di Simona Musco
Il Dubbio, 5 novembre 2020
La decisione del Gup di Ragusa a due anni dallo sbarco a Pozzallo. Non luogo a procedere per Marc Reig Creus e Ana Isabel Montes Mier, rispettivamente comandante e capo missione della Open Arms, accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e violenza privata. È quanto ha deciso il tribunale di Ragusa nell'udienza preliminare che si è svolta ieri, al termine della quale il giudice ha stabilito che il fatto non sussiste per il reato di violenza privata e che non punibile per stato di necessità per il reato di favoreggiamento. Insomma, impossibile processare l'Ong per aver messo in salvo persone la cui vita era a rischio.
"Ancora una volta - ha dichiarato Open Arms attraverso una nota - è stato dimostrato che il nostro agire è sempre stato dettato dal rispetto delle Convenzioni internazionali e dal diritto del mare, quello che ci muove è la difesa dei diritti umani e della vita, principi fondativi delle nostre Costituzioni democratiche". I fatti finiti al centro dell'indagine risalgono al 15 marzo 2018, quando il rimorchiatore della Ong soccorse al largo della Libia 218 persone, fatte sbarcare a Pozzallo dopo l'evacuazione urgente di una donna e di un neonato a Malta. Secondo l'accusa, Open Arms avrebbe impedito alla guardia costiera libica di terminare il soccorso, dopo che la stessa aveva assunto il coordinamento dell'operazione Sar.
Coordinamento che l'Ong rifiutò, in virtù dell'impossibilità di riconoscere la Libia come porto sicuro, così come confermato dalla comunità internazionale. Open Arms, dunque, per la procura aveva commesso reato per il "rifiuto di consegnare i profughi salvati a una motovedetta libica" e perché, "nonostante la vicinanza con l'isola di Malta, la nave proseguì la navigazione verso le coste italiane, come era sua prima intenzione".
Dopo lo sbarco a Pozzallo, la Procura distrettuale di Catania guidata da Carmelo Zuccaro aveva aperto un'inchiesta per violenza privata e associazione per delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina. In quell'occasione la procura dispose anche il sequestro della nave perché, "l'obiettivo primario era salvare migranti e portarli in Italia, senza rispettare le norme, anzi violandole scientemente".
Per il gip non c'erano però elementi per ritenere contestabile il reato associativo, evidenziando però che "non poteva essere consentito alle Ong di creare autonomi corridoi umanitari al di fuori del controllo statuale e internazionale, forieri di situazioni critiche all'interno dei singoli paesi sotto il profilo dell'ordine e della sicurezza". Da qui l'ipotesi di accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e di violenza privata e la trasmissione del fascicolo, per competenza, alla Procura di Ragusa, che aveva chiesto il loro rinvio a giudizio. Ma per il giudice Creus e Mier non sono colpevoli: hanno "solo" salvato delle vite.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 5 novembre 2020
Alla fine, chi ha ucciso Andy Rocchelli? Mentre Vitaly Markiv se ne va dall'Italia abbracciato ai suoi cari e vola a Kiev in alta uniforme e viene ricevuto come un eroe nazionale al Palazzo del presidente, in una casa del Pavese i genitori di Andy sono ancora increduli. E scrollano sul pc i commenti all'assoluzione dell'unico imputato. "Viva la giustizia giusta". (Igor Boni, presidente dei Radicali italiani). "La richiesta di verità e giustizia non sarà mai archiviata" (Federazione nazionale della stampa). "I miei complimenti al sistema giudiziario italiano" (Arsen Avakov, ministro dell'Interno ucraino). "Mi dispiace per la madre di Rocchelli, ma sono contenta per mio figlio" (Oksana Maksymcmuk, la mamma di Vitaly).
Markiv era sulle colline di Sloviansk, quel 24 maggio 2014, e probabilmente fu la sua unità ucraina a tirare i trenta colpi di mortaio sul fotoreporter pavese e sull'interprete Andrej Mironov. Ma testimoni e intercettazioni non bastavano, hanno deciso i giudici di secondo grado, e nessuno ha potuto dimostrare che fu davvero il sergente della Guardia nazionale ad ammazzare due giornalisti che volevano solo raccontare la guerra del Donbass.
"Leggeremo le motivazioni e vedremo il da farsi", dice la professoressa Elisa, ordinario di Storia contemporanea, costretta dalla vita a occuparsi di vicende prima lontane e ora vicinissime: "Non possiamo guardare a queste morti - disse un giorno, presentando le ultime foto del suo Andy - come a effetti collaterali e normali dei conflitti. Gli antichi dicevano de re nostra agitur, si tratta di noi".
Signora Rocchelli, che cosa l'amareggia di più in questa sentenza?
(Silenzio)
Appena uscito dal carcere, martedì sera, il soldato Markiv ha dichiarato che la giustizia italiana gli ha tolto tre anni di vita, prima che si decidesse ad assolverlo...
(Silenzio)
Non pensa che ci siano state lacune, nell'inchiesta italiana, sull'uccisione di suo figlio?
Alla fine d'un dolore infinito e d'un lungo ripensamento, Elisa Signori parla con gentilezza. Abituata com'è, da questi sei anni di silenzi sempre composti: "Guardi, ci sono domande a cui mio marito Rino e io evitiamo di rispondere. Credo che capirà il perché".
Ma questa sentenza, cancellando le molte certezze dell'accusa e la condanna a 24 anni inflitta in primo grado, dice che non fu il sergente ucraino a commettere il reato...
"Sono convinta che la ricostruzione della dinamica fattuale, compiuta dagli inquirenti italiani, sia stata corretta. Questa sentenza d'appello ha solamente scagionato un condannato in primo grado. Ma non può certo smentire le prove e le testimonianze raccolte in sei anni d'eccellente lavoro investigativo".
Ma perché questo processo ha avuto un'attenzione politica, e mediatica, relativamente bassa? Se si pensa a che cosa fu il caso Ilaria Alpi...
"Voci importanti del migliore giornalismo hanno seguito con impegno la vicenda. Il presidente della Camera, Fico, ci ha dato la sua solidarietà. La rissa sui social, invece, l'abbiamo giustamente evitata. Quanto al governo italiano, in uno Stato di diritto la sepaSloviansk razione dei poteri e l'indipendenza della magistratura non sono optional".
Il ministro dell'Interno di Kiev ha presenziato alle udienze. E laggiù il processo è stato molto seguito. L'Ucraina ha collaborato all'accertamento dei fatti?
"Il loro governo, del tutto disinteressato a chiarire la dinamica dell'uccisione, ha sempre eluso le domande di collaborazione degli inquirenti italiani. L'interesse per l'uccisione di nostro figlio s'è risvegliato solo con l'arresto del sergente della Guardia nazionale. Quanto al ministro Avakov, che dirigeva proprio a e proprio a inizio maggio 2014 le operazioni cosiddette "Ato", sigla che sta per antiterrorismo, beh, lui è un referente diretto della Guardia. E il suo impegno è stato davvero rilevante, nell'alimentare in Ucraina e altrove una vera tempesta mediatica intorno a questa vicenda giudiziaria".
A un certo punto, è diventato un processo politico?
"Il processo esaminava un reato, l'uccisione di giornalisti civili inermi. E dunque la dimensione politica e geopolitica non doveva interferire. Sono certa che le pressioni politiche e mediatiche esercitate dalla tifoseria ucraina, dentro e fuori dal tribunale, non hanno influenzato la corte".
Lei però ha parlato di pressioni esercitate sulla sua famiglia...
"Gli insulti dei network ucraini e di taluni social italiani non stupiscono: la rete è aizzata da hater di mestiere. Più gravi appaiono gli attacchi giunti da portavoce istituzionali ucraini. Uno fra tutti: Anton Gerashenko, viceministro degli Interni. Ha detto che la nostra famiglia era a caccia di risarcimenti in denaro. Le minacce e gli insulti ai nostri avvocati, li abbiamo raccolti in un dossier".
Martedì, anche la pm ha accennato ad attacchi diffamatori alla giustizia italiana...
"Basta leggere le trascrizioni delle arringhe della difesa, per cogliere queste affermazioni sconcertanti e oltraggiose. La gravità delle espressioni usate suona davvero ingiustificabile sulle labbra di uomini di legge, da cui ci si aspetterebbe il rispetto delle istituzioni. Anche nei confronti dei giornalisti sono state usate parole assai pesanti".
Ma si saprà mai chi ha ucciso Andy?
"Confido che la verità emerga in piena luce. È solo questione di tempo".
di Marco Perduca*
Il Riformista, 5 novembre 2020
Non solo presidenziali: il 3 novembre in diversi stati si sono svolti referendum popolari. L'Oregon ha depenalizzato uso e possesso personale di tutti gli stupefacenti. In New Jersey, Arizona, Montana e South Dakota legalizzata la cannabis per uso ricreativo.
L'incertezza che ha caratterizzato le elezioni presidenziali negli Stati Uniti non ha toccato la voglia di dire basta alla "guerra alla droga" in quel paese. Grazie a varie proposition, iniziative popolari, a livello statuale votate il 3 novembre scorso, alla legalizzazione della cannabis per uso medico e non, in Oregon si è aggiunta la depenalizzazione dell'uso e possesso personale di tutti gli stupefacenti proibiti. Ha votato a favore quasi il 60 per cento.
Per un lettore italiano attento, o di una certa età, la riforma dello Stato della Costa occidentale dovrebbe suonare familiare: nel 1993, infatti, un referendum promosso nel nostro Paese dal Coordinamento Radicale Antiproibizionista fu vinto con percentuali leggermente inferiori a quelle di questo martedì (53 per cento) e, per la prima volta nella storia delle Nazioni unite, la depenalizzazione delle droghe avvenne per via popolare.
Se il 34,8% dei detenuti in Italia lo è per violazioni della legge sugli stupefacenti - la media europea è del 18% quella mondiale del 20% - nessun paese batte gli Usa, escludere il carcere per consumo potrebbe essere l'inizio di una nuova era. Secondo un recente studio della Drug Policy Alliance, ogni 23 secondi negli Stati Uniti una persona viene arrestata per motivi di droga, si tratta di afro-americani, latinos, nativi e generalmente di persone con basso reddito. Quello dell'Oregon diventa quindi anche un esperimento che potrebbe non solo evitare violazioni di diritti umani - le carceri Usa sono tristemente famose per la violenza che le caratterizza - ma anche fornire spunti per riforme generali dell'amministrazione della giustizia.
Tra le sostanze il cui possesso di piccole quantità non sarà più perseguito penalmente ci sono anche i cosiddetti psichedelici. Quella dei funghi psicoattivi e delle metanfetamine, per uso terapeutico o di microdosaggi per accompagnare la quotidianità, sta diventando la nuova frontiera delle modifiche delle leggi sugli stupefacenti. Il cambiamento è iniziato a Denver che nel maggio 2019 è diventata la prima città statunitense a depenalizzare quelle sostanze, Oakland e Santa Cruz in California hanno seguito a ruota. Non si può ancora parlare di effetto domino come per la cannabis, ma la nuova tendenza riformatrice è ampliare le modifiche legislative a tutte le sostanze illecite partendo specie da quelle che non danno dipendenza come gli psichedelici. Quel che inizia in California diventa poi movimento a livello nazionale.
Sempre il 3 novembre, il New Jersey ha votato a maggioranza per legalizzare la marijuana per i maggiorenni, idem in Arizona, Montana e South Dakota portando a 15 gli Stati che, più la capitale Washington, regolamentano la pianta per uso non medico. Il Mississippi si unisce ai 33 stati che ne consentono l'uso terapeutico.
Ci sono voluti 10 anni ma la strategia che ha portato alla legalizzazione della recreational marijuana alla fine ha dimostrato di essere vincente: raccogliere (molti) soldi, coinvolgere schiere di giuristi per definire, spesso in modo creativo, i quesiti da porre al voto, inondare gli Stati di informazioni on e off line (e nei campus), promuovere eventi e piccole reti di attivisti a livello locale per far crescere la consapevolezza dell'importanza delle riforme.
Se all'inizio del Terzo Millennio i riformatori più attivi erano prevalentemente i libertarian, mai troppo ben organizzati e comunque inadatti a collaborare con altri, e miliardari filantropi come George Soros o Peter Lewis, col passare del tempo la base di militanti e le disponibilità economiche si sono ampliate coinvolgendo persone direttamente colpite dalla "guerra alla droga" - donne, persone di colore e immigrati - e imprenditori della cannabis. Queste riforme stanno tra l'altro confermando, numeri alla mano, le previsioni dell'antiproibizionismo di Marco Pannella che dalla fine degli anni Sessanta, oltre a denunciare il carattere liberticida e criminogeno della limitazione di una libera scelta, proponeva la totale legalizzazione per consentire decisioni informate e aiutare chi sviluppa un rapporto problematico coi propri consumi, sottraendo il commercio delle droghe dalle mani della criminalità organizzata. Anche se nessuno dei due possibili inquilini della Casa Bianca s'è mai distinto per spirito riformatore, né il Congresso ha mai dato segni di particolare interesse a riforme federali in materia, negli USA è ancora possibile attivare strumenti di democrazia diretta. Là dove non arrivano i legislatori o le Corti può ancora arrivare il "popolo", non è una misera soddisfazione ma un dato di fatto contro l'inerzia della politica.
*Associazione Luca Coscioni
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 5 novembre 2020
Referendum sulle droghe ricreative e teraupetiche, a sorpresa il no al proibizionismo fa breccia anche nelle roccaforti dei repubblicani. Nelle ore in cui tutto il mondo è con il fiato sospeso per il risultato delle presidenziali, gli elettori di cinque Stati Usa hanno consegnato risultati, a loro modo straordinari, su cannabis, psilocibina e decriminalizzazione del possesso di droghe.
Tutti i referendum sulle droghe sono infatti passati, molti di loro con margini considerevoli. Arizona (favorevoli al 60%), New Jersey (67%), Montana (57%) e South Dakota (53% per la ricreativa, 69% per la terapeutica) hanno legalizzato la cannabis per uso ricreativo. Il Mississippi ha approvato con il 68% dei voti il quesito che apre all'uso terapeutico della cannabis.
Salgono così a 34 gli Stati che hanno attivato programmi di marijuana medica e a 15 quelli che hanno legalizzato la cannabis per tutti gli usi (più il Distretto della Capitale Washington). Si è definitivamente chiusa la catena ovest, che parte dal Canada e arriva al Messico, prossimo anche lui alla legalizzazione.
Anzi, la cannabis legale comincia a far breccia anche nel cuore profondo dell'America: in Montana, South Dakota e Mississippi. Vince anche in Stati solidamente repubblicani: pare essere l'ennesima dimostrazione che laddove si tocca con mano gli effetti positivi della riforma delle politiche sulle droghe, a partire dalla cannabis, sono i cittadini stessi a chiedere di continuare nella riforma delle fallimentari politiche proibizioniste.
Ad est la strada sembra ormai spianata: il referendum del New Jersey è stato richiesto dal parlamento e sostenuto personalmente dal governatore democratico Phil Murphy. Manca ancora New York, il cui governatore Cuomo ha più volte dichiarato di voler legalizzare la cannabis, nonostante il nulla di fatto della sessione dello scorso gennaio. Non c'era solo la cannabis in questo election day: in Oregon ha ottenuto un ottimo risultato la regolamentazione legale della psilocibina, approvata con il 56% dei voti. Anche Washington D.C. - con il 76% dei favorevoli - ha depenalizzato il consumo di psilocibina: si apre così una nuova strada riformatrice per i movimenti antiproibizionisti e psichedelici d'oltreoceano.
In Oregon fondamentale successo per un secondo quesito (59%) che depenalizza il possesso di qualsiasi droga (sanzionabile ora solo con una multa di massimo 100$). Lo stesso quesito prevede di aumentare i finanziamenti ai programmi di assistenza alle persone che usano sostanze, grazie alle imposte della cannabis (legale in Oregon dal 2014). "Un passo enorme che va verso un approccio umano e basato sulla salute", ha commentato Kassandra Frederique, Drug Policy Alliance. Le politiche sulle droghe sono lo strumento della repressione delle minoranze negli Usa, come numerosi rapporti hanno dimostrato. La presa di coscienza collettiva, anche all'interno del movimento #blacklivesmatter, del ruolo centrale di queste sulla società e sulla stessa essenza della democrazia, è importante e fa ben sperare per il futuro. Negli Stati Uniti come nel mondo.
Il risultato delle presidenziali influenzerà certamente il futuro delle politiche sulla cannabis, come del resto lo farà il risultato al Senato, che sinora si è dimostrato il più forte ostacolo per le riforme. Il More act, il provvedimento che rimuove la cannabis dalle sostanze controllate a livello federale, anche se approvato dalla Camera, laddove fosse confermata la maggioranza democratica difficilmente riuscirà a passare lo scoglio del Senato. Che peraltro ha perso il senatore repubblicano Cory Gardner nello scontro con l'ex governatore del Colorado, il democratico Hickenlooper. Gardner aveva battagliato contro l'Attorney General Jeff Sessions, che voleva soffocare sul nascere l'onda verde delle legalizzazioni statali, bloccando a lungo al Senato alcune nomine del Ministero della Giustizia. Questa tornata elettorale apre come detto nuove strade e nuovi orizzonti: sullo sfondo il voto sulla cannabis all'Onu del prossimo dicembre, che potrebbe rappresentare un ulteriore passo verso la riforma delle politiche sulle droghe basata sulle evidenze scientifiche e il rispetto dei diritti umani.
di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 5 novembre 2020
Moussa Al-Hassan Diaw, direttore dell'associazione Derad: "Se un sistema non funziona, è sbagliato dare la colpa agli anelli più deboli della catena, come il volontariato". "Internet batte realtà 2-0". E tra gli sconfitti, Sarah ci mette anche se stessa. Non ci sono insegne, non c'è neppure il nome sulla targhetta del citofono. L'ufficio di "Donne senza frontiere" ai confini del quartiere Favoriten è il più anonimo possibile. Non ci sono indicazioni, non ci sono manifesti alle pareti. Anche la porta blindata è poco appariscente, si capisce che è tale solo dall'interno. "Dobbiamo fare molta attenzione", quasi si giustifica la giovane volontaria dell'associazione, una delle più grandi Ong d'Austria, che da ormai otto anni ha sviluppato e gestisce un programma rivolto alle madri di giovani che sembrano aderire al radicalismo islamico. Per dissuaderli, per convincerli a non partire. "Da quando cominci, hai tre mesi di tempo. Se non riesci a convincere il ragazzo entro quel tempo, le sirene del salafismo hanno la meglio. Questo ci dice la nostra esperienza. Bisogna convincerli che il loro posto è qui. Ma non è facile".
Le strade sporche e mal tenute del quartiere con il più alto tasso di criminalità della capitale non sono certo un invito a restare. Pochi mesi fa a Favoriten, che si trova nella zona sud, quasi attaccata alla vecchia città operaia, sono state chiuse due moschee gestite dai Lupi grigi, l'organizzazione turca di estrema destra, e altre due dove risuonavano appelli alla Jihad. "Ma quel ragazzo che ha fatto l'attentato non si è fatto plagiare dagli imam, ma dai messaggi sbagliati sui social. Voleva quelli, li cercava, li ha trovati. Esistono due realtà, ormai. E quando finisce la nostra lezione, noi non possiamo più controllare nulla. Per questo ci rivolgiamo alle madri".
Alla fine, un capro espiatorio ci vuole sempre. Ieri, il ministro dell'Interno Karl Nehammer ha speso i primi due minuti della sua conferenza stampa per dire che i video mandati dalle telecamere di sorveglianza dei locali dimostrano in modo definitivo che Kujtim Fejzulai ha agito da solo. Altri due minuti per aggiungere che i servizi di sicurezza austriaci non hanno gestito bene la segnalazione giunta dalla Slovacchia dopo che l'aspirante terrorista aveva cercato di comprare armi in quel Paese. E il resto del tempo lo ha usato per sottolineare come il giovane austriaco di origine macedone abbia "perfettamente aggirato" il programma di reintegro dei jihadisti nella società austriaca. "Non funzionano quasi mai, quindi rischiano di creare confusione e fare danni ulteriori", ha concluso.
A Vienna, città cattolica con il più alto numero europeo pro capite di Foreign fighters, esistono cinque associazioni che a vario titolo lottano contro il radicalismo islamico. Quella chiamata in causa dal ministro si chiama Derad, nome programmatico, ha sede nel municipio, e ha un compito improbo, perché si occupa solo di estremisti appena usciti dal carcere. Tra il 2015, anno di nascita, e il 2020, ha seguito 155 persone. Moussa Al-Hassan Diaw, il suo direttore, è un professore universitario figlio di immigrati, nato e cresciuto a Favoriten. "Le accuse che ci vengono rivolte sono strumentali, perché nessuno di noi aveva mai presentato Fejzulai come un soggetto pronto al reinserimento nella società. Era in libertà condizionata per i benefici di una legge statale, concessi da un tribunale. Se un sistema non funziona, è sbagliato dare la colpa agli anelli più deboli della catena, come il volontariato".
Le storie a lieto fine pareggiano quelle andate male. Uno su due. "Noi lavoriamo per far accettare una società pluralista e democratica a persone che vengono indottrinate in senso contrario. Cerchiamo di neutralizzare una polarizzazione già avvenuta, per questo il rischio di una recidiva è sempre presente". Mentre parla davanti al palazzo del Comune, due poliziotti in borghese si aggirano discreti nella piazza svuotata dal lockdown in corso. L'Associazione dei musulmani austriaci (Iggo) ha denunciato negli ultimi due anni il taglio ai finanziamenti deciso dal governo per questo tipo di progetti. Sia Diaw che la giovane volontaria di "Donne senza frontiere" vivono da reclusi per le minacce che arrivano in egual misura da sostenitori della Jihad e da ambienti della destra radicale. Entrambi usano spesso la parola Damm, che significa argine. È solo che certe volte anche loro hanno la sensazione che l'argine possa crollare da un momento all'altro.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 5 novembre 2020
Lo scorso febbraio gli americani hanno raggiunto un accordo con i talebani. Ma adesso i colloqui tra governo di Kabul e talebani sono in piena crisi. Questi ultimi rifiutano di firmare il cessate il fuoco. Se sino a qualche giorno fa cresceva l'incertezza sulle possibilità reali di pace con i talebani, adesso è la paura che domina per le strade dei maggiori centri urbani afghani. Il grave blitz terroristico lunedì mattina nel principale campus universitario di Kabul ha rinfocolato l'incubo della crescita di Isis e dei gruppi jihadisti.
Il fantasma della guerra civile degli anni Novanta torna più minaccioso che mai. I morti sono stati almeno 22, i feriti 27, tutti studenti. "I tre terroristi ci hanno sparato uno a uno. Prima miravano a chi cercava di fuggire dalle finestre, poi nel mucchio. Volevano causare il maggior numero di vittime", raccontano i sopravvissuti.
Non è un caso che il segretario generale della Alleanza atlantica, il norvegese Jens Stoltenberg, abbia condannato nello stesso comunicato l'attentato di Vienna e quello di Kabul. Se infatti in Europa rischiamo il ritorno della minaccia jihadista, è proprio in Afghanistan che Isis potrebbe ricostruire quella dimensione territoriale del Califfato che due anni fa perse dopo le sconfitte a Raqqa e lungo la valle dell'Eufrate.
La verità è che il prospettato ritiro di 4.500 soldati americani e 6.100 dei contingenti Nato (tra cui il migliaio di italiani) entro il maggio 2021 rischia di lasciare un Paese profondamente destabilizzato. Isis ha storicamente approfittato del caos negli "Stati falliti". Lo fece nelle violenze dell'Iraq post-invasione americana del 2003 e ancor più nella Siria lacerata dalla "Primavera araba" del 2011. Lo scorso febbraio gli americani hanno raggiunto un accordo con i talebani. Ma adesso i colloqui tra governo afghano e talebani sono in piena crisi. Questi ultimi rifiutano di firmare il cessate il fuoco. E pare non rispettino neppure la clausola fondamentale dell'impegno a negare asilo ad Al Qaeda e a quelle forze che utilizzano l'Afghanistan come base per le loro operazioni all'estero.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 5 novembre 2020
I promotori della manifestazione del 1° novembre nella capitale Minsk l'avevano chiamata "Marcia contro il terrore". Ne avevano tutte le ragioni. Le autorità giudiziarie della Bielorussia hanno deciso di avviare una maxi-inchiesta nei confronti di 231 manifestanti pacifici arrestati nel corso e dopo la marcia. Negli atti si legge che gli indagati hanno preso parte a "un'azione non autorizzata" che "ha causato danni all'infrastruttura cittadina e a un veicolo della polizia" e "ha ostacolato i mezzi del trasporto pubblico e il lavoro delle organizzazioni".
I 231 manifestanti pacifici rischiano ora fino a tre anni di carcere per "organizzazione o preparazione di attività che violano gravemente l'ordine pubblico", ai sensi dell'articolo 342 del codice penale. Amnesty International ha descritto l'iniziativa giudiziaria "del tutto assurda" e "un pericoloso precedente", sollecitando l'immediata archiviazione".
di Massimo Congiu
dirittiglobali.it, 4 novembre 2020
Il carcere diventa non il luogo del recupero previsto dall'Articolo 27 della Costituzione, ma quello della discarica sociale e della disperazione. Nei giorni scorsi, il numero dei suicidi nelle carceri campane è arrivato a nove. Nove casi (sei nel 2019) che impongono una riflessione profonda su quello che succede nei nostri istituti di pena. Ciò è avvenuto con la morte di Salvatore L., un detenuto di 22 anni che lo scorso martedì 20 ottobre si è impiccato nel carcere di Benevento.
di Paolazzurra Polizzotto
ecointernazionale.com, 4 novembre 2020
Mentre le fake news sul carcere aumentano, al grido di "infinite" scarcerazioni, il contagio nelle carceri cresce vertiginosamente. Inefficaci le misure del decreto ristori. Dopo settimane di silenzio da parte del Ministro Alfonso Bonafede, anche per le carceri arrivano le misure anti covid. Fuori sì, ma con il braccialetto elettronico, chi ha una condanna fino a 18 mesi; nessuna concessione a mafiosi e protagonisti delle rivolte di febbraio. Lo annuncia con un post su Facebook il Guardasigilli Alfonso Bonafede, che però subito precisa: "È escluso chi è stato condannato per mafia, terrorismo, corruzione, voto di scambio politico-mafioso, violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia e stalking, nonché chi ha subito una sanzione disciplinare, o ha un procedimento disciplinare pendente, per la partecipazione a tumulti o sommosse nelle carceri". Sono questi i punti fondamentali previsti dal decreto legge 137/2020.
di Riccardo Polidoro*
Il Riformista, 4 novembre 2020
La pur prevedibile seconda ondata del virus sta facendo naufragare l'organizzazione sanitaria di molti Paesi, tra i quali l'Italia. In otto mesi di emergenza sono stati emessi decreti "a pioggia" che, soprattutto recentemente, hanno scatenato una "tempesta" di proteste. Si ha l'impressione di una navigazione a vista, dove la rotta viene continuamente modificata, senza attendere gli esiti di quella tracciata in precedenza. E non tanto gli ordini impartiti dal comandante, ma le sue inconsuete "raccomandazioni" fanno temere il peggio. Quando un'imbarcazione è in pericolo, l'indecisione è il male peggiore.
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