di Alessandra Briganti
Il Manifesto, 6 novembre 2020
La storia. La Corte dell'Aja conferma le accuse di crimini di guerra e contro l'umanità per il presidente del Kosovo Hashim Thaqi, che si dimette. Venne legittimato dalla guerra "umanitaria" del 1999. Era il 29 aprile 1999 quando il manifesto pubblicava una prima pagina bianca con in calce una frase: i bambini non ci guardano. Le bombe della Nato piovevano dai cieli della Serbia da poco più di un mese. Era la denuncia forte e solitaria pensata da Luigi Pintor contro una guerra mascherata da intervento umanitario - con tanti"effetti collaterali" vale a dire stragi di civili - che avrebbe segnato la storia degli Stati sorti dalle ceneri dell'ex Jugoslavia.
Ieri dopo più di vent'anni su quella pagina bianca è stata scritta una parola a lungo invocata: giustizia. Giustizia per i crimini di guerra e contro l'umanità di cui è accusato il presidente del Kosovo ed ex comandante dell'Esercito di Liberazione Nazionale (Uck) Hashim Thaqi (Il Serpente). La Corte speciale istituita per indagare i crimini commessi dall'Uck durante e dopo il conflitto del 1999 ha infatti confermato le accuse a suo carico: omicidi, sparizione forzata di persone, persecuzione e tortura, crimini perpetrati contro oppositori politici, albanesi kosovari, serbi, rom e di altre etnie.
A dare notizia della conferma dell'incriminazione all'Aja è stato lo stesso Thaqi che in una breve conferenza stampa ha poi annunciato le dimissioni con effetto immediato e invitato i cittadini a mantenere la calma e a non rispondere a eventuali provocazioni. Sempre nella mattinata di ieri era arrivata la conferma dell'incriminazione del braccio destro di Thaqi, Kadri Veseli, ex presidente del parlamento del Kosovo, che ha rassegnato le dimissioni dalla carica di presidente del Pdk, il principale partito d'opposizione nel Paese. Nel pomeriggio Thaqi e Veseli sono stati trasferiti all'Aja con un aereo speciale decollato dall'aeroporto internazionale di Pristina.
A inchiodare le due personalità politiche più rilevanti della storia recente del Kosovo era stato il rapporto redatto nel 2011 dal senatore svizzero Dick Marty su mandato del Consiglio d'Europa. Il rapporto risultato di due anni di indagini, indicava il padrino del gruppo di Drenica, così veniva chiamato Thaqi nel rapporto, ed altri ex guerriglieri dell'Uck quali responsabili o mandanti di "una serie di omicidi, incarcerazioni, aggressioni e interrogatori in diverse regioni del Kosovo e nello specifico (...) durante le operazioni condotte dall'Uck in territorio albanese negli anni 1998-2000". Tra le accuse più gravi, anche quella di traffico di organi che passava dalla clinica di Fushe Kruje, la cosiddetta "casa gialla", in Albania, una storia denunciata precedentemente anche da Carla del Ponte, la ex procuratrice del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia nel suo importante libro di denuncia La caccia. Io e i criminali di guerra.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e ciò che prima sembrava impensabile, ora non lo è più. Nell'ultimo anno si è assistito a un'accelerazione delle indagini da parte della Corte speciale che ha portato all'incriminazione di diversi ex guerriglieri dell'Uck, tra cui Sali Mustafa, ex capo dei servizi segreti del Kosovo, Jakup Krasniqi e Rexhep Selhimi, questi ultimi due arrestati mercoledì a Pristina e trasferiti all'Aja.
Eppure l'operato del Tribunale speciale rischia di essere invalidato dalle intimidazioni verso i testimoni, come già accaduto in passato e come lascerebbe intendere la fuga di notizie riservate avvenuta a inizi settembre. Quattromila documenti riservati della Corte sono stati infatti recapitati all'associazione dei veterani dell'Uck, fascicoli contenenti tra l'altro anche i nomi dei testimoni protetti. Un attacco alla Corte che ha portato all'arresto di Hysni Gucati e Nasim Haradinaj, rispettivamente presidente e vicepresidente dell'associazione dei veterani di guerra dell'Uck, che dovranno rispondere di reati contro la giustizia. La stessa Corte poi ha denunciato a più riprese la "campagna segreta" condotta da Thaqi e Veseli per sabotarne il lavoro e assicurarsi così l'impunità, non ultimo il tentativo delle settimane scorse del presidente del Kosovo di emendare la legge che istituisce il Tribunale.
Ancor più spinosi sono i risvolti politici della vicenda giudiziaria. È come se ci si trovasse di fronte a un cortocircuito della Storia con un'Europa che in parte ha partecipato a quella guerra sciagurata e che oggi invece smentisce il proprio passato affermando il pieno sostegno al Tribunale e dicendosi soddisfatta del fatto che Thaqi abbia accettato di cooperare con la giustizia. Quella stessa Europa che oggi chiede a un Kosovo sempre più isolato di scendere a compromessi con la Serbia, imponendogli l'istituzione dell'associazione dei comuni a maggioranza serba, finora rimasta lettera morta per il timore delle autorità di Pristina che vedono in quel compromesso un cavallo di Troia del nemico serbo per rendere ingovernabile il Paese.
E cosa dire dell'Alleanza atlantica che proprio con la guerra in Kosovo ha mutato pelle proprio durante i radi "umanitari" trasformandosi da alleanza difensiva a potenza offensiva, e che ora rischia sempre nei Balcani di mostrare la profondità della crisi che sta attraversando. E che dire degli Usa, che in Kosovo hanno edificato la più grande base militare d'Europa a Camp Bondsteel, e che con tutti i presidenti degli ultimi 20 anni ha sostenuto l'indipendenza del Kosovo e legittimato Hashim Thaqi. Intanto la pax americana auspicata da Trump negli anni della sua amministrazione è naufragata miseramente e ha contribuito al contrario ad esacerbare ancora di più tensioni mai sopite nell'area, ridando fiato e lustro a nazionalismi che ci illudevamo di vedere sepolti.
di Marco Boccitto
Il Manifesto, 6 novembre 2020
Precipita la crisi nel Tigray. "Sovranità nazionale minacciata", il premier sceglie l'opzione militare per regolare i conti con il Tplf. I colpi di artiglieria pesante che ieri mattina risuonavano al confine tra l'Amhara e il Tigray, nel nord dell'Etiopia, hanno fatto eco alle dichiarazioni rese in tv la sera prima dal primo ministro etiope Abiy Ahmed, secondo il quale l'operazione militare avviata mercoledì contro le forze del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), in risposta all'attacco contro una base dell'esercito federale a Dalsash che ha provocato "molti martiri, feriti e danni", sta avendo "successo". Quindi prosegue e anzi è destinata ad estendersi, ha detto il premier, a dispetto dei timori diffusi che l'escalation possa presentare un conto pesante di vittime, oltre che un'imprevista ondata di profughi. "La linea rossa è stata superata" ha detto Ahmed, senza aggiungere dettagli sui combattimenti in corso e riservandosi di fornire tutte le informazioni una volta che l'operazione sarà conclusa.
Il governatore del Tigray Debretsion Gebremichael, che ieri ha dichiarato lo "stato di guerra", denuncia viceversa l'"aggressione congiunta" dell'esercito federale e delle forze speciali della confinante regione Amhara. Ma al tempo stesso ostenta una bellicosa sicurezza: "La popolazione tigrina non dovrebbe essere attaccata nel Tigray. Ora siamo bene armati, forse meglio di loro". Gli scontri hanno coinvolto anche la capitale tigrina, Mekelle, alla cui periferia si trova in effetti la sede del Comando nord dell'esercito federale, con il deposito d'armi meglio fornito della regione. Ieri le forze speciali locali mantenevano il controllo della struttura.
Fin qui gli sviluppi drammatici e in evoluzione di una crisi che ha origini lontane e cause scatenanti più recenti. Lo strappo dello scorso settembre, quando in Tigray si sono svolte le elezioni regionali a dispetto della decisione presa dal governo centrale di Addis Abeba di rimandare il voto per l'emergenza Covid, ha segnato un punto di non ritorno.
E così Ahmed, cui è stato assegnato lo scorso anno il Nobel per la pace grazie al modo brillante con cui ha chiuso l'annoso conflitto con l'Eritrea, non ha esitato a indossare la mimetica per regolare i conti con il Tplf. Ovvero per "difendere la sovranità nazionale e la pace". In questo il premier etiope ha l'appoggio degli altri stati della federazione: a cominciare dalla "sua" Oromia, il cui presidente, Shemelis Abdissa, nell'esprimere pieno sostegno alla risposta militare del premier è tornato ad accusare il Tplf di armare le frange più estreme del Fronte di liberazione oromo (Olf), rilanciando la teoria di un'alleanza tra forze storicamente nemiche al fine di destabilizzare il paese, alimentare gli scontri interetnici e bloccare la spinta riformatrice di Ahmed. Denuncia che ha ripreso vigore dopo i sanguinosi scontri seguiti all'omicidio, nel giugno scorso, del celebre cantante oromo Hachalu Hundessa.
La pressione internazionale più energica per ora arriva dal Dipartimento di stato Usa: in pieno pandemonio elettorale Mike Pompeo ha trovato il tempo di esprimere tristezza per le vittime e invocare una tregua. Addis Abeba resta un alleato strategico di Washington sullo scacchiere africano. Ma la recente uscita di Trump sulla Diga della Rinascita etiope - è di ieri l'ennesimo fallimento delle trattative in corso sulla mega infrastruttura che dovrebbe risolvere i problemi energetici dell'Etiopa ma è vista dall'Egitto come una minaccia alla sua produzione agricola -, l'idea della Casa bianca secondo cui al Sisi potrebbe perdere la pazienza e bombardare la diga sul Nilo Azzurro, hanno raffreddato parecchio i rapporti. Anche per questo Ahmed tira dritto.
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 6 novembre 2020
Lo scrittore, 83 anni, ha denunciato le violenze del suo popolo sugli armeni. Era atteso a ottobre a un evento internazionale, poi annullato e rinviato al 4 dicembre.
Che fine ha fatto Akram Aylisli che sei anni fa fu candidato al Nobel per la pace come una sorta di "Sakharov dei Balcani"? Hanno provato in tanti, da quando un mese fa è riesplosa la sanguinosa guerra nel Nagorno-Karabakh, a cercare un contatto col grande scrittore azero accusato dai suoi compatrioti nazionalisti d'aver "tradito" l'Azerbaigian narrando la decimazione di un secolo fa degli armeni nel suo villaggio d'origine, Ajlis, in quella che oggi è la Repubblica autonoma di Naxcivan, l'exclave azera stretta tra l'Iran, l'Armenia e la Turchia.
Niente da fare. Vaghe rassicurazioni. Pare che... Forse... Probabilmente... L'ultima traccia, anzi, ha lasciato nuovi dubbi. Il 16 ottobre scorso infatti, dopo anni di silenzi, l'ottantatreenne e malandato autore di Sogni di pietra, pubblicato la prima volta in Occidente nel 2015 da Guerini, avrebbe dovuto partecipare, sia pure in remoto da Baku, la capitale azera dove vive come fosse in domicilio coatto, alla presentazione di Farewell, Aylis, Addio Aylis, la trilogia uscita due anni fa negli Stati Uniti. Trilogia che comprende appunto, con Yemen e Un fantastico ingorgo, il bellissimo Stone Dreams tradotto dalla poetessa Katherine E. Young.
Era tutto pronto, all'Harriman Institute della Columbia University, che aveva organizzato l'evento con l'Institute for the Study of Human Rights e la Pen International, l'associazione di poets (poeti), essayists (saggisti) e novelists (romanzieri) fondata nel 1922 per proteggere gli scrittori di tutto il mondo. Titolo dell'evento: "Libri in fiamme: Akram Aylisli, letteratura e diritti umani nell'Azerbaigian di oggi". All'ultimo istante, stop: tutto annullato. Rinviato al 4 dicembre. C'è da sperarci?
Ma partiamo dall'inizio. Akram Najaf oglu Naibov noto come Akram Aylisli, riassume la Pen in un'appassionata difesa del 2019, è "un drammaturgo, romanziere e traduttore considerato per decenni uno degli scrittori più apprezzati dell'Azerbaigian. I suoi libri erano letti nelle scuole e nel '98 aveva ricevuto il titolo ufficiale di Scrittore del Popolo, oltre a due dei più alti premi statali. Dal 2005 al 2010 era stato inoltre deputato al Parlamento azero".
Tutto precipitò nel 2012. Quando lo scrittore decise di tirar fuori dal cassetto dove stava da anni il manoscritto di quel romanzo, Sogni di pietra, dove affrontava il tormentato rapporto tra la sua anima azera e il senso di colpa per gli armeni uccisi negli eccidi del 1919 nel paese natale da cui aveva tratto il suo stesso nome, Aylis, che gli armeni chiamavano Verin Agulis e che fino alla pulizia etnica seguita al caos della Rivoluzione d'Ottobre aveva una fortissima presenza armena, testimoniata tra l'altro dal monastero di San Tommaso fondato nel I secolo, pare, da san Bartolomeo apostolo.
A scuoterlo fu l'indignazione per il trionfale ritorno in patria (folla all'aeroporto, banda musicale, omaggi floreali, grazia presidenziale, nomina a "uomo dell'anno") d'un ufficiale azero, Ramil Safarov, condannato all'ergastolo in Ungheria per aver decapitato a colpi d'accetta, durante un master Nato, un pari grado armeno che dormiva. "Ero sotto choc - avrebbe raccontato -. Speravo di risparmiare alla mia gente l'immagine di un popolo di tagliagole". Scelse dunque di pubblicare Daş yuxular (Sogni di pietra) non in patria ma sulla rivista russa "Druzhba Narodov". Convinto, spiegherà al "New York Times", di poter così "conquistare un'audience un po' più aperta".
Macché. Appena se ne accorsero in Azerbaigian scoppiò il finimondo. Il presidente Ilham Aliyev accusò Aylisli di "deliberata distorsione della storia dell'Azerbaigian", gli revocò il titolo di Scrittore del Popolo, gli tolse la pensione concessa come autore illustre.
La moglie e il figlio furono licenziati. Il National Drama Theatre di Baku cancellò i suoi lavori. Centinaia di manifestanti bruciarono in piazza a Gjandža, la seconda città azera, i suoi libri prima amatissimi. Il presidente del Consiglio del Caucaso islamico lo dichiarò "apostata". Alcuni deputati proposero di fargli un'analisi del Dna per accertare se fosse "geneticamente" armeno. E il leader del partito nazionalista Muasir Musavat offrì 13 mila dollari a chiunque gli avesse mozzato un orecchio.
"Se si accendesse almeno una candela per ogni armeno ucciso violentemente, la luce di queste candele sarebbe più viva di quella della luna", si legge in Sogni di pietra. Sperava di spingere tutti a una riflessione: non gli è mai stato perdonato. Tanto più che Heydar Aliyev, già capo del Kgb azero, pluridecorato all'Ordine di Lenin, ultimo rais comunista dal lontano 1969, primo presidente nazionalista dal '91 e padre dell'attuale autocrate al potere, era nato lì, a Naxcivan, la capitale dell'omonima enclave azera, vicino all'antica Aylis. Insomma: per la famiglia al potere era un dito nell'occhio.
A fine marzo del 2016, qualche lettore ricorderà, Akram Aylisli fu bloccato all'aeroporto di Baku mentre stava per imbarcarsi verso Venezia, dov'era invitato al festival letterario "Incroci di civiltà". Dissero che aveva picchiato (lui: un ottantenne!) un giovane poliziotto. Arrestato, ricondotto a casa, ridotto a una sorta di domicilio coatto in attesa del processo, resta di lui il discorso che avrebbe voluto leggere nella città serenissima, storica patria di tanti senzapatria.
Discorso pubblicato da "Index on Censorship" (la prestigiosa rivista londinese per la difesa della libertà d'espressione su cui hanno scritto Arthur Miller, Nadine Gordimer, Samuel Beckett, Mario Vargas Llosa...) dove attaccava quelli che "si nascondono dietro le cosiddette visioni nazionali e se la cavano seminando semi di odio tra popoli e nazioni che non molto tempo fa vivevano insieme in pace".
E se la prendeva con quanti "hanno l'audacia di proclamarsi gli unici portatori di verità e i veri e propri campioni della felicità nazionale". Per rivendicare, da azero: "Col mio libro ho salvato molti armeni dall'odio verso il mio popolo. Ho capito che in questo sanguinoso conflitto né gli armeni né noi dobbiamo incolpare le persone che non farebbero mai la guerra senza le interferenze della politica. E ho trovato conferma che mentre le nostre nazioni sono buone da sole, insieme sono magnifiche".
Un'apertura che sperava fosse raccolta, come nota nella prefazione a Farewell, Aylis il saggista americano Joshua Kucera, da scrittori armeni che riconoscessero a loro volta errori e crimini contro gli azeri. "Richiesta ignorata. L'Armenia non è più pronta a esaminare le proprie colpe di quanto lo sia l'Azerbaigian". Peggio: accolse Sogni di pietra solo come una prova delle proprie ragioni. Mollando lo scrittore azero nella sua solitudine col passare degli anni sempre più amara. Tanto più in un Paese scivolato nel 2019 al 168º posto (su 180) nella classifica mondiale sulla libertà di stampa di Reporters sans frontières.
Ecco, nell'appello firmato da Pen Russia e intellettuali americani ed europei perché il Nobel per la pace 2014 fosse dato a lui, con un richiamo a "uomini rari" quali Martin Luther King e Andrej Sacharov capaci di "abbattere i muri che dividono le nazioni", c'era appunto la volontà di rompere quella solitudine: "Solo la voce di figure onorate può incoraggiare entrambe le nazioni a perdonarsi a vicenda per raggiungere infine un accordo. Il signor Aylisli ha avuto il coraggio di essere il primo a fare questo passo e tendere la mano".
di Luisiana Gaita
Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2020
Il "pacchetto giustizia", che ha trovato spazio nel Decreto Ristori, prevede fino al 31 dicembre 2020 la possibilità della detenzione domiciliare per chi ha una pena da scontare (anche come parte di pena maggiore) non superiore a diciotto mesi. Molti però non possono usufruire di questo diritto perché non hanno un posto dove andare.
Quattrocento detenuti nelle carceri italiane hanno contratto il Covid-19, così come altrettanti agenti di polizia penitenziaria. E se il 'pacchetto giustizia', che ha trovato spazio nel decreto Ristori, prevede fino al 31 dicembre 2020 la possibilità della detenzione domiciliare per i detenuti la cui pena da scontare (anche come parte di pena maggiore) non sia superiore a diciotto mesi, è anche vero che c'è chi, pur avendone diritto, si trova in condizione di non poter usufruire di questa possibilità.
di Giulia Merlo
Il Domani, 5 novembre 2020
La denuncia del Garante. Il virus corre anche nelle carceri, con una percentuale di positività che si avvicina a quella esterna (calcolata rispetto al numero di persone che si sono sottoposte al tampone). I numeri, forniti dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e dall'Autorità garante delle persone detenute, fotografano un quasi raddoppio dei malati rispetto al report del 28 ottobre scorso.
di Liana Milella
La Repubblica, 5 novembre 2020
Bocciati i ricorsi dei magistrati di sorveglianza di Avellino, Sassari e Spoleto che contestavano il decreto del Guardasigilli sull'obbligo di rivedere periodicamente il via libera agli arresti domiciliari. Una misura assunta per decreto dopo la scarcerazione dei boss tra marzo e aprile.
Ha ragione Bonafede. E hanno torto i magistrati - di Avellino, Sassari e Spoleto - che erano ricorsi alla Consulta contro il decreto di maggio firmato dal Guardasigilli dopo i numerosi provvedimenti di altrettanti giudici di sorveglianza che avevano dato il via libera agli arresti domiciliari anche per noti boss mafiosi sulla spinta dell'emergenza Covid. Oltre duecento detenuti in alta sicurezza e quattro anche al 41 bis, avevano lasciato le patrie galere tra marzo e aprile di quest'anno.
di Gaetano Pedullà
La Notizia, 5 novembre 2020
Chi non l'ha fatto è fuori per motivi processuali diversi. Da Giletti informazioni sbagliate. I documenti lo dimostrano. Da giorni ricevo gli insulti di persone che mettono in dubbio la mia correttezza personale e professionale, evidentemente persuase dal processo mediatico che mi è stato fatto nell'ultima trasmissione di Massimo Giletti, Non è l'Arena. In quella sede sono stato accusato di aver fatto "il peggior sfregio al giornalismo", e di questo quanto prima ne riparleremo nelle sedi competenti. Ai miei lettori però ho spiegato subito che rapporti avevo con Buzzi, all'epoca imprenditore di cui non si poteva sospettare l'associazione a delinquere emersa solo successivamente nel processo denominato Mafia Capitale.
di Sabrina Tirabassi
penaledp.it, 5 novembre 2020
Licenze premio straordinarie per i detenuti in regime di semilibertà. Con la fine del periodo estivo, una nuova ondata di contagi sta interessando l'intero pianeta, generando una situazione che giorno dopo giorno è sempre meno gestibile e coinvolge ogni aspetto della società, tra cui l'ambito penitenziario.
Nonostante le diverse e variegate misure adottate da mesi, rimane molto difficile arginare e contenere l'espansione del virus, soprattutto in quei luoghi, come appunto il carcere, in cui il contatto con il "mondo esterno" è un diritto del detenuto, fa parte integrante di quel programma di trattamento finalizzato alla rieducazione e alla risocializzazione e la cui limitazione costituisce indubbiamente "una pena della pena".
di Lorena Puccetti*
cfnews.it, 5 novembre 2020
Il nuovo decreto sicurezza introduce il reato di accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti. Il 22 ottobre 2020 è entrato in vigore il decreto-legge n. 130 il quale, nell'ambito di una serie di disposizioni dal contenuto eterogeneo in tema di immigrazione, protezione internazionale, utilizzo distorto del web e altri provvedimenti, apporta alcuni ritocchi al codice penale fra cui la modifica all'art. 391-bis e l'inserimento dell'art. 391-ter.
Con riguardo all'art. 391-bis c.p., introdotto nel 2009 allo scopo di reprimere le condotte volte a consentire ai detenuti sottoposti alle restrizioni di cui all'41 bis dell'ordinamento penitenziario di comunicare con altri in violazione delle prescrizioni loro imposte, vengono in primo luogo inasprite le pene.
In tal senso, l'art. 8 del decreto sicurezza dispone un aumento sanzionatorio sia per l'ipotesi base sia per quella aggravata, che ricorre quando il reato è commesso da pubblici ufficiali, incaricati di pubblico servizio e soggetti che esercitano la professione forense.
Tali condotte sono ora punite rispettivamente con la reclusione da due a sei anni e da tre a sette anni. Inoltre, il predetto art. 8 stabilisce che la pena prevista per la condotta base, e salvo che il fatto costituisca più grave reato, si applica anche al detenuto sottoposto al carcere duro il quale comunica con altri in elusione delle prescrizioni all'uopo imposte. All'esito di tale innesto legislativo, commette un reato il detenuto soggetto alle restrizioni di cui all'art. 41-bis il quale comunica con altri eludendo le prescrizioni che gli sono state imposte.
Se simili disposizioni trovano una giustificazione nell'esigenza di recidere il collegamento tra i soggetti sottoposti al carcere duro e gli altri componenti dell'associazione criminale, appare invece opinabile l'art. 9 del decreto in esame. Tale norma aggiunge l'art. 391-ter c.p., che prevede una nuova fattispecie delittuosa intitolata "Accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti", applicabile in via residuale rispetto all'art. 391-bis c.p.
Questa ipotesi delittuosa dispone che è punito da uno a quattro anni chiunque indebitamente procura a un detenuto un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni o comunque consente a costui l'uso indebito dei predetti strumenti o introduce in un istituto penitenziario uno dei predetti strumenti al fine di renderlo disponibile a una persona detenuta. Anche in questo caso, se il reato è commesso da pubblici ufficiali, incaricati di pubblico servizio e soggetti che esercitano la professione forense è prevista una pena aggravata ovvero dai due ai cinque anni di reclusione.
Infine, in maniera speculare rispetto all'art. 391-bis, anche l'art. 391-ter prevede l'applicazione della pena base al detenuto comune che indebitamente riceve o utilizza un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni. In buona sostanza, ricalcando il previgente art. 391-bis, la nuova norma sanziona espressamente i soggetti che procurano i cellulari ai detenuti comuni mentre, prima di questa novella legislativa, tale condotta poteva essere punibile solo qualora ricorressero i presupposti di altre fattispecie penali come ad esempio, con riguardo agli agenti carcerari, il delitto di corruzione.
Inoltre, l'art. 391-ter rende penalmente rilevante l'utilizzo di cellulari da parte dei detenuti, comportamento che in precedenza, costituendo una violazione delle regole di condotta carcerarie per uso di "oggetto non consentito", dava luogo a una sanzione disciplinare irrogata dall'Amministrazione penitenziaria. A questo proposito va ricordato che nel febbraio 2020 era stato presentato un disegno di legge con la proposta di modifica del regolamento penitenziario volta a consentire ai detenuti comuni di poter telefonare ai familiari una volta al giorno e non più solo una alla settimana.
Tale disegno di legge si riprometteva in primo luogo di alleviare la sensazione di abbandono e di solitudine che affligge i detenuti e di favorire il mantenimento dei legami affettivi in vista del futuro reinserimento sociale. Al contempo, si perseguiva uno scopo pratico ovvero quello di diminuire il traffico di cellulari all'interno delle carceri e il conseguente dispendio di energie necessario alla polizia penitenziaria per la ricerca dei cellulari nascosti dai detenuti. Proprio perché, nella maggior parte dei casi, i detenuti si procurano i cellulari per comunicare più spesso con i familiari e non per servirsene a fini delittuosi. In altri termini, consentire ai detenuti di chiamare quotidianamente anche solo per pochi minuti, poteva essere il modo di far venire meno la necessità di nascondere un cellulare in cella.
L'ultimo decreto-sicurezza, offuscato da una visione puramente afflittiva della pena, non si è limitato a frustrare le aspettative dei detenuti ma ha scelto addirittura di reprimere penalmente comportamenti dovuti alla naturale esigenza di stare in contatto con le persone care. L'utilizzo del cellulare per salutare la moglie o un figlio espone, d'ora in poi, il detenuto comune al rischio di una nuova incriminazione.
Una telefonata allunga la vita, recitava uno spot televisivo, ma in questo caso può allungare il carcere.
*Foro di Vicenza
di Severino Nappi
Corriere del Mezzogiorno, 5 novembre 2020
Ci mancava solo il Covid a complicare ulteriormente la "questione giustizia" in questo Paese. Premesso: la seconda ondata di contagi è stata mal gestita, con un indecoroso minuetto tra Governo centrale e Regioni.
Una situazione che rischia di produrre effetti pure sulla sicurezza e l'ordine pubblico. Sono giorni che, da giurista ma anche da consigliere regionale della Campania, ricevo numerose segnalazioni in merito alle decisioni di alcuni magistrati di non disporre gli arresti per gli autori di reati anche di una certa gravità adottate con la motivazione, per me singolare, di evitare un affollamento delle carceri. "No alle misure cautelari perché affollano gli istituti penitenziari e no agli obblighi di firma perché costringono ad andare in giro": frasi come queste, non solo echeggiano ormai di frequente nelle aule di giustizia, ma in questi termini si è espresso persino il procuratore generale presso la Corte di Cassazione.
Eppure sono indicazioni che, di fatto, costituiscono delle deroghe alle regole, ai precedenti e alla stessa ordinaria "gestione della giustizia" che ciascun magistrato è tenuto a garantire, in nome della legge. Insomma, siccome negli istituti penitenziari vi sarebbe un forte rischio di contagio da Covid per i detenuti, questa sarebbe una buona ragione per evitare di mettere (almeno alcuni) ladri e criminali dietro le sbarre.
Non sono d'accordo. In un'area già "calda" sotto il profilo sociale come la Campania, in particolar modo alcuni quartieri di Napoli, questa deroga - improvvisa e non richiesta - non ce la possiamo proprio permettere. Dobbiamo tener conto della nostra realtà dove, alla pervasività delle organizzazioni criminali, si aggiunge un disagio sociale crescente che sfocia spesso nell'illegalità.
Non lasciare in libertà soggetti che delinquono abitualmente o vivono in un contesto organico alla malavita è dunque una priorità. E comunque, nel nome di un'astratta attività di prevenzione sanitaria, possono mai lasciarsi indifesi i cittadini onesti, esponendoli a nuovi rischi? Alla magistratura non è richiesto di esercitare questa (ennesima!) funzione di supplenza, rispetto a responsabilità che competono alle Istituzioni di governo, in questo caso d'intesa con le autorità sanitarie competenti. Il delicato tema del bilanciamento tra diritto alla salute individuale e pubblica e gli altri diritti costituzionalmente garantiti è materia di confronto istituzionale, e semmai oggetto di dibattito tra giuristi: non può diventare occasione per scorciatoie che producono soltanto un aggravamento delle condizioni di sicurezza sociale.
Non è retorica, nè tantomeno questione politica. È un punto etico per una società complessa come la nostra: non si può derogare ai principi basilari di rispetto della legge perché lo Stato non sa dove mettere chi viene colto a delinquere oppure perché non riesce a contenere l'onda di contagi. Non se lo meritano le forze dell'ordine impegnate tutti i giorni in prima linea tra mille problemi. Non se lo meritano i magistrati che lottano contro la camorra, cercando di scardinarla e di ridurne l'influenza sul territorio. Non se lo meritano i tanti cittadini onesti che non vogliono ritrovarsi per strada potenziali criminali soltanto perché le carceri sono già piene. Troppi hanno la memoria corta in questo Paese. Eppure solo pochi mesi fa, la scarcerazione di circa 500 detenuti macchiatisi di reati di stampo mafioso, adottata in forza di una circolare del Dap assolutamente superficiale, con la "complicità" del grillino ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ha già arrecato un'ulteriore offesa all'immagine della nostra Giustizia, scatenando una forte ondata di riprovazione sociale che non ci possiamo permettere.
Del resto, il successivo "decretino" varato da questo governo superficiale per rimediare all'errore-orrore, con ogni probabilità cadrà sotto i colpi della Consulta per incostituzionalità. Insomma, regna il caos. Ecco perché mi permetto di chiedere che si ripristini un minimo di ordine. Anche sotto il versante dell'amministrazione della giustizia la situazione emergenziale che stiamo vivendo - a cominciare dalla nostra regione - non si può affrontare con scorciatoie lasciate alla fantasia di interpreti, sia pure in buona fede. Tutti i soggetti coinvolti nella lotta al crimine (spicciolo oppure strutturato) devono sedersi ad un tavolo istituzionale per scegliere le azioni più idonee a fornire le risposte necessarie anche a questo tipo di problematiche. Lo possono e lo devono fare, però, senza arretrare di un solo millimetro rispetto all'affermazione della legalità.











