di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 28 gennaio 2021
Doveva essere il giorno dell'orgoglio e della battaglia: l'autodifesa del ministro della Giustizia che respinge le accuse di giustizialismo e sfida il Parlamento a schierarsi al suo fianco per sfruttare al meglio i 2 miliardi e 700 milioni di finanziamenti europei necessari ad accelerare processi e procedure. E rendere più moderno il Paese, di nuovo appetibile per investitori italiani ed esteri. Poteva essere una trappola per cadere o un trampolino per il rilancio; in ogni caso l'occasione per rivendicare il proprio molo.
Invece niente. La relazione del Guardasigilli Alfonso Bonafede sullo stato della giustizia In Italia è diventata una burocratica e asettica elencazione di numeri e interventi - fatti e da fare - buona per gli uffici e per gli archivi, inviata ai presidenti di Camera e Senato senza commenti né considerazioni politiche. Un'uscita di scena dalla porta di servizio, insomma.
Giustificata, spiegano in via Arenula, dal fatto che "il ministro di un governo dimissionario può solo limitarsi agli affari correnti e quindi non può spingersi sul terreno dell'attività di Indirizzo". Così, a parte le cifre, nella relazione è rimasto solo "quello che doveva essere il punto forte del discorso, cioè lo stretto e oggettivo legame fra il Recovery pian e le riforme in tema di giustizia chieste dall'Europa, cui le risorse sono condizionate".
Resta il non detto, che però ieri sera veniva esplicitato nelle stanze del ministero: "Bloccare le riforme rischia di bloccare tutti i fondi del Next Generation Ue, dunque meglio lavorare in Parlamento per approvarle e semmai migliorarle".
Ma più che il programma di Bonafede, diventa la sua eredità. Perché seppure nulla è deciso, sembra assai probabile che non sarà lui il Guardasigilli del prossimo governo, Anche se a Palazzo Chigi dovesse rimanere Giuseppe Conte, il "signor nessuno saltato fuor dal cilindro a cinque stelle proprio su indicazione del deputato grillino di origini siciliane, laurea in Giurisprudenza e studio legale a Firenze, dove ha conosciuto l'avvocato futuro premier.
Dovesse nascere un Conte ter con l'appoggio dei "responsabili" di centro o di centrodestra, è presumibile che avverrà con un ricambio alla Giustizia. E figuriamoci se Italia Viva dovesse rientrare in maggioranza, dopo che ne è uscita additando Bonafede come pietra dello scandalo.
Strano destino, per l'unico ministro "politico" (l'altro e il "tecnico" Sergio Costa, all'Ambiente) rimasto al suo posto sia nel Conte 1 che nel Conte bis. Il cui operato è stato preso a pretesto per far cadere il governo sia da Salvini nel Conte 1 che da Renzi ora. Battendo sempre sullo stesso tasto: l'abolizione della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado, che doveva accompagnarsi a ulteriori e strutturali modifiche per velocizzare I processi rimaste sulla carta.
Da quando fu inserita quasi di soppiatto nella legge che Bonafede battezzò "spazza-corrotti", con un emendamento dell'ultima ora firmato da una deputata grillina, lo stop alla prescrizione è diventata materia di scontro. Prima con gli ex alleati leghisti, poi con gli ex alleati renziani.
Con il Pd meglio disposto a compromessi, ma ugualmente contrariato dalla resistenza del Guardasigilli a difesa della sua "conquista di civiltà".
Con la stessa fermezza ha rivendicato altre contestate norme anticorruzione, come l'utilizzo del trojan; "possiamo andare a testa alta nel mondo", ha ribadito 15 giorni fa, mentre la scorsa settimana ha fieramente annunciato il decreto che amplia le possibilità di deposito telematico degli atti nel processo penale. Lo avrebbe ripetuto ieri, forse lo farà domani in Cassazione, al l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Resta in dubbio, invece, l'intervento previsto per sabato nella nuova aula-bunker di Lamezia Terme, voluta e realizzata su richiesta del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri; bisogna decidere se rientra negli "affari correnti" oppure no.
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 gennaio 2021
Oggi Italia viva salirà al Quirinale con una richiesta chiara: una svolta sulla giustizia penale, oltre che sul Recovery. "Ci siamo battuti senza rete. Sappiamo che d'ora in poi non sarà così, il conflitto sulla giustizia non ci vedrà più isolati nella maggioranza". Un big di Italia viva parla in questi termini dell'innesco da cui è venuta la crisi: le norme sul processo.
Ed è vero: se qualcosa è cambiato, con le dimissioni di Conte, è nei futuri rapporti di forza sulla giustizia. Riscriverli sarebbe la prima richiesta di eventuali nuovi innesti, se il perimetro della maggioranza si ampliasse. Pretenderebbero l'addio all'assolutismo penale del Movimento 5 Stelle. Come ha lasciato intuire ieri, in un'intervista al Corriere della Sera, Luigi Vitali, senatore forzista di frontiera, le ulteriori adesioni centriste a un eventuale Conte ter richiederebbero una svolta sulla prescrizione.
Da qui discende tutto il resto. Tutta la storia di una crisi che si è aperta sulla giustizia e si chiuderà solo con una nuova formula magica sul processo penale, o sul nome del guardasigilli. Fin qui ha pesato la fatalità del calendario. Come per la Relazione annuale di Bonafede. Renzi l'ha messa subito nel mirino, e il ministro non poteva cambiare il corso della partita, perché quel passaggio parlamentare deve necessariamente svolgersi prima di domani, giorno in cui è prevista l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Ieri si sarebbe dovuto votare alla Camera e poi al Senato sul documento di via Arenula.
Le dimissioni di Conte hanno consentito di evitare lo showdown sulla Relazione del guardasigilli, surrogata dalla semplice presentazione di un testo scritto alle Camere (non ancora avvenuta, peraltro, fino alla prima serata di ieri). Altro snodo temporale suggestivo e fatale: il calendario delle consultazioni. Italia viva sarà ricevuta da Sergio Mattarella alle 17.30 di oggi: chiederà che un eventuale Conte abbia una impostazione nettamente diversa sul processo penale, con un chiaro impegno a rivedere innanzitutto il blocca-prescrizione.
Unica alternativa contemplata da Renzi: un nuovo ministro della Giustizia. Il Movimento 5 Stelle incontrerà il presidente della Repubblica esattamente 24 ore dopo, cioè domani alle 17. Dovrà dire come pensa di riavvicinarsi a Italia viva. E se non lasciasse margini sulla giustizia, un nuovo incarico a Giuseppe Conte diventerebbe problematico. In quel preciso istante potrebbe aprirsi la prospettiva subordinata che Renzi ha in mente: un governo davvero diverso, con una base parlamentare diversa, con Italia viva, con il neonato gruppo degli Europeisti responsabili e forse altri berlusconiani borderline. "E a quel punto", ricorda la fonte renziana evocata all'inizio, "è chiaro che al ministero della Giustizia non potrebbe restare Bonafede".
Dal guardasigilli uscente, insomma, dovrebbe venire per forza una resa. La sua uscita di scena è, certo, ipotesi complicatissima per i 5 stelle. Seppur penalizzato dall'ostilità di diversi parlamentari del Movimento, Bonafede è diventato ancor più un simbolo dopo l'offensiva renziana. E un cedimento sulla sua figura preluderebbe a una ritirata grillina sulla giustizia, quindi sulla prescrizione, cioè su un principio identitario irrinunciabile.
Non a caso, un giornale attento all'ortodossia pentastellata sulla giustizia come il Fatto quotidiano ieri ha dato ampio spazio a una lettera sottoscritta dai familiari delle vittime della strage di Viareggio: la norma di Bonafede sulla prescrizione, scrivono, "nasce dalle nostre battaglie, dal sangue dei nostri cari" e "se dovrà essere rimessa in discussione in Parlamento respingeremo ogni forma di solidarietà da parte della politica di ogni colore". Su quel punto non si transige, è il messaggio. Che sembra dar voce all'elettorato profondo del Movimento.
Ma quale concessione potrà fare allora Bonafede a Italia viva? I suggerimenti arrivano ora anche dal Nazareno. È Andrea Orlando, vicesegretario dem, a chiedere che la norma sulla prescrizione venga stemperata da un correttivo efficace: almeno uno sconto di pena per l'imputato sottoposto a un processo troppo lungo, se non quella "prescrizione processuale" suggerita persino dal presidente emerito della Cassazione Giovanni Canzio.
L'unica possibile alternativa è sospendere l'efficacia del blocca- prescrizione di almeno un anno, in modo da approvare prima la riforma del processo penale. È il lodo Annibali targato Italia viva. E la sostanziale convergenza fra dem e renziani sul nodo più intricato della crisi lascia intendere quando difficile sia ormai la strada per Conte e per Bonafede.
D'altronde ora Renzi non si accontenta più della "commissione Caiazza". Cioè dell'organismo ministeriale da lui stesso sollecitato al guardasigilli quasi un anno fa, e per il quale aveva indicato come possibile guida Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione Camere penali. Si dirà: ma tutto ruota attorno alla prescrizione? E il resto? Le crisi si decidono sui simboli, sui totem.
Si trovasse l'alchimia complicatissima, per tenere ancora una volta insieme 5 stelle e renziani, potrebbero discenderne interessanti sviluppi proprio in materia di giustizia. Ad esempio sul Recovery, sull'uso di quei 2 miliardi e 750 milioni ottenuti da Bonafede come quota del Piano di ripresa da destinare ai tribunali. Serviranno ad assumere 1.600 magistrati, all'ufficio del processo, all'edilizia giudiziaria e al digitale. Trovata la formula magica sulla prescrizione, potrebbe aprirsi tutt'altro scenario: Renzi che offre un contributo sul Recovery di Bonafede. Cioè sullo sviluppo prospettico di quella Relazione sulla giustizia da cui è nata la crisi. A proporre idee, ha provveduto intanto il Cnf, la massima istituzione dell'avvocatura, con un documento di 111 pagine consegnato nei giorni scorsi al guardasigilli. Chissà che in capo a una delle crisi più indecifrabili del Dopoguerra, la voce degli avvocati trovi interlocutori in grado di seguirne l'esempio.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 28 gennaio 2021
La candidatura del sostituto procuratore Catello Maresca a sindaco di Napoli riapre il dibattito. L'amarezza del forzista Zanettin: "Il testo per regolamentare queste situazioni c'è già ma abbiamo chiesto invano la sua calendarizzazione in Commissione giustizia".
Il "caso Maresca" ha nuovamente riaperto il dibattito sul rapporto fra politica e magistratura. La storia è nota. Catello Maresca, attuale sostituto procuratore generale a Napoli dopo aver trascorso molti anni alla Dda del capoluogo campano, è il candidato in pectore del centro destra per Palazzo San Giacomo. Le elezioni per il nuovo sindaco di Napoli, emergenza sanitaria permettendo, sono in programma entro i prossimi mesi.
La possibile candidatura di Maresca è stata molto criticata in queste settimane dai suoi stessi colleghi. Per Marcello De Chiara, presidente dell'Anm napoletana, si rischia di "appannare" l'imparzialità e l'indipendenza della magistratura. De Chiara ha anche sottolineato la necessità di una legge che impedisca la canditura dei magistrati nella sede di servizio. Per il Csm, interpellato sul punto, non c'è invece alcun problema. Oggi, infatti, non esiste una norma che vieti ai magistrati di candidarsi alle elezioni amministrative nei territori dove operano.
A dire il vero un testo che regolamentasse la "discesa in politica" delle toghe era stato approvato all'unanimità dall'aula di Palazzo Madama a marzo del 2014, relatori l'allora senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin, già consigliere del Csm, e Felice Casson, magistrato ed esponente del Pd.
Trasmesso poi alla Camera era rimasto fermo fino alla primavera del 2017, quando venne fatto oggetto di modifiche che determinarono il suo ritorno in Senato per l'approvazione definitiva. La fine della legislatura, qualche mese più tardi, impedì il voto finale. Il disegno di legge su toghe e politica, comunque, aveva una lunghissima storia alle spalle. Presentato la prima volta nel 2001, governo Berlusconi, venne approvato alla Camera per poi arenarsi in Senato. Venne quindi ripresentato, senza successo, sia nel 2005 che nel 2011.
Nell'ultimo decennio, esaurita l'euforia per i magistrati in politica, si erano create tutte le condizioni affinché il Parlamento regolamentasse la materia. Il Csm aveva votato all'unanimità un parere per inasprire il rientro delle toghe dopo l'esperienza politica, prevedendo il loro collocamento in altri ruoli della pubblica amministrazione. Dello stesso avviso, inizialmente, anche l'Associazione nazionale magistrati. Il Greco, l'organo anticorruzione del Consiglio d'Europa, aveva "invitato" l'Italia ad introdurre leggi che ponessero limiti più stringenti per la partecipazione dei magistrati alla politica, mettendo fine alla possibilità per le toghe di mantenere il loro incarico in caso di elezione o nomina negli enti locali. Ed anche l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva invitato il Parlamento ad intervenire.
Nel testo iniziale un magistrato poteva candidarsi nel rispetto di una serie di restrizioni legate al luogo in cui aveva esercitato le funzioni. Terminato il mandato era previsto il suo transito ai ruoli amministrativi presso il Ministero della Giustizia o al collegio giudicante, con clausola di astensione di fronte a casi riguardanti esponenti politici.
Nel testo modificato, gli eletti alla carica di presidente della Regione, consigliere regionale, consigliere comunale o circoscrizionale, una volta cessati dal mandato, rientravano in magistratura non potendo, per i successivi tre anni, prestare servizio in un distretto di Corte di appello in cui è compresa la circoscrizione elettorale nella quale erano stati eletti. Inoltre non potevano esercitare funzioni inquirenti e, una volta ricollocati in ruolo, ricoprire incarichi direttivi o semi-direttivi sempre per tre anni. Laconico il commento di Pierantonio Zanettin: "Invano anche all'inizio di questa legislatura abbiamo chiesto la sollecita calendarizzazione del testo in Commissione giustizia".
La regolamentazione delle candidature dei magistrati, invece, è confluita nel disegno di legge delega sulla riforma dell'Ordinamento giudiziario e del Csm in discussione alla Camera. "Un errore - aggiunge Zanettin - in quanto esisteva un testo già pronto che poteva essere approvato subito". La crisi di governo ha ora stoppato nuovamente tutto. E chissà se il nuovo esecutivo avrà la forza di approvare una riforma attesa da venti anni.
di Camilla Gargioni
Corriere del Veneto, 28 gennaio 2021
Immaginate di essere una società del Comune che gestisce dei parcheggi, con dipendenti che hanno il compito di verificare il pagamento della sosta e uno di loro, invece di lavorare, passa la maggior parte del suo tempo al bar. Come può agire la società? Se decidesse di licenziare il dipendente, quali potrebbero essere le conseguenze legali? Se il dipendente decidesse poi di fare causa alla società, quante possibilità ha di vincere?
A tutti questi quesiti è in grado di rispondere un software, messo a punto su iniziativa della Corte di Appello di Venezia in collaborazione con l'università Ca' Foscari e con il Dipartimento di intelligenza artificiale di Deloitte, che in pochi secondi dà una previsione del giudizio e il cui funzionamento sarà presentato in un webinar ad-hoc. "La giurisprudenza predittiva, dal cittadino alla Corte di Cassazione: le prospettive" sarà lunedì primo febbraio sulla piattaforma Zoom (dalle 15 alle 16.30, info www.unive.it), moderato dal direttore del Corriere del Veneto Alessandro Russello.
Dopo i saluti istituzionali della rettrice Tiziana Lippiello e del direttore del dipartimento di economia, Michele Bernasconi, parleranno la presidente Corte Appello Venezia Ines Maria Luisa Marini, il coordinatore del Centro studi giuridici e ordinario di Diritto del lavoro Adalberto Perulli e il responsabile "Robotic and Intelligent Automation" di Deloitte Consulting Antonio Rughi".poi la discussione, con le voci del presidente del consiglio dell'ordine Avvocati di Venezia e vicepresidente della Camera arbitrale veneziana Giuseppe Sacco, del presidente della Camera di Commercio di Venezia Massimo Zanon e del presidente di Confindustria Venezia Vincenzo Marinese. Intervento conclusivo affidato al presidente della Corte di Cassazione Piero Curzio.
"Lo scopo del progetto è di ridurre la domanda di giustizia fornendo a utenti e avvocati due dati fondamentali per la certezza del diritto e delle relazioni industriali e sociali - spiega la presidente della Corte d'appello Marini - cioè la durata prevedibile dei relativi procedimenti e gli orientamenti esistenti negli uffici del distretto così da disincentivare le cause che hanno scarsa possibilità di successo, con i costi correlati".
Il progetto è nato a metà 2017, appoggiato dal Centro di studi giuridici di Ca' Foscari, primo ateneo in Italia a esplorare questo tema. "Abbiamo costituito un gruppo di lavoro con dottori e assegnisti di ricerca tra diritto del lavoro e commerciale - Perulli - il cui compito è stato raccogliere le sentenze della Corte d'appello e di tutti i tribunali veneti in merito ai contenziosi di quei settori per il 2018 e il 2019, il 2020 è in lavorazione".
Le sentenze sono state catalogate e suddivise in sottocategorie, estrapolando fatti e principio di diritto. Poi, il "salto": dar vita a un software che, sulla base di parole chiave che un utente immette, elabori tutta la giurisprudenza raccolta e fornisca una previsione sull'esito di un ipotetico giudizio. "Il sistema, per esempio, dirà quanti documenti ha analizzato su casi simili e qual è la percentuale di vittoria, calcolando anche i tempi di ricorso - conclude Perulli -. Questo progetto, se si interconnettesse con il Ced del ministero della Giustizia, permetterebbe di applicare la giurisprudenza predittiva a tutta Italia" situazione. Ma è evidente che serve grande attenzione".
Una posizione condivisa anche dal collega della Cgil Fabio Zampirolli, che sottolinea come vi sarebbe comunque un forte impegno da parte di Giada per trovare nuovi committenti. In ogni caso, è difficile delineare con precisione quanto accadrà nei prossimi mesi: la ricerca di nuovi contratti potrebbe richiedere diverso tempo e le collaborazioni già in essere, al netto del marchio proprietario "Hand Picked", non sarebbero sufficienti a garantire un futuro sereno alla società. Parallelamente dovrebbe anche continuare lo scontro legale, con un'impugnazione della decisione del tribunale milanese nella speranza di vedere ribaltata la decisione.
Nel frattempo Jacob Cohën parrebbe comunque intenzionata a proseguire per la propria strada, mettendo in moto la nuova macchina produttiva in vista della prossima stagione autunno/inverno.
Una notizia accolta con grande favore da un'altra società coinvolta nello scontro, la Blue Service di Cavarzere, guidata da Jennifer Tommasi Bardelle, presidente del consiglio di amministrazione di Jacob Cohën e vedova del fondatore Nicola Bardelle, deceduto nel 2012.
Sulla carta, Blue Service avrebbe dovuto collaborare con Giada producendo capi su commissione ma, a causa del contenzioso apertosi con Jacob Cohën, i rapporti tra le due erano cessati. I quaranta dipendenti del laboratorio erano così finiti in cassa integrazione, in attesa di novità. Lo sblocco delle attività della "Jc Industries" porta loro buone notizie: da metà marzo Blue Service tornerà al lavoro in vista di un trasferimento, previsto per l'estate, nel nuovo stabilimento a Piove di Sacco (Padova), che sarà una delle due sedi della nuova macchina produttiva insieme al laboratorio di Schio.
di Lorenzo Allegrucci
Italia Oggi, 28 gennaio 2021
Sta dietro Georgia e Rwanda e nella Ue è 20esima su 27. Nella classifica mondiale della corruzione nel settore pubblico, l'Italia mantiene il punteggio, ma perde una posizione. Sopravanzata anche da Botswana, Cipro, Georgia e Rwanda. E ventesima sui 27 paesi dell'Ue.
L'indice di percezione della corruzione (Cpi) 2020, che sarà pubblicato oggi da Transparency International, presentato dal presidente della sezione italiana, Iole Savini, classifica l'Italia al 52° posto su 180 stati oggetto della specifica analisi.
L'Italia, dunque, pur mantenendo il punteggio (53) attribuitogli nell'edizione 2019, perde una posizione in graduatoria classificandosi 52ª. Il Cpi conferma l'Italia al 20° posto tra i 27 paesi membri dell'Unione europea. La classifica mondiale pone Danimarca e Nuova Zelanda al comando con 88 punti. Al momento risultano inarrivabili. Al contrario, in fondo alla classifica, troviamo Siria, Somalia e Sud Sudan, rispettivamente con 14, 12 e 12 punti.
La classifica è redatta valutando 13 strumenti di analisi (misure oggettive) o di sondaggi (misure soggettive) ad esperti provenienti dal mondo del business. Il punteggio finale è determinato in base a una scala da 0 (alto livello di corruzione percepita) a 100 (basso livello di corruzione percepita). Le misure soggettive includono una serie di indicatori aggregati che sintetizzano vari aspetti o manifestazioni della corruzione in un'accezione ampia. Si fondano su sondaggi realizzati con campioni rappresentativi della popolazione o di categorie specifiche di soggetti (imprenditori, funzionari, esperti ecc.).
Negli ultimi anni l'Italia ha compiuto significativi progressi nella lotta alla corruzione: ha introdotto il diritto generalizzato di accesso agli atti rendendo più trasparente la pubblica amministrazione ai cittadini, ha approvato una disciplina a tutela dei whistleblower, ha reso più trasparenti i finanziamenti alla politica e, con la legge anticorruzione del 2019, ha inasprito le pene previste per taluni reati, si rileva nel rapporto. Nell'ultimo anno, però, gli interventi migliorativi sono cessati, anche a causa del Covid. Di qui un arresto del trend positivo che aveva visto l'Italia guadagnare 11 punti dal 2012 al 2019. In questo contesto, le sfide poste dall'emergenza pandemia, possono mettere a rischio gli importanti risultati conseguiti se si dovesse abbassare l'attenzione verso il fenomeno corruttivo e non venissero previsti e attuati i giusti presidi di trasparenza e di anticorruzione. Sorge, pertanto, immediatamente, secondo il rapporto, l'esigenza di porre una particolare diligenza e ossequio delle regole, per quanto riguarda l'assegnazione e l'utilizzo dei corposi fondi stanziati dall'Unione europea per la ripresa economica.
La corruzione allontana gli investimenti stranieri in misura addirittura maggiore di una elevata tassazione; alimenta la criminalità e l'evasione fiscale, minando la concorrenza; appesantisce l'attività giudiziaria; falcidia le entrate tributarie. Un circolo vizioso che zavorra i processi di sviluppo e deprime l'ambiente economico: meno investimenti, riduzione dell'occupazione, dei redditi e dei consumi, meno entrate fiscali, riduzione della quantità e qualità di servizi e prestazioni pubbliche, lievitazione dei costi burocratici.
La pubblicazione del Cpi 2020 offre lo strumento più completo di Transparency International, per la valorizzazione della cultura dell'anticorruzione e della trasparenza al fine di accrescere, operando anche al fianco delle istituzioni, la sensibilità dei cittadini verso il valore della legalità, quale fattore fondamentale per la crescita e lo sviluppo del Paese. Transparency International è l'organizzazione non governativa operante nella lotta alla corruzione, nata a Berlino nel 1993; tra i membri Gherardo Colombo e Carlo Cottarelli.
Il Sole 24 Ore, 28 gennaio 2021
È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 26 gennaio 2021 n. 20, la legge 15 gennaio 2021 n. 4 di Ratifica ed esecuzione della Convenzione dell'Organizzazione internazionale del lavoro n. 190 sull'eliminazione della violenza e delle molestie sul luogo di lavoro, adottata a Ginevra il 21 giugno 2019 nel corso della 108ª sessione della Conferenza generale della medesima Organizzazione. In Parlamento hanno svolto dichiarazione di voto favorevole i senatori Laura Garavini (IV-PSI), Isabella Rauti (FdI), Loredana De Petris (Misto-LeU), Anna Rossomando (PD), Aimi (FI), Iwobi (L-SP), Alessandra Maiorino (M5S).
"Con l'approvazione definitiva del Ddl il Parlamento italiano compie un passo decisivo verso l'adozione di una normativa che preveda strumenti di tutela, di denuncia, di prevenzione". Lo dichiara la senatrice Pd Valeria Fedeli. "Mi auguro che si possa procedere il prima possibile ascoltando tutti i diversi soggetti in causa per comprendere a che punto siamo e quali azioni concrete mettere in campo per liberare il mondo del lavoro dalla violenza. Ma è fondamentale anche la prevenzione, gli strumenti di tutela come il congedo dato alle donne che denunciano, valorizzare il ruolo delle consigliere e dei consiglieri di parità e individuare nelle aziende figure incaricate di monitorare condizioni e ambiente di lavoro in chiave di rispetto della libertà e integrità delle persone.".
"Nel nostro Paese - afferma Laura Boldrini, deputata PD - una donna su due subisce molestie sul lavoro. E l'81%, per paura, resta in silenzio. Sono orgogliosa di aver presentato, alla Camera, la proposta di legge con cui è stata ratificata questa Convenzione. Con l'approvazione di oggi, compiamo un passo avanti importante sulla strada del pieno riconoscimento dei diritti e della dignità delle donne".
"È sempre una soddisfazione - commenta la vicepresidente del Senato, Paola Taverna (M5S) - quando si fa un passo avanti nella direzione dell'uguaglianza e della maggior tutela dei diritti delle donne, in ogni ambito della vita. Il lavoro, infatti, resta purtroppo un contesto dove ancora troppo spesso avvengono violenze ignobili e abusi inaccettabili. Adesso abbiamo un importante strumento in più". "Il mio pensiero va, in particolare, a tutte le donne e giovani donne - aggiunge - che quotidianamente devono difendersi da comportamenti vergognosi".
Vota favorevole anche da parti di Fratelli d'Italia. "Abbiamo votato nella convinzione che il recepimento dei suoi tre cardini, protezione, prevenzione e verifica dell'applicazione, permetterà ai lavoratori e alle lavoratrici di poter denunciare le violenze e le molestie subite", ha dichiarato la vicepresidente FdI, Isabella Rauti, responsabile del dipartimento Pari opportunità al Senato.
La senatrice ha ricordato che "questo genere di abusi in Italia riguarda centinaia di migliaia di persone, uomini e donne, con una percentuale addirittura tripla per quest'ultime". "Ci auguriamo, quindi - ha concluso - che questa Convenzione possa rappresentare un passo importante verso una maggiore tutela della dignità delle persone sui luoghi di lavoro e che il recepimento della normativa internazionale consenta di prevenire e combattere il fenomeno".
di Roberto Puglisi
livesicilia.it, 28 gennaio 2021
Parla il professore Fiandaca: sui contagi al Pagliarelli e sul resto. "I detenuti non sono abbandonati, comprendo l'apprensione per il Covid, ma non è il caso di creare allarmismi ingiustificati". Sulla vicenda dei contagi in carcere interviene il garante siciliano dei detenuti, il professore Giovanni Fiandaca.
"Non c'è un'emergenza carcere" - "Il punto è questo - spiega il professore - prima che emergessero i positivi al Pagliarelli, la situazione siciliana non è mai stata preoccupante in termini di numeri, fino al diciotto gennaio, quando ho ricevuto il rapporto, e continua a essere sotto controllo. Non si è mai raggiunto un picco, parlo dell'intera popolazione carceraria, superiore alle venti unità e comunque con quadri clinici, per fortuna, non gravi. Per quanto riguarda il personale penitenziario, sempre nel suo complesso, riferendoci sia agli agenti che ai funzionari amministrativi, non ci sono stati più di una quarantina di casi. Numeri piccoli, appunto, che hanno tutta la nostra attenzione, visto che i contatti che teniamo sono quotidiani, ma che, al momento, non presentano una realtà emergenziale".
La situazione al Pagliarelli - Come abbiamo scritto, al Pagliarelli i contagiati sono cinquantacinque, al responso del secondo tampone. Tra sette giorni ne verrà somministrato un terzo. I già positivi sono stati sottoposti al molecolare, i negativi al test rapido antigenico e al molecolare, successivamente, in caso di positività: lo screening riguarda tutti quelli che sono presenti nell'istituto. Risultano quattro casi tra il personale.
La selezione e i vaccini - "Tra i cinquantacinque positivi del Pagliarelli - spiega il garante - hanno cominciato a essere selezionate e segnalate alle autorità giudiziarie quelle persone che presentano patologie pregresse che potrebbero dare luogo a una condizione di vulnerabilità per eventuali provvedimenti di collocazione fuori dal carcere. Già l'otto gennaio scorso ho inviato una nota formale all'assessore Razza e al presidente Musumeci per chiedere, sulla scia di quanto rappresentato dal garante nazionale e dalla conferenza dei garanti regionali, di prendere in considerazione, tra le categorie da vaccinare in via prioritaria, detenuti e personale penitenziario, o di prendere in considerazione, in subordine, gli over sessanta e i soggetti affetti da comorbilità. Sappiamo che ci sono ritardi e problemi nella campagna vaccinale. Il commissario nazionale Arcuri, qualche giorno fa, ha dichiarato che dopo gli over ottanta toccherà a detenuti e personale penitenziario. Noi garanti vigileremo".
L'appello del garante - In ultimo un appello: "La consapevolezza del problema esiste - dice il professore Fiandaca. Oltretutto, se il contagio in carcere dovesse espandersi questo rischierebbe di provocare un effetto intasamento negli ospedali. Ai detenuti vorrei dire che non sono abbandonati, che si segue la vicenda con attenzione e sensibilità, costantemente. Per cui, pur comprendendo il momento, consiglierei di avere un po' di pazienza e di evitare di assumere atteggiamenti di protesta che potrebbero pregiudicare anche il calendario della vaccinazione".
napolitoday.it, 28 gennaio 2021
In Campania dall'inizio della pandemia si sono verificati, correlati alle carceri, sei decessi: quattro detenuti, un agente di polizia penitenziaria, un operatore sanitario. Quattro morti. Sono quelli dovuti al Covid-19 verificatisi tra i detenuti delle carceri campane. A renderlo noto è il Garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello. Si contano contagiati e vittime (due) anche tra agenti della polizia penitenziaria e tra operatori sanitari in servizio nelle strutture carcerarie. In questo momento i positivi tra i detenuti sono 22, di cui 19 a Secondigliano, 2 a Santa Maria Capua Vetere e 1 a Poggioreale. Sono 47, invece, le persone positive tra operatori sanitari e polizia penitenziaria.
"Dall'inizio della pandemia ad oggi - fa sapere Ciambriello - in Campania sono stati registrati 609 casi di Covid tra i detenuti e sono stati somministrati solo tra Secondigliano e Poggioreale 6022 tamponi su una popolazione, a Secondigliano di 1147 detenuti e a Poggioreale 2019 detenuti. I detenuti morti causa Covid 2019 sono stati 4". Contagiati e vittime anche gli agenti di polizia penitenziaria e tra gli operatori sanitari. "Dall'inizio della pandemia - sottolinea ancora il Garante - sono stati più di 800 i contagiati e 1 morto [nella polizia penitenziaria, ndR], mentre tra gli operatori sanitari (medici, infermieri, operatori socio sanitari), sono stati 58 i contagiati e 1 morto".
Dei 15 istituti penitenziari per adulti della Regione Campania, in 9 si sono verificati casi di Covid 19, mentre in altri 6 non c'è stato nessun caso. Per quanto riguarda gli Istituti penali per Minorenni, non si sono avuti casi di contagio da Covid-19 per i giovani li ristretti ma solo per alcuni agenti della polizia penitenziaria. "Mi auguro - conclude il Garante - che, dopo gli operatori sanitari e gli agenti di polizia penitenziaria, siano sottoposti a vaccino anti-Covid detenuti ultrasessantenni e malati cronici su richiesta volontaria, e che vengano somministrati più tamponi in tutte le carceri della Campania per consentire un maggiore controllo e contenimento da Covid 19. Altresì mi auguro che, soprattutto in questo periodo emergenziale, nelle carceri vengano incrementate figure professionali quali psicologi, assistenti sociali, infermieri, operatori socio sanitari".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 gennaio 2021
Il racconto all'associazione Yairaiha Onlus sui fatti di marzo nel carcere di Foggia di un recluso che, temendo ritorsioni, vuole rimanere anonimo. Nel carcere di Foggia, pochi giorni dopo la rivolta di marzo, finita con tanto di evasione spettacolare, avrebbe fatto irruzione una squadra composta da numerosi caschi blu e ci sarebbe stato un vero e proprio massacro simile a quello che sarebbe avvenuto al carcere di Santa Maria Capua Vetere. Ma andiamo con ordine.
L'esposto dell'associazione Yairaiha Onlus con le testimonianze di 5 detenuti - Nei giorni scorsi - secondo quanto ha appreso l'associazione Yairaiha Onlus - agenti della squadra mobile di Roma, su richiesta della procura di Foggia, hanno ascoltato uno dei 5 detenuti citati nell'esposto presentato da Yairaiha lo scorso 29 marzo su delega dei familiari, in base ai loro racconti durante i colloqui telefonici su quanto sarebbe avvenuto la notte del 12 marzo nel carcere di Foggia. Esposto - reso pubblico da Il Dubbio - presentato dopo che sarebbero stati trasferiti e tenuti per oltre due settimane in isolamento totale e senza neanche la possibilità di telefonare alle proprie famiglie, lasciandole in un profondo stato di apprensione e angoscia. Dei 5 detenuti in questione nessuno ha partecipato alle rivolte. L'esposto è di mesi fa, ma molto probabilmente l'input è arrivato grazie al servizio di Report sulle carceri, a firma del giornalista Bernardo Iovene. Sì, perché nella trasmissione di Rai3, condotta da Sigfrido Ranucci, si fa riferimento anche al presunto pestaggio nel carcere di Foggia. Nel frattempo arrivano nuovi dettagli inquietanti e sconvolgenti.
L'altra testimonianza inedita di un detenuto che vuole rimanere anonimo - È sempre Yairaiha a ricevere la segnalazione di un altro detenuto, ma che non ha nulla a che fare con i cinque dell'esposto. Si tratta di un'altra inedita testimonianza, ma il detenuto vuole rimanere anonimo per paure di potenziali ritorsioni. Ricordiamo che parliamo di un momento tragico, sfociato in una evasione di massa. Per ricostruire la rivolta avvenuta il 9 marzo del 2020 ci affidiamo all'informativa del Dap, guidato all'epoca da Francesco Basentini, e inviata al ministro della Giustizia.
Si legge nell'informativa che intorno alle ore 9,40, i detenuti del carcere di Foggia chiedono insistentemente un incontro con il Direttore e il Comandante di reparto, esternando la preoccupazione di ricevere rassicurazioni sull'emergenza Covid 19. Il comandante di Reparto, unitamente ad alcune unità di polizia, giunge all'interno del cortile passeggi per fornire tutte le informazioni richieste. Nonostante ciò i detenuti iniziano a protestare e in massa escono dal cortile forzando i cancelli degli sbarramenti. Immediatamente viene dato l'allarme e richiesto l'intervento delle altre forze dì Polizia che accorrono sul posto. I rivoltosi, dopo aver forzato il cancello, entrano nell'ufficio Matricola e appiccano un incendio che distrugge la documentazione conservata e tutta la strumentazione informatica.
I detenuti proseguono la protesta presso la sezione femminile ove, dopo aver forzato la porta d'ingresso, avrebbero strattonato le poliziotte impossessandosi delle chiavi delle stanze al fine di liberare le detenute, devastando e vandalizzando gli arredi e i dispositivi informatici. Contemporaneamente agli accadimenti in corso alla sezione femminile, altri numerosi detenuti forzano i varchi della portineria centrale sfondando il relativo cancello.
Un gruppo tenta di raggiungere il Direttore, che veniva messo in sicurezza all'interno del box portineria. Immediatamente dopo i rivoltosi accedono nel piazzale esterno abbandonando così la zona detentiva. Altri numerosi detenuti giungono nel medesimo piazzale dopo aver sfondato il doppio varco della carraia. La ressa così costituita e formata da oltre 400 detenuti, si è impadronita di tutta l'area. Un gruppo di circa 100 detenuti si sono poi diretti verso il primo dei due cancelli di ingresso buttandolo a terra e favorendo in questo modo la fuga verso l'esterno di numerosi detenuti attraverso la porta pedonale temporaneamente aperta, sempre secondo l'informativa del Dap per mettere in sicurezza avvocati e alcuni operatori che manifestavano segnali di evidente paura.
L'irruzione degli agenti con caschi blu e a volto coperto - Ed ecco che arriviamo alla testimonianza di un detenuto raccolta dall'associazione Yairaiha dove emergerebbe un atto violento molto simile a quello che sarebbe accaduto al carcere campano di Santa Maria Capua Vetere. A freddo, qualche giorno dopo la rivolta, e più precisamente il 12 marzo mattina presto, nel carcere di Foggia avrebbe fatto irruzione un centinaio di agenti con caschi blu, con volto coperto, scudi e manganelli.
"Mentre stavo dormendo - racconta il detenuto a Yairaiha - non mi hanno dato neanche il tempo di alzarmi dal letto, 2 agenti mi hanno tirato giù dal letto e mi hanno sbattuto con la faccia a terra, mi mantenevano allungato a terra e con la faccia al pavimento, tenendo un piede in testa e l'altro sul corpo con tutto il loro peso".
A quel punto, prosegue il racconto "gli altri 2 pensavano a darmi una scarica di manganellate su tutte le parti del corpo, mentre il quinto agente aveva il ruolo di prendere le fascette in plastica bianche, tenermi le braccia dietro la schiena con forza e legarmi i polsi, stringendo le fascette in modo di non far circolare neanche il sangue. In questo modo non potevo neanche coprirmi sia il volto che il corpo dalle scariche di manganellate, calci e pugni". Poi avrebbero fatto alzare lui e il suo compagno di cella, e l'avrebbero fatti uscire dalla cella facendolo passare in mezzo al "tunnel". "Lo chiamo così - racconta il detenuto all'associazione Yairaiha - perché tutti e 300 gli agenti erano posizionati nelle sezioni in 2 file, una fila di fronte all'altra per poi farci passare in mezzo a loro", e dalla sezione fino a verso l'uscita, avrebbero continuato a dare scariche di manganellate. "Per 10 secondi - prosegue il detenuto nel racconto - ho visto tutto nero sotto quelle manganellate, ho perso i sensi, ma nonostante ciò non si sono mai fermati con i manganelli, i pugni e i calci, che aumentavano sempre di più".
"Manganellato anche durante il trasferimento" - Dopodiché il detenuto sarebbe stato messo su un furgone, dove avrebbe ricevuto altre manganellate, e l'hanno trasferito in un altro carcere scalzo e solo con il pigiama e da lì l'avrebbero trasferito in un altro carcere. La testimonianza prosegue: "Mi hanno chiuso in una stanza blindata dove non c'era niente, era vuota, neanche lo sgabello per sedermi e mi hanno tenuto una giornata senza bere, mangiare e non mi hanno fatto andare neanche in bagno, minacciandomi che se chiedevo qualcosa mi avrebbero continuato a picchiare, peggio di quanto avevo già avuto".
Testimonia sempre il detenuto all'associazione che per 40 giorni avrebbe convissuto con dolori in tutto il corpo, soprattutto la testa dove avrebbe preso più colpi. "Avevo troppi dolori durante la notte - racconta sempre a Yairaiha - non riuscivo neanche a dormire, e quando chiedevo di essere visitato, mi facevano attendere".
La testimonianza raccolta dall'associazione Yairaiha, ovviamente è da vagliare con attenzione. Resta il fatto che ci sono punti di convergenza anche con i racconti denunciati nell'esposto. Com'è detto, grazie soprattutto all'impulso di Report, sembrerebbe che la procura di Foggia si stia attivando. "Si intravvede - commenta Sandra Berardi, presidente di Yairaiha Onlus - lo stesso modus operandi dei presunti pestaggi di Modena, Santa Maria Capua Vetere e altri. Più che ristabilire l'ordine si sarebbe trattato di una spedizione punitiva a freddo, una vendetta!".
Berardi aggiunge anche una riflessione: "Mi rammarica che siano passati 10 mesi dall'esposto e solo ora sembrerebbe che sia dato seguito all'esposto. Temo che senza il servizio di Report e le denunce su Il Dubbio, forse tutto sarebbe rimasto sotto silenzio. Ora ci auguriamo che si faccia chiarezza sul carcere di Foggia, individuando i responsabili".
di Laura Valdesi
La Nazione, 28 gennaio 2021
L'avvocato del Garante nazionale dei detenuti: "Le immagini ricostruiscono quanto accaduto in carcere". Dieci condanne per concorso in tortura. A chiederle è stato il pm Valentina Magnini, declinando in quasi tre ore il comportamento degli agenti della penitenziaria che quell'11 ottobre 2018 presero parte a una sorta di spedizione punitiva, questa la convinzione della procura, nei confronti di un detenuto tunisino dentro per droga e una serie di furti. Tutti hanno optato per il rito abbreviato: per otto il pm ha chiesto la condanna a 3 anni, per un assistente capo (l'unico difeso dall'avvocato Stefano Cipriani, gli altri vengono assistiti da Manfredi Biotti) a 2 anni, per un agente scelto ad un anno e 10 mesi.
Nell'aula al piano terra di palazzo di giustizia non è stato visto l'intero video, che dura un'ora e 50 minuti, ma ampi spezzoni. Quelli che, secondo l'accusa, consentivano di confortare la tesi del concorso nell'aggressione al carcerato insieme ai cinque colleghi per cui il 18 maggio inizia il processo per tortura, il primo nel quale viene contestato tale reato a pubblici ufficiali da quando è stato introdotto nel 2017.
"Il mio assistito era presente all'udienza, quando scorrevano le immagini salienti dove si vede che si dirigono verso la cella per prenderlo. Oltre alle azioni, alle botte, emerge l'animosità e l'aggressività - spiega l'avvocato Raffaella Nardone che ieri ha parlato come parte civile - visionato anche il filmato della telecamera che punta sulla nuova cella, numero 19. Scene a dir poco sconcertanti da parte di persone che indossano una divisa". Nardone conferma che il detenuto ha già dichiarato che non sarà presente alle prossime udienze, neppure quando verrà letta la sentenza il 17 febbraio prossimo.
"Il video ci pare sufficiente per ricostruire quanto è accaduto. Si sono mossi a falange - spiega l'avvocato Michele Passione che rappresenta il Garante nazionale dei detenuti, parte civile con il carcerato picchiato e l'Altro diritto - si vede che viene tirato un pugno, buttato giù. Gli sferrano calci. Le parti viste in aula danno conto, a nostro avviso in modo chiaro, dell'antefatto e dell'episodio da cui è scaturita l'inchiesta".
Nelle quasi sei ore di udienza, metà delle quali occupate dalla requisitoria del pm, è stato composto il mosaico che il gup Rocchi dovrà valutare per la sentenza del 17 febbraio. Anche alla luce, però, delle ragioni della difesa che parlerà il 10. Gli avvocati Cipriani, che assiste uno degli imputati (tra l'altro è stato sentito in incidente probatorio nel troncone madre) e Biotti che difende invece gli altri nove, intendono smontare il concorso in tortura.
Come hanno fatto e argomentato anche con indagini proprie già depositate la scorsa udienza. Il tunisino - il suo legale racconta che ancora deve assumere farmaci per dormire e che convive con la paura di essere aggredito - sarebbe stato vittima del "trattamento inumano e degradante" e di "acute sofferenze fisiche", questa l'accusa. Pensava di andare a fare la doccia, aveva asciugamano e spazzolino in mano. È successo tutt'altro. A stabilire dove sta la verità fra le due posizioni diametralmente opposte di procura e difesa tocca al giudice.
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