di Giulia Merlo
Il Domani, 28 gennaio 2021
Nel libro "Il sistema", l'ex presidente dell'Anm accusa il magistrato antimafia di aver orchestrato la sua caduta. Il meccanismo gli si sarebbe ritorto contro, nel momento in cui ha provato a scegliere il suo successore. Tutto inizia e finisce con la procura di Roma: l'ufficio più importante d'Italia, che nella gerarchia politico-giudiziaria equivale a due ministeri. Qui inizia il caso Palamara, scoperto con le intercettazioni dell'Hotel Champagne, in cui il magistrato insieme a Luca Lotti, Cosimo Ferri e due membri del Consiglio superiore della magistratura si accorda per il successore a capo della procura. Secondo Palamara, invece, la storia inizierebbe nel marzo 2012, con la nomina a procuratore capo della capitale di Giuseppe Pignatone.
"Se vogliamo usare la parola tradimento, possiamo farlo", ha detto Luca Palamara durante la presentazione del libro-intervista Il sistema, scritto da Alessandro Sallusti e primo tassello della difesa pubblica dell'ex magistrato. Radiato dalla magistratura e imputato per corruzione dalla procura di Perugia, per Palamara il tradimento sarebbe quello compiuto da Pignatone ai suoi danni.
Il libro-intervista ha già ricevuto numerose smentite e annunci di querela: il primo è stato l'ex procuratore aggiunto di Roma, Giuseppe Cascini, che ha detto che è "tutto inventato". Se il libro se fosse un romanzo, Pignatone sarebbe l'amico che si trasforma in regista che ordisce la caduta di Palamara.
Nato a Caltanissetta nel 1949 e figlio di un deputato democristiano, Giuseppe Pignatone diventa magistrato e nel 1977 viene nominato sostituto procuratore a Palermo. Negli anni si ritaglia spazio come uno dei più stretti collaboratori del procuratore capo Pietro Giammanco, in forte antagonismo e contrasto con Giovanni Falcone.
È il periodo dei veleni nel palazzo di giustizia di Palermo: Falcone annota nei suoi diari del progressivo ostracismo che sta subendo anche da parte dei colleghi, che lo costringono a lasciare il capoluogo siciliano. Proprio questa scelta di campo avrebbe segnato la carriera di Pignatone.
Dopo la strage di Capaci viene costretto ai margini e, nonostante i suoi quasi trent'anni di servizio in quella procura e i successi professionali, la sua nomina a procuratore capo nel 2006 sarebbe stata impedita dai colleghi siciliani. Inizia così il suo "esilio" a Reggio Calabria, dove esporta il sistema di indagine applicato a Palermo: qui ottiene visibilità nazionale dopo alcune indagini contro la 'ndrangheta che lo rendono vittima di intimidazioni e minacce. La più nota, nel 2010, è il ritrovamento di un bazooka "indirizzato" a lui davanti alla sede della procura di Reggio Calabria.
"Lo conosco nel 2011, quando come presidente Anm intensifico la mia presenza a Reggio Calabria", racconta Palamara a Sallusti, "e Pignatone, ben conoscendo il mio ruolo nella politica associativa, inizia a parlarmi delle sue ambizioni future".
Palamara sostiene di essere l'orchestratore della nomina di Pignatone a capo della procura di Roma nel 2012. L'avversario da sconfiggere è Giancarlo Capaldo, il braccio destro del procuratore capo uscente Giovanni Ferrara, che però viene messo fuori dai giochi a causa di una fuga di notizie su una sua cena con un indagato nell'inchiesta Finmeccanica.
Pignatone viene nominato all'unanimità procuratore capo e nel libro Palamara rivendica di aver utilizzato di nuovo la sua influenza di "signore delle tessere" per muovere le pedine sulla scacchiera e accontentare Pignatone, che gli avrebbe caldeggiato il trasferimento a Roma dei suoi stretti collaboratori: il magistrato Michele Prestipino e alcuni ufficiali della polizia giudiziaria.
"Lo aiuto a circondarsi di investigatori di sua scelta - qualcuno dirà che si era fatto una polizia privata - ma soprattutto mi impegno a portargli a Roma come vice il suo braccio destro di sempre, il procuratore aggiunto Michele Prestipino, che era rimasto a Reggio Calabria a fare la guardia all'ufficio. Con lui Pignatone - fu una sua confidenza - avrebbe voluto cambiare l'agenda della procura di Roma, sterzare su grosse indagini contro la criminalità organizzata mafiosa, come aveva fatto a Palermo prima e a Reggio Calabria poi", dice ancora Palamara. Il racconto trascritto da Sallusti è quello di un Palamara che si presterebbe a esercitare il ruolo di braccio esecutivo di Pignatone, assecondandone le richieste attraverso la sua rete correntizia. A questo punto arriva il tradimento: all'indomani del successo di Palamara nella nomina di Riccardo Fuzio a procuratore generale della Cassazione, Pignatone gli avrebbe comunicato che "con la Guardia di finanza abbiamo fatto degli accertamenti su un albergo e risulta che una notte tu hai dormito lì con una donna che non è tua moglie" e ancora "stiamo indagando sul tuo amico Fabrizio Centofanti e c'è il sospetto che lui abbia sostenuto le tue spese".
L'indagine è quella sull'imprenditore Centofanti, amico comune anche di Pignatone ma che il procuratore capo farà arrestare nel 2018 per corruzione. Per riassumerla con le parole di Palamara: "Nel giorno del mio massimo successo, il "Sistema", con la faccia gentile di Pignatone, mi annuncia che sono arrivato al capolinea".
"L'equivoco di fondo"
Ecco dunque che si invertono le posizioni. Pignatone, da maestro e "pezzo pregiato" del sistema, diventerebbe artefice con la sua inchiesta della caduta del padrone delle tessere. Passano quasi due anni tra la conversazione con Pignatone raccontata da Palamara e la successiva fuga di notizie e pubblicazione delle intercettazioni dal cellulare di Palamara.
Due anni che Palamara vive con la spada di Damocle di una inchiesta che potrebbe distruggerne la credibilità ma che non gli impediscono di giocare due partite fondamentali: la nomina di David Ermini alla vicepresidenza del Csm e soprattutto la successione alla procura di Roma di cui si discute all'Hotel Champagne. "Da un certo punto in poi il rapporto con Pignatone non ha più funzionato per un equivoco di fondo", ha raccontato Palamara alla presentazione del libro. L'equivoco avrebbe riguardato proprio la successione dopo il pensionamento di Pignatone.
Le intercettazioni dell'hotel Champagne pubblicate indebitamente scoperchiano il vaso di Pandora del "mercato delle nomine", facendo saltare la nomina ormai quasi fatta di Marcello Viola. L'allusione è chiara: Palamara salta nel momento in cui scavalca Pignatone nella scelta del suo successore. Pignatone vorrebbe che il nuovo procuratore agisca in continuità e il nome sarebbe quello del suo braccio destro, Michele Prestipino (che nel 2020 diventa effettivamente procuratore capo).
Palamara, invece, vorrebbe giocare da solo la partita e nominare un nuovo procuratore capo più controllabile, perché scelto con la logica spartitoria che lui governa. Un procuratore capo che avrebbe per le mani anche l'inchiesta su Centofanti, in cui Palamara risultava implicato.
Così emerge il disegno che Palamara oggi usa per difendersi: il "sistema" si sarebbe attivato contro di lui, che fino ad allora era stato più strumento che burattinaio, quando si mette in testa di determinare le sorti della procura più importante d'Italia contro il volere di chi fino ad allora la aveva retta.
di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 28 gennaio 2021
Con la sentenza del 18 novembre 2020, n. 278, la Corte Costituzionale ha ritenuto infondate le questioni di illegittimità costituzionale sollevate a più battute in ordine alla sospensione dei termini di prescrizione così come disposta dall'art. 83, comma 4, del Decreto Legge n. 18 del 2020. Nelle sue intenzioni il decreto, volendo far fronte alla crisi pandemica in atto, ha deciso di congelare tutte le attività del settore Giustizia, disponendo la sospensione dei processi dal 9 marzo us all' 11 maggio del 2020.
L'effetto freezer andava applicandosi, ancorché in forza di una legge intervenuta a posteriori, anche a fatti antecedenti la data di entrata in vigore del decreto, con un evidente vulnus del principio di legalità penale. In particolare, la pronuncia nel respingere le censure elevate, ammette la sospensione in utilizzando quale "Cavallo di Troia" l'art. 159 c. p. p., per il quale "il corso della prescrizione" rimane sospeso "ogni qualvolta la sospensione del procedimento o del processo penale sia imposta da una particolare disposizione di legge". Secondo la Consulta, infatti, l'art. 159 c. p. p. consentirebbe al Dpcm 18/ 2020 e 23/ 2020 di eludere il principio di legalità, rectius rispettarlo, perché giustificato dal comma 1 del summenzionato articolo. Si legge infatti nella sentenza che l'art. 159 c. p. p. "rispetta il principio di legalità di cui all'art. 25, secondo comma, Cost., avendo un contenuto sufficientemente preciso e determinato, aperto all'integrazione di altre più specifiche disposizioni di legge, le quali devono comunque rispettare - come si dirà infra al punto 14 - il principio della ragionevole durata del processo (art. 111, secondo comma, Cost.) e quello di ragionevolezza e proporzionalità (art. 3, primo comma, Cost.)".
Ed è in questo frangente che entra in campo la ragionevole durata del processo che non verrebbe minacciata da una semplice sospensione di pochi mesi. Parimenti rispettato il principio di ragionevolezza, dal momento che la norma interverrebbe per far fronte ad una situazione emergenziale del tutto imprevedibile, singolare e per certi versi traumaticamente ingravescente, che pone in risalto la tutela di un interesse altrettanto meritevole di protezione: la salvaguardia della salute pubblica. Infine il provvedimento è stato giudicato proporzionale - ai sensi dell'art. 3 Cost. - in quanto il congelamento di tutti i termini procedimentali comporta un equilibrio di tutti gli interessi in gioco. Infatti la stasi procedimentale è valida per tutte quante le parti del procedimento: "la pubblica accusa, la persona offesa costituita parte civile e l'imputato. Come l'azione penale e la pretesa risarcitoria hanno un temporaneo arresto, così anche, per preservare l'equilibrio della tutela dei valori in gioco, è sospeso il termine di prescrizione del reato per l'indagato o l'imputato".
Tuttavia in merito a quest'ultimo aspetto va sottolineato che, se da un lato è vero come, almeno proceduralmente, è rispettato l'equilibrio e parità delle parti, non è altrettanto vero che simile bilanciamento intervenga in toto anche dal lato più propriamente sostanziale. La Corte Costituzionale, infatti, omette di evidenziare che il tempo nel quale l'imputato è costretto a trovararsi in virtù della sua condizione, viene inevitabilmente prolungato per scelte, sì condivisibili, ma non giustificabili, dal punto di vista giuridico- sostanziale. La Consulta, insomma, nel rilevare la sussistenza del criterio di "proporzionalità", non si pone nell'ottica di chi vede il giorno del proprio giudizio sempre più lontano. La criticità era già stata sollevata da chi scrive allorquando si parlò del venir meno dell'istituto della prescrizione con l'effetto a catena del "fine processo mai".
Vi è di più. Ad un occhio allenato non può sfuggire che tale sentenza risulta confliggente con le stesse pronunce della Corte, in particolare con la cd. sentenza "Taricco", allorquando la Consulta affermava con forza che la prescrizione, quale principio di carattere sia procedurale, ma soprattutto sostanziale, non può soffrire eccezioni. Un Giano Bifronte che guarda al passato ed al futuro quindi? La prescrizione, in allora, veniva incasellata tra tutta una serie di garanzie, tra cui la tassatività, irretroattività, garanzie che oggi parrebbero venir meno. Ne consegue che, l'art. 159 c. p. p., pur essendo stato ritenuto idoneo ad aprire le porte del sistema nei suddetti termini, non è di per sé solo sufficiente, essendo stato il decreto valutato, in subordine, alla luce di ulteriori principi. D'altra parte, è corretto evidenziarlo, il precedente sì creato ha di fatto scalfito quello che fino alla sentenza "Taricco" era uno dei supremi principi dell'ordinamento, ponendo in luce la verità che, ogni principio, anche quelli più elevati nella gerarchia costituzionale, possono venire meno avanti a situazioni di necessità. La pandemia, insomma, ha cancellato la certezza che principi immutabili siano tali, ponendo in luce l'evidenza che anche i presidi più inscalfibili possono essere declassati qualora ve ne siano altri - come la tutela della salute collettiva - sottoposti a rischio.
L'esigenza di tutelare il bene primario della salute costringe a realizzare un ragionevole bilanciamento tra diritti fondamentali, nessuno dei quali può essere assoluto e inderogabile. Evidente appare il piegarsi del dogma ad esigenze di carattere pragmatico, mettendo a rischio quell'immutabilità di cui la Costituzione da sempre gode, o dovrebbe godere, quale tutela dei diritti di tutti. Ammettere infatti una flessibilizzazione della Carta costituzionale per renderla più accomodante alle esigenze della realtà storica, se da un lato comporta una più agevole capacità di affrontare le emergenze, dall'altra rende il testo costituzionale meno forte a mantenere il ruolo per cui è stato creato che è la tutela dei diritti fondamentali, soprattutto in stagioni di emergenza.
A parere di chi scrive, la Consulta pur entrando nettamente in conflitto con il principio di legalità ex art. 25 Cost. e creando per certi versi il precedente di retroattività della legge penale, non apporta eccessivi cambiamenti interni al sistema: è pacifico ritenere che la Consulta sia perfettamente consapevole delle motivazioni e della loro portata e, anzi, è assolutamente probabile la Corte sia solamente mossa da ragioni di estrema necessità, quale la battaglia al Covid- 19 che porta, con lo sforzo di tutti, una tutela rafforzata a salvaguardia degli interessi di salute del Paese.
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 28 gennaio 2021
Il ritorno della lebbra antisemita è sotto ai nostri occhi con la recrudescenza del razzismo neonazista. I testimoni diretti dell'orrore sono sempre meno: loro avevano legittimità di parola, noi dovremo conquistarla. E intervenire qui e ora di fronte all'oltraggio e all'infamia.
Per gentile concessione dell'autore e del Quirinale, pubblichiamo qui di seguito il discorso che Eraldo Affinati ha pronunciato ieri alla presenza del presidente Mattarella in occasione del Giorno della Memoria.
Signor Presidente della Repubblica, autorità politiche, il Giorno della Memoria in ricordo della Shoah è stato istituito in Italia nel 2001, grazie a una legge dell'anno precedente, quindi prima della risoluzione presa dall'Assemblea delle Nazioni Unite, che è del 2005, e questo ho sempre pensato facesse onore al nostro Paese che, come tutti sappiamo, non può chiamarsi fuori rispetto allo "sterminio industriale e amministrativo" (è un'espressione del filosofo Theodor Adorno) di milioni di persone avvenuto alla metà del Novecento nel cuore dell'Europa civilizzata, visto il nostro diretto coinvolgimento nella sciagurata alleanza con il regime nazista che determinò l'emanazione delle leggi razziali nel 1938, quando, per fare un solo esempio, tanti bambini furono costretti ad abbandonare le loro aule da un giorno all'altro solo perché erano ebrei. Ricorderò sempre l'emozione che Piero Terracina, uno degli ultimi testimoni, di cui sono stato amico, scomparso poco più di un anno fa, suscitò nei miei studenti alla Città dei Ragazzi di Roma, quando lo accompagnai di fronte a loro a raccontare la sua storia, dal momento della forzata interruzione scolastica, alla vera e propria deportazione, fino alla terribile esperienza del lager.
In questi venti anni dalla prima edizione del Giorno della Memoria dobbiamo ammettere che la consapevolezza dei giovani al riguardo è indubbiamente cresciuta, anche grazie all'opera di tanti insegnanti impegnati a far conoscere ai loro studenti le atrocità degli eventi accaduti. Eppure il ritorno della lebbra antisemita e negazionista è sotto ai nostri occhi con la dolorosa recrudescenza del razzismo neofascista e neonazista spesso amplificato dalla dimensione digitale dove l'offesa e l'insulto, anche per un deficit legislativo che dovremmo superare, sembrano affrancati dall'obbligo del risarcimento. È vero: ogni generazione ricomincia da capo e noi adulti, qui parlo come educatore, non dovremmo mai dare niente per scontato. Soprattutto adesso che i protagonisti diretti sono sempre di meno e noi, venuti dopo, siamo chiamati a raccoglierne il testimone. Ma loro avevano la legittimità per parlare. Noi dovremo conquistarcela. Come possiamo fare?
Ci sono due modi: studiare le fonti e guidare i nostri ragazzi alla perlustrazione dei luoghi dove avvennero i massacri: Auschwitz, Birkenau, Mathausen, Bergen Belsen, Sobibor, Treblinka, questi sono "terreni sacri", come li definì Günther Anders, avvicinabili solo attraverso categorie demoniache, certo, ma anche Fossoli, la risiera di San Sabba, il campo di transito di Bolzano, il carcere di Via Tasso, le Fosse Ardeatine.
Soprattutto dovremmo capire che la Shoah si può ripresentare in forme nuove, diverse dal passato, ma non meno efferate. Per la prima volta, nella storia dell'umanità, si è ucciso a catena, come si costruiscono le automobili, è un'immagine evocata da Zygmunt Bauman in un libro intitolato Modernità ed Olocausto. Milioni di persone, ebrei, oppositori politici, cosiddetti asociali, omosessuali, senza dimenticare il popolo rom, vennero gassate e bruciate nei forni crematori all'interno dei campi di concentramento sparsi in tutta Europa.
Ma lo sterminio era cominciato già molto prima in Germania con l'eliminazione dei malati mentali mediante iniezioni letali: la famosa operazione T4. La ferocia nazista si mostrò poi con le "eliminazioni caotiche", come le chiama Léon Poliakov, oppure le "operazioni mobili di massacro", secondo l'espressione di Raul Hilberg. I reggimenti speciali si spostavano in piccoli drappelli sulla linea del fronte russo, entrando nelle città conquistate dai nazisti insieme alle avanguardie della Wehrmacht. Mitragliarono a sangue freddo migliaia di ebrei davanti a enormi buche. Del resto, i rastrellamenti dei ghetti polacchi implicavano la fucilazione sul posto di vecchi, donne e bambini. Naturalmente sapevamo che gli individui della nostra specie possono commettere i delitti più atroci, ma la Shoah ha rivelato la parte terrificante dell'essere umano.
Le selezioni avvenivano sin dal primo arrivo dei deportati sulle banchine ferroviarie e potevano causare la loro morte immediata: il medico nazista si metteva al centro e con un cenno della mano divideva la fila, fra donne e uomini, bambini e adulti, sani e malati. Da una parte si andava al campo, dall'altra al gas. Nel lager tutto era orribilmente organizzato. C'erano le SS, demoni inaccessibili e solenni agli occhi dei reclusi, c'erano i capi-blocco, prigionieri eletti a dittatori assoluti, c'erano i Sonderkommando, ai quali veniva affidata la gestione dei crematori. Il capo-baracca, famigerato Kapò, aveva un potere illimitato sui prigionieri. Controllava i pasti, verificava l'appello, eseguiva le punizioni corporali.
I grandi scrittori dell'universo concentrazionario sono diventati punti di riferimento assoluto, non soltanto per chi, come me, è nipote di un partigiano fucilato dai nazisti e figlio di una donna riuscita a fuggire dal convoglio maledetto, anche per ogni essere umano: da Primo Levi a Robert Antelme, da Jean Améry a Tadeusz Borowski, da Margaret Buber-Neumann a Etty Hillesum, da David Rousset a Jorge Semprun, da Eli Wiesel a Ruth Kluger.
Grazie a loro abbiamo decifrato i numeri tatuati sulla pelle, le schedature, la fame, le mutilazioni permanenti, la tortura sistematica, gli appelli, le impiccagioni. Sono stati questi straordinari salvati, per usare l'immagine coniata da Primo Levi nel suo libro testamento, a farci comprendere il gorgo dove sprofondarono i sommersi.
Senza di loro non avremmo memoria dei pezzi di pane nero, le brodaglie, i calci, le bastonate, le fustigazioni, gli assiderati, i lavori forzati, i cani addestrati ad azzannare i prigionieri, i famigerati esperimenti genetici sui gemelli del dottor Mengele... "Il cupo mistero di quanto accadde in Europa non è per me separabile dalla mia stessa identità", scrisse George Steiner. Oggi, 76 anni dopo, noi siamo come i giovani soldati russi a cavallo che, alla fine del gennaio 1945, per primi avanzarono fra i reticolati. Continuiamo a procedere guardinghi, oppressi da quello che Primo Levi in La tregua definì "un confuso ritegno". I carnefici non erano soltanto sadici, altrimenti sarebbe più facile liquidarli oggi. Si trattava, come ci ha spiegato Christopher Browning, di persone ordinarie che aprirono e chiusero una parentesi nella loro vita.
Questo ci obbliga a riconsiderare le nostre esistenze. Ricordiamo sempre l'espressione, "banalità del male", divenuta proverbiale, usata da Hannah Arendt per definire l'azione dell'oscuro burocrate Adolf Eichmann.
Dietrich Bonhoeffer, teologo antinazista fatto impiccare da Adolf Hitler nel lager di Flossenburg poco prima della fine della Seconda guerra mondiale, aveva sperato che le generazioni future potessero imparare dalla tragedia del totalitarismo. Così purtroppo non è avvenuto.
Alcune sue parole preziose dovrebbero essere al centro di ogni patto educativo: "Per noi il pensiero era molte volte il lusso dello spettatore", disse, "per voi sarà completamente al servizio del fare". Si tratta, ancora oggi, di un compito ineludibile.
Dovremmo intervenire appena vediamo l'oltraggio dei principi democratici in cui crediamo. Non basta eseguire il mansionario. Bisogna assumere la responsabilità dei contesti in cui operiamo. Adesso, qui ed ora. Nella vita privata e pubblica. Non chissà quando e dove. In tale prospettiva Auschwitz non è solo alle nostre spalle. È anche, sempre più, davanti a noi.
di Bruno Ruffilli
La Stampa, 28 gennaio 2021
"Dicano quanti e quali profili aveva la bambina morta a Palermo e chiariscano come funzionano le verifiche per l'età di iscrizione". Presto l'indagine dell'autorità sarà estesa anche ad altri social
Minori e privacy, dopo TikTok il Garante apre un fascicolo anche su Facebook e Instagram.
Si allarga l'intervento del Garante per la protezione dei dati personali a tutela dei minori sui social dopo il caso della bambina di Palermo e il blocco imposto a Tik Tok. L'Autorità ha aperto ieri un fascicolo su Facebook e Instagram. Nei giorni scorsi alcuni articoli di stampa hanno riportato la notizia che la minore avrebbe diversi profili aperti sui due social network. L'Autorità ha dunque chiesto a Facebook, che controlla anche Instagram, di fornire una serie di informazioni, a partire da quanti e quali profili avesse la minore e, qualora questa circostanza venisse confermata, su come sia stato possibile, per una minore di 10 anni, iscriversi alle due piattaforme.
Ma ha chiesto soprattutto di fornire precise indicazioni sulle modalità di iscrizione ai due social e sulle verifiche dell'età dell'utente adottate per controllare il rispetto dell'età minima di iscrizione. Facebook dovrà dare riscontro al Garante entro 15 giorni. La verifica dell'Autorità sarà estesa anche agli altri social, in particolare riguardo alle modalità di accesso alle piattaforme da parte dei minori. Intanto un portavoce di TikTok ha dichiarato: "Abbiamo comunicato al Garante delle linee d'azione in risposta alle preoccupazioni sollevate, che prendiamo con la massima serietà. In TikTok la sicurezza della nostra community - in particolare degli utenti più giovani - è la nostra priorità. Mettiamo a disposizione degli adolescenti e delle loro famiglie solidi controlli di sicurezza e risorse sulla nostra piattaforma e aggiorniamo regolarmente le nostre policy e misure di protezione come parte del nostro continuo impegno nei confronti della nostra community".
di Mattia Insolia
Il Domani, 28 gennaio 2021
Dietro ogni pena capitale c'è il fallimento di un sistema che dovrebbe cercare giustizia, non creare altro dolore. Come negli Stati Uniti con l'esecuzione di Lisa Montgomery: ecco perché ha senso ricordare la sua storia. Ci sono tipi umani che il mondo, per un istinto bastardo e inspiegabile, rigetta come pezzi di sé di cui non sa che farsene. Persone che, sfigurate dal fuoco quando ancora la corsa devono iniziarla, sembrano avere il destino già scritto.
Lisa Montgomery è cresciuta all'inferno e, nella sostanza di cui era composta, le cicatrici che s'è procurata lì se le è portate addosso per sempre. Quei segni egocentrici e dolorosi, però, non ha mai voluto guardarli nessuno, e il dramma che l'ha marchiata da bimba, alla fine, l'ha consumata tutta, incendiando ciò che la circondava. Il mondo quindi, ineluttabile e cieco, l'ha rigettata. La vita e i traumi Lisa nasce il 27 febbraio 1968 a Melvern, in Kansas.
Vive con la sorellastra di quattro anni più grande, Diane, il patrigno e Judy, la madre; donna violenta, dura e alcolizzata che in gravidanza causa una sindrome feto-alcolica a Lisa. Le due bimbe, non del tutto consce di vivere in un orrore allucinato, cercano di proteggersi a vicenda dalle torture a cui sono sottoposte quotidianamente. Una volta Diane è costretta a stare nuda in strada, un'altra Judy uccide il cane di famiglia davanti alle sorelline.
Finché una notte, quando la madre è in città ad annegare nell'alcol, Diane viene stuprata da uno dei tanti babysitter saltuari ingaggiati da Judy, un uomo avanti d'età che manco conosceva. Mesi dopo i servizi sociali portano via Diane per darla in affidamento: per lei è la fine degli abusi, ma per Lisa è solo l'inizio. Il patrigno comincia a seviziarla, e va avanti per anni portandola in un rimorchio per roulotte comprato apposta.
Chiusi lì, lui e i suoi amici stuprano, picchiano e insultano Lisa per ore e ore; spesso, le orinano addosso. Judy sa cosa succede nel rimorchio vicino casa, ma dà la colpa a Lisa (quando la vede per la prima volta con quegli uomini, la minaccia con una pistola). Inizia quindi a vendere il corpo della bambina, usandola come moneta di scambio, dandola a elettricisti e idraulici. La gente del quartiere inizia a conoscere la storia di Lisa ma nessuno fa niente, neppure chi avrebbe dovuto: assistenti sociali, medici e poliziotti.
A diciott'anni sposa il fratellastro, però non cambia niente: le botte e gli stupri continuano, adesso il marito registra sia le percosse, sia le violenze sessuali per poi costringere Lisa a guardarle con lui. La donna rimane incinta quattro volte, ma a 32 anni Judy la fa sottoporre con la forza a una sterilizzazione. Nel periodo successivo, crede più volte di aspettare un figlio, succede anche che si convinca che quel bimbo o quell'altro, incontrato in giro, sia suo.
Passa gran parte delle giornate al computer, si allontana da tutti, come fosse in un mondo distante. Non ha relazioni se non con i figli e con il nuovo marito (si è sposata di nuovo). E quel corpo di cui nessuno s'è mai voluto prendere cura, lo abbandona lei stessa al nulla che cerca da anni d'inghiottirla. Finché un giorno, nell'autunno del 2004, un giorno di quiete apparente, Lisa conosce su internet Bobbie Joe Stinnett, ventitreenne all'ottavo mese di gravidanza.
E la tragedia di Lisa, tessera di un domino che cade alla prima scossa del terreno, ne innesca un'altra. Il male genera male È il male a generare il male, ed è in questa procreazione che tutto si fa buio. Bobbie Joe Stinnett è stata uccisa da Lisa Montgomery il 16 dicembre 2004. Strangolata a morte, l'assassina le ha reciso l'addome per prenderle la bimba che portava in grembo (bimba che Lisa, nel proprio delirio, era convinta fosse sua; nelle ore in cui l'ha tenuta con sé, l'ha rinominata Abigail).
Il corpo di Bobbie è stato trovato il giorno dopo, Lisa è stata arrestata quasi subito e la neonata, Victoria, è ritornata alla famiglia, con cui vive oggi. Condannata a morte nel 2007, Lisa è stata uccisa con un'iniezione letale il 13 gennaio 2021; la prima donna in 67 anni a essere ammazzata dal governo federale degli Stati Uniti, la quarta della sua storia.
Psichiatri e avvocati coinvolti nel caso si sono detti certi, e a più riprese tra il 2005 e il 2020, che Lisa non fosse capace d'intendere e di volere sia quando ha strangolato Bobbie sia durante il processo (cinque giorni dopo l'assassinio, aveva già rimosso ciò che aveva fatto). Le sono stati diagnosticati un disturbo bipolare, una sindrome da stress post traumatico, una forte dissociazione e una profonda depressione; gli ultimi giorni della sua vita li ha trascorsi in una zona a parte del penitenziario perché si temeva potesse suicidarsi.
Sulla lettiga dove è stata uccisa, sdraiata e legata, le è stato chiesto se avesse delle ultime parole, ma lei ha risposto "No". Solo "No". "No" e basta. E dopo sedici anni di carcere è stata messa a morte. Raccontando la storia di Lisa Montgomery il mio intento non è cancellare le sue colpe. Non instillare pena o sentimenti di simpatia nei suoi confronti. Non giustificare i suoi crimini con un trascorso di violenze tremende. Il delitto di Lisa è atroce, e niente e nessuno potrà mai eliminare il dolore che ha causato. Il mio intento non è sgravarle di dosso la colpa, ma umanizzare la colpevole. Lo faccio con lei, ma penso sia un ragionamento valido per tutti.
Lisa è un esempio, e i motivi per cui ho deciso di parlare di lei sono due. Primo, perché lei, con la sua esistenza martoriata, con la sua infanzia infranta, fatichiamo a considerarla un mostro: ai nostri occhi rimane un essere umano. Secondo, perché il suo episodio rende chiaro quanto possa essere fallibile un sistema di giustizia e, di conseguenza, quanto orribile sia il meccanismo che prevede che un uomo, imperfetto in quanto tale, possa trovarsi tra le mani la facoltà di uccidere un suo pari. Lisa non doveva essere ammazzata al di là dei problemi psichiatrici, è questo che voglio dire (anche se quelli, come detto, rendono la storia più grottesca).
Doveva pagare per i crimini commessi, sì, ma chi l'ha giudicata avrebbe dovuto fare giustizia, non cercare vendetta. È verso un mondo giusto che dobbiamo andare, non un mondo vendicativo, di paura e di dolore. E se non come una vendetta, come giudicare la messa a morte di una donna così sofferente? Insomma, con l'omicidio di Lisa cos'ha ottenuto il popolo degli Stati Uniti, sul cui nome cade l'atto d'esecuzione? Cosa il suo governo? Cosa la famiglia di Bobbie?
Ora le donne morte sono due, le famiglie che piangono sono due, i boia colpevoli sono due. Dell'altro dolore, ecco cosa hanno ottenuto tutti. Ma in fondo, la pena di morte porta solo a questo. I paesi che la prevedono sono 56; alcuni per reati gravissimi, altri anche per quelli comuni. Per Amnesty International, nel 2019 sono state messe a morte 657 persone; ma di dati certi non se ne hanno, ed è convinzione di molti che paesi quali la Cina, che uccide più di qualsiasi altro e per di più con processi sommari, non forniscano dati reali.
Si tratta, in effetti, di omicidi. Esecuzioni che violano il diritto alla vita. Che s'insinuano tra le maglie labili della società. Che non hanno valore deterrente. Che non leniscono il dolore di chi sulla terra ci rimane e che anzi, come detto, la sofferenza la scaricano su altri individui. Gesti privi di umanità, in apparenza privi pure di coscienza o carica empatica. E per rendersene conto, basta leggere la missiva con cui a Lisa è stato detto che nel giro di qualche giorno sarebbe stata ammazzata dal dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti: "Cara signora Montgomery, lo scopo di questa lettera è informarla che una data per l'espletamento della sua sentenza di morte è stata scelta". Niente di più. Seguono tre righe inutili di nomi e numeri. In calce, la firma di chi si è occupato del caso e, in fondo, una lunga lista di persone in copia. Stop.
Parole che traboccano di burocrazia. Impersonali, deboli e insieme acuminate, fredde, bastarde. E credo sia questa spersonalizzazione istintiva dell'estraneo, il problema più grosso. Ormai siamo abituati a guardarci senza vederci, a riconoscerci a vicenda come nemici fino a prova contraria, a risolverci l'un l'altro in categorie rassicuranti e semplici.
Avvertiamo le persone non appartenenti alla nostra cerchia come così distanti da noi da essere diventati incapaci di provare empatia per chi non conosciamo. E così non facciamo che sottrarre valore alla vita altrui. Siamo tutti esseri umani, però, attaccati alla vita, messi qui da chissà chi e per chissà quale ragione a condividere spazi e tempi. Ed è nei nostri gesti e nelle nostre parole e nelle nostre decisioni che risiede l'anima della società, un equilibrio precario a cui si attenta ogni volta che qualcuno viene ucciso. Se le vene in cui è stato iniettato il veleno erano di Lisa, la morte è stata della civiltà tutta.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 28 gennaio 2021
Nel naufragio dell'11 ottobre 2013 persero la vita 200 migranti, 60 dei quali erano minori. E' stata definita la "strage dei bambini" perché tra i 200 migranti che quel giorno persero la vita, era l'11 ottobre del 2013, c'erano anche 60 minori. Una delle tragedie più gravi del Mediterraneo, preceduta solo 8 giorni prima, il 3 ottobre, da un'altra: l'affondamento a soli 300 metri dalle coste dell'isola di Lampedusa di un barcone stracarico di migranti, 368 dei quali persero la vita. Un dramma così grande che quasi offuscò la sorte di quelle 200 vittime che vennero in seguito e, soprattutto, le responsabilità avute dall'Italia in quanto accadde. Sì perché non lontano da quel peschereccio in difficoltà, c'era un pattugliatore della Marina militare italiana, la Its Libra che sarebbe potuta intervenire.
"L'Italia ha fallito", ha stabilito ieri il Comitato per i diritti umani delle Nazioni unite accogliendo il ricorso presentato da quattro sopravvissuti a quel naufragio, tre siriani e un palestinese. "Avrebbe dovuto tutelare il diritto alla vita di oltre 200 migrati che erano a bordo dell'imbarcazione" e invece "non ha risposto prontamente a varie chiamate di soccorso" partite dalla barca. Tra queste anche quelle fatte da un medico siriano di Aleppo, il dottor Mohanad Jammo, che aveva lanciato l'allarme chiamando Roma con un telefono satellitare. Jammo, che in quel naufragio perse due dei suoi tre figli, due bambini di 6 anni e 9 mesi, è uno dei testimoni del processo in corso a Roma che vede tra gli imputati due ufficiali, il comandante della sala operativa della Guardia costiera e quello della sala operativa della squadra navale della Marina militare. Entrambi devono rispondere di rifiuto di atti d'ufficio e omicidio colposo per non aver ordinato l'immediato intervento del pattugliatore in attesa che a operare fossero le autorità di Malta.
Proprio il ruolo svolto dalla Marina è al centro della decisione adottata dai 18 membri indipendenti del Comitato Onu. Il peschereccio era partito il 10 ottobre dalla città libica di Zuwarah con a bordo circa 400 persone, la maggior parte delle quali profughi siriani in fuga dalla guerra. Poche ore dopo la partenza, l'imbarcazione comincia a prendere acqua a causa dei colpi sparati da un'altra nave. In quel momento si trova 113 chilometri a sud di Lampedusa e 218 chilometri a sud di Malta, in zona Sar maltese. Inutili le richieste di aiuto rivolte alle autorità italiane, che rimandano però le chiamate a quelle maltesi. Uno scaricabarile che dura ore, fino a quando il peschereccio non si ribalta e le persone finiscono in mare. Solo a quel punto da Roma arriva l'ordine alla Libra di intervenire in aiuto dei migranti, senza però riuscire a impedire la morte di 200 di loro.
"L'incidente è avvenuto nelle acque internazionali, all'interno della zona di ricerca e soccorso maltese, ma il luogo era effettivamente più vicino all'Italia e a una delle sue navi militari", ha spiegato ieri uno dei membri del Comitato, Helene Tigroudja. "Se le autorità italiane avessero diretto immediatamente la loro nave e le barche della Guardia costiera dopo le chiamate di soccorso, il salvataggio avrebbe raggiunto la nave al più tardi due ore prima che affondasse".
Il fatto che il peschereccio non si trovasse in acque sotto responsabilità italiana non giustifica, per il Comitato Onu, le scelte prese: "Gli Stati interessati sono tenuti, in base al diritto internazionale del mare, a prendere provvedimenti per proteggere la vita di tutti gli individui che si trovano in una situazione di pericolo in mare" spiega infatti Tigroudja, sottolineando come le autorità italiane "avevano il dovere di appoggiare la missione di ricerca e soccorso per salvare le vite dei migranti". La decisione di ritardare i soccorsi, è la conclusione raggiunta dal Comitato delle Nazioni unite, "ha avuto un impatto diretto sulla perdita di centinaia di vite".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
Ieri Rita Bernardini, di nuovo in sciopero della fame, era con Sandro Veronesi. Ieri alle 13, sotto al ministero della Giustizia c'era Rita Bernardini del Partito Radicale con lo scrittore Sandro Veronesi. È un'azione di un'ora di camminata giornaliera che serve per ricordare a Bonafede quali sono i suoi obblighi nei confronti dei detenuti. Oggi, invece, a farle compagnia sarà l'ex senatore e presidente dell'associazione "A Buon Diritto" Luigi Manconi.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 27 gennaio 2021
Gratta gratta, alla fine la telenovela del contratto tra ministero dell'Interno e Fastweb per i braccialetti elettronici è un po' come la storia dei vaccini: comprati a dosi o a fiale? Sui dispositivi di sorveglianza a distanza il tema, ora si comprende, è lo stesso: fornitura "di" mille al mese, o servizio di monitoraggio "fino a" mille al mese, in cambio di 7,7 milioni l'anno da dicembre 2018 a dicembre 2021?
di Susanna Ronconi
dirittiglobali.it, 27 gennaio 2021
In Italia abbiamo una emergenza democratica: il problema della violenza istituzionale che si esercita sui corpi di chi è recluso appare ormai drammaticamente routinaria e fuori controllo.
Basta scorrere i titoli degli ultimi mesi per rendersi conto che in Italia abbiamo una emergenza democratica: chiamerei così, e mi pare appropriato e non retorico, il problema di quella violenza istituzionale che si esercita sui corpi di chi è recluso, e che appare ormai drammaticamente routinaria e fuori controllo. Mi pare si debbano leggere in questa prospettiva, e non come una mera sommatoria di singoli accadimenti, le tante violenze avvenute nelle carceri e approdate a una visibilità, anche solo considerando gli ultimi tre anni, vuoi attraverso denunce, vuoi tramite la segnalazione in procura di qualche garante, vuoi per un'azione di singoli, famiglie e associazioni che hanno strappato il velo del silenzio.
di Angela Stella
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
Per un'ora al giorno la leader radicale (in digiuno) camminerà sotto il ministero per ricordare al Guardasigilli, chiunque sarà, i suoi obblighi verso i detenuti. Con lei Veronesi poi Manconi, Saviano, Flick. "Memento: chiunque tu sarai, noi saremo qui ad aspettarti per il rispetto dei diritti umani dei detenuti": queste sono le parole scritte su un grande post-it affisso ieri da Rita Bernardini e Sandro Veronesi sulla facciata del Ministero della Giustizia.










