di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 29 gennaio 2021
Il premier ha risposto a tutte le domande del giudice Sarpietro e delle parti civili. Il Gip: "Responsabilità politica e penale vanno divise". L'indirizzo politico, quello di coinvolgere preventivamente l'Europa nella redistribuzione dei migranti soccorsi nel Mediterraneo, era condiviso dal governo ma le decisioni sugli sbarchi erano di competenza del ministero dell'Interno. E anche nel caso Gregoretti a decidere se e quando far scendere i 131 migranti a bordo della nave della Guardia costiera fu Matteo Salvini. Questa, in sintesi, la deposizione del premier Conte sentito questa mattina a Palazzo Chigi dal giudice di Catania Nunzio Sarpietro davanti al quale si svolge l'udienza preliminare che vede Matteo Salvini accusato di sequestro di persona.
Due ore e mezza di deposizione, alla presenza dello stesso Salvini, in cui il premier ha risposto a tutte le domande che gli sono state rivolte dal giudice e dagli avvocati di parte civile. E naturalmente anche a quelle dell'avvocato Giulia Bongiorno, legale di Salvini, che ha insistito per dimostrare l'assoluta condivisione da parte del governo di quello che stava accadendo.
"Il premier ha una posizione chiave. È l'unico che ci possa dare indicazioni fondamentali per l'eventuale rinvio a giudizio di Matteo Salvini". Le parole pronunciate dal giudice Nunzio Sarpietro all'ingresso a Palazzo Chigi che spiegano meglio di ogni altra cosa l'importanza del passaggio romano dell'udienza preliminare del processo Gregoretti a carico del leader della Lega.
Ed è stato proprio il giudice, all'uscita da palazzo Chigi, a fare una sintesi della testimonianza di Conte che ha definito "molto collaborativo e profondo nelle risposte. Ottima testimonianza che mi ha chiarito molti elementi sulla politica di governo e sulla ricollocazione dei migranti".
Il giudice ha chiarito che, se è vero che dalla documentazione acquisita al processo su richiesta del legale di Salvini, emerge l'indirizzo politico condiviso dal governo, è anche vero che "le responsabilità politiche e penali vanno distinte". E i legali di parte civile hanno aggiunto che "il premier Conte ha chiarito che la decisione di assegnare alla Gregoretti il porto è stata presa esclusivamente da Salvini".
In aula, a sentirlo, innanzitutto lui, Matteo Salvini, sul banco degli imputati per sequestro di persona aggravato e abuso d'ufficio, difeso dall'avvocato Giulia Bongiorno che, dopo le domande del giudice e delle parti civili che rappresentano alcuni dei migranti e Legambiente, ha interrogato Conte chiedendogli spiegazioni su una decina di mail partite da Palazzo Chigi in quei giorni, indirizzate agli ambasciatori italiani in Europa e agli altri primi ministri, proprio per sollecitare il meccanismo di solidarietà che l'Italia ha sempre sostenuto.
Mail e documentazione, tra cui alcune informative parlamentari, di cui l'avvocato Bongiorno ha ottenuto l'acquisizione e che dimostrano che le trattative per il reinsediamento dei migranti erano in capo a Palazzo Chigi. Oltre a un video, relativo alla conferenza stampa di fine 2019, in cui il premier dice chiaramente: "Prima i ricollocamenti, poi lo sbarco"
Secondo la difesa di Salvini "il premier ha confermato di essere stato protagonista nella politica della redistribuzione prima degli sbarchi". Gli avvocati di Salvini si sono basati anche su nuovi documenti ottenuti dopo la precedente udienza di Catania e che - a loro giudizio - confermano che Salvini operò in linea con la politica governativa: il ministro si opponeva in attesa della redistribuzione dei migranti. Una prassi, ricorda la difesa di Salvini, proseguita anche con il governo giallorosso.
E infatti, sempre all'uscita, Sarpietro risponde alla domanda se c'è continuità tra la politica migratoria di Salvini prima e quella di Lamorgese poi: "C'era il ministro Salvini prima, la ministra Lamorgese dopo. Non parliamo ancora di reati, stiamo parlando di un processo in cui bisogna accertare se c'è un reato. Ma nella politica generale del governo quella della ricollocazione era una costante, un leitmotiv generale".
Nel corso dell'esame di Conte, i legali hanno evidenziato un altro aspetto: il premier aveva scritto a Salvini per sollecitare lo sbarco dei minori a bordo della Open Arms (episodio successivo alla Gregoretti, ma consumato negli ultimi giorni del Conte 1) senza fare cenno ai maggiorenni e senza aver mai preso iniziative simili in precedenza. L'ennesima dimostrazione - secondo la difesa dell'allora ministro - della piena consapevolezza e condivisione del governo.
A Conte il giudice Sarpietro ha chiesto innanzitutto del patto di governo del Conte 1, per avere delucidazioni sui contenuti della politica migratoria del governo a cui Salvini fa riferimento per dimostrare che le sue decisioni altro non erano che attuazione di quanto stabilito nel programma di governo e dunque condiviso da tutta la coalizione. Ma il premier sarà chiamato anche a fornire spiegazioni sulla sua posizione, apparentemente diversa, in tre casi che presentano molte similitudini ma verificatisi in momenti politici diversi: il caso Diciotti innanzitutto, nell'estate 2018, vicenda analoga alla Gregoretti ma per la quale il tribunale dei ministri di Catania non ottenne l'autorizzazione a procedere e per la quale Conte espresse pubblico apprezzamento per l'operato di Salvini; il caso Gregoretti, un anno dopo, con l'esecutivo prossimo alla crisi e il premier in silenzio a spingere per far scendere subito i minorenni, e il caso Ocean Viking, due mesi dopo, secondo sbarco con Luciana Lamorgese al Viminale e i migranti ugualmente costretti ad attendere più di una settimana a bordo senza che venisse aperta alcuna inchiesta.
Del caso Gregoretti, è la risposta ufficiale fornita da palazzo Chigi agli atti del processo, il consiglio dei ministri non si è mai occupato. Risposta analoga a quella fornita, tra i tanti non ricordo, dall'ex ministro ai Trasporti Danilo Toninelli, già sentito a Catania insieme alla collega Elisabetta Trenta. Ma delle tante mail e atti formali partiti da Palazzo Chigi Conte dovrà dare una spiegazione. E chiarire soprattutto se, a fronte di una inequivocabile attività sua e del suo staff per ottenere il coinvolgimento dell'Europa, la decisione di bloccare i migranti a bordo anche in condizioni fisiche e sanitarie non idonee come stabilito da un'ispezione a bordo, sia stata condivisa o sia stata invece solo di Matteo Salvini. Il processo riprenderà a Catania il 19 febbraio con le testimonianze del ministro dell'Interno Luciana Lamorgese e di quello degli Esteri Luigi Di Maio.
di Caterina Malavenda
Corriere della Sera, 29 gennaio 2021
L'articolo 14 della legge sulla stampa del 1948 punisce chi pubblica opere destinate a fanciulli e adolescenti quando costituiscano incitamento al delitto o al suicidio. L'Italia sembra incapace di far fronte a fenomeni illeciti, spesso assai gravi e diffusi, con leggi e provvedimenti adeguati, senza un fattore scatenante, un fatto di cronaca, meglio se tragico, che attiri l'attenzione dei mass media e porti la questione all'ordine del giorno, rendendo impossibile temporeggiare ancora.
Fu la drammatica scomparsa di Tiziana Cantone nel 2016, a scuotere un Parlamento dormiente e mettere in moto l'iter, culminato nel 2019 con l'inserimento, nel codice penale, del reato riduttivamente definito, con stucchevole anglofilia, revenge porn; e che, in realtà, punisce non solo chi, per vendetta appunto, diffonde immagini o video sessualmente espliciti, che riprendono anche compagni più o meno consenzienti, ma soprattutto chi lo fa per noia, per esibizionismo o chissà per quale altra ragione malata. Il reato è inserito nel c.d. Codice Rosso, che tutela le vittime di violenza domestica e di genere, intervento anch'esso non più procrastinabile, di fronte al dilagare della violenza domestica, spesso con la voglia di deturpare le vittime con lesioni permanenti al viso, di cui Lucia Annibali è stata il più efficace testimone.
Oggi ci risiamo: la morte della bimba palermitana, mentre partecipava a quello che è criminale definire un gioco, ha messo in moto il solito coacervo di opinionisti, psicologi ed esperti, che sembrano aver scoperto solo ora che di social si può anche morire, specie quando sei talmente piccolo, da non percepire neppure i rischi che corri a metterti al collo una cintura e a stringere forte, per dimostrare che resisti più degli altri senza respirare. Questa volta, però, non ci potrà essere una legge, figlia dell'emergenza, a dare una risposta, a punire i cattivi ed a salvare le vittime, come efficacemente hanno scritto Daniele Manca e Gianmario Verona, ricordando che vigono oggi regole analogiche, in un mondo digitale e attraversato da questioni transanazionali: è la globalizzazione, bellezza!
Il Garante, il solo che possa far qualcosa e lo sta facendo, è intervenuto già due volte: ha tempestivamente, ma fin qui inutilmente, ordinato al social cinese TikTok di interrompere il trattamento dei dati degli utenti italiani, dei quali non abbia accertato l'età, senza alcuna apprezzabile reazione; ha chiesto a Facebook, che controlla Instagram, indicazioni sulle modalità con le quali viene verificata l'età dell'utente ed il rispetto dell'età minima di iscrizione ed ha in programma di estendere la verifica anche agli altri social.
Forse qualcosa farà anche l'Europa, finora piuttosto in affanno, anche sulle inadempienze contrattuali dei produttori di vaccini, ma l'educazione digitale, di cui c'è un gran bisogno, deve partire dai genitori, troppo spesso analogici al punto da non riuscire a fronteggiare i rischi, perché neppure li conoscono bene. Ma poi, è davvero necessario mettere in mano ai bambini uno smartphone e consentire loro di accedere liberamente ad un mondo, che travolge ed uccide a volte anche gli adulti, incapaci di distinguere tra realtà e fantasia? Non sarà un modo comodo di tenerli impegnati, spesso senza immaginare neppure quel che potrebbe accadere loro?
Una volta, si sa, era il motorino a 14 anni l'incubo dei genitori, che resistevano per mesi, prima di cedere e cominciare ad aspettare, con angoscia ed ogni sera, qualche volta invano, il rientro del figlio.
Oggi è il cellulare, l'oggetto del desiderio, il cui uso, anche se può indurre il suicidio o instillare propositi criminali, è sottratto alle vecchie regole analogiche esistenti, retaggio di antiche e saggie paure e di un più attento ascolto dei problemi dei minori.
È ancora sanzionato penalmente, infatti, dall'art. 14 della legge sulla stampa, scritta nel 1948 dall'Assemblea costituente - e si vede! - la cui permanenza in vigore è stata ritenuta indispensabile ancora nel 2005, chi pubblica libri, destinati "ai fanciulli ed agli adolescenti" quando "per la sensibilità ed impressionabilità ad essi proprie" costituiscano incitamento al delitto o al suicidio; oppure fumetti destinati all'infanzia, se vincono sistematicamente o ripetutamente i cattivi così favorendo "il disfrenarsi di istinti di violenza o di indisciplina sociale": meglio Diabolik, fermato da Ginko, di Kriminal, spietato criminale.
Certo il linguaggio è un po' retrò, ma che nostalgia per l'attenzione quasi maniacale, riservata da quegli insigni giuristi alla tutela dell'armonico sviluppo dei fanciulli, oramai fuori dai radar del nostro Parlamento - se ne è occupato solo per vietare giustamente la divulgazione delle loro immagini e generalità su giornali e siti- e di cui si sente ancora oggi un gran bisogno.
Ora siamo ad un bivio e il legislatore, presa coscienza degli innumerevoli quesiti che il libero accesso dei minori ai social può generare, potrebbe prendere spunto dal passato per adattare quelle regole digitalizzandole, perché è su quell'accesso che si deve intervenire e non a posteriori e, volte troppo tardi, sul singolo contenuto. Sembrano scritte oggi, quelle regole e sarebbero perfette, se fosse possibile aggiornarle ed applicarle ai social, che certo più dei fumetti e dei libri possono impressionare e condizionare i nostri bambini.
di Pasquale Porciello
Il Manifesto, 29 gennaio 2021
Terza notte di scontri ieri a Tripoli, tra le aree più colpite dalla crisi economica. I feriti sono in totale circa 200, alcuni sono in ospedale. Manifestanti con pietre e molotov, polizia con idranti, proiettili di gomma e lacrimogeni. Martedì altri blocchi sulle arterie principali nel resto del paese. Il premier incaricato Hariri in un tweet ha messo in guardia dalle strumentalizzazioni politiche della protesta. Costretto a scegliere tra morire di fame o di Covid, il popolo libanese viola le strettissime misure anti-contagio che hanno bloccato ulteriormente il Libano e quello che resta della sua economia disastrata.
L'11 gennaio la Difesa ha indetto lo stato di emergenza sanitaria: dal 14 chiusura di tutte le attività - supermercati e ristoranti possono solo effettuare consegne a domicilio - eccetto quelle essenziali, divieto totale di spostamenti e coprifuoco dalle 17 alle 5. Durerà fino all'8 febbraio, ma non si esclude un prolungamento. All'emergenza si è arrivati dopo una pessima gestione sanitaria specie nel periodo natalizio quando per far girare l'economia c'è stato in pratica un liberi tutti che ha portato a un'impennata di contagi, ricoveri e morti. I numeri sono impressionanti - solo ieri 76 morti e 3906 contagiati in un territorio di 10mila km² - nonostante le stime siano al ribasso poiché la sanità è privata e sia cure che tamponi sono cari.
I primi 50mila vaccini arriveranno solo dall'8 febbraio. Il ministro della salute Hasan si è impegnato a somministrare gratuitamente due milioni di vaccini nei prossimi mesi a libanesi e stranieri residenti e di raggiungere l'80% della popolazione entro la fine dell'anno. Il vaccino non sarà obbligatorio, ma altamente consigliato. Si protesta contro il governo che avrebbe dovuto provvedere ad aiuti prima di implementare le restrizioni. Il ministro ad interim per gli affari sociali Musharrafieh ha dichiarato martedì che tre quarti della popolazione, che è di sei milioni di abitanti, ne ha bisogno. Lo Stato avrebbe già cominciato a distribuire le 400mila lire libanesi mensili promesse a 230mila famiglie.
Cifra in ogni caso irrisoria dato che la crisi cominciata nel 2019 ha portato il cambio lira-dollaro da 1500 lire a circa 9mila per un dollaro. L'inflazione è alle stelle, visto anche che il Libano produce solo il 20% del proprio fabbisogno. Generi di primissima necessità a prezzi proibitivi, quando reperibili. L'Onu stima che oggi metà della popolazione libanese è in stato di povertà, metà della quale è estrema povertà. C'è una forte e ampiamente prevista emergenza alimentare: nei casi migliori malnutrizione, negli altri fame.
Intanto lo stallo politico non accenna a sbloccarsi. Dopo un momento di euforia iniziale, il 22 ottobre, per la nomina di Hariri appoggiata da Francia e Stati Uniti nel quale la formazione del governo sembrava questione di minuti, il gelo tra il quattro volte premier e il presidente Aoun non dà segni di scioglimento.
Il Movimento Futuro, il partito del premier designato Hariri, che ha sempre sostenuto la necessità di un governo di tecnici al fine di uscire dall'impasse economica con il sostegno della Francia, accusa Bassil, capo del Partito libero patriottico e genero del presidente Aoun, di volere invece un governo o puramente politico o tecnico, ma con i partiti che abbiano potere di veto.
L'Eliseo è intervenuto con un comunicato nel quale si dichiara la disponibilità di Macron e Biden a "lavorare insieme per il raggiungimento di pace e stabilità in Medio Oriente, in particolare riguardo alla questione del nucleare iraniano e alla situazione in Libano" e annuncia la visita a breve di Durel, consigliere di Macron per il Medio Oriente, mentre Hariri è atteso a Parigi. Nella telefonata di domenica sera il premier francese ha anche invitato il neo presidente americano ad avere un approccio "più realistico" su Hezbollah, data la situazione attuale. Nel mentre esplode la rabbia e la frustrazione di un popolo allo stremo.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 29 gennaio 2021
Depositate le motivazioni della sentenza sull'assassinio del fotoreporter italiano: inutilizzabili le dichiarazioni di alcuni testimoni di accusa. A sparare contro Andy furono i soldati ucraini ma non è possibile stabilire chi. I genitori del giornalista: "Non ci arrendiamo. Attendiamo ancora giustizia".
Spararono dalla collina. E spararono contro dei "civili inermi", il reporter italiano Andrea Andy Rocchelli e l'attivista per i diritti umani e interprete Andrej Mironov, era il 24 maggio del 2014 e Rocchelli e Mironov erano lì per documentare le difficoltà della popolazione del Donbass, durante la guerra civile ucraina. Spararono i soldati ucraini per "eliminare" quei civili: volvevano "difendere strenuamente quella posizione", visto che sulla collina c'era un'antenna televisiva, affinché "nella zona circostante, nel raggio di uno o due chilometri, nessuno potesse avvicinarsi". Non c'erano, però, abbastanza prove per confermare la condanna del soldato della guardia civile ucraina Vitaly Markiv, condannato in primo grado a 24 anni di reclusione per concorso in omicidio, e poi assolto in primo grado. Un'assoluzione, scrive però la Corte di appello di Milano nelle motivazioni alla sentenza, che arriva per un errore formale: le dichiarazioni prese dei militari e dei superiori di Markiv erano state raccolte senza la possibilità, che era loro dovuta, di non rispondere alle domande. "Dunque la prova va annullata".
"Non ci arrendiamo. Attendiamo ancora giustizia" spiegano i genitori di Andrea, Rino ed Elisa, assistiti dall'avvocato Alessandra Ballerini. "Si era gridato all'innocenza, dopo l'assoluzione - dicono - ma la sentenza d'appello mette invece una serie di punti fermi nella messa a fuoco della verità storica atto fattuale". "La ricostruzione dei fatti - si legge nella sentenza - così come emerge dalle prove processualmente utilizzabili e dalle considerazioni svolte ai paragrafi che precedono, porta questa Corte a concordare con le conclusioni della Corte d'Assise di Pavia in merito alla provenienza dei colpi che hanno ucciso Rocchelli e ferito Roguelon e cioè dei colpi di mortaio sparati dalla collina Karachun ad opera dei militari dell'armata ucraina, dove erano nascosti i fotoreporter, il tassista e il civile [...] essi erano quindi lì per svolgere la loro attività di fotoreporter [...] L'attacco ha avuto luogo senza alcuna provocazione e offensiva né da parte loro né dei filorussi".
La Corte ritiene inoltre che, correttamente, lo "Stato ucraino era stato citato in giudizio in qualità di responsabile civile". Un passaggio, dicono i Rocchelli, "che riteniamo straordinario: significa che l'immunità prevista per gli Stati non vale nel caso di violazione di diritti umani e crimini contro l'umanità. Sul testimone oculare, il francese William Roguelon, che era scampato per miracolo all'attentato, la Corte lo ritiene "pienamente attendibile". Ma questo non basta per condannare Markiv: l'accusa, infatti, non è riuscita a provare che fosse in servizio sulla collina al momento dell'attacco, e che fosse proprio nella posizione da cui è arrivata la raffica di spari che ha ucciso Rocchelli e Mironov. I suoi colleghi avevano raccontato circostanze che, in primo grado, erano state considerate cruciali. Ma che, poiché raccolte "con vizio di forma", non sono state considerate utilizzabili in Appello. Che per questo ha assolto Markiv.
"Ma qui fatti esistono, non sono evaporati" dicono i Rocchelli. "In definitiva, a noi, parte civile nel processo, già da quasi sette anni impegnati, malgrado le strategie di elusione, di insabbiamento e di depistaggio perseguite dallo Stato ucraino, pare che, con questa sentenza e in virtù delle motivazioni ora rese pubbliche, si possa concludere che la nostra ricerca di verità abbia centrato il suo bersaglio, restando per la seconda volta accertate la dinamica fattuale e le responsabilità dell'attacco mortale contro inermi. Attendiamo ancora che sia fatta pienamente giustizia".
"Dopo aver letto la sentenza ritengo doveroso chiedere al governo italiano di reclamare dalle autorità ucraine le prove e le testimonianze. Ora tocca all'Italia far sentire la voce delle istituzioni", rileva il presidente della Federazione nazionale della stampa, Giuseppe Giulietti. "Noi, di intesa con la famiglia e con i suoi legali, continueremo a chiedere verità e giustizia per Andy Rocchelli, perché - aggiunge - persino questa sentenza conferma che Rocchelli e Mironov sono stati uccisi dal fuoco ucraino. Sarà il caso di tornare a ripercorrere gli ultimi passi di Andrej e Andy".
di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 29 gennaio 2021
Parla la presidente del partito che ha raccolto l'eredità di Bel Alì, cacciato dalla rivoluzione del 2011: "Deve essere fatta una distinzione fra le proteste legittime dei cittadini affamati e le violenze dei criminali".
Abir Moussi è la conferma di una leggenda, quella che racconta le tunisine come donne forti e decise. Ha raccolto i cocci dell'eredità politica scomoda del presidente Ben Ali, cacciato dalla piazza dieci anni fa, rivendicando il mandato della tradizione laica di Habib Bourguiba, anche a costo di allontanare gli entusiasti della Rivoluzione del 2011. E oggi il Partito destouriano libero che guida è in testa ai sondaggi. Così una buona fetta del Paese guarda a questa avvocatessa di 45 anni con la speranza che possa traghettare la Tunisia fuori dalla crisi.
Presidente, che cosa c'è dietro il malcontento dei tunisini?
"La situazione è catastrofica. Lo dicono le cifre dell'economia: il Paese è indebitato fino al collo, lo Stato può destinare appena il tre per cento del bilancio agli investimenti, e questo significa che non c'è speranza di miglioramento. Oltre un quinto della popolazione vive sotto il livello di povertà. Ci mancava solo il Covid. E tutto in un contesto di grave instabilità politica, con un governo nuovo ogni trimestre".
Ma come valuta le manifestazioni e le proteste?
"Bisogna distinguere: ci sono le proteste di chi ha fame, e ci sono le violenze dei delinquenti. Il ministero della Difesa ha già avvertito sulle possibili infiltrazioni di terroristi fra i manifestanti".
Qual è la via d'uscita per la Tunisia?
"Noi abbiamo un programma preciso, ma il primo punto, il più importante, per uscire dalla crisi è chiudere del tutto con l'Islam politico. La situazione di oggi è frutto delle loro politiche, loro non credono nello Stato, lo vogliono sostituire. Abbiamo sentito persino l'offerta con cui proponevano di schierare i giovani militanti accanto alla polizia, contro i dimostranti".
Ma come si fa a eliminare dalla vita politica una fetta significativa del Paese?
"Con la democrazia: le forze laiche e progressiste possono costituire una maggioranza e isolare gli islamisti. Se facciamo un'ampia alleanza, le riforme si possono fare senza di loro".
Resta il fatto che loro oggi rappresentano una realtà importante, non è così?
"Senza le pressioni che fanno sulla giustizia, il loro peso sarebbe ridimensionato. Costruiscono alleanze sulla base dei dossier. In più, senza i finanziamenti illegali di Paesi come il Qatar e la Turchia non potrebbero andare lontano".
Che cosa comprende il resto del vostro programma?
"Riforme economiche e sociali, spinta sull'industria pubblica, sul riequilibrio dei bilanci, sull'aumento della produzione. E riforma dell'istruzione, minacciata dall'oscurantismo degli islamisti".
Che cosa bisogna fare per attirare investimenti stranieri?
"Serve stabilità politica, più sicurezza".
Lei non ha mai preso le distanze dall'esperienza di Ben Ali. Come la valuta?
"Noi non facciamo riferimento al passato per nostalgia della persona Ben Ali, ma per la Tunisia che tutti conoscevano, con vocazione euromediterranea, stabile, sicura. E questa è stata dimenticata negli ultimi dieci anni".
Come si spiega la forza delle donne tunisine?
"Dobbiamo essere forti perché siamo sotto la minaccia dell'oscurantismo".
Lei sottolinea l'esigenza di maggior sicurezza. Basterà per fermare i disperati sui barconi?
"Solo se ci sarà un miglioramento sociale, con l'aiuto dei Paesi amici. Vogliamo ampliare i meccanismi di partnership che prevedono permessi di lavoro temporaneo, sulla base delle esigenze produttive dei Paesi europei. Fermare i meccanismi di traffico di persone, per esempio aumentando le pene per gli scafisti, vuol dire anche tagliare le fonti di finanziamento del terrorismo. Per batterlo dobbiamo anche prosciugarne le risorse".
Che pensa della Tunisia esportatrice di jihadisti?
"È il risultato dell'influenza islamista. Dobbiamo tornare a esportare datteri, arance e cultura della tolleranza".
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 28 gennaio 2021
La buona politica non segue ma precede. Un grazie dunque al governo per aver preso questa decisione. Non è una decisione popolare quella di includere i detenuti tra le categorie prioritarie rispetto alla vaccinazione anti Covid-19. Il commissario per l'emergenza Domenico Arcuri, che nei giorni scorsi ha annunciato che subito dopo coloro che hanno più di 80 anni sarà il turno di chi in carcere è recluso e di chi vi lavora, non ha certo puntato su un'affermazione volta a raccoglierei consensi.
di Sergio Segio
dirittiglobali.it, 28 gennaio 2021
Da oltre dieci lunghi mesi è sceso un silenzio pressoché totale sulle 13 persone detenute morte in carcere nel marzo 2020. Una strage senza precedenti. E senza verità e giustizia.
Ci sono voluti oltre dieci mesi. Più di quaranta lunghe e strane settimane, di questo periodo così difficile per tutti e non ancora alle spalle. Periodo nel quale, volendo, tutti avrebbero potuto provare a immaginare cosa dev'essere vivere settimane, mesi, anni e addirittura decenni in un lockdown totale e permanente, in spazi angusti e ostili, senza socialità, né svago o diversivi, persino privati della possibilità di vedere i propri cari, costantemente sottoposti a frustrazione e impotenza, talvolta a rabbia e violenza.
di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 28 gennaio 2021
"La tutela dei detenuti riguarda tutti, nel momento in cui lo Stato prende in custodia delle persone, ha la responsabilità della tutela della loro salute insieme agli altri diritti fondamentali". Lo ricorda, a ragione, Emilia Rossi, componente del Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Tanto più durante la drammatica emergenza sanitaria che ha spinto il Garante nazionale dei diritti dei detenuti Mauro Palma e la senatrice a vita Liliana Segre a firmare un Appello in favore di una tempestiva somministrazione del vaccino all'interno delle carceri.
di Davide Cavaleri
pharmastar.it, 28 gennaio 2021
Il carcere è un luogo in cui si concentrano problematiche sociali e di salute, in special modo riguardo alle malattie infettive come Hcv e Hbv. Il monitoraggio nel corso degli anni della prevalenza dei virus a trasmissione ematica in questo ambito mostra un trend in netta riduzione, in gran parte dovuto alla disponibilità di farmaci antivirali molto efficaci. Se ne è discusso al recente congresso della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) 2020.
Libero, 28 gennaio 2021
Sale videoconferenze in tutte le carceri italiane, per permettere a tutta la popolazione detenuta, in particolare modo le donne, di potere mantenere collegamenti audio video con i propri cari, nel perdurare delle maggiori restrizioni alla socialità imposte da quasi un anno di Covid ai detenuti e alle detenute. È questa l'offerta di Cisco Italia al sistema penitenziario nazionale, totalmente gratuita, in quanto inclusa nel programma di responsabilità sociale dell'azienda leader nel settore del networking e intelligenza artificiale.
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