di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 1 febbraio 2021
Raffica di arresti tra i collaboratori di Navalnyj e tra gli attivisti del movimento di opposizione. L'insensatezza della nuova repressione in Russia è tutta lì: negli occhi di un bimbo di cinque anni che si vede strappare via il padre e non capisce perché. Serghej Smirnov, il direttore di Mediazona, passeggiava con il figlioletto quando sabato, alla vigilia delle nuove proteste a Mosca, la polizia lo ha fermato e portato via con sé. Smirnov, un giornalista. Per di più direttore di un sito di notizie su detenzioni illegali, abusi della giustizia e violazioni dei diritti umani in Russia. A rendere ancora più inquietante l'arresto, il balletto sulle accuse: "Si è unito alle proteste non autorizzate del 23 gennaio". Ma Smirnov era a casa quel giorno e in vita sua non ha mai partecipato a una manifestazione. E allora la rettifica ancora più paradossale: "Ha ritwittato una battuta sulla sua presunta somiglianza con il leader del gruppo punk Tarakany! era un invito a manifestare. "Prendere di mira Serghej Smirnov ha un solo obiettivo: terrorizzare la gente. Spaventare Smirnov, i suoi colleghi e ogni giornalista dipendente", ha commentato Meduza, una delle 30 testate che si sono mobilitate per la sua scarcerazione, prima che Smirnov venisse liberato con l'obbligo di comparire in tribunale martedì. "Legge marziale a Mosca", ha rincarato The Village.
In un Paese che erge statue di cera a Lavrentij Beria, il padre delle Purghe staliniane, e ha resuscitato contro gli oppositori i vecchi marchi d'infamia "agente straniero" e "nemico del popolo", non è mancato chi ha evocato le purghe di fronte alla raffica di arresti degli ultimi giorni. La scorsa settimana i familiari e principali collaboratori di Aleksej Navalnyj, nonché i più noti oppositori, sono stati fermati uno ad uno dopo che le loro abitazioni erano state perquisite: il fratello Oleg che ha già trascorso tre anni e mezzo in carcere per un processo "motivato politicamente", l'avvocata del Fondo anti-corruzione (Fbk) Ljubov Sobol, il coordinatore del quartier generale di Mosca Oleg Stepanov, la presidente del sindacato Alleanza dei medici nonché oculista di Navalnyj Anastasija Vasilieva che suonava Beethoven durante il raid e la Pussy Riot Maria Aljokhina. Quando venerdì sono stati chiamati in tribunale, Sobol leggeva simbolicamente Il mondo nuovo di Aldous Huxley su un'utopia dove il potere soffoca l'individualità.
Nel tentativo non riuscito di decapitare la protesta, sono stati tutti condannati agli arresti domiciliari fino al 23 marzo, insieme al capo delle inchieste Georgij Alburov, perché sospettati di violazione delle norme sanitarie anti-Covid per la manifestazione del 23 gennaio a Mosca. Rischiano fino a due anni di carcere. Cinque se le autorità dimostreranno che le violazioni hanno provocato una morte. Finora i centri anti-coronavirus hanno rilevato il contagio di 19 manifestanti. È il pretesto usato per vietare le proteste ieri e blindare il centro benché il sindaco della capitale Serghej Sobjanin abbia allentato le restrizioni, citando un calo dei positivi. Leonid Volkov, braccio destro di Navalnyj, è stato invece incriminato in contumacia per aver incitato i minori a prendere parte a proteste illegali. Mentre degli oltre 4mila fermati il 23 gennaio, 21 sono sotto inchiesta penale con accuse che vanno dall'aver ostacolato il traffico all'aver usato la violenza contro un funzionario pubblico. Molti, tra cui un popolare TikToker e un lottatore ceceno, rischiano il carcere.
Domani Navalnyj, su cui pendono almeno quattro inchieste penali, tornerà in tribunale per scoprire se una sua vecchia condanna alla libertà vigilata verrà convertita in oltre due anni di carcere. Quando il 18 gennaio è stato processato in una stazione di polizia trasformata in tribunale, alle sue spalle c'era il ritratto di Henrich Jagoda, direttore della polizia segreta Nkvd, antenata del Kgb. "È stato come un messaggio di Putin iscritto sul muro: le esecuzioni iniziano adesso", commentò profetica la Pussy Riot Aljokhina.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 1 febbraio 2021
Un errore far arrestare di nuovo il dissidente, che ora non più rappresenta soltanto la giovane classe media di Mosca e di San Pietroburgo. Forse Vladimir Putin si era illuso. Forse aveva pensato che le proteste di massa di sabato 23 gennaio fossero un episodio isolato. Che Aleksej Navalny, se duramente punito, avrebbe smesso di essere per lui una spina nel fianco. E che i russi, in gran parte nazionalisti, avrebbero finito per credere alla tv di Stato che indica in Navalny un agente occidentale.
Se è così, Putin ha compiuto l'ennesimo errore. Navalny, sabato 23 e di nuovo ieri, ha smesso di essere il capo di un movimento circoscritto al quale i sondaggi di Levada attribuivano dopo il suo avvelenamento il 20 per cento di consensi e il 50 per cento di dissensi. Ha smesso di rappresentare soltanto la giovane classe media di Mosca e di San Pietroburgo. È diventato, invece, il simbolo e anche il martire, se Putin si ostinerà a farlo arrestare, di una protesta radicata in settori molto più ampi della società russa, presenti in tutti i fusi orari del Paese più grande del mondo.
Questo salto di qualità Navalny lo ha compiuto, come spesso avviene nei movimenti di protesta, cogliendo il fatidico momento giusto. In non poche delle 120 città russe dove si sono svolte manifestazioni, Navalny è poco o punto conosciuto. Ma la gente è prontissima a scendere in piazza alla prima occasione perché l'economia di provincia è gravemente in crisi, la riforma al ribasso delle pensioni non è stata perdonata a Putin, le tanto amate sovvenzioni statali diminuiscono e i prezzi salgono, la lotta al Covid-19 è male organizzata, la corruzione dei vertici viene data per scontata. Navalny, coraggioso e ben consigliato, ha percepito che questa era l'occasione per allargare la sua base.
Il dilemma ora riguarda Vladimir Putin: capirà il suo errore e vorrà evitare che Navalny diventi davvero un martire, oppure allontanerà da se ogni sospetto di debolezza che potrebbe costargli un trono ancora solido? La scelta è scontata, Putin continuerà a picchiare duro. Ma dovrà stare attento perché Biden picchierà duro anche lui nella difesa dei diritti umani in Russia. E l'Europa dovrà, volente o nolente, partecipare.
Corriere della Sera, 1 febbraio 2021
La leader della Lega nazionale per la democrazia nelle mani delle forze armate. Le accuse di brogli nelle elezioni di novembre, in giornata si insedia in il nuovo Parlamento.
Il Myanmar nel caos. Il capo di fatto del governo Aung San Suu Kyi (premio Nobel per la pace nel 1991) è stata "arrestata" dalle forze armate. Lo ha detto la portavoce del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd). "Abbiamo sentito che è detenuta a Naypyidaw (la capitale del paese, ndr), presumiamo che l'esercito stia organizzando un colpo di stato", ha detto Myo Nyunt. Ma nel corso della notte tra domenica e lunedì quella che era una voce ha trovato conferma in un comunicato emesso dalle forze armate. Tutti i poteri in Myanmar sono stati trasferiti al generale Min Aung Hlaing. La decisione è stata annunciata dall'esercito poco dopo l'annuncio dello stato di emergenza per un anno e della presidenza ad interim affidata al generale Myint Swe, che era uno dei due vicepresidenti in carica. I militari avevano denunciato da diverse settimane irregolarità durante le elezioni legislative di novembre, vinte in modo schiacciante dalla Lnd.
Il comunicato dell'Esercito: "Rispettiamo la Costituzione" - La situazione adesso è davvero incerta. Ci sarebbero stato altri arresti di esponenti politici. L'esercito nei giorni scorsi aveva assicurato di voler proteggere e rispettare la Costituzione, questo con una dichiarazione arrivata in seguito alle crescenti paure del colpo di Stato, con tanto di esortazioni dell'Onu e della comunità internazionale a rispettare le norme democratiche.
Il Tatmadaw (il nome ufficiale delle forze armate nazionali) "rispetta la Costituzione attuale e rispetterà la legge. Organizzazioni e media hanno mal interpretato il discorso del comandante in capo e hanno formulato il loro punto di vista", era scritto nel comunicato dell'esercito, riferendosi a un discorso di mercoledì del capo delle forze armate Min Aung Hlaing in cui menzionava la possibilità di revocare la Costituzione del Paese. Ma poi l'ipotesi del golpe si è concretizzata per davvero e tutto è precipitato con l'arresto di Aung San Suu Kyi.
Le accuse di brogli - Nelle ultime settimane, l'esercito aveva denunciato diffuse irregolarità nelle elezioni dello scorso novembre, che hanno visto il trionfo della "Lega nazionale per la democrazia" di Aung San Suu Kyi. La Commissione elettorale ha negato l'esistenza di brogli, pur ammettendo alcune imprecisioni nelle liste elettorali. Nella giornata di oggi (lunedì) è attesa l'inaugurazione del Parlamento uscito dal voto di novembre. Ma non chiaro cosa succederà nelle prossime ore.
Nella graduale transizione dalla dittatura alla democrazia iniziata nel 2011, in Birmania vige un delicato equilibrio di potere tra l'esercito, che controlla il 25 percento (il che gli dà potere di veto per qualsiasi modifica alla Costituzione) dei seggi in Parlamento e tre ministeri chiave, e il governo civile guidato di fatto da Aung San Suu Kyi attiva per molti anni nella difesa dei diritti umani sulla scena nazionale del suo Paese, oppresso da una rigida dittatura militare - che la costrinse a vivere a a lungo in una stato di detenzione domiciliare - imponendosi come capo del movimento di opposizione, tanto da meritare i premi Rafto e Sakharov (quest'ultimo sospeso nel 2020), prima di essere insignita del Premio Nobel per la pace nel 1991.
Gli Usa: "Sosteniamo la democrazia, liberate Aung San Suu Kyi" - Gli Stati Uniti "continuano ad affermare il loro forte appoggio per le istituzioni democratiche" della Birmania e "in coordinamento con i nostri partener nell'area, chiediamo alle forze armate e a tutte le altre" parti in causa "di aderire alle norme democratiche e di rilasciare i detenuti". Lo afferma la Casa Bianca, sottolineando che il presidente Joe Biden è stato informato sugli eventi in Birmania, incluso l'arresto di Aung San Suu Kyi. Gli Usa, "allarmati" dalle informazioni che arrivano dalla Birmania, "si oppongono a ogni tentativo di alterare il risultato delle recenti elezioni o impedire una democratica transizione".
Chiuse le banche - Il colpo di stato in Birmania ha portato anche alla chiusura di tutte le banche del Paese da oggi fino a nuovo ordine, e al contempo sono sospesi anche i servizi di prelievo automatici. Lo ha annunciato l'associazione birmana degli istituti bancari.
di Franco Corleone
Il Riformista, 31 gennaio 2021
L'Italia sta vivendo una grave crisi politica, anzi meglio si dovrebbe dire una profonda crisi della politica, e paradossalmente proprio per questo sarebbe opportuno affrontare alcuni nodi irrisolti sul terreno della giustizia e del diritto. Mi capita di ripetere ossessivamente che la legge 180, conosciuta come la legge Basaglia, fu approvata dal Parlamento il 13 maggio 1978, pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro ignobilmente assassinato. La politica, non imprigionata dalla emergenza del terrorismo, seppe rompere i muri dei manicomi. Oggi in piena pandemia bisognerebbe avere la stessa forza e passione.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 31 gennaio 2021
Ciambriello e Bernardini uniti nella protesta: "Cerimonie e crisi di governo non facciano passare i diritti in secondo piano". "I diritti generano diritti": Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti, alza la voce e urla queste parole all'ingresso del Ministero della Giustizia, a Roma.
di Elena Del Mastro
Il Riformista, 31 gennaio 2021
Le Corti d'Appello di tutta Italia hanno inaugurato l'anno giudiziario 2021. Celebrazioni che sono avvenute in modo modesto e nelle sale vuole per l'emergenza coronavirus. Da Nord a Sud il tema centrale è stata l'emergenza coronavirus che ha praticamente paralizzato la macchina della giustizia. Ma c'è stato un altro tema affrontato dai più: il caso Palamara. A pochi giorni dalla pubblicazione del libro-intervista di Alessandro Sallusti proprio a Luca Palamara ("Il Sistema - Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana").
di Liana Miella
La Repubblica, 31 gennaio 2021
Nelle cerimonie nei distretti la pandemia viene presentata come l'occasione per rivoluzionare la giustizia. Ma i toni più duri sono sempre sul correntismo. Di Matteo parla di "cancro". Ermini e l'ex pm si scontrano a distanza. I giudici onorari protestano per il loro futuro.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 31 gennaio 2021
Oltre la metà dei processi che arrivano a dibattimento si conclude con l'assoluzione. Percentuale che sale ancora sino a sfiorare il 70% quando è in discussione l'opposizione a un decreto penale di condanna, quando cioè a essere contestato è il pagamento di una sanzione solo pecuniaria per reati ritenuti "minori".
Dati che emergono con evidenza dalla relazione del primo presidente della Cassazione in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. E che spingono a riflessioni sia in termini di sistema sia sulle contingenze della politica della giustizia. A dibattimento circa la metà dei processi che si celebrano con il rito ordinario (50,5%) e oltre i due terzi dei giudizi di opposizione al decreto penale (69,7%) si concludono con una pronuncia di assoluzione.
Va puntualizzato che da questa percentuale non sono esclusi i procedimenti conclusi con dichiarazione di non doversi procedere (per prescrizione o per altre cause di improcedibilità che non riguardano direttamente l'infondatezza dell'accusa: per esempio, ricorda la relazione, la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto), ma tuttavia resta significativo l'indicatore che se ne ricava. "Il complesso dei dati relativi alle percentuali di assoluzione all'esito di dibattimento - sottolinea la relazione di Pietro Curzio - evidenzia un problema sia di valutazione prognostica sulla sostenibilità dell'accusa a dibattimento da parte del pubblico ministero (articolo 125 disp. att. cod. proc. pen.) che di effettività dei controlli giurisdizionali da parte del giudice per le indagini preliminari".
Dal vertice della Cassazione arriva anche una possibile cura visto che "da tempo viene segnalata l'opportunità di incrementare e rendere più penetranti i poteri definitori attribuiti al Gup in sede di udienza preliminare, ampliando la discrezionalità allo stesso attribuita dal codice di rito, onde ulteriormente ridurre le ipotesi di assoluzione al dibattimento per infondatezza dell'accusa".
Come spesso può avvenire, il dato statistico si presta a una pluralità di letture e non sarebbe certo testimonianza della buona salute del sistema giudiziario una percentuale di condanne molto elevata. E tuttavia un numero così elevato di assoluzioni in dibattimento, sia pure in assenza di una maggiore profondità di conoscenza per esempio sulla tipologia dei reati, di certo testimonia di una difficoltà evidente della nostra giurisdizione.
Soprattutto se si tiene conto della durata comunque assai elevato del nostro giudizio penale di primo grado, dai 378 giorni del 2017/18 si è passati ai 100 di più, 478, nel 2019/20 (con tutte le avvertenze della pandemia) e dei danni collaterali subiti dal cittadino che al procedimento penale è esposto.
Quanto poi all'intreccio con la cronaca, basta qui ricordare come l'attuale correttivo alla riforma Bonafede della prescrizione intende fare leva proprio sulla distinzione tra assolti e condannati in primo rado. Dalla relazione, infine, quanto all'esame dell'attività dell'Ufficio Gip-Gup emerge che la quasi totalità delle richieste di archiviazione avanzate dal pubblico ministero viene accolta (407.986 nel 2019/2020) e che le imputazioni coatte costituiscono un evento marginale.
di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 31 gennaio 2021
Se vogliamo che la tutela dei diritti avvenga nel rispetto della Carta non c'è altro modo che investire nella giurisdizione: lo ha detto la presidente del Cnf Maria Masi all'inaugurazione dell'anno giudiziario. L'auspicio è che la politica la ascolti. Le parole della presidente del Consiglio nazionale forense Maria Masi intervengono in un periodo delicato per il sistema giustizia, tutt'ora sottoposto a pressioni costanti, a causa dell'emergenza sanitaria.
Il Gazzettino, 31 gennaio 2021
È possibile prevedere l'esito di un giudizio? L'intelligenza artificiale ci può venire in aiuto in questi casi? Conoscere in anticipo la probabile risoluzione di una controversia, è immaginabile? La risposta è sì ed in questo ambito l'Università Ca' Foscari con il suo Centro di studi giuridici sta lavorando, primo ateneo in Italia, ad esplorare il tema della giurisprudenza predittiva. Il progetto, fortemente voluto dalla Corte d'appello di Venezia in collaborazione con l'ateneo veneziano, ha visto protagoniste le cattedre di diritto del lavoro e di diritto commerciale del dipartimento di Economia.
Per questo progetto sono state raccolte, massimate e commentate centinaia di sentenze della Corte d'appello e di tutti i tribunali del Veneto, per gli anni 2018 e 2019, per costruire una banca dati ragionata a disposizione di tutti gli operatori (magistrati, avvocati, consulenti del lavoro, imprese ecc). Ora il progetto fa un salto di qualità.
Grazie alla collaborazione con il dipartimento di intelligenza artificiale di Deloitte, si sta realizzando un programma che consente, tramite l'impiego di alcune parole chiave, di predire l'esito di un giudizio. Questa capacità predittiva del sistema, senza eliminare del tutto l'incertezza tipica di ogni processo, consentirebbe di orientare gli attori nella scelta della migliore strategia in vista di un'azione in giudizio, contribuendo anche a ridurre il contenzioso.
Per illustrare il progetto domani ci sarà un evento su piattaforma digitale tra le 15 e le 16.30 alla presenza delle massime autorità tra le istituzioni e le associazioni di categoria. Martedì alle 16.30 nuovo incontro sul web dedicato questa volta al rischio di infiltrazioni criminali nel tessuto imprenditoriale Veneto durante la pandemia.
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