estense.com, 5 novembre 2020
Stando a quanto riportato dai quotidiani, nella notte tra venerdì 30 e sabato 31 ottobre un detenuto della Casa Circondariale di Ferrara avrebbe tentato di togliersi la vita nella cella in cui si trovava da solo. Solo il tempestivo intervento di un Ispettore e due Agenti di Polizia Penitenziaria ha scongiurato il peggio.
Si tratta del secondo tentato suicidio nell'arco dell'ultimo mese per il carcere di Ferrara, poiché già il 3 ottobre scorso il personale di Polizia Penitenziaria aveva salvato la vita ad un altro detenuto, sorpreso mentre tentava di impiccarsi in cella.
Questi dati, specie se rapportati al contesto della piccola realtà ferrarese, destano molta preoccupazione, poiché testimoniano la presenza, nonostante gli sforzi, di ancora troppe criticità nella gestione efficace di situazioni di pericolo, che richiederebbero il riconoscimento dei casi più ad alto rischio mediante l'implementazione di programmi di prevenzione. Costituisce oramai dato acquisito che la riduzione del numero dei suicidi (e l'ambiente carcerario non fa eccezione), passa attraverso l'anticipazione degli interventi al momento in cui si manifestano i primi segnali di disagio e gli eventi potenzialmente stressanti.
Il monitoraggio e l'ascolto costante dei detenuti, mediante la collaborazione sinergica tra le varie figure professionalmente attive nella realtà carceraria, si rivelano utili strumenti per intercettare tempestivamente il malessere ed il disagio connesso all'esperienza detentiva. Si tratta di misure certamente più efficaci dei salvataggi in extremis degli aspiranti suicidi che hanno visto impegnato il personale penitenziario in quest'ultimo periodo, trattandosi di interventi che -
oltre a caratterizzarsi per un considerevole rischio di insuccesso, anche legato a fattori accidentali - possono risultare anche lesivi dell'integrità fisica dei soccorritori stessi, che finiscono spesso per subire lesioni (o aggressioni) durante le manovre di aiuto.
È chiaro che l'emergenza pandemica in corso e le sue connesse limitazioni alla vita di relazione abbiano inciso in maniera ancora più brutale su chi è confinato tra le mura del carcere, enfatizzando le già note carenze degli istituti di pena e, per altro verso, rendendo ancora più difficoltoso l'approntamento di una rete di monitoraggio e sostegno dei detenuti da parte del personale penitenziario. Ecco perché, ancora una volta, si ribadisce comunque l'importanza delle misure alternative alla detenzione, da sempre preziose alleate nella lotta alle criticità connesse al sistema carcerario: sovraffollamento, carenza di organico, inadeguatezze strutturali e dei servizi.
Il Direttivo della Camera Penale Ferrarese
L'Osservatorio Carcere della Camera Penale Ferrarese
di Gianluca Amadori
Il Gazzettino, 5 novembre 2020
Si parla di una decina di positivi al Covid-19 negli uffici della Procura di Venezia e la preoccupazione del personale amministrativo in servizio alla Cittadella della Giustizia di piazzale Roma aumenta di giorno in giorno. Ieri il personale ha deciso di scrivere al presidente Salvatore Laganà per chiedere maggiori misure di sicurezza, in particolare per quanto riguarda il lavoro da svolgersi in udienza, considerato che tutte le aule del nuovo Palazzo di giustizia (salvo una) sono prive di finestre e, di conseguenza, non vi è la possibilità di garantire un adeguato ricambio d'aria nel corso delle molte ore nelle quali si svolgono processi, uno dietro l'altro.
Il presidente del Tribunale è però sceso in campo con un messaggio tranquillizzante: "Nella sede di piazzale Roma del Tribunale ad oggi non mi risultano casi di magistrati o personale di cancelleria risultati positivi al virus - dichiara Laganà - L'unico si è verificato una decina di giorni fa nella sede di Rialto, sono state adottate le misure necessarie, ed è stata fornita la massima informazione a tutti. Ci sono altri dipendenti in malattia, ma il Covid non c'entra".
I casi di coronavirus che preoccupano il personale si sono verificati tra i dipendenti amministrativi della Procura, in particolare quelli in servizio al Registro generale (l'ufficio che ha più contatti con il pubblico), ma vi è anche un magistrato. Nessuno di loro, fortunatamente, versa in condizioni preoccupanti. Alcuni sono asintomatici.
I cancellieri sono preoccupati: lamentano una scarsa informazione e premono affinché venga attuata la disposizione che prevede la possibilità di collocare in smart working metà del personale, in modo da poter lavorare da casa e ridurre il rischio di contagio. Ma le attività lavorative possibili dalla propria abitazione sono poche e il rischio è quello di paralizzare gli uffici giudiziari. Una paralisi che andrebbe ad assommarsi al blocco verificatosi la scorsa primavera, durante il lockdown, che ha lasciato un pesante arretrato da smaltire, con effetti devastanti per la giustizia veneziana. In particolare per quella penale che si svolge necessariamente in presenza.
Per il momento il ministero della Giustizia non ha dato disposizioni più restrittive e, di conseguenza, le udienze proseguono, anche con il nuovo Dpcm che entra in vigore oggi. Nel settore civile, che da tempo ha attivato il processo telematico, il presidente del Tribunale ha raccomandato il ricorso a udienze a distanza in tutti i casi possibili. Ma ciò non si può fare nel penale (dove serve i consenso delle parti) e così, per cercare di ridurre l'affollamento, Laganà ha disposto che le udienze vengano scaglionate per fasce orarie e i processi svolti a porte chiuse.
"Per i processi con molti imputati stiamo pensando di utilizzare spazi più ampi, anche al di fuori del palazzo di Giustizia, come auditorium o sale congressi: stiamo cercando le soluzioni più adatte alle esigenze - anticipa il presidente del Tribunale - Abbiamo già installato 110 barriere in plexiglass per garantire il distanziamento e ne aspettiamo ulteriori 50 per completare il lavoro".
n24tv.it, 5 novembre 2020
"Alla luce dell'evolversi della situazione epidemiologica e delle misure anti-Covid, richiamate nel nuovo Dpcm del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, torna a farsi sentire la necessità per i detenuti della Casa circondariale di Crotone dell'invio di strumenti di protezione individuale: mascherine e gel igienizzante".
A renderlo noto è il Garante comunale detenuti Crotone, Federico Ferraro, che lancia nuovamente un appello "alle Istituzioni tutte, alla cittadinanza, alle realtà economiche locali ed alle associazioni di settore, operative sul nostro territorio, a che si possa far fronte a questa nuova necessità da parte della popolazione carceraria di Crotone".
In primavera l'appello dei detenuti, tramite l'Ufficio del Garante comunale aveva avuto già una prima risposta concreta grazie ad un gruppo di otto donne crotonesi che avevano donato un quantitativo importante di mascherine individuali.
di Andrea Pistore
Corriere del Veneto, 5 novembre 2020
Per la prima volta a Padova è stato applicato il "decreto Willy" per contrastare il degrado urbano, le risse e lo spaccio, che ha preso spunto dal noto omicidio di Colleferro. Il questore Isabella Fusiello ha "daspato" un tunisino di 18 anni dopo il suo arresto del 2 novembre in Galleria San Carlo. Il giovane, noto pusher, avrà il divieto di accesso alle aree esterne e interne del centro commerciale e alle vie adiacenti oltre al parcheggio della Galleria per due anni. Se non dovesse rispettare le indicazioni rischia il carcere fino a 24 mesi e una multa fino a 20mila euro visto l'inasprimento delle pene del nuovo decreto in vigore da pochi giorni.
di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 5 novembre 2020
Da una collaborazione fra la Casa circondariale di Varese e alcuni partner è nato il corso "Tecniche di manutenzione della meccanica ciclistica". L'iniziativa, che ha specifici scopi trattamentali, vede coinvolti 4 detenuti, i quali acquisiranno una competenza spendibile anche al di fuori delle mura del carcere. L'obiettivo finale è quello, nel prossimo futuro, di ampliare l'esperienza, sino a creare un vero e proprio laboratorio di riparazione di biciclette che sia rivolto anche alla comunità esterna.
"Il progetto - sostiene la dottoressa Carla Santandrea, direttrice dell'istituto di pena - parte da una idea legata a uno sport molto presente sul nostro territorio: il ciclismo. Da queste parti ci sono numerose piste percorribili in bicicletta e tanti campioni. Abbiamo, infatti, preso contatti anche con atleti professionisti, che hanno risposto tutti con entusiasmo. Inoltre abbiamo voluto, preliminarmente, confrontarci con le associazioni sul territorio e in particolare con quelle che si occupano delle competizioni ciclistiche. Le buone idee nascono sempre dalla condivisione".
La dirigente delinea gli scopi dell'iniziativa: "Vogliamo dare ai detenuti, attraverso un corso di formazione, la possibilità di acquisire competenze professionali per la riparazione delle biciclette. Sono in programma, in tal senso, una serie di incontri settimanali che permetteranno ai partecipanti di conoscere nel dettaglio la materia".
"Abbiamo ricavato - prosegue Santandrea - lo spazio per il laboratorio utilizzando e risistemando un vecchio deposito. Verranno portate all'interno dell'istituto alcune biciclette da aggiustare, dando anche un taglio pratico alle conoscenze teoriche ottenute. L'obiettivo finale è creare uno spazio in cui si riparino e si mettano a punto anche biciclette da competizione". Questa novità "è stata ben accolta - conclude la direttrice - anche dal personale di Polizia Penitenziaria giacché in molti praticano il ciclismo a livello amatoriale".
Il Messaggero
A Velletri i detenuti diventano vignaioli. Il "Rosso di Lazzaria", è un vino rosso prodotto con le uve della grande tenuta agricola con vigna che si trova all'interno della struttura penitenziaria e infatti prende il nome dalla zona dove si trova la Casa Circondariale. Il vino è stato presentato nella cantina interna al carcere alla presenza del vescovo di Velletri, monsignor Vincenzo Apicella, del vice garante dei detenuti Sandro Compagnoni, dell'enologo che ha curato la produzione Sergio De Angelis e di numerosi altri ospiti ed esperti del settore.
"È stata una battaglia vinta, ha detto la direttrice del penitenziario Donata Iannantuono, abbiamo rimesso in piedi la cantina, impegnato l'agronomo della struttura Marco De Biase, alcuni agenti di polizia penitenziaria e diversi detenuti che si sono offerti volontari. Alla fine è venuto fuori un prodotto eccellente, che va ad aggiungersi al pane di Lariano, prodotto nella Casa Circondariale di Rebibbia, con cui abbiamo stretto un'ottima collaborazione nel produrre i prodotti tipici locali, come anche l'olio d'oliva, che viene sempre prodotto qui da noi grazie ai nostri uliveti e alla collaborazione dei detenuti".
gonews.it, 5 novembre 2020
La street art entra in carcere. L'assessorato alle politiche giovanili sosterrà la realizzazione di un grande murale alla casa circondariale Mario Gozzini. Il via libera con l'approvazione, ieri in giunta, della delibera presentata dall'assessore Cosimo Guccione.
Il progetto della cooperativa Cat, cofinanziato dalla Fondazione CR Firenze e dal Comune e intitolato 'La scritta che buca', vedrà protagonisti l'artista Nico Lopez Bruchi e i detenuti del Gozzini che dipingeranno non solo un murale sui 100 metri della facciata principale esterna ma anche gli spazi interni che ospitano la didattica.
"L'arte non ha barriere - ha sottolineato l'assessore Guccione - e questo progetto porta la bellezza in un luogo che ne è carente. I ragazzi detenuti, attraverso il loro lavoro, realizzeranno qualcosa che possono sentire proprio in un luogo di isolamento e separazione". "Il carcere è parte integrante del quartiere e della città - ha rilevato il presidente del Quartiere 4 Mirko Dormentoni - questo progetto è anche frutto del percorso partecipativo "Incontri nel Giardino", che durante lo scorso anno ha coinvolto detenuti e cittadini nell'immaginare una Sollicciano diversa e più accogliente per tutti. Il murale che sarà realizzato, anch'esso frutto del coinvolgimento di chi necessariamente abita la casa circondariale, sarà la rappresentazione plastica di questo, un ponte simbolico tra il carcere e la comunità locale".
"Con questo progetto l'arte - afferma Gabriele Gori, Direttore Generale di Fondazione CR Firenze - entra in un luogo di chiusura e isolamento come quello del carcere. La Fondazione CR Firenze crede fortemente nel potere che la produzione artistica ha di generare bene e benessere per la comunità, come per altro confermato da numerosi studi scientifici. Il nostro scopo è quello di generare un vero e proprio welfare della cultura. In questo caso saranno protagonisti proprio i detenuti che avranno un'opportunità ed esperienza importante di condivisione".
Al Gozzini i lavori cominceranno alla fine del mese di novembre. La delibera approvata ieri prevede anche la realizzazione di un murale sul chiosco de 'Le Trippaie', in piazza Dalmazia intitolato 'Rifredi: La Fabbrica dei Sogni'.
Anche in questo caso si tratta di un progetto partecipato dell'associazione Il Paracadute di Icaro in collaborazione con Impact Hub e Cortona on The Move, realizzato con il sostegno della Fondazione CR Firenze, che vedrà coinvolti l'artista Rame 13 e la comunità di Rifredi. L'obiettivo è dare origine ad un racconto collettivo sul tema del sogno, inteso come desiderio e aspirazione.
"Vorrei ringraziare la proprietaria del chiosco di piazza Dalmazia per avere accolto un progetto della città - ha dichiarato l'assessore - cultura, arte e creatività sono gli strumenti con i quali la comunità di Rifredi potrà riscoprire un suo protagonismo comune per la rigenerazione urbana degli spazi cittadini".
"Prosegue il lavoro nel Quartiere 5 per dare ospitalità a questa forma di espressione d'arte - spiega il presidente del Quartiere 5 Cristiano Balli - con il murales in piazza Dalmazia, grazie alla volontà anche dei negozi di vicinato, si implementano i luoghi per questa forma di arte". In piazza Dalmazia i lavori per la realizzazione del murale partiranno nei prossimi giorni.
Gli artisti coinvolti nei due progetti, Nico Lopez Bruchi e Rame 13, costituiscono il collettivo Elektro Domestik Force che ha realizzato opere di arte sociale non solo a Firenze ma nel resto della Toscana.
Donna Moderna, 5 novembre 2020
I diritti civili e sociali nel nostro paese sono costantemente sotto attacco, mentre le leggi che cercano di includere e integrare vengono messe in discussione, procrastinate. Intanto, quasi ogni giorno le cronache raccontano di violenze e aggressioni nei confronti di chi incarna una diversità. Ma dietro ogni ingiustizia si celano sempre un volto e una storia. Cathy La Torre dà voce a queste storie, sottraendole al silenzio e all'indifferenza. E ci racconta di Michele, nato Michela, e del suo dolore di sentirsi lacerato.
"Avvocato si nasce", scrivi. Cosa ha dentro chi nasce avvocato?
"L'avvocatura è una tensione interna verso la ricerca della giustizia, è la consapevolezza della sua funzione sociale. Sono cresciuta nella Sicilia degli anni 80 e 90, dove ho visto morire ammazzato chi si ribellava al pizzo e ho visto amici e parenti finire sotto scorta. Quella Sicilia mi ha insegnato che ci si può ribellare, che ci sono persone che lottano".
La tua più grande vittoria come avvocata?
"Quando una persona mi dice che, grazie a una battaglia vinta, è cambiata la sua vita, ha avuto un diritto che prima le era negato. Questa è la mia più grande vittoria: il cambiamento concreto di una esistenza, nella materialità e immaterialità".
Accompagnare le persone lungo un percorso di giustizia può significare anche trasgredire le regole?
"Amo i diritti e un po' meno le regole. Ma so distinguere quando bisogna rispettare una regola per il bene comune e quando bisogna battersi perché quella regola sia cambiata. E, nel corso della battaglia per cambiarla, può essere necessario infrangerla. Quando Luca Coscioni accompagna una persona che vuole decidere il suo destino sta infrangendo una regola, ma io sono con lui, lo farei mille volte".
Ma davvero cambiare le leggi è compito di un avvocato?
"Noi non cambiamo la legge, siamo solo uno strumento. Chi cambia la legge sono le persone che decidono con il loro corpo e la loro vita di prestarsi a una battaglia, chi decide di essere una causa, non solo per sé ma anche per gli altri. Senza di loro non esisterebbe il cambiamento. Adesso mi sto occupando dell'accesso all'università di una persona con autismo ad alto funzionamento: queste sono le cause pilota. Qualcuno rompe anche per gli altri".
Oggi sarai sommersa dalle cause da difendere: come le scegli?
"Sono le cause che scelgono gli avvocati e non viceversa. Le persone sanno che possono rivolgersi a noi quando tante porte sono state chiuse loro in faccia, quando in troppi hanno detto che... non c'è un precedente, non c'è giurisprudenza. Noi abbiamo il dovere di batterci anche per diritti che non esistono. Io nella mia mente immagino diritti che non sono ancora stati codificati: il diritto al benessere, alla felicità, al sorriso, a respirare buona aria, a non essere soli".
Ci sono nuovi diritti che stanno emergendo adesso, in questi mesi di pandemia?
"Il diritto a una corretta informazione, per esempio. Non entro nel merito del perché si stabiliscano continuamente regole nuove, ma è fondamentale che esse si capiscano. Io passo ore a rispondere alle persone che vanno in confusione". "Le identità sono gabbie quando si spogliano del loro senso per diventare etichette. Quando invece noi viviamo la nostra identità in maniera naturale e non schiacciata da uno stereotipo, allora essa non è una gabbia ma un'affermazione di noi stessi. Sono cresciuta in un paese dove mi chiamavano "il maschiaccio" poiché ingabbiavano il mio modo di essere in uno schema binario. Mi sono dovuta riappropriare della femminilità e del fatto che la mia identità fosse riconosciuta in quanto fluida. Ecco perché lotto sia perché l'identità non diventi una gabbia sia perché ciascuno possa vivere liberamente la propria, senza discriminazioni".
A tal fine, è necessaria la codificazione di ogni singola variabile di identità di genere? Non varrebbe la pena di lottare affinché il genere non compaia più sulla carta di identità?
"Ci sono Paesi, come la Svezia, in cui è stata abolita la divisione tra maschile e femminile. Ma la politica, in Italia, non è pronta. Possediamo dal 1982 una legge sul cambio di sesso che è tra le più evolute d'Europa. Ma fu approvata dal Parlamento a notte fonda, per evitare lo scandalo della materia. I cambiamenti possono avvenire solo a piccoli passi. Oggi per esempio ci battiamo perché non esistano 2 file elettorali, una per gli uomini, una per le donne. Sai quanti trans non vanno a votare per questo motivo?".
Pochi giorni fa il Parlamento ha approvato i primi 5 articoli di una legge contro l'omotransfobia, la misoginia e le discriminazioni. Cosa cambierà nel tuo lavoro di avvocata?
"Lo faciliterà moltissimo. Un giudice, contro il colpevole di un pestaggio nei confronti di un gay, potrà emettere una sentenza ben più pesante che per semplici lesioni. Detto ciò, questa legge nasce antica. Oggi ne servirebbe una contro un sacco di illeciti che avvengono sulla rete: il bodyshaming, il bullismo. Mi sarebbe piaciuta una legge trasversale che punisse con più fermezza tutti i reati spinti dal fatto che si vuole mortificare qualcuno per una propria caratteristica personale, fossero anche i capelli rossi o le lentiggini".
Sei atea, eppure la domenica, a Bologna, può capitare di incontrarti a messa...
"Troppo spesso la Chiesa e il mondo Lgbtq+ si sono misurati a partire da un pregiudizio reciproco. Io stessa ero immersa in quel pregiudizio, ritenevo che chiunque appartenesse al clero fosse un nemico, fino al giorno in cui ho incontrato l'arcivescovo Matteo Maria Zuppi, che oggi è il mio consigliere spirituale. Siamo vittime del pregiudizio finché ci neghiamo gli incontri che possono liberarcene. Ho scoperto che la Chiesa è piena di persone che si battono per migliorarla in nome di principi condivisibili". usare i social per esprimerci sulle battaglie che si possono fare, ma al tempo stesso non sentirci esonerati da ogni altra forma di impegno. Io faccio ancora volontariato, aiuto le persone anziane con problemi di deambulazione... Questi gesti quotidiani concreti ci rendono persone radicate nella realtà. Alda Merini diceva: "Vivi come le cose che dici".
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 5 novembre 2020
Proteste dell'opposizione, i parlamentari di Fratelli d'Italia si imbavagliano, Il testo ora passa all'esame del Senato, ma intanto la maggioranza incassa a Montecitorio una prima vittoria dopo un iter tormentato.
La Camera ha approvato con 265 sì, 193 no e un astenuto la proposta di legge "Zan" - dal relatore Alessandro Zan, del Partito democratico - contro le violenze fisiche e verbali legate all'omotransfobia, alla misoginia e alla disabilità. La legge passerà ora all'esame del Senato ma il voto favorevole di Montecitorio è una prima vittoria per la maggioranza, dopo le polemiche con l'opposizione che nelle scorse settimane hanno parlato di "legge bavaglio". Zan ha definito la decisione della Camera come "un grande passo avanti contro discriminazioni, odio e violenze", mentre il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, auspica l'approvazione in breve tempo anche al Senato, "per un'Italia più umana e civile".
Il ddl modifica alcuni punti della legge "Mancino" che puniva la discriminazione razziale, etnica e religiosa. Cambia così l'articolo 604 bis del codice penale, aggiungendo tra i reati di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, punibili con la detenzione, anche gli atti di violenza o incitamento alla violenza e alla discriminazione "fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere o sulla disabilità".
Ma la reazione dell'opposizione è stata veemente, il centrodestra ha parlato di "legge liberticida" ed Edmondo Cirielli, deputato di Fratelli d'Italia, ha detto che sarà la prima legge che verrà abrogata una volta che la coalizione formata da Lega, Fdi e Forza Italia andrà al governo. I deputati leghisti hanno gridato "libertà" al momento dell'approvazione mentre quelli di FdI e i forzisti hanno indossato un bavaglio. C'è stato spazio anche per il voto contrario rispetto al proprio gruppo da parte di alcuni deputati azzurri. Giusi Bartolozzi, Renata Polverini, Stefania Prestigiacomo, Elio Vito e Matteo Perego, di Forza Italia, hanno votato a favore della legge, scostandosi dall'indicazione di partito.
Un punto di scontro tra maggioranza e opposizione è l'istituzione della "Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia", introdotta dalla legge con particolare riferimento a iniziative da portare avanti nelle scuole primarie e secondarie. Su questo, il centrodestra teme la propaganda cosiddetta "gender" sui più piccoli, un tema sul quale soprattutto Lega e Fratelli D'Italia stanno conducendo un'aspra battaglia.
Un altro punto di accesa polemica durante tutta la discussione generale, iniziata il 3 agosto alla Camera, è stato il pericolo che la legge imponesse dei limiti alla libertà d'espressione, eventualità richiamata a gran voce da tutto il centrodestra. E così la commissione Affari Costituzionali ha chiesto la riscrittura dell'articolo 3, che ora prevede la punibilità solo in caso di "concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti". La libertà di opinione e di espressione viene dunque tutelata, purché non istighi al compimento dell'atto discriminatorio. Negli scorsi mesi, oltre all'opposizione politica era arrivato anche il parere contrario della Conferenza episcopale italiana, la quale ritiene che una legge contro l'omofobia "non serva". Secondo la Cei "esistono già gli strumenti per reprimere ogni comportamento violento o persecutorio" e il ddl potrebbe dar adito a "derive liberticide". La palla passa ora a palazzo Madama, dove i numeri della maggioranza sono risicati.
di Fabio Albanese
La Stampa, 5 novembre 2020
Il mare davanti a Lampedusa da alcuni giorni è tornato a riempirsi di barche di migranti, dalla Libia o dalla Tunisia. Nell'hotspot dell'isola si è arrivati ad ospitare anche 1350 persone anche se poi una parte, completati i controlli anti-Covid 19, sono stati trasferiti su due delle navi quarantena che il governo ha messo in mare già dalla scorsa estate.
Altre decine di partenze di disperati sono segnalate dalla Libia ma in questi casi i migranti sono stati riportati indietro dalla Guardia costiera libica e da quella tunisina. Ieri si è pure sfiorata la tragedia quando un gommone sul quale c'era un centinaio di persone, tra loro anche donne e bambini, ha urtato uno scoglio nel tentativo di avvicinarsi a Cala Pisana, a Lampedusa. Un tubolare si è squarciato e l'imbarcazine ha rischiato di affondare rapidamente.
L'incidente è stato notato dai militari della Guardia di finanza che hanno fatto subito intervenire una motovedetta anche se per la maggior parte il soccorso è avvenuto da terra, con finanzieri e soccorritori che si sono sporti dalla banchina per tirare fuori dall'acqua i naufraghi. "Durante il salvataggio - ha poi fatto sapere la Guardia di finanza - uno dei militari è caduto sbattendo su una bitta metallica e un collega ha evitato che cadesse in mare. Entrambi i militari infortunati sono stati medicati in ospedale".
Nella notte, poi, altre 114 persone sono arrivate con tre diverse imbarcazioni. Tutti sono stati portati nell'hotspot di contrada Imbriacola per i controlli mentre stamattina un gruppo di 77 ha lasciato la struttura per essere imbarcato sulla Gnv Allegra, una delle navi quarantena dove entro oggi si calcola potranno salire 500 persone.
Tra ieri e lunedì a Lampedusa, e in parte anche a Linosa, erano arrivate 27 imbarcazioni, "complice" il tempo buono e il mare calmo. Non solo barchini con poche persone a bordo ma anche barche e gommoni più grandi con decine di migranti, che hanno rapidamente saturato le strutture di accoglienza dell'isola.
Dall'altro lato del Mediterraneo centrale, la Guardia costiera libica ha riportato indietro circa 575 migranti nell'ultima settimana, come reso noto dall'Oim, l'organizzazione delle Nazioni unite per i migranti; altri 31, sempre provenienti dalla Libia, li ha recuperati ieri la Guardia costiera tunisina e li ha trasferiti a Zarzis.
Anche Alarm Phone, il "centralino dei migranti", segnala la presenza di barche nel Mediterraneo centrale, solo ieri 5 con 360 persone a bordo.
Partenze vengono segnalate anche dall'Algeria, per la rotta del Mediterraneo occidentale che porta verso la Sardegna: da domenica a ieri ne sono arrivati 135, ora nel centro di accoglienza di Monastir. Anche la rotta del Mediterraneo orientale è attiva: nella notte scorsa un veliero con 39 persone, iracheni e iraniani ma anche due russi (forse gli scafisti) è arrivato a Marzamemi, nei pressi di Porto Paolo, parte sud orientale della provincia di Siracusa. Migranti soccorsi e ora la prefettura di Siracusa sta cercando la struttura in cui ospitarli.
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