palestina.
Si intensificano nel frattempo le condanne internazionali, tra cui quella dell'Ue, per la distruzione martedì del villaggio di Hamsa al Fouqa, nel nord della Valle del Giordano. I palestinesi parlano di "blitz" compiuto dall'esercito israeliano approfittando dell'attenzione generale rivolta alle presidenziali Usa. Più di 70 palestinesi sono rimasti senza casa e vivono ora in tende messe a disposizione dalla Croce Rossa.
Il Cogat, la sezione dell'esercito israeliano responsabile degli affari civili, spiega che sono state distrutte strutture "costruite illegalmente in un'area di addestramento militare". Ma il centro per i diritti umani B'Tselem denuncia che le zone per le manovre militari e altre misure impediscono totalmente ai palestinesi di costruire in Area C, il 60% della Cisgiordania che gli Accordi di Oslo assegnarono provvisoriamente al controllo di Israele in attesa di un accordo territoriale definitivo che non è mai arrivato. Quest'anno 798 civili palestinesi sono rimasti senza casa per le demolizioni compiute in Cisgiordania.
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