di Luigi Manconi e Valentina Calderone
La Stampa, 31 gennaio 2021
Finora nessuno è stato condannato per la morte dell'operaio varesino di 43 anni. Questa, come direbbe un anziano cantante blues introducendo la sua musica con un borbottio, a metà tra il soliloquio e l'annuncio al mondo, "è una storia molto triste". In effetti, la lunga vicenda umana e giudiziaria di Giuseppe Uva e di sua sorella Lucia, è gravata, oltre che dal dolore, da una sorta di cupezza. Eppure, il blues di Giuseppe e Lucia Uva - come sempre in quel repertorio musicale - fa intravedere nelle note finali un barlume di luce.
Di questo, poi si dirà. Ma intanto una prima immagine. Quando, il 5 giugno del 2013, ci ritrovammo frustrati e impotenti davanti ai cancelli dell'aula bunker di Rebibbia, dove era stata appena pronunciata la sentenza del primo processo per la morte di Stefano Cucchi, assistemmo a una scena inaudita. Lucia Uva, arrivata da Varese nell'utilitaria guidata da suo marito Paolo, sempre silenzioso e protettivo (deceduto poco più di un anno fa), ebbe un moto di lucida furia, che si tradusse in una lunga invettiva. Si mise a camminare, minuta e sola, di fronte a un plotone di poliziotti in assetto anti-sommossa, avanti e indietro, con larghe e lente falcate, fino al termine della fila e poi tornando sui suoi passi, e ancora ripetendo quel breve percorso e parlando con voce singolarmente alta e sonora.
Si rivolgeva ai giovani agenti, chiamandoli "figli miei" e dicendo loro di Stefano Cucchi e di suo fratello Giuseppe, con parole e tonalità che al tempo stesso suonavano come durissime e familiari. Ecco, fu in quella circostanza che pensammo: è come un blues. Secondo Alessandro Portelli, docente di Letteratura angloamericana all'Università La Sapienza di Roma, massimo esperto e traduttore di Bruce Springsteen, il blues è "prendere in mano il proprio dolore, guardarlo come dal di fuori e trarne una specie di paradossale ironia".
Di quest'ultima, l'ironia, è difficile qui trovare traccia, ma è in particolare quel "prendere in mano il dolore" che ci interessa. Torniamo all'inizio di questa storia. Il 14 giugno del 2008, a Varese, Giuseppe Uva, operaio 43enne, passa la serata con l'amico Alberto Biggiogero. I due seguono una partita di calcio in televisione, bevono qualche bicchiere di troppo e girano per la città, fino a quando - è ormai notte fonda - decidono di spostare in mezzo a una strada alcune transenne trovate sul marciapiede. È l'episodio che farà precipitare la situazione.
Una pattuglia di due carabinieri raggiunge Uva e l'amico e li conduce in caserma facendosi supportare da altri sei poliziotti. In tutto otto uomini che costituiscono pressappoco il totale delle forze destinato al pattugliamento notturno della città. Un impegno di risorse assai rilevante per far fronte a due persone in stato di ebbrezza, che non vengono identificate e alle quali non viene notificato alcun verbale e per le quali non viene eseguito alcun fermo o arresto. E nessuna comunicazione in merito verrà trasmessa al magistrato di turno. Poi, Uva, a seguito di un trattamento sanitario obbligatorio, alle sei del mattino finirà in ospedale e qui troverà la morte qualche ora dopo.
Il giorno successivo, Biggiogero presenterà una denuncia in Procura, in cui racconta, in modo dettagliato, ciò che ha visto e sentito nel corso di quella notte mentre si trovava nella caserma dei carabinieri, a pochi metri dal locale in cui l'amico era trattenuto dai militari. Da quel momento prenderà le mosse una vicenda giudiziaria a tratti paradossale, che vale la pena sintetizzare perché indicativa di un complesso sistema di procedure e istituti, che può trasformarsi in un meccanismo perverso. Le prime indagini, condotte dai pm Sara Arduini e Agostino Abate (anch'egli a suo modo una figura tragica, che richiederebbe un blues) partono con gravi lacune e si concentrano su quanto accaduto in ospedale, ignorando la denuncia del testimone oculare, Biggiogero, e tutto quanto avvenuto nelle ore trascorse da Uva in caserma.
Il primo processo vedrà imputati solo i medici, successivamente assolti nei diversi gradi di giudizio. Per avere una prima sentenza a carico degli operatori di polizia si dovrà aspettare il 15 aprile 2016. Ma l'iter giudiziario terminerà solo nel 2020, quando la Cassazione confermerà l'assoluzione dei due carabinieri e dei sei poliziotti presenti nella caserma nelle ore in cui Bigioggero sostiene di aver udito le richieste di aiuto e le grida di dolore dell'amico. Le varie sentenze, a dire il vero, non offrono risposte adeguate alle molte domande rimaste aperte, quali: come si è potuto trattenere in caserma per ore, senza alcun titolo, un libero cittadino?
Come questi si è procurato i lividi e le ferite, e qual è la spiegazione degli ematomi e del sangue sul corpo e sui vestiti? Non sono domande peregrine e non vengono riproposte per partito preso, se appena si tiene conto che il Consiglio Superiore della Magistratura ha sanzionato i procuratori Abate e Arduini per non aver svolto correttamente e tempestivamente le indagini, creando un danno non solo alla vittima, ma agli stessi imputati che avrebbero potuto meglio difendersi dalle accuse. Da qui la decisione dei familiari della vittima di ricorrere alla Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu): e solo pochi giorni fa - ecco il barlume di luce di cui si è detto - la buona notizia.
La Cedu ha ammesso il ricorso presentato dagli avvocati Stefano Marcolini, Fabio Matera e Fabio Ambrosetti. Questi i quattro principali motivi del ricorso, ritenuti, evidentemente, plausibili dalla Corte europea: 1. Uva è stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti e comunque a maltrattamenti, sia dal punto di vista fisico che psicologico, in violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani; 2. Lo Stato italiano non si è adoperato a sufficienza per accertare i fatti, perché la lunghezza del processo e l'imperizia delle indagini non avrebbero consentito il raggiungimento della verità, neanche se essa fosse stata a portata di mano; 3. Il legislatore italiano ha introdotto nell'ordinamento il reato di tortura solo nel 2017, dopo quasi trent'anni dalla firma della Convenzione Onu contro la tortura: e senza questo colpevole ritardo, l'autorità giudiziaria avrebbe potuto disporre di strumenti più appropriati e incisivi per la valutazione dei possibili comportamenti delittuosi; 4. Nel secondo grado del processo, a carico degli appartenenti alle forze di polizia, ci si è limitati ai verbali del primo grado senza che i testimoni venissero nuovamente ascoltati, in violazione di una precisa disposizione della stessa Cedu.
L'ammissione del ricorso è già un fatto importantissimo, perché, va ricordato, la Cedu tende a dichiarare inammissibile oltre l'80% dei ricorsi presentati. E perché è stata la stessa Cedu, in questi anni, a fare opera di giustizia, intervenendo o correggendo, criticando o sanzionando lo Stato italiano: in occasione delle sevizie a danno di detenuti, come nel caso dell'istituto penitenziario di Asti; del sovraffollamento carcerario, denunciato dalla "sentenza Torreggiani"; delle violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001.
La Cedu, si può dire, soccorre provvidenzialmente laddove la responsabilità dello Stato, per omissione o azione, oltrepassa il livello di tollerabilità ammesso da una società mediamente sensibile e civilizzata. Per quanto riguarda la morte di Uva, va da sé che l'iter della decisione potrà essere ancora lungo e che l'esito non è affatto scontato. Ma, intanto, la decisione della Cedu ci dice che questi dolenti dodici anni nella vita di Lucia Uva - in una città talvolta ostile, quasi sempre indifferente - non sono trascorsi invano. Ormai è diventato un vezzo letterario, ma questa vicenda sembra affermare la forza di una residua speranza e, magari, il ritmo luccicante di un blues: C'è un giudice a Strasburgo/C'è un giudice a Strasburgo.
di Simona Musco
Il Dubbio, 31 gennaio 2021
Dal 2016 a mercoledì scorso, mezza Italia è stata convinta che fosse Stefano Binda l'assassino di Lidia Macchi, uccisa con 29 coltellate nel gennaio 1987. Ma l'assassino non era lui. "È un incubo che ho vissuto ad occhi aperti. Altri forse hanno dormito, quel sonno della ragione che produce mostri". Stefano Binda ha attraversato l'inferno.
E ne è uscito, cinque anni dopo un arresto che più ingiusto non si può. Dal 2016 a mercoledì scorso, mezza Italia è stata convinta che fosse lui l'assassino di Lidia Macchi, la giovane studentessa impegnata con Comunione e Liberazione uccisa con 29 coltellate nel gennaio 1987 e ritrovata morta in un bosco a Cittiglio, nel varesotto, un delitto rimasto senza colpevole.
In primo grado Binda - anche lui di Cl - era stato condannato all'ergastolo dalla Corte di assise di Varese e poi prosciolto in appello dalla Corte di Assise di appello di Milano il 24 luglio 2019, dopo tre anni e mezzo di custodia in carcere. Ora la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pg di Milano e dei familiari di Lidia. Il suo nome era stato tirato in ballo con un colpo di scena degno di un crime movie: una lettera anonima contenente una poesia - "In morte di un'amica" - con dettagli che solo l'assassino poteva conoscere e recapitata alla famiglia il giorno del funerale della ragazza. Poesia che, secondo la ricostruzione dell'accusa, fu scritta proprio da Binda. Ma l'assassino non era lui. "Esperienze come questa - racconta Binda al Dubbio - lasciano macerie".
Si aspettava che finisse in questo modo?
Confidavo molto in questa decisione. Poi il fatto che lo stesso procuratore generale della Cassazione - e quindi non un avvocato dell'accusa, come molti magistrati intendono il loro ruolo, ma un pubblico ministero - abbia chiesto lui stesso l'assoluzione, francamente, ha incrementato le mie speranze: non c'era più un'accusa, in senso sostanziale.
Crede che questo voglia dire che il sistema giustizia, al di là delle sue storture, funziona?
Io ho attraversato gli estremi del codice, dalla pena massima all'assoluzione con la formula piena. Sono stato sfortunato nel primo grado o sono stato fortunato oggi? Credo che bisogna interrogarsi su quanto il sistema sia affidato alle scelte dei singoli, di quali garanzie dia. Francamente, come cittadino, non mi sembra responsabile dire che il sistema funziona sulla base della logica "tutto è bene quel che finisce bene". È una sciocchezza. Ho passato tre anni e mezzo in carcere, il che vuole dire essere stato messo in pericolo. Il sistema giustizia non può non farsi carico di queste cose. È importante e delicatissimo. Ma a questo livello il dibattito pubblico è insufficiente e l'impostazione culturale non è all'altezza.
La famiglia della vittima ha affermato che non c'erano elementi per una sua condanna. Cosa ne pensa?
È importante che questa possa essere l'occasione di far tornare, anche nei miei riguardi, quella famiglia come la famiglia Macchi e non come la parte civile, cioè la privata accusa. Mi compiaccio che dica di comprendere l'assoluzione piena. D'altronde in primo grado è stato montato un processo indiziario contro di me, ne è risultato un processo di prove positive a mio favore eppure mi è stato dato l'ergastolo.
L'unico elemento era solo quella famosa lettera anonima...
C'era una consulenza di parte che me l'attribuiva e la mia consulente che lo negava decisamente. A fronte di ciò, la mia consulente è stata querelata per diffamazione e addirittura la procura generale ha chiesto che venisse depennata dall'albo dei consulenti, alla quale peraltro l'esperta della procura non è mai stata iscritta. Fortunatamente il consiglio dell'ordine dei consulenti tecnici ha manifestato la massima fiducia in lei.
Qual era il suo alibi?
Mi trovavo in vacanza a Pragelato, dall'1 al 6 gennaio. La stessa Patrizia Bianchi (la superteste che ha affermato di aver riconosciuto la grafia di Binda, ndr) mi ha sentito fino al 31 per farmi gli auguri e poi il 7. Nessuno mi ha visto da nessun'altra parte, men che meno a Cittiglio, e tre testimoni ricordavano di avermi visto a Pragelato. Ci sono prove documentali, ovvero una mia agenda che riportava i nomi delle quattro persone che erano in stanza con me e le indagini hanno portato a evidenziare che in quell'albergo c'era un unico piano con una stanza da cinque persone. Quindi io avrei dovuto inventarmi il numero di una stanza che era l'unica per cinque persone, scrivere il nome di quattro persone che davvero c'erano e che si sono ricordate di essere in stanza insieme, toglierne una che non si è mai fatta avanti e sostiturmi a lei. Un'assurdità. E sto citando i verbali.
Perché è stato arrestato?
Mentre la lettera è stata mandata alla grafologa, la busta è stata spedita a Parma, ai Ris. La grafologa dichiarò di trovare una corrispondenza, mentre i Ris comunicarono di aver trovato un dna valido sulla busta. Non attesero gli esiti: certissimi che fossi io, mi fecero arrestare. Poco dopo i Ris dissero che non c'era corrispondenza con il mio dna. Ma ormai il treno era partito. E chi lo ferma, a quel punto?
C'era del dna anche sul corpo...
Riesumarono la salma riuscendo a trovare quattro formazioni pilifere sul pube, tutte e quattro della stessa persona, ma non mie. E ho comunque preso l'ergastolo. In Corte d'Appello è stata la scienza a farmi assolvere.
In primo grado come era stata giustificata la sua condanna?
Le prove del dna sono state ritenute neutre. Il dna è stato comparato con quello dell'addetto delle pompe funebri di allora, per verificare un'eventuale contaminazione, ma non con quello degli altri che erano stati sospettati prima di me. Alcune donne avevano denunciato di essere state molestate nel parcheggio dell'ospedale di Cittiglio, ne è stato fatto un identikit che corrisponde perfettamente ad uno dei sospettati, scagionato perché non poteva aver scritto l'anonimo, in quanto "non ne aveva la cultura". La sentenza d'appello parla di deserto probatorio. Dice chiaramente che, consapevoli di non avere in mano niente, in violazione di legge, hanno approvato l'idea che l'autore del delitto dovesse avere un certo profilo per cucirmelo addosso.
Come sono stati l'arresto e il periodo che ha vissuto in carcere?
È stata una cosa sinceramente devastante. Si dice sempre: se non hai fatto niente quando suonano al campanello stai sicuro che non è la polizia. E invece era proprio la polizia. Non capivo. I primi sette giorni e sette notti sono stati i più duri della mia vita, ho fatto uno sforzo enorme per rimanere lucido e ciò mi ha aiutato molto. Sono stato l'unico ad andare in galera dopo 30 anni dal fatto, da incensurato, sotto gli occhi di tutta Italia. Il pericolo di fuga è stato documentato perché conosco un prete che è nunzio apostolico in Burkina Faso: una roba assurda. Il pericolo di inquinamento delle prove, invece, dopo 30 anni dal fatto e 19 ore di perquisizione che avevano prodotto nulla, era motivato con il rischio di subornazione dei testimoni. Su questo chiesero l'incidente probatorio testimoniale, per bloccare le testimonianze. Ma risultò totalmente a mio favore. Per spiegare il livello delle indagini, si disse che a rendere possibile l'ipotesi che io avessi un coltello era il fatto di dover tagliare l'eroina! O anche che io mi trovassi dove è stata uccisa perché stavo andando al Sert. Peccato che il Sert sia stato istituito per legge nel 1990 e a Cittiglio il primo risale al 1995. Questi non sono spunti investigativi, questi sono motivi di un ergastolo.
Chiederà un risarcimento?
Quello che è finito è finito, ma lascia una devastazione economica totale e parlo delle cose materiali, che sono le ultime. Ci sono ben altre ferite, altri pesi. Parlando del parzialmente rimediabile, questa assoluzione con formula piena rende ufficialmente la mia un'ingiusta detenzione. Dovrò fare causa allo Stato, che resisterà.
Cosa farà adesso?
Mi piacerebbe molto se la mia esperienza servisse a qualcosa. Non ho perso i contatti con il carcere, un mondo davvero dimenticato, di cui a nessuno importa. La giustizia va davvero ripensata, ma dall'inizio, dal concetto di polizia giudiziaria. Una persona può disporre, senza limiti di budget, della vita degli altri. Io sono sempre stato libero, ma adesso, a fronte della assoluzione, voglio riconquistare appieno la mia libertà, che non dipendeva certo dallo Stato, così come la mia innocenza. Vorrei guadagnarmi una vita davvero libera, a partire dal guadagnarsi da vivere, nel senso più concreto del termine. Ho 53 anni, con un titolo di studio in filosofia preso due vite fa: non è facile. Voglio aiutare quelli che hanno a che fare con la giustizia, ma dalla parte sbagliata.
di Alberto Sardo
radiocl1.it, 31 gennaio 2021
Il sovraffollamento nelle carceri è un fenomeno strutturale in Italia e gli istituti di pena del distretto nisseno non ne sono esenti anche se il fenomeno non è uniforme. Su 188 istanze presentate al giudice per chiedere rimedi risarcitori ne sono state accolte 114 mentre 36 sono ancora pendenti.
Le richieste sono basate sulla norma introdotta nel 2014 nell'ordinamento che prevede rimedi risarcitori per i detenuti che abbiano subito un trattamento in violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. L'articolo fa riferimento a pene inumane e degradanti e nel caso italiano va declinato con la parola sovraffollamento. Poco meno della metà delle persone ristrette nelle carceri del distretto, circa il 40 percento, si trova detenuta in custodia cautelare.
Sono diversi i casi di autolesionismo verificatisi nell'ultimo anno mentre è molto più contenuto il dato dei tentativi di suicidio da parte di detenuti. Nella casa circondariale di Caltanissetta su una capienza di 178 si registra la presenza di 221 detenuti di cui 120 in custodia cautelare con un sovraffollamento di 43 unità. "Non si sono registrati casi di suicidio, anche alla luce degli interventi interni, posti in attuazione del "Protocollo prevenzione rischio suicidario" siglato con l'ASP in data 24.01.2018", si legge nella relazione sullo stato della Giustizia nel distretto di Caltanissetta. Al carcere Malaspina si sono però verificati 15 casi di autolesionismo.
A Enna il sovraffollamento è più limitato con 182 detenuti presenti su una capienza di 171. Nel carcere ennese nessun caso di suicidio, 23 scioperi della fame e 16 casi di autolesionismo. Nel carcere di Piazza Armerina si registra una presenza media di 50 detenuti dei quali 30 con problemi di alcol dipendenza o tossicodipendenza. A Gela una presenza media di 50 detenuti che in alcune fasi arriva a 61. La capienza è di 48 ma la capienza tollerabile arriva fino a 96. A Gela si è registrato un tentato suicidio scongiurato dal tempestivo intervento degli agenti della Polizia Penitenziaria e un caso di autolesionismo. La casa di reclusione di San Cataldo riservata ai detenuti del circuito di media sicurezza ospita 134 persone ristrette, un numero complessivamente pari alla capienza stabilita. Nessun caso di suicidio, due gli atti di autolesionismo.
Gli istituti di pena del distretto nisseno non sono dotati di sezioni femminili ma esclusivamente di sezioni maschili suddivise nei vari circuiti di sicurezza (media e alta sicurezza, protetti). "Relativamente alla gestione dell'emergenza sanitaria da Covid-19 - si legge nella relazione - gli istituti penitenziari del distretto hanno dovuto rivisitare i modelli organizzativi interni in ottemperanza alle indicazioni dei vari D.P.C.M. connessi al contenimento delle forme di contagio, attraverso procedure di pre-triage per l'ingresso.
Sia i detenuti che il personale in servizio sono stati sottoposti a screening sanitario a mezzo tampone naso faringeo e test sierologici. Presso gli istituti penitenziari si è inoltre provveduto alla riorganizzazione dei colloqui tramite videochiamata. In tutti gli istituti penitenziari del distretto sono stati sperimentati percorsi virtuosi finalizzati a favorire e soprattutto a rendere possibile il reinserimento del detenuto nel circuito lavorativo a pena espiata. Solo a titolo esemplificativo si segnala che presso la Casa Circondariale di Caltanissetta sono stati attivati un corso di marketing e finanza, un laboratorio autobiografico, un corso di informatica di base, il corso di chitarra (progetto musica dentro), il progetto genitorialità sui padri detenuti, il corso di alfabetizzazione per adulti per la scuola media".
"Una carcerazione anaffettiva è dannosa per la società - scrive la presidente della Corte d'Appello Maria Grazia Vagliasindi. Se in carcere non circola la cultura dell'umanizzazione della pena - come ricorda Mons. Vincenzo Paglia - la società sbaglia e la giustizia si ritrae". Anche in questo ambito l'emergenza covid ha colpito. Negli istituti sono state praticamente sospese tutte le attività trattamentali tranne le attività didattiche.
altoadige.it, 31 gennaio 2021
La dura relazione della presidente della Corte d'Appello di Trento, Gloria Servetti, pubblicata in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, svoltasi ieri. Desta preoccupazione la situazione all'interno del carcere di Bolzano. A tal punto da far temere disordini interni qualora la situazione non dovesse migliorare. È quanto emerge dalla relazione della presidente della Corte d'Appello di Trento, Gloria Servetti, pubblicata in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, svoltasi stamane, 30 gennaio. Alla data di agosto 2020, nella struttura risultano 77 detenuti. Una piccola attenuazione rispetto all'anno precedente, "permane però inalterato, come già evidenziato in passato - scrive Servetti nella sua relazione - il grave problema della vetustà dell'immobile, ripetutamente segnalato e quindi ben noto".
Non solo. "Successivamente al collocamento fuori ruolo della direttrice di Bolzano, l'incarico è stato assunto ad interim dalla direttrice di Trento", e il presidente del Tribunale di Sorveglianza, riporta la relazione, ha anche rappresentato più volte al Dap che "l'obiettiva impossibilità di garantire una presenza quotidiana costituisce fonte di grande preoccupazione nella popolazione carceraria, la quale sta mostrando significativi segni di sempre maggiore irrequietezza", si legge ancora nel documento.
Ancora, "la presenza di un solo educatore all'interno della struttura carceraria porta con sé notevoli problematiche per l'attività della magistratura di sorveglianza e per i detenuti stessi". Quindi, "in difetto di solleciti interventi, sono ragionevolmente ipotizzabili dei disordini e delle proteste che vanno assolutamente scongiurati.
Preme sottolineare - recita ancora la relazione - che negli ultimi mesi si sono verificate delle problematiche tra detenuti, in alcune occasioni anche sfociate in risse ovvero aggressioni fisiche e verbali; successivamente al trasferimento di alcuni detenuti, più di recente la situazione pare essersi stabilizzata, ma l'equilibrio raggiunto non può che essere considerato precario".
di Davide Varì
Il Dubbio, 31 gennaio 2021
Anno giudiziario, il presidente della Corte d'appello di Bologna: "Strumentalizzazioni e sospetto, così il sistema è stato messo in pericolo". Effetti nefasti sul sistema della giustizia minorile. Sono quelli provocati dall'inchiesta sugli affidi in Val d'Enza denominata "Angeli e Demoni", meglio conosciuta come "il caso Bibbiano", che "per effetto di una martellante campagna mediatica, ha esposto tutto il sistema della Giustizia minorile e familiare, come era prevedibile, al sospetto generalizzato e alle rivendicazioni di soggetti interessati". A dirlo, nella sua relazione, nel corso dell'inaugurazione del nuovo anno giudiziario, il presidente vicario della Corte d'Appello di Bologna, Roberto Aponte.
Aponte ha ricordato la segnalazione del Presidente del Tribunale per i Minorenni Giuseppe Spadaro, che ha sottolineato come, durante le indagini, "il lavoro di tutti i magistrati dell'Ufficio sia stato fortemente e negativamente condizionato in termini di delegittimazione dai riflessi riverberati dalle deprecabili fughe di notizie nonché da una vera e propria strumentalizzazione, ad opera di gran parte dei media, dell'inchiesta" in questione; strumentalizzazione che ha provocato "lo scatenarsi del triste fenomeno del cosiddetto odio del web, nonché una vera e propria gogna mediatica" nei confronti dei magistrati del Tribunale Minori, "vittime di innumerevoli episodi di minacce che, comunque, non hanno minimamente scalfito il sereno svolgimento dell'attività giurisdizionale dei colleghi".
"Quello che preme ribadire, in questa sede - ha evidenziato quindi Aponte - è la validità, pur nella consapevolezza di indubbie criticità da affrontare con spirito libero da pregiudizi, dell'impianto del sistema della nostra giustizia minorile. È assolutamente indispensabile - ha ribadito - combattere il messaggio volto a dipingere il Tribunale per i Minorenni come uno strumento cieco, condizionato da chi vuole solo togliere i figli ai genitori. Un grande giurista del secolo scorso descriveva la "famiglia" come "un'isola che il mare del diritto può solo lambire". Ma quest'isola, purtroppo, non sempre è il luogo più sicuro e migliore per crescere, e il compito del Tribunale per i Minorenni è quello di salvaguardare i minori, se è assolutamente necessario, anche nei confronti del loro ambiente naturale".
Ma l'ombra del dubbio e del sospetto ha investito in modo indistinto tutto il sistema di aiuto, assistenza, cura e protezione, ha aggiunto Daponte, "ha investito le stesse famiglie e le comunità che hanno accolto minori in difficoltà. L'esperienza maturata ci ha insegnato che, se è necessario rafforzare i servizi di sostegno alla genitorialità e investire nella formazione e supervisione di chi opera nel campo delle fragilità familiari; se è necessario, per la magistratura, dotarsi di un bagaglio sempre più approfondito di conoscenze non solo di natura strettamente giuridica, perché solo la capacità di valutazione acquisita mediante una formazione multidisciplinare può evitare il sospetto di un appiattimento della giurisdizione su valutazioni esterne dei servizi o degli ausiliari, è assolutamente indispensabile, come già si è osservato lo scorso anno, combattere il messaggio volto a dipingere il Tribunale per i Minorenni come uno strumento cieco, condizionato da chi vuole solo togliere i figli ai genitori", ha evidenziato. Già lo scorso anno, sempre in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, il pg di Bologna Ignazio De Francisci aveva sottolineato la gogna a cui era stato sottoposto il sistema, condannando il pressapochismo dei media e le strumentalizzazioni politiche.
di Roberta Polese
Corriere del Veneto, 31 gennaio 2021
Nella prima grande ondata della pandemia è stata un'ecatombe per i processi penali, anche a Padova: il 94% dei procedimenti è stato rinviato tra marzo e maggio, e quota del tutto simile - il 92% si è registrata tra maggio e giugno. E dopo una fase di ripresa autunnale - non senza difficoltà - il 2021 non è iniziato sotto i migliori auspici.
La presidente del tribunale Caterina Santinello sottolinea che oggi le cose stanno andando meglio, intanto però due giudici positive nel settore penale stanno paralizzando le udienze monocratiche e collegiali: ogni udienza viene procrastinata. "Purtroppo è così - spiega Santinello -. I giudici non si possono sostituire e purtroppo i rinvii accadono. Nel primo lockdown avevamo l'indicazione di mandare avanti i processi urgenti, adesso quest'obbligo non c'è più, ma facciamo i conti con l'epidemia". A complicare ulteriormente le cose è ovviamente quanto accade ai numerosi avvocati impegnati a Palazzo di giustizia, tra difficoltà a spostarsi o casi di contagio al virus, fatto che ovviamente consente lo stop per legittimo impedimento. E la stessa cosa vale per i detenuti.
È stato un anno funesto il 2020 per il settore giustizia sul quale pesava già una crisi strutturale. Se il settore civile ha potuto contare sulle udienze da remoto, che peraltro venivano usate anche prima della pandemia, nel penale l'accesso alle videocall è stato profondamente osteggiato dagli avvocati che intendono garantire ai loro clienti il processo in presenza, che assicura un giudizio più equo, passaggio ribadito questo anche dalle camere penali del Veneto in una nota diffusa ieri. "Nel processo civile c'è sempre stata più elasticità, perché se c'è un avvocato positivo e non può presentarsi, c'è sempre la piena disponibilità a fare udienze on line" spiega la presidente.
Eppure il personale amministrativo ce l'ha messa tutta per rende nella relazione della Corte d'appello - al fronte del permanere di problemi tecnici e della scarsa utilità del portale". Inoltre erano stati chiesti supporti per la verbalizzazione informatica delle udienze, cosa che consentirebbe di gestire personale aggiuntivo "ma nessuna risposta è arrivata a tale richiesta e non risultano in arrivo forniture hardware destinate alla realizzazione di questi progetti" si scrive nel documento.
Quanto al coordinamento interno tra giudici, la stessa corte d'appello afferma di aver realizzato proprio in questo periodo un gruppo Whatsapp con tutti i presidenti del tribunale. Anche a Padova funziona più o meno così: "Lo uso anche io, è uno strumento che consente rapidità per le comunicazioni urgenti - spiega la presidente - più spesso però per discutere usiamo Teams".
A tagliare la testa al toro sul fronte intasamento della giustizia è Leonardo Arnau, presidente dell'ordine degli avvocati di Padova: "L'unica cosa da fare sarebbe depenalizzare i reati bagatellari, o stralciarli. E invece i procedimenti aumentano sempre di più".
Il Mattino di Padova, 31 gennaio 2021
Da quasi un anno il Consiglio comunale di Padova ha istituito la figura del garante per i detenuti. Ma, complice la pandemia che impedisce di convocare il Consiglio in presenza - modalità indispensabile, in questo caso - la nomina della persona a cui affidare l'incarico è rimasta bloccata. Stringere i tempi e votare al più presto è una delle richieste fatte ieri dal Centro sociale Pedro nel corso di un doppio presidio, prima davanti alla Casa circondariale e poi sotto la Casa di reclusione.
Un sit-in di solidarietà che i detenuti hanno appoggiato con fischi e urla dalle finestre, in segno di ringraziamento. L'iniziativa, dedicata idealmente all'attivista No-Tav Dana Lauriola, in carcere a Torino, è servita a richiamare l'attenzione sugli effetti della pandemia nelle carceri sovraffollate. E dunque a chiedere sconti di pena, indulti o altre misure per svuotare gli istituti, riducendo in questo modo anche il rischio di contagio, misure preventive per i reati minori e priorità nell'accesso al vaccino per tutta la popolazione carceraria. Che in questi ultimi mesi ha pagato un prezzo alto alla pandemia, vedendosi ridotti anche quei pochi contatti che aveva con l'esterno.
di Attilio Bolzoni
Il Domani, 31 gennaio 2021
A Rebibbia Anthony vive in una cella tutta sua: ancora lotta con il nome scritto sui documenti, Antonella- Schiacciato dall'esistenza, vorrebbe solo un'occasione: "Non merito forse anch'io un gesto di civiltà?". Sulla carta di identità Anthony è Antonella C. nata il 3 marzo 1967 a Galatone, provincia di Lecce. Statura 1 metro e 60 centimetri, capelli neri, occhi celesti, segni particolari "sembianze maschili". È in carcere dal 2013 e ha pene da scontare per diciassette anni. Tutti furti. Quelli che, da quanto ho capito e credo di non avere capito male, gli hanno consentito di non morire di fame. Ma oggi il suo problema, e non soltanto suo, è un altro: Anthony è l'unico uomo - almeno così si sente lui - in mezzo a 350 donne, tutte le recluse del "complesso penitenziario femminile più grande d'Europa" che è appunto la casa circondariale di Rebibbia.
Ci siamo incontrati il giorno di Capodanno nell'androne di un palazzo di Montespaccato, periferia romana dove lui stava passando le feste insieme a cinque donne. Siamo rimasti per un paio d'ore a parlare, fermi uno difronte all'altro, fuori pioveva. Ma non era l'acqua che scendeva a trattenerci in piedi e immobili al freddo, Anthony non poteva uscire e io non potevo entrare. Dovevamo per forza stare lì, nell'androne. Il piccolo appartamento che divideva con le cinque donne era una "casa di accoglienza" che ospitava detenute di Rebibbia in permesso speciale, oltrepassare il portone era come fuggire, a tutti gli effetti un'evasione.
Così, a Montespaccato, Anthony mi ha raccontato brandelli della sua vita e promesso, una volta tornato nella cella numero 85 della "sezione femminile" del carcere di Roma, che mi avrebbe donato "uno scritto dove spiego veramente chi sono". Memorie che sono diventate un libro. Mi ha anticipato il titolo: Ero nato errore. È stato di parola, dopo un paio di settimane il suo diario mi è stato consegnato e in una notte l'ho letto tutto d'un fiato.
Quella mattina di Capodanno mi aveva però già detto qualcosa, o forse mi aveva detto tutto: "Sono un uomo". L'ho visto arrivare mentre salutava una ragazza cinese con un sacchetto della spesa fra le mani. Aveva addosso un giubbotto di pelle marrone scuro e un paio di jeans, scarpe di gomma chiare, si è presentato sfilandosi per un momento la mascherina: "Buongiorno, io sono Anthony".
Barba folta e baffi, sorridente, gentile, all'apparenza quieto nel ricordare un tormento lungo quasi cinquantaquattro anni. Mi ha confessato subito che nell'appartamento di Montespaccato ha trascorso giorni sereni "anche se, in verità, avrei preferito restare a Rebibbia". Solo, nella sua cella, "perché ogni volta che entro o esco dal carcere ci sono momenti di forte imbarazzo con le perquisizioni personali e con i controlli all'esterno...".
Qualche sera prima di San Silvestro, nella casa di accoglienza sono saliti i carabinieri per la sorveglianza sulle detenute in libera uscita. Cercavano sei donne e hanno trovato cinque donne e Anthony. Cercavano anche un'Antonella. Ha fatto molta fatica a spiegare che quell'Antonella era lui. Telefonate in carcere, verifiche incrociate con l'"ufficio matricola", un po' di stordimento e alla fine i carabinieri se ne sono andati probabilmente non del tutto confortati dalle rassicurazioni ricevute.
Sulla carta Antonella - Sulla carta di identità Anthony è Antonella C. nata il 3 marzo 1967 a Galatone, provincia di Lecce. Statura 1 metro e 60 centimetri, capelli neri, occhi celesti, segni particolari "sembianze maschili". La foto accanto è decisamente quella di un uomo. È in carcere dal 2013 e ha pene da scontare per diciassette anni. Tutti furti, solo furti. Quelli che, da quanto ho capito e credo di non avere capito male, gli hanno consentito di non morire di fame.
Ma oggi il suo problema, e non soltanto suo, è un altro: Anthony è l'unico uomo - almeno così si sente lui - in mezzo a 350 donne, tutte le recluse del "complesso penitenziario femminile più grande d'Europa" che è appunto la casa circondariale di Rebibbia. Anthony non condivide la cella con nessun'altra. Le agenti lì dentro non irrompono mai, bussano sempre, una delicatezza per rispettare la sua privacy. Fa poca vita comune, niente ora d'aria con le altre, i contatti con le detenute sono limitati alla lavanderia dove lavora. Gli hanno concesso di avere anche un rasoio per farsi la barba ogni mattina.
È vicenda alquanto intricata quella di Anthony e il carcere, istituzione totale che il più delle volte non migliora certo la vita degli uomini e delle donne che per colpa o per sventura ci finiscono, è diventato il luogo dove più di ogni altro si sono manifestate le "contraddizioni" di Anthony e del suo corpo. E, paradossalmente, proprio il carcere potrebbe offrirgli la chance di una nuova identità, liberandolo dalla doppiezza che lo devasta. Il suo desiderio è avere in tasca un documento che attesti la sua mascolinità. Ci sta provando, non sarà facile però ottenere ciò che vuole. Il mistero è intorno al suo sesso. Confuso. Non è maschio e non è femmina ed è maschio e femmina insieme con organi sessuali non completamente sviluppati. C'è gran consulto di specialisti intorno ad Anthony.
Memorie dell'infanzia - Nell'androne comincia a raccontare e a raccontarsi. Parla con calma, ha con sé qualche carta e appunti sparsi. Comincia da quando "il Mostro" - così chiama suo padre, mai per nome, mai papà - lo fa registrare all'anagrafe del comune di Galatone sei giorni dopo che viene al mondo dalla levatrice Angela Molducci "che, assistito al parto di Cecilia. P., moglie di Renato C., non potendo questi presentarsi perché lontano dal paese per motivi di lavoro" dichiara davanti a due testimoni "che è nato un bambino di sesso femminile alla quale dà il nome di Antonella". Firmato l'ufficiale dello stato civile Antonio Inguscio. Un atto di nascita che è una condanna a morte per Anthony.
Il padre fa il muratore, la madre tira su i figli, ne partorirà sette. Ma c'è poco da fare alla fine degli anni Sessanta laggiù nel Salento, i genitori decidono di emigrare in Germania, non vogliono o forse non possono portare con loro l'ultimo arrivato in famiglia. C'è una parente in Scozia, sposata con uno dei fratelli di suo padre. A sei mesi è con zia Ann a Inverness, una cittadina sulla costa nord orientale attraversata dal canale di Caledonia. Quella creatura che all'anagrafe è Antonella, a quattro anni confessa alla donna che lo cresce "che a lui piacciono le bambine". Da quel momento la zia, "bellissima, alta, capelli rossi, mia unica e vera madre", lo chiamerà Anthony.
Ma non durerà a lungo la vita di Anthony e nemmeno la vita di Anthony nelle Highlands scozzesi. "Troverai tutto nel mio libro, i particolari anche di quella mattina che il Mostro venne a prendermi a Inverness per strapparmi via per sempre", mi dice ricordando campi verdi, laghi, la neve dei lunghi inverni scozzesi. A pagina 19 del suo diario rintraccio quella giornata: "Alle nove del mattino sento zia che mi chiama... ci sono delle persone che ti vogliono, vedo una donna che mi prende in braccio stringendomi forte, ero impaurito, non la conoscevo.. mia zia mi disse che quella donna era la mia mamma...erano i miei genitori che dopo quattro anni erano venuti a trovarmi".
Il libro è firmato da Anthony con Nina Maroccolo, una scrittrice che entra a Rebibbia per un laboratorio di prosa e canto con il poeta Plinio Perilli. Nel 2013 l'incontro, nel 2014 Ero nato errore viene dato alle stampe da Pagine Editore. Sulla quarta di copertina, la Maroccolo scrive che la storia di Anthony sembra popolata da quei personaggi "del sottosuolo" che si ritrovano nelle opere di Dostoevskij.
È il 1971 quando è prelevato "dal Mostro" e dall'"Estranea" (la madre) e "trasportato" da Inverness a Luino, in provincia di Varese. Un giorno i suoi genitori spariscono, vanno in Puglia, quando tornano gli presentano un fratello e una sorella che non ha mai conosciuto. Sono tutti e due più piccoli di lui, si chiamano Gianni e Claudia, fino ad allora avevano vissuto a Galatone con i nonni. L'inferno di Anthony comincia a Luino.
È un bambino schiavo. Deve spolverare la casa dove abitano fino a farla brillare, altrimenti percosse. Deve spaccare la legna, altrimenti percosse. Deve badare ai fratellini. Non può giocare, non può uscire in giardino, non può incontrare altri bambini. Una volta il padre gli spezza un bastone sulla schiena: "Mi guardava con gli occhi pieni di odio, si scaraventava su di me come se fossi io che gli avevo fatto del male". C'è vergogna in quella casa, c'è risentimento perché Anthony esiste.
Dai quattro agli undici anni è un calvario. Solo botte e umiliazioni. In famiglia si confida soltanto con suo fratello Gianni, il "Mostro" quando è ubriaco prende a calci pure lui. E sono colpi di frusta o di cinghia, oltraggi, privazioni, tre giorni senza mangiare. Gianni una sera gli dice: "Perché non lo facciamo fuori, ci sono dei funghi, devono essere velenosi, li prendiamo e li sbricioliamo nel piatto". Una notte Gianni scivola via dalla casa per incontrare una ragazzina, una corsa in motorino, l'incidente, Gianni muore. Il padre non glielo fa salutare nemmeno per l'ultima volta.
Gli anni passano e l'inferno non finisce mai. Trova un lavoro come saldatore a Varese, fa il giardiniere, lo stalliere, ripara frigoriferi. Ogni volta la paga la deve portare tutta a casa, al "Mostro". Anthony un giorno scappa e si rifugia da una sorella, poi prende il primo treno per Torino. Una pensioncina in via Mazzini e comincia a cercare un lavoro: "Ma in qualsiasi posto dove mi presentavo e ogni volta che esibivo il documento la risposta era sempre negativa.. e allora ho capito che non avevo speranza". Anthony, per tutti, era sempre Antonella.
Non ha più un soldo in tasca, di notte dorme nei casolari abbandonati, di giorno si trascina fra barboni e ragazze che si vendono, non ha vestiti, mendica cibo. Di tanto in tanto si sfama facendo il giro delle macellerie, chiede scarti per un cane che non ha. Ma le disgrazie non vengono mai da sole. Un pomeriggio Anthony sta male, perde tanto sangue dal naso, dopo una settimana è sul lettino di un ospedale. La diagnosi è crudele: un tumore al cervelletto. L'operazione e quattro mesi di chemio. Quando esce, sempre più distrutto, si getta nel Po: "Mi ricordo solo che ero fra le braccia dei pompieri che mi tiravano su...".
I furti e il carcere - È qui che comincia un'altra delle tante sue vite. Ed è quella che l'ha portato a Rebibbia. Anthony che non trova lavoro perché è Antonella, Anthony che non ha casa e non ha famiglia, Anthony che non ha amici, Antony che diventa un ladro. Ruba attuando sempre lo stesso piano. Si presenta in un bed and breakfast, si sistema nella stanza, aspetta il momento migliore per l'incursione nell'appartamento privato della proprietaria o di qualche altro ospite. A volte sono 60 euro, altre volte 80 euro e un anellino, una collana, un orologio. Soldi per mangiare.
Girovaga per l'Italia, dopo Torino è a Firenze dove, con quello che riesce a racimolare con le incursioni nei bed and breakfast, compra una vecchia auto che diventa la sua casa. Dorme lì dentro. Lo pizzicano per la prima volta a Faenza, in provincia di Ravenna, il 26 gennaio 2010. La sentenza di condanna arriva il 28 maggio 2012. Il giudice riconosce "il disegno criminoso premeditato" sostenuto dalla pubblica accusa e per Anthony sono 4 mesi e 10 giorni di reclusione. I primi. A Trieste un'altra condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione. E poi, a catena, tutte le altre. Sempre furti, solo furti.
È ancora libero e decide di andare a Roma. Passa dalla comunità di Sant'Egidio, una sera in una chiesa lì vicino incontra don Franco, "le solite parole del prete che anch'io sono Figlio di Dio ma non può aiutarmi e bla bla bla", Anthony è disperato e coglie l'occasione al volo, "in un attaccapanni c'era la giacca del prete appesa, frugai nelle tasca interna e c'era il suo portafoglio con dentro tre carte di credito e quasi trecento euro, presi i soldi mettendo a posto il portafoglio".
Dopo il furto entra in un bar e si compra "una bella ciambella calda morbida alla crema" ma ha anche la pessima idea di raggiungere Brindisi. In Puglia lo fermano a un posto di blocco, i carabinieri gli chiedono i documenti, il solito dramma: Anthony è Antonella. E, a mano, ha maldestramente anche corretto la data di scadenza dell'assicurazione della sua vecchia auto. Gliela sequestrano. Non perde solo una macchina, perde la casa. Torna a dormire in ripari di fortuna, nei campi tempestati di ulivi della campagna pugliese.
Incontra un brav'uomo, Domenico, che gli presenta sua moglie Rosanna e i loro due figli. È un lampo di felicità in mezzo al deserto umano. Lo aiutano, per la prima volta trova qualcuno che ha un po' di compassione. Ma dura poco. Perché Anthony torna a Roma, per un anno riesce a sopravvivere con piccoli "colpi" ma una sera lo fermano due poliziotti e una poliziotta. È il settembre del 2013: "Mi dicono che li devo seguire, quando arriviamo in questura mi comunicano che devono portarmi in carcere, io divento bianco come un lenzuolo e comincio a tremare..". La donna poliziotta gli allunga un pacchetto di sigarette, apre il portafoglio e gli mette in tasca 10 euro.
Sulle cronache dei quotidiani si ritrova qualche notizia su questo spaventoso passato di Anthony. Resoconti sbrigativi, da vecchio "mattinale" di questura. Un foglio del Salento titola: "La donna con i baffi cha ha truffato mezza Italia". Un altro giornale della Romagna scrive della sua "pericolosità sociale" e ironizza: "È donna ma rubava da uomo". A Rebibbia Anthony sta in isolamento per due settimane, gli educatori capiscono che è un "caso speciale" e gli assegnano una cella singola. Ha qualche imbarazzo per la doccia in comune con le altre detenute, però resiste, resiste perché "nessuno mi può cambiare perché sanno anche in carcere che io sono Anthony".
Nel suo libro elenca "le agenti come posso dire, umane" che hanno avuto almeno una volta un'attenzione per lui. Ispettrice Roberta, molto disponibile. L'assistente Livia. Direttrice Pedote. Agente Veronica. La rossa che è rossa. L'agente Jessy con quei capelli neri lunghi e ondulati. Agente Lorella. Sovrintendente Carla. E l'assistente Marta, che quando ha il rossetto il suo sorriso si illumina.
Gesti di civiltà - Anthony non ha un avvocato perché non se lo può permettere. Solo un difensore d'ufficio, per un po' gli dà una mano l'avvocato Fabio Spaziani. Intanto gli anni di reclusione si accumulano. Disegno criminoso premeditato. Nelle pagine di Ero nato errore lui chiede e si chiede: "Ma non c'è una sproporzione evidente fra piccoli reati e grande pena? Non c'è l'esigenza civile di riconoscermi una difesa ponderata, insomma giusta? Non ho diritto a gesti veri di civiltà da parte di una società che si vanta e si dice civile? Io non sono uno stinco di santo, sono colpevole di tutto, ma non del brutto romanzo esistenziale che mi ha schiacciato".
Nell'androne del palazzo di Montespaccato, dopo un'ora che siamo lì a chiacchierare, Anthony mi confida che in carcere ha avuto momenti di intimità con una vicina di cella. "Roba vecchia però". Mi assicura che a Rebibbia sta bene perché "ho un lavoro, mangio ogni giorno, ho un letto, mi posso lavare". Nel suo libro ha affettuose parole per qualche detenuta: "Antonella, da quando ha iniziato a lavorare non facciamo quasi più qualche giocata a carte.. Nichita, lei è addetta all'abbigliamento, quando trova qualcosa da uomo me la mette da parte, grazie Nichita. Berenice sa come addolcirmi con il suo tiramisù. Michela, che è addetta ai cani ed è bello vedere come si rapporta con i cani, amabile, peccato che sono un uomo perché se fossi un cane riceverei un sacco di coccole che dalla razza umana non ho mai".
Sul risvolto di copertina di Ero nato errore trovo un numero di telefono e un nome: Nina. Chiamo. Risponde Nina Maroccolo, la scrittrice che l'ha conosciuto a Rebibbia e con cui hanno scritto insieme. Le è stato vicino per molti mesi, prima gli incontri ogni martedì, poi anche due o tre volte la settimana. Il libro è un atto di amore. Non vede Anthony dal 2017 ed è sorpresa: "Ma come, è ancora rinchiuso in carcere? Io credevo che fosse finalmente in una comunità e avesse ottenuto la possibilità di lavorare fuori". Anthony è ancora dentro e vi resterà fino al 2030, a meno che non sopraggiunga un indulto o un miracolo o una grazia che qualcuno vorrebbe chiedere al presidente della Repubblica.
Il magistrato di sorveglianza di Rebibbia femminile Marco Patarnello conosce bene Anthony e le sue sofferenze. E sa che, prima di ogni altra cosa, lui deve modificare il suo stato anagrafico. Così com'è, fuori dal carcere, vivrebbe sempre una marginalità che gli porterebbe più male che bene.
I "clandestini" delle carceri italiane
Che ne è delle persone in cerca di una loro identità, quando si trovano in carcere? Se lo è chiesto in passato anche l'associazione Antigone, in uno dei suoi ultimi rapporti sulle condizioni di detenzione. Per esempio, la realtà delle persone trans detenute in carcere continua a essere trattata "quasi come un fenomeno clandestino", nonostante il tema sia affrontato sempre di più nella produzione scientifica e talvolta anche dai media.
"Anche lo stesso Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria non ha ancora individuato delle soluzioni univoche alle varie problematiche emerse negli anni, continuando a ondeggiare tra la scelta di diversi sistemi di allocazione che vanno dai reparti dedicati, a volte presso istituti femminili, altre maschili, fino alla collocazione presso le sezioni precauzionali".
Alle problematiche di una vita in carcere, può dunque aggiungersi un'incapacità di riconoscere la transizione in corso, da un genere a un altro. Le conseguenze psicologiche possono essere devastanti: "Spesso il disagio che accompagna lo stato di detenzione delle persone transessuali si manifesta in comportamenti autolesivi che fanno temere per la stessa sopravvivenza della persona".
di Agnese Ananasso
La Repubblica, 31 gennaio 2021
Tra le questioni sollevate all'apertura dell'anno giudiziario 2021 è emerso l'incremento delle violenze tra le mura domestiche, a fronte di un calo degli altri reati. "Effetto distorto delle necessarie misure di prevenzione sanitaria". Durante i mesi di lockdown sono diminuiti i reati soprattutto predatori ma sono aumentati i maltrattamenti e le violenze domestiche. È una delle questioni sollevate dai procuratori generali delle principali corti di Appello italiane durante l'apertura dell'anno giudiziario 20121.
Bologna: pedopornografia e autolesionismo tra i minori - "Sul lato della giustizia penale si osserva un rilevante aumento dei delitti di pedopornografia e di maltrattamenti in famiglia, fenomeni compatibili con l'ampliarsi della dimensione domestica della vita nel trascorso anno", ha detto Ignazio De Francisci, procuratore generale della Corte d'Appello di Bologna, in un passaggio del suo intervento. "Altro fenomeno preoccupante - aggiunge - è costituito dall'aumento tra i minori degli atti di autolesionismo e di intossicazione etilica". Grande, sottolinea De Francisci, "è stato l'impegno della Procura per i Minori e buoni i risultati, nonostante la gravissima carenza di personale amministrativo alla quale si inizierà a fare fronte con i concorsi straordinari attualmente in corso". Nell'ultimo anno i procedimenti per maltrattamenti in famiglia sono cresciuti del 20%.
Genova: violenza sessuale anche tra i minori - "Alla generale diminuzione dei reati si contrappone il forte incremento delle comunicazioni di notizie di reato per i delitti di maltrattamenti in famiglia e di atti persecutori nonché di violenza sessuale, quest'ultimo fra l'altro in aumento anche tra i minorenni. Anche questo, evidentemente, un effetto del periodo più restrittivo durante la pandemia da Covid 19". Lo spiega nella sua relazione Roberto Aniello procuratore generale della corte d'Appello di Genova durante la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario.
Firenze: vessazioni anche in presenza di minori - "Il lockdown ha portato a una diminuzione generale dei reati anche in Toscana, ma sono aumentate dell'11% le iscrizioni "per i fatti di violenza intra-familiare e, in particolare, per il delitto di maltrattamenti in famiglia, in conseguenza dell'adozione delle misure per prevenire il rischio di contagio che hanno però costretto dentro le mura domestiche vittime e carnefici". Lo ha detto il procuratore generale presso la corte d'appello di Firenze, Marcello Viola illustrando, nella sua relazione con cui si è aperto l'anno giudiziario in Toscana. Un "effetto distorto" delle "necessarie misure di prevenzione sanitaria", che, ha detto ancora Viola, "ha percettibilmente accresciuto il numero delle persone vulnerabili sottoposte ad un penoso regime di sofferenze morali, di violenza fisica e morale, di continue vessazioni, di umiliazioni, anche alla presenza di bambine e bambini. "In tale ambito, continua a costituire eccellente esempio di collaborazione istituzionale, il protocollo d'intesa Codice Rosa, sottoscritto tra la Regione Toscana, la Procura Generale e tutte le Procure della Repubblica del Distretto, al fine di garantire sul territorio in modo uniforme il miglior supporto alle vittime di violenza che accedono al Pronto Soccorso".
Sardegna: violenza su minori da amici di famiglia - Anche in Sardegna è allarme violenze sessuali e pedo-pornografia: lo scorso anno sono aumentati i procedimenti per violenza sessuale che sono arrivati a 207, contro i 168 dell'anno precedente. In crescita anche i procedimenti per pedofilia e produzione e detenzione di materiale pedopornografico. Sono questi alcuni dei dati illustrati stamane a Cagliari dalla procuratrice facente funzione della corte d'appello di Cagliari, che ha sottolineato come sia "sempre allarmante il dato relativo ai fatti di violenza sessuale" che troppo spesso, nel caso di vittime minorenni, sono commessi da amici di famiglia. In aumento anche i casi di maltrattamenti di genitori compiuti da giovani dipendenti da alcol e droghe.
ansa.it, 31 gennaio 2021
Dal primo febbraio saranno aperte le prenotazioni online per visitare l'isola-carcere di Gorgona (Livorno) con il Parco: 20 le date disponibili, la prima è sabato 20 marzo la partenza è solo da Livorno. Lo ha annunciato, in una nota, l'Ente Parco Nazionale Arcipelago Toscano.
Gorgona, ultima isola carcere attivo d'Italia, se non d'Europa, la più piccola, verde e selvaggia tra le isole del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, rappresenta un po' l'isola del riscatto dei detenuti, che lì coltivano le vigne e gli ulivi imparando un mestiere.
La ricchezza naturalistica, unita al fascino di un'isola modello di recupero sociale, prosegue l'Ente Parco, la rendono una tra le più richieste dai visitatori. Il Parco in collaborazione con l'amministrazione penitenziaria conferma anche per il 2021 il programma di fruizione per far conoscere questo territorio protetto seppure con limitazioni dovute al regime carcerario da una parte e alla tutela della biodiversità dall'altra.
Le prenotazioni possono essere effettuate on line sul sito: https://prenotazioni.islepark.it/gorgona/ tare-il-parco/gorgona. Nell' organizzazione della visita sono previste alcune regole in più per disposizioni dettate da motivi di sicurezza, le visite guidate infatti devono essere autorizzate dall'amministrazione penitenziaria in accordo con l'Ente Parco secondo un calendario concordato. Le presenze di visitatori sull'isola sono contingentate per un numero massimo di 100 visitatori al giorno.
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