di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 3 novembre 2020
Amnesty International, Campaign Against Homophobia, Freemuse, Front Line Defenders, Human Rights Watch e Ilga-Europe hanno chiesto al procuratore generale della Polonia di annullare l'accusa di "offesa ai sentimenti religiosi" per la quale tre attiviste andranno a processo il 4 novembre nella città di Plock.
Elżbieta, Anna e Joanna sono accusate di violazione dell'articolo 196 del codice penale per aver affisso, in vari luoghi pubblici di Plock, dei poster raffiguranti la Vergine Maria e il Bambinello con l'aureola dipinta con i colori dell'arcobaleno, simbolo del movimento Lgbti. Secondo l'atto d'accusa, le tre attiviste hanno "insultato pubblicamente un oggetto di culto religioso mediante una raffigurazione che ha offeso i sentimenti religiosi di altre persone".
Dopo l'arresto della sola Elżbieta, eseguito nel maggio 2019 di ritorno da una serie di conferenze sulla situazione in Polonia organizzate da Amnesty International in Belgio e Olanda, nel luglio 2020 tutte e tre le attiviste sono state incriminate ufficialmente. Se giudicate colpevoli, rischiano fino a due anni di carcere semplicemente per aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione, in questo caso artistica. Il loro caso non è isolato.
Negli ultimi anni molti attivisti e difensori dei diritti umani sono stati ripetutamente perseguitati per aver svolto attività legittime e pacifiche. Elżbieta, insieme ad altre 13 attiviste per i diritti umani, era stata picchiata per aver preso posizione contro l'odio in Polonia durante la Marcia dell'indipendenza del 2018. Insieme ad Anna e Joanna, Elżbieta lotta pacificamente contro l'odio e la discriminazione. Le tre attiviste sono impegnate da anni per una Polonia di giustizia e uguaglianza. Finora, circa 14.000 persone hanno aderito alla campagna internazionale che chiede al procuratore generale della Polonia di annullare le accuse nei loro confronti.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 2 novembre 2020
"Nell'isolamento di marzo e aprile sento che ho perso un po' di abilità sociale": è l'osservazione fatta da uno studente durante un incontro in una videoconferenza del progetto di confronto tra le scuole e il carcere "A scuola di libertà". Questa piccola riflessione ci è servita a fare un pensiero profondo sulla vita detentiva: se due mesi di "isolamento" hanno fatto diventare tante persone libere più chiuse, più fredde, in qualche modo più sospettose e distaccate nella loro vita di relazione, immaginarsi quanto indebolisce i legami sociali la galera, e lo fa sempre, ma doppiamente in tempi di coronavirus.
di Stefano Allievi
Confronti, 2 novembre 2020
Può una società vivere senza carcere? È interessante che questa sia una delle tipiche domande che non ci poniamo. Le diamo per scontate. Come facciamo spesso, in questa società analgesica, che il male e il dolore non li vuole vedere, ci siamo limitati a spostarlo fuori città, come tutte le funzioni infette: occhio non vede, cuore non duole. Ma, ovviamente, non è la soluzione, né la risposta a domande scomode come: quanto è efficace, rispetto alla funzione che gli si attribuisce? e quale è veramente la sua funzione?
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 novembre 2020
Seconda morte tra i detenuti risultati positivi alla seconda ondata. Si registra l'ennesimo focolaio nei penitenziari, questa volta nel carcere di Alessandria, la casa circondariale "Don Soria", con 26 reclusi positivi al Covid 19 della sezione 4A.
di Davide Varì
Il Dubbio, 2 novembre 2020
L'Ocf: "Necessario un piano unitario della Giustizia. Si agisca o agiremo di conseguenza". "Con la ripresa dell'epidemia, cui si sta assistendo dallo scorso settembre, e in mancanza di un piano unitario nazionale dell'emergenza sanitaria nel settore della Giustizia, che l'Organismo Congressuale ha più volte invocato sin dall'insorgere dell'emergenza, si segnala che la molteplicità di misure organizzative è causa specifica di diffusione del contagio, cosicché può dirsi che in molti tribunali italiani si muore per indolenza e incuria".
di Giovanbattista Tona
Il Sole 24 Ore, 2 novembre 2020
Il lockdown della scorsa primavera ha bloccato i termini di scadenza delle misure cautelari anche nel procedimento dinanzi al Tribunale della libertà. E se l'interessato aveva presentato l'istanza di riesame, che deve essere decisa entro 15 giorni, a pena di inefficacia della misura, il computo non deve tenere conto del periodo tra 1'8 marzo e maggio, salvo che il detenuto non abbia chiesto espressamente la trattazione del giudizio.
Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza 29208 del 21 ottobre scorso, respingendo un ricorso che deduceva la sopravvenuta inefficacia della misura cautelare impugnata con istanza di riesame, deliberata oltre i termini di legge. Era accaduto che il Tribunale aveva fissato udienza per la trattazione di una richiesta di riesame di un'ordinanza di custodia cautelare ma, prima di quella data, era intervenuto il decreto legge li dell'8 marzo 2020 che per contrastare la diffusione del Covid-19 aveva disposto il rinvio d'ufficio di tutte le udienze, fatta eccezione per alcuni procedimenti.
Secondo il difensore, tra queste eccezioni si doveva considerare compreso il procedimento di riesame, che coinvolge persone sottoposte a misure coercitive e che è scandito da termini rigorosi di decadenza: entro cinque giorni dalla presentazione della richiesta, il Tribunale deve ricevere gli atti dal giudice che ha applicato la misura ed entro dieci giorni dalla ricezione degli atti deve adottare la decisione.
La violazione di uno di questi termini comporta l'inefficacia della misura. Ma la Cassazione ha affermato che il testo del decreto legge 11 del 2020 non consente questa interpretazione. L'articolo 2, comma 2, numero 2, prevedeva in via d'eccezione la trattazione solo delle udienze di convalida di arresto odi fermo, di quelle dei procedimenti nei quali nel periodo di sospensione scadevano i termini massimi di custodia cautelare previsti dall'articolo 304 del Codice di procedura penale e di quelle dei procedimenti in cui erano state richieste o applicate misure di sicurezza detentive. Mentre non aveva indicato tra le eccezioni i procedimenti in cui erano state richieste o applicate misure cautelari.
Che, invece, dovevano essere trattati solo se i detenuti, gli imputati o i loro difensori lo avessero richiesto espressamente. Il procedimento di riesame doveva considerarsi disciplinato da questa disposizione. E poiché non risultava che per l'udienza fissata, ricadente nel periodo del lockdown, il detenuto o il suo difensore avessero avanzata quella specifica istanza con le formalità previste dal decreto legge, il rinvio d'ufficio disposto dal Tribunale si doveva considerare legittimo e i termini perentori si dovevano ritenere sospesi.
Il difensore aveva anche lamentato che il Tribunale non li aveva avvisati della possibilità di richiedere la trattazione in deroga alla sospensione. Ma la Cassazione evidenzia che un tale avviso non era previsto dal decreto legge e che invece quella facoltà era prevista da una norma pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, che si presume pertanto conosciuta da tutti i cittadini.
di Carmine Gazzanni
linkiesta.it, 2 novembre 2020
Il sistema italiano che tutela i pentiti e i loro familiari è vecchio di 20 anni e dovrebbe essere aggiornato, perché non permette alle persone protette dallo Stato di ripartire da zero con la nuova identità che gli viene assegnata. Anzi, spesso sono costretti a utilizzare quella precedente a loro rischio e pericolo.
Il Dubbio, 2 novembre 2020
Il segretario della Federazione dei Lavoratori pubblici: "Ora investire in infrastrutture e risorse umane". Esprime soddisfazione il Coordinamento nazionale Flp Giustizia per le norme adottate con il recente Dl Ristori che recepiscono le istanze oggetto di molte iniziative portate avanti dalla Federazione dei Lavoratori Pubblici in tema di funzionamento del sistema giustizia, come l'utilizzo dei collegamenti da remoto per le indagini preliminari, lo svolgimento di udienze penali e la trasmissione telematica della documentazione da parte degli avvocati penalisti.
di Marinella Bezzu
ondatv.tv, 2 novembre 2020
Sono otto gli agenti di Polizia penitenziaria ed un'addetta mensa nel supercarcere dell'Aquila positivi al Covid 19. "La situazione sta diventando grave e si corre il rischio di un vero e proprio focolaio, con consequenziali preoccupazioni per le compromissioni di ordine e sicurezza. Abbiamo inviato un atto ai Nas Carabinieri, Prefetto, Questore, Sindaco, Autorità sanitarie ed istituzionali, affinché si intervenga con impellenti attività preventive a salvaguardia dell'incolumità di tutta la comunità pubblica e penitenziaria", dichiarano Francesco Marrelli (Cgil L'Aquila), Anthony Pasqualone (Fp Cgil L'Aquila) e Giuseppe Merola (Fp CgilAbruzzo Molise), annunciando lo stato di agitazione con un sit-in di protesta davanti la Casa Circondariale o la Prefettura dell'Aquila.
"I lavoratori sono costretti a fare i test diagnostici a pagamento, nonostante le richieste fatte dalla Direzione dell'Istituto all'ASL e le disattese rassicurazioni accusate dall'Assessorato regionale alla Salute" denunciano i sindacalisti.
"Siamo stanchi di assistere a questi abbandoni e i nostri lavoratori hanno paura. La curva epidemiologica è in continua e costante crescita in tutto il Paese, con ripercussioni su diversi carceri che, inevitabilmente come le Rsa, per la loro vulnerabilità logistica e di utenza, potrebbero diventare pericolosi per la salute. Esprimiamo la nostra solidarietà e vicinanza, non arretrando minimamente nella lotta" conclude il sindacato.
di Ivan Mocciaro
La Repubblica, 2 novembre 2020
Il provvedimento preso dopo una rissa avvenuta all'ora d'aria. I sindacati della polizia penitenziaria: "Situazione grave, mancano almeno 40 agenti". Rivolta nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, sette detenuti si sono barricati in cella per evitare il trasferimento.
Per loro era stato predisposto il trasferimento in altre carceri a seguito di una rissa avvenuta nei giorni scorsi durante l'ora d'aria. Ieri sera hanno cercato prima di ostacolare l'ingresso degli agenti penitenziari delle scorte utilizzando olio bollente e poi bloccando le serrature delle celle. Una resistenza che è durata 12 ore, sino all'arrivo dei rinforzi degli agenti dei nuclei traduzione di Messina e Barcellona.
Sembra che da tempo nel penitenziario del messinese vi sono delle fazioni tra detenuti, bande che più volte si sono scontrate ed affrontate. A comunicare la situazione che rischia di diventare esplosiva è stato lo stesso sindacato "FS Co.S.P. Comparto Sicurezza e Difesa", che ha denunciato i gravi atti.
"La situazione, pur apparendo sotto controllo - afferma il delegato nazionale Lillo Letterio Italiano - destabilizza l'ordinaria quotidiana serenità del carcere, già messo a dura prova in questi ultimi giorni a causa di faide interne tra reclusi di opposta criminalità e territorialità, che si sono scontrati nel cortile passeggio senza risparmiarsi nulla. E nei reparti mancano almeno 40 agenti".
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