di Simona Musco
Il Dubbio, 5 novembre 2020
Ecco le cifre impegnate da Via Arenula per mettere in sicurezza gli uffici giudiziari. Dai dispositivi di protezione alla sanificazione, passando per assunzioni e digitalizzazione: ecco gli interventi di Bonafede contro il Covid. Venticinque milioni, euro in più, euro in meno, per combattere il coronavirus negli uffici giudiziari.
È questa la cifra messa a disposizione dal ministero della Giustizia, che ha stanziato 24,8 milioni per l'acquisto di mascherine, termoscanner, barriere "parafiato", gel igienizzanti e per interventi di pulizia straordinaria, sanificazione. Ai quali si aggiungono "una decisa spinta sulla digitalizzazione" e assunzioni, sia sul piano amministrativo sia sul piano dell'immissione in ruolo di nuovi magistrati.
La spesa è stata in parte finanziata grazie al "fondo" di 31 milioni ottenuto dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede con il decreto "Rilancio", somme, dunque, aggiuntive rispetto a quelle già nella disponibilità di via Arenula e destinate agli interventi di prevenzione e al potenziamento della digitalizzazione. Il tutto in attesa di una nuova eventuale stretta legata al nuovo dpcm, in attesa della quale il tribunale di Milano ha già pensato di riorganizzarsi, con una "stretta" alle udienze per prevenire i rischi legati all'alto tasso di contagio registrato in Lombardia, nonché all'alto numero di positivi all'interno del Palazzo di giustizia, rafforzando lo smart working, che stando al dpcm dovrà essere "nella percentuale più elevata possibile".
Il ministero, a partire da maggio, ha autorizzato, per gli uffici che ne hanno fatto richiesta, l'acquisto di termoscanner e termocamere per 478mila euro. Per gli acquisti sotto i 5mila euro gli uffici possono procedere autonomamente, potendo usufruire di un fondo pari a 1,7 milioni di euro assegnato alle Corti di Appello e alle Procure Generali, al quale si sommano ulteriori 250mila euro.
Per quanto riguarda la sanificazione dei luoghi, in aggiunta ai contratti già in essere, sono stati autorizzati gli acquisti di disinfettanti chimici e sarà possibile anche disporre pulizie straordinarie fino a 5mila euro in caso di necessità. La spesa complessiva ammonta, in tale campo, a 14,8 milioni di euro, mentre è di sei milioni quella per l'acquisto di materiale igienico- sanitario e dispositivi di protezione individuale. A ciò si aggiungono i due milioni impegnati per l'acquisto di paratie "parafiato" in plexiglass, distanziatori, piantane per gel igienizzante, segnaletica e asciugamani elettrici.
In tema di assunzioni, da febbraio ad oggi sono 1.164 le unità di personale amministrativo in più, di cui 874 già in servizio, ai quali si aggiungeranno, a breve, 290 assistenti giudiziari.
Sul fronte della magistratura, oltre ai 422 magistrati in più negli uffici di primo e secondo grado, è stato preparato un progetto per la creazione di determinazione di una task force di supporto agli uffici del distretto, con 176 magistrati in più. Altro tema quello della digitalizzazione, "uno dei capitoli fondamentali" per via Arenula, che a partire da settembre ha avviato la distribuzione di 16mila pc portatili per consentire al personale amministrativo degli uffici giudiziari di accedere da remoto ai registri di cancelleria.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 5 novembre 2020
"La pandemia in Italia ha portato a "un calo degli omicidi ma il numero delle donne ucciso è rimasto lo stesso". Ha riferito ieri davanti alla commissione Antimafia, Vittorio Rizzi, vicecapo della polizia e al vertice dell'Osservatorio interforze permanente per il monitoraggio e l'analisi sulla criminalità, costituito lo scorso aprile per elaborare strategie di prevenzione e contrasto delle possibili infiltrazioni nel tessuto economico-finanziario nel periodo dell'emergenza.
Nell'analisi, rivolta soprattutto alle strategie per affrontare, in cooperazione con gli altri Paesi, i rischi criminali legati all'emergenza sanitaria, Rizzi ha illustrato i dati, riferendo che quasi tutti sono in diminuzione. Tranne, appunto, i femminicidi. Un fenomeno probabilmente legato alla permanenza forzata in casa, al lockdown e ai divieti di movimento, che hanno fatto esplodere la violenza nelle situazioni più difficili. Un dato che suscita allarme, soprattutto in vista di nuovi divieti e di altre limitazioni agli spostamenti in seguito ai contagi. Al 31 luglio scorso il 70 per cento dei 149 omicidi avvenuti in ambito familiare aveva come vittime donne.
Ma sotto osservazione sono anche i reati in crescita negli altri Paesi durante l'emergenza sanitaria, per stabilire se si tratti di un trend che prima o poi interesserà anche l'Italia. In Francia e negli Usa, ad esempio, gli omicidi sono cresciuti. Scendono, anche se di poco, gli episodi di usura, mentre sono in crescita i reati di traffico e combustione illecita di rifiuti, un fenomeno legato alla maggiore permanenza in casa degli italiani durante la pandemia e alla necessità di smaltimento. E aumentano come era prevedibile e come avvenuto anche oltralpe, i reati commessi on line. Tra gli scenari che meritano attenzione ci sono le "dinamiche del dark web", dove sono state create piattaforme attraverso le quali si organizzano piani criminali. E sono in crescita in Italia, come in tutti i paesi del mondo, i reati commessi on line".
In linea di massima i fenomeni osservati sono analoghi in molte parti del mondo. Tutti gli indici sono in decremento, tranne pochissime fattispecie di reato opposte. L'allarme generale riguarda invece il pericolo del riciclaggio del denaro in attività lecite, un ambito di preoccupazione diffusa è costituito dall'acquisto dei crediti deteriorati, previsto dalla normativa europea, da parte delle mafie. Crediti ceduti dalle banche a 17 centesimi per euro e che possono costituire un'occasione per le organizzazioni criminali "per rilevare in tutta Europa enormi asset patrimoniali di imprenditori che cadono in disgrazia e non sono in grado di pagare".
"Questa non è una minaccia potenziale - precisa Rizzi - ma attuale, concreta e molto sofisticata, perché a quel punto potremmo trovare denaro riciclato nei fondi di investimento. Non ci troveremo più a difenderci da un nemico individuato ma da soggetti che legalmente è intervenuti nell'economia. "C'è il rischio - aggiunge - che questi enormi crediti finiscano nelle mani della criminalità organizzata in modo perfettamente legale".
Rizzi, nel corso dell'audizione, ha auspicato che vi sia una "strettissima cooperazione" in ambito europeo nel contrasto a questo fenomeno. E cita una telefonata intercettata agli atti di un'inchiesta giudiziaria e in cui due ndranghetisti impegnati nel narcotraffico definivano "strani" i loro soci sudamericani in quanto non usavano il bitcoin.
L'obiettivo, dice il prefetto, è realizzare una sorta di osservatorio al livello europeo. Un gruppo covid che esamini i fenomeni criminali, perché anche le infiltrazioni possono diventare pandemiche. Il lavoro è già stato avviato. La condivisione diventa importante, spiega Rizzi, sia per anticipare fenomeni che si presentano altrove prima che nel nostro Paese, sia come nella lotta alle mafie, per cooperare. Il primo caso è stato quello del sentimento diffuso contro le istituzioni, che in alcuni paesi, come in Francia, è maturato in anticipo.
di Valeria Pacelli e Marco Pasciuti
Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2020
Equitalia nel mirino per i risarcimenti che dovevano essere versati dai condannati per i pestaggi nella Diaz. "Nessuno paga". Omissione di atti d'ufficio. È questo il reato per il quale indaga la Procura di Roma nell'ambito di un'inchiesta - finora inedita - che riguarda alcune cartelle esattoriali emesse nei confronti di alcuni degli alti funzionari della Polizia condannati nel processo sui pestaggi e le prove false al G8 di Genova.
L'indagine è alle battute iniziali: lo scorso 28 luglio la Guardia di Finanza, su delega del pm titolare del fascicolo, Rosalia Affinito, ha bussato agli uffici di Equitalia Giustizia. Quel giorno le Fiamme gialle hanno richiesto la documentazione relativa alle cartelle esattoriali emesse per i crediti di giustizia nei confronti di alcuni dei superpoliziotti.
Solo pochi giorni fa Amnesty International aveva espresso "sconcerto" per le recenti promozioni di due funzionari "condannati in via definitiva" per i fatti del G8. Adesso lo scandalo riguarda i risarcimenti, anche se stavolta i fari sono accesi su Equitalia Giustizia. L'obiettivo del pm è capire se vi siano stati ritardi o altri motivi per cui l'ente riscossore in passato non abbia emesso nuove cartelle esattoriali nei confronti dei condannati di Genova, soprattutto alla luce di una imminente prescrizione (nel 2022) dei crediti processuali. Non ci sono indagati.
Per capire la vicenda bisogna tornare al 5 luglio 2012, quando la Cassazione conferma le condanne per 25 persone e stabilisce che i condannati devono ripagare anche le spese legali alle parti civili, i ragazzi massacrati la sera del 21 luglio 2001 nella "macelleria messicana" in cui era stata trasformata a furia di manganellate la scuola Diaz. Gli importi sono stati anticipati, come da legge, dal ministero della Giustizia che poi ha affidato a Equitalia Giustizia il compito di recuperarli.
Come raccontato dal Fatto il 26 maggio, le cartelle sono arrivate, ma i destinatari le hanno contestate lamentando tra le altre cose un "errore di quantificazione": gli importi richiesti dall'ente sono stati calcolati in via solidale, dicono, quando l'articolo 535 del codice di procedura penale (riformulato dalla legge 69 del 2009) stabilisce che la somma deve essere richiesta "pro quota". Un esempio: se la pretesa era di 300 mila euro e c'erano 10 condannati Equitalia chiedeva l'intera cifra a ciascuno di loro (metodo solidale) quando avrebbe dovuto chiederne 30mila a testa (pro quota). Le cartelle emesse nel 2017 cominciano a tornare indietro nel 2018. "Fino a marzo 2019 c'erano state almeno 41 impugnazioni per un totale di 1.034.902,67 euro di credito vantato dallo Stato - spiegava Francesco Cento, ai tempi capo dell'ufficio legale di Equitalia Giustizia.
Finora sono arrivati 25 provvedimenti: un solo ricorso accolto, in 6 casi le cartelle sono state annullate, in 11 sono state sospese e in 8 casi è stata dichiarata cessata materia del contendere perché a pagare era stato il ministero". Non quello della Giustizia, ma dell'interno, a cui Equitalia ha trasmesso le cartelle in quanto responsabile civile per i danni causati dai suoi funzionari. "In pratica il 70% dei provvedimenti risultano favorevoli ai ricorrenti - aggiunge il legale - e il 30% dichiara concluso il giudizio per avvenuto pagamento del Viminale". Eppure il principio era parso chiaro fin dal giudizio vinto il 9 ottobre 2018 da uno dei condannati che aveva presentato ricorso. Il giudice Stefania Salmoria aveva stabilito: "Tale assunto - si legge, in riferimento alla quantificazione che doveva essere fatta pro quota e non in via solidale - trova conferma nella nota ministeriale del 14 luglio 2009, emessa in attuazione della richiamata legge 69/2009".
Concetto ribadito in una circolare del ministero del luglio 2015 e in una nota del capo dell'ufficio recupero crediti della Corte d'appello di Genova, inviata all'ente il 16 gennaio 2017. "Sarebbe bastato annullarle e ricalcolarle, perché anche secondo i giudici il credito restava valido ed esigibile", aggiunge Cento. Che ad aprile è stato licenziato da Equitalia e reintegrato al suo posto il 6 ottobre dal Tribunale di Roma. Ora "gli importi sono stati pagati due volte dai due ministeri e gli unici che non hanno pagato al momento sono i condannati". Che potrebbero non farlo mai: nel luglio 2022 scatta la prescrizione e per restituire le somme già percepite, ricalcolare e riemettere le cartelle servono almeno 15 mesi. Equitalia, il cui Cda è in attesa di nomina, ha tempo fino a dicembre per avviare il procedimento.
Il Sole 24 Ore, 5 novembre 2020
La Corte costituzionale boccia le censure sul decreto scarcerazioni emanate per l'emergenza Covid. In attesa del deposito della sentenza, l'Ufficio stampa della Consulta comunica il contenuto della decisione e fa sapere che i giudici delle leggi, riuniti oggi in camera di consiglio, hanno esaminato le questioni sollevate dal Tribunale di sorveglianza di Sassari e dai Magistrati di sorveglianza di Spoleto e di Avellino sul decreto legge n. 29 del 2020 e sulla legge n.70 del 2020 relative alle scarcerazioni, connesse all'attuale situazione sanitaria, di detenuti condannati per reati di particolare gravità, rigettando i motivi sollevati contro le norme.
La disciplina censurata impone ai giudici di sorveglianza di verificare periodicamente la perdurante sussistenza delle ragioni che giustificano la detenzione domiciliare per motivi di salute. A tal fine, i giudici sono tenuti ad acquisire una serie di documenti e di pareri, in particolare da parte dell'Amministrazione penitenziaria, della Procura nazionale antimafia e della Procura distrettuale antimafia. Una disciplina che secondo la Corte non è in contrasto con il diritto di difesa del condannato né con l'esigenza di tutela della sua salute né, infine, con il principio di separazione tra potere giudiziario e potere legislativo.
di Adriano Sofri
Il Foglio Quotidiano, 5 novembre 2020
Ho avuto una vita piena di sponde e di buche, e di persone diverse. Un giorno che ero in galera, verso il 2003, vennero in visita Denis Verdini e Sandro Bondi, che erano parlamentari per Forza Italia. Bondi, uomo credente, le cui devozioni di superficie sono via via mutate turbinosamente ma lasciando illesa quella di fondo, era più riservato e taciturno, travolto dalla cordialità impetuosa di Verdini.
Attorno al quale si fece un vasto uditorio di detenuti giovani e anziani, italiani e stranieri, conquistati dal racconto di sue avventure giovanili e dalla schiettezza delle sue battute. In galera non circola denaro e per giunta alcuni di noi, io compreso, erano dentro dal tempo della lira, così chiedemmo a Verdini di mostrarci com'era fatto l'euro.
Tirò fuori dal portafoglio una banconota rosa violetto da 500 euro che girò di mano in mano: vedere il primo euro della vita nel taglio più alto, una cerimonia piena di reverenza e quasi di commozione in quel pubblico di diseredati, che del resto comprendeva qualche vero intenditore, ladri, falsari o anche semplici amatori.
La simpatia di Verdini incoraggiava la confidenza, sicché chiamammo la nostra suor Cecilia, curatrice angelica dei bisogni materiali e spirituali dei detenuti più disgraziati, e invitammo Verdini a consegnare a lei la banconota favolosa, in ricordo, e lui aderì prontamente.
Valga, questa piccola posta, come un saluto di uno che era in galera e fu visitato a un visitatore che è andato in galera a tempo quasi scaduto. E risparmino le coscienze linde di scandalizzarsi e di ammonirmi che i 500 euro erano magari il bottino di qualche ruberia e che rapinare una banca non è niente rispetto a fondare una banca, eccetera. Conosco poco le banche, conosco bene la galera.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 5 novembre 2020
Neanche il nuovo decreto svuota le carceri. A fronte di una popolazione carceraria, in Campania, di 6.475 detenuti sono poco meno di 250 quelli che stanno scontando in cella una condanna inferiore a un anno e mezzo di reclusione e se si escludono i detenuti condannati per reati cosiddetti ostativi, si deduce che la platea di possibili beneficiari delle nuove misure contenute nel pacchetto giustizia del Decreto Ristori si riduce sensibilmente. Insomma, la percentuale di chi potrebbe lasciare la cella nelle prossime settimane è troppo bassa per far pensare a una manovra capace di svuotare le carceri ed evitare che l'emergenza sovraffollamento renda più grave la gestione, già difficile, della pandemia.
Non si libereranno quindi, nelle carceri campane, spazi da utilizzare per l'isolamento dei detenuti positivi al Covid. Senza contare che la previsione dell'obbligo dell'utilizzo dei cosiddetti braccialetti elettronici per i detenuti con pene da scontare superiori a sei mesi, in quanto da sempre disponibili in numero ampiamente insufficiente, costituirà un'ulteriore condizione di estrema difficoltà di accesso alla misura e produrrà un significativo allungamento dei tempi per la sua concreta applicazione, tempi del tutto incompatibili con la condizione di emergenza causata dalla pandemia. "Continueranno a esserci problemi, sia in termini di spazi sia in termini di tempi - osserva l'avvocato Sergio Schlitzer, componente della giunta della Camera Penale di Napoli - Queste misure, così come quelle di marzo scorso, non consentiranno di raggiungere l'obiettivo di svuotare le carceri a meno che non si aumenti sensibilmente il limite della pena e si diluiscano i reati ostativi".
Se a marzo, dunque, in concomitanza con il lockdown e la prima ondata della pandemia, c'era stato un calo delle presenze in carcere, "la riduzione è stata conseguenza di provvedimenti adottati dai magistrati di Sorveglianza", osserva l'avvocato Schlitzer. Di qui la posizione dei penalisti napoletani che denunciano "l'inefficacia dell'intervento normativo" e rivolgono a tutte le forze politiche un appello "affinché in sede di conversione del decreto vengano ampliate e mutate le condizioni di accesso alla misura della detenzione domiciliare".
Intanto, prime manovre di svuotamento delle celle sono in atto a Napoli. La presidente del Tribunale di Sorveglianza, Adriana Pangia, nel corso dell'incontro con i penalisti e con i vertici dell'amministrazione penitenziaria campana, ha comunicato che saranno concesse le licenze necessarie a consentire ai detenuti in regime di semilibertà (sono 370 in Campania) di pernottare nelle proprie abitazioni fino al 30 novembre, con un'eventuale proroga fino al 31 dicembre.
In questo modo, le celle normalmente destinate ai detenuti semiliberi negli istituti di Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere, Benevento e Salerno verrebbero trasformate in spazi per l'isolamento dei detenuti positivi al Covid. Nel carcere di Poggioreale, il più affollato non solo della Campania ma di tutto il paese, si è arrivati a quota 2.171 detenuti, un numero che rapportato ai poco più di 1.600 da capienza regolamentare non dice molto ma rappresenta un primo passo se paragonato ai 2.200 reclusi che si registravano fino a poche settimane fa.
"Sono diminuiti i nuovi giunti - spiega il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello - e proprio due giorni fa c'è stato il trasferimento di 50 detenuti da Poggioreale alle carceri di Arienzo ed Eboli".
Non è molto, ma è qualcosa. L'aumento dei contagi nelle carceri preoccupa sempre di più.
E non solo quello. "C'è un altro dato che preoccupa noi garanti - spiega Ciambriello - ed è l'alto numero di persone che non hanno una fissa dimora. Da un dato diffuso dal garante nazionale sono 1.157 i detenuti in tutta Italia che scontano una pena al di sotto di un anno mezzo e non hanno una fissa dimora. In Campania - aggiunge - è il momento di utilizzare le case-alloggio previste per 65 detenuti senza dimora ma è importante che le direzioni delle carceri, le aree educative, cappellani e volontari segnalino i casi altrimenti questi detenuti, che non hanno alcuna protezione sociale, rischiano di rimanere in cella, come detenuti ignoti".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 5 novembre 2020
Quindici detenuti positivi nel carcere di Poggioreale, tre nel carcere di Secondigliano e uno in quello di Benevento, più oltre una settantina di agenti della polizia penitenziaria e una quindicina di operatori socio-sanitari risultati positivi al Covid nelle varie strutture penitenziarie della Campania. E i numeri, con l'aumento dei tamponi eseguiti, sono destinati ad aumentare.
Nel carcere di Poggioreale sono stati finora eseguiti circa un migliaio di tamponi, quattrocento controlli sono stati fatti nella struttura di Secondigliano. Da ieri, inoltre, è partito uno screening ad ampio raggio in base al quale si prevede di eseguire i tamponi a tutti i detenuti e a tutti i dipendenti del carcere di Poggioreale. Stesso discorso per il penitenziario di Secondigliano.
Nei due principali istituti di pena della Campania si prova così a fermare eventuali focolai e a contenere l'ondata della pandemia all'interno delle mura carcerarie, tenuto conto del sovraffollamento e della conseguente carenza di spazi da destinare, all'interno delle carceri stesse, all'isolamento.
"Dalle verifiche sanitarie effettuate, il virus ha già varcato le porte del carcere - si legge in un documento firmato dalla giunta della Camera Penale di Napoli e dal direttivo della onlus Carcere Possibile - e, pur essendo la situazione a oggi ancora sotto controllo, è ormai indispensabile agire con la massima celerità affinché gli istituti possano disporre di spazi da destinare all'isolamento sanitario dei casi sospetti e dei detenuti risultati positivi. Spazi allo stato sostanzialmente assenti, a causa delle gravi condizioni di sovraffollamento in cui si trovano in particolare gli istituti di Poggioreale e Secondigliano".
Il tema degli spazi in carcere diventa così la nuova urgenza, assieme alla necessità di garantire la tutela della salute di chi vive e di chi lavora all'interno degli istituti di pena. Avvocati e garante concordano nel riconoscere alle direzioni dei penitenziari e dei reparti sanitari interni alle carceri gli sforzi compiuti per contenere i contagi e gestire al meglio gli effetti della pandemia che infuria sul mondo, ma si rischia di vanificare questi sforzi se di pari passo non si mettono in campo - e qui il compito è della politica - misure per contenere il flusso di presenze negli istituti di pena.
Attualmente la situazione sanitaria è sotto controllo, i detenuti risultati positivi al Covid nelle carceri cittadine sono asintomatici, tranne uno che si trova ricoverato nel reparto Covid dell'ospedale Cardarelli. I positivi sono in isolamento e tenuti sotto osservazione. Parallelamente sono stati istituiti periodici tavoli tecnici per fare il punto della situazione.
L'attenzione è alta. Il momento è delicato non solo per il mondo fuori ma anche per il mondo del carcere. Pochi giorni fa c'è stato un nuovo incontro tra il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, la giunta della Camera Penale di Napoli e il direttivo dell'associazione Carcere Possibile.
Al vertice, che ha seguito di alcuni giorni una precedente riunione il cui tema era sempre legato all'emergenza Covid, hanno partecipato anche il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, il garante dei detenuti della Campania, i direttori dei tre istituti di pena napoletani (Poggioreale, Secondigliano e Pozzuoli), e l'associazione Antigone.
di Dario Paladini
redattoresociale.it, 5 novembre 2020
Lettera del Garante Francesco Maisto ai vertici degli uffici giudiziari perché prendano ogni misura per ridurre il sovraffollamento. Ci sono già 365 detenuti in isolamento sanitario e 81 agenti colpiti da covid. "La situazione milanese si è ulteriormente aggravata".
"La situazione milanese si è ulteriormente aggravata. Nelle carceri crescono il sovraffollamento, i contagi tra gli agenti di polizia penitenziaria, il personale sociosanitario, e ci sono già numeri crescenti di casi tra i detenuti". Francesco Maisto, garante dei detenuti del Comune di Milano, scrive ai vertici degli uffici giudiziari del capoluogo lombardo per lanciare l'allarme sulle condizioni negli istituti penitenziari di San Vittore, Bollate e Opera.
"Al 30 ottobre si registrano 365 detenuti in isolamento sanitario e 81 agenti 'allontanati' per covid -sottolinea Maisto-. A fronte di 2900 posti nei tre Istituti si registrano 3378 presenze". Il sovraffollamento rende tutto più difficile e aumenta il rischio di contagio. "Gli spazi minimi nelle carceri, limitano fortemente l'applicazione dei protocolli sanitari sia per l'isolamento sanitario che i casi di contagio - aggiunge il Garante.
Le pratiche virtuose attuate a S. Vittore con il primo Reparto nazionale covid, additato come benemerito dall'OMS, già non appare sufficiente. Due realtà numeriche considerevoli sono comunque a Milano (San Vittore e Bollate) che funzionano come hub, medicalmente attrezzati per accogliere anche da Istituti vicini".
Il Garante chiede quindi che siano messe in campo tutte quelle misure che possano ridurre il sovraffollamento e che sono già state sperimentate nella fase 1. "Le misure introdotte col Decreto legge (del 28 ottobre 2020, ndr) potranno consentire solo alcuni effetti deflattivi (ad esempio svuotando le sezioni semiliberi o ammessi all'art. 21), ma non sembrano destinate a mutare in modo sensibile il quadro di sovraffollamento penitenziario.
Il contagio, intanto, così come all'esterno, ha un suo ritmo che non è sincronico con le previsioni del decreto legge. Alcune prime ipotesi di emendamenti in sede di conversione del Decreto legge. Stiamo preparando con il Garante nazionale, le rappresentanze del Volontariato al fine di redigere un pacchetto di proposte comuni da portare al Parlamento".
Il tempo stringe e per questo Francesco Maisto chiede che "vengano immediatamente riprese e rafforzate le misure inerenti alla gestione penitenziaria già elaborate nella prima fase della pandemia da Covid19, con particolare riferimento ai detenuti anziani e malati, e a quelli che devono espiare pene di media durata e per reati non gravi".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 novembre 2020
Da giorni non aveva sue notizie. Come se fosse un desaparecidos l'uomo al 41 bis del carcere milanese di Opera, malato terminale, che solo dopo - e solo per puro caso - si è scoperto essere risultato positivo al Covid-19 e per questo ricoverato d'urgenza in ospedale. Katiuscia, la moglie di Antonio Tomaselli (così si chiama l'uomo al carcere duro), ha attraversato giorni di forte preoccupazione e angoscia nel non sapere che fine avesse fatto il marito.
Solo il due novembre ha ricevuto l'informativa della direzione del carcere di Opera, in cui la si informava genericamente che il marito era ricoverato dal 31 ottobre al reparto di medicina protetta dell'Ospedale San Paolo. Il motivo? Nessuno gliel'ha detto in quel momento, né il Dap, né la direzione, né i medici. Silenzio totale. L'angoscia di Katiuscia, d'altronde, è stata più che giustificata visto che a Tomaselli avevano diagnosticato un tumore inoperabile al IV stadio al polmone destro, al polmone sinistro e al surrene, con una speranza di vita di tre anni. Lei, che è anche una infermiera, si dispera, cerca risposte, si informa. Ma nulla, persino gli avvocati si adoperano tramite pec senza ottenere alcuna risposta.
Poi è subentrata la paura, anche a seguito dell'articolo con cui Il Dubbio ha dato notizia di almeno due detenuti positivi al Covid. Sì, quelli al 41 bis di Opera, di cui uno ricoverato in ospedale. A quel punto si è fatto ancor più concreto il già forte presentimento che uno di quelli fosse proprio Tomaselli. Ma il silenzio è rimasto tombale, nonostante si tratti di un ricovero effettuato già da qualche giorno e i familiari abbiano il diritto di sapere cosa accade, soprattutto quando la questione riguarda la salute. Non c'è nessuna norma, per ora, che vieti tale diritto ai familiari dei reclusi al 41 bis. Aggiungiamoci anche che Tomaselli è al carcere duro in custodia cautelare e nemmeno imputato per fatti di sangue. Resta il fatto che il Covid 19, dato assodato, può essere letale per chi presenta particolari patologie. Soprattutto polmonari, come Tomaselli.
Proprio ieri, Katiuscia ha però ricevuto una lettera del marito - datata 29 ottobre - in cui la informava che il giorno prima era risultato positivo al covid, dopo aver avuto sintomi per una settimana. A quel punto le è crollato il mondo addosso: è proprio Tomaselli l'uomo al 41 bis finito in ospedale per via del covid.
Lei che è infermeria e vede casi del genere in prima persona, sa che il ricovero avviene quando i sintomi si fanno più gravi. Ma non solo. Durante la prima ondata, anche per scongiurare questo pericolo, hanno fatto istanza per chiedere gli arresti domiciliari. La Giudice per le indagini preliminari di Catania però l'ha rigettata, anche tenendo conto della reclusione al 41 bis, che teoricamente lo avrebbe protetto dal contagio. Per il Gip, così come tanti altri casi analoghi, non solo Tomaselli è compatibile, ma è anche in un regime carcerario in grado di fronteggiare l'emergenza. Purtroppo, non è stato così. Solo nella tarda serata di ieri è arrivata la comunicazione da parte della direzione, che per la prima volta ha informato la donna che il marito è ricoverato per covid e le sue condizioni si sono aggravate.
Rita Bernardini del Partito Radicale - la quale sulle pagine de Il Dubbio si occupò proprio della vicenda di Tomaselli in virtù del fatto che è un malato terminale - ha mandato un'amara lettera di denuncia a tutte le autorità, ministro della giustizia Alfonso Bonafede compreso. "Solo oggi (4 novembre) - scrive Bernardini - la signora riceve la lettera del marito in cui lui la informa della sua positività al Covid.
Le poste italiane si sa sono lente, ma mai quanto l'amministrazione dello Stato che, mentre scrivo, non ha ancora fatto sapere ai familiari stretti (e agli avvocati) quali siano le condizioni di salute del loro congiunto. Umanità? Rispetto dei diritti fondamentali? Ditemi voi. Forse non ho letto bene la nostra Costituzione, che dovrebbe essere sacra per ogni cittadino e, ancor di più, per ciascun rappresentante dello Stato".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 novembre 2020
Il Covid-19 della seconda ondata non risparmia nessuno nelle carceri. Dopo i detenuti al 41 bis, ora è la volta dei bambini dietro le sbarre. A darne notizia è Bruno Mellano, il garante delle persone private della libertà della regione Piemonte. Al carcere di Torino, in particolar modo all'Icam (Istituto a Custodia Attenuata) interno, sono risultati positivi al covid due bambini e una mamma.
"Appare urgente ed improrogabile la verifica di soluzioni alternative al carcere almeno per le mamme con bambini, nell'attesa di un intervento mirato per la piena applicazione della legge 62/ 2011: realizzazione di una rete di Case Famiglia per mamme in esecuzione penale con figli al seguito", chiede con forza il garante Mellano.
Attualmente, secondo gli ultimi dati del Dap relativi al 30 ottobre, nelle carceri risultano trentuno mamme con ben 33 figli al seguito. Al carcere di Torino ci sono sei bambini, di cui - com'è detto - due risultano positivi al covid.
Ancora una volta il coronavirus scopre la fragilità del sistema, in questo caso la questione irrisolta dei bimbi dietro le sbarre. In una situazione del genere, in piena epidemia da coronavirus, è ancora più intollerabile che i bambini siano costretti a vivere con le madri nelle carceri. Per questo bisogna farli uscire al più presto dalle strutture carcerarie.
D'altronde, in occasione della prima ondata, c'è stata anche una specifica raccomandazione dell'Organizzazione mondiale della sanità di privilegiare l'uscita dal carcere delle persone vulnerabili e in particolare delle donne con bambini. Ed è proprio durante la prima ondata che si è avuta la dimostrazione che le alternative sono possibili. Prima della pandemia, c'erano 11 bambini e 11 mamme all'interno del carcere femminile di Rebibbia.
Con l'esplodere del Covid-19, seguendo le direttive conseguenti all'emergenza, le mamme con figli al di sotto dei 18 mesi sono state trasferite ai domiciliari, una mamma è stata accolta in casa famiglia, altre mamme avevano finito i termini e sono uscite. Per un breve periodo è rimasto in carcere solo un bambino, Edward, perché la mamma ha una lunga pena da scontare. Poi cosa è accaduto? Subito dopo l'apparente fine dell'emergenza, in poco tempo, altre donne con figli sono entrate in carcere. Tutto è tornato come prima, ma i fatti degli scorsi mesi, durante la prima ondata, hanno dimostrato che si potrebbero trovare alternative.
Ma ritornando ai bimbi contagiati dietro le sbarre del carcere "Le Vallette" di Torino, e per quanto riguardo la sola regione Piemonte la morte di un detenuto ultrasettantenne positivo al covid recluso nel carcere di Alessandria, il garante regionale Mellano chiede senza mezzi termini di "provvedere quanto prima a rendere possibile l'esecuzione penale esterna per tutti quelli che già ne hanno diritto e per tutti coloro che rientrano nelle fasce deboli a rischio, ovvero anziani, persone con pluripatologie, diabetici, affetti da problemi polmonari o alle vie respiratorie".
- Ferrara. I suicidi in carcere e l'importanza delle misure alternative
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