regione.umbria.it, 6 novembre 2020
Bori (Pd) annuncia un'interrogazione. Nel corso della seduta della Terza commissione consiliare, dedicata oggi all'audizione del Garante dei Detenuti, il consigliere regionale del Partito democratico Tommaso Bori ha annunciato la presentazione di un'interrogazione sulla didattica a distanza presso gli Istituti penitenziari della Regione Umbria.
"Assicurare la didattica a distanza (Dad) anche negli istituti penitenziari umbri, per dare piena realizzazione alla finalità rieducativa della pena prevista dalla Costituzione": è quanto ha chiesto, annunciando un'interrogazione sul tema, il capogruppo Pd in Regione Tommaso Bori nel corso della seduta della Terza commissione consiliare, riunita oggi per l'audizione del Garante dei Detenuti.
"La situazione delle carceri umbre - sottolinea Bori - merita maggiore attenzione, così come ho già avuto modo di ricordare in occasione della visita alla Casa circondariale di Capanne effettuata a Ferragosto scorso, ed è ancor più necessaria oggi a causa degli effetti di questa nuova emergenza sanitaria che sta alimentando ulteriori problematiche sanitarie e di sicurezza interna.
Tenuto conto che tutte le iniziative di educazione, formazione e lavoro destinate alla popolazione carceraria, rese possibili attraverso l'accesso di operatori e docenti esterni sono state temporaneamente sospese, causa Covid, è fondamentale che sia almeno assicurata la didattica a distanza al fine di assicurare spazi di apprendimento e crescita culturale e sociale. A tal fine ho appena presentato una interrogazione alla Giunta Regionale per conoscere quali intendimenti si pensa di assumere date le gravi criticità che ad oggi rendono quasi impossibile un'effettiva attuazione della didattica a distanza presso gli Istituti penitenziari della Regione Umbria".
"Già durante la prima fase dell'emergenza sanitaria - continua Bori - è emersa la difficoltà ad implementare la DAD a causa dell'insufficienza della strumentazione informatica (personal computer, tablet) da destinare alle attività di istruzione, dell'assenza di cablaggio nelle aule scolastiche presenti nelle carceri e della presenza di una rete di portata insufficiente a supportare le esigenze di traffico dati. Con l'attuale seconda ondata dell'emergenza sanitaria, che non sta risparmiando gli istituti penitenziari, in particolare la Casa circondariale di Terni, le lezioni in presenza sono state nuovamente interrotte e la DAD ancora non attivata.
Peraltro, le criticità legate all'indice di contagio della Regione Umbria rendono ancor più necessario il proseguimento delle attività del nuovo anno scolastico e dei corsi universitari in modalità DAD. Ma per renderne possibile il prosieguo è dunque necessario risolvere nel più breve tempo possibile le attuali difficoltà, che non permettono una legittima ed adeguata risposta ai bisogni educativi degli studenti attualmente costretti in carcere".
"In questa fase molto critica - conclude - che lascia immaginare un periodo abbastanza lungo in cui non sarà possibile una ripresa delle lezioni in presenza, è prioritario dunque definire un piano specifico per l'istruzione negli Istituti Penitenziari umbri, con l'inevitabile e preminente coinvolgimento delle Istanze Ufficiali di rappresentanza del territorio regionale".
Il Giorno, 6 novembre 2020
A San Vittore allestito un reparto Covid in grado di accogliere i propri detenuti positivi e con sintomi e quelli provenienti da altri istituti lombardi. Sono 131 i detenuti positivi al Covid che si trovano attualmente nelle carceri lombarde sulla base dei dati inviati dal Prap (Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria) al Garante dei detenuti del Consiglio regionale, Carlo Lio. Di questi, 82 si trovano nel Centro Covid di San Vittore e 45 in quello di Bollate.
Ci sono poi due detenuti nel carcere di Voghera e due in quello di Pavia che risultano positivi ma senza sintomi e in isolamento. Quanto ai centri Covid all'interno degli istituti penitenziari, sono stati attivati anche per evitare l'ospedalizzazione, e che qui arrivano i detenuti con sintomi che necessitano di cure.
"Lo scorso marzo - ha spiegato oggi Carlo Lio, difensore regionale e garante dei detenuti in Consiglio Regionale - nella prima fase dell'emergenza sanitaria, il carcere di San Vittore ha allestito un reparto Covid in grado di accogliere i propri detenuti positivi e con sintomi e quelli provenienti da altri istituti lombardi. L'azione preventiva e di isolamento dei contagi con la realizzazione di un reparto Covid, collaudato da San Vittore ad inizio pandemia è stato un intervento coraggioso ed efficace e ha permesso di non allargare la zona contagio di provenienza".
regione.lazio.it, 6 novembre 2020
Sedici positivi al Covid-19 in sette dei quattordici istituti penitenziari del Lazio. Zero casi nelle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza. È questo il dato che emerge dal monitoraggio effettuato dalla struttura a supporto del Garante delle persone private della libertà personale del Lazio, Stefano Anastasìa. Una situazione che appare, in termini statistici, meno critica rispetto all'esterno, ma comunque preoccupante rispetto alla possibilità che si manifestino veri e propri cluster nelle sezioni più affollate.
La popolazione carceraria infatti è tornata ad aumentare: 5.839 detenuti al 31 ottobre, con un tasso di affollamento pari al 112 per cento sulla capienza ufficiale, superiore al tasso medio italiano che è del 106 per cento. Ben più alto il tasso di affollamento calcolato sui posti effettivamente disponibili nelle carceri del Lazio, che è pari al 128 per cento, a causa di lavori di ristrutturazione o indisponibilità di intere sezioni o reparti. Si tratta del valore più alto raggiunto da aprile, dopo che, per le misure emergenziali di prevenzione della diffusione del Covid-19, c'era stato un decongestionamento abbastanza generalizzato, anche se ancora insufficiente a garantire in tutti gli istituti tassi di affollamento inferiori al 100 per cento.
"Anche se i numeri mi spingono a congratularmi con gli operatori sanitari e penitenziari, per l'impegno profuso nella prevenzione della diffusione del virus, si conferma la situazione di estrema precarietà e difficoltà delle condizioni di detenzione nella nostra regione, con ulteriori gravi rischi connessi alla diffusione dei contagi da Covid-19 che in questa seconda ondata ha colpito diversi istituti". Così il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa.
"Tuttavia, non posso nascondere la mia preoccupazione per l'affollamento e per quell'unico piccolo cluster di Frosinone", - prosegue Anastasìa, riferendosi ai casi rilevati nel carcere del capoluogo ciociaro, per il quale annuncia lo screening di tutti i detenuti e di tutto il personale che la Asl farà prossimamente, attraverso un accordo specifico con l'istituto Spallanzani.
"Il problema del sovraffollamento - prosegue Anastasìa - può essere fronteggiato anche con alcuni progetti d'inclusione sociale destinati ai condannati senza fissa dimora e dei posti di accoglienza domiciliare messi a disposizione dai progetti Uiepe e Cassa Ammende, ma diventa estremamente urgente che vengano adottate tutte le possibili misure, per consentire a chi ne ha i requisiti di scontare la pena detentiva al di fuori delle mura carcerarie.
I detenuti con residui di pena inferiori a un anno nel Lazio il 30 giugno erano 722, giusto i detenuti in eccedenza rispetto ai posti regolamentari effettivamente disponibili: potrebbero essere scarcerati senza danni - conclude Anastasìa - utilizzando al meglio le misure approvate dal governo nel decreto Ristori e quelle che - speriamo - le Camere vorranno aggiungervi in sede di conversione".
di Claudio Laugeri
La Stampa, 6 novembre 2020
L'esposto alla procura e la segnalazione dell'avvocato difensore al ministero: "Ne va della salute di tutti". Un detenuto va al colloquio con i parenti. Vicino a lui, c'è un altro recluso nel carcere "Lorusso e Cutugno". Anche lui è a colloquio con i parenti. Finito il colloquio, arriva l'ambulanza e porta via quel detenuto. Ricovero per Covid-19.
"Vorrei fare un tampone per sapere se anch'io sono positivo, in modo da avvisare la mia famiglia. Ma qui non lo fanno agli asintomatici". Giovanni è richiuso nel Blocco A, dove sono già stati individuati cinque casi di Covid-19. Nessuno è stato isolato. Nessuno è stato sottoposto alla prova del tampone, perché non hanno sintomi.
"Tutto questo forse poteva essere evitato", sostiene Giovanni, che ha messo nero su bianco le sue rimostranze in un esposto inviato alla procura, alla direzione del carcere e al difensore, l'avvocato Caterina Biafora. E lei, ha rimbalzato la questione al Tribunale di Sorveglianza, all'Asl, alla direzione sanitaria, aggiungendo una segnalazione al ministero della Giustizia e al garante regionale dei detenuti. Tra i suoi assistiti, quattro sono proprio in quella sezione.
"Gli infetti sono nella zona cosiddetta "ad alta sicurezza". A differenza di altre categorie di detenuti, non possono uscire dal carcere per andare agli arresti domiciliari, come prevede il decreto", spiega l'avvocato.
E aggiunge: "Anche se sono in quella sezione, hanno il diritto di essere curati, di sapere se sono infetti. Questo va a tutela loro, ma anche della polizia penitenziaria, dei familiari, degli avvocati. Tutte persone che vivono in mezzo ad altre e possono a loro volta essere veicolo di proliferazione della pandemia. Il problema dei detenuti non è un problema soltanto del carcere, ma di tutta la società".
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genova24.it, 6 novembre 2020
Sarebbero ben 20 i detenuti e 11 i poliziotti penitenziari che sono risultati positivi al Covid-19 nel Carcere Marassi di Genova, dato che emerge dal censimento dell'Ufficio Attività Ispettiva e di Controllo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Contagi da Coronavirus che nelle carceri sono dunque quasi raddoppiati dal 28 ottobre scorso.
A fornire i dati aggiornati sui contagi nel circuito carcerario, con molta preoccupazione è Fabio Pagani, Segretario regionale della Uil-pa Polizia Penitenziaria: "Continuando con questo trend, che non crediamo peraltro possa essere direttamente e immediatamente influenzato dalle restrizioni e dai lockdown più o meno parziali che il Governo ha varato - sottolinea - appare del tutto evidente che la situazione sanitaria nelle carceri, ancora stracolme e zeppe di problematiche di ogni tipo, rischierà di sfuggire di mano".
Secondo il sindacato non mancano situazioni di grande criticità, sia per mancanza di spazi adeguati sia a causa di difficoltà delle Aziende Sanitarie che non riescono a supportare adeguatamente le direzioni dei penitenziari per le sanificazioni. "Il personale delle strutture è lasciato da solo ad affrontare questa crisi - spiega Pagani - rischiando errori madornali come per esempio l'individuazione di area/sezione per allocare i detenuti positivi, come successo a Marassi nella terza sezione".
A fronte di questi numeri, per i rappresentanti dei lavoratori risulta chiaro che le misure introdotte con il decreto ristori siano insufficienti sul fronte detentivo. "Per l'ennesima volta, dunque - conclude il segretario della Uilpa - facciamo appello al presidente Conte, al Governo, al ministro Bonafede e al ministro Speranza affinché si pensi in maniera tangibile anche alle carceri e a chi vi lavora, prima che la situazione divenga irrecuperabile".
Corriere del Mezzogiorno, 6 novembre 2020
Sovraffollamento e altri nodi, appello al Guardasigilli. La Camera penale di Napoli e la Onlus "Il carcere possibile" hanno scritto al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per sensibilizzarlo sul tema del contagio nelle carceri e sollecitarlo a farsi promotore di alcuni correttivi al decreto legge 137. Secondo i penalisti, infatti, alcuni articoli del decreto "così come oggi formulati non consentiranno di conseguire l'obiettivo di una sensibile e celere diminuzione delle presenze negli istituti. Il contenutissimo limite di pena e le numerose ipotesi ostative alla concessione della detenzione domiciliare impediscono il conseguimento di tale risultato".
A riprova di ciò, al ministro sono state fornite alcune cifre: "Con riferimento agli istituti penitenziari napoletani, il numero dei detenuti che potranno usufruirne è di circa 250 a fronte di quella riduzione di circa 800 unità necessaria per allineare il numero delle persone recluse alla disponibilità dei posti. Senza contare - si legge ancora nella lettera - che, com'è noto, la cronica indisponibilità dei braccialetti elettronici rallenterà notevolmente l'efficacia del provvedimento anche per quei pochi che potranno usufruirne".
Tra le richieste avanzate da Camera penale e Onlus c'è quella di estendere l'applicazione della detenzione domiciliare "quantomeno ai detenuti la cui pena da scontare non superi i due anni in luogo dei previsti 18 mesi". Un'altra modifica al decreto proposta riguarda il braccialetto elettronico: si chiede infatti di "eliminare integralmente" la previsione che impone l'obbligo di farvi ricorso. "Il drammatico pericolo di una ulteriore diffusione del contagio - sottolineano gli avvocati - desta elevatissima preoccupazione nella stessa amministrazione penitenziaria". Mancano, in particolare, gli spazi da destinare all'isolamento sanitario dei casi sospetti e delle persone risultate positive al Covid.
Il Riformista, 6 novembre 2020
Sporcizia, disumanità, arbitrio, psicofarmaci. E neppure un regolamento per far valere i propri diritti: meno i detenuti sanno e meglio è. Il racconto di un ex recluso del carcere Marassi nella lettera inviata a Rita Bernardini.
"Onorevole Rita Bernardini, sono un ex detenuto del carcere Marassi di Genova. Sono uscito una settimana fa dopo quattro mesi di reclusione. Per fortuna è la prima volta che mi succede, ma le illustrerò che cosa ho dovuto vedere con i miei occhi lì dentro.
Sono entrato e subito mandato in isolamento causa Covid, e in 14 giorni nessun tampone mi è stato fatto, così come agli altri detenuti. Cella che definire affollata è dire poco. Ho vissuto 2 anni in Repubblica Dominicana e le cabanas sono più pulite. Materassi datati 2012, assenza di cuscini. Assistenti che non assistono per niente, anzi spesso ti deridono e farlo con una persona che sta vivendo uno stato particolare della propria vita che per alcuni è una tragedia, è a dir poco disumano oltreché ignobile. Per avere una scheda telefonica ci sono voluti due mesi perché le domandine vengono perse, oppure ti senti rispondere che non sarà stata compilata nel modo giusto e altre scuse di ogni tipo. La posta arriva sistematicamente a tutti in media in 20gg, un'altra vergogna. I soldi sul conto corrente mancano sempre, certo parliamo di qualche euro, ma moltiplicato per 700 detenuti...
Le ore d'aria sono pressoché a discrezione degli assistenti i quali ogni giorno ci sottraggono dai 20 ai 30 minuti. Non esiste un regolamento interno a disposizione di tutti e perciò è difficile far valere i propri diritti: meno i detenuti sanno, meglio è per gli assistenti alcuni dei quali hanno un livello di istruzione davvero basso.
Sul vitto ci sarebbe da scrivere un libro: pasta scotta tutti i giorni e razioni insufficienti. Un giorno nella mia cella sovraffollata di sei persone abbiamo fatto uno sciopero perché nella pasta abbiamo trovato delle unghie e addirittura un tagliaunghie! La maggior parte dei detenuti vengono imbottiti di psicofarmaci, terapie e altre porcherie, in modo che nessuno disturbi le guardie. Personalmente non ho mai preso nulla, ma ho conosciuto ragazzi entrati in carcere normali e, dopo qualche settimana, li ho trovati irriconoscibili con lo sguardo perso e la bocca aperta come spesso ci capita di vedere i tossicopendenti.
La gran parte sono ragazzi extracomunitari, che non sanno leggere, scrivere e non conoscono i loro diritti, quindi sono difficili da gestire. Non sono mancate tragedie sfiorate: marocchini e tunisini che si tagliano le vene, gente che tenta di strangolarsi con le lenzuola, fermate in tempo dai compagni. C'è chi vorrebbe che tutto questo non uscisse dalle celle. L'impressione è che la gente fuori pensi che più gente c'è dentro e più al sicuro si trovano quelli fuori. Niente di più sbagliato! Nella sezione dov'ero io, eravamo tutti giudicabili. È il sistema italiano: ti mettono dentro, dando per scontata la tua colpevolezza.
Ho conosciuto ragazzi giovanissimi che hanno passato le pene dell'inferno per arrivare in Italia e che sono finiti in prigione per essere stati trovati in possesso di 0,2 gr di hashish, altri portati in prigione per essersi trovati in luoghi dove sono stati commessi furti in abitazioni. Senza che gli siano stati trovati strumenti da scasso o refurtiva si sono visti affibbiare 1 anno e 8 mesi; ho letto verbali, quindi ne sono testimone. Ora le domando: che futuro possono avere questi ragazzi così giovani dopo l'esperienza del carcere? Sinceramente non credo sia un deterrente la custodia cautelare, tutt'altro! Credo che al contrario si creino dei nuovi delinquenti in questo modo. Se finiscono in prigione per niente, la prossima volta commetteranno dei reati per davvero. Ma per tornare all'argomento per il quale le ho scritto e cioè le condizioni del carcere di Marassi, ripeto, ci sarebbe da scrivere un romanzo: minacce, abusi. In carcere entra di e per tutto intendo "tutto". Ho visto giudici di sorveglianza che vengono a fare sopralluoghi e vengono puntualmente portati nelle sezioni dove tutto deve funzionare, così possono scrivere nei loro rapporti dove scrivono che è tutto a posto.
L'idea che mi sono fatto dopo questa esperienza è che il carcere è solo un business, un business vergognoso dove tutti i sistemi che ruotano intorno alla giustizia ci guadagnano e se è vero che per ogni detenuto l'Italia paga 137€ al giorno, beh io ho viaggiato parecchio e posso assicurarle che con meno euro si alloggia in stanza d'albergo a 4 stelle in posizione centrale, quindi che la smettessero con tutta questa ipocrisia. Finché in questo paese non ci sarà una riforma della giustizia e una riforma carceraria sarà sempre così.. Ci sono paesi in Europa dove appena entri ti danno subito la scheda telefonica, c'è il supermercato all'interno e con una scheda ricaricabile puoi fare la spesa, oltre che avere colloqui non sorvegliati con i propri familiari, intimi con le mogli. Questi sono paesi civili, ma il nostro, dove per autorizzare le telefonate alla propria famiglia ci vogliono due mesi come è successo a me, è una vergogna! Per tutte queste ragioni ho deciso di scriverle, scusi lo sfogo ma in questo momento ho bisogno di esternare a qualcuno che è sensibile sull'argomento come lei, onorevole. Conto in un suo interessamento in merito e le faccio i miei cordiali saluti".
Lettera firmata
avveniredicalabria.it, 6 novembre 2020
Un progetto di inclusione sociale che va oltre la solidarietà, per rendere la detenzione un'occasione di recupero delle persone. Con questo obiettivo si rinnova la collaborazione tra Callipo, azienda calabrese con una storia di 107 anni nelle conserve ittiche di qualità, e la casa circondariale di Vibo Valentia per assumere e formare anche quest'anno 6 detenuti meritevoli.
Per il quinto anno consecutivo il lavoro arriva dietro le sbarre con Callipo che affida ai detenuti la responsabilità del confezionamento di 11.000 idee regalo che saranno messe in vendita per le prossime festività natalizie.
L'emergenza covid-19, che ha colpito duramente diverse strutture penitenziarie in Italia, non ha fermato questa iniziativa. In un anno in cui la vita detentiva è stata, infatti, severamente condizionata dalla pandemia in atto è stato possibile portare avanti questo progetto di risocializzazione dei detenuti grazie alla disponibilità e all'impegno costante del Corpo di polizia penitenziaria di Vibo Valentia guidato dal comandante Domenico Montauro.
La consapevolezza del valore che la formazione e di lavoro rappresentano per i detenuti hanno portato a Vibo Valentia all'attivazione di un protocollo di massima sicurezza per tutelare sia la salute dei detenuti che quella del personale Callipo incaricato all'affiancamento durante tutto il periodo di attività.
"Lo sforzo di non sospendere una occasione importante, che ogni anno Callipo offre agli ospiti di questa struttura, è stato massimo. Si spera di poter continuare fino alla fine e formulo i miei più sentiti auguri all'azienda Callipo e ai detenuti selezionati", dichiara la Dott.ssa Angela Marcello, Direttore del Penitenziario di Vibo Valentia.
Il lavoro e la formazione in carcere rappresentano uno dei pilastri della rieducazione dei detenuti per acquisire una nuova consapevolezza di sé, per aumentare il senso di responsabilità e la fiducia in un futuro migliore, per investire in una società più sicura.
"Agire concretamente, soprattutto nel nostro territorio, fa parte da sempre della nostra filosofia. Da cinque anni, con questo progetto di collaborazione con il Penitenziario di Vibo Valentia, cerchiamo di creare per i detenuti un'opportunità concreta di "rieducazione" attraverso il lavoro, di recupero della dignità e di riscatto sociale. Per la durata del progetto i detenuti coinvolti, infatti, diventano parte integrante della nostra azienda, lavorano insieme ai nostri dipendenti in un'area dedicata del penitenziario, scoprendo la visione ed i valori che ispirano ogni nostra azione e condividendo un clima di lavoro positivo.
Anche per i nostri dipendenti è un'esperienza molto toccante perché permette loro di scoprire cosa accade quando nella vita si sbaglia e allo stesso tempo percepire la forza di queste persone di recuperare agli errori commessi. Lavorare fianco a fianco con i detenuti, ascoltare le loro storie di vita personale e le loro esperienze all'interno del penitenziario li emoziona molto e crea dei legami che molto spesso perdurano anche dopo la fine del progetto.
Diversi detenuti, infatti, negli anni, ci hanno mandato lettere in azienda per salutare affettuosamente i "colleghi" che avevano lavorato con loro. È questa la nostra più grande soddisfazione!", commenta Giacinto Callipo, quinta generazione della famiglia.
Callipo ha affidato anche quest'anno a Openjobmetis SpA la gestione delle assunzioni dei detenuti. Openjobmetis SpA, attiva da oltre 19 anni nella ricerca, somministrazione, ricollocazione e formazione del personale, è la prima e unica Agenzia per il Lavoro quotata in Borsa italiana.
La Nazione, 6 novembre 2020
Udienza fiume davanti al gup Malavasi sulle violenze in carcere. Ascoltato per oltre quattro ore un ispettore indagato. Non ha dubbi il pm Valentina Magnini: i cinque operatori della polizia penitenziaria del carcere di Ranza hanno commesso un reato molto grave nei confronti di un detenuto che è poi stato spostato in un istituto diverso: tortura.
E per questo devono essere rinviati a giudizio. Ecco la richiesta del pm arrivata ieri pomeriggio dopo aver parlato per oltre un'ora. Anche se l'udienza davanti al gup Roberta Malavasi era iniziata alle 10 ascoltando per più di 4 ore un ispettore, dalla procura già sentito nei mesi scorsi, che è al centro del troncone bis dell'inchiesta. Quest'ultima, come anticipato da La Nazione il 16 ottobre scorso, annovera altri dieci indagati, sempre per tortura. Probabile, dunque, che il pm Magnini chiederà di riunirla comn quella madre.
L'ispettore, assistito dall'avvocato Stefano Cipriani, è stato ascoltato nell'ambito dell'incidente probatorio ottenuto dall'accusa per ricostruire quanto avvenuto cristallizzando le sue dichiarazioni. Anche se si sarebbe trovato in una posizione più lontana rispetto all'evento per cui non aveva una percezione visiva diretta. Comunque sia non ci sarebbe stata alcuna tortura.
Al mattino il suo racconto è stato interrotto brevemente per consentire, in base alle regole dell'emergenza sanitaria, di cambiare l'aria all'interno dell'aula al piano terra, in quanto c'erano numerose parti. Concluso l'incidente probatorio, si è ripreso alle 15,30 con le richieste della procura al termine delle quali hanno preso la parola alcune delle sette parti civili, associandosi alla necessità che si celebri un processo.
L'udienza, alle 17,30 passate è stata rinviata al 12 novembre quando parlerà l'avvocato Manfredi Biotti, difensore di quattro dei cinque operatori della polizia penitenziaria accusati di tortura. Il legale ha svolto importanti indagini difensive argomentate in 2mila pagine. E dunque annuncia ora battaglia.
Il 19 toccherà invece all'avvocato Fabio D'Amato di Roma, che assiste il quinto operatore carcerario, discutere il caso. In tale udienza ci sarà anche il giudizio con rito abbreviato chiesto dall'avvocato Roberta Gialli per il medico di Ranza che risponde invece, in questa vicenda, di omissione di atti di ufficio. Vedremo se il gup darà al pm la possibilità di replicare. Non è comunque da escludere che la decisione del giudice arrivi proprio in questa data.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 novembre 2020
Detenuto a Secondigliano, era in quarantena a casa. Il giudice di sorveglianza accoglie l'istanza e concede i domiciliari, manca il braccialetto elettronico e viene riarrestato e messo in isolamento. Ha avuto cinque giorni di permesso premio, nel frattempo è risultato positivo al Covid con tanto di sintomi, lui e tutta la sua famiglia.
L'Asl quindi lo ha messo in quarantena, anche per monitorarlo visto che presenta diverse patologie, ma per la mancanza di un braccialetto elettronico è stato fatto ritornare nel carcere di Secondigliano, nonostante la concessione della detenzione domiciliare, sia per il Covid che per il fatto che gli rimanevano solo otto mesi da scontare. Una vicenda, questa, denunciata dall'associazione Yairaiha Onlus. Parliamo di B. S., che ha finito di espiare il reato ostativo e gli rimane appunto una pena residua per reati comuni.
Il magistrato di sorveglianza gli ha concesso i domiciliari - Per questo, il magistrato di sorveglianza - grazie all'istanza presentata dall'avvocata Gabriella Di Nardo - gli ha concesso la detenzione domiciliare per i rimanenti otto mesi di detenzione, ma con l'applicazione del braccialetto elettronico.
A questo punto i Carabinieri competenti hanno contattato B. S. invitandolo a recarsi in carcere per la notifica del provvedimento e per ritirare i suoi effetti personali. Ma nel pomeriggio del 3 novembre, lui comunica all'avvocata Di Nardo che gli agenti del penitenziario lo stavano trattenendo poiché non aveva il braccialetto elettronico, né era disponibile, pertanto veniva nuovamente arrestato e messo in isolamento all'interno della struttura penitenziaria.
La denuncia dell'associazione Yairaiha Onlus - "Riteniamo scandaloso - denuncia l'associazione Yairaiha Onlus con una missiva rivolta alle autorità - che in questo momento, una persona in condizioni di salute critiche e con elevatissimo grado di probabilità di positività da Covid 19, già in quarantena poiché a contatto strettissimo con soggetti risultati positivi, sia stato rimesso in carcere nonostante, oltretutto, vi sia un provvedimento dell'A.G. che gli concede la detenzione domiciliare mettendo a rischio se stesso e tutti coloro con cui è entrato, ed entrerà, in contatto all'interno del carcere quando le normative internazionali impongono (vedi raccomandazioni del Cpt del Consiglio d'Europa e linee guida dell'Oms) lo snellimento della popolazione carceraria".
- Torino. La comunicazione della Garante dei detenuti in una nuova veste della pagina Web
- Modena. Convegno online "Dal disagio al riscatto": il futuro incerto dei 200 detenuti
- Napoli. "È un detenuto ma resta un essere umano, curatelo!", il grido della figlia
- Roma. Menzione d'onore per "The women of Rebibbia. Walls of stories"
- Torino. Cambia la vita con un fiore: vivai in carcere











