bandieragialla.it, 27 gennaio 2021
Fare informazione dal carcere e sul carcere è già un'impresa difficile in un panorama mediatico poco attento all'argomento eccetto che per i soliti temi (evasioni, suicidi, il detenuto famoso...) e con un'opinione pubblica di conseguenza poco informata. Figurarsi farlo in questo periodo di pandemia quando tutte le attività educative e formative all'interno del carcere sono state sospese o sono state riprese in modo limitato, eppure a Bologna qualcuno ci prova, come è il caso dell'esperienza di Eduradio.
Ne abbiamo parlato con frate Ignazio, monaco della comunità fondata da Giuseppe Dossetti, che è uno dei due conduttori (l'altra è Caterina Bombarda) della rubrica radiofonica "Buongiorno con Liberi dentro", trasmessa su radio Fujiko (103.100 MHz) dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 9.30.
Ignazio ha vissuto per 12 anni in Medio Oriente dove si è specializzato in islamistica: "Il mio incontro con il carcere è stato proprio per la presenza lì di centinaia di musulmani. Sapevo l'arabo, conoscevo la loro cultura e allora ho dato una mano per le relazioni con i detenuti musulmani, facendo soprattutto i colloqui individuali".
La sua attività lo ha portato a leggere la Costituzione italiana in arabo per farla conoscere ai detenuti dato che "Non si dà integrazione se non passando per il territorio culturale delle persone a cui ci si rivolge". Quella italiana veniva confrontata con le costituzioni dei paesi di origine dei detenuti arabi in un percorso di lettura e discussione che è durato due anni e che è stato raccontato nel docu-film Dustur, che in arabo significa appunto costituzione.
Un successivo progetto "Constitution on air" che vedeva degli studenti universitari impegnati in un progetto di educazione alla cittadinanza in carcere, era diventato un documentario radiofonico a causa della pandemia ed è così che è nata l'idea di trasformare in un programma radiofonico e televisivo tutte le attività educative fatte all'interno del carcere e che non potevano essere fatte in presenza. "Eduradio è nata come emergenza ma lo sviluppo che sta avendo adesso è sorprendente - afferma frate Ignazio - è l'idea di un cambio di paradigma, di trasformare la radio accesa 24 ore da strumento generalista e anestetizzante per i detenuti in uno strumento integrato del progetto rieducativo".
Il programma radiofonico, promosso dal Comune di Bologna, Asp città di Bologna e con il sostegno dell'associazione Insight, è partito a fine gennaio 2021 e continuerà fino al 18 aprile. Trasmetterà per l'intera settimana per circa un'ora al giorno e avrà una replica anche su Tele Tricolore una televisione che copre tutta l'Emilia Romagna, presente sul canale digitale terrestre numero 366.
Mentre la rubrica "Buongiorno con Liberi dentro" è un programma di intrattenimento con musica e ospiti, l'altra mezz'ora quotidiana (che va in onda su Radio Fujiko alle 6,30) è condotta dai responsabili dei vari laboratori che si svolgevano dentro il carcere (teatrale, scrittura autobiografica, giornalismo...). A questi si sono aggiunti nuovi laboratori che prima non esistevano come quello dedicato alla salute.
La scelta del canale radiofonico e di quello televisivo ha lo scopo di raggiungere il maggior numero di persone fuori e dentro al carcere, sì perché questo tipo di informazione ha sempre il duplice obiettivo di far parlare chi sta dentro al carcere ma anche di sensibilizzare il comune cittadino che spesso è carico di pregiudizi.
Anche se l'iniziativa è partita da Bologna la vocazione di questo progetto è chiaramente regionale - già esiste la collaborazione con il carcere di Parma - e si stanno cercando accordi con altre radio locali per replicare le trasmissioni e coprire così l'intera Emilia Romagna. La radio in particolare è un mezzo molto adatto, sostiene frate Ignazio, "Mentre per vedere la televisione in carcere ci si deve accordare con i compagni di cella, la radio, è personale, si ascolta con le cuffie durante la passeggiata o di notte".
Del resto l'utilizzo della radio per parlare di carcere ha dei precedenti illustri in Europa. Il caso più famoso è quello inglese dove dal 2007 esiste Prison Radio Association che copre 100 case circondariali con il 75% dei detenuti che l'ascoltano, ha due studi di produzione (uno femminile e l'altro maschile) con uno staff di 80 persone tra detenuti e professionisti.
In Italia invece è nota l'esperienza di Paolo Aleotti, giornalista Rai, che a Bollate fa da anni un laboratorio di giornalismo radiofonico dal titolo Jail Houserock e che va in onda su Radio Popolare.
In futuro frate Ignazio spera che anche a Bologna i detenuti possano partecipare direttamente alla realizzazione del programma radiofonico. "Capiamo tutte le difficoltà di far uscire le voci dei detenuti. Portare la voce dei detenuti all'esterno è un fattore di integrazione molto forte.
Ma sappiamo che il canale può essere manipolato, può essere usato per messaggi in codici, occorre avere una grande attenzione". Questo tipo di difficoltà non deve sminuire però l'importanza di un'esperienza come Eduradio, come testimoniano le numerose lettere che i detenuti scrivono su carta e fanno arrivare a frate Ignazio, lettere dove esprimono gratitudine di non essere lasciati soli soprattutto in questo momento.
Ma una volta che finirà l'emergenza sanitaria cosa succederà a Eduradio? "Noi siamo tutti operatori in carcere - dice frate Ignazio - quindi l'idea è quella di portare i volti e le voci che sono famigliari alla popolazione detenuta, in prospettiva vorremmo essere l'aggiunta delle attività che si fanno in presenza, una volta che finirà la pandemia".
di Gaetano De Monte e Giovanni Tizian
Il Domani, 27 gennaio 2021
Progetti per milioni di euro destinati a migliorare le condizioni dei migranti detenuti nelle prigioni libiche sarebbero finiti anche alle bande che controllano quei luoghi. L'atto d'accusa degli avvocati dell'Asgi, che chiedono l'intervento della magistratura contabile.
Il rischio è che il denaro pubblico proveniente dai bandi dell'Agenzia della Cooperazione Internazionale (Aics) del ministero degli Esteri italiano, destinato al miglioramento delle condizioni di vita dei migranti ospitati nei centri di detenzione in Libia, sia stato usato anche per l'esatto opposto: rendere più sicure con cancelli e recinzioni esterne i campi di tortura: "Interventi di natura ambivalente, con funzione contenitiva, in quanto volta a limitare la libertà delle persone detenute nella struttura".
È uno dei passaggi dell'esposto presentato alla corte dei Conti del Lazio nel novembre scorso dall'avvocato Lorenzo Trucco, in qualità di presidente dell'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, Asgi, l'organizzazione più autorevole in materia.
Tra i centri "teatro di interventi con fondi Aics" anche quello di Zawiya, che indagini giornalistiche e della magistratura hanno rivelato essere in mano al clan Al Nasr, al cui vertice c'è il trafficante, con un passato nella guardia costiera libica, Abdurahman al Milad: più noto come "Bija", presente persino a un tavolo tecnico organizzato in Italia con funzionari del ministero per discutere di immigrazione sulla rotta mediterranea, all'epoca in cui ministro dell'Interno era Marco Minniti e da pochi mesi era stato firmato il memorandum Italia-Libia con il quale si prorogavano aiuti a Tripoli per frenare le partenze dalle coste da quel paese.
Bija è stato arrestato dalle autorità libiche a ottobre scorso, sul suo ruolo restano ancora molti misteri. Il viaggio del trafficante con la delegazione governativa nei palazzi romani è avvenuto a maggio 2017. Quattro mesi più tardi, l'Aics ha stanziato svariati milioni di euro per i centri di detenzione libici con l'obiettivo di migliorare le condizioni di vita dei reclusi. Tra i documenti dell'Agenzia consultati da Domani c'è un bando con il codice 11242 che aveva previsto 2,3 milioni per progetti umanitari "salute, igiene, protezione".
Quasi un milione è finito ai centri dell'"area geografica di Zuara e Sabratha", dove ricade anche il lager di Zawya. La conferma che parte di quel denaro sia finito anche nel campo controllato dalla milizia di Bija è in un articolo pubblicato dall'associazione Helpcode che ha curato la distribuzione dei kit per i migranti detenuti: sul proprio sito è ancora visibile l'annuncio della distribuzione, nell'ambito del progetto sostenuto con i fondi Aics, "il 28 novembre (2019)" di beni "di prima necessità nel centro di Zawiya, ai migranti presenti sono stati consegnati 1160 kit per l'igiene personale e 1.000 coperte. Le donne, infine, hanno ricevuto 382 dignity kit contenenti 3 confezioni di assorbenti. È poi stato consegnato al direttore del centro un kit con materiali per la pulizia".
L'esposto - "Le organizzazioni internazionali operanti in Libia sono ben consapevoli della possibilità di malversazioni e sviamento degli aiuti umanitari: secondo una comunicazione interna delle Nazioni unite esiste un "alto rischio" che gli aiuti umanitari destinati ai detenuti vengano incamerati da gruppi armati. Nel centro di Zawiya, gestito dal clan del noto trafficante conosciuto come "Bija" e teatro di un intervento da 1 milione di euro con fondi Aics, gli aiuti finirebbero metà ai detenuti metà alle guardie, molti beni vengono poi rivenduti sul mercato nero" si legge nella denuncia presentata alla corte dei Conti.
Che il centro di Zawia sia un luogo di abusi e torture lo conferma una sentenza del tribunale di Messina di maggio 2020: sono stati condannati tre guardie di quella prigione. "L'ipotesi che gli interventi abbiano una natura anche contenitiva è suffragata dalle affermazioni del direttore di una Organizzazione non governativa libica, secondo il quale i migranti detenuti nel centro di Sabaa sarebbero stati addirittura obbligati a costruire un'ala aggiuntiva del centro con fondi del governo italiano", è scritto nel documento inviato ai giudici contabili.
Attività che appaiono in netto contrasto con la finalità istituzionale dell'Aics e con "lo scopo dei progetti, che è di migliorare le condizioni di vita della popolazione dei centri migranti e rifugiati e delle comunità ospitanti limitrofe ai centri", scrivono gli avvocati di Asgi.
Bandi sotto accusa - I bandi di gara la cui gestione è finita all'attenzione della magistratura contabile, sono quelli previsti "a valere sul fondo Africa" approvati a ottobre e novembre del 2017 dalla Farnesina. In particolare, sotto la lente della magistratura contabile è finita l'attività di alcune Ong che avrebbero dovuto realizzare dei progetti in favore della popolazione migrante in Libia con un fondo disponibile di qualche milione di euro. I bandi escludono la presenza di personale italiano sul campo, così l'attuazione degli interventi è affidata a subappaltatori libici.
"Da un esame dei documenti ottenuti dall'Aics", scrivono i legali nella denuncia, "emerge una preoccupante mancanza di controlli sull'operato delle Ong e dei subappaltatori libici".
Sapone carissimo - C'è poi il capitolo spese. La Ong Helpcode, si legge nell'esposto "rendiconta attività che appaiono di importo manifestamente eccessivo. Il costo unitario di cinque o sei euro per saponi appare manifestamente sproporzionato rispetto al prezzo di mercato della merce stessa".
Helpcode è la stessa attiva nel campo di Zawya: il lager delle torture come hanno raccontato numerosi testimoni. Tutti i rendiconti, sostengono gli avvocati di Asgi nell'esposto, sono stati approvati dall'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. Da parte sua, un'altra Ong tirata in ballo, Emergenza sorrisi, ha evidenziato che "i rendiconti sono stati puntualmente consegnati con dettaglio dei costi all'Aics".
L'Agenzia tuttavia non ha concesso all'Asgi, denunciano i firmatari dell'esposto, di leggere i documenti certificati sulle spese. Abbiamo chiesto un commento all'ufficio stampa della Farnesina, ma non abbiamo ancora ricevuto risposta. Emergenza sorrisi avrebbe dovuto richiamarci ma non lo ha ancor fatto.
Il Riformista, 27 gennaio 2021
La cultura per salvare la giustizia: il monito dei professori di penale alla presentazione del libro. La giustizia penale è un'emergenza incrollabile, che rischia di divenire "una emergenza definitivamente incontrollabile con danni individuali e sociali a carico dei cittadini irreversibili". È questo il grido d'allarme lanciato nel corso della presentazione del libro "La chiamano giustizia ma è ciò che il giudice ha mangiato a colazione", scritto dalla giornalista calabrese, Morena Gallo.
L'incontro, organizzato dalle Camere penali di Catanzaro e Cosenza, dall'Ordine degli avvocati di Catanzaro e Cosenza, dall'Accademia cosentina e dalla rivista "Critica del diritto", ha messo in luce in maniera inequivocabile il rischio, ormai sempre più concreto, di una giustizia affidata a magistrati che si sentono "tribuni".
"È cosa nota che quello a cui stiamo assistendo negli ultimi anni è un imbarbarimento del nostro sistema giudiziario. Alla sospensione di alcuni fondamentali principi costituzionali - ha detto l'autrice del libro Morena Gallo - I figli della mia generazione avallano la deriva giustizialista: come se in campo vi fossero solo due schieramenti: il male e il bene, e come se il bene si trovasse sempre e comunque da una parte, quella parte rappresentata dalla magistratura, in particolare quella d'accusa. Con questo ovviamente non voglio dire che nella magistratura si trova il male, ma dobbiamo uscire da questa logica manichea. Anche i magistrati sbagliano perché non hanno la verità in tasca. E un giornalismo che si dica tale oltre a magnificare il lavoro dei magistrati, lo deve anche, e forse soprattutto, criticare quando vi sono i presupposti".
Per il professore Giovanni Fiandaca, "uno dei grossissimi problemi della giustizia penale oggi è quello del tipo di cultura giurisdizionale. Del tipo di cultura penale che predomina nell'ambito della magistratura o almeno in alcuni dei settori più attivistici, più interventistici della magistratura. In un contesto nel quale punire non solo in Italia è diventato una passione contemporanea bisogna contrapporre antidoti culturali di segno diverso e impegnarci più di quanto abbiamo fatto".
E, in riferimento alla vicenda di Giuseppe Caterini, condannato in primo grado per aver adempiuto ad un suo dovere, precisa che "le cause vere del diffuso fenomeno di malagiustizia sono cause che stanno a monte, sono cause di ordine culturale che attengono alla concezione che il magistrato penale - e quando dico magistrato ovviamente mi riferisco sia il pm che al giudice e in particolare mi riferisco al magistrato che esercita un ruolo di accusa - ha del proprio ruolo, alla concezione che il magistrato ha degli scopi del processo penale, alla concezione che il magistrato ha delle indagini preliminari, alla concezione che il magistrato ha della notizia criminis".
Anche per il professore Giorgio Spangher è un problema culturale: "con questo convegno noi cerchiamo di dare voce ai tanti Caterini - ha esordito nel suo intervento - A tutti i Caterini che non hanno voce, perché le persone che vengono assolte a seguito di un processo penale sono tantissime, se non vengono assolte in primo grado vengono assolte in appello; lo Stato paga fior di denari per la carcerazione preventiva, che permetterebbero annualmente non so quante assunzioni di personale.
Dobbiamo migliorare sul piano culturale: il discorso è che dobbiamo migliorare sul punto di vista culturale non soltanto noi, non soltanto l'avvocatura, non soltanto anche la magistratura, ma il Paese, perché il mio timore è che del processo penale si pensa sempre che è una brutta bestia e lo è, perché costa, costa moralmente, costa socialmente, costa economicamente agli imputati anche quando vengono assoluti".
E sugli effetti del processo penale, ricorda che "si pensa sempre che il processo penale tocchi agli altri e non tocchi a te; invece la convinzione che noi dobbiamo realizzare è che il processo penale può toccare a chiunque ed è una bestia soprattutto per chi è innocente, che subisce un danno doppio, perché almeno il colpevole ha una ragione per capire che è sottoposto a processo penale; l'innocente, come Caterini, non riesce a cogliere, perché non riesce a capire e ne subisce gli effetti nella famiglia, negli affetti, nella società. Non c'è un'esigenza sociale che riguarda gli altri. Il processo penale riguarda noi".
Il popolo sembra disconoscere il termine garantisco. Per il professore Luigi Stortoni "la volontà popolare non è educata al garantismo e ai principi, plaude il giudice che condanna e insulta e beffeggia il giudice che assolve e il giudice fa sempre più fatica - anche perché la sua cultura non è garantista - a capire che la sua posizione è quella di chi si frappone fra la voce della gente che chiede il linciaggio e l'imputato reo, magari colpevole, e che la folla non faccia giustizia con il linciaggio, ma sia la legge a giudicarlo, secondo i principi che valgono per tutti".
È stanco di sentire la parola garantismo il professore Sergio Moccia, secondo cui "il problema allora riguarda il non garantista, perché garantista significa applicare la legge; uno o è giurista o è giudice o non è, non è niente se non applica la legge".
Sulla vicenda giudiziaria trattata nel libro, invece, si interroga il consigliere della Corte di Cassazione, Antonio Bevere: "mi chiedo se ci siano state reazioni nei confronti dei magistrati che hanno mal ricostruito il fatto, senza tenere conto del fatto che era in corso un reato che è stato interrotto da un cittadino, un pubblico ufficiale encomiabile; c'era un dato di fatto che lo rendeva eroico e invece lo hanno reso un imputato ed anzi un condannato. Vittima di un errore giudiziario, ma vittima anche di un piccolo imprenditore che vive in Calabria".
grossetonotizie.com, 27 gennaio 2021
La Giunta comunale di Grosseto ha approvato la delibera per la concessione di un contributo economico all'associazione culturale Sobborghi Onlus. La volontà è quella di promuovere il progetto teatrale, svolto anche nella casa circondariale di Grosseto, utile a favorire la socializzazione della popolazione detenuta attraverso le attività teatrali e musicali e, conseguentemente, anche per il reinserimento dei detenuti nella società una volta scontata la pena detentiva. "Siamo particolarmente orgogliosi di poter contribuire all'iniziativa - dichiarano Antonfrancesco Vivarelli Colonna, sindaco di Grosseto, e Luca Agresti, vicesindaco ed assessore alla cultura -. È molto importante investire sul recupero e la crescita sociale anche di si trova all'interno di una realtà carceraria. Inoltre, promuovere l'arte è sempre un'ottima scelta".
di Fabio Scaltritti
Il Manifesto, 27 gennaio 2021
Un episodio di giornalismo di provincia ci riporta alle argomentazioni di una subcultura moralistica che pensavamo archiviata e legata alla esperienza arcaica di Muccioli: consumatori di sostanze tacciati come deboli da imprigionare e da stigmatizzare. Nel 2019 in una frazione vicina ad Alessandria, Quargnento, i Vigili del Fuoco intervengono per spegnere un incendio sviluppato all'interno di una tenuta, che ha coinvolto un locale adiacente la Villa padronale.
I proprietari, una coppia del paese, sono chiamati dai Vvff e avvisati che le fiamme sono domate e che le squadre operative stanno facendo un sopralluogo negli altri locali per verificare che non vi siano altri focolai. Purtroppo dopo pochi minuti un'esplosione inattesa e di proporzioni devastanti rade al suolo l'intera proprietà e provoca la morte di tre giovani pompieri e il ferimento di altri colleghi.
Si scoprirà che all'interno della villa erano state posizionate sette bombole di GPL con un innesco e, nel corso delle indagini, emerge la colpevolezza della coppia che confessa di aver agito per incassare il premio dell'assicurazione. Alessandria si stringe così a fianco del Corpo dei Vigili e, in particolare, accanto alle famiglie dei tre "pompieri" uccisi: Marco, Matteo e Antonio che avevano tra i 30 e i 40 anni e che erano conosciuti e amati per il loro impegno sociale e culturale. Durante il processo per omicidio colposo e per più di un anno tutta la popolazione sostiene, ricorda e commemora i tre ragazzi uccisi nello scoppio.
Per i media locali e nazionali diventano "I nostri Eroi" e tutti noi, ancora oggi, li ricordiamo come "eroi normali", lavoratori instancabili. Il Comune di Alessandria decide di intitolare una via alla loro memoria, in deroga ai regolamenti che prevedono dieci anni di tempo dalla scomparsa. Un fulmine a ciel sereno, una sorpresa odiosa, è rappresentato dalla pubblicazione la settimana scorsa su Il Piccolo, bisettimanale locale, di un servizio che denuncia la presenza di tracce di stupefacenti nei cadaveri dei tre Vigili del fuoco e di un editoriale dal titolo "Se gli eroi perdono il loro mantello".
La reazione della cittadinanza è immediata e fragorosa, i social media de Il Piccolo vengono inondati di messaggi di disapprovazione, molti chiedono le dimissioni del direttore e qualcuno arriva a proporre il boicottaggio verso il giornale. L'indignazione per l'offesa subita è profonda: non si contesta la pubblicazione della notizia e la libertà di stampa, o il dovere di cronaca, ma la scelta di enfatizzare un elemento conosciuto da più di un anno, delicato e personale, per gettare discredito immotivato e per colpire tre vittime del dovere e del lavoro. Uno schiaffo alla memoria, alle famiglie e a chi li ha amati.
Si scopre che la notizia era già emersa durante gli esami autoptici di fine 2019 e che i media locali avevano scelto di non rendere pubblico il ritrovamento delle "tracce di sostanze", cannabis e cocaina, anche perché non influente ai fini delle indagini e delle fasi processuali. Secondo il direttore del giornale lo scoop invece rimette in discussione l'immagine che ci si era fatta dei tre pompieri morti nell'adempimento del loro dovere: non tre eroi quindi, ma tre giovani, vittime anch'essi della fragilità e facenti parte di quella umanità che trova nelle sostanze il modo di alleviare le proprie debolezze.
E per di più positivi a sostanze mentre erano al lavoro. Le evidenze scientifiche testimoniano con certezza che il rilevamento di tracce di sostanze nelle urine o nel sangue o nel capello non vuol dire di essere sotto l'effetto di sostanze; questa semplificazione è puro terrorismo mediatico. Questo episodio di giornalismo di provincia ci riporta alle argomentazioni di una subcultura moralistica che pensavamo archiviata e legata alla esperienza arcaica di Muccioli: consumatori di sostanze tacciati come deboli da imprigionare e da stigmatizzare. Per fortuna il confronto nel mondo è cambiato dopo la sconfitta della war on drugs. Negli Stati Uniti la legalizzazione della cannabis per uso ricreativo e/o per scopi terapeutici si diffonde. In Italia si guarda ancora al passato.
di Matteo Garavoglia
Il Manifesto, 27 gennaio 2021
Crisi su crisi. Piazze in fermento dal parlamento alla periferia della capitale. A Sbeitla la prima vittima. La Tunisia vive una seconda ondata di mobilitazioni per chiedere conto dei 1.200 arresti arbitrari avvenuti in queste settimane e protestare contro il rimpasto di governo voluto dal premier Hichem Mechichi.
Nonostante il lockdown dovuto all'epidemia di Covid-19, dal 15 al 20 gennaio il paese è stato attraversato da numerose manifestazioni notturne. Per cinque giorni si sono registrati scontri con la polizia nelle principali città della costa e dell'entroterra. Le organizzazioni della società civile hanno denunciato il comportamento delle forze dell'ordine e le modalità dei fermi, avvenuti principalmente di giorno e senza garanzie legali, che hanno interessato soprattutto i minori.
In seguito il Paese ha vissuto tre giorni di calma apparente, salvo poi riaccendersi da lì a poco. Sabato 23 gennaio più di mille persone si sono ritrovate in avenue Bourguiba, nel pieno centro di Tunisi. "Abbiamo fatto la Rivoluzione nel 2011. Siamo scesi in piazza per anni e non è successo niente. Siamo qui oggi e continueremo a esserci fino a quando non cambierà qualcosa in questo paese", dice Sirine, una ragazza di Kasserine che dieci anni fa non ha vissuto la Rivoluzione perché troppo giovane.
La manifestazione ha toccato i luoghi simbolo del vecchio regime e di chi lotta ancora con le ferite del passato. Di fronte alla Banca centrale della Tunisia e all'Istanza dei martiri e dei feriti della Rivoluzione sono riapparsi i vecchi slogan rivoluzionari. Sono il segnale di un malessere che coinvolge le aree marginalizzate della capitale e dl Paese. A Sbeitla, città dell'entroterra tunisino, è stata registrata la prima vittima. Si tratta di Haikel Rachdi, un giovane manifestante colpito da un lacrimogeno alla testa e deceduto lunedì 25 gennaio. La notizia ha causato la ripresa degli scontri notturni nell'area.
Scontri che sono all'origine anche della marcia di ieri a Cité Ettadhamen, una delle aree più periferiche della capitale, per richiedere il rilascio degli arrestati. Qui per giorni le proteste notturne sono state continue, così come gli arresti. Centinaia di persone hanno deciso di intraprendere una marcia pacifica in direzione dell'Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp) al Bardo, dove un'altra manifestazione era impegnata a contestare Hichem Mechichi e la sua nuova compagine di governo. La marcia è stata fermata dopo pochi chilometri da un ingente schieramento di forze dell'ordine. Molti i minorenni presenti. Mohamed Aziz ha 16 anni e in poche parole riassume la situazione della sua municipalità: "Qui non c'è niente e non ci sono speranze". Tra le mani però tiene un cartello con scritto in inglese: "Lotta oggi per un domani migliore". Nel frattempo, a una manciata di chilometri da dove la marcia si è bloccata, il Bardo è completamente militarizzato e i poliziotti sorvegliano ogni accesso alla zona del parlamento, sotto l'occhio vigile di blindati e cannoni ad acqua. Alla fine circa mille persone sono riuscite a ritrovarsi vicino all'Assemblea dei rappresentanti del popolo, molte altre sono state fermate preventivamente.
A poche centinaia di metri dalla manifestazione il parlamento è impegnato a discutere il rimpasto voluto dal premier Mechichi. Tra i posti chiave interessati ci sono il ministero degli Interni, uno dei luoghi meno riformati dopo la cacciata di Zine El-Abidine Ben Ali nel 2011, e il ministero della Sanità per non avere saputo gestire al meglio la pandemia di Covid-19. Tra i manifestanti c'è Fouad, di poche parole ma con le idee molto chiare: "Siamo qui per chiedere i nostri diritti. Oggi non abbiamo più paura di scendere per strada anche se questa è la sola differenza rispetto a prima. Per il resto non è cambiato nulla, sappiamo bene che ci sono stati 1.200 arresti. Oggi comunque resta una bella giornata, ci sono molti giovani che non hanno visto il 2011".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
Anastasia Chekaeva sarebbe dovuta essere consegnata alle autorità russe domani. Ieri è arrivata la comunicazione del Dipartimento della pubblica sicurezza dell'interno e l'ordinanza della corte di Appello di Sassari. Due buone notizie per Anastasia Chekaeva. Il ministero della Giustizia ha sospeso l'estradizione in "zona cesarini", visto che la donna sarebbe stata estradata domani presso gli uffici della Polizia Giudiziaria di Roma Fiumicino.
"A seguito della pregressa corrispondenza concernente l'esecuzione della procedura in oggetto, si comunica che il ministero della Giustizia ha sospeso la consegna ai fini estradizionali della nominata in oggetto", si legge nella comunicazione del Dipartimento della pubblica sicurezza dell'interno. In seguito a questa disposizione la corte d'Appello di Sassari ha revocato la misura della custodia cautelare in carcere, disponendo per la donna l'obbligo di dimora nel comune di Arzachena.
Una vicenda dai contorni inquietanti - Un sospiro di sollievo per una vicenda che Il Dubbio ha portato alla luce grazie alla segnalazione dei difensori di Anastasia, gli avvocati Fabio Varone e Pina Di Credito. Importante l'interessamento da parte di Rita Bernardini del Partito Radicale e Roberto Giachetti di Italia Viva. La vicenda ha, comunque, contorni inquietanti. Una vera e propria persecuzione di sapore politico nei confronti di una donna che dovrebbe essere protetta dal nostro Paese. Tutto ha avuto inizio tre anni fa, quando Anastasia vive e lavora a Voronezh, in Russia, insieme al compagno (ora marito) Fabrizio Crespi, titolare dell'agenzia di viaggi dove lei è impiegata.
L'agenzia si trova all'interno del centro commerciale Galleria Chizhov, il cui legale rappresentante è Klimentov Andry Vladimirovich, vicepresidente della Commissione per il Lavoro e la Protezione Sociale della popolazione, e il cui fondatore è Chizhov Sergey Viktorovich, dal 2007 deputato della Duma di Stato della Russia - entrambi noti esponenti politici del partito "Russia Unita", il cui leader è Vladimir Putin.Un tour operator cancella una serie di viaggi che l'agenzia aveva venduto, ma Anastasia e Fabrizio Crespi, pur non essendo responsabili delle cancellazioni, si trovano costretti a prendersi carico dei rimborsi.
A questo punto inizia una campagna di diffamazione nei loro confronti, per cui la coppia decide di fare ritorno in Italia - dove vive legalmente dal gennaio 2018, e dove la loro bambina inizia a frequentare le scuole elementari. Seppure la vicenda amministrativa sia conclusa, Chizhov e Vladimirovich decidono di avviare un procedimento penale nei confronti di Anastasiia, a detta loro giustificato per vendicarsi della "cattiva pubblicità" causata dall'agenzia situata nella loro galleria. Ottengono - grazie alla loro posizione politica - che venga emessa domanda di estradizione all'Italia, quando in realtà il rappresentante legale dell'agenzia di viaggi è Fabrizio Crespi, marito della Chekaeva e cittadino italiano, che non avrebbe potuto essere estradato in Russia. A lui viene diretta una forte campagna di intimidazione e minacce, iniziata immediatamente e motivo principale per cui la coppia torna in Italia - per assicurarsi l'incolumità della famiglia.
Il ministero della Giustizia ha deciso di sospendere l'estradizione - Eppure, secondo quanto denunciato dagli avvocati Fabio Varone e Pina Di Credico, il governo italiano non ha considerato nessuno di questi elementi, non opponendosi minimamente al processo di estradizione. Fino a venerdì 22 gennaio, quando Anastasia viene prelevata e reclusa nel carcere di Sassari in attesa del trasferimento in Russia. Ma ora, finalmente, il ministero della Giustizia ha deciso di sospendere l'estradizione in attesa di nuovi accertamenti.
La condizione delle carceri russe è drammatica -Quali? Se è stato violato sia il diritto al giusto processo, sancito dalla Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, ratificata dall'Italia e dalla Russia, sia il diritto a non subire trattamenti crudeli, disumani o degradanti, stabilito sempre dalla stessa Cedu, tenuto conto della situazione di sovraffollamento e delle gravissime condizioni igienico-sanitarie della popolazione carceraria della Federazione Russa, in particolare dei centri di detenzione preventiva (Sizos), come risulta dalla documentazione prodotta nei vari giudizi.
La situazione è ulteriormente aggravata dalla emergenza sanitaria dovuta alla diffusione dei contagi da Covid-19 nelle carceri russe, circostanza documentata anche in relazione alle particolari condizioni di salute di Anstasiia Chekaeva che è affetta da asma allergica con broncospasmi e rischio di contrarre la polmonite.
Altro punto da vagliare e se, con l'eventuale estradizione, risulterebbe violato anche il diritto della figlia minore, cittadina italiana, a conservare il rapporto con la madre, in violazione dell'articolo 8 della Cedu, considerato che la vita della bambina è radicata in Italia. Bisogna dare atto al Ministero della Giustizia di aver sospeso l'estradizione, affermando in questo modo il nostro Stato di Diritto. Quello che è carente nella Russia di Putin.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 27 gennaio 2021
L'ultimo rapporto di Amnesty International: per i detenuti politici celle sovraffollate e sporche, assenza di cure mediche e pestaggi. Una forma di tortura volutamente coltivata dal regime
Prigionieri in Egitto. Come da tradizione, lunedì, giornata nazionale della polizia, il presidente al-Sisi ha graziato migliaia di detenuti. Ieri il ministero dell'interno ha dato i numeri: 3.022 i prigionieri tornati a casa domenica. Saranno sottoposti a cinque anni di sorveglianza speciale.
Tra loro non ci sono prigionieri politici, o meglio non ci sono condannati per "terrorismo", categorie che nell'Egitto post-golpe spesso coincidono: è tramite la legge anti-terrorismo che dal 2013 le carceri si sono riempite (si stima) di 60mila detenuti per ragioni politiche. Tanto piene da costringere a costruirne un'altra decina, senza tuttavia risolvere il problema enorme dell'affollamento. Che è di per sé una forma di tortura.
Lo spiega bene l'ultimo rapporto di Amnesty International dedicato alle carceri egiziane, alla carenza voluta di assistenza medica, alle condizioni disumane delle celle, piccole, senza aerazione sufficiente, buie e umide. Condizioni talmente pessime da aver condotto in troppi casi alla morte dei detenuti: tra gli ultimi in ordine di tempo c'è il decesso del regista e fotografo Shady Habash, lo scorso maggio (24 anni, da due nel carcere di massima sicurezza di Tora, era stato arrestato per il video della canzone Balaha); e quello del noto giornalista Mohamed Monir, arrestato con l'accusa di aver diffuso notizie false, e morto per Covid-19 a luglio.
"Cosa mi importa se muori?" è il titolo scelto dall'organizzazione internazionale per il rapporto dedicato alle prigioni. Un viaggio nell'incubo, raccontato in questi anni da chi esce, dopo anni di detenzione preventiva o condanne in processi di massa: prigionieri privati di tutto, costretti a farsi acquistare dalle famiglie cibo e sapone e a dire addio a cure mediche di base e spesso alle visite familiari, di fatto messe al bando con la scusa del Covid-19.
"È deplorevole che le autorità egiziane cerchino di intimidire e tormentare difensori di diritti umani, politici, attivisti, oppositori veri e presunti negando le cure mediche", si legge nel rapporto, basato sulle testimonianze e le storie di 67 detenuti sparsi in tre carceri femminili e 13 maschili. Di loro dieci sono morti in cella, altri due appena usciti.
Storie che Amnesty ha presentato al governo egiziano lo scorso dicembre senza ricevere risposta. Dopotutto, aggiunge il direttore di Ai per Medio Oriente e Nord Africa, Philip Luther, "c'è la prova che le autorità carcerarie, citando gli ordini giunti dalla National Security, prendono di mira determinati prigionieri e li puniscono", con isolamenti prolungati (l'ex candidato presidenziale Aboulfotoh è isolato da tre anni), divieto alle visite familiari fino a 4 anni o a ricevere da fuori cibo e medicine.
Al resto pensa una sanità inesistente: infermerie sporche, senza medicinali se non antidolorifici, dove si arriva solo se una guardia decide che si è abbastanza meritevoli. Così si muore in prigione: secondo Amnesty, è successo centinaia di volte dal 2013. E chi protesta, rifiutando il cibo, viene picchiato selvaggiamente.
di Ezio Menzione*
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
In Azerbaijan il diritto di difesa è considerato assai poco. Anzi, in certi casi, è addirittura una faccenda pericolosa. Basta andare a Baku e cominciare a muoversi fra un piccolo centro antico un po' troppo restaurato e un centro nuovo ipermoderno con edifici costosissimi e griffati da archistar, fra le ville e i boulevard inizio '900 (il primo boom del petrolio) e i molti quartieri, chiari e dignitosi anche se non lussuosi costruiti dagli anni 90 ad oggi e proprio lì, ormai defilati e quasi sottratti alla vista, si trovano gli edifici popolari dell'epoca dei soviet, venuti su dagli anni ' 30 fino agli anni ' 70. Palazzoni senza forma, intensamente grigi, che già dall'esterno lasciano capire le ristrettezze e le tristezze di una vita lì dentro.
Ecco, proprio quei palazzi danno l'idea di quanto fosse considerata negli anni sovietici ogni umana aspirazione alla libertà e alla felicità. Sarebbe però legittimo pensare che crollato il regime sovietico e riacquistata la propria indipendenza nel 1991 l'Azerbaijan si fosse slanciato in avanti sul tema dei diritti, considerato anche che un certo diffuso benessere il petrolio e il gas lo hanno portato a tutti, almeno nella capitale, dove infatti sono affluiti a centinaia di migliaia i montanari caucasici. Ma non è stato così.
La democrazia non è cresciuta nemmeno quanto il reddito pro capite. Ma riflettiamoci: la democrazia, oltre ad una forma di governo, è una forma mentale che si deve man mano impiantare nelle teste dei cittadini e non è un'impresa facile. La democrazia è faccenda difficile. Nell'Azerbaijan indipendente questo faticoso processo non è stato per niente aiutato dalle scelte di una politica che ha visto al potere ininterrottamente prima Aleijev padre e poi Aleijev figlio (nonché sua moglie, vicepresidente, ma per molti il vero capo dello Stato).
Il nuovo ordinamento sociale e politico sembra, per molti versi, la continuazione del sistema vigente durante l'era sovietica. Un esecutivo all'epoca lontanissimo, oggi vicino, ma ugualmente accentratore, che coltiva alcuni diritti sociali, ma nessun diritto umano, del singolo. E ciò per decadi e decadi, generazione dopo generazione: così la democrazia e i diritti non possono affermarsi.
Che la costruzione dello Stato di diritto sia faccenda complicata lo dimostrano anche i paesi usciti dalla "primavera araba", dove in nessuno stato, eccetto che in Tunisia, si è insediata una forma di compiuta democrazia: non in Egitto, non in Siria, men che meno in Libia. La Tunisia è lì a dimostrare che un cammino verso la democrazia sarebbe stato possibile, ma che esso è molto difficile.
Così tutta la fascia torno alla nostra Europa occidentale attesta che il deficit di riconoscimento dei diritti umani è ben difficile da superare. Lasciamo stare i paesi arabi e proviamo a prendere come parametro per misurare il rispetto dei diritti umani il contenzioso che approda alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Muovendoci fra i dati relativi al 2019 (quelli del 2020 non sono stati ancora elaborati) vediamo che ben il 64,2% del contenzioso proviene dalle repubbliche ex sovietiche, e fra queste spicca la Russia con il 22,7%.
L'Azerbaijan incide con il 3,3%. Abbastanza ma non poi così grave, si dirà, considerato che l'Italia (prima fra i paesi dell'Europa occidentale quanto a gettito per la Corte Edu) ammonta al 5,5 %. Ma consideriamo che l'Italia ha una popolazione di più di 60 milioni, mentre l'Azerbaijan ha raggiunto appena i 10 milioni. Facile il conto se anche l'Azerbaijan avesse la stessa popolazione dell'Italia.
Si viene così al diritto di difesa, indice e presidio della tutela di ogni altro diritto, e al modo in cui sono trattati gli avvocati. In Azerbaijan ci sono meno di 1.000 avvocati e questo costituisce motivo di debolezza della loro compagine. Per di più è radicata nella prassi e nella mentalità comune, così ci ha detto il collega Ermin Aslanov, l'abitudine di bypassare l'avvocato trovando un accordo diretto col procuratore o addirittura col giudice.
E consideriamo che i magistrati, tutti i magistrati, sono nominati dall'esecutivo. A ciò si aggiunge un punto cruciale: in tutto il paese c'è un solo consiglio dell'ordine nazionale, e, verrebbe da dire, nazionalizzato, tanto è subalterno al potere esecutivo. In questo assetto è facile per il governo colpire quegli avvocati, non molti in verità, che reclamano diritti fondamentali per i propri assistiti o si ergono a difesa dell'opposizione al regime politico.
Per il regime il Consiglio Nazionale Forense azero funziona da strumento sicuramente obbediente. E ciò, nonostante che nel 1999 sia entrata in vigore una nuova legge sulla professione forense. Ma la novità legislativa non è riuscita evidentemente a cambiare la subalternità ordinamentale della professione rispetto al governo.
Non sembra esagerato rinvenire un vago sapore staliniano in questa linea diretta fra il Presidente - il governo - il consiglio nazionale degli avvocati - la repressione contro gli avvocati scomodi. Che vengono colpiti infatti per lo più attraverso provvedimenti disciplinari, che vanno dalla sospensione per uno o più anni, fino alla radiazione.
Spesso alla radiazione consegue anche la confisca dei beni. Talora per essi c'è anche la galera: 7 anni e mezzo inflitti nel 2015 a Intigam Alijev, noto difensore dei diritti umani, con la scusa di reati tributari, di cui la Corte Edu, investita del caso, non ha trovato alcuna traccia. Nello stesso 2015 il Consiglio degli Ordini Forensi Europei lo ha insignito del premio per i diritti umani. Ma è ancora in carcere.
*Osservatore Internazionale Ucpi
di Alessandro Pirovano
osservatoriodiritti.it, 27 gennaio 2021
Le condizioni dei detenuti dell'Eta e la controversa politica di "dispersione dei prigionieri" attuata dalla Spagna pesano ancora come un macigno sul processo di pace dei Paesi Baschi. Nel corso degli anni, gli scontri tra terroristi, militari e paramilitari hanno provocato più di 800 morti.
A dieci anni dal "cessate il fuoco" dell'Eta, 238 località tra Spagna e Francia hanno manifestato per chiedere il rispetto dei carcerati e la pace per i Paesi Baschi. In particolare, Sare e Artisan de la Paix, le organizzazioni che hanno indetto gli eventi, vogliono che termini al più presto la politica di "dispersione dei detenuti" e che si torni a rispettare i diritti umani dei carcerati.
La situazione. Alla fine del 2020 in prigione c'erano 218 detenuti del Collettivo politico dei prigionieri baschi: 163 in Spagna (dati Etxerat), 30 in Francia e 25 nei Paesi Baschi. Nel dettaglio, poco meno della metà dei detenuti dell'Eta in Spagna è stato collocato a oltre 400 km dai Paesi Baschi e quasi un terzo a oltre 600 km. Distanze che si allungano, naturalmente, per chi è in Francia, dove il 23% si trova tra i 600 e i 1.100 km. A questo si aggiunge che in oltre il 50% dei casi è utilizzato il carcere duro per questi detenuti.
Le violazioni. Centri di ricerca e varie personalità parlano esplicitamente di violazioni dei diritti umani, tenendo conto anche delle accuse di maltrattamenti e sevizie ai danni dei prigionieri in carcere per motivi politici emerse nel corso degli anni. I membri dell'Eta sono stati mandati lontano dalla propria regione, isolati e trasferiti spesso da una struttura all'altra per tagliare qualunque possibilità di relazione, così da indebolire qualunque possibile rinascita del movimento terrorista.
La fine delle ostilità. Il 10 gennaio di dieci anni fa l'Eta, sigla che sta per "Patria Basca e Libertà", dichiarò un "cessate il fuoco permanente", "generale" e "verificabile". Un passo verso la fine delle violenze che, col tempo, si rivelò essere quello definitivo (la dissoluzione dell'organizzazione risale al 2018). Le persone che sono morte nel corso del conflitto tra gli indipendentisti baschi e militari e paramilitari spagnoli sono oltre 800.
La storia. L'organizzazione era nata alla fine degli anni Cinquanta, in opposizione al regime franchista e con l'obiettivo di difendere la cultura e la lingua basca. In breve l'Eta si organizzò militarmente, promuovendo attentati contro le forze franchiste, che proseguirono anche dopo la fine del regime. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, infatti, i terroristi dell'Eta colpirono politici, militari, ma anche civili. Tra gli attentati, il più cruento fu quello del 6 giugno dell'87, a Barcellona, dove una bomba ammazzò 21 persone. Dal canto loro, le autorità spagnole misero in prigione migliaia di sostenitori dell'Eta, bandirono diversi partiti legati all'organizzazione e finanziarono formazioni paramilitari, come il Gruppo antiterrorista di liberazione (Gal).
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