dire.it, 29 gennaio 2021
Continua l'emergenza Covid nelle carceri lombarde, in attesa della definizione del piano vaccinale. Nella seconda ondata, la popolazione carceraria contava 7.600 persone (a fronte di una capienza regolamentare di 6.143), di cui 1.220 sono stati i detenuti affetti da Covid 19 dal 1° ottobre ad oggi, con un picco di contagiati (442) registrato l'11 dicembre, mentre il totale dei casi da inizio pandemia ammonta a 1.329 pazienti positivi, 45 sono stati i ricoveri e 3 i detenuti morti a causa del virus, con oltre 32mila tamponi.
Attualmente ci sono ancora 139 detenuti positivi, ricoverati nei due hub Covid di San Vittore (55 persone) e Bollate (42), mentre gli altri casi derivano dal focolaio del carcere di Bergamo. Questa la fotografia dell'evoluzione della pandemia nelle carceri lombarde, illustrata nell'ultima seduta della Commissione speciale Carceri, presieduta da Antonella Forattini (PD).
A raccontare l'emergenza sanitaria vissuta dietro le sbarre, il dottor Roberto Ranieri, responsabile Sanità Penitenziaria di Regione Lombardia e il dottor Pietro Buffa, provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria lombarda, che hanno illustrato le principali problematiche: la convivenza tra detenuti, personale sanitario, personale di polizia penitenziaria; la situazione di sovraffollamento con difficoltà di applicazione di misure di distanziamento sociale; il rischio di diffusione rapida della catena di contagio con coinvolgimento di pazienti fragili (anziani, immunodepressi) e le conseguenze sul sistema sanitario esterno; l'impatto negativo su misure rieducativo-trattamentali, particolarmente in pazienti tossicodipendenti e portatori di patologie psichiatriche.
"La situazione carceraria durante l'epidemia è stata senz'altro un'emergenza nell'emergenza - ha dichiarato la presidente Forattini. Auspichiamo che l'esperienza maturata e le buone pratiche adottate in Lombardia, grazie allo sforzo, all'impegno e alla creatività dei dirigenti penitenziari e dei responsabili della sanità, venga messa a sistema e possa fornire indicazioni per l'organizzazione dei vaccini, somministrazione che speriamo possa avvenire quanto prima".
Tra le soluzioni adottate, e che secondo il dottor Ranieri rappresentano un modello di sanità territoriale, la creazione di una task force multidisciplinare, che ha consentito la diagnosi precoce dei casi asintomatici contribuendo alla circoscrizione dei focolai epidemici, il contact tracing. "Tutte misure e trattamenti clinici - ha sottolineato il provveditore Buffa - che sono stati congrui e omogenei rispetto a quelli del cittadino comune, e non ulteriormente restrittive della libertà individuale, come richiesto dalle normative".
Il provveditore ha, inoltre, sottolineato anche il grande contributo avuto dai servizi di telemedicina, elemento che rimarrà anche dopo la fine della pandemia. Durante la seduta si è anche parlato della non facile organizzazione del piano vaccinale che per gli agenti di Polizia penitenziaria dovrebbe avvenire, secondo le ultime notizie, nella fase 1 bis, mentre per i detenuti è prevista la somministrazione alla fine della fase 2, che invece dovrebbe essere anticipata.
ilreggino.it, 29 gennaio 2021
Raccontare l'esperienza di "insegnante di rap" nelle carceri minorili tramite le parole di un libro e la musica di uno street album: questo l'obiettivo del rapper e scrittore calabrese Francesco "Kento" Carlo che giovedì 28 gennaio pubblica "Barre". Il libro "Barre - Rap, sogni e segreti in un carcere minorile", edito da minimum fax, è disponibile in tutte le librerie, mentre lo street album intitolato "Barre Mixtape" è su tutte le piattaforme digitali e, nelle prossime settimane, uscirà su vinile per Aldebaran Records.
Nelle 177 pagine del volume, Kento racconta la sua esperienza maturata in oltre dieci anni di laboratori in vari istituti penitenziari italiani, a contatto con centinaia di ragazzi detenuti, insieme ai quali ha scritto strofe, ritornelli e punchline. Nei suoi laboratori, Kento stimola a incanalare nella creatività la rabbia, la frustrazione e la tentazione di fare del male agli altri e, più spesso, a sé stessi.
Barre racconta queste esperienze - con gli strumenti della narrativa, perché la legge impone di non rivelare nulla che possa collegare le vicende narrate ai protagonisti reali - e insieme riflette sul classismo insito nel sistema della giustizia minorile italiana, in cui a finire dentro spesso non sono i più colpevoli ma semplicemente gli ultimi per condizione economica, culturale e sociale.
Barre, come quelle di metallo alle finestre della cella. Barre, come vengono comunemente definiti i versi di una strofa rap. Barre, come i segni di penna sui nomi dei ragazzi che non frequentano più i laboratori. Perché sono usciti, finalmente liberi.
Perché sono diventati grandi e devono trasferirsi nel carcere degli adulti. Perché non sono mai rientrati dai permessi premio, e chissà che fine hanno fatto. Il disco è stato registrato e masterizzato allo storico Quadraro Basement e vede le produzioni di Shiny D, Goedi, DJ Fuzzten, Gian Flores, Dj Dust, Giovane Werther e un feat. di Lord Madness. Tredici tracce dove la poesia incontra il boombap e le classiche rap ballad si alternano a incursioni nelle sonorità più moderne, senza mai perdere l'attenzione al messaggio che è da sempre il tratto distintivo dell'MC reggino.
Un lavoro legato a doppio filo al libro perché nato dalla stessa ispirazione, e scritto in buona parte nel periodo in cui - per colpa del lockdown - i laboratori in carcere hanno subito un'interruzione forzata, così come i concerti. In attesa di poterlo sentire dal vivo, è prevista quindi un'edizione in vinile di sole 100 copie numerate a mano e autografate, su supporto in formato 180 grammi nero con effetto marmorizzato giallo, che richiama la copertina del libro. Il vinile di Barre Mixtape è disponibile in pre-ordine sul sito di Aldebaran Records in bundle con il libro stesso e, per chi vorrà, anche con una t-shirt realizzata in esclusiva dalla cooperativa Jailfree, che si occupa del reinserimento lavorativo dei detenuti.
"Minimum fax è un editore che ho sempre stimato, e vedere il loro logo accanto al mio nome in copertina è un traguardo importante e uno stimolo per il futuro - dichiara Kento - Trovo particolarmente significativo abbinare quest'uscita a quella del vinile per Aldebaran Records, protagonista di alcune delle uscite su supporto analogico più significative degli ultimi anni".
anteprima24.it, 29 gennaio 2021
Benevento - Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania, nel pomeriggio di oggi ha visitato il carcere di Benevento dove sono attualmente reclusi 354 detenuti di cui 56 donne. La visita é stata effettuata con i volontari e il presidente della cooperativa "I Care" Don Giuseppe Campagnuolo della diocesi di Cerrito Sannita (BN) che si occupa del disagio giovanile, di una casa di accoglienza per donne e bambini e ragazzi con disabilità.
"I Care" nel carcere di Benevento gestisce un progetto finanziato dal garante campano dei detenuti, che prevede un percorso introspettivo dei detenuti accusati di reati a sfondo sessuali, sia nel reparto femminile che maschile.
Per il garante Ciambriello "questi progetti nelle carceri sono importanti sia per far riappropriare delle proprie responsabilità i diversamente liberi, sia per aiutarli a soffermarsi su un loro presente e a riconoscere i propri limiti e a saperli gestire. Prima di entrare in carcere ho incontrato don Nicola De Blasio della Caritas diocesana di Benevento.
Ho finanziato un suo progetto di attività di recupero per detenuti e ho firmato un protocollo di intesa per accoglienza e lavori socialmente utili per 5 detenuti. La Caritas dal mese di febbraio attiverà un centro di ascolto psicologico e di sostegno morale nel carcere di Benevento.
Sono grato a quanti istituzioni pubbliche e del privato sociale nel Sannio hanno attivato percorsi di solidarietà e di reinserimento socio-lavorativo per detenuti ed ex detenuti". Il garante Ciambriello ha regalato ai detenuti sex offender una confezione contenerne un libro e alcune mascherine. Convinto, come ha detto all'uscita, che "la cultura libera, la conoscenza aiuta a superare le disuguaglianze e a riappropriarsi dei propri sogni".
di Cristina Rufini
Il Resto del Carlino, 29 gennaio 2021
Si è aperto ieri mattina, con l'udienza filtro, il processo a carico di un ispettore di Polizia penitenziaria al tempo dei fatti e dell'allora collega Sovrintendente della stessa Penitenziaria. I fatti che vengono loro contestati sarebbero accaduti tra la fine del 2016 e giungo 2017 nei confronti di un detenuto nel carcere di via Arginone.
Secondo le contestazioni che sono mosse dal pubblico ministero Isabella Cavallari, i due in concorso sono accusati di aver percosso e minacciato un detenuto, in modo tale da indurlo a raccontare fatti relativi ad altri carcerati "il tutto aggravato dall'odio razziale", secondo la tesi sostenuta dal pm Cavallari. Sempre in concorso abusavano del loro potere di controllo sui detenuti con eccessive 'misure di rigore reiteratè, che comprendevano anche le percosse.
La stessa accusa che viene mossa, questa volta al solo ispettore della Penitenziaria, nei confronti di un altro detenuto, sempre per riuscire a fargli raccontare fatti che riguardassero altri carcerati. Ispettore che è anche accusato di avere danneggiato, in concorso con un detenuto che è poi deceduto, il vetro che si trovava a protezione del televisore installato nella cella.
All'Ispettore, in questo particolare episodio, viene imputato il concorso morale, "avendo istigato il detenuto, a compiere il danneggiamento". Ieri si è aperto il processo davanti al Tribunale in composizione collegiale, con fissazione della prossima udienza al 24 marzo. Entrambi sono assistiti dall'avvocato Denis Lovison.
di Maddalena Berbenni
Corriere della Sera, 29 gennaio 2021
Dalle messe alla prova ai lavori di pubblica utilità: arriva il vademecum per le associazioni. La guida del Centro di servizio per il volontariato di Bergamo dà consigli alle associazioni che accolgono autori di reato, facendoli lavorare per estinguere pene o reati. È un tema su cui chi lavora attorno al mondo della giustizia insiste, e insiste: l'efficacia delle pene alternative al carcere, in primo luogo per abbattere la recidiva.
Per scontare una pena non esiste solo la detenzione: negli ultimi anni anche sul territorio della provincia di Bergamo abbiamo assistito ad una crescita del ricorso a misure alternative al carcere. Misure che spesso si traducono in esperienze di volontariato, riconosciute come riabilitative e allo stesso tempo educative e di inserimento nella comunità. Di conseguenza è cresciuta anche la ricerca di enti ed associazioni disponibili ad accogliere le persone sottoposte a provvedimenti di natura giudiziaria per un periodo più o meno lungo, affinché possano portare a termine il proprio percorso riparativo.
Il CSV di Bergamo, attraverso i progetti Pit Stop e Gioco di squadra 2 con capofila il Comune di Bergamo, ha mappato sul territorio della provincia 484 enti che tra il 2014 e il 2020 hanno accolto autori di reato. Tra questi il 30% sono Comuni, il 27% associazioni e il 23% parrocchie. Presenti in forma minore anche le cooperative sociali (12%), le strutture sanitarie residenziali (5%), le scuole (2%) e altri soggetti (1%). I soggetti ospitanti sono equamente distribuiti all'interno dei diversi Ambiti territoriali, con una presenza più marcata nell'Ambito di Bergamo (16%) e un picco più basso nell'Ambito di Dalmine (7%).
In sei anni 452 delle realtà mappate hanno accolto persone in messa alla prova, altre 149 hanno ospitato lavori di pubblica utilità come conversione pena e 17 hanno inserito al proprio interno persone per l'affidamento in prova al servizio sociale.
Sono numeri che danno la misura di come il ricorso a questi istituti giuridici sia sempre più diffuso e che chiedono ad associazioni ed enti di essere pronti ad accogliere sia adulti che minori in situazioni di fragilità, che si avvicinano al volontariato non per scelta ma per "obbligo". Un richiamo che porta il volontariato a riscoprire la propria vocazione originaria di soggetto che promuove inclusione sociale e riconoscimento della dignità di ogni uomo. un volontariato che deve però essere capace di accogliere queste persone e di gestire il loro inserimento con cautela e competenza, rispettando norme, procedure, dispositivi.
Per aiutare associazioni ed enti ad accogliere gli autori di reato, Csv ha quindi realizzato una "Guida pratica per l'accoglienza degli autori di reato": un vademecum composto da diverse schede ognuna delle quali dedicata ad una specifica misura alternativa alla detenzione. La guida contiene una descrizione semplice e comprensibile dei principali dispositivi incontrati dall'associazionismo e mette a disposizione suggerimenti, strumenti operativi, consigli utili per superare dubbi e difficoltà.
La "Guida pratica per l'accoglienza degli autori di reato" verrà presentata giovedì 28 gennaio 2021 alle ore 17.00 online sulla piattaforma Zoom. Durante l'incontro interverranno: Oscar Bianchi, presidente CSV Bergamo; Marcella Messina, assessore ai Servizi Sociali del Comune di Bergamo e presidente dell'Assemblea dei Sindaci; Lucia Manenti, direttrice Ulepe (Ufficio Locale Esecuzione Penale Esterna); Valentina Vielmi, agente di rete penale minorile Ambito di Bergamo.
Corriere di Bologna, 29 gennaio 2021
Un album di famiglia, con i protagonisti degli scatti che sono tutti detenuti-attori nel carcere di Ferrara. Per dieci giovedì i loro ritratti, intrecciati drammaturgicamente all'Amleto, si avvicenderanno nel corso delle dieci puntate di una webserie sulla pagina Facebook di Teatro Nucleo e del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna.
Liberamente ispirata a Amleto e alle sue varie riscritture, da Laforgue a Heiner Muller, la drammaturgia di Album di Famiglia si è andata componendo attraverso uno scambio di suggestioni fornite dai registi di Teatro Nucleo ai detenuti, che le hanno rielaborate in scritture biografiche sull'eredità familiare, sulla colpa e sul perdono. La composizione ha preso ispirazione da Hamlet Machine di Heiner Muller, il cui primo movimento si intitola proprio Album di famigli". Album di famiglia, Ferrara, 11 febbraio alle 18, in streaming sulla pagina Facebook di Teatro Nucleo.
imgpress.it, 29 gennaio 2021
Oggi, 29 gennaio 2021, ore 15.00, si terrà, sulla Piattaforma COA Bari - Gotowebinar, il convegno sul tema di: "Metavalori e Carcere. La mancata giurisdizionalizzazione dell'esecuzione", organizzato in partnership con il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Bari; la GP4AI Global Professional for Artificial Intelligence e con il Coordinamento scientifico del Prof. Giovanni Neri, Prof.ssa Francesca Iole Garofoli, Avv. Michele Curtotti, Prof. Fabrizio Pompilio, Avv. Claudio Caldarola, Avv. Clemi Tinto, Dott.ssa Annalisa Turi, Avv. Nicola Gargano, Avv. Gabriella Panaro.
ll webinar sarà moderato da Tommaso Forte, giornalista. L'incontro di studio si propone di orientare i riflettori, attraverso la pluralità del sapere giuridico, sul valore della Giurisdizione nell'attuale contesto di emergenza, affinché i Metavalori possano trovare adeguato rispetto nel sistema penale e processuale. Sembra che il "vento di maestrale" continui a soffiare, quando libertà e dignità dell'Uomo sono in antitesi, sull'effettiva condizione penitenziaria.
Peraltro, Il tema del carcere, impone riflessioni sul ruolo della Giurisdizione, non solo nella verifica delle condizioni sanitarie indotte dall'emergenza, ma in maniera più dettagliata, sulle condizioni di vita comune nella restrizione detentiva. Invero, un'attenta valutazione delle tematiche indicate, dovrebbe sollecitare il Legislatore, a occuparsi delle dinamiche di prevenzione all' interno degli istituti penitenziari. Peraltro, si dovrebbe rivalutare l'intero sistema delle misure cautelari de libertate, in ragione del mutato quadro di riferimento dei pericula libertatis e delle presunzioni di pericolosità.
Non appare superfluo evidenziare come le scelte legislative d'emergenza siano connotate da indifferenza verso la regola della non considerazione di colpevolezza poiché, con l'intervenuta sospensione dei termini della custodia per la pandemia, si sono inevitabilmente aggravati tempi e condizioni delle vicende cautelari. Se, si preferisce navigare a vista, si lasciano da parte quelle scelte processuali calibrate su altre misure restrittive non custodiali e, l'idea di un carcere quale extrema ratio, diventa un'inutile finzione.
Insomma, se da un lato la logica sottesa alla normativa d'urgenza si muove su piani slegati e senza progettualità, consegnando al nostro Paese tutte le problematicità esistenti, dall' altro lato, sul fronte del carcere, si impone un confronto leale sui meta-valori e sul ruolo della pena, tra funzione retributiva e dimensione rieducativa.
Viceversa, dovremmo essere pronti ad accettare che la custodia cautelare resti, per sempre, contrassegnata nel suo Dna, come un'anticipazione della colpevolezza e della pena. La partecipazione al Convegno è gratuita e richiede l'scrizione sulla Piattaforrma COA Bari - Gotowebinar (max 500 posti) al seguente link: https://register.gotowebinar.com/register/8564470314972924944.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 29 gennaio 2021
Purtroppo è solo un caso fra i tanti: senzatetto multati, per importi superiori anche ai 500 euro, per esser stati "sorpresi in strada" durante il lockdown. Questa volta la contravvenzione è stata annullata dalla prefettura di Bologna grazie all'associazione "Avvocato di strada" di Antonio Mumolo e Paola Pizzi.
"Come faceva a restare in casa chi una casa non ce l'aveva? Un'altra multa ingiusta, l'ennesima, è stata annullata e siamo molto felici per il nostro assistito". Antonio Mumolo, Presidente dell'Associazione Avvocato di strada, e l'avvocato Paola Pizzi commentano così la decisione della Prefettura di Bologna che ha accolto la richiesta dell'associazione e ha annullato la multa comminata lo scorso marzo a un uomo senza dimora trovato in strada durante il primo lockdown. "Molte persone - dice ancora Mumolo - in genere minimizzano queste cose: "Una multa a un senzatetto? che problema c'è, tanto non la pagherà mai!". Invece non è assolutamente così. Le multe rimangono, si accumulano. E, se non le si può pagare perché si è nullatenenti, gli importi negli anni si moltiplicano fino a raggiungere cifre considerevoli".
"Il Dpcm del marzo 2020 che stabiliva il lockdown totale e multe e denunce per chi veniva trovato in strada - dice ancora il Presidente - è stato pubblicato in un periodo di gravissima emergenza e le misure rigide erano senz'altro giustificate. Come abbiamo fatto subito notare con una nostra campagna, tuttavia, il Dpcm dimenticava quelle migliaia di persone che in quei mesi erano senza una casa e, per via di tutte le chiusure dei servizi e delle associazioni, prive di qualsiasi supporto".
In effetti le multe ai senzatetto, ancorché paradossali, sono state nel corso del 2020 tantissime. Come quella inflitta il 20 novembre a un signore di Como, conosciutissimo da tutti i residenti del centro da almeno dieci anni come l'angolo di strada ove dormiva, a cui un inflessibile controllore dell'ordine pubblico aveva consegnato un verbale da 400 euro. E ancora a Bologna si era verificato uno degli altri casi di contravvenzioni già annullate grazie all'associazione di Mumolo, il cui importo aveva toccato i 533 euro (e 33 centesimi, per l'esattezza). "Quando erano state decise le sanzioni per chi veniva trovato in strada durante il lockdown - aveva detto Mumolo già in quell'occasione - avevamo denunciato la situazione paradossale in cui si sarebbero trovate le persone senza dimora con la campagna "Io resto a casa. E se una casa non ce l'ho?". Eravamo stati facili profeti".
"Negli ultimi mesi siamo riusciti ad annullare già 4 multe che risalgono al primo lockdown, ma chissà quante sono le persone senza dimora multate in quel periodo che non si sono rivolte a noi e che continueranno a essere gravate da quel debito. Noi - conclude il presidente dell'associazione - continueremo nel nostro lavoro e ci auguriamo che nella malaugurata ipotesi di un nuovo lockdown gli ultimi non vengano dimenticati ancora una volta".
di Valeria Pini
La Repubblica, 29 gennaio 2021
Lutti, crisi e paura all'origine del malessere. I dati emergono dal XXII congresso nazionale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia.
La pandemia non colpisce solo il corpo, ma anche la mente. La paura del contagio e la crisi economica in atto moltiplicano esponenzialmente il disagio psichico. In chi è entrato in contatto con il virus aumenta fino a 5 volte la probabilità di sintomi depressivi e si stima che nei prossimi mesi possano emergere fino a 800 mila nuovi casi di depressione. Una condizione che riguarderà anche i circa 10 mila italiani che hanno perso un proprio caro per colpa del virus, senza contare le almeno 150 mila persone non colpite da SAR-Cov-2 ma che manifesteranno sintomi depressivi a causa della crisi economica e della disoccupazione. È quanto emerge dal XXII congresso nazionale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia, online da oggi al 29 gennaio.
La sindemia - È quello che gli esperti definiscono 'la tempesta perfetta'. Per i suoi effetti sulla salute, le abitudini sociali e l'economia mondiale sta provocando infatti una sindemia: l'epidemia cioè non è soltanto sanitaria, ma ha ripercussioni economiche, emotive e culturali tali da agire come un moltiplicatore senza precedenti del malessere psichico. Un male che non sembra guardare in faccia nessuno e che colpisce sia chi ha avuto il Covid sia chi invece non si è ammalato. Metà delle persone contagiate manifesta disturbi psichiatrici con un'incidenza del 42% di ansia o insonnia, del 28% di disturbo post-traumatico da stress e del 20% di disturbo ossessivo-compulsivo.
Inoltre il 32% di chi è venuto in contatto col virus sviluppa sintomi depressivi, un'incidenza fino a cinque volte più alta rispetto alla popolazione generale. La sindemia da Covid-19 e disagio psichico riguarda anche chi non è stato toccato direttamente dal virus: fra i familiari dei circa 86.000 pazienti deceduti, almeno il 10% andrà incontro a depressione entro un anno. La crisi economica provocata dalla pandemia incrementa a sua volta il disagio mentale in tutta la popolazione: il rischio di depressione raddoppia in chi ha un reddito inferiore ai 15.000 euro all'anno e triplica in chi è disoccupato.
150.000 nuovi casi di depressione - Si stima che saranno almeno 150.000 i nuovi casi di depressione dovuti alla disoccupazione da pandemia, ma la situazione potrebbe perfino peggiorare perché tutte le condizioni di fragilità sanitaria, emotiva, sociale che si stanno creando nel Paese non sommano, ma moltiplicano esponenzialmente le loro conseguenze negative sul benessere psicofisico della popolazione. Ad alto rischio soprattutto donne, giovani e anziani; le prime già più predisposte alla depressione e più toccate dalle ripercussioni sociali e lavorative, i secondi che hanno visto modificarsi la loro vita di relazione e patiscono gli effetti della crisi sull'occupazione, e gli anziani, più fragili di fronte ai contagi e disturbi mentali.
I riti svaniti - "Le condizioni sanitarie, economiche, sociali che si sono create a seguito della pandemia di Covid-19 hanno portato a una vera sindemia: alla malattia connessa all'infezione si è aggiunto un impatto enorme sul benessere psichico di tutta la popolazione, sia di chi è venuto a contatto col virus in maniera diretta, sia di chi non è stato contagiato ma vive sulla sua pelle le conseguenze della crisi in corso - spiega Claudio Mencacci, co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia e direttore del Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano - In chi è venuto a contatto col virus la probabilità di disagio mentale è più elevata, con un'incidenza di sintomi depressivi che cresce dal 6 al 32%; fino al 10% di chi ha perso un proprio caro per il Covid-19 andrà incontro a un lutto complicato che si protrarrà oltre 12 mesi, anche a causa delle regole di contenimento del contagio che hanno impedito a molti di poter elaborare il dolore, rivedendo un'ultima volta il congiunto per l'estremo saluto".
Un problema che con il tempo sembra aggravarsi. Anche oggi che il vaccino ha riaperto una speranza nelle nostre vite, in molti si rendono comunque conto che il cammino verso la normalità sarà lungo. "Con il prolungarsi dello stato di emergenza e delle restrizioni alla socialità, al lavoro, alla possibilità di programmare un futuro, anche chi non è stato contagiato è sull'orlo di una crisi di nervi: dopo una fase iniziale in cui si è fatto il possibile per resistere e si combatteva soprattutto la paura del virus, ora sono subentrati l'esaurimento, la stanchezza, talvolta la rabbia - spiega "Non solo - aggiunge Matteo Balestrieri, co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia e professore ordinario di Psichiatria all'Università di Udine -. E ciò che preoccupa è soprattutto l'ondata di malessere mentale indotta dalla crisi economica: le condizioni ambientali e socio-economiche hanno infatti un grosso peso sul benessere psichico della popolazione e la pandemia di Covid-19 sta creando le premesse per il dilagare del disagio".
La disoccupazione - Le stime indicano infatti una perdita del 10% del Pil per il nostro Paese e un forte incremento dell'impoverimento e della disoccupazione, elementi che agiscono letteralmente come moltiplicatori dei disturbi mentali: in Italia la probabilità di ammalarsi di depressione raddoppia fra le persone a basso reddito (<15.000 euro/anno), triplica fra i disoccupati. Oggi i disoccupati sono il 10% della popolazione, ma alcune stime prevedono un incremento fino al 17% per il 2021. "Significa avere 1.800.000 disoccupati in più e un aumento di circa 150.000 casi di depressione soltanto a causa della perdita di lavoro generata dalla crisi economica in corso - prosegue Mencacci -. Oggi inoltre le famiglie che versano in stato di povertà assoluta sono 2,1 milioni, in continuo aumento, mentre un milione di famiglie vive esclusivamente di lavoro non. Il disagio economico innesca il malessere psichico, come certifica anche il notevole incremento delle vendite di psicofarmaci registrato negli ultimi mesi'.
Le donne più fragili - Ad alto rischio sono soprattutto le donne, più predisposte alla depressione e più toccate dalle ripercussioni sociali e lavorative del Covid-19: più degli uomini infatti sono state costrette a lasciare l'impiego, più degli uomini hanno sopportato e stanno sopportando il carico doppio del lavoro e della cura della famiglia durante i lockdown più o meno rigidi che si sono susseguiti nell'ultimo anno. Rischiano tuttavia anche i giovani dai 16 ai 34 anni, che hanno visto modificarsi la loro vita di relazione con la chiusura di scuole superiori e università e patiscono gli effetti della crisi sull'occupazione e la possibilità di entrare nel mondo del lavoro, e gli anziani, più fragili di fronte a contagi e disturbi mentali.
Le terapie - Siamo quindi realmente di fronte a una sindemia di proporzioni senza precedenti, a cui reagire migliorando l'assistenza e le cure dei pazienti. "Al contrario di quanto è accaduto nei primi mesi di pandemia, quando le visite e le prestazioni sanitarie nei Centri di salute mentale si sono ridotte, occorre puntare a rafforzare i servizi ed è indispensabile essere più vicini possibile ai cittadini. A partire dai medici di famiglia, - aggiunge Mencacci - che possono intercettare per primi il disagio inviando poi i pazienti dallo specialista". Un problema in una sanità travolta dal Covid che stenta a trovare spazi adeguati per la sofferenza mentale. "Nel settore della salute mentale esistono terapie che hanno cambiato volto e sono oggi in grado di migliorare enormemente la qualità della vita dei pazienti con disturbi psichici. A patto però - conclude Balestrieri - che i farmaci, se necessari, siano sempre prescritti dal medico specialista, che poi deve gestire le cure assieme al medico di famiglia. Il fai da te, che temiamo sia adottato da molti in un momento difficile come quello attuale, rischia di non risolvere i problemi e di esporre anche a rischi per la salute".
di Francesco Strazzari
Il Manifesto, 29 gennaio 2021
Il nuovo conflitto sociale in Egitto è la prova che crediti sauditi e opere faraoniche non bastano. Il Paese è come mai lacerato e i militari sono accusati di essere solo dei profittatori.
A cinque anni dal brutale assassinio di Giulio Regeni, dopo un anno di carcerazione di Patrick Zaki fra i sessantamila oppositori che languono nelle celle egiziane, cosa abbiamo capito delle speranze che hanno acceso il Mediterraneo e il mondo arabo nell'ultimo decennio?
Il quadro investigativo ricostruito dalla Procura di Roma è tale ormai che anche gli avvoltoi hanno smesso di volteggiare. Le insinuazioni sono evaporate alla luce dei fatti: a nessuno sfugge come parlare di Giulio oggi significhi parlare dei molti che ancora vengono fagocitati dalla repressione. Contrariamente alle aspettative del regime, la memoria di Giulio è più viva che mai: le scritte gialle riappaiono sulle facciate dei palazzi pubblici, e le istituzioni spendono parole senza ambiguità.
E tuttavia nulla si muove sul piano giudiziario. Ormai allo stremo, Patrick Zaki resta crudelmente esposto alla continua, reiterata conferma dei termini di detenzione, seguendo il copione che vuole nell'esibizione del potere di arbitrio la conferma della peggiore deriva autoritaria. Davanti alla richiesta della Procura di Roma e a dispetto delle testimonianze dirette, le autorità egiziane insistono sulla pista del rapimento criminale di Giulio: pur ammettendo che fosse sorvegliato, definiscono 'falso e illogico' che sia mai stato in mano alle polizie.
Eppure non tutto è immobile: poco prima della Festa della Polizia - quel 25 gennaio che coincise con l'inizio della rivoluzione - è giunta dal Cairo la notizia di un rimpasto interno agli apparati di sicurezza. Ad essere spostato è, fra gli altri, quel generale Tarek Saber che compare fra i quattro per cui la Procura romana chiede il processo.
L'opacità dei regimi militari rende impossibile farsi un'idea chiara dei motivi dietro le singole decisioni: è però evidente il fastidio che suscita l'attenzione internazionale, fastidio si nutre della predilezione che la dittatura mostra per quanto le consente di riprodursi - tritacarne della repressione incluso.
La figura di Saber, ad esempio, è associata anche alla decisione di arrestare i tre dirigenti di Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), di fatto l'ultima realtà di difesa dei diritti umani rimasta, e con cui collaborava Zaki. L'opinione pubblica internazionale e le diplomazie si sono prontamente mobilitate.
È dunque plausibile che l'arresto sia parso un'inutile provocazione anche al Cairo. Nell'information age, il regime è infatti molto sensibile alla propria immagine quale baluardo di fermezza benevolente, che opera nel giusto contro la barbarie terrorista: cerca lusinghe e non tollera l'immagine di sé come golpista, nato con una carneficina e dedito alla repressione incivile. Si rasenta il parossismo: passa un minuto fra la notizia della scarcerazione dei tre dirigenti di EIPR con un 'atto dall'alto', e l'annuncio da parte dell'Eliseo del ricevimento di al-Sisi in pompa magna a Parigi, con tanto di imbarazzante conferimento della Legion d'Onore.
In Egitto è pressoché impossibile usare telecamere: piazza Tahrir oggi non può essere ripresa, ma l'architettura è stravolta, a significare un nuovo inizio. La dittatura ha bisogno delle nostre tv che decantano il nuovo museo archeologico auspicando un ritorno del turismo, e di energy companies nostrane che promuovono l'immagine dell'"Amico Egitto".
All'indomani del ritrovamento del corpo di Giulio, scrivevo con Marina Calculli (il manifesto, 10.2.2016) che avevamo davanti una catena di comando segnata da rivalità, ma che vede la propria sopravvivenza come coesione fondata su un patto di omertà e impunità: in assenza di terzietà, verità e giustizia sarebbero state proporzionali al solo grado di determinazione dell'azione italiana.
Ogni idea ispirata al tradizionale 'cinismo di controllo' realista avrebbe generato contraddizioni a cascata, sempre più insopportabili per l'interesse nazionale stesso. Molte voci si sono levate in questi anni a condannare come ipocrita la disgiunzione fra la pressante richiesta di cooperazione giudiziaria, e il business is business che guida la politica estera, incluso il boom delle forniture militari all'Egitto denunciato dai genitori di Giulio.
In realtà non è solo una questione commerciale: c'è un malaccorto bisogno dell'Italia di 'contare nel Mediterraneo', producendo 'geopolitica mediterranea' (Di Maio) in uno scenario di accresciuta competizione, sullo sfondo dello scontro fra il fronte pro-islamista (Turchia, Qatar) e quello autoritario-tradizionale (Egitto incluso) guidato dagli altri paesi del Golfo e appoggiato da parte dell'Occidente (Francia) e Russia. È forse presto, oggi, per capire quanto reale sia il rapprochement fra Qatar e le altre monarchie del Golfo per decifrare l'impatto della politica estera trumpiana nella regione, o l'esito dello scontro fra Egitto ed Etiopia per le acque del Nilo.
A dieci anni dalle rivolte arabe è però possibile dire che dove i militari hanno infine preso il sopravvento (dall'Egitto all'Algeria, dal Mali al Sudan) la situazione è precaria, e resta più instabile di quanto molti vogliano credere. Il riacutizzarsi del conflitto sociale in Egitto è la prova che crediti sauditi e opere faraoniche non bastano in un paese sempre più lacerato, nel quale proprio i militari sono accusati di perseguire nient'altro che il proprio interesse economico.
È un errore strategico dare lo status quo per assodato. Il cambiamento sociale e politico era, in fondo, l'oggetto dello studio sul campo di Giulio: per quanto militari avvezzi a reclutare e reprimere potranno contenere, per esempio, le soggettività femminili scese in campo nell'ultimo decennio? Un tetro sottobosco di informatori, spie e agenti di sicurezza non poté credere che Giulio fosse uno studente, per quanto scrupoloso, capace ed acuto gli deve essere apparso: ed è paradossalmente proprio per questa incapacità che possiamo credere che il regime sia in fondo condannato.
Le "primavere" giunsero inaspettate, dopo che gli alleati occidentali avevano per decenni riempito i dittatori di turno di aiuti e prebende. Nella storia il cambiamento procede per dinamiche carsiche che non sono esaurite. È grave che, alla luce di questo, manchi in Italia una visione strategica su come trattare con le dittature militari di cui si è circondata. Chi oggi, nel nome del realismo più trito, predica l'abbraccio calloso alle relazioni internazionali come eterna ripetizione, assenza di principio e cambiamento, mostra scarsa conoscenza della realtà e dei propri interessi.
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