di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 29 gennaio 2021
"Servono sia la riforma dell'ordinamento penitenziario che quella del processo civile e penale, garantendo tempi certi. Poi occorre tornare alla riforma Orlando sulla prescrizione, coinvolgendo avvocatura e magistratura nel monitoraggio pregnante del suo funzionamento da un posto all'altro". Cosimo Ferri, deputato di Italia Viva ed ex magistrato, auspica che la strategia sulla giustizia di un eventuale nuovo governo "riparta dalla riforma Orlando" e non si tira indietro quando viene ipotizzata la presenza proprio dell'esponente dem a via Arenula al posto di Alfonso Bonafede.
Onorevole Ferri, cosa chiederete in tema di giustizia a chi arriverà a palazzo Chigi affinché abbia il vostro sostegno?
Non sta a me fare richieste né al Presidente della Repubblica né al presidente del Consiglio, ma certamente il governo che verrà dovrà dare un segnale di discontinuità rispetto agli ultimi due esecutivi.
Il segnale che chiedete coincide con la rimozione di Bonafede da ministro della Giustizia?
Bonafede ha fatto il ministro sia nel Conte uno che nel Conte bis, che come è facile immaginare anche per chi non si occupa di giustizia avevano visioni diverse su questo tema. Ma la debolezza dell'operato del Conte bis sulla giustizia è nei fatti, perché pur essendosi salvato su diversi passaggi critici come la Tav, poi sulla giustizia ha fatto un passo indietro dimostrando di non essere sicuro. Aver aperto la crisi dopo il voto di fiducia ma prima della relazione sulla giustizia è il riconoscimento che questa politica non ha avuto consensi in Parlamento.
Dice che non è questione di nomi, eppure la distanza tra le vostre proposte e quelle pentastellate è abissale. Il problema è Bonafede?
Il problema non è Bonafede ma quello che ha portato avanti, dall'ordinamento penitenziario alla magistratura onoraria. Veti sui nomi abbiamo sempre detto che non si faranno, perché non sono corretti. Ma sui temi sì e lui non ha affrontato nessuna di queste questioni. Un settore molto tecnico come la giustizia, nel quale occorre confrontarsi ad esempio con la magistratura e l'avvocatura, chiede risposte adeguate che non sono state date.
La discontinuità più forte che chiedete è quella sulla prescrizione?
La riforma della prescrizione è certamente uno dei punti fondamentali. Io ci ho lavorato con il ministro Orlando e avevamo trovato punto di equilibrio allungando i tempi della prescrizione tenendo conto delle garanzie dell'imputato e della persona offesa attraverso la giusta durata del processo. Tutti hanno interesse a un processo veloce, anche gli stessi testimoni. Ne va della ricerca della verità. I "non ricordo" dei testimoni a otto anni dal fatto perdono di quella genuinità tipica anche della prova.
Crede sia opportuno che il nuovo governo riparta da quella riforma?
Sì, perché non sappiamo ancora se funzioni o no. Avevamo chiesto a Bonafede di monitorarla e modificarla in caso non avesse funzionato. Lui si era preso l'impegno di istituire una commissione e aveva assicurato di pensare a una riforma che garantisse i temi celeri del processo penale. Se rendiamo veloci i processi, il dibattito sulla prescrizione diventa un tema superato. Ma anche qui tanti annunci e pochi fatti.
Magari la persona giusta per ripartire dalla riforma Orlando è lo stesso Orlando. Farete il suo nome come futuro ministro della Giustizia?
Le decisioni sui ministri non spettano a me ma al futuro presidente del Consiglio incaricato, che li propone, e al Presidente della Repubblica, che li nomina. Posso però dire di aver lavorato molto bene con Orlando e di essere stato impressionato dalla sua capacità di ascolto, dimostrata ad esempio in occasione degli stati generali sulle carceri che facemmo alla presenza di Napolitano prima e di Mattarella poi e aprendo il dialogo alla società civile. Un ministro della giustizia deve saper ascoltare e poi decidere. E lui lo sa fare.
Da quali punti programmatici chiedete di ripartire?
Sarò schematico. Servono sia la riforma dell'ordinamento penitenziario che quel del processo civile e penale, garantendo tempi certi. Poi occorre tornare alla riforma Orlando sulla prescrizione, coinvolgendo avvocatura e magistratura nel monitoraggio pregnante del suo funzionamento. Infine, bisogna investire sulle garanzie del processo penale e civile telematico, puntando sulle notifiche, migliorare quello che si è già fatto sulla depenalizzazione e rafforzare ulteriormente i riti alternativi.
Un programma vasto e impegnativo. Servirà un governo stabile e duraturo per portarlo a termine, non crede?
Come quando si parla di Recovery plan, anche in tema di giustizia occorre ragionare come Paese e non come interesse di partito. Ci vogliono maggioranze allargate perché chi verrà dopo deve condividere un certo programma, dal momento che su alcune questioni non si può tornare indietro. Lo stesso Bonafede a volte ha portato avanti le nostre politiche, il problema è che non ha saputo implementarle. Sulla politica delle assunzioni del personale ad esempio c'è stata collaborazione. A una mia interrogazione di qualche giorno fa ha risposto parlando del nostro concorso come di un "passaggio epocale".
Lei ha parlato di Recovery Plan. Come devono essere investiti per la giustizia i denari messi a disposizione dall'Unione europea?
Il Recovery plan serve per fare investimenti strutturali che diano discontinuità e lascino un segno. Le urgenze sono la digitalizzazione (che non deve diminuire le garanzie) e l'edilizia giudiziaria, con il recupero di posti nelle carceri e interventi strutturali (non credo molto nella creazione di nuove carceri, la pena deve essere certa ma umana e dignitosa) e degli uffici giudiziari. Poi occorre investire nella formazione del personale amministrativo e nell'organizzazione: non si possono aspettare mesi per spostare i fascicoli da un posto all'altro.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 29 gennaio 2021
Tra le cause il "produttivismo" dei pm. Nel 2019 le sentenze monocratiche in ordinario sono state 271 mila, 90 mila in riti alternativi, 27 mila le sentenze collegiali. Processi che finissero con il 90% di condanne sarebbero non un sistema efficiente, ma un incubo che negherebbe la ragione stessa del giudizio come luogo di verifica dell'accusa.
Ma forse neppure è sano che, almeno per la maggioranza dei reati (quelli davanti al giudice monocratico), già in primo grado i processi si concludano in media con assoluzioni nel 35-40% dei casi. Eppure è quanto emerge se si ha la pazienza e si fa la fatica di provare a cercare, tribunale per tribunale, questo dato qualitativo che altrimenti non è contenuto nella pur copiosa statistica quantitativa che proprio oggi e domani verrà come al solito riversata nelle cerimonie di apertura dell'anno giudiziario, in un tripudio di quanti processi siano sopravvenuti, quanti definiti, in quanto tempo, ad onta di quante carenze di organico, e via ingrossando i vari indici. Tutti tranne uno: ma come finiscono questi processi in primo grado?
Numeri sparsi - Una risposta seria non è facile per svariate ragioni. Intanto non esiste appunto un posto dove sia possibile attingere questo dato aggregato. Molti dei tribunali interpellati, come pure dei distretti giudiziari (ad esempio Napoli e Trieste) di Corti d'Appello raggruppanti più tribunali, rispondono di non essere in grado di ricavarlo. Altri non rispondono, altri ancora si sforzano invece di fare una ricerca apposita per non incorrere nella fallacia statistica (che in passato aveva inficiato le prime timide attenzioni al tema) di non depurare il numero delle assoluzioni dalle tante prescrizioni, o dalle (invece non tantissime) tenuità del fatto e messa alla prova. Inoltre c'è differenza tra la mole di procedimenti in cui la Procura esercita (per lo più a citazione diretta) l'azione penale per reati di competenza in Tribunale del giudice monocratico, e la più ristretta quota di dibattimenti (dove il tasso di assoluzione è più basso) per i reati ben più gravi giudicati dal Tribunale in composizione collegiale (tre giudici): nel 2019 le sentenze monocratiche in ordinario sono state 271 mila, 90 mila in riti alternativi, 27 mila le sentenze collegiali.
Riflessione - Pur con tutti questi distinguo, i numeri trovati consentono una riflessione attendibile almeno appunto sui processi monocratici, che ad esempio annoverano furti, ricettazioni, lesioni personali (salvo le gravissime), spaccio di droga (salvo le forme aggravate e il narcotraffico), frodi informatiche, truffe sulle erogazioni pubbliche, traffico illecito di rifiuti, auto-riciclaggio. Qui, su cento volte nelle quali la Procura ritenga di non archiviare ma di mandare a processo qualcuno, l'assoluzione è subito l'esito già nel 35% dei casi nel distretto di Roma (con punte in tribunale del 47% a Civitavecchia o Viterbo); 40% nel distretto di Palermo; 40% in tribunale a Firenze; quasi 40% nel distretto di Milano (27% in tribunale a Milano come a Lodi e Busto Arsizio, 35% a Monza, ma con picchi del 50% in tribunale a Como e del 72% a Varese); 34% nel distretto di Reggio Calabria; 30% nel tribunale di Torino; pure 30% nel distretto di Bologna (con punta del 40% a Reggio Emilia); 41% nel distretto di Bari (con tribunali al 38,5% a Bari o al 46% a Trani).
Nuovi occhiali - Assoluzioni in questa quantità, subito al primo colpo, sembrano andare ben oltre il fisiologico esito della prova di resistenza di una ipotesi d'accusa, e fanno temere che molte persone affrontino i danni collaterali (personali, lavorativi e anche economici per il costo della difesa) per la sola pendenza di procedimenti forse non tutti così granitici già in partenza. Prezioso sarebbe disporre di "occhiali" statistici più raffinati (nell'estate 2020 i dirigenti ministeriali hanno assicurato che "la soluzione di questo problema è uno degli obiettivi ipotizzabili nell'arco di un anno"), ad esempio per distinguere i vari tipi di assoluzione (piena o per prova insufficiente, perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, ecc.): in modo da comprendere se un così elevato tasso di cedimento dell'accusa dipenda dal ricorrente meteorite di un fatto nuovo sempre e solo nel dibattimento, o se sia l'onda lunga e deleteria di un'idea sbrigativamente efficientista e rozzamente "aziendalista", che magari spinge i pm a un produttivismo seriale e scadente ma funzionale a vantare poi doti manageriali al momento delle progressioni in carriera, misurate solo sulla quantità prima dai Consigli giudiziari locali e poi dal Csm.
Possibili cause - Se si parla con i giudici, la loro impressione è che le imputazioni spesso siano firmate dal pm ma in realtà redatte dal suo staff, peraltro in fascicoli non di rado istruiti poco (tipico il caso delle bancarotte con solo la relazione del curatore e l'identificazione errata di amministratori di fatto). Per i pm, invece, sarebbero i giudici a utilizzare poco i poteri istruttori integrativi; peserebbe il cambio in corsa di interpretazioni giuridiche sull'utilizzabilità delle prove; e non marginale sarebbe il fatto che nelle udienze monocratiche quasi sempre a sostenere l'accusa siano magistrati onorari (i vpo-viceprocuratori onorari). Costoro, a loro volta, rigettano l'accusa di essere meno "pm" in udienza dei pm titolari, che peraltro da anni gli hanno subappaltato l'intero ruolo monocratico, al punto da faticare a mandare avanti la quotidianità nei periodi in cui i vpo scioperano per chiedere di non essere più trattati dallo Stato come "precari" pagati a cottimo, senza pensione e malattia. E a sentire gli avvocati sarebbe l'ipertrofia dell'esercizio dell'azione penale a intasare i tribunali.
Effetti e alibi - Su tutto aleggia il circolo vizioso tra arretrato, lunghezza dei processi e loro esito: nel senso che più esiste un arretrato che schiaccia taluni tribunali, più tardi (a distanza di mesi e in qualche caso anche di anni) vengono fissati i processi a citazione diretta chiesti dai pm, più sbiadiscono i ricordi dei testi a distanza di così tanto tempo, e più è facile che così si sgretolino elementi anche solidi all'inizio... Somigliano però ad alibi autoconsolatori le minimizzatrici litanìe intonate in magistratura appena si sfiora il tema: in questi dati sulle assoluzioni non sono infatti contate le prescrizioni, e neanche le sentenze "promiscue" (che assolvono una persona su alcune imputazioni ma la condannano su altre). E anzi, se davvero i procuratori della Repubblica sono statisticamente "ciechi" sull'esito in primo grado dei processi che promuovono, viene da chiedersi come facciano allora a rispettare la circolare Csm sulle Procure che a loro impone, nella redazione del progetto organizzativo dell'ufficio, di tenere conto degli "esiti dei diversi tipi di giudizio". Appunto quelli che, al riparo delle statistiche solo quantitative, un po' tutti sembrano contenti di non (poter) conoscere.
di Giulia Merlo
Il Domani, 29 gennaio 2021
Il ministro interviene oggi all'evento con tutti i vertici della giustizia in Cassazione. Sarà un discorso breve e istituzionale, senza accenni alle riforme del 2021. In attesa di sapere se il Guardasigilli rimarrà a via Arenula. In tempo di pandemia e di crisi di governo, anche l'inaugurazione dell'anno giudiziario si celebra in scala ridotta e senza la consueta enfasi.
Il momento solenne in cui le più alte cariche dello stato e della magistratura si ritrovano nell'aula magna della corte di Cassazione per fare il bilancio dell'anno appena concluso e dare prospettiva a quello che comincia si svolge in forma ridotta: un'ora e mezza appena di durata, delegazioni ridotte al minimo indispensabile e nessun giornalista ammesso al Palazzaccio di piazza Cavour.
Colpa del covid, ma che per una volta potrebbe venire in aiuto del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: il suo intervento sarà breve, in linea con il complessivo contingentamento dei tempi della cerimonia, e si concentrerà sulla giustizia alla prova della pandemia e su come verranno spesi i fondi del Recovery plan. Nessun afflato di prospettiva futura, nessun auspicio per il 2021 appena iniziato e soprattutto nessun accenno politico. Istituzionalmente inappuntabile, vista la situazione di un governo dimissionario, ma anche strategicamente cauto.
Il guardasigilli, infatti, è reduce da una settimana di tensione: era atteso in parlamento a metà settimana per presentare la sua relazione sulla giustizia, ma proprio quel passaggio d'aula rischiava di essere la Waterloo del governo scampata pochi giorni prima e il sacrificio pubblico del capo-delegazione Cinque stelle. Capita l'antifona delle opposizioni (in testa Italia viva, che aveva annunciato già il voto contrario alla relazione ed era tornata a battere sul tema della prescrizione) e realizzato che il gruppo dei responsabili non sarebbe stato sufficiente, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha scelto di non parlamentarizzare la crisi e dunque la strada obbligata delle dimissioni. Questo ha salvato Bonafede dalla gogna dell'aula, ma non ha tolto dalle sue spalle il bersaglio di ministro in bilico, anche nel caso di una conferma di Conte a palazzo Chigi. È in questo clima infuocato che oggi il Guardasigilli si presenta in Cassazione: conscio della sua situazione di debolezza politica e consapevole anche che il suo discorso sarà passato al setaccio, in cerca di ulteriori elementi per affossarlo. È per questo che punta a non lasciare alcun margine di attacco ai suoi detrattori.
Dunque il suo discorso sarà conciso, con al centro due soli punti: l'attuale situazione della macchina giustizia, affaticata da un anno di pandemia che ne ha rallentato il funzionamento ma anche dotata di nuovi strumenti informatici; i fondi del Recovery fund messi a disposizione di via Arenula e per quali interventi e riforme già in cantiere i 3 miliardi verranno spesi.
A mancare, invece, saranno tutti i passaggi più politici: il discusso stop della prescrizione da pochi mesi entrato in vigore con una legge che porta il nome dello stesso Bonafede; le riforme del processo civile e penale ancora ferme in commissione ma incluse dell'ultima bozza di Recovery plan; la riforma del Consiglio superiore della magistratura che sta facendo molto discutere proprio i magistrati a cui Bonafede di rivolge. In sintesi: nessuna rivendicazione di quel programma di governo per la giustizia, che è proprio il punto su cui il Conte bis ha rischiato di cadere in aula.
La relazione - Bonafede ripeterà a grandi linee i punti delle 200 pagine di relazione sull'allocazione dei fondi del Recovery, anche quelle depurate da qualsiasi considerazione di merito politico. Il dato di partenza, però, rivendica la centralità del dicastero di via Arenula: non solo quelli per la giustizia, ma tutti i 209 miliardi del Recovery fund sono vincolati a una velocizzazione dei processi e alla lotta alla corruzione. La misura portante riguarda le assunzioni: "2,3 miliardi sono destinati ad assunzioni a tempo determinato dedicate in larga parte al rafforzamento e alla riqualificazione dell'Ufficio per il processo", con l'obiettivo di rendere più efficiente la macchina e di smaltire la mole di arretrato che affossa il lavoro delle corti.
Poi ci sono gli interventi di edilizia giudiziaria, "Una delle linee di finanziamento, dell'ammontare di circa 470 milioni di euro, è perciò dedicata alla realizzazione di nuove cittadelle giudiziarie e alla riqualificazione delle strutture esistenti, in un'ottica green e di sicurezza sismica". Infine, la digitalizzazione: "L'intento è di reingegnerizzare e rafforzare l'infrastruttura che sorregge i sistemi del processo civile (Pct) e del processo penale telematico (Ppt), già interamente finanziati con risorse interne ed europee".
La relazione, poi, contiene i numeri dell'arretrato civile e penale. Nel civile "il numero totale di fascicoli civili pendenti è pari a 3.292.218", cifra leggermente più alta rispetto al 2019 a causa del rallentamento dell'attività dovuta all'emergenza epidemiologica. Lo stesso aumento vale anche per il penale: 2,6 milioni di procedimenti pendenti e "nei primi nove mesi del 2020 il totale delle pendenze penali è cresciuto del 4,3 per cento".
Numeri che graveranno sulle spalle del successore di Bonafede, o almeno così sembra probabile alla luce delle ultime schermaglie politiche: esiste l'ipotesi di una staffetta con l'ex ministro dem Andrea Orlando, ma si ragiona anche su profili tecnici e considerati "garantisti" come quello di Marta Cartabia e Sabino Cassese, graditi anche a Italia Viva.
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 gennaio 2021
"A volte non servono sforzi interpretativi: la legge è chiara. Anzi, è chiaro il diritto. Che è definito dalla legge e prima di tutto dalla Costituzione". Alessio Lanzi, consigliere laico del Csm, fino al giorno prima di essere eletto (su indicazione di Forza Italia) a Palazzo dei Marescialli ha svolto attività da avvocato penalista, oltre a tenere una cattedra alla Bicocca. Ieri ha difeso un magistrato: Catello Maresca. Lo ha fatto come relatore della pratica relativa all'ipotesi di "incompatibilità ambientale" per il pm napoletano. Maresca, in servizio presso la Procura generale, da mesi è indicato sui giornali come possibile candidato sindaco del centrodestra nel capoluogo campano. "Ma lui non ha formalizzato alcuna candidatura, e sarebbe stato impossibile visto che neppure c'è la data del voto, né l'ha mai annunciata", ricorda Lanzi. "Ritenerlo incompatibile con l'esercizio delle funzioni a Napoli avrebbe semplicemente privato il dottor Maresca del diritto a partecipare a elezioni riconosciuto a tutti i cittadini dall'articolo 51 della Costituzione. Ecco perché ho votato per l'archiviazione della pratica, approvata dal plenum".
Tanto per fare ordine: se non ha formalizzato alcunché, su quale base poteva essere trasferito?
Non c'era alcuna base giuridica, infatti. La pratica è stata aperta dopo la segnalazione trasmessa al Csm dal capo dell'ufficio presso cui Maresca è in servizio, il pg di Napoli Luigi Riello. Abbiamo esaminato il caso in prima commissione, e abbiamo approvato una delibera con proposta al plenum di archiviazione, appunto.
Eppure in plenum è finita 12 a 9, con un astenuto. C'è mancato poco che su Maresca si aprisse una procedura di trasferimento...
Le ragioni di un trasferimento non esistono. È stata compiuta l'unica scelta compatibile col diritto vigente. Da una parte l'articolo 51 riconosce a tutti, magistrati inclusi, la possibilità di partecipare a elezioni politiche o amministrative. Dall'altra la legge preclude la candidatura nel luogo in cui il magistrato abbia esercitato le proprie funzioni fino a 6 mesi prima, ma solo per il Parlamento. Nelle istituzioni locali è prevista semplicemente l'aspettativa dopo aver formalizzato la candidatura.
In plenum i consiglieri Cascini e Marra hanno detto: ormai Maresca è un candidato di fatto...
Primo: lui non ha mai confermato di volersi candidare. Lo dicono altri, e in ogni caso non si può rispondere per altri. I giornali hanno scritto che lo avrebbe contattato Silvio Berlusconi, alcuni articoli hanno dato rilievo alle parole del parroco che ne conoscerebbe gli intenti profondi... Una cosa è certa: non si può limitare un diritto costituzionale sulla base di una legge che non esiste. Sarebbe pericoloso tentare di forzare il quadro normativo, per almeno due motivi.
Quali?
Prima di tutto, se bastano voci sulla possibile candidatura di un magistrato perché il Csm lo trasferisca, chiunque può decidere di colpire un pm o un giudice sgradito con illazioni simili: lo fa mandar via dall'ufficio in cui lavora. Con buona pace dell'autonomia e indipendenza. Secondo: se la legge non preclude quanto l'articolo 51 della Carta in linea generale consente, allora al magistrato interessato a candidarsi al Comune o alla Regione devono essere consentite anche le attività prodromiche: cioè le interviste, le dichiarazioni, o anche semplicemente le interlocuzioni di cui poi magari la stampa dà conto.
Il consigliere Nino Di Matteo ha definito preziosi i candidati che provengono dalla magistratura ma anche dall'avvocatura. Allora non è vero che l'area più intransigente del mondo giudiziario considera gli avvocati inaffidabili...
Il consigliere Di Matteo non potrebbe mai condividere le illazioni rivolte agli avvocati da qualche esponente politico inavveduto. Da quanto ho potuto osservare in prima commissione, dove siamo entrambi, non la pensa affatto in quel modo. La sua esperienza di magistrato gli ha consentito di comprendere quanto sia essenziale la funzione del difensore.
Maresca che candidato sindaco sarebbe?
L'ho visto solo in foto. Mi sono impegnato nella discussione sul caso in difesa di un principio. Non ne ho idea, francamente.
Chiamato in audizione dai 5 stelle in commissione Giustizia, spiazzò tutti: fu assai critico sulla riforma della prescrizione...
Allora sono ancor più contento di aver affermato il principio, perché evidentemente mi sono impegnato per una persona davvero dotata di indipendenza.
A proposito: sulla prescrizione c' è appena caduto un governo...
Sono compiaciuto delle critiche rivolte dal dottor Maresca a quella norma proprio perché io stesso ho scritto in questi anni numerosi contributi per sostenere che la modifica sulla prescrizione è di stampo sostanzialmente medievale. Non è il giusto processo: è la santa inquisizione. A proposito di principi costituzionali da rispettare: l'articolo 111 non solo stabilisce che il processo deve avere durata ragionevole, ma anche che la legge deve concorrere a tale esito. E invece la nuova prescrizione fa in modo che avvenga esattamente l'opposto, e cioè che il processo abbia una durata non ragionevole. Il Medioevo, appunto.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 29 gennaio 2021
"Nessuna riforma può esser efficace senza l'immissione di risorse umane e strumentali adeguate, senza mettere benzina nella macchina della giustizia". Con queste parole, apparentemente convincenti, il Ministro Bonafede ha licenziato la sua "relazione sullo stato della giustizia" prima che la crisi in atto licenzi lui. Il documento, depurato con vereconda parsimonia, di ogni riferimento politico, è un evanescente surrogato del programma originale, sul quale il Parlamento si sarebbe dovuto pronunciare ieri, e che avrebbe consacrato, visti i numeri, la fine del governo Conte.
Il risultato è un caotico sincretismo di aspirazioni enfatiche che per di più, e questa è la parte che ci interessa, inverte i termini della questione. Perché è vero che le risorse destinate alla giustizia sono insufficienti, ma è ancor più vero che la loro destinazione, senza le adeguate riforme normative, assomiglierebbe al nutrimento forzoso di un organismo malato, il quale distrugge il cibo che non riesce ad assimilare. E il nostro sistema giudiziario è minato da un morbo che lo corrode dal di dentro, e che dev'essere estirpato prima di pensare al recupero dell'organismo. Questo morbo è la complessità e l'inadeguatezza di entrambi i codici che disciplinano il processo, quello civile quanto quello penale. I sintomi più allarmanti sono, come ormai è stucchevole ripetere, i tempi biblici della loro durata.
Partiamo dalla giustizia civile. La sua lentezza impatta sui costi delle imprese, sull'allocazione e sul costo del credito, e più in generale sulla certezza dei rapporti contrattuali. Il danno approssimativo è pari al due per cento del Pil, perché nessun investitore accetta il rischio che l'adempimento di un'obbligazione, la risoluzione di un rapporto di lavoro, o comunque una qualsiasi controversia su interessi economici si trascini per anni con esiti incerti.
Ma perché le nostre cause durano il doppio, e talvolta il triplo rispetto alla media europea? Non tanto, e non solo, perché le risorse sono insufficienti, quanto e soprattutto perché le procedure sono ingarbugliate e farraginose, come la gran parte delle nostre leggi. Che fare allora? Dopo averle tentate tutte, con risultati deludenti, proviamo a copiare. Il sistema tedesco, ad esempio, è molto razionale ed efficace. Prendiamolo in blocco, e senza vergognarsi: anche loro hanno copiato dal nostro diritto romano.
E ora quella penale. Non ripeteremo qui le consuete litanie sulla politicizzazione della magistratura, l'abuso della custodia cautelare e delle intercettazioni, l'invadenza delle procure, il protagonismo di alcune toghe, la violazione del segreto istruttorio ecc. ecc. Tutte cose che vulnerano la credibilità della nostra civiltà giuridica, o di quel che ne rimane, ma che esulano dai nostri propositi.
Parliamo invece della sua inefficienza. Essa dipende da una contraddizione insanabile tra il codice attuale e la Costituzione. Il codice Vassalli è nato con un impianto anglosassone, (non per nulla si parlò di processo alla Perry Mason) di impronta garantista e liberale. Al contrario, i nostri padri costituenti, nel lontano '48, avevano davanti il codice Rocco e, paradossalmente, vi adattarono la Costituzione, inserendovi le caratteristiche tipiche del processo inquisitorio: obbligatorietà dell'azione penale, unità delle carriere, impugnazione delle sentenze assolutorie ecc. Tutte cose che fanno rabbrividire un giudice inglese o americano. E poiché nella gerarchia delle fonti la Costituzione, benché più vecchia, prevale sul codice più recente, quest'ultimo, modellato come s'è detto su principi affatto diversi, si è rivelato con essa incompatibile, e oggi è un pasticcio di cui nessuno capisce più nulla. Anche il profano può rendersene conto spulciandone gli articoli dove modifiche, soppressioni e integrazioni sono più numerose del testo originale.
Ecco perché questa sgangherata 500, con il motore truccato di una Ferrari, non può funzionare per quanta benzina ci si metta, come suggerisce Bonafede. Bisogna cambiare veicolo. E se si vuole una Ferrari vera, costosa ma veloce come il sistema anglosassone, bisogna modificare la Costituzione. E le risorse? Certo che sono necessarie: non perché siano in sé scarse - anche se purtroppo lo sono - ma perché sono insufficienti rispetto ai fini ambiziosi che questa politica si propone: punire tutto inventandosi una marea di reati, e mantenendo l'obbligatorietà dell'azione penale.
Concludo. Il fallimento della nostra giustizia non è certo colpa di Bonafede. Esso risiede nel dilettantismo indifferente e opaco con il quale la politica ne ha da tempo trascurato le esigenze. E tuttavia è quasi una Nemesi che il governo Conte sia caduto proprio per evitare un dibattito parlamentare sulla prescrizione, che ne costituisce la macchia più indelebile.
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 gennaio 2021
L'ex presidente dell'Anm ripercorre le fasi della mancata nomina di Nicola Gratteri a ministro della Giustizia con l'allora governo Renzi: "La magistratura è più potente della politica e può condizionare la riforma della politica". "La magistratura è più potente della politica e può condizionare la riforma della politica".
Lo ha detto l'ex presidente dell'Anm, Luca Palamara, intervenendo alla trasmissione Buongiorno Regione della TgR Calabria. L'ex magistrato, che ha origini calabresi, ha sottolineato che in Calabria "ci sono degli importanti investigatori e importanti magistrati che si battono per la legalità", quindi ha ripercorso le fasi della mancata nomina di Nicola Gratteri a ministro della Giustizia con il Governo Renzi. "Nicola Gratteri - ha detto - è una persona troppo indipendente. Con lui ho condiviso l'inizio della mia carriera. Basta prendere l'ultimo documento di pochi giorni fa di Magistratura Democratica per capire che Gratteri all'interno della magistratura, quanto meno, non è benvoluto dalla parte che conta della magistratura. Ho sempre apprezzato, al di là del merito delle inchieste, comunque il suo coraggio".
L'ex presidente dell'Anm ha aggiunto: "Nella vicenda della mancata nomina a ministro della Giustizia, sicuramente all'interno della magistratura e nell'allora mio ufficio, la Procura di Roma, c'era timore che potesse diventare Ministro. Per la mia esperienza, quando si mettono in moto questi meccanismi, difficilmente la politica può accettare una cosa del genere. Successivamente - ha concluso Luca Palamara - ho avuto modo di sapere in alcuni incontri politici che non era voluta da alcuni magistrati della Procura di Roma".
I fatti risalgono al 2014. L'anno in cui Matteo Renzi era presidente del Consiglio: appena incaricato dall'allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il leader di Italia viva voleva a tutti i costi Gratteri alla guida del ministero della Giustizia. Gratteri al tempo era procuratore aggiunto a Reggio Calabria ma si era già fatto notare per la sua lotta alla criminalità organizzata e una popolarità sempre crescente anche al di fuori della magistratura Per questo Renzi voleva affidargli la guida di via Arenula, ergendolo a "segnale più importante della discontinuità che intendo dare al mio esecutivo". Gratteri era pronto ad accettare ma, disse, "soltanto se avessi la libertà di realizzare le cose che ho in testa".
Voleva carta bianca, insomma, e l'allora neo inquilino di palazzo Chigi era disposto a dargliela. Ma non finì bene, perché a mettersi di traverso fu proprio Napolitano, che storse la bocca quando Renzi presentò la lista dei ministri. Si parlò di una regola non scritta, ma praticamente sempre rispettata, per cui un magistrato ancora in servizio non potesse ricoprire il ruolo di ministro della Giustizia. Non tutte le ricostruzioni di quei momenti convergono, fatto sta che dopo tre ore di colloquio la lista dei ministri cambiò e quella casella venne occupata da Andrea Orlando, democratico garantista, pro abolizione dell'ergastolo e contrario all'obbligatorietà dell'azione penale.
di Giuseppe Di Federico
Il Riformista, 29 gennaio 2021
Accolgo volentieri l'invito del Riformista a partecipare al dibattito sulle valutazioni di professionalità dei magistrati avvenuto su questo giornale nei giorni scorsi. Dibattito cui hanno contribuito avvocati delle Camere penali ed un magistrato di grande esperienza ed ex componente del Csm, Nello Rossi. Da entrambe le parti si segnala l'inattendibilità di quelle valutazioni e l'esigenza di riformarle al fine di meglio garantire la qualità della giustizia ai cittadini e l'efficienza della giustizia. Difficile non essere d'accordo con loro.
I dati delle ricerche da me condotte analizzando i verbali del Csm a partire dagli anni 1960, dati periodicamente da me pubblicati, mostrano che la percentuale dei magistrati valutati positivamente ha variato tra il 99,1% ed il 99,5%. Di regola, cioè, negli ultimi 50 anni il Csm ha deciso di sua iniziativa (non lo prevede nessuna legge) di promuovere tutti i magistrati fino al vertice della carriera in base all'anzianità salvo i casi di grave e documentato demerito (come le più elevate sanzioni disciplinari o condanne penali).
Anche i pochissimi magistrati che vengono "bocciati" di regola vengono poi promossi con due o tre anni di ritardo. Non avviene in nessun altro paese europeo con magistrature reclutate burocraticamente (non in Francia, non in Germania, non in Olanda, non in Spagna, ecc.) che sono tutte più efficienti della nostra. Solo una coincidenza? Molte sarebbero le cose da aggiungere sulle modalità con cui il Csm (non) effettua le valutazioni di professionalità. Ne segnalo solo due. Una riguarda la modalità con cui il Csm valuta e promuove i magistrati fuor ruolo e l'altra il contenuto delle valutazioni positive.
Quanto al primo aspetto occorre ricordare che sono stati sistematicamente valutati positivamente e promossi numerosi magistrati che non avevano esercitato funzioni giudiziarie per molti anni, a volte decenni (parlamentari, titolari di incarichi amministrativi, e altro). Ciò facendo il Csm, nella frenesia di promuovere tutti, ha implicitamente, ma chiaramente, affermato, che nel nostro Paese neppure l'esperienza giudiziaria è più necessaria per ottenere valutazioni positive e fare carriera in magistratura.
Quanto al secondo aspetto: avendo personalmente letto molte centinaia di valutazioni di professionalità dei magistrati nel corso delle mie ricerche e della mia esperienza di consigliere del Csm, non posso non essere d'accordo con quanto scritto nel suo articolo dal magistrato Nello Rossi quando dice: "Dalle valutazioni di professionalità i magistrati emergono quasi sempre come puntuali, laboriosi, competenti, addirittura geniali. È perciò legittimo chiedersi perché nelle valutazioni di professionalità non affiorano quei profili critici del modus operandi di alcuni giudici e pubblici ministeri che in molti conoscono e di cui molto si parla negli uffici giudiziari...".
Nei loro articoli né il presidente della Camere Penali, Gian Domenico Caiazza né il magistrato Nello Rossi offrono credibili proposte di riforma. In particolare, nessuno dei due ci dice come superare il principale ostacolo alla riforma da loro auspicata che deriva dallo stretto collegamento che esiste tra valutazione della professionalità e trattamento economico dei magistrati.
Per spiegare di cosa si tratta dobbiamo ricordare che fino agli anni 1960 l'assetto della carriera dei nostri magistrati era simile a quello degli altri paesi dell'Europa continentale riguardo alle valutazioni di professionalità ed allo svolgimento della carriera: non potevano essere promossi ai livelli superiori della carriera un numero di magistrati superiore al numero limitato dei posti che si rendevano vacanti ai livelli superiori della giurisdizione.
Di conseguenza le valutazioni dovevano essere di necessità reali e selettive. Solo un numero molto limitato di magistrati poteva raggiungere i livelli più elevati della carriera e del trattamento economico: i dati da noi raccolti per il decennio 1952-62 mostrano infatti che più della metà dei magistrati (il 52,2%) andava in pensione senza aver superato il livello intermedio della carriera (quello di magistrato d'appello) e del relativo trattamento economico. Negli altri paesi europei con reclutamento burocratico simile al nostro l'assetto delle valutazioni e della carriera è ancora quello. Da noi invece, a partire dagli anni 1960, il Csm ha deciso di sua sponte (non lo prevede nessuna legge) di promuovere ai vari livelli della carriera tutti i magistrati in base all'anzianità e, al contempo, di attribuire loro un trattamento economico che di regola consente a tutti di raggiungere, nel corso degli anni, anche il livello più elevato del trattamento economico. In altre parole il Csm assicura a tutti i magistrati di raggiungere, nella parte finale della loro carriera, uno stipendio mensile netto di oltre 8000 euro per 13 mensilità, con i conseguenti vantaggi che questo comporta per i livelli delle liquidazioni e delle pensioni.
Proporre di rendere più rigorose le valutazioni di professionalità vuol quindi anche dire che una parte dei magistrati non potrebbero più raggiungere i livelli più elevati della carriera e della retribuzione. Chi propone riforme di questo genere dovrebbe anche indicare come si potrebbe convincere la magistratura a rinunziare ai vantaggi dell'attuale sistema e convincere il Csm ad essere più rigoroso nelle sue valutazioni a dispetto della suo attuale assetto, un assetto in cui la maggioranza dei componenti magistrati sono eletti con l'appoggio delle varie correnti del sindacato della magistratura e quindi comprensibilmente contrari a contrastare le consolidate aspettative dei propri associati (ed anche le proprie).
A riguardo di queste difficoltà è forse significativo ricordare che di regola i soli magistrati che criticano il sistema di valutazione della professionalità e le disfunzioni che ne derivano sono magistrati già andati in pensione o già al vertice della carriera. I magistrati che hanno osato farlo anzitempo sono stati poi osteggiati dall'Anm e penalizzati dal Csm. Solo due esempi. Quelli di Giovanni Falcone e di Corrado Carnevale.
Corrado Carnevale venne denunziato per vilipendio della magistratura dalla procura di Agrigento e certamente fu poi in vario modo osteggiato nella sua carriera dal Csm. Giovanni Falcone subì una dura reprimenda da parte del Direttivo centrale dell'Anm (Bollettino della Magistratura, ottobre 1988) per aver ricordato, in un suo scritto, che gli automatismi di carriera "sono causa non secondaria della grave situazione in cui versa attualmente la magistratura. La inefficienza dei controlli sulla professionalità cui dovrebbero provvedere il Csm ed i consigli giudiziari, ha prodotto un livellamento della magistratura verso il basso". Come si sa anche la carriera di Falcone fu gravemente penalizzata dal Csm in varie occasioni nonostante l'elevata professionalità che gli veniva riconosciuta anche a livello internazionale.
Una postilla. Tutti coloro che sono stati componenti del Csm, tranne me, hanno contribuito col loro voto ad effettuare valutazioni positive della professionalità generalizzate (circa 4000 per ogni consiliatura). In rare occasioni alcuni componenti si sono opposti. Ne voglio ricordare una avvenuta nel corso di una delle centinaia di sedute del Csm cui ho assistito prima di divenire Consigliere e che riguarda proprio il dott. Rossi. Nella seduta del 7 aprile 2000 egli si oppose ad una promozione esibendo una sentenza del candidato che era scritta con calligrafia quasi illeggibile, con numerose cancellature e scarsamente e motivata. Venne accusato da altri consiglieri togati di avere indebitamente criticato il contenuto di una sentenza e rimase in assoluta minoranza. Il Dott. Rossi meglio di altri dovrebbe quindi conoscere le difficoltà di modificare il sistema delle valutazioni ed anche la limitatissima efficacia che potrebbero avere le proposte di riforma che egli fa nel suo articolo.
di Andrea De Lotto
pressenza.com, 29 gennaio 2021
Intervista al garante dei detenuti Francesco Maisto. "Nella mia vita ho fatto giocare tanti bimbi, tanti. C'è un gioco di una facilità estrema e di un successo sicuro, credo peschi lontano tra i nostri gesti primordiali. Prendete una bella corda forte, mettetevi in mezzo, gridate ai bimbi che la prendano da una parte e dall'altra e in un attimo daranno anima e corpo, suderanno e si faranno male alle mani pur di tirare la fune dalla loro parte".
Francesco Maisto dà l'impressione di aver speso tanto tempo a tirare la corda. Una vita trascorsa come magistrato di sorveglianza, si occupa di carceri da sempre; ora è in pensione, ma è garante dei detenuti qui a Milano. Gli chiedo che cosa si stia facendo in questo periodo per mettere in sicurezza i detenuti e chi lavora nel carcere: "Pochissimo!" risponde.
"La cosa da fare era soprattutto una: sfoltire, guadagnare spazio e distanza. Si è fatto troppo poco. Dal ministero una commissione pletorica. Non vi sono quasi più parlamentari che entrano nelle carceri, che si spendono per questa vicenda. Con il Covid il sovraffollamento delle nostre carceri è diventato ancora più evidente e drammatico. Credo che si dovrebbero alleggerire le carceri a livello nazionale di almeno 4/5mila unità. Deve anche aumentare il cablaggio, in modo da avere migliori connessioni per i colloqui o la scuola. La rete internet attualmente spesso non regge. Non è solo questione di soldi da investire; c'entrano anche i troppi intralci burocratici per la realizzazione immediata di alcuni cambiamenti urgenti".
Le rivolte sono state pagate a prezzo altissimo. Quali forme di pressione possono attuare i detenuti e i loro familiari?
Le carceri italiane hanno visto moltissime forme di protesta civile, che devono poter continuare; sono uno sfogo utile e necessario. È stata bloccata per esempio la richiesta di un detenuto di iscriversi all'associazione "Nessuno tocchi Caino" e questo non va bene. Voleva unirsi allo sciopero della fame promosso da Rita Bernardini e al quale mi sono partecipato anch'io. Una lotta per fare pressione rispetto alla criticità della situazione delle carceri italiane. Se manca la trasparenza nelle carceri, questa danneggia tutti: i detenuti, la comunità penitenziaria e anche la popolazione civile. E invece sta tornando questa volontà di chiudersi a riccio. A tratti sembra di tornare al pre-riforma 1975, quando le carceri erano avulse dalla società. Si rischia di tornare a "girachiavi e camosci" (gergo carcerario con il quale si chiamano gli agenti e i detenuti), come vorrebbero alcuni sindacati di polizia penitenziaria e alcuni partiti politici, ma non è possibile.
Come procede la richiesta che nelle carceri arrivino al più presto i vaccini?
Noi garanti stiamo facendo tutte le pressioni possibili, abbiamo firmato appelli ai parlamentari, ai singoli ministri e al governo, abbiamo messo in evidenza i pericoli di contagio nelle carceri, per tutti coloro che vi entrano. Se qualche pubblico ministero diceva che si era più sicuri in carcere che in piazza Duomo, bisogna invece sapere che il Covid è arrivato anche all'interno del reparto 41bis di Opera. Anche oggi è scoppiato un focolaio a Rebibbia. Molti gli appelli anche dal mondo del volontariato e invece i membri del governo non mostrano alcuna intenzione di dare una minima priorità alle vaccinazioni dei detenuti e di chi lavora in carcere. Attualmente i volontari nelle tre carceri milanesi sono più di mille, la maggior parte dei quali in questo momento è bloccata. Qualcuno è riuscito a mantenere la propria attività, ma non è affatto facile. In questo momento gli arrestati sono soprattutto clochards, tossici e persone con problemi di salute mentale, quelli che non hanno nulla da perdere (apro una parentesi: San Vittore è quasi diventato un vecchio ospedale psichiatrico giudiziario!). Spesso non hanno abiti adeguati, hanno freddo...
La situazione è delicata, bisogna fare molta attenzione. Se spesso durante questa emergenza Covid vi è una situazione "oscillatoria" del contagio nella società esterna, questo avviene anche nel circuito penitenziario. Per esempio a Milano c'è un luogo di grande eccellenza come l'Icam (Istituto a custodia attenuata per detenute madri), dove queste vivono con i loro bambini in una struttura ben diversa da un carcere. Attualmente è vuota e il Comune ipotizzava di chiuderla definitivamente, ma chi ci dice che passato questo periodo non si tornino ad avere mamme con bambini? E allora sarà bene avere questa struttura. Rischiamo regressioni.
Torniamo pure al decreto legge che avrebbe dovuto contribuire a ridurre l'affollamento: sono previsti una quantità di motivi ostativi che ne limitano grandemente l'efficacia. La maggior parte delle persone che ne potrebbe beneficiare sono fragili, spesso senza casa, senza lavoro e senza assistenza sanitaria. Non si può far finta di nulla. È vero che la cassa delle ammende ha messo a disposizione dei fondi per affrontare queste situazioni, ma la Regione Lombardia ha voluto spendere quei soldi a favore della polizia penitenziaria. È assurdo, quella ha altri canali per avere aiuti! Ma intanto si perde tempo; queste strutture hanno dei tempi troppo lunghi. Il Parlamento avrebbe dovuto mettere in atto delle misure quasi automatiche per sfoltire la popolazione carceraria di quei soggetti non pericolosi che possono tranquillamente espiare la pena in misure alternative. E questo non è stato fatto.
Le suggerisco un gioco: se lei fosse Ministro di Grazia e Giustizia proporrebbe subito una misura del genere?
Il dottor Maisto ride... "Io ho 74 anni, ero arrivato al massimo della mia carriera e ora sono un magistrato in pensione che fa il garante. In passato ministri che non erano particolarmente progressisti, nel momento in cui l'Italia, per la sentenza europea Torregiani, fu accusata di sovraffollamento, attuarono delle misure speciali che sfoltirono le carceri. Un aumento delle riduzioni di pena per tutti coloro che avevano tenuto una condotta regolare. In quell'occasione tanti poterono uscire, altri videro una riduzione della pena. A maggior ragione oggi si dovrebbe fare un'azione di questo genere, anche a livello simbolico. Si parla di Ristori e Ristori, ma per le carceri niente? La sofferenza sta solo aumentando.
Durante il primo lockdown, quando fummo costretti a restare in casa, qualcuno disse che forse avremmo capito di più le condizioni dei detenuti. Le sembra che sia avvenuto?
No, mi sembra invece che cresca una cattiveria punitiva, un egoismo non fondato. In Italia è ancora forte e diffusa la cultura del "buttare le chiavi e farli marcire dentro". C'è però ancora molta voglia di lavorare, lo vedo dal mondo dei volontari, che restano attivi nel dare speranza. Le risposte del mondo della politica sono spesso false e inadeguate.
In questo momento è più frustrato o più arrabbiato?
Sono più arrabbiato.... anche se preferisco dire "reattivo". La rabbia non mi appartiene.
Lei il carcere di San Vittore lo raderebbe al suolo?
Per niente, bisogna conoscere e mantenere la memoria per sapere quanta sofferenza c'è stata là dentro. Per i nazisti fu un parcheggio prima di mandare gli ebrei verso i campi di sterminio. È un monumento storico all'interno della città, dove ci sono ancora persone detenute che soffrono perché hanno sbagliato o perché forse hanno sbagliato. Potrebbe essere trasformato rispondendo in parte alle esigenze originarie, in parte a nuove funzioni sociali. San Vittore potrebbe diventare un luogo per semi-liberi e anche un museo; sarebbe davvero significativo. Che si ricordi come là dentro migliaia di persone hanno sofferto, a ragione o a torto. A me non va fatta questa domanda. Io ho speso tanto della mia vita lì dentro, da magistrato e alla fine anche da volontario. Ho visto i morti bruciati, ho visto di tutto, mi hanno chiamato per convincere a scendere detenuti che si erano rifugiati nelle bocche di lupo, sono riuscito a far buttar giù quelle finestre da cui non si vedeva fuori, ora sostituite da finestroni. A San Vittore c'erano delle celle sotterranee dette "ai topi" e io le ho fatte chiudere. Ogni giorno mi arrivavano i rapporti giudiziari di infortuni sul lavoro riguardo ai detenuti con le dita tagliate, non c'era la minima sicurezza. Io non sono oggettivo su San Vittore. Io mi ritengo un riformista democratico, un riduzionista; non sono un abolizionista del carcere, ma sono sicuramente per la de-istituzionalizzazione.
La Costituzione italiana dice che la pena, e quindi in sostanza il carcere, deve avere una funzione riabilitativa, rieducativa. Da 1 a 100, come classificherebbe in questo senso il carcere in Italia?
Direi 10. Molto poco. La maggior parte dei fondi viene investita in sorveglianza, struttura, vigilanza, architettura e non in alternative. Bollate resta una struttura "virtuosa" dove la recidiva guarda caso è molto più bassa.
di Ambra Notari
Redattore Sociale, 29 gennaio 2021
Clementi: "Non abbassare la guardia: la proroga delle misure alternative "straordinarie" scade il 31 gennaio, il governo intervenga subito". Garante: "Priorità vaccinare tutta la popolazione carceraria".
Il boom di contagi registrato tra la seconda metà di novembre e fine dicembre sembra essere definitivamente alle spalle, ma anche se "al momento non registriamo particolari criticità, non possiamo abbassare la guardia, perché con la ripresa di alcune attività ovviamente i rischi aumentano". Questo il quadro della situazione relativa al Covid-19 tracciato, ieri nel corso di una seduta di commissione in Comune a Bologna, dalla direttrice del carcere della Dozza, Claudia Clementi.
Nel suo intervento, Clementi spiega che al momento "abbiamo un solo detenuto positivo, e si tratta oltretutto di una persona giunta di recente", aggiungendo che anche i contagi tra gli operatori "si contano sulle dita di una mano, e sono comunque dovuti a contatti extra-lavorativi".
Sul fronte del personale, ricorda poi la direttrice, "a tutti viene fatto mensilmente il tampone molecolare a personale, e ora è in corso screening gennaio", mentre per quanto riguarda i detenuti la situazione è più problematica. Infatti, anche se "ora raramente superiamo le 700 presenze", i dati di fine dicembre, precisa poi l'avvocato Elia De Caro di Antigone, parlano di 671 detenuti, cifra comunque ben superiore alla capienza della Dozza, che non dovrebbe ospitare più di 500 persone.
E anche se "applichiamo le norme sulla detenzione domiciliare speciale e sui permessi in deroga, siamo sempre sul filo del rasoio, perché queste misure scadono il 31 gennaio e ad oggi non sappiamo se saranno rinnovate". Quanto poi ai rischi connessi alla ripresa di parte delle attività, Raffaella Campalastri, referente dell'Ausl per la sanità penitenziaria, cita come esempio il caso di un'insegnante che segue diverse classi di detenuti e che due giorni fa è risultata positiva.
Questo, dettaglia, "ci ha imposto di isolare i detenuti in questione e i loro compagni di cella, e anche se il primo tampone è risultato negativo per tutti, dobbiamo comunque aspettare 10 giorni in attesa di fare il secondo tampone". In ogni caso, assicura, "in generale la situazione relativa alla salute dei detenuti è molto buona".
Anche il Garante comunale dei detenuti, Antonio Ianniello, pone l'accento sulla necessità di non abbassare la guardia e auspica una proroga delle misure alternative alla detenzione, così come De Caro, che sottolinea "l'impossibilità di mantenere il distanziamento in strutture sovraffollate" e rileva "l'inefficacia dei provvedimenti del Governo nello sfollare le carceri".
Si spinge oltre, sul punto, Stefania Pettinacci dell'Osservatorio carcere della Camera penale bolognese, che spera addirittura in "amnistia e indulto, perché le attuali misure alternative sono inique, risibili e inefficaci, in quanto toccano una platea molto ristretta di detenuti e sono difficilmente applicabili a causa, ad esempio, della scarsità di braccialetti elettronici". Sul fronte dei lavoratori, invece, i sindacati Sappe e Fp Cgil chiedono che venga rispettato scrupolosamente il calendario degli screening, e Salvatore Bianco della Fp Cgil auspica anche che "vengano adottate le mascherine Ffp2, più protettive, per tutte quelle attività in cui non è possibile mantenere il distanziamento".
Il Messaggero, 29 gennaio 2021
Il Garante: "Situazione grave". Covid e carcere, numeri che spaventano. "Sono 110 i detenuti positivi questa mattina nella Casa circondariale di Rebibbia Nuovo complesso. Il fatto che la grande parte di essi siano asintomatici e non abbiano bisogno di assistenza sanitaria, se non del monitoraggio costante delle loro condizioni di salute, non toglie nulla alla gravità della situazione". Lo comunica il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa. Una nota divulgata dalla Pisana sottolinea che, secondo l'assessorato regionale alla Sanità, lunedì scorso erano 51 i detenuti positivi al Covid-19 nei 14 istituti di pena del Lazio.
Sulla vicenda interviene Monica Cirinnà, responsabile Diritti del Pd: "Si sta realizzando quello che si sarebbe dovuto prevedere: non può essere l'isolamento fisico dei detenuti a contenere il rischio di contagi: non solo perché in carcere non può essere garantito il distanziamento, a causa del sovraffollamento, ma anche perché un rafforzamento delle condizioni di isolamento ha effetti collaterali pesanti sulla concreta condizione di vita e sulla tenuta psicologica dei detenuti. E anche perché gli enormi problemi in materia di tutela della salute in carcere rendono davvero drammatica la prospettiva di focolai nella popolazione carceraria". "Per questo - conclude Cirinnà - auspico che in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, che avverrà il prossimo 29 gennaio, venga posta grande attenzione sul dare indicazioni precise e linee di intervento per disinnescare la bomba ad orologeria che sono le carceri, ad iniziare dalla gestione dei detenuti in attesa di giudizio".
"Lo ripetiamo quotidianamente - prosegue Anastasìa nel comunicato: le carceri sono luoghi a rischio per la diffusione della pandemia. Questa situazione non può proseguire ancora per mesi, in attesa che arrivi il vaccino o che si prendano il Covid tutti i detenuti. Servono iniziative e disposizioni immediate, a partire dalla scarcerazione di tutti coloro che possano beneficiare di alternative al carcere e dei detenuti in attesa di giudizio per reati non violenti, in modo che si possa gestire nel migliore dei modi l'isolamento, il monitoraggio e l'assistenza di chi contrae il virus in carcere. Serve il vaccino subito, come è stato fatto nelle cinque Residenze per le misure di sicurezza (Rems) del Lazio".
- Lombardia. Carceri: il sistema regge all'emergenza Covid, in attesa del vaccino
- "Barre - Rap, sogni e segreti in un carcere minorile"
- Benevento. Il Garante regionale dei detenuti Ciambriello visita il carcere
- Ferrara. Detenuti picchiati, agenti in aula
- Bergamo. Una guida pratica per accogliere gli autori di reato










