atnews.it, 4 novembre 2020
Ad Asti un operatore positivo, focolaio ad Alessandria e contagiati anche 2 bambini e una mamma all'Icam di Torino. Si inseguono voci sui crescenti contagi nel mondo penitenziario. Anche il Garante dei detenuti della Regione Piemonte, per avere un quadro realistico, cerca di raccogliere i dati da varie fonti: una fonte - rilanciata dai social - della Uil-Pa Polizia Penitenziaria riferisce che oggi i positivi sarebbero 395 detenuti e 424 lavoratori (agenti e operatori vari).
I detenuti positivi sarebbero concentrati in 53 dei 189 istituti penitenziario per adulti presenti in Italia, mentre i positivi tra gli operatori sarebbero distribuito un po'ovunque nel Paese. I dati sono confermati dal Garante nazionale che nel suo "Il punto", newsletter bisettimanale registra che "il numero dei positivi è più che raddoppiato" dal 28 ottobre (quando erano circa 150 detenuti e circa 200 operatori) al 3 novembre. In Piemonte (fonte PRAP) al 30.10.20 risultavano positivi 28 agenti/operatori: 9 Alessandria Don Soria, 1 Alessandria San Michele, 1 a Ivrea, 2 a Novara, 3 a Saluzzo 10 a Torino 1 a Vercelli e 1 ad Asti. I detenuti piemontesi positivi secondo i dati di venerdì 30 ottobre erano anche essi 28, la stragrande maggioranza (26) ad Alessandria Don Soria, mentre 2 a Torino.
Alla Casa circondariale di Alessandria Don Soria purtroppo si è registrato un decesso, il secondo in Italia dall'inizio della seconda fase della pandemia (detenuto italiano di 71 anni con patologie pregresse morto sabato scorso presso la Clinica "Salus", dopo una degenza in Ospedale). La situazione alessandrina è alla ribalta delle cronache nazionali ed è stata attenzionata anche dal Garante Nazionale che scrive, nel suo ultimo report: "Più problematiche appaiono quelle dove a partire da un singolo caso si è realizzata una rapida diffusione: è stata riportata anche dalla stampa la situazione della Casa circondariale di Alessandria, dove si è registrato il decesso di una persona e una espansione a più del 14% della complessiva popolazione detenuta (29 casi su 199 persone ristrette)".
I dati sui contagi nella Casa di Reclusione di Saluzzo sono però, nel frattempo, diventati di 8 agenti contagiati, mentre per ora i detenuti sono stati risparmiati. Il Garante Nazionale ricorda come "in questo contesto, gli isolamenti precauzionali, doverosamente attuati per coloro che entrano in carcere, incidono numericamente in maniera consistente - oggi quelli in stanza singola sono ben quasi mille - e anch'essi vanno considerati nel valutare l'efficacia concreta che i provvedimenti adottati potranno avere [...] il dato nazionale di questi giorni nel Paese indica una percentuale di 16,5 positività per ogni cento persone testate".
I dati aggiornati all'ultima ora però aumentano anche i casi di Torino a 4 detenuti dell'Alta Sicurezza, dove continuano ad essere contagiati dal virus anche 1 mamma e 2 bambini minori all'Icam (Istituto a Custodia Attenuata per mamme con bambini).Quest'ultimo allarmante dato e la morte del detenuto ad Alessandria riportano alla ribalta la necessità di provvedere quanto prima a rendere possibile l'esecuzione penale esterna per tutti quelli che già ne hanno diritto e per tutti coloro che rientrano nelle fasce deboli a rischio (anziani, persone con pluripatologie, diabetici, affetti da problemi polmonari o alle vie respiratorie, ecc).
Infine appare urgente ed improrogabile la verifica di soluzioni alternative al carcere almeno per le mamme con bambini, nell'attesa di un intervento mirato per la piena applicazione della legge 62/2011: realizzazione di una rete di Case Famiglia per mamme in esecuzione penale con figli al seguito.
di Angela Stella
Il Riformista, 4 novembre 2020
Il Tribunale di sorveglianza ha concesso la liberazione condizionale: la norma sul requisito della collaborazione non può essere retroattiva. È la prima volta. Ieri il Tribunale di Sorveglianza di Firenze (estensore Claudio Caretto, Presidente Marcello Bortolato) ha emesso una ordinanza in cui si concede per la prima volta la liberazione condizionale ad un ergastolano ostativo non collaborante.
In base alla condanna ricevuta (reato ostativo) l'uomo non avrebbe potuto accedere al beneficio secondo l'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario che richiede l'accertamento della collaborazione. Il detenuto non ha mai collaborato né ha ottenuto dichiarazione di collaborazione impossibile o inesigibile.
Tuttavia il reato è stato commesso prima del 1992, anno in cui veniva introdotto il requisito della collaborazione; le sentenze 32/2020 e 193/2020 della Corte Costituzionale hanno però "statuito - si legge nell'ordinanza - il principio di irretroattività delle norme penali incriminatrici anche in relazione alle norme disciplinanti l'esecuzione penale quando queste abbiano natura giuridica più sostanziale che procedurale", ossia quando incidono sulla pena.
In particolare secondo la sentenza 32/2020 della Consulta, che aveva dichiarato l'incostituzionalità di parte della legge "spazza corrotti", l'applicazione retroattiva di una disciplina che comporta una radicale trasformazione della natura della pena e della sua incidenza sulla libertà personale è incompatibile con il principio di legalità delle pene.
In pratica la collaborazione, per ottenere benefici, si deve richiedere soltanto a chi ha commesso reati dopo il 1992. Il caso da cui è scaturita l'ordinanza è quello di un detenuto condannato alla pena dell'ergastolo per delitti di associazione mafiosa, e duplice omicidio di stampo mafioso. e recluso dal 1993. Ha espiato più di 26 anni di carcere e dal 2011 ha cominciato a fruire di permessi premio, mentre nel 2016 è stato ammesso alla misura della semilibertà.
Il detenuto, come si legge nella richiesta di liberazione condizionale, "si è laureato in architettura e iscritto a Filosofia, lavora con contratto a tempo indeterminato alle dipendenze di una cooperativa, nel 2018 si è messo in contatto con i parenti delle vittime del reato omicidiario". Come ci spiega il suo legale, l'avvocato Michele Passione, "questa decisione è molto importante innanzitutto per i numerosi ergastolani ostativi ante decreto legge del 1992 perché apre la possibilità di accesso alla liberazione condizionale, fatta salva la valutazione nel merito degli stringenti requisiti dell'istituto e del loro comportamento e percorso trattamentale.
Del resto di recente vi è stato un caso di rigetto. Questa decisione è diversa rispetto a quella che la Corte Costituzionale dovrà assumere tra qualche mese in merito alla concessione della liberazione condizionale per coloro i quali dopo il 1992 abbiano riportato condanne all'ergastolo ostativo e non abbiano prestato collaborazione".
Il Dubbio, 4 novembre 2020
La Camera penale scrive al ministro Bonafede: "Tribunale di Sorveglianza in sovraccarico". "Il Tribunale di Sorveglianza di Milano in questo momento più di altri deve poter continuare a funzionare, anzi dovrebbe essere ancora più efficiente di prima", perché "deve farsi carico di tutte le decisioni che s'impongono con urgenza in ragione dell'effetto dirompente che può avere il rischio pandemico" nelle carceri.
I problemi che si stanno verificando alla Sorveglianza sono uno dei temi affrontati dagli avvocati della Camera penale di Milano in una lettera al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Il Tribunale di Sorveglianza milanese, spiegano i penalisti, "ha un enorme carico di attività da gestire. L'arretrato è sempre stato significativo, tant'è che ad esempio l'esecuzione delle pene sospese, per le quali soggetti liberi abbiano chiesto di fruire di misure alternative, sopraggiunge dopo diversi anni".
Oggi, aggiungono, "la situazione rischia di peggiorare ulteriormente". E ancora: "Da quel che abbiamo appreso dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza i sistemi informatici di tale Ufficio appaiono non adeguati per affrontare l'emergenza". Appare anche "necessario dotare il Tribunale di Sorveglianza di Milano di ulteriori aule di udienza, adeguatamente attrezzate (anche per le videoconferenze), in modo da consentire la prosecuzione della sua indispensabile attività, in un periodo in cui il rischio di contagio in carcere va scongiurato con ogni strumento".
I legali nella lettera apprezzano il recente decreto che ha portato alla "introduzione dello strumento telematico per il deposito degli atti da parte dei difensori nei processi penali". È indispensabile, però, "che i funzionari di cancelleria e segreteria possano collegarsi ai sistemi" anche "da remoto, perché altrimenti il rischio di paralisi del sistema amministrazione della Giustizia diviene altissimo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 novembre 2020
Il Covid 19, per la prima volta dall'inizio della pandemia, è entrato nel 41bis. Non è accaduto durante la prima ondata, ma ora il coronavirus circola così tanto all'interno dei penitenziari che - secondo fonti interne de Il Dubbio - ha contagiato almeno due reclusi al 41bis del carcere milanese di Opera, ma il numero potrebbe essere maggiore.
Un detenuto che non presenta particolari sintomi è rimasto al carcere duro, mentre l'altro è stato trasferito in ospedale. Dopodiché ci sono decine di detenuti in attesa di tamponi e messi in isolamento precauzionale. I casi precedenti, quelli conclamati, sono stati invece trasferiti nel reparto Covid del carcere di San Vittore. Ricordiamo che l'epidemia ha richiesto l'applicazione di misure particolarmente stringenti anche sulla popolazione detenuta, allo scopo di contenere l'espandersi del contagio in una comunità ad alto rischio quale è quella del carcere.
La Asst Santi Paolo e Carlo, in collaborazione con Regione Lombardia e Amministrazione Penitenziaria, a maggio scorso ha predisposto un reparto attrezzato per la cura del Covid-19 presso l'Istituto di San Vittore, creando a supporto, presso l'Istituto di Bollate, anche un reparto per i casi più leggeri, asintomatici o convalescenti. Secondo l'ultimo aggiornamento, oramai relativo a due giorni fa, risulta che nel reparto attrezzato di San Vittore ci siano circa 82 detenuti in cura, mentre al reparto di Bollate ce ne sono 45. Fondamentale i due reparti attrezzati, in maniera tale che si possa prestare un'assistenza al livello ospedaliero a tutti i pazienti detenuto positivi.
Ma il virus oramai galoppa nei penitenziari e, com'è detto, per la prima volta dall'inizio della pandemia vengono colpiti anche i reclusi al 41bis.
Quindi ha avuto ragione il giudice di sorveglianza di Sassari Riccardo De Vito, quando in un provvedimento lungo otto pagine aveva disposto la detenzione domiciliare per Pasquale Zagaria, malato di tumore, sottolineando tra le altre cose che "sotto questo profilo occorre rilevare che benché il detenuto sia sottoposto a regime differenziato e dunque allocato in cella singola, ben potrebbe essere esposto a contagio in tutti i casi di contatto con personale della polizia penitenziaria e degli staff civili che ogni giorno entrano ed escono dal carcere". A differenza di altri magistrati di sorveglianza che, per motivare il diniego delle istanze, hanno sottolineato il fatto che essere ristretto in regime di 41bis e quindi in celle singole e con tutte le limitazioni del regime differenziato, c'è protezione dal rischio di contagio.
La notizia del contagio al 41bis non è riassicurante, soprattutto per tutti quei detenuti - se pensiamo al carcere di Parma - ultraottantenni e malati che sono già di per sé a rischio vita. Il pensiero non può non andare all'ottantenne Raffaele Cutolo, tumulato nel carcere duro fin dal 1992, con uno stato patologico conclamato. Più volte è stato mandato urgentemente in ospedale, per poi riportarlo al 41bis. Situazione come le sue, non sono però nemmeno una eccezione.
Un problema diffuso e a questo si aggiunge il Covid che è sempre in agguato e può essere letale per chi è anziano e malato. D'altronde, dall'inizio della seconda ondata, sono già due i detenuti morti dopo aver contratto il virus. Parliamo di un ergastolano al carcere di Livorno e di un detenuto comune alla casa circondariale di Alessandria. Entrambi erano anziani e malati.
E le misure adottate dal decreto Ristori non bastano. I contagiati continuano ad aumentare sia tra i detenuti che tra il personale penitenziario. A dirlo è il Garante nazionale delle persone private della libertà tramite il suo bollettino quotidiano. Ha infatti sottolineato che "il contagio, intanto, così come all'esterno, ha un suo ritmo che non è in sincronia con quello della attuazione di ciò che il decreto legge ha previsto".
Per questo il Garante avanzerà in sede di conversione la proposta che sia previsto per il 2020- 2021 un ampliamento della liberazione anticipata, così come fatto in passato, peraltro allora per un periodo di tempo ben più ampio (cinque anni). Proporrà, inoltre, che per pene detentive di una contenuta fascia, divenute definitive nei confronti di persone attualmente in libertà, sia rinviata l'emissione dell'ordine di esecuzione.
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 4 novembre 2020
L'attentatore di Vienna è uno dei tanti ragazzini sedotti in Austria dallo Stato Islamico. Figli delle guerre balcaniche, rimasti ai margini della società, hanno scelto di dare la vita per il Califfato. Ecco le loro storie. Kujtim, che a diciassette anni è stato arrestato per terrorismo ed è morto ieri sparando tra le strade di Vienna. Merktan, che a soli quattordici anni voleva far saltare in aria la stazione centrale della capitale asburgica. Samra e Sabina, occhi chiarissimi e lunghi capelli biondi, che a meno di sedici anni sono andate a Raqqa per "servire Allah e morire per lui".
All'indomani della strage l'Austria si trova a fare i conti con i millennial del jihad cresciuti nelle sue città. Lo Stato islamico li ha sedotti e trascinati al suo servizio, come il moderno pifferaio magico di Hamelin. A Mosul li chiamavano "i cuccioli del leone", esaltando l'animale che per Maometto incarnava la forza. A Vienna invece le leggi dello stato di diritto non sono riuscite a salvare questi giovani dal diventare la carne da cannone dell'Isis.
Kujtim, Samra, Sabina e Mektan sono figli delle guerre balcaniche e della povertà. Sono nati in Austria o ci sono arrivati da piccoli, inseriti nel sistema scolastico ma mai integrati nella società. Sono rimasti ai margini e sono caduti in pasto alla propaganda del Califfato. L'epicentro è Sankt Polten, la cittadina dove già nella notte si sono concentrate le ricerche della polizia, con perquisizioni e fermi. Un tempo cuore della valle dei monasteri, negli ultimi vent'anni ha visto innalzarsi i minareti di tre moschee: una riservata ai profughi bosniaci, una per gli immigrati albanesi, la terza per i turchi. Gli unici punti di riferimento per una comunità senza più patria, né radici. Abilmente sfruttati dai reclutatori dello Stato islamico.
Kujtim Fejzulai, che i compagni di lingua tedesca chiamavano Kurtin, era nato a Vienna nel 2000. I genitori di etnia albanese venivano dalla Macedonia del Nord. Un'infanzia senza particolari problemi, poi verso i sedici anni comincia a frequentare assiduamente una scuola coranica. A diciott'anni lo arrestano in un aeroporto della Turchia: era in viaggio per raggiungere il Califfato. Estradato e processato, lo condannano a 22 mesi di carcere. Esce dopo un anno, con la condizionale e l'obbligo di frequentare un corso di "de-radicalizzazione". "Veniva da una famiglia assolutamente normale. Per me si tratta di un giovane che è finito in un giro di amici sbagliati", ha dichiarato il suo avvocato Nikolaus Rast, un legale molto noto in Austria: "Se non avesse frequentato la moschea e avesse fatto per esempio boxe, sarebbe diventato un pugile. Non avrei mai ritenuto possibile che commettesse un attentato". Proprio la denuncia dei genitori sulla sua scomparsa aveva determinato l'arresto in Turchia: questi ragazzi hanno seguito il percorso che si erano scelti, cercando un'identità nella violenza islamista.
In carcere Kujtim ha fatto tanta palestra, gonfiando i bicipiti; forse, come spesso accade nelle prigioni europee, ha estremizzato ancora di più il suo credo violento. E una volta in libertà, invece delle lezioni sui valori della Costituzione austriaca, si è dedicato a tempo pieno a preparare il suo attacco.
Qualcuno lo ha addestrato a usare un kalashnikov. In un poligono o in un centro di softair, gli hanno insegnato i rudimenti del combattimento urbano: restare sempre in movimento, per offrire un bersaglio difficile agli avversari, poi quando serve fermarsi e sparare. Le tattiche che ha utilizzato per scatenare il terrore nelle strade di Vienna.
Il vero problema è che qualcuno gli ha fornito anche le armi. Un Ak-47, una pistola, centinaia di proiettili. Negli ultimi tre anni nessuno degli attentatori in azione in Francia, Germania e Belgio era più riuscito a procurarsi dei fucili mitragliatori. Le indagini ricostruiranno l'origine del kalashnikov: se proveniva dal mercato legale europeo, dove sono venduti per la caccia e il tiro sportivo e dove si erano riforniti gli stragisti di Charlie Hebdo e del Bataclan. O se invece è partito dagli arsenali accumulati nei Balcani, l'incubo peggiore dei servizi di sicurezza occidentali: lì ci sono giacimenti di ordigni letali e reti logistiche pronti a trasferirli ovunque, l'Eldorado del jihad.
La storia di Kujtim ricorda quella del coetaneo Merktan G., arrivato a sei anni a Sankt Polken dalla Turchia. Anche nel suo caso, il primo reclutatore è rimasto sconosciuto: si ritiene che fosse un predicatore itinerante, transitato da una delle moschee della città. Merktan è stato arrestato a scuola, nell'ottobre 2014, con l'accusa di volere far saltare in aria la stazione centrale di Vienna. Aveva soltanto quattordici anni. Il telefonino e il computer sono zeppi di video di propaganda jihadista: immagini sanguinarie di esecuzioni e battaglie condotte dalle bandiere nere. Pure la console della Playstation pullulava di materiali islamisti: un particolare che all'epoca non insospettii gli investigatori. Più tardi si è scoperto che le chat dei videogiochi venivano usate per le comunicazioni dell'Isis: l'attacco del Bataclan è stato organizzato sfruttando questo canale.
Lo studente jihadista ammette di volere realizzare un attentato, anche se il suo avvocato cerca di minimizzare: "Aveva solo l'idea di farlo, nulla di concreto". Secondo i giornali, per la sua missione gli era stato promesso un premio di 25 mila euro. Vista la giovane età, viene rilasciato in attesa di processo con l'obbligo di recarsi tutti i giorni alla polizia. A gennaio 2015 scappa e si mette in marcia per il Califfato: assieme a lui c'è un amico dodicenne. Vengono bloccati e questa volta Kujtim finisce in cella. Il processo si apre nel maggio 2015. Il massimo della pena prevista dal codice minorile è di cinque anni, lui se la cava con la condanna a ventidue mesi: dodici in cella, in resto di riabilitazione. Di cui non si conoscono gli esiti.
Tra le duecento persone che dall'Austria hanno scelto di raggiungere per lo Stato Islamico la maggioranza erano millennial. Samra Kesinovic e Sabina Selimovic, di 15 e 17 anni, nell'aprile 2015 hanno mandato un messaggio video alle loro famiglie: "Smettete di cercarci. Siamo venute a servire Allah e morire per lui".
A Vienna vivevano come normali teenager, scambiandosi selfie in cui valorizzavano gli occhi azzurri e i capelli alla moda. A Raqqa hanno fatto da testimonial dell'Isis, posando in mimetica e capo velato davanti a schiere di combattenti in tuta nera. "Qui ci possiamo sentire veramente libere, possiamo praticare la nostra religione. In Austria non era possibile", hanno ripetuto in più interviste.
Secondo l'intelligence europea, il pifferaio magico che ha trascinato questi ragazzi in Siria e in Iraq si chiama Mohammed Mahmoud, uno dei registi della propaganda del Califfato. Emigrato in Austria con la famiglia dall'Egitto, nel 2007 è stato arrestato per avere diffuso proclami inneggianti ad Al Qaeda. Dopo la condanna a quattro anni, è rimasto a lungo a predicare nelle moschee del Paese. I servizi segreti tedeschi ritengono che sia uno degli ideologi che hanno partorito il concetto di Stato Islamico. Nella primavera del 2014 parte per la Siria ma viene arrestato dalla Turchia: invece di estradarlo in Austria, misteriosamente ottiene il rilascio e ricompare a Raqqa. Lì giura fedeltà ad Al Baghdadi e sposa Ahlam Al-Nasr, la "poetessa dell'Isis".
Dall'autunno 2014 comincia a inondare il web di video in tedesco. Tuta mimetica e kalashnikov a tracolla, nel primo brucia il passaporto austriaco. Di settimana in settimana, le immagini si fanno più cruente: in una delle sue prediche è circondato di corpi decapitati. Al suo fianco compare un rapper ventenne, un ghanese cresciuto a Berlino: Denis Cuspert, in arte Deso Dogg.
Convertito nel 2010, da Raqqa diffonde filmati in cui partecipa all'esecuzione di prigionieri e poi solleva le teste amputate: "Questa è la fine che fanno i nemici dell'Isis". Sempre in tedesco, sempre per conquistare giovani reclute in Austria e Germania. Si ritiene che alla fine del 2018, quando le sorti del Califfato cominciano a segnare disfatta, Mahmoud abbia avuto uno scontro con i suoi capi. Secondo un comunicato dell'Isis, sarebbe morto nel bombardamento di un campo di prigionia. Impossibile averne certezza. Le ultime notizie sul rapper tedesco lo danno in fuga: una foto lo ritrae ancora in armi, ancora pronto a uccidere e a convincere ad uccidere. Samra e Sabina invece sono sopravvissute alla guerra. Hanno sposato dei miliziani ceceni e sono diventate madri. Adesso sono detenute in un campo di concentramento sotto sorveglianza curda e, secondo i media, hanno minacciato causa al governo austriaco per potere tornare a Vienna. Senza però mostrare il minimo rimorso per le loro azioni.
Il Manifesto, 4 novembre 2020
Durante l'audizione sul nuovo Decreto immigrazione. Il Carroccio: "Presenteremo un emendamento per cancellare il suo ruolo". Leghisti scatenati contro il Garante nazionale per i detenuti Mauro Palma, colpevole solo di aver sottolineato alcune criticità del decreto immigrazione all'esame della commissione Affari costituzionali della Camera.
Nel mirino di Palma non sono finite solo alcune parti riguardanti i migranti che arrivano in Italia, ma anche la parte penale del provvedimento e in particolare le nuove misure di contrasto alla possibilità di introdurre cellulari nelle carceri.
Parole che hanno scatenato la reazione del capogruppo del Carroccio nella commissione, Igor Iezzi, che ha annunciato un emendamento per cancellare la figura del Garante: "Palma ancora una volta si schiera dalla parte dei delinquenti contro i cittadini che rispettano la legge e contro gli agenti di Polizia penitenziaria", ha tuonato il leghista.
In realtà le osservazioni avanzate dal Garante al provvedimento che sostituisce i decreti sicurezza di Matteo Salvini hanno riguardato soprattutto l'opportunità di stabilire misure restrittive nelle comunicazioni - anche grazie ai cellulari - dei detenuti con l'eterno senza fare alcuna distinzione. Questa comunicazione, ha spiegato, "può avere due profili: o del reato criminale oppure delle relazioni affettive.
Credo che questa norma vada introdotta solo dopo aver potenziato le possibilità di comunicazione con i propri familiari. Qui non parliamo solo di alta sicurezza, ma di tutti i detenuti. Molte delle conversazioni sono relative all'ambito familiare", ha proseguito Palma suggerendo di cancellare la norma in questione dal decreto e di "posporla a quando l'amministrazione sarà in grado di fornire strumenti per facilitare la comunicazione tra detenuti e loro familiari".
Il garante si è poi soffermato sui alcuni degli articoli del decreto che riguardano più direttamente l'immigrazione e in particolare le strutture nelle quali dovrebbero essere trattenute le persone in attesa di essere identificate.
"Rimane un punto dolente" come lo era nei decreti salviniani, ha spiegato Palma. "Manca un elenco definitivo dei luoghi cosiddetti idonei al trattenimento dei migranti. Noi non abbiamo un elenco di quali sono. Quindi chiediamo che di questi locali ci sia una definizione precisa e dei registri di presenza ben definiti". Con in più la possibilità per quanti si ritroveranno rinchiusi in queste nuove strutture, di presentare reclamo al Garante, possibilità prevista oggi solo per i migranti che si trovano negli hotspot.
In difesa di Palma si è schierato il Pd: "Il tentativo di delegittimare la figura del Garante denuncia un atteggiamento irrispettoso dei diritti delle persone detenute e trascura l'importante lavoro di tutela della legalità svolto da Palma", ha commentato il capogruppo dei senatori dem Franco Mirabelli. "Attaccarlo nel momento in cui è impegnato ad affrontare il tema dei contagi nelle carceri e nelle Rsa è l'ennesima dimostrazione che la Lega è capace solo di fare propaganda e no è interessata a risolvere i problemi".
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 novembre 2020
Parla il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick: "I divieti anti-covid sono legittimi per decreto legge, non con i Dpcm". Non serba acredine verso l'onorevole Borghi, "non foss'altro perché è anche lui un collega e si è per giunta laureato alla Cattolica come il sottoscritto". Il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick viene importunato dal Dubbio sulla boutade iperbolica del deputato leghista, fiduciario di Salvini per l'economia: "Il diritto al lavoro", ha detto l'altro ieri Borghi, "dovrebbe essere prioritario persino rispetto al diritto alla salute: viene anche prima, nella sequenza di articoli della Costituzione".
Paradosso o cantonata non ha importanza: da lei, presidente Flick, ci si poteva aspettare una bella bacchettata sulle dita...
"E invece l'onorevole autore di quella frase ha il dovere di conoscere la sua materia, che mi pare sia l'economia, ma non l'obbligo di competenza sulle sentenze della Corte costituzionale. Gli economisti non sono tenuti a conoscere le pronunce con cui la Consulta scioglie il presunto conflitto fra i principi nell'equilibrio tra i diversi interessi, nel necessario bilanciamento che non consente la "tirannia di un diritto sull'altro".
Però Flick, cortesia a parte, va oltre. Approfitta del caso per evocare una splendida verità della nostra Carta: "La gerarchia, se c'è, non si riflette nell'ordine degli articoli ma nelle diverse garanzie poste a presidio dei diversi principi".
Cioè, ci sono "beni" che la Costituzione tutela di più?
Come accennato, la Consulta, con due pronunce sull'Ilva, ha ribadito che non può esserci alcuna tirannide esercitata da qualche diritto sugli altri. È vero che il diritto alla salute è il solo al quale i costituenti abbiano accostato l'aggettivo "fondamentale". Allo stesso modo è vero che esiste un'altra distinzione, che riguarda i diversi limiti previsti per la libertà personale da un lato e per libertà come quella di circolazione dell'altro. Ebbene, la limitazione della libertà personale è presidiata da una duplice garanzia: la legge e il giudice verifica se vi siano le condizioni per applicarla in concreto.
Quindi la libertà di circolazione, per esempio, può essere sottoposta a compressioni più disinvolte, come avviene a causa del covid?
Un momento: non ci sarà la garanzia del giudice, ma quella della legge sì. Mentre nella contingenza attuale siamo di fronte a limitazioni sistematicamente imposte, e in un primo momento sanzionate, non per legge ma con provvedimenti regolatòri del governo, a volte difficilmente comprensibili. E invece la possibilità di comprendere le norme è essenziale per la democrazia, oltre che per giustificare un'eventuale sanzione.
I Dpcm?
I Dpcm appunto. Siamo ai confini della Costituzione. Si può limitare la libertà, anche in nome del fondamentale diritto alla salute, ma a condizione che le limitazioni avvengano attraverso un provvedimento avente forza di legge.
Un decreto legge?
Certo. Un provvedimento che, seppur assunto in via emergenziale dal governo, deve essere sottoposto al controllo del Parlamento, e non in modo soltanto formale.
Presidente Flick, non è la prima volta che contesta la plausibilità dei Dpcm come strumento di limitazione delle libertà. Però lei dice che il discorso si incrocia eccome con la cosiddetta gerarchia dei principi costituzionali. Ci spiega perché?
Lei usa la parola gerarchia. Io no. È bene ricordare, soprattutto da parte di un tecnico della materia, cosa c'è scritto in due importanti pronunce della Corte costituzionale. Entrambe riguardanti l'Ilva di Taranto. La prima è la sentenza numero 85 del 2013. Contiene innanzitutto un elemento chiarificatore sul diritto al lavoro: si configura il lavoro con riferimento all'opportunità che lo Stato deve adoperarsi a favorire con tutti gli sforzi possibili. Non nel senso che si debba provvedere a procurare a ciascun cittadino un certo lavoro anziché un altro, ma in termini di massimo impegno a creare le condizioni che determinano occasioni di lavoro per tutti. Insieme con una pronuncia più recente, del 2018, la sentenza del 2013 ricorda però che nessun diritto costituzionalmente tutelato può essere tirannico rispetto agli altri. Va sempre conseguito il miglior bilanciamento possibile fra i diversi beni giuridici richiamati nella Carta, che possono anche essere diversi tra loro. Non in conflitto: nel senso che il potere legislativo, il potere esecutivo, il giudice, devono trovare sempre l'equilibrio in grado di risolvere il potenziale conflitto in un ragionevole contemperamento degli interessi. Ciascuno per la parte di sua competenza.
Inutile dire che col bilanciamento non c'entra nulla l'ordine sequenziale degli articoli della Carta...
Ha ragione, non foss'altro perché il diritto al lavoro, inteso nel senso ricordato dalle sentenze costituzionali, ricorre non solo nell'articolo 4, come diritto e dovere, ma anche più avanti, negli articoli 35 e seguenti. All'articolo 36 per esempio, si precisa che al lavoratore spetta sempre una retribuzione in grado di assicura- re un'esistenza dignitosa a lui e alla sua famiglia. Ma ripeto, immagino che con la frase sull'ordine degli articoli si volesse dare enfasi a un certo discorso.
Borghi voleva sostenere che le limitazioni imposte per ragioni sanitarie non possono prevaricare il diritto al lavoro...
La salute, tutelata all'articolo 32, è come detto il solo bene giuridico che la Costituzione qualifichi al punto da definirlo "fondamentale". Diritto alla salute che si concretizza anche nel divieto di sottoporre una persona a trattamenti sanitari contro la sua volontà. Ma il diritto alla salute va inteso anche nel senso che il bene di ciascuno deve specchiarsi nel diritto alla salute di ciascun altro. Il che può anche tradursi in limitazioni della libertà. Come la vaccinazione o l'obbligo di indossare la mascherina, in quanto espressioni del dovere inderogabile di solidarietà sociale.
Ecco: allora le limitazioni anti contagio sono legittime?
Qui ci soccorre la distinzione di cui pure ho fatto cenno all'inizio. C'è da una parte la libertà personale, la prima libertà, a cui la Costituzione assegna una doppia garanzia: può essere limitata solo sulla base di norme stabilite per legge e, in più, solo quando vi sia il provvedimento di un giudice. Il secondo presupposto è indispensabile: il giudice deve verificare che nel caso specifico ricorrano effettivamente le condizioni previste da una legge per limitare la libertà personale. Riguardo le limitazioni di altre libertà, come quella di circolazione, sancita all'articolo 16, non c'è bisogno che un giudice si pronunci ma c'è comunque bisogno di una legge. E tale legge, afferma proprio l'articolo 16, può introdurre limiti solo per ragioni di sicurezza o, guarda un po', di sanità.
Vuol dire che le restrizioni anti covid vanno introdotte solo con atti aventi forza di legge oppure sono fuori dalla Costituzione?
Evidentemente non si può andare contro la Costituzione. Se da essa discende una riduzione di libertà di circolazione per cause di sanità o sicurezza possibile solo se introdotta per legge, c'è poco da fare: vista l'urgenza di casi come la drammatica pandemia in cui siamo, si deve ricorrere allo strumento previsto dalla Costituzione per legiferare in condizioni di necessità e urgenza, cioè il decreto legge. Semplice.
Le obietteranno: se dobbiamo modificare ogni settimana quelle restrizioni, il ricorso a decreti legge seriali paralizzerebbe il Parlamento e le restrizioni stesse...
No, mi spiace. Se non si distorce lo strumento normativo, se in fase di conversione non si introducono milioni di postille e di modifiche, sarà un impegno sì gravoso, ma tollerabile. Facciamolo pure lavorare, il Parlamento. La democrazia lo prevede. Il punto casomai è un altro.
Quale altro?
La zona grigia fra libertà personale e libertà di circolazione. Attenti. Non si può arrivare a proibire che all'interno di un domicilio si siedano a tavola più di 6 commensali. Né si può pretendere che quei commensali siano tutti uniti da un legame stretto, qualunque cosa questo significhi. Sarebbe una limitazione della libertà personale. Servirebbe dunque non solo una legge ma anche un giudice che emetta un provvedimento. Vede, limitare la libertà personale significa sottoporre un individuo al pieno potere dell'altro. Entra in gioco un'infrazione della dignità della singola persona. Ecco perché la Carta richiede la doppia garanzia sopra ricordata. Si tratta di realizzare un atto coercitivo. La libertà di movimento invece non chiama in causa la dignità, perché la sua limitazione può dare luogo a un obbligo, non a una coercizione nei confronti del singolo individuo. Se chiudo una strada o un'area del territorio nazionale, impongo una restrizione a una molteplicità di soggetti. La dignità personale dunque non è chiamata in causa. Ma allo stesso modo non si può adottare un atto coercitivo per far osservare il divieto di circolazione. Non c'è un giudice, dietro, ad autorizzarlo. Però mi lasci evocare un'ultima amnesia.
Ce ne sono davvero troppe...
Riguarda i detenuti. In un contesto in cui imponiamo restrizioni per impedire il contatto fra le persone, costringiamo in una condizione opposta la sola categoria dei reclusi. Costretti all'assembramento, se così si può dire. Siamo ai limiti del costituzionalmente tollerabile, come ricordo in un libro da poco alle stampe. E siamo stati finora fortunati. Ci è andata bene. Di contagi nelle carceri ce ne sono stati pochi. Ma non sfidiamo oltre il destino, per piacere.
bonculture.it, 4 novembre 2020
Alcune mamme detenute nella Casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce sono le protagoniste di "Filastrocca delle mani", nata da un laboratorio curato dall'associazione Fermenti Lattici per Storie cucite a mano, progetto triennale selezionato dall'impresa sociale Con i Bambini, nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che coinvolge anche le città di Moncalieri e Roma.
Gli incontri sono stati ideati con lo scopo di preservare il legame genitoriale anche in questi tempi difficili in cui genitori e figli sono, purtroppo, distanti. Questa "Filastrocca delle mani" insegna quali sono i comportamenti da adottare per proteggerci dal Covid19 e lo fa con le parole e i gesti premurosi delle mamme e con quel carico d'amore che resta inalterato anche quando si è lontani. Grazie a Storie cucite a mano, l'associazione Fermenti Lattici ha proseguito il lavoro già avviato nel carcere di Lecce con il progetto "Giallo, rosso e blu - I bambini colorano Borgo San Nicola" sostenuto da "Infanzia Prima", promosso da Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo e Fondazione con il Sud, e grazie alla collaborazione e al sostegno con il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Puglia.
Attraverso attività ed eventi, da alcuni anni vengono coinvolti in maniera attiva bambini, genitori detenuti e liberi, accompagnatori. La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti (Roma, 6 settembre 2016 - Ministero di Giustizia), alla quale il progetto aderisce, riconosce formalmente il diritto dei minori alla continuità del proprio legame affettivo con il proprio genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto alla genitorialità dei detenuti.
La condizione di svantaggio, che a Lecce riguarda circa 250 bambini che non hanno la possibilità di instaurare un rapporto quotidiano con il genitore, costruire ricordi e condividere un'esperienza gratificante con la propria famiglia, è ancora più complessa da qualche mese a causa della pandemia da Covid19. Al momento tutte le attività previste in carcere da Storie cucite a mano sono state sospese in presenza e rimodulate in versione "online" come lo sportello d'ascolto psicologico a cura di Psy Psicologia e Psicoterapia cognitiva integrata e i laboratori che coinvolgono minori e detenuti.
Il progetto Storie Cucite a Mano - coordinato dalla Cooperativa Sociale Educazione Progetto di Torino (capofila), dall'Associazione 21 luglio Onlus di Roma e da Fermenti Lattici di Lecce, con il monitoraggio della Fondazione Emanuela Zancan e la comunicazione a cura della Cooperativa Coolclub - è stato selezionato da Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e coinvolge numerosi partner nei vari territori.
Oltre alle amministrazioni comunali di Moncalieri e Lecce e all'Unione dei Comuni di Moncalieri, Trofarello e La Loggia, il progetto vede tra i partner Associazione Teatrulla, Cooperativa Sociale Pier Giorgio Frassati, Istituto Comprensivo Statale "Santa Maria" (Moncalieri), ABCittà società cooperativa sociale onlus, Associazione Garofoli/Nexus, Digiconsum, Istituto Comprensivo Giovanni Palombini, Fondazione per l'educazione finanziaria e al risparmio, In.F.O.L Innovazione formazione orientamento e lavoro (Roma), Casa Circondariale "Borgo San Nicola" di Lecce, ABCittà, Istituto Comprensivo "P. Stomeo - G. Zimbalo", Principio Attivo Teatro, Psy Psicologia e Psicoterapia cognitiva integrata (Lecce).
Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile nasce da un'intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori.
Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l'impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione Con il Sud. Info su www.conibambini.org.
di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 4 novembre 2020
L'attività fisica con fini trattamentali è lo scopo del progetto "Tutti in forma", promosso dalla casa circondariale di Ascoli Piceno. Per alcuni giorni a settimana i detenuti possono allenarsi, rigenerando fisico e mente, con il coordinamento di istruttori qualificati.
"L'iniziativa prende il via da un accordo con il Centro Sportivo Italiano - spiega Eleonora Consoli, direttrice dell'istituto di pena - con cui è stata stipulata una convenzione. Un istruttore del C.S.I. si reca presso la nostra struttura due volte a settimana. All'interno del campo sportivo vengono svolti gli incontri con i detenuti".
Il programma di allenamenti sta riscuotendo successo. "I detenuti - afferma la direttrice - che partecipano alle attività sono circa quaranta e gli incontri durano almeno un'ora". Buone notizie anche da un punto di vista trattamentale: "Abbiamo avuto riscontri ottimi, - continua Consoli - giacché abbiamo rilevato una diminuzione dell'utilizzo della terapia farmacologica, in particolare per i detenuti psichiatrici. Chiaramente, vanno considerati anche tutti i benefici che l'attività all'aria aperta comporta". "L'attività non ha al momento un temine di decadenza - conclude Eleonora Consoli -. La nostra intenzione, visti i risultati, è andare avanti quanto più possibile".
di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 4 novembre 2020
Allarme del Garante dei detenuti: "C'è stato anche un decesso". Positivi in Piemonte anche 36 agenti di custodia. Sono 29 i detenuti positivi al Covid ad Alessandria, dove sabato si è registrato anche un decesso: si tratta di un italiano di 71 anni che aveva patologie pregresse e dall'istituto penitenziario Don Soria era stato trasferito alla clinica Salus.
Altri detenuti positivi sono al carcere delle Vallette: secondo il garante dei detenuti sarebbero almeno 4, e desta preoccupazione il blocco "A", quello di massima sicurezza, dove ora sono stati sottoposti a tampone anche diversi altri reclusi. Sono stati contagiati dal virus anche una mamma e due bambini che si trovano all'Icam 8 l'istituto a custodia attenuata per le mamme con figli piccoli).
"Quest'ultimo allarmante dato e la morte del detenuto ad Alessandria riportano alla ribalta la necessità di provvedere quanto prima a rendere possibile l'esecuzione penale esterna per tutti quelli che già ne hanno diritto e per tutti coloro che rientrano nelle fasce deboli a rischio (anziani, persone con pluripatologie, diabetici, affetti da problemi polmonari o alle vie respiratorie, ecc.) - è il commento del garante dei detenuti Bruno Mellano - Infine appare urgente ed improrogabile la verifica di soluzioni alternative al carcere almeno per le mamme con bambini".
Crescono anche i numeri dei contagi tra gli agenti di polizia penitenziaria: 36 in totale. Così ripartiti: 9 ad Alessandria Don Soria, 1 Alessandria San Michele, 1 a Ivrea, 2 a Novara, 3 a Saluzzo 10 a Torino, 1 a Vercelli, e 1 ad Asti. Mentre nella Casa di reclusione di Saluzzo sono diventati di 8 gli agenti positivi, mentre per ora i detenuti sono stati risparmiati.
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