di Giulia Merlo
Il Domani, 30 gennaio 2021
L'inaugurazione dell'anno giudiziario 2021 si è svolta sottotono. A causa del Covid-19 non c'è stato il corteo delle alte cariche dello stato e della magistratura e la cerimonia è stata contingentata in un'ora e mezza con 50 ospiti in sala, contro i quasi 350 delle precedenti annate. A causa della crisi di governo, invece, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si è presentato con una relazione scevra da ogni valutazione politica e prospettiva per l'anno che verrà.
A incombere sulla sala, tuttavia, c'era anche la questione che sta facendo il giro delle chat dei magistrati italiani: il libro-intervista Il Sistema scritto da Alessandro Sallusti con Luca Palamara. A due anni dalla crisi che ha mandato in tilt le toghe, il tema del correntismo e del mercato delle nomine è tutt'altro che archiviato e anzi è tornato attuale dopo le nuove dichiarazioni di Palamara, espulso dall'ordine giudiziario e imputato per corruzione a Perugia. Nel libro, infatti, l'ex capo dell'Anm chiama in causa due delle più alte cariche della magistratura, entrambe presenti all'inaugurazione.
Palamara sostiene di aver orchestrato insieme ai vertici renziani del Pd di allora la nomina di David Ermini a vicepresidente del Csm durante una cena non dissimile da quella organizzata all'hotel Champagne per scegliere il procuratore capo di Roma. Inoltre afferma che l'attuale procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, lo avrebbe invitato su "una splendida terrazza di un lussuoso albergo romano" per chiedergli sostegno. Sostegno che Palamara non gli ha dato, preferendogli Raffaele Fuzio, che poi si è dimesso nel 2019 proprio in seguito allo scandalo delle nomine.
"E non era la prima volta che Salvi, che quel posto successivamente lo ha raggiunto, mi incrociava", ha scritto Palamara, sostenendo di aver preso parte negli anni precedenti anche al tavolo spartitorio che ha portato Salvi alla procura generale di Roma. Gli interventi Il libro di Palamara è già oggetto di querele e smentite, che però per ora non hanno riguardato i capitoli su Salvi ed Ermini. Ma negli interventi di entrambi, ieri, si è letta in controluce una indiretta risposta agli attacchi. Ermini ha ricordato che serve "una vera e propria rifondazione morale che coinvolga tutta la magistratura" e che le nomine "siano precedute dalla sola, scrupolosa valutazione delle necessarie competenze tecniche, senza cedere alla tentazione di accordi preventivi volti alla ripartizione dei posti. È ciò che il Consiglio ha iniziato a praticare e intende praticare".
Salvi ha invece sottolineato l'efficacia delle linee guida emanate dal suo ufficio e utilizzate per l'esame dei casi emersi dalle indagini di Perugia: "Esse hanno distinto i casi di effettiva rilevanza disciplinare, perché in violazione del precetto tipico, dalle condotte che, pur in contrasto con precetti etici o deontologici, rientravano nell'attribuzione del Csm o dell'Anm, da quelle che non hanno alcuna valenza negativa", ricordando che hanno portato "all'esercizio dell'azione disciplinare nei confronti di ventisette magistrati, per 17 dei quali è già stato chiesto il giudizio, che si svolge dinanzi alla Sezione disciplinare del Csm".
Linee guida che "assolvono" il magistrato che decida di autopromuoversi, se ciò viene fatto "anche se in modo petulante, ma senza la denigrazione dei concorrenti o la prospettazione di vantaggi elettorali, non può essere considerata in violazione di precetti disciplinari".
Eppure proprio la posizione di Salvi ha sollevato nei giorni scorsi la reazione della magistratura associata: una trentina di magistrati guidati da Articolo 101, gruppo di opposizione all'attuale giunta Anm, hanno chiesto al procuratore generale e al togato di Area, Giuseppe Cascini, anche lui tirato in ballo da Palamara, di chiarire. Anche Magistratura indipendente ha chiesto "un rapidissimo accertamento della veridicità dei fatti narrati e una loro rigorosa valutazione".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
Magistratura indipendente ora chiede un "rapidissimo accertamento della veridicità dei fatti narrati". Il "Sistema", il libro-intervista di Luca Palamara con Alessandro Sallusti, già sold out in molte parti d'Italia, sta scatenando, com'era prevedibile, polemiche feroci fra le toghe. Le rivelazioni dell'ex togato Csm, per anni punto di riferimento dell'associazionismo giudiziario, hanno messo in imbarazzo più di un magistrato. Diverse le querele già presentate.
"Quanti sono chiamati in causa spiegheranno e diranno la loro verità e chi ne ha il potere distribuirà torti e ragioni. Quel che non può tollerarsi", è la reazione che il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia ha affidato ieri a una nota, "è che una intera istituzione, la magistratura, paghi oggi un prezzo elevatissimo in termini di sfiducia collettiva e di pericolosa delegittimazione per l'opera di quanti hanno creduto di poterla utilizzare per personale tornaconto.
È il tempo della reazione indignata", è il passaggio chiave di Santalucia, "contro chi, per comprensibile convenienza, non si immerge nella faticosa opera di distinguere i fatti e i comportamenti dei singoli ma cuce con suggestione narrativa tanti diversi episodi per tratteggiare con le fosche tinte del complotto l'esistenza di un ' sistema' in cui la magistratura si muoverebbe come un corpo unitario, animato da convenienze faziose e interessi corporativi".
Parole durissime che, però, non sembrano essere condivise da tutti. A prendere le distanze dal presidente dell'Anm, esponente di primo piano della componente progressista "Area", sono i vertici di "Magistratura indipendente", Mariagrazia Arena e Paola D'Ovidio, rispettivamente presidente e segretario della corrente moderata. "Mi", si ricorderà, era stata "penalizzata" dallo scoppio dall'affaire Palamara, con tre consiglieri su cinque al Csm costretti alle dimissioni per aver partecipato all'incontro all'hotel Champagne. "I fatti in questione, se veri, determinano discredito e un grave vulnus di credibilità della magistratura. Chiediamo con forza un rapidissimo accertamento della veridicità dei fatti narrati e una loro rigorosa valutazione, da operarsi nel rispetto di ogni garanzia, da parte degli organi preposti nell'interesse dell'intera magistratura e dei cittadini".
Dello stesso tenore il commento della presidente, a sua volta vicina a "Mi", della Corte d'Appello di Venezia, Ines Marini: "Sarebbe sbagliato risolvere ogni cosa con l'espulsione del singolo, facendone un capro espiatorio: occorre circoscrivere la discrezionalità del Csm nelle nomine, privilegiando l'anzianità di servizio e l'esercizio effettivo dell'attività giurisdizionale rispetto a quella svolta fuori ruolo oppure in incarichi elettivi, anche istituzionali, perché questi ultimi presuppongono l'indispensabile supporto delle correnti".
Dopo lo scambio fra vertice Anm e componente "moderata", ieri è poi di nuovo intervenuto Palamara, ormai corteggiatissimo dai media: domenica è atteso a "Non è l'arena" su La7: "Non sto parlando come una persona che è definitivamente fuori dalla magistratura, la decisione del Csm sulla mia rimozione è temporanea, non è definitiva, né esecutiva", ha esordito a chi gli domandava se avesse nostalgia della toga. "Nel libro - ha poi aggiunto - racconto fatti accaduti. Se l'ho fatto è per dare un contributo e svolgere una riflessione sul mondo della magistratura".
Alla domanda sul perché avesse deciso di scrivere un libro, ha risposto di voler "spiegare il meccanismo delle nomine, anche perché il racconto che viene fuori dai giornalisti di giudiziaria è il racconto di giornalisti divenuti magistrati aggiunti, perché parlano con gli stessi e quindi diventano depositari di verità. Se qualcuno si sente danneggiato può chiamarmi e parlarne, io ci sono", ha quindi concluso, rinnovando l'invito a essere ascoltato dalla prima commissione del Csm, competente per le incompatibilità ambientali, con particolare riferimento alle polemiche per i passaggi del libro in cui e citato, fra gli altri, il togato Giuseppe Cascini, che giovedì sera ha annunciato di voler querelare Palamara.
Ieri è arrivato anche il commento di Andrea Reale, fra i fondatori di Articolo 101. Il gruppo delle toghe "anticorrenti" aveva chiesto al pg di Cassazione Giovanni Salvi e allo stesso Cascini di querelare Palamara per quanto scritto nei loro confronti nel libro. Cascini ha appunto immediatamente assecondato l'invito. "Chiederemo all'Anm di prendere una posizione: auspichiamo il confronto pubblico anche in una sede istituzionale", precisa Reale, secondo cui "tutti i cittadini hanno il diritto di sapere come sono andati i fatti".
A Palamara, osserva Reale, "è stato tolto il diritto di parola e di difendersi davanti all'Anm. Il processo disciplinare è stato troppo frettoloso, gli hanno falcidiato la lista testi. L'Anm deve decidere se essere parte offesa o riconoscere di essere stata protagonista di una stagione infamante della magistratura e dare atto al nuovo corso. Palamara è stato solo la punta di un iceberg".
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
Aveva solo 28 anni ed è morto mentre era detenuto nel carcere della Dozza di Bologna. Una morte strana quella del giovane nordafricano su cui bisognerà far luce. Per questo motivo sarà probabilmente disposta un'autopsia sul corpo trovato senza vita questa mattina nel carcere bolognese.
Il giovane, che scontava una condanna a quattro anni e dieci mesi per vari reati, era in cella con un altro detenuto e sarebbe deceduto nel sonno, dalle prime ricostruzioni per cause naturali. Ma la sua giovane età e la totale assenza di problemi di salute lasciano spazio a qualche sospetto. Dopo i primi soccorsi del personale sanitario del carcere, è intervenuto il 118 con l'automedica, ma per il 28enne non c'era nulla da fare. Vista la giovane età, saranno fatti accertamenti per chiarire l'origine del malore. Per il sindacato di Polizia Penitenziaria Sappe, la situazione nella struttura al momento non è critica. "Nel carcere di Bologna - affermano Giovanni Battista Durante e Francesco Borrelli, segretario generale aggiunto e vice segretario provinciale del sindacato- sono presenti 685 detenuti, non si registra, quindi, un grave sovraffollamento, come invece succedeva in passato. Ricordiamo che sono state registrate presenze che hanno raggiunto i 1200 detenuti circa. Anche i problemi relativi al contagio da Covid-19 sono stati affrontati e superati in buona parte, rispetto alla gravità dei mesi di novembre e dicembre".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
L'allarme della garante dei detenuti del comune di Roma, Gabriella Stramaccioni sulla situazione sanitaria nel carcere di Rebibbia. "Il clima che si respira è difficile. soprattutto dal punto di vista psicologico. Ci sono persone che sono in isolamento dal 2 gennaio in condizioni strutturali precarie", questa è la fotografia attuale dei detenuti che stanno al carcere di Rebibbia Nuovo Complesso.
È la Garante dei detenuti del comune di Roma, Gabriella Stramaccioni, a descrivere il disagio interno. Ha visitato nuovamente il carcere ieri mattina, con l'infettivologa e la Comandante dell'istituto, nei reparti dove sono alloggiati i positivi. "Sono attualmente 75 i positivi, 6 i definitivamente negativi, 4 attualmente negativi (in attesa di terzo tampone di conferma) 22 attualmente negativi (in attesa di secondo e terzo tampone di conferma), e 7 ricoverati. Ci sono poi alcuni reparti in isolamento per quarantena", rende noto sempre la garante Stramaccioni.
La garante Stramaccioni: il sovraffollamento peggiora la situazione - L'infettivologa, che sta seguendo tutti con molta scrupolosità, ha risposto alle innumerevoli domande che le sono state poste e ha anche spiegato i motivi per i quali è necessario registrare tre tamponi negativi per poter essere considerati guariti e tornare nel proprio reparto. "La mancanza di spazi ed il sovraffollamento peggiorano una situazione già difficile", denuncia la garante. Anche nel giro fatto ieri mattina, ha avuto conferma che ci sono situazioni che potrebbero essere risolte per coloro che sono al di sotto dei 18 mesi al fine pena. "Ma non avviene e le persone continuano a essere recluse anche con un fine pena di 3 o 4 mesi. Per non parlare dell'assurdità di alcuni rigetti ad istanze presentate per incompatibilità per motivi di salute", spiega con amarezza la garante Stramaccioni.
Domiciliari a Verdini per l'emergenza sanitaria - Come se non bastasse, è stata rigettata una istanza ad una persona il 19 gennaio in quanto non considerata a rischio Covid. Peccato però, fa sapere sempre la garante, che la stessa persona sia risultata positiva 4 volte ai tamponi dal 2 gennaio ad oggi. Nel compenso, almeno si aggiunge una notizia positiva per l'oramai 70enne Denis Verdini: va ai domiciliari nella sua casa di Firenze. Il magistrato di sorveglianza, Romina Incutti, ha firmato ieri l'ordinanza, citando fra le motivazioni lo stato di salute dell'ex senatore di Forza Italia e l'emergenza sanitaria nelle carceri. E Verdini era detenuto proprio a Rebibbia, epicentro di un importante focolaio.
La Provincia Pavese, 30 gennaio 2021
La Casa circondariale di Voghera celebra la Giornata della memoria. Il carcere di via Prati Nuovi ha dedicato una giornata di lavoro scegliendo di "fare memoria" attraverso i disegni e le poesie dei bambini del ghetto di Terezin. A Terezin i disegni furono nascosti da un'insegnante in due valigie piene prima di abbandonare il campo.
Parlano di casa, raccontano di stenti e di nostalgia. Antonella Strazzari, docente del Cpia di Pavia, durante l'incontro con le persone detenute nella sezione di Alta Sicurezza ha spiegato: "Facciamo memoria per rendere giustizia a milioni di vittime che non ne hanno mai avuta".
Nel corso della giornata Gianni Tempesta con i soci Coop hanno proiettato nell'Aula Magna il film "Corri, ragazzo, corri" per le persone detenute della Media Sicurezza. "ll tema della nostalgia della famiglia, il vis suto dei bimbi nel lager, il sacrificio di tante persone ha suscitato nelle persone detenute la consapevolezza della tragedia", commenta il direttore Stefania Mussio.
Il Mattino di Padova, 30 gennaio 2021
Per Dana Lauriola, l'attivista No-Tav rinchiusa a Le Vallette di Torino, e per tutti gli altri carcerati che con la pandemia hanno visto peggiorare le loro già pessime condizioni di detenzione. Per loro oggi i Centri sociali hanno organizzato presìdi di solidarietà.
A Padova l'appuntamento è per le 10.30 davanti alla Casa circondariale. L'iniziativa, promossa dal Pedro, chiederà l'indulto o altre misure di sconto per ridurre l'affollamento nelle carceri, ancora meno sopportabile ora che c'è la pandemia; l'istituzione di una figura di garante dei diritti dei detenuti e delle detenute in tutte le città; misure preventive non carcerarie per i reati minori; priorità nell'accesso al vaccino per tutta la popolazione carceraria.
"Il grado di civiltà di un paese si vede dalle sue carceri, diceva Voltaire", ricordano i promotori dell'iniziativa, "in quelle italiane in questo momento è come se vigesse la pena di morte senza processo. Le condizioni sono peggiorate i detenuti si sono visti privare ulteriormente dei pochi diritti che ancora sono garantiti".
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 30 gennaio 2021
Effetto pandemia anche sul carcere: come risulta dal bilancio 2020 tracciato dal coordinatore dall'Ufficio di Sorveglianza, giudice Isabella Cesari, "le misure alternative alla detenzione adottate lo scorso anno sono 809, con aumento di una cinquantina rispetto all'anno precedente anche in considerazione delle difficoltà alla detenzione verificatesi nella locale casa circondariale in occasione della pandemia e conseguente chiusura".
Di tali misure, "37 sono state revocate per violazione dei relativi obblighi:20 nei confronti di soggetti in affidamento al servizio sociale o terapeutico, e 17 nei confronti di detenuti domiciliari". Infine la situazione carceraria "secondo le informazioni fornite dalla direzione della locale casa circondariale indica - sottolinea il procuratore Barbaglio - la presenza media di 482 detenuti nel periodo 1 luglio 2019-30 giugno 2020, anche qui con una riduzione del 10% circa rispetto allo stesso periodo dell'anno passato, presumibilmente in considerazione del maggior ricorso alle misure alternative ed al differimento pena per motivi di salute adottate nel corso della pandemia".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
Il decreto esecutivo è la premessa di una grande riforma della giustizia penale. Per il presidente hanno aumentato l'insicurezza di detenuti e agenti Poi la critica al sistema giudiziario: "Basta con il carcere di massa". "L'America non è mai stata all'altezza della sua promessa fondamentale di uguaglianza per tutti, ma non abbiamo mai smesso di provarci.
Oggi, agirò per promuovere l'equità razziale e spingerci più vicino a quell'unione più perfetta che abbiamo sempre cercato di essere". Le parole pronunciate dal nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden martedì 26 gennaio prima di firmare alcuni importanti ordini esecutivi daranno, almeno nelle intenzioni, un indirizzo preciso ai prossimi 4 anni della sua amministrazione.
Il presidente ordina al dipartimento di giustizia degli Stati Uniti di porre fine all'uso di carceri private, rafforzare l'applicazione della lotta alla discriminazione nel mercato immobiliare, sottolineare l'impegno del governo federale per la sovranità tribale dei nativi americani e condannare i pregiudizi anti- asiatici. Una direzione totalmente opposta rispetto all'operato del suo predecessore Donald Trump.
Il primo punto in particolare investe il mondo della giustizia e si pone contro quella che Biden, raccogliendo una critica proveniente dalla società americana, ha definito "l'incarcerazione di massa". Per il nuovo inquilino della Casa Bianca l'uso massivo del carcere "impone costi significativi ... mentre le prigioni private approfittano dei detenuti federali mettendo sia i prigionieri che gli agenti penitenziari in condizioni meno sicure".
Quella che si profila dunque è una generale riforma della giustizia penale e della polizia che comprende misure come il divieto della pena di morte e la riduzione del trasferimento di attrezzature militari alle forze dell'ordine locali. Un dibattito scaturito dopo la morte di George Floyd a Minneapolis nella primavera del 2020 e dopo le massicce proteste di Black Lives Matter. Sebbene i progetti di un profondo cambiamento della polizia giacciono al Congresso ora sembra che verranno affrontati fattivamente. Ma è proprio il carcere e la sua progressiva privatizzazione ad occupare il centro della scena politica. Un modello da sempre esistente negli Usa ma che da 30 anni almeno ha visto una progressiva amplificazione.
Ad essa hanno contribuito in particolar modo le politiche di Trump sull'immigrazione e nei confronti dei reati per droga. Tanto da diventare un lucroso business da milioni di dollari per le società e gli investitori specializzati ai quali viene appaltato questo tipo di servizio. La privatizzazione carceraria ha avuto un'espansione a partire dagli anni ' 80 come corollario della cosiddetta "war on drug", fu Reagan infatti a firmare l'Anti- Drug Abuse Act che stabiliva pene detentive molto più punitive anche per crimini non violenti. La conseguenza fu di un aumento vertiginoso della popolazione carceraria costituita per la stragrande maggioranza da afroamericani. Anche i democratici con Bill Clinton non furono da meno visto che il Violent Crime Control and Law Enforcement Act si poneva nella stessa direzione.
I numeri parlano chiaro e danno il senso delle dimensioni reali, se nel 1980 i detenuti erano complessivamente 660mila, attualmente si è giunti a 2 milioni. Praticamente si può dire che un quarto della popolazione carceraria mondiale si trova negli Stati Uniti. I risultati di tutto ciò furono inevitabilmente il sovraffollamento e l'aumento dei costi di gestione dei penitenziari e dei servizi come quelli medico sanitari. La risposta dunque fu quella di affidare il fabbisogno ai privati.
Ecco dunque che si affacciarono compagnie come la CoreCivic, nel 1983, e poi la GEO Group della Florida, un colosso che lavora anche in altri paesi del mondo. Si tratta di sue corporation quotate in borsa che trascinano un indotto di almeno altri 3mila operatori. Dimensioni necessarie visto che si occupano anche di controllo elettronico dei detenuti, riabilitazione e del lavoro in carcere svolto dagli internati per 25 centesimi l'ora senza nessun diritto.
Un business sicuro che può prosperare anche in momenti di crisi economica come quello provocato dalla pandemia di Covid- 19. L'unico, ma fondamentale rischio, è che queste società possano risentire di eventuali cambiamenti legislativi come quelli portati avanti da Biden. È già successo nel 2016 quando Obama volle mettere fine ai contratti di appalto e le quotazioni azionarie di CoreCivic e Geo Group precipitarono.
Situazione completamente ribaltata nel 2016 con Trump, grande sostenitore delle prigioni private e delle politiche di law and order. Grazie al lavoro di lobby delle "compagnie carcerarie" che spesero 5 milioni di dollari per la campagna elettorale del tycoon, i dividendi ricominciarono ad aumentare fino a raggiungere un fatturato da 4 miliardi di dollari. Attualmente il governo degli stati Uniti spende quasi 40 miliardi di dollari per finanziare le prigioni private che ospitano una popolazione di circa 130mila persone.
Intanto ha avuto un forte impulso un altro business, quello della costruzione di centri di detenzione per migranti soprattutto negli stati del sud. Sulla scorta delle politiche anti immigrazione di Trump è stato calcolato che il 72% delle persone intercettate al confine si stato portato in queste strutture. Inutile dire che CoreCivic e Geo Group si sono viste offrire nuovi e remunerativi contratti milionari non solo per l'edificazione e la gestione dei centri ma anche per attività di controllo delle frontiere.
Il problema maggiore però è che i privati hanno interesse a contenere i costi e così tagliano i servizi. Ecco dunque la somministrazione di cibo avariato, agenti non qualificati e malpagati, condizioni igienico sanitarie scadenti e poche risorse mediche. La situazione è stata descritta con precisione da Shane Bauer, il giornalista che ha scritto il libro "America prison" dopo essersi fatto assumere con facilità come agente penitenziario in un carcere della Lousiana per 4 mesi. La sua testimonianza parla di detenuti non portati in ospedali perché le spese sarebbero a carico delle società private e della mancanza quasi totale di programmi per la riabilitazione dei detenuti e servizi di supporto per l'assistenza psichiatrica.
di Alberto Mattioli
La Stampa, 30 gennaio 2021
L'ultimo episodio a Biella: insulti antisemiti da un consigliere comunale leghista. "Gli ebrei ricordano con enfasi quello che a loro è successo. Bene. Ma un popolo che ha subito questo dovrebbe più di altri, ricordarsi ed intervenire su quello che succedeva, specialmente decenni fa e ancora adesso ai popoli africani, uccisi, massacrati, tenuti alla fame della cui fame (sic) specialmente i più piccoli morivano. Nulla di questo. Se ne sono sempre fregati.
È per questo che sin dal 1967 a chi mi parlava di cosa avevano fatto ai poveri ebrei, rispondevo che non meritavano la mia attenzione". Così, su Facebook, l'omaggio di Franco Mino, consigliere comunale leghista a Biella, al Giorno della Memoria, e non si sa se sia peggio il delirio o l'italiano (questi difensori della Patria, chissà perché, trattano sempre malissimo la sua lingua). Seguirono le immancabili polemiche, lo sventurato rispose senza ritrattare, finché il sindaco leghista della città, Claudio Corradino, e il segretario locale del partito, Michele Mosca, ne chiesero e ottennero le dimissioni. La sintassi ringrazia.
Però il copione si sta ripetendo un po' troppo. Capita di continuo che baldi leghisti di provincia svelino le loro simpatie fasciste, senza pudori né timori. L'episodio di Biella arriva subito dopo quello di Cogoleto, 9 mila abitanti nel Ponente ligure. Si stava appunto ricordando la Shoah quando tre consiglieri comunali di centrodestra si sono esibiti in quello che ai colleghi di centrosinistra (e anche dalle foto, per la verità) è sembrato un saluto romano.
Uno, Francesco Biamonti, è leghista. Anche qui, solita storia: polemiche violentissime, la Digos che denuncia i tre, Biamonti il sindaco ("La caccia alle streghe è ricominciata, falsa la sua ricostruzione") e il proconsole salviniano in Liguria Edoardo Rixi che sospende Biamonti, poi si vedrà. In Liguria, evidentemente, spira fra i leghisti una brezza nera: all'ottavo municipio di Genova il consigliere Igor D'Onofrio definì con piglio littorio il fascismo "la più audace, la più originale e la più mediterranea delle idee!", mentre gli antifascisti sono "gli infami nipoti dei banditi". Risultato: uscita dalla Lega prima di esserne sbattuto fuori, "per non mettere in ulteriore imbarazzo il nostro movimento", come scrisse il commissario cittadino del partito.
Intanto il sindaco leghista di Adro, provincia di Brescia, la settimana scorsa ha negato la cittadinanza onoraria a Liliana Segre, che "non ha nessun legame con la nostra storia e il nostro Comune". Esattamente, ha fatto notare l'Anpi locale, come Gianfranco Miglio, l'ideologo della Lega presalviniana, cui fu intitolata una scuola ricoperta di Soli delle Alpi.
Anche a Sud non si scherza. Durante la campagna per le regionali in Basilicata, comiziando a Melfi (Potenza) la candidata leghista Gerarda Russo proclamò papale papale: "Io sono fascista". Poi, di fronte alle proteste, precisò che la frase era stata estrapolata. Vero. In effetti, come da video, aveva strillato: "Se fascista vuol dire essere a favore del popolo, allora io sono fascista!", ognuno valuti la differenza (ottima però la battuta che circolò allora: "Finalmente in Italia qualcuno vuole fare una politica di Potenza").
In effetti fra Lega e ultradestra c'è qualche relazione pericolosa di troppo. Il boom elettorale ha obbligato a improvvisare in fretta una classe dirigente, pescando a destra e strizzando l'occhio anche a Casa Pound e dintorni. Lo stesso Salvini qualche passo falso l'ha fatto, come quando si fece fotografare con l'ultras bresciano Massimiliano "Chicco" Baldassari, uno che porta una mascherina con il ritratto del Duce e la scritta: "Torna presto, Zio". I leghisti ribattono che quella di fascismo e antifascismo è una storia finita con il Novecento. Come Susanna Ceccardi, pupilla di Salvini e candidata sconfitta alle ultime regionali in Toscana. "Non sono né fascista né antifascista, è una questione che aveva senso nel 1944. Io sono anti-ideologica", disse in un'intervista.
La questione è delicata e ha a che vedere con l'identità stessa della Lega. Da un lato, c'è chi la pensa come un partito di destra "dura", sovranista e populista, antiglobalista e identitaria, insomma il Front national di qua dalle Alpi. Dall'altro, chi la vede come una specie di Cdu italiana, certo conservatrice ma moderata, dentro quello che una volta si sarebbe chiamato "l'arco costituzionale".
Per esempio, Luca Zaia, che martedì ha spiegato che "un centrodestra moderno non può avere dubbi sulla Shoah" e che dire che il fascismo ha fatto anche cose buone "è inaccettabile". Sembrerebbe lapalissiano ma non lo è, specie dopo che una sua assessora, Elena Donazzan (meloniana, però) si è esibita in radio cantando "Faccetta nera".
Puntini sulle "i" forse indispensabili in un partito in cerca di identità, minacciato da destra dal montare di FdI e guidato da un leader davvero, lui sì, a-ideologico come Salvini, che debuttò come "comunista padano" e va dove lo portano i sondaggi. E dire che il vecchio Bossi nel '94 strillava: "La Lega è la continuazione della lotta di Liberazione fatta dai partigiani. Mai coi fascisti! Mai! Mai!". Mai dire mai.
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 30 gennaio 2021
L'emergenza sociale sta già devastando migliaia di famiglie: se si toglie loro anche il riferimento di enti e associazioni, cosa rimane? Vale la pena ascoltarlo, questo grido d'allarme. Perché arriva dalla terra con la storia più radicata di volontariato, filantropia, cooperativismo e impresa sociale: la Lombardia. Fondazione Cariplo, da sempre in prima fila nella gestione delle emergenze e nell'attenzione alle persone, al territorio, all'educazione e alla ricerca, ha intuito poco dopo l'esplodere della pandemia che l'impatto sul Terzo settore sarebbe stato devastante.
E ha chiesto a Istat di condurre un'analisi approfondita perché, come spiega il presidente della Fondazione Giovanni Fosti, "conoscere è il primo passo per muoversi con intelligenza ed efficacia". Ecco i numeri: la perdita dei bilanci delle organizzazioni per il 2020 è di 1,2 miliardi di euro. Moltissime realtà potrebbero dover chiudere e ci sono 57 mila posti di lavoro a rischio.
Ovviamente, la chiusura si ripercuoterebbe sui servizi che queste realtà garantiscono: dall'assistenza a bambini, anziani, disabili, alle attività culturali; dallo sport di base alle attività nelle carceri; dalle iniziative di avviamento al lavoro, al sostegno alle donne. 'emergenza sociale sta già devastando migliaia di famiglie: se si toglie loro anche il riferimento di enti e associazioni, cosa rimane? E se questa è la situazione in Lombardia, cosa sta succedendo nel resto del Paese? Fondazione Cariplo con la Fondazione Peppino Vismara da ottobre ha cominciato ad erogare 15 milioni per "aiutare chi aiuta". Ma a questo bando "Let's go", lanciato in giugno, hanno risposto 1400 enti: per accontentare le loro esigenze primarie di milioni ne sarebbero serviti 70. Possiamo sempre e solo aspettare la filantropia? No. Chi sta pensando al Recovery plan non può non considerare cosa sta succedendo al Terzo settore e non può non considerarlo come soggetto imprescindibile per la costruzione del "dopo". Va sostenuto chi sta garantendo la coesione sociale del Paese. Perché di questo stiamo parlando.
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