di Francesco Salvatore
La Repubblica, 28 gennaio 2021
Novanta contagiati fra i detenuti, di cui cinque ricoverati in ospedale. Un agente della penitenziaria di 50 anni che si è tolto la vita due giorni fa mentre si trovava nel suo appartamento in quarantena. Un'altra decina di agenti a casa perché trovati positivi e altri venti in isolamento fiduciario. È il quadro drammatico di Rebibbia nuovo complesso, di per sé già grave dai numeri del sovraffollamento pressoché endemico - 1.400 detenuti su 1.163 regolamentati.
Rispetto alla scorsa settimana sale di venti unità il numero delle persone contagiate. Tre reparti sono in quarantena: non si esce dalle celle nemmeno per l'ora d'aria. Quanto alla ricaduta sulla Giustizia, la difficoltà di trasportare chi ha il Covid in tribunale, o di trovare stanze in carcere per le videoconferenze, è alta.
Risultato: i processi vengono rinviati, come per gli omicidi del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega e per quello di Luca Sacchi. Tutto è cominciato dopo Natale nel reparto G12, quello dell'alta sicurezza, quando alcuni detenuti si sono sentiti male. Sono scattati i tamponi e rilevate la positività ma la curva epidemica si è impennata. A quel punto sono partiti i tamponi a tappeto su tutta la popolazione carceraria.
La scorsa settimana i contagiati erano 70, ieri 90. Sono stati sistemati tutti all'interno di un reparto ad hoc, il G9, lasciato libero perché in manutenzione: quindi infissi vecchi e intonaco rovinato. "Ci sono problemi anche nelle sezioni da cui arrivano i detenuti - chiosa il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia - perché gli altri devono essere messi in quarantena, ma gli spazi non ci sono". Di conseguenza i detenuti- contatti diretti da Covid sono obbligati a restare in isolamento nella cella in cui si trovano. Al momento sono tre i reparti in quarantena: G9, G11, G12. "È necessario programmare una campagna vaccinale", aggiunge Anastasia.
Le visite faccia a faccia coi parenti sono sospese da marzo 2020, a parte il periodo estivo. Come le attività: scuola, sport e teatro. "Faccio un appello alla magistratura per valutare i casi di incompatibilità e tutte le liberazioni anticipate. Come le misure alternative al carcere anche in fase cautelare", commenta il Garante dei detenuti di Roma Gabriella Stramaccioni.
"Il problema Covid è stato sottovalutato dall'amministrazione. Da noi non esiste distanziamento sociale - spiega Donato Capece, segretario del sindacato della penitenziaria Sappe - il nostro collega che si è suicidato non aveva dato alcun segno prima: il padre era morto da poco, lui aveva il Covid. Forse è stato un mix di stress correlato al lavoro e all'isolamento".
di Lucio Boldrin*
Avvenire, 28 gennaio 2021
In queste settimane, qui a Rebibbia si stanno vivendo momenti di crescenti nervosismo e paura, sia per i detenuti che si sentono sempre più "numeri" e abbandonati, sia per gli agenti penitenziari, pochi e costretti a orari prolungati. Da quasi un anno, poi, i detenuti soffrono per la limitazione degli incontri con i familiari, mentre da fine dicembre è cambiato il gestore delle email causando il rallentamento, quando non la sospensione, della possibilità di inviare o ricevere comunicazioni per giorni.
Ma, indubbiamente, la questione più grave riguarda l'inizio di un focolaio di Covid-19 in due reparti. Ciò ha portato a raggruppare i detenuti negativi al tampone in celle piccole: anche 5 persone in 20 metri quadri, in alcuni casi con bagno alla turca anziché water (è da tenere presente che ci sono anche detenuti anziani, con scarsa mobilità o mancanti di qualche arto). Ecco, dunque, un'altra causa di forte tensione. Speriamo bene, ma l'aria che si respira è sempre più pesante.
Ogni anno vi è una giornata in carcere dove vengono consegnati degli encomi a quegli agenti che si sono distinti per particolari azioni di coraggio. Quest'anno, se dipendesse da me, l'encomio lo darei a tutti coloro che stanno lavorando all'interno degli istituti penitenziari: difficile da spiegare e capire, se non si vede il modo con il quale stanno operando in situazioni al limite, dagli infermieri ai medici, dagli agenti ai responsabili del carcere.
Del resto, le criticità che il "sistema carcere" (e non parlo soltanto di Rebibbia) sta rivelando ora che l'emergenza pandemica lo ha investito in pieno, sono sotto gli occhi di tutti. L'aumento esponenziale del numero dei contagi tra la popolazione carceraria e gli operatori penitenziari costituisce il dato più visibile dell'incapacità di contenere e reagire alla diffusione del virus. Per questo tutta la popolazione detenuta e tutti coloro che nelle carceri lavorano dovrebbero essere vaccinati al più presto, per scongiurare che la situazione peggiori ancora fino a diventare ingestibile.
Una nota di biasimo, invece, l'assegnerei di certo alla pachidermica lentezza e "cecità" dell'amministrazione della giustizia: sarebbe bastato mettere in atto quanto la legge già prevede (arresti domiciliari, magari con il braccialetto elettronico; accoglienza in comunità per quanti ne hanno diritto) per alleggerire di molto la situazione. Ma anche gli interventi legislativi adottati sinora per ridurre la popolazione carceraria in chiave anti-Covid - peraltro mal interpretati da gran parte dell'opinione pubblica come un tentativo di aprire le porte del carcere a boss e condannati al 41bis - si sono rivelati del tutto insufficienti a raggiungere gli obiettivi sperati.
*Cappellano Casa circondariale maschile "Nuovo Complesso" di Rebibbia
modenatoday.it, 28 gennaio 2021
Dopo il sopralluogo al carcere di Sant'Anna l'incontro con il sindaco Muzzarelli per fare il punto dopo la rivolta del marzo scorso. L'avvocato Emilia Rossi, rappresentante del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, ha visitato oggi il carcere di Modena Sant'Anna, teatro in marzo della tragica rivolta di detenuti su cui la Procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo (con lente sui trasferimenti nel penitenziario di Ascoli di detenuti già in condizioni critiche a Modena).
Rossi è arrivata in città per testimoniare l'attenzione, dice, al percorso di superamento dei fatti di marzo e per la volontà di partecipare "ricucire le lacerazioni". All'incontro in municipio con la rappresentante del Garante, insieme al sindaco Gian Carlo Muzzarelli, hanno partecipato l'assessore al Welfare Roberta Pinelli e la comandante della Polizia Locale Valeria Meloncelli.
Sindaco e avvocato hanno individuato come "prioritaria" la necessità di ricostruire non solo la struttura, ma soprattutto le relazioni e il dialogo con la città.
"Un percorso difficile - per Muzzarelli - che richiederà un lungo lavoro per riportare serenità al corpo penitenziario, e che necessita anche di investimenti per la struttura e per ripristinare le attività di un volontariato ricchissimo, che svolgeva un'azione fondamentale all'interno del carcere". Conclude da parte sua Rossi: "Il Garante è presente e partecipa all'opera di ricostruzione. La collaborazione tra le istituzioni può essere la chiave di volta per superare il dramma e fare in modo che il carcere sia in relazione con la città e non considerato come un corpo estraneo e marginale".
di Valentina D'Amora
italiachecambia.org, 28 gennaio 2021
Vi raccontiamo la storia della tipografia KC che dal 1987 intreccia l'amore per la stampa a quella per i libri. Nel 2009 ha scelto di rivoluzionare l'intero processo di stampa, diventando la prima tipografia certificata FSC® in Liguria e la prima certificata Eco-print© in Italia. Un progetto ambientale ma anche sociale, perché coinvolge attivamente alcuni detenuti del carcere di Genova Pontedecimo con un progetto formativo.
Conosco personalmente Giacomo Chiarella da fine 2018: lo incontro la prima volta per parlare di un progetto editoriale ancora acerbo e mi ritrovo subito ad ascoltare con piacere le sue idee, il suo approccio e a visionare il campionario di carte secondo lui più adatte. Nel tempo mi accorgo che Giacomo è sempre indaffaratissimo, ma è una persona che sa fermarsi ad ascoltare i dubbi e, soprattutto, le visioni dei suoi clienti. L'esperienza prosegue e il libro viene pubblicato da KC Edizioni, la casa editrice integrata alla tipografia. Il risultato è molto curato e il taglio artigianale viene notato da chiunque prenda in mano il volume. Tutt'oggi la tipografia rimane, per me, un punto di riferimento per stampe di qualunque tipo, perché sa coniugare la passione per le arti grafiche con l'amore per l'ambiente, tema su cui sono molto sensibile. L'ho intervistato per raccontarvi la sua storia.
Giacomo inizia a lavorare nel mondo delle stampe sin da ragazzo, affiancando il papà, Kicco Chiarella, da cui deriva il nome della tipografia. Mi confessa che, nonostante subito non ne fosse entusiasta, con il passare del tempo, si appassiona sempre di più a questo mestiere, così legato all'arte e alla cultura. Poco più di dieci anni fa, arriva il momento della conversione al green. "Nel 2009 ci siamo ritrovati con i macchinari obsoleti. Le scelte erano due: rinnovarsi o chiudere, perché in questo settore le attrezzature sono fondamentali e si tratta di investimenti piuttosto onerosi. Allora abbiamo deciso di proseguire, pensando al futuro".
Giacomo mi racconta che ora tutta l'energia utilizzata durante il processo di stampa proviene interamente da fonti rinnovabili, gli inchiostri usati sono a base acqua e cera vegetale e i sistemi di lavaggio sono fortemente ridotti e operati evitando solventi chimici. In più, tutte le carte proposte sono certificate FSC®: quelle riciclate sono sbiancate senza l'utilizzo di cloro e provengono da cartiere selezionate personalmente per trasparenza nei cicli produttivi. Un'ecologia a tutto tondo, in una tipografia dove si respira l'amore per l'ambiente e la passione per questa professione. "Per lavorare bene è fondamentale il clima di fiducia e amicizia che si vive qui. D'altronde, passiamo più tempo insieme ai colleghi che a casa, per questo è importante lavorare concentrati, ma sempre con il sorriso". Nel 2016 Giacomo decide di aprire una succursale della tipografia all'interno della casa circondariale di Pontedecimo. L'obiettivo è quello di formare un gruppo di persone detenute al lavoro di stampa e legatoria, valorizzando l'attività lavorativa all'interno del carcere. "In questi cinque anni, il progetto si sta sviluppando bene, tanto che siamo riusciti a inquadrare e ad assumere anche alcuni di loro e ad aumentare il gruppo di detenuti in borsa lavoro".
Un'idea che riesce concretamente a rendere la detenzione un periodo di recupero, per far sì che chi è dentro possa avere gli strumenti per reinserirsi nel circuito sociale, una volta fuori. "Chi ha lavorato con noi ha imparato molto e sono tanti quelli che, dopo essere usciti, sono venuti a ringraziarci non solo per aver dato loro una base economica, ma soprattutto quella salute mentale che il lavoro ti dà. Questo progetto è davvero un'ancora di salvezza per loro".
"Per me il carcere era un luogo completamente nuovo e non nascondo che è un ambiente molto pesante, per noi che entriamo, per chi ci lavora ma soprattutto per loro, che sono dentro. Bisogna pensare qualcosa che possa aiutarli, altrimenti la loro condizione non può che peggiorare. Per questo sono contento di essere riuscito a proporre questo progetto formativo che sviluppa qualcosa di positivo". Un'azienda, quella di Giacomo, che non è interessata esclusivamente alla crescita economica, ma si proietta verso il futuro, della società e dell'ambiente. Un bell'esempio di impresa profit che sa lavorare, facendo del bene.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 28 gennaio 2021
Quando fu aperto, nel 2006, il carcere di Ancona Barcaglione era circondato da un terreno demaniale di circa due ettari invaso dai rifiuti e popolato da animali selvatici. Oggi al suo posto ci sono 300 olivi di varietà autoctone, un apiario, un ovile con trenta pecore, un caseificio, un frantoio e una serra, dove si coltivano more, lamponi e mirtilli. C'è anche un orto- giardino, irrigato con l'acqua di un laghetto, che alcuni detenuti coltivano con l'aiuto di tutor pensionati della Coldiretti Marche. Un'area verde - dove è possibile trascorrere del tempo con i familiari in visita oppure assistere a spettacoli e a eventi ludico-sportivi - che ha contribuito a trasformare una zona desolata in un luogo accogliente oltre che fertile e produttivo.
Neanche le difficoltà e le limitazioni dovute all'emergenza Covid-19 hanno fermato le iniziative della Fattoria Barcaglione, come è ormai conosciuta la casa di reclusione. L'attività zootecnica di allevamento ovini e trasformazione del latte - realizzata in collaborazione con la Regione Marche Assessorato all'Agricoltura, Azienda Servizi Settore Agroalimentare della Regione Marche, il Garante regionale dei detenuti e il Servizio Veterinario Regionale - è stata, infatti, avviata nei mesi scorsi. A dicembre è partito un corso di formazione per detenuti da occupare nel nuovo settore e sono stati allestiti l'ovile e il caseificio Per i primi giorni di marzo è previsto il parto delle pecore e, dopo il periodo di svezzamento, si inizierà la mungitura e la produzione di latticini. Altri corsi su materie legate alla zootecnia sono in programma per formare detenuti addetti alle varie d'intesa per il progetto di fasi di allevamento e produzione.
Il progetto rientra tra le attività previste dal Protocollo agricoltura sociale "Orto sociale in carcere" che sarà firmato, nel corso di una conferenza stampa, il 3 febbraio prossimo dal Provveditore dell'Emilia Romagna e Marche Gloria Manzelli e dal Vice Presidente delle Marche e anche Assessore all'Agricoltura Mirco Carloni. L'accordo estende ad altri istituti del territorio, in particolare a quelli di Ascoli Piceno e Pesaro, le iniziative di agricoltura sociale che hanno caratterizzato gli interventi della Regione Marche in ambito penitenziario. Nell'occasione la Fattoria Barcaglione presenterà la sua storia, i suoi progetti e una produzione che ha valorizzato la dimensione locale, dando priorità alle risorse del territorio da rivalutare o tutelare. La Direzione dell'Istituto sta valutando di allestire, in collaborazione con l'Istituto Zooprofilattico dell'Umbria e Marche, la Federazione Regionale della Coldiretti e la Regione Marche un allevamento di galline ovaiole del tipo "Ancona", una razza autoctona pressoché scomparsa dal territorio.
Olio, miele e prodotti dell'orto finora sono stati destinati al consumo interno dell'istituto e, quelli in eccesso, distribuiti a famiglie bisognose della zona ma, in vista di un loro incremento, presto potrebbero essere venduti, sia pure nel circuito della filiera corta, anzi cortissima. Entro il 2021 è, infatti, previsto l'apertura nello spazio antistante il carcere di un piccolo spaccio dove potranno essere acquistati miele (acacia, millefiori e melata), candele in cera d'opercolo, olio di varietà autoctone delle Marche, formaggi e bonsai.
di Marina Lomunno
Avvenire, 28 gennaio 2021
L'arcivescovo Nosiglia risponde alla lettera di una detenuta: il dialogo con voi è prezioso. La donna aveva scritto al settimanale diocesano: questo è un ambiente duro, ma ho paura di quel che sarà fuori. Il presule: grazie al Signore può vincere il male con il bene.
"Il tempo passato in carcere non è vuoto e inutile, se il cuore si apre al Signore per avviare con lui un dialogo costante, non tanto di parole, ma di sentimenti interiori: la certezza del suo amore che mai viene meno, scaccia ogni timore e infonde forza e coraggio". Parla direttamente ai detenuti, l'arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, e sceglie una donna in particolare per ragionare sulla situazione in carcere.
La sua riflessione arriva dopo che la stessa donna, reclusa nel carcere torinese Lorusso e Cutugno, aveva indirizzato una lettera la scorsa settimana alla redazione de "La Voce e il tempo", il settimanale della diocesi subalpina. "Vorrei ringraziare la redazione e tutti coloro che si ricordano di noi detenuti come persone e pensano a noi con umanità - aveva detto. Ho letto la lettera che monsignor Cesare Nosiglia, tramite il suo giornale, ha voluto inviarci e le chiedo di portargli i miei ringraziamenti per le parole di speranza chi ci ha donato. Ci è mancata la Messa di Natale da lui presieduta che mi ha cresimata, qui in carcere nel 2017 perché è un uomo vicino alla gente comune: questo per me è importantissimo perché ci fa sentire meno soli, dà forza alle persone che stanno perdendo il lavoro, agli ultimi lasciati al freddo, agli anziani soli dona quell'affetto di cui una società troppo egoista spesso ne dimentica l'esistenza".
?La missiva era contenuta nell'appello "Abbona un detenuto", a cui hanno risposto finora 60 lettori del settimanale, consentendo al giornale di entrare ogni settimana in altrettante sezioni del penitenziario. "Qui in carcere, il 2020 è stato un anno devastante" aveva scritto la donna. "In un luogo già chiuso e stringente per il corpo e l'anima, il tempo è diventato ancora più lungo e pesante. Solo grazie ai cappellani siamo riusciti a tenere viva la speranza e abbiamo deciso di evitare sterili rivolte e piagnistei ma di rispettarci come persone".
Nosiglia, tramite la rubrica del numero di Natale, aveva già scritto una lettera di auguri per gli adulti e per i giovani reclusi nel carcere minorile Ferrante Aporti, poiché a causa della pandemia non aveva potuto celebrare la consueta Messa nella cappella del carcere.
E così ha deciso di proseguire il dialogo, rispondendo alla donna reclusa. "Nella mia lettera l'ho invitata a pensare al suo futuro con serenità perché lo Spirito Santo che ha ricevuto nel sacramento della Cresima che le avevo amministrato, la sosterrà nel suo cammino" ci dice Nosiglia "e le consiglierà le scelte giuste da compiere per vincere il male con il bene e non perdere mai la fiducia in se stessa perché il suo amore scaccia ogni timore".
È quello che si augura anche la donna: "Ho molta paura di tornare fuori nelle "vie del male" e sto facendo del mio meglio per tornare ad essere una donna che si vuol bene e non si spreca. Purtroppo il carcere è un ambiente duro e mi pesa molto stare lontana dai miei affetti, anche se la solidarietà tra alcune di noi non manca e ci unisce. Ma il futuro è carico più di incertezze che di buon auspici specie per chi come me teme l'esclusione da un possibile reinserimento una volta scontata la mia pena".
Fuori c'è una crisi spaventosa, "ma non mi faccio 'uccidere' dal vittimismo, lo combatto: con il lavoro di addetta alle pulizie, con lo studio al Polo universitario per i detenuti anche se con difficoltà perché per ora è riservato ai reclusi maschi e con il volontariato presso l'Icam, la sezione speciale dove sono ristrette le mamme con bambini sotto i 6 anni".
E, aggiunge, "tutto ciò mi riempie le giornate e il cuore perché mi sento una persona migliore servendo il prossimo. Ricordo gli insegnamenti dei salesiani quando andavo l'oratorio: rivolgere la mia preghiera a Dio mi aiuta, mi rafforza e non mi fa sentire sola".
di Roberto Pinter
Corriere del Trentino, 28 gennaio 2021
La morte per freddo di un clochard a Rovereto ha destato scalpore. Ecco, mi piacerebbe adesso che tornassimo a indignarci per le molte disuguaglianze. Che qualcuno possa morire di freddo al giorno d'oggi è difficile da accettare, ma la domanda è: cosa è invece più facile da accettare? In una società programmata per produrre anche scarti umani ci si può meravigliare che ogni tanto questi scarti siano visibili e ci obblighino a qualche sussulto di coscienza e a qualche buon proposito?
Se ci sono 238 posti letto per i senza tetto nel nostro tranquillo Trentino non è un problema, lo è se manca il 239 posto che magari avrebbe salvato una vita, e forse anche no visto che ci sono "scelte" di libertà che si sottraggono all'assistenza. Se si ammazza qualche detenuto per tortura o per rivolte dovute al Covid è un problema, e certo che lo è e pure gravissimo, ma non lo è se riempiamo le carceri di piccoli delinquenti fino a farle scoppiare. Se ogni supermercato ha una presenza fissa di questuanti è perfino fastidioso, ma se vediamo che i ricchi hanno accresciuto la ricchezza anche grazie al Covid non ci da fastidio più di tanto. Non voglio dire che chi si agita per una morte all'addiaccio sia mosso da falsa carità o perché voglia rimuovere i segni della povertà, mi domando solo se è sufficiente questa indignazione mentre non ci si indigna più per la vergognosa crescita delle disuguaglianze.
Cosa dovremo fare: preoccuparci che nessuno muoia per strada da solo? Certo che dobbiamo preoccuparci, ma ci basta? Possiamo velocizzare la raccolta dei rifiuti e continuare a produrne di più? Non ha molto senso, o meglio lo ha solo quando anche i rifiuti sono occasione di business. Analogamente possiamo moltiplicare i posti letto per i senza tetto o i beneficiari dei redditi di cittadinanza e continuare a produrre disoccupazione, precarietà e povertà? Ho la sensazione che la povertà, superata l'evidenza della fame, sia diventata normalità nel paesaggio della nostra società contemporanea, ma non per insensibilità, bensì per accettazione del modello di sviluppo che comporta appunto alcuni scarti.
La stessa sinistra ha finito per dimenticarsi degli ultimi se non come destinatari delle politiche di protezione sociale, per includerli, ma mai come persone da rappresentare nei loro bisogni di cittadinanza o soggetti di un processo di emancipazione sociale. Includere o emancipare sono due cose differenti. Nel primo caso si parla di meriti e di opportunità e si offre qualcosa agli esclusi dalla corsa allo sviluppo. Nel secondo caso si parla di uguaglianza e di cittadinanza per tutti. Ecco, mi piacerebbe che tornassimo a indignarci non per il caso di cronaca o per ciò che sui social commuove, ma per quello che non va e che non si dice, per una struttura iniqua e di classe che controlla il potere e la ricchezza e per il conformismo che finisce per accettare questa struttura come l'unica possibile e dunque immodificabile.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 28 gennaio 2021
L'attacco alla Casa delle donne romana, come a tante altre iniziative che hanno fatto dei luoghi occupati risorsa necessaria, non è difesa della legalità ma una risposta vendicativa per salvaguardare ingiustizie e inefficienze. Il pesante retaggio di secoli di dominio maschile, con le sue ricadute culturali, sociali, politiche, è arrivato da tempo alla coscienza storica, ma sono ancora esigue minoranze femministe e femminili, con le loro teorie e pratiche, a far in modo che non ritorni di nuovo in ombra.
Anche senza andare troppo lontano nel tempo, basta pensare al radicamento che hanno avuto nel nostro Paese le associazioni, i gruppi, le Case delle donne, i centri antiviolenza, gli archivi e i centri di documentazione, le librerie, le libere università, nati dal movimento delle donne degli anni 70. Si tratta di una enorme produzione di pensiero e di battaglie politiche che sono andate, sia pure lentamente, modificando modi di vivere, relazioni, pregiudizi, visione di sé e del mondo per entrambi i sessi, inscrivendo talvolta il cambiamento anche nelle leggi e nel linguaggio politico.
Ciò nonostante, la cultura dominante non sembra esserne stata scossa più di tanto. Nel privato, come nel pubblico, continuano a passare violenze maschili di ogni sorta, manifeste e invisibili, materiali e psicologiche, tanto che non è raro per una donna che denuncia la violenza di un marito o padre, o fratello, trovarsi al medesimo tempo vittima di una giustizia che le ritorce contro ciò che ha subito.
Un atto aggressivo, come quello degli agenti di polizia del Commissariato Tusculano che, senza aspettare l'arrivo delle avvocate, identificano le ospiti già gravate da un difficile percorso di uscita dalla violenza, si pone al di fuori di ogni legittimazione e non può che essere interpretato come l'atto arrogante di un potere di alcuni uomini, sostenuto dal silenzio complice dei loro simili.
Il contrasto alla violenza contro le donne manca ancora di quella indispensabile assunzione di responsabilità da parte del sesso che, su un dominio trasmesso di padre in figlio, ha costruito la sua visione del mondo, le sue istituzioni, i suoi saperi. Se è vero che anche gli uomini, pur essendo dalla parte dei vincenti, hanno finito per assumere inconsapevolmente ruoli e identità considerati "naturali", perché è così difficile per loro avviare un processo di "presa di coscienza" come quello che è venuto cambiando la vita di molte donne? A quale "legittimazione", precedente ogni dispositivo di legge, fanno riferimento quando infliggono violenza a una donna, sia pure solo verbale?
Dietro i comportamenti individuali c'è purtroppo ancora una cultura patriarcale che li alimenta e un apparato istituzionale, politico e amministrativo che li incoraggia. L'attacco a Lucha y Siesta, come a tante altre iniziative che hanno fatto dei luoghi occupati una risorsa necessaria e preziosa contro le innumerevoli carenze di chi ci governa, non è la "difesa della legalità", ma la risposta vendicativa e autoritaria volta a salvaguardare ingiustizie, privilegi e inefficienze rispetto a quello che dovrebbe essere salvaguardato come bene comune.
di Sara Cariglia
Libero, 28 gennaio 2021
Valentina, Stefania, Martina: "Oltre gli occhi", giornale prodotto nel carcere milanese, raccoglie i loro scritti e libera le loro menti. Mentre in Italia e nel mondo infuria la pandemia, dietro le mura di San Vittore imperversa il nuovo numero di "Oltre gli occhi", il giornale delle detenute che trasforma storie galeotte nate tra le pareti di una cella, in farfalle pronte a volare via lontano fuori dagli scherni del giudizio e del pregiudizio, a bordo di moti vorticosi che segano sbarre e rompono cliché.
Il magazine del Reparto femminile - probabilmente l'unico in un carcere italiano - s'inserisce nel cuore della "movida" del penitenziario più chiacchierato di Milano, forse perché capace di far luce e "gossip" su ogni pagina buia di quel luogo così totalizzante e totalitario.
Si dice che un nuovo anno sia come un libro bianco e la "gazzetta" di piazza Filangieri ha scelto di aprirlo con uno speciale che getta lo sguardo sul dietro le quinte di uno spazio, al momento, radicalmente stravolto dal virus. Un virus colpevole di aver isolato il sistema detentivo da familiari, volontari e da responsabili di attività lavorative interne.
La rivista, raccomanda la direttrice, non va sfogliata, ma sgusciata come tentano di fare ogni giorno loro a loro stesse che scrivono. Essa vanta una storia lunga quasi otto anni e ha già conosciuto la penna di diverse detenute. Valentina è tra queste. La "giornalista" in erba racconta le sue prigioni e lo fa puntando i riflettori sulle condizioni di statico silenzio cui versano gli istituti di pena italiani in tempo di pandemia: "Sono stata arrestata per la seconda volta il 19 giugno 2020.
A San Vittore ci sono entrata in piena emergenza Covid. Dentro di me c'era un caos incredibile: l'isolamento, le persone che non potevano avvicinarsi al mio blindo, la poca comunicazione. È stato davvero faticoso non avere un appoggio iniziale, stare sola in cella quasi come una persona infetta, e non poter fare una doccia per giorni". A distanza di qualche mese la situazione non è cambiata. Anzi, per quanto le carceri italiane siano effettivamente alle prese con l'endemico sovraffollamento dei detenuti nelle celle, al loro interno predomina una sempre più ampia e tenebrosa voragine di solitudine spalancata sul nulla.
A testimoniarlo è la storia di Valentina: "Le misure in vigore non permettono che nessuno, neppure per gentilezza, possa offrirti una sigaretta, pena il rapporto disciplinare. Provo una sensazione assurda, di solitudine indescrivibile. Mi sento persa, abbandonata e spaesata, perché il carcere fa paura". A disarcionare la porta di sicurezza sono anche le parole di Martina, abitante del Raggio femminile di San Vittore. La galeotta piange i suoi amati dal 21 gennaio scorso: "Dissi a mia mamma: non ti allarmare, ma penso che fra poco chiuderanno i colloqui. Non mi sbagliavo, quello fu l'ultimo incontro pre-pandemia. Mai avrei pensato che il mondo, da quel momento, sarebbe profondamente cambiato".
L'annus horribilis ha lasciato un'impronta maledettamente indelebile anche nella vita di Stefania che, tra le pagine chiare e le pagine scure dell'inconsueto giornale, ha scelto di dipingervi quegli sciagurati istanti in cui quel gruppo di reclusi di San Vittore, al fine di protestare le misure preventive resesi necessarie a causa del Coronavirus, diede la struttura in pasto alle fiamme: "Era il 9 marzo 2020. Sembrava un giorno come un altro, anche se ovviamente l'aria era pesante. Verso le 10, mentre stavo facendo le pulizie durante la pausa dello spazio agenti, mi è stato detto che dovevo rientrare di corsa al Femminile. Il carcere stava attivando tutte le procedure d'emergenza, facendo uscire i civili e impedendo nuovi ingressi".
Che cosa stava succedendo? "Chiedevo spiegazioni ma nessuno rispondeva. Solo guardano il tiggì ho capito che al Maschile era in atto una rivolta". La redattrice-detenuta ora teme che le bieche azione degli accusati possano infangare ancor più il "buon" nome della galera: "Le carceri sono sempre state viste come una sorta di fabbrica del male, chi ne esce è in un certo senso bollato, adesso dopo questi fatti la visione della gente sarà di sicuro peggiorata".
La rabbia di Stefania è un grido che parla al nostro presente: "Sono stati scritti articoli e articoli, ma per quale ragione neppure una riga su chi come noi ha fatto ricorso alla violenza? Allora mi domando e dico: chi sconta una pena, perché deve essere punito per qualcosa che non ha fatto, ma che ha semplicemente subito?".
Con uno sguardo orizzontale, paritario e mai giudicante, ad accogliere le "urla" del popolo femminile di San Vittore è Renata Discacciati, anima fondatrice del laboratorio di scrittura in auge: "Parliamo di una minuscola ma feroce impresa, in grado di liberare ciascuno dai cassetti in cui è rinchiuso". Non a caso il certamen del Lab firmato "Saint-Victor" è per aspera ad astra. "Non so quando potremo ancora ricominciare le lezioni settimanali interne la casa circondariale, ma il fatto che tutte le redattrici abbiano voglia lo stesso di lavorare da sole mi ha scaldato il cuore e mi ha confermato quanto, a volte, io mi senta più a mio agio con loro che con le persone del mio mondo" conclude la punta di diamante della redazione più sconosciuta di Milano.
di Marta Occhipinti
La Repubblica, 28 gennaio 2021
Palermo bruciava come un alambicco sul fuoco. Agosto, 1982. Traversa di via Castelforte, quartiere Pallavicino: dentro una macchina un uomo sta accasciato in una pozza di sangue. Si sentono solo le urla della moglie, nel buio di una via silenziosa. La vittima è Vincenzo Spinelli, ex grossista di corredi di 46 anni, proprietario del raffinato "ValTiz" di via Valderice, oggi via Spinelli.
Non è facile fare l'imprenditore a Palermo. Di pizzo non si parlava ancora ma la mappa del potere mafioso della città sviscerata dal "Rapporto 162" parlava già chiaro: chi si ribella, muore. "Non tutti poi cercano la mediazione e Spinelli è uno di questi", confesserà il boss Francesco Di Carlo, che con Spinelli prendeva il caffè ogni giorno nello stesso bar. Non erano bastate le rapine negli anni precedenti per quel negoziante ribelle, Spinelli aveva denunciato anche un pezzo da novanta della malavita, il nipote di Pino Savoca, uomo d'onore di Brancaccio. Il clan Riccobono di Pallavicino mise a posto così il commerciante che disse no al pizzo.
La stessa lezione la impartì due mesi prima a Vincenzo Enea, imprenditore edile di Isola delle Femmine che non volle trasformarsi in garzone della mafia. "Killer per un costruttore", titolò L'Ora l'8 giugno del 1982 con una foto orribile di Vincenzo riverso davanti al cancello del " Center Bungalow", il modesto villaggio di casette prefabbricate realizzato con poca spesa sugli scogli di Isola delle Femmine: chiuso d'inverno ospitava gratuitamente famiglie di extracomunitari.
Storie di uomini scomodi, come avrebbe insegnato nove anni dopo Libero Grassi, e di papà coraggiosi come Carmelo Iannì, ucciso due anni prima all'hotel Riva Smeralda. La sua colpa? Avere dato una mano ai poliziotti che utilizzarono l'albergo di cui era titolare per infiltrarsi e seguire i movimenti del perito chimico marsigliese, e noto trafficante, Andrè Bousquet ingaggiato da Cosa nostra per insegnare ai picciotti palermitani la raffinazione della droga. Il suo omicidio fu ordinato dal carcere, la sua morte fu una delle prime "esemplari" di Cosa Nostra.
"La mafia è un po' come un cane che dorme, se non lo importuni ti lascia tranquillo e non ti fa male". Eppure di uomini e di donne che la importunarono ce ne sono stati tanti; come Carmelo Iannì ci furono Ferdinando Domè e Salvatore Zangara, uomini buoni uccisi "per sbaglio", "danni collaterali" che come un effetto domino lacerano di colpo le esistenze di affetti e famiglie.
Ricorda dieci storie tra oltre mille di vittime di mafia, Alessandro Chiolo, insegnante prestato alla scrittura, che dopo aver esaminato le vicende della Squadra mobile dalla morte di Boris Giuliano al maxiprocesso, continua la sua opera di ricostruzione di biografie dimenticate nel libro "Dietro ogni lapide. Morti per mafia, vivi per amore" (Navarra).
È un'antologia-ponte tra vivi e morti, tra memorie lucide e carte giudiziarie sotterrate: "Libri come questo chiudono un'epoca e ne avviano un'altra. Chiudono il capitolo di una storia fin troppo inflazionata, votata alla retorica e cominciano a scriverne un altro", scrive il giornalista Piero Melati nella sua prefazione alla raccolta.
Riavvia tante storie Chiolo e ricordandole ne fa Storia collettiva: l'effetto è un amaro sorriso. La memoria è più forte della morte, perché è presenza. Insegna questo il racconto- intervista di Chiara Frazzetto, figlia del primo imprenditore a ribellarsi al pizzo a Niscemi, Salvatore Frazzetto, detto Totò, ucciso nel suo negozio, "Papillon", insieme al figlio Mimmo, il 16 ottobre del 1996. Cinque mesi dopo, la moglie Agata si impicca per il dolore. Certi dolori "sono condanne all'ergastolo", il tempo fa il suo lavoro come il mare che leviga le pietre, la giustizia accelera la maturazione della perdita, anche quando a questa non c'è spiegazione: è il caso di Giuseppe D'Angelo, 'u patri ri puvirieddi, freddato da dodici colpi di pistola per uno scambio di persona col boss di Tommaso Natale, Bartolomeo Spatola. Chiolo racconta di vittime relegate in serie B, e sceglie il modo più autentico per farlo: attraverso le voci dei loro parenti, racconti in prima persona, interviste dai lunghi silenzi che gettano parole nuove nel racconto sulla mafia. Il risultato è un inedito memoriale di "eroi normali" che hanno amato così tanto da vivere anche dopo la morte.
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