di Riccardo Noury
Il Manifesto, 30 gennaio 2021
Breve cronistoria dell'era "rinascimentale" a Riad: pena di morte per la minoranza sciita, torture, frustate, carcere, violenze sessuali per le oppositrici, delitto Khashoggi. Se George Orwell fosse stato ancora tra noi, si sarebbe morso a lungo le mani per non essere stato lui ma Matteo Renzi a inventare uno dei più riusciti ossimori del nostro tempo: il "Rinascimento saudita". Con molta modestia, mi accingo a descrivere una breve cronistoria di questa era straordinaria di riforme, modernità e rispetto dei diritti attribuita al regime di Riad.
27 maggio 2014: Ali al-Nimr, attivista della minoranza sciita della Provincia orientale, viene condannato a morte dal tribunale antiterrorismo per 12 reati tra cui partecipazione a proteste antigovernative, aggressione alle forze di sicurezza, possesso di armi e rapina a mano armata. Ammesso che questi reati li abbia commessi davvero (ha denunciato di averli "confessati" sotto tortura), aveva sì e no 17 anni e dunque, per il diritto internazionale, non può essere condannato alla pena capitale.
Nel 2020 è entrato in vigore un decreto che vieta l'esecuzione di condanne a morte nei confronti di rei minorenni. Ma per lui, come per altri due attivisti sciiti in attesa della decapitazione, Abdullah al-Zaher e Dawood al-Marhoon, è prevista un'eccezione data la gravità dei reati di cui sono stati giudicati colpevoli. Ali al-Nimr è ancora nel braccio della morte. Nel frattempo, il 2 gennaio 2016 è stata eseguita la condanna dello zio, lo sceicco Nimr al-Nimr, uno dei più autorevoli leader religiosi sciiti.
9 gennaio 2016: Raif Badawi, blogger, attivista e fondatore del portale "Liberali sauditi", viene fatto scendere da un pulmino, in catene. La piazza di fronte alla moschea al Jafali di Gedda è piena di gente, al termine della preghiera del venerdì. Arriva il funzionario addetto all'esecuzione delle pene e lì, al centro della piazza, inizia ad agitare la frusta. Una, due, 10, 50 volte. Dopo 15 minuti lo "spettacolo" è terminato. Il pulmino riparte.
Per fortuna, le altre 950 frustate previste dalla sentenza non sono state eseguite. Raif Badawi è in carcere, però, perché la condanna emessa nei suoi confronti il 1° settembre 2014 ha previsto anche 10 anni di carcere.
E arriviamo ad una data importante e drammatica. Il 2 ottobre 2018: Jamal Khashoggi, giornalista e dissidente, entra nel consolato saudita di Istanbul. Non ne uscirà vivo. "L'hanno smembrato con una sega", dichiareranno poi due funzionari dei servizi di sicurezza turchi al New York Times. Vengono diffuse immagini, girate dalle telecamere di sicurezza della rappresentanza diplomatica, che mostrano l'ingresso del "team speciale" inviato da Riad per trucidare Khashoggi.
Per la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie, Agnes Callamard, il giornalista è stato vittima di "una esecuzione extragiudiziale di cui, sulla base delle norme sui diritti umani, lo stato saudita è responsabile". Vengono processati in tutta fretta alcuni funzionari di basso e medio livello dei servizi sauditi. In primo grado arriva la condanna a morte, poi sarà commutata.
28 dicembre 2020: Loujain al-Hathloul scoppia a piangere non appena ascolta il verdetto. Deve ritenersi persino fortunata: la condanna non è stata a 20 anni, come aveva chiesto la pubblica accusa ma a "soli" cinque anni e otto mesi. Da questi vengono sottratti gli oltre due anni e mezzo trascorsi in carcere dal 15 maggio 2018 tra torture, isolamento e violenza sessuale.
Quella che gli account Twitter vicini alla casa reale saudita offendono come "traditrice", "spia qatariota" e "terrorista", è una straordinaria e coraggiosa attivista per i diritti delle donne, che sta pagando un duro prezzo per aver invocato e ottenuto riforme per la parità di genere come la fine del divieto di guida e l'abolizione del sistema del guardiano maschile, un tutore che fino a poco fa prendeva tutte le decisioni al posto delle familiari quali sposarsi, viaggiare, lavorare, andare all'università, persino sottoporsi a cure mediche e a interventi chirurgici.
Con Loujain sono in carcere altre quattro compagne di lotta: Nassima al-Sada, Samar Badawi, Maya'a al-Zahrani e Nouf Abdulaziz.
P.S. Aggiungo un'ultima data a questa veloce cronologia, quella del 29 gennaio 2021, quando il governo Conte ha deciso di sospendere e revocare le forniture di armi a Riad. Niente più bombe italiane, dunque, per il "Rinascimento saudita".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 30 gennaio 2021
In un nuovo rapporto, Amnesty International ha denunciato che, nell'ambito della repressione brutale e di massa scatenata contro il dissenso dopo le elezioni dell'agosto 2020, le autorità della Bielorussia hanno ridotto il sistema giudiziario a un'arma per punire le vittime della tortura più che i responsabili.
Dall'inizio delle proteste post-elettorali, i gruppi per i diritti umani hanno raccolto prove di tortura riguardanti centinaia di manifestanti pacifici e hanno documentato la morte di almeno quattro di loro. Sebbene abbiano ammesso di aver ricevuto oltre 900 denunce di violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia a partire dall'agosto 2020, le autorità bielorusse non hanno avviato una sola indagine mentre ne hanno aperte centinaia contro manifestanti pacifici, molti dei quali vittime di maltrattamenti e torture. Nel suo rapporto, Amnesty International presenta terribili resoconti di arresti di massa di manifestanti pacifici, sottoposti a tortura, obbligati a rimanere nudi o in posizioni dolorose, pestati senza pietà e privati per giorni del cibo, dell'acqua potabile e delle cure mediche.
Il più famigerato luogo di tortura è la struttura denominata "Akrestsina", nella capitale Minsk. La notte tra il 13 e il 14 agosto 2020 i parenti delle persone detenute ad "Akrestsina" hanno registrato i rumori degli incessanti pestaggi, chiaramente udibili all'esterno, e le numerose grida agonizzanti che in alcuni casi chiedevano pietà.
Il numero esatto dei manifestanti arrestati arbitrariamente e portati ad "Akrestina" e in altri centri di detenzione di tutto il paese rimane sconosciuto: all'inizio del dicembre 2020, secondo l'Alta commissaria Onu per i diritti umani, aveva già superato quota 27.000 e gli arresti da allora sono proseguiti.
Invece di avviare procedimenti penali nei confronti dei sospetti autori di violazioni dei diritti umani, il 28 ottobre 2020 la Procura generale della Bielorussia ha reso noto che erano stati aperti 657 fascicoli nei confronti dei manifestanti e che oltre 200 persone erano state incriminate per rivolta di massa e violenza contro agenti di polizia. Le organizzazioni della società civile hanno documentato decine e decine di procedimenti aperti contro manifestanti pacifici sulla base di accuse false e politicamente motivate. Secondo Amnesty International, il livello senza precedenti di violazioni dei diritti umani e la totale impunità garantita ai responsabili rendono necessaria l'attuazione o l'istituzione di meccanismi di giustizia internazionale.
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 30 gennaio 2021
Il nuovo dossier di Amnesty International fa luce sulle violenze commesse dalle autorità bielorusse contro i manifestanti che hanno protestato contro i risultati elettorali dell'agosto 2020. Le autorità della Bielorussia hanno usato il sistema giudiziario nazionale come un'arma per punire il dissenso e le vittime della tortura, anziché i responsabili di quelle violenze. È quanto afferma il report di Amnesty International "Bielorussia: voi non siete esseri umani", pubblicato ieri. La ricerca della giustizia in Bielorussia è "senza speranza", si legge nel report, ed è per questo che Amnesty International richiede l'attenzione della comunità internazionale.
Nessuna denuncia contro le autorità Le autorità bielorusse hanno ricevuto oltre 900 denunce di violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia ai danni di civili, a seguito della repressione brutale e di massa scatenata contro il dissenso dopo le elezioni dell'agosto 2020. Eppure, non è stata avviata neppure un'indagine in merito. Le uniche indagini sono quelle contro i manifestanti pacifici: a fine ottobre erano oltre 600 i fascicoli aperti e oltre 200 le persone incriminate per rivolta di massa e violenza contro la polizia.
Torture in carcere. Durante e dopo le proteste, le autorità hanno trattenuto centinaia di civili e manifestanti pacifici. Nella notte tra il 13 e il 14 agosto all'interno della struttura "Akrestsina" a Minsk le famiglie delle persone fermate hanno registrato chiari rumori di pestaggi e grida agonizzanti, che non lasciano alcun dubbio su quanto si stesse svolgendo. Un testimone riporta: "Chiunque piangeva e pregava di cessare i pestaggi, veniva picchiato ancora di più".
Numeri sconosciuti. Amnesty denuncia l'assenza di dati ufficiali circa il numero di arrestati nel corso delle proteste. Secondo l'Alto commissario ONU per i diritti umani Michelle Bachelet, il numero superava quota 27.000 lo scorso dicembre, e gli arresti non sono fermati. Un altro detenuto racconta di come i detenuti fossero obbligati a camminare lungo un corridoio dove cinquanta agenti di polizia scatenavano su di loro i manganelli
Scoraggiare le denunce. Chi è arrivato a sporgere denuncia si è esposto al rischio di gravi rappresaglie e si è trovato davanti ad un muro di burocrazia e tattiche per scoraggiare, intimidire e respingere le denunce. Una testimone racconta che, dopo essere riuscita a far registrare la sua denuncia e a ottenere che un medico la visitasse, il magistrato le ha detto che non avrebbe aperto un'indagine "senza un ordine dall'alto". Le denunce contro i manifestanti invece sono arrivate. Le organizzazioni della società civile hanno documentato decine e decine di procedimenti aperti contro manifestanti pacifici sulla base di accuse false e politicamente motivate.
La richiesta di giustizia internazionale. Amnesty International ricorda che la Bielorussia è obbligata dal diritto internazionale a rispettare i diritti umani di tutte le persone che si trovano sul suo territorio, garantendo tra l'altro il divieto assoluto di tortura e indagando e punendo i responsabili. "Il livello senza precedenti di violazioni dei diritti umani e la totale impunità garantita ai responsabili rendono necessaria l'attuazione o l'istituzione di meccanismi di giustizia internazionale", ha commentato Maria Struthers, direttrice per l'Europa orientale e l'Asia centrale di Amnesty International. "La comunità internazionale non può restare a guardare".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 30 gennaio 2021
Bombe disinnescate. Il governo alla fine accoglie la richiesta di revoca definitiva delle esportazioni verso Riyadh e gli Emirati. 12.700 ordigni in meno da scaricare sullo Yemen. La vittoria delle organizzazioni che per anni si sono battute per questo storico risultato. Francesco Vignarca, di Rete Italiana Pace e Disarmo: "Si può fare". E ora riconversione "pacifista" della fabbrica sarda Rwm.
La gioia esplode di mattina. Lievita rapidamente dopo la pubblicazione del tweet di Rete Italiana Pace e Disarmo che per prima dà la notizia, storica: il governo italiano revoca le esportazioni di armi verso Arabia saudita ed Emirati, principali attori e aguzzini della coalizione sunnita che dal marzo 2015 bombarda lo Yemen per farlo tornare il cortile di casa propria. Centomila morti dopo, l'Italia applica la sua stessa legge, la 185 del 1990 che vieta la vendita di armi a paesi coinvolti in conflitti armati e violatori di diritti umani.
Nello specifico, a essere definitivamente revocate sono le forniture autorizzate dopo l'inizio del conflitto e ancora non consegnate: oltre 12.700 bombe che non finiranno negli arsenali sauditi ed emiratini, spiegano le organizzazioni che da anni si battono per il rispetto della legge, Amnesty Italia, Comitato Riconversione Rwm, Fondazione Finanza Etica, Medici senza Frontiere, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia, Rete Italiana Pace e Disarmo, Save the Children Italia, European Center for Constitutional and Human Rights e Mwatana for Human Rights.
La decisione - che recepisce la risoluzione a firma Yana Chiara Ehm (M5S) e Lia Quartapelle (Pd) approvata lo scorso dicembre dalla commissione esteri della Camera - riguarda sei autorizzazioni per missili e bombe d'aereo, di cui 20mila ordigni approvati dal governo Renzi per un valore di 411 milioni. Sono le stesse che il governo Conte aveva sospeso nel luglio 2019 e che rappresentano quasi la metà di tutte le autorizzazioni concesse negli ultimi cinque anni. Resta inoltre in piedi la sospensione della concessione di nuove licenze a favore di Abu Dhabi e Riyadh.
"La sospensione era in scadenza in questi giorni - ci spiega Francesco Vignarca, di Rete Italiana Pace e Disarmo - ma da tempo ci eravamo mossi per ottenere un rinnovo. In commissione, però, avevamo tentato una carta più coraggiosa: non solo uno stop temporaneo ma la revoca definitiva. Il governo ha accettato".
"Ci sono tre cose da notare dopo questo risultato - aggiunge Vignarca - Primo, visto che ci sono altre armi in giro e altri fornitori, il fatto che l'Italia prenda le distanze da una delle parti in conflitto la rende più credibile nel premere per la pace. Secondo, intendiamo estendere la nostra azione sia in termini di sistemi d'arma che di paesi, perché si rivolga a tutti gli Stati membri della coalizione che bombarda lo Yemen e a chi viola i diritti umani, penso all'Egitto. Terzo, per la prima volta si revocano autorizzazioni già concesse ed è enorme il valore simbolico di questa decisione. Dice una cosa: si può fare. Tante volte ci è stato detto che una volta che l'autorizzazione è stata data non si torna indietro. Non è così: se le condizioni mutano si può revocare. Lo dice la 185".
Tra chi festeggia ci sono i pacifisti sardi che da anni si battono per la trasformazione della Rwm di Domusnovas, l'azienda che produce gli ordigni diretti nel Golfo per conto della casa madre tedesca Rheinmetall, in una fabbrica civile che dia lavoro senza compromessi. "Un enorme risultato, avevamo ragione noi - ci dice Angelo Cremone di Sardegna Pulita, anche a nome di DonneAmbienteSardegna e Wilpf Italia - Lo scorso dicembre a Roma sotto la sede del ministero per lo Sviluppo economico avevamo chiesto, in modo folkloristico, l'arresto dei ministri che avevano violato la 185. Stasera (ieri per chi legge) una nostra delegazione vedrà la sottosegretaria Todde: presenteremo la nostra proposta di riconversione della Rwm in un caseificio".
L'azienda, millantando crisi per la sospensione del 2019, ha messo in cassa integrazione decine di operai e non rinnovato i contratti a tempo determinato. Eppure - lo scrivevamo lo scorso 15 novembre - ha in essere commesse milionarie con Qatar e Turchia. Una realtà che non ha fermato ieri la Filctem-Cgil locale che, per bocca del segretario Madeddu (in contrasto con le linee guide della Cgil nazionale che spinge per la riconversione), ha dato voce al timore di un'emorragia di posti di lavoro in una regione, il Sulcis, già disastrata sul piano occupazionale.
La battaglia continua, consapevoli del risultato storico. Che arriva insieme a una buona dose di ironia: giovedì spopolava il video di Matteo Renzi che a Riyadh pronosticava il prossimo "rinascimento" saudita, un one-man-show a favore del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, definito "un grande" (dopotutto riuscì a chiamare al-Sisi un "grande statista"). Dando prova di un incomprensibile senso della democrazia (di cui Conte in Italia, per il senatore di Iv, è un vulnus), Renzi ha cantato dietro lauto compenso le lodi di un paese che più medievale non c'è: attiviste torturate e detenute per aver chiesto di guidare, oppositori in galera, boia sommersi di lavoro, donne cittadine di serie B sottoposte al sistema del guardiano, migranti in condizioni di semi schiavitù (ah, per Renzi è abbassamento del costo del lavoro, parole sue), minoranze religiose sottomesse. E così via.
"Ovviamente è una coincidenza - così ci saluta Vignarca - Il governo non ha revocato l'export perché Renzi è andato a Riyadh: la decisione era stata già presa, c'è stato solo un recepimento formale. Ma va detta una cosa: Matteo Renzi non è solo un ex primo ministro, è un componente della commissione difesa del Senato e fino a pochi mesi fa della commissione esteri. La prima compra e vende armi, la seconda dovrebbe verificare il rispetto della 185. La cosa più grave è questa: Renzi è in carica, rappresenta il popolo italiano in parlamento e fino a poco fa era nella maggioranza di governo".
di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 29 gennaio 2021
Lo Stato italiano non riesce ad assicurare l'accoglienza nelle Rems. Nel 2020 la lista di attesa era di oltre 700 persone e c'è chi è costretto a subire una detenzione illegittima in carcere. Ma ora si è mobilitata la Cedu. Il 21 gennaio, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha emesso un provvedimento cautelare in favore di un paziente psichiatrico da tempo in lista di attesa per il collocamento in una Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) e attualmente detenuto nel carcere di Regina Coeli. I giudici di Strasburgo hanno ordinato al Governo italiano di provvedere all'immediato trasferimento del ricorrente presso una struttura idonea ad assicurargli un trattamento adeguato alle sue condizioni di salute.
di Ada Maurizio*
epale.ec.europa.eu, 29 gennaio 2021
L'emergenza sanitaria ha imposto anche in carcere la didattica a distanza, spesso ostacolata dall'assenza e/o dalle difficoltà di connessione a internet negli istituti. Il Ministero dell'Istruzione ha curato una rilevazione sull'attivazione di corsi a distanza in carcere nel periodo dal 7 al 14 maggio 2020. I dati, seppur riferiti a un periodo limitato, indicano che il 95% dei Centri Provinciali per l'istruzione degli adulti ha garantito il proseguimento dei corsi di alfabetizzazione e di primo livello all'interno dei penitenziari. Il Ministero della Giustizia ha realizzato un monitoraggio delle attività didattiche a distanza nel periodo di sospensione della didattica in presenza a partire dal mese di marzo 2020, attraverso la collaborazione dei Provveditorati Regionali (Prap) che conferma il dato rilevato dal Ministero dell'Istruzione ed evidenzia l'elevata eterogeneità delle realtà territoriali.
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 29 gennaio 2021
Nel 2021 continua il nostro "Viaggio della speranza", tra detenuti dai diritti violati, ergastolani, vittime delle misure antimafia. Domani si svolgerà il primo Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino-Spes contra spem del 2021. È un anno che vogliamo vivere intensamente come abbiamo vissuto il 2020, nonostante i divieti, la paura, l'esercizio autoritario del potere che il governo della pandemia ci ha imposto e ci impone. È proprio in momenti come questo che occorre essere speranza contro ogni speranza. Trasformare la condizione di "chiusura" esterna in un'occasione di "apertura" interiore, di incontro e dialogo per essere così forza di cambiamento.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 gennaio 2021
L'autorità giudiziaria ha vietato a un recluso al 41bis di Viterbo l'acquisto del libro scritto dall'ex presidente della Consulta Marta Cartabia. "Il possesso del libro metterebbe il detenuto in posizione di privilegio agli occhi degli altri detenuti, aumenterebbe il carisma criminale", così l'autorità giudiziaria ha vietato l'acquisto din un libro a un recluso al 41bis di Viterbo. Parliamo della biografia di Totò Riina, oppure del romanzo "Il padrino" che narra le vicende americane di una famiglia mafiosa di origini italiane? No, si tratta di "Un'altra storia inizia qui", il libro a firma di Marta Cartabia, l'ex presidente della Corte costituzionale, e Adolfo Ceretti, docente di Criminologia, nel quale si confrontano con il magistero del compianto arcivescovo Carlo Maria Martini. Non solo.
"Per aspera ad astra": obiettivo la riqualificazione del carcere attraverso la cultura e la bellezza
italpress.it, 29 gennaio 2021
"Per aspera ad astra" è un progetto promosso da Acri insieme ad un gruppo di Fondazioni di tutta Italia, compresa la Fondazione Con il Sud, che ha come obiettivo la riqualificazione delle carceri attraverso la cultura e la bellezza. Il progetto coinvolge 12 carceri e circa 250 detenuti, che partecipano a percorsi di formazione professionale nei mestieri del teatro, non solo attori e drammaturghi quindi, ma anche scenografi, costumisti, truccatori, fonici, addetti alle luci.
Ne parliamo con Giorgio Righetti, direttore generale di Acri.
di Liana Milella
La Repubblica, 29 gennaio 2021
Il ministro Bonafede: "Solo approvando le riforme già in Parlamento potremo avere la garanzia dei fondi". Le 220 pagine inviate ieri sera e pubblicate oggi sui siti di Palazzo Madama e Montecitorio. Testo istituzionale perché il governo è dimissionario.
La relazione sullo stato della giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede è in Parlamento da ieri sera. E oggi è stata digitalizzata e pubblicata sui siti della Camera e del Senato. Doveva essere l'oggetto di un grande scontro parlamentare, dove i numeri traballavano al Senato. Invece il testo di Bonafede, depurato da ogni riferimento politico poiché il governo è dimissionario, è solo una radiografia tecnica sullo stato della giustizia. Da una parte i numeri, ossia i processi arretrati nel civile e nel penale, le prescrizioni maturate; dall'altro l'elenco delle leggi presentate in Parlamento, in particolare la riforma del processo penale e quella del processo civile, nonché le nuove norme sull'ordinamento giudiziario e sulla riforma del Csm. Nonché le previsioni, fatte dal governo, sui fondi del recovery plan per la giustizia, quei 2,7 miliardi di euro che dovrebbero consentire di assumere 2mila magistrati aggregati e 16mila figure ausiliarie.
Recovery solo dopo riforme - Ma chi si aspetta una relazione politica resterà deluso, perché lo stesso Bonafede, nella stesura finale del testo, è stato costretto a sbianchettare ogni programma che suonasse come il frutto di un governo divenuto nel frattempo dimissionario. Di politico ci saranno ovviamente le leggi di Bonafede, attualmente divise tra Senato (accelerazione del processo civile) e Camera (le modifiche penali e il Csm). Tant'è che nel testo integrale della relazione si può leggere questo passaggio: "Non soltanto gli investimenti richiesti dal ministero della Giustizia, ma l'intero Piano nazionale di Ripresa e Resilienza sarà scrutinato tenendo conto della capacità di affrontare con riforme normative, investimenti e misure organizzative i problemi del processo civile e penale e di apprestare un'efficace prevenzione della corruzione.
La confidence delle istituzioni europee verso le prospettive di rilancio del nostro Paese è dunque fortemente condizionata dall'approvazione di riforme e investimenti efficaci nel settore della giustizia. Non può del resto sfuggire come qualsiasi progetto di investimento - anche estraneo al settore giustizia strettamente inteso - per essere reputato credibile dev'essere immunizzato dal rischio che un lungo contenzioso giudiziario ne ostacoli la realizzazione entro le scadenze stabilite dal Regolamento Ngeu. I progetti di riforma del processo penale, del processo civile e dell'ordinamento giudiziario, approvati dal Consiglio dei ministri nell'anno 2019 e nel 2020, sono attualmente all'esame del Parlamento".
Il binomio risorse e giustizia - Bonafede parte da questa premessa: "Nessuna riforma può essere efficace senza l'immissione di risorse umane e strumentali adeguate, senza mettere benzina nella macchina della giustizia". Ed ecco che succede con il Recovery, partendo dal seguente presupposto: "Lo scopo è quello di assorbire, nell'orizzonte previsto al 2026, l'arretrato che rappresenta il principale fattore di rallentamento dei processi e l'ostacolo pratico all'attuazione del diritto alla ragionevole durata".
Ecco la mappa della distribuzione dei finanziamenti: "Dei circa 3 miliardi di euro attribuiti dalla bozza di Pnrr trasmessa al Parlamento al settore della giustizia, 2,3 miliardi sono destinati ad assunzioni a tempo determinato dedicate in larga parte al rafforzamento e alla riqualificazione dell'Ufficio per il processo", un modello organizzativo varato nel 2014 e che ha potuto contare finora su risorse insufficienti: potrà ora essere alimentato da 16mila addetti all'Ufficio per il processo con contratto a tempo determinato (8mila per due cicli, ognuno dei quali della durata di due anni e mezzo) e da 2mila magistrati onorari aggregati (mille per ogni ciclo, della durata di due anni e mezzo).
Si prevede che i primi supporteranno il giudice nello studio della controversia, dei precedenti giurisprudenziali e della dottrina pertinente e collaboreranno alla raccolta della prova dichiarativa nel processo civile, sul modello dei clerks presenti in altri Paesi. I magistrati onorari aggregati collaboreranno con i giudici professionali che operano nelle sedi gravate da arretrati significativi nel settore civile, elaborando bozze di sentenze. Inoltre, 4.200 operatori a tempo determinato saranno chiamati a rafforzare la capacità amministrativa del sistema". Infine un contingente di cento magistrati onorari ausiliari supporterà la sezione tributaria della Corte di Cassazione, che è gravata da un numero di pendenze superiore al dato globale di tutte le altre sezioni civili della Corte di legittimità.
Investimenti sull'edilizia giudiziaria - Ecco il passaggio della relazione sull'edilizia giudiziaria: "Altro settore di particolare attenzione attiene all'obsolescenza degli edifici, al degrado degli spazi della giustizia e all'inadeguatezza dimensionale delle strutture, esasperata dalle esigenze di distanziamento imposte dalla pandemia. Una delle linee di finanziamento, dell'ammontare di circa 470 milioni di euro, è perciò dedicata alla realizzazione di nuove cittadelle giudiziarie e alla riqualificazione delle strutture esistenti, in un'ottica green e di sicurezza sismica".
L'aumento del personale - Scrive la relazione: "È importante inquadrare l'intervento straordinario nella cornice del piano di assunzioni di personale amministrativo, senza precedenti, finanziato e deliberato nel 2018 per circa 13.313 unità. In attuazione di tale piano sono state già assunte 4.836 persone mentre è in corso il reclutamento, entro il prossimo triennio, di 8.287 persone. Sulla stessa linea si muove l'incremento della dotazione organica dei magistrati. Si tratta di 600 unità. Una parte di questa dotazione è stata già distribuita negli uffici di legittimità nell'anno 2019.
Le toghe per l'emergenza - Un'innovativa misura organizzativa è inoltre costituita dalla "pianta organica flessibile", un contingente di magistrati destinato ad ovviare alle "criticità di rendimento" rilevate in determinati uffici giudiziari, sulla base di indicatori che hanno riguardo anche all'accumulo delle pendenze, oltre che alle scoperture provvisorie. La proposta di distribuzione delle risorse flessibili, trasmessa nell'ottobre del 2020, attende di essere riscontrata dal parere del Csm, mentre l'ultima legge di bilancio ha già stanziato risorse per incentivare la copertura di tali posizioni.
I prossimi concorsi - La relazione spiega che "nei giorni 25, 26 e 28 maggio saranno espletate, nel rispetto di tutti i protocolli di sicurezza, le prove scritte del concorso per l'accesso alla magistratura bandito nell'ottobre 2019 e rinviato a causa dell'emergenza sanitaria". Inoltre "è allo studio degli uffici ministeriali la pubblicazione nella prossima primavera di un nuovo bando di concorso, con prove scritte da espletarsi nell'autunno in modo da ridimensionare l'impatto negativo dell'epidemia sulle scoperture della pianta organica del personale di magistratura".
Il personale amministrativo - Per quanto riguarda il personale amministrativo, la relazione spiega che sono stati reclutati "mille operatori giudiziari a tempo determinato (bando pubblicato il 15 settembre 2020), 400 direttori a tempo indeterminato (bando del 17 novembre 2020), 150 funzionari giudiziari (bando del 27 novembre 2020) e 2.700 cancellieri esperti (bando dell'11 dicembre 2020); mentre 1.163 dipendenti sono stati assunti attraverso lo scorrimento della graduatoria dei candidati risultati idonei all'esito di un precedente concorso per assistenti giudiziari".
La digitalizzazione - Ecco quanto si può leggere nel testo di Bonafede: "L'intento è di reingegnerizzare e rafforzare l'infrastruttura che sorregge i sistemi del processo civile (Pct) e del processo penale telematico (Ppt), già interamente finanziati con risorse interne ed europee diverse dal Ngeu e intensamente utilizzati da operatori interni (circa 40 mila tra magistrati, personale amministrativo e polizia giudiziaria) e utenti esterni abilitati (1milione e 200mila professionisti, di cui 250 mila avvocati). I flussi telematici del settore civile sono cresciuti, nell'anno 2020 anche rispetto all'anno precedente: 21,2 milioni di depositi in Pct contro i circa 18 milioni del 2019; 2.502.084 depositi di professionisti esterni nel 2020 (avvocati, consulenti) in Pct contro gli 11.177.899 del 2019; 8.755.209 provvedimenti telematici depositati dai magistrati in Pct nel 2020 contro i 6.917.670 del 2019; 33,4 milioni di notifiche telematiche civili nel 2020 contro i quasi 28 milioni del 2019. Sono stati infine dematerializzati nel 2020, anno di sostanziale avvio del processo penale telematico, circa 1.300.000 fascicoli; mentre sono stati acquisiti al gestore documentale (Tiap) dal portale delle notizie di reato 1.369.000 documenti digitali".
Covid e processi - Ampio il passaggio sulla pandemia: "Ammonta a 31 milioni la spesa degli uffici per acquisto di dispositivi di protezione (mascherine, barriere para-fiato, sanificazioni, materiale igienizzante). Al fine di rendere effettivo il lavoro a distanza, 13 mila dipendenti sono stati autorizzati alla gestione da remoto dei sistemi amministrativi e giudiziari e riforniti di appositi pc (oltre 17.000 in corso di distribuzione), mentre è già interamente coperta la platea dei magistrati ordinari e onorari". La relazione sottolinea come "è degno di nota come il personale amministrativo, la magistratura ordinaria e la magistratura onoraria abbiano continuato a svolgere il loro lavoro in condizioni difficili, non facendo mai mancare la loro professionalità".
Seguono i dati sui processi definiti e iscritti: "I tribunali e le Corti di appello nel settore civile hanno definito più di quanto sia stato iscritto: sia in primo che in secondo grado le pendenze del civile al 31 dicembre 2020 sono diminuite anche rispetto al dato del 2019 (229.959 nel 2020 contro i 241.673 del 2019 per la Corte e 1.988.477 contro i circa 1.989.905 per i Tribunali). Soprattutto nel secondo semestre dell'anno (fase 2 dell'emergenza sanitaria) la produzione degli uffici del settore civile è stata tale da determinare un indice di smaltimento dell'arretrato (clearance rate) di segno positivo: 1,12 nelle Corti d'appello; 1,08 nei Tribunali".
Le carceri - Ecco i dati del settore penitenziario: "Al 31 dicembre 2019 i soggetti in carico per misure erano 60.372, mentre al 31 ottobre del 2020, il loro numero è pari a 57.991. Alla stessa data dell'anno precedente era invece pari a 60.184. Per rafforzare questo settore, si è ottenuto, nell'ultima legge di bilancio, uno stanziamento per l'assunzione di 80 unità di personale presso il Dipartimento della giustizia minorile e di comunità. Nel 2020 sono stati immessi in servizio ben 1122 agenti di polizia penitenziaria".
Dati e analisi della giustizia civile - Al termine delle 220 pagine la relazione fa il punto e fornisce i dati sui processi civili e penali. Partiamo dai primi: "Il totale dei fascicoli pendenti del settore civile nel 2020 risulta complessivamente stabile rispetto al 2019. Nel dettaglio, presso la Corte di Cassazione, in linea con la tendenza registrata negli anni precedenti, si mantiene un andamento crescente (+2,9%); in Corte d'Appello prosegue il trend decrescente degli ultimi anni (-4,8%); i Tribunali ordinari presentano un dato stabile rispetto allo scorso anno, i Tribunali per i Minorenni mostrano una decrescita pari all'1,3% e, da ultimo, la pendenza dei Giudici di Pace evidenzia una lieve crescita (+1,2%)".
Ecco la cifra complessiva: "Al 31 dicembre 2020 il numero totale di fascicoli civili pendenti era pari a 3.292.218. Le pendenze erano pari a 2.818.575, con una variazione positiva dello 0,4% rispetto al minimo registratosi nel 2019 (che rappresentava il dato migliore dal 2003), connessa al rallentamento dell'attività dovuta all'emergenza epidemiologica. In media, nel 2020 il rapporto tra procedimenti definiti e iscritti è stato pari a 1,01, un valore di sostanziale stabilità. Tuttavia, occorre considerare che l'andamento è il risultato di una riduzione sia dei procedimenti sopravvenuti (-18%) che di quelli definiti (-20%) rispetto al dato del 2019". Seguono le considerazioni sull'arretrato: "L'erosione dell'arretrato cosiddetto "patologico" o "a rischio Pinto" si arresta nel 2020, con un incremento marcato in Corte di Cassazione, pari al 12,2%, una crescita evidente anche in Tribunale (+3,1%) e più contenuta in Corte d'Appello (+1,1%). Rispetto al 2013, tuttavia, la contrazione è pari al 46% in primo grado ed al 50% in secondo grado".
Segue ancora una "breve rassegna ragionata dei dati indicatori per tipologia d'ufficio giudiziario": "La Cassazione mostra un aumento stimato delle pendenze (120.473 al 31 dicembre 2020) sia pure lieve rispetto allo stesso periodo del 2019 (117.033). Il dettaglio delle materie trattate in Corte d'Appello permette di evidenziare la riduzione stimata a 10.892 procedimenti pendenti in tema di pubblico impiego che costituisce una marcata riduzione rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente (11.732). Di rilievo la riduzione delle pendenze in materia di contenzioso commerciale (65.913 stimata al 31 dicembre 2020 rispetto ai 73.372 del 31 dicembre 2019) e di contenzioso ordinario (92.121 alla data del 31 dicembre 2020 rispetto a 95.144 al 31 dicembre 2019). Presso i Tribunali ordinari, nell'ultimo anno giudiziario si osserva un calo dei procedimenti pendenti per il contenzioso commerciale (325.732 stimato al 31 dicembre 2020 rispetto ai 351.944 del 31 dicembre 2019) ancor più accentuato nei procedimenti esecutivi immobiliari (184.033 stimato al 31 dicembre 2020 rispetto ai 204.602 del 31 dicembre 2019). Calano, alla data del 31 dicembre 2020, le iscrizioni di tutti i procedimenti del settore civile.
Dati e analisi della giustizia penale - Per chiudere i dati sui processi penali. "Nel corso dell'ultimo anno il numero complessivo di procedimenti penali pendenti presso gli Uffici giudiziari è rimasto stabile, attestandosi a 2.676.750 procedimenti alla data del 30 settembre 2020. Nei primi nove mesi del 2020, in relazione con il rallentamento delle attività dovuto all'emergenza epidemiologica, il totale dei procedimenti penali pendenti presso gli uffici giudicanti è cresciuto del 4,3%. Nello stesso periodo si è, invece, ridotto il numero di procedimenti pendenti dinanzi agli uffici requirenti (-2,7%)". Segue una dettagliata analisi dei flussi: "L'analisi dinamica su scala nazionale del dato - elaborata comparando il periodo 1.10.2019-30.09.2020 al periodo 1.1.2019-31.12.2019 - mostra che ad un generalizzato calo del numero delle nuove iscrizioni (-11,71% sul totale), corrisponde un altrettanto generale calo delle definizioni (pari al -16,40%). Globalmente, si registra un aumento delle pendenze pari all'1,51%". La relazione riporta anche i dati sui diversi uffici del settore penale.
Procura della Repubblica - "I procedimenti con autore noto iscritti nell'anno giudiziario 2019/2020 sono diminuiti del 2,57% rispetto all'anno precedente con un andamento diversificato: analogamente a quanto registrato negli anni passati, crescono i procedimenti di competenza della DDA (+2,74%), mentre diminuiscono quelli ordinari (-2,11%) e quelli di competenza del giudice di pace (-5,63%). Il trend delle definizioni, fortemente influenzato dalla situazione pandemica, evidenzia una generalizzata riduzione pari, rispettivamente, al 17,59% per i reati di competenza della DDA, al 10,74% per i reati ordinari e al 17,29% per i reati di competenza del giudice di pace. Tribunale: per gli uffici di Tribunale, nel complesso, l'anno giudiziario 2019/2020, rispetto al precedente, evidenzia una diminuzione delle iscrizioni (in calo del 14,35%) e delle definizioni (in calo del 19,43%)".
Giudice di Pace - "Anche per questi uffici è confermato l'andamento generale con la diminuzione di procedimenti iscritti e definiti nel dibattimento nella misura del 15,55% e del 25,51%".
Cassazione - "Parimenti per la Corte di Cassazione si registra una diminuzione delle iscrizioni e delle definizioni, rispettivamente nella misura del 18,62% e del 28,78%.
Corte di Appello - "Anche presso tali uffici il dato tra iscrizioni e definizioni segue un trend convergente. Ad un calo delle iscrizioni pari al 15,79% corrisponde una riduzione delle definizioni nella misura del 25,08 per cento".
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