di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 25 aprile 2015
E' un 25 Aprile meno polemico e più sentito rispetto agli ultimi anni, questo che coincide con il settantesimo anniversario della liberazione. Come se le tragedie del Mediterraneo, la morte di Giovanni Lo Porto, e in generale i primi segnali di ricostruzione dopo una crisi devastante avessero contribuito a creare un minimo di condivisione non tanto tra i partiti, quanto nella vita pubblica.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 25 aprile 2015
Oltre che le persone, in Italia spariscono anche le norme. È ciò che è accaduto all'art. 416 non bis del Codice penale, regoletta mai ufficialmente abrogata, ma sempre meno applicata. L'art. 416 del codice penale prevedeva il reato di associazione a delinquere semplice, vale a dire non connotata dai requisiti essenziali che, individuati poi dal successivo art. 416 bis, l'avrebbero fatta tracimare in associazione a delinquere di stampo mafioso.
di Francesco Petrelli (Segretario dell'Unione Camere Penali)
Il Garantista, 25 aprile 2015
Come abbiamo più volte ricordato, sulla questione della riforma della prescrizione l'Unione Camere penali italiane non ha mai avuto posizioni di natura "ideologica" e si è sempre cercato di mantenere il confronto su basi razionali, denunciando piuttosto come spesso da parte di Anm o da parte della politica si sia inteso fare della questione prescrizione un uso simbolico, o di bandiera, con la quale rispondere ad una presunta (del tutto inesistente) aspettativa sociale.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 25 aprile 2015
Corte di cassazione - Sezione I penale - Sentenza 23 aprile 2015 n. 17014.
Va affrontata seriamente la richiesta del detenuto di essere trasferito in una cella per non fumatori. In generale, per la Cassazione, sentenza 17014/2015, tutti i reclami che lamentano la violazione di "diritti soggettivi", fa cui svetta la carenza di spazio, non possono essere liquidati con formule generiche ma esigono sempre una valutazione concreta delle condizioni della carcerazione.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 25 aprile 2015
Solliccianino non ospiterà gli ex detenuti Opg, ma ora che fine faranno? le strutture mancano. Il carcere modello Gozzini non sarà più destinato ad ospitare gli internati dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo. La regione Toscana fa finalmente marcia indietro: dopo le numerose proteste, salta, infatti, la destinazione del carcere "Gozzini", il cosiddetto Solliccianino.
Esultano i Radicali, le Camere penali, l'associazione "L'altro diritto" e anche gli stessi detenuti del Gozzini che avevano annunciato uno sciopero della fame. Il fatto che la struttura sia un carcere a custodia attenuata, un'esperienza all'avanguardia nel lavoro di recupero e reinserimento dei detenuti, aveva sollevato proteste sulla scelta di trasferire proprio lì gli internati dell'Opg.
Ora la Regione ha deciso di cambiare direzione, come ha annunciato al consiglio comunale di Montelupo, mentre resta ancora da capire quale possa essere la soluzione, ovvero dove andranno questi in ternati. Al momento le voci che circolano indicherebbero l'ex ospedale psichiatrico di Volterra. E stato il piddino Giachetti, parlando ai microfoni di Radio Radicale , che ha dato per primo la notizia: "Si stava rischiando di buttare tutto a mare. Dopo la mia interrogazione e grazie all'interessamento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, la regione Toscana si è accorta che era una soluzione improponibile".
Giachetti stesso ha dato notizia che la regione sta valutando di destinare gli ex internati a Volterra. Sulla questione intervengono Massimo Lensi e Maurizio Buzzegoli, presidente e segretario della Associazione Radicale "Andrea Tamburi": "Finalmente il processo di superamento dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo sembra giunto a un momento decisivo.
Nelle prossime ore la Regione Toscana dovrebbe annullare, in via definitiva, la decisione di trasferire gli internati psichiatrici al carcere a custodia attenuata Gozzini di Firenze. Un ripensamento saggio, frutto di una importante mobilitazione che ha visto in prima linea i radicali fiorentini, impegnati insieme alla segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, per scongiurare lo smantellamento di un'esperienza di eccellenza come Solliccianino e per il rispetto della legge 81/2014.
Ringraziamo per la maturità dimostrata i detenuti del Gozzini e il vicepresidente della Camera dei Deputati, Roberto Giachetti che ha presentato nei giorni scorsi una decisiva interrogazione sull'argomento. La nostra attenzione resta comunque altissima. Si parla, infatti, di realizzare la Rems toscana (residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) nell'ex ospedale psichiatrico di Volterra".
Lenzi e Buzzegoli ribadiscono però la loro richiesta di commissariamento della Regione: "Occorre dunque vigilare affinché i tempi e le modalità per individuare le alternative di gestione del disagio psichiatrico che dà luogo a pericolosità sociale siano in sintonia con le disposizioni delle leggi 81/2014 e 9/2012. Ribadiamo quindi, a maggior ragione dopo il gran pasticcio del Gozzini, la richiesta che la Regione Toscana sia commissariata.
Ancora la presa in carico degli internati psichiatrici da parte del Servizio sanitario regionale non è avvenuta e a questo punto ci sembra opportuno e necessario che il Governo nomini con urgenza un commissario in sostituzione (ad acta) così come previsto dalla legge 81. Ogni giorno che passa, infatti, dalla data del 31 marzo è un giorno in violazione di legge".
Ma che cos'è l'ex manicomio di Volterra dove si vorrebbero trasferire gli internati dell'opg? Ebbe origine nel 1888 nella costituzione di una sezione per "dementi" all'interno del ricovero di mendicità dell'ex convento di San Girolamo. Nel 1902 nacque come Frenocomio S. Girolamo e nei decenni successivi l'istituzione conobbe un notevolissimo sviluppo, ampliandosi progressivamente con officine, servizi, una vera e propria azienda agraria, la costituzione di una sezione giudiziaria. Negli anni Cinquanta e Sessanta conobbe un vasto sviluppo tale da essere considerato, fino alla famosa legge Basaglia del 1978, uno dei manicomi più grandi d'Italia con oltre 100 mila metri cubi di volume. Fino al 1975, anno in cui la legge 180 pose fine all'esistenza dei manicomi, andare a Volterra significa spesso finire internati nell'ospedale psichiatrico Ferri.
La struttura era composta da tre edifici principali in cui trovarono ricovero anche 6000 persone contemporaneamente, con 20 lavandini e 2 cessi ogni 200 degenti: un inferno sulla terra, in cui si poteva essere rinchiusi ai primi sintomi di depressione, di presunta schizofrenia o anche per accuse politiche o di morale. Per un trattamento a base di scariche elettriche, comi indotti con insulina e tutto un prontuario di pillole e veleni somministrati per "testare" i risultati ignorando completamente le conseguenze spesso irreversibili sui pazienti.
Attualmente la struttura è in un profondo, tragico e inquietante processo di totale abbandono e il camminare in quei luoghi trasmette un infinito senso di rabbia e impotenza, sentimenti che insieme alla solitudine venivano sicuramente percepiti dai pazienti rinchiusi in un inferno senza tempo. L'ospedale, dopo la sua chiusura, è diventato tristemente famoso per i graffiti di Nannetti Oreste Fernando, 180 metri di muro esterno in cui Nof4, come lui stesso si firmava, ha inciso nei lunghi anni di degenza un'opera enciclopedica di sentimenti, biografie e crimini subiti e testimoniati. Parole, poesie, disegni scavati nella pietra gialla con la fibbietta del gilet della divisa dei matti reclusi.
L'ospedale ha ispirato il cantautore Simone Cristicchi nella sua "Ti regalerò una rosa", immaginaria lettera di Antonio, chiuso in manicomio da quando era bambino. Molto probabilmente sarà riaperto per ospitare nuovamente i "pazzi". La domanda nasce spontanea: la regione Toscana aveva avuto tutto il tempo per trovare un luogo diverso per sostituire i manicomi criminali. Perché riaprire proprio un ex manicomio con un passato che non dovrebbe ritornare mai più?
di Paolo Emilio Russo
Libero, 25 aprile 2015
Intervista a Beniamino Migliucci, presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane.
Due sentenze, troppe anomalie. Tante da far venire il sospetto che la giustizia quando si tratta di Silvio Berlusconi "tiri" le norme come se fossero un elastico. Il giurista Beniamino Migliucci, presidente dell'Unione camere penali, ammette che sì, la Cassazione e il medesimo relatore si sono "rimangiati" nel 2014 una loro sentenza di un anno prima.
di Tiziana Barilla e Giacomo Zandonin
Left, 25 aprile 2015
La Provincia di Bolzano realizza il primo penitenziario in partnership con un privato: 220 posti per 87 detenuti, vetrate per il sole, ampi spazi di socialità e uno stadio. Il Garante per i diritti dei detenuti: "La struttura è sovra-dimensionata rispetto alle esigenze del territorio". E c'è già chi denuncia "l'affare". Le esperienze internazionali sono devastanti: negli Usa si è creato un business per cui il numero dei detenuti non può diminuire per questioni di profitto.
Se ne parla poco o niente del nuovo carcere di Bolzano. Eppure sarà la prima casa circondariale d'Italia realizzata con il sistema del partenariato pubblico-privato (Ppp): il pubblico detta linee guida e obiettivi, il privato esegue.
Una novità, tra le Dolomiti, per altre due ragioni: la prima, è che il soggetto pubblico in questione è la Provincia autonoma (per conto dello Stato). La seconda, è che oltre alla costruzione della struttura, il privato si occuperà di gestire anche diversi servizi. Ovviamente non quelli di sicurezza, in capo al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, e sanitari, affidati all'Asl.
Un esperimento importante, con l'ambizione - come scrive l'avvocato Massimo Ricchi, consulente della Provincia di Bolzano - di diventare un "modello giuridico, tecnico ed economico finanziario ripetibile". Il nuovo carcere sorgerà nella periferia della città, accanto all'aeroporto. Per la sua realizzazione la Provincia ha già espropriato quasi 42.000 metri quadri di frutteti, sborsando 15,8 milioni di euro.
Avrà più piani, per una cubatura di circa 85.000 metri cubi, una palestra, un capannone lavorazioni, un teatro e un campo da calcio a 7 con dimensioni regolamentari. Una struttura innovativa, assicurano i partner del progetto, un'opportunità. Un pò perché il vecchio carcere "è una vergogna", un pò perché da queste parti nessuno mette in dubbio che "la Provincia autonoma sia molto più affidabile dello Stato". Eppure i dubbi non mancano, soprattutto sull'ampliamento delle responsabilità del privato. Per capirne di più, Left è andata in Alto Adige. Ma al nostro arrivo, l'impressione è stata di cogliere tutti di sorpresa. Tra i "non ne so nulla" e non poca diffidenza, valicare le mura di un carcere rimane difficilissimo, anche quando non è ancora stato costruito.
Galera a 5 stelle? "Questo progetto diventerà il fiore all'occhiello della nostra Provincia", dice soddisfatto il presidente Arno Kompatscher. Che, per rendere l'idea, scomoda persino l'autore di Dei delitti e delle pene: "Alla fine la struttura dovrà raggiungere l'obiettivo posto da Cesare Beccaria: la funzione educativa della pena". Kompatscher, 44 anni e piglio deciso, esponente del Sùdtiroler Volkspartei, eredita la guida della Provincia autonoma da Luis Durnwalder, che da queste parti chiamano il Kònig (il re).
Durnwalder, 25 anni di governo ininterrotto, nel 2014 lascia il suo impero con l'ultima scommessa: il nuovo carcere di Bolzano. L'affare passa a Kompatscher, che non ne va meno fiero: "Oltre alla costruzione della struttura, la procedura di appalto prevede l'impegno dell'assegnatario a migliorare il progetto, trovando soluzioni moderne, per un penitenziario degno di questo nome", spiega. Due mesi dopo la comunicazione del vincitore dell'appalto - la cordata guidata da Condotte spa, storica società capitolina delle costruzioni civili - il presidente non entra nei dettagli di quella che ritiene "un'impostazione della gestione molto innovativa a livello internazionale".
E non lo fanno nemmeno i costruttori romani, perché "il progetto è soggetto a particolari condizioni di segretezza", spiegano a Left. Chi, nonostante la segretezza, sembra saperne di più, è Alessandro Pedrotti, direttore di Odós, progetto per ex carcerati della Caritas provinciale, in gran parte finanziato dalla Provincia. "Non abbiamo un ruolo diretto - precisa - ma ci siamo affiancati alla Provincia e al Dap perché siamo convinti che il carcere nuovo, essendoci delle risorse, dovesse avere determinate caratteristiche".
Pedrotti ci mostra un plico: "Dentro le mura, fuori dal carcere", 60 pagine di pubblicazione che illustrano una ricerca finanziata proprio dalla Provincia con fondi europei. "Abbiamo studiato alcune best practices anche con visite di studio organizzate dalla Provincia, in particolare in Austria", racconta. Le buone pratiche segnalate dalla ricerca riguardano strutture francesi, norvegesi e austriache.
Un esempio? Il carcere di Leoben, in Austria, dove la sala della biblioteca è circondata da ampie vetrate per permettere l'ingresso della luce. "Bisogna riconoscere la luce a una persona detenuta?", si chiede Pedrotti. "Io vi dico cosa succede quando una persona sta diversi mesi o anni in un carcere: quando esce rischia di finire sotto una macchina, perché non ha più un orizzonte di luce, ma il suo orizzonte è a tre metri. Queste vetrate non costano più del cemento armato".
Lo studio è articolato, parla di umanizzazione, spazi di socialità e interazione con l'esterno. Ma i costruttori ne terranno conto? "Immagino di sì", spera Pedrotti. E Condotte precisa che "ha al suo interno anche le competenze necessarie" e che "ai fini del reinserimento sociale dei detenuti, saranno coinvolti quanto più possibile i detenuti stessi, attraverso le cooperative sociali, soprattutto quelle presenti sul territorio".
I dubbi. "Quando mai si è potuto interloquire con l'amministrazione penitenziaria sul tema della costruzione di un carcere?", si chiede il responsabile della Caritas. "Il fatto che si sia aperto uno spiraglio è positivo". Quello spiraglio, però, qualcuno non lo intravede, come Franco Corleone, coordinatore nazionale dei Garanti per i diritti dei detenuti. Corleone fa parlare i numeri: a marzo 2015 a Bolzano ci sono 87 detenuti su 91 posti, e il nuovo carcere prevede 220 posti. "È un dato enorme", commenta il Garante.
"A Bolzano ne basterebbe uno molto più piccolo. E poi l'altro carcere regionale, quello di Trento, su 418 posti ne occupa appena 211, non si capisce perché tenere mezzo vuoto Trento. La distanza è poca, i detenuti sono per la maggior parte stranieri e hanno pochi legami sul territorio". La nuova struttura, insomma, per Corleone è sovradimensionata rispetto alle esigenze del territorio. Nessun problema di sovrappopolamento, quindi. E le condizioni umanitarie? Chi sostiene il nuovo progetto alto-atesino parla dell'attuale istituto come di una struttura indecente. Una visione che Florian Kronbichler, deputato di Sei e visitatore regolare del vecchio carcere, condivide solo in parte: "Che sia fatiscente è in parte voluto", accusa il deputato che denuncia l'assenza prolungata di manutenzione.
"La verità è che l'attuale carcere di Bolzano si trova in una zona residenziale, la migliore della città, la più cara", taglia corto. E dunque, tanto di guadagnato per la Provincia, che con l'intesa istituzionale del 19 marzo 2010, ha acquisito dallo Stato il vecchio carcere, che essendo situato in pieno centro si presta a ottimi investimenti, e costruendo invece il nuovo edificio penitenziario in periferia.
Chi è il privato? Ad aggiudicarsi il bando, con un ribasso di quasi 10 milioni di euro che ha staccato gli altri cinque concorrenti, è Condotte spa. Nata nel 1880, la società romana è fortemente legata alla storia d'Italia, tanto che nel 2000 lo Stato ne celebra i 120 anni con un francobollo ad hoc. Nel 1970 Michele Sindona la rileva dalla Santa Sede, per poi rivenderla all'Iri, da cui diventa indipendente nel 1997, dopo la privatizzazione dell'istituto. All'attivo ha acquedotti e ponti sospesi in mezzo mondo, il tunnel del Monte Bianco, buona parte della metropolitana milanese, il Tav in Toscana.
Tra una grande opera e l'altra, i costruttori romani si imbattono un paio di volte in imbarazzanti vicende giudiziarie: nel 2012 tre dirigenti locali di Condotte vengono arrestati durante l'operazione "Bellu lavuru", sui lavori di ammodernamento della statale 106 Jonica. Condotte aveva subappaltato a due società, considerate dalla Procura distrettuale antimafia "creature" della potente cosca di Africo Nuovo (quella di Giuseppe Morabito, il Tiradritto), ma i vertici della società sono ritenuti estranei ai fatti dall'allora procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, perché "non coinvolti direttamente".
Poi, nel 2014, quando salta fuori lo scandalo sul Mose di Venezia, Condotte è tra le aziende del raggruppamento "Consorzio Venezia Nuova" che stava realizzando l'opera, tanto che un suo dirigente patteggia due anni, pena poi sospesa, e una multa di 700.000 euro. A Bolzano l'impresa romana si è presentata con Inso, una sua controllata, già leader nell'edilizia ospedaliera e abituata al partenariato pubblico-privato.
La cordata si è avvalsa della collaborazione di diversi studi di progettazione, fra cui i locali Pasquali Rausa Engineering, Bwb Ingenierbùro e Jesacher Geologieboro. La commissione tecnica composta da Dap, Provincia e consulenti economico-finanziari - e guidata dal funzionario e già segretario generale della Provincia Hermann Berger - ha impiegato più di un anno prima di approvare l'offerta di Condotte, che fissa a 31,8 milioni il costo della costruzione.
Dati economici più precisi, spiega Condotte, per il momento non è possibile averne, perché la procedura di aggiudicazione non è ancora conclusa. Quello che si sa è che la Provincia restituirà a Condotte il 45% dell'investimento in conto capitale e il resto tramite un canone, da definire se annuale o semestrale. Un sistema che, per Berger, garantisce un controllo in itinere: "Chiaramente non pagheremo il canone se non saremo soddisfatti.
Se, nel nostro caso, la direttrice non sarà contenta potrà applicare le penali o rifiutarsi di staccare l'assegno nei confronti della ditta". Con il Ppp, sottolinea Berger, "se io devo realizzare una cosa della quale rispondo in termini di gestione per un determinato lasso di tempo, piuttosto che incasinarmi tra qualche anno preferisco costruire bene".
I rischi. Franco Corleone teme che l'esperimento bolzanino possa essere un passo avanti dei privati fin dentro il cuore del mondo penitenziario. A preoccuparlo per esempio è la gestione dei servizi sociali: se nel Gruppo osservazione trattamento (che valuta il percorso del detenuto, decidendo i permessi premio e le misure di semi-libertà) accanto agli agenti del Dap, ai medici e agli psicologi dell'Asl entreranno i dipendenti di una società privata, il peso del privato sulla vita dei detenuti sarà significativo. Secondo Mauro Palma, consigliere del ministro Andrea Orlando per la tematiche sociali e della devianza, il rischio non dovrebbe esserci. Ma la questione rimane aperta. E Corleone bacchetta il Dap: "È garantito dal fatto che l'edificio rispetta i parametri di sicurezza, poi quello che c'è dentro importa poco". Davvero al ministero basta che siano garantiti i parametri di sicurezza?
II consigliere Palma prova a rassicurare: "Da parte del ministero c'è una vigilanza sul progetto e attenzione al modello di detenzione". Ma allo stesso tempo ammette: "Mi sono ripromesso d'informarmi meglio, per capire se è il caso o meno di sollevare un campanello d'allarme". Se il consigliere Palma ha una certezza è che "oggi in Italia non ci sia nessuna intenzione di andare verso una privatizzazione di questo settore. Pensare che questo progetto sia emblematico di qualcos'altro mi sembra paranoico".
Quello di Bolzano non sarà il primo carcere privato d'Italia, ma lo spettro della privatizzazione continua ad aggirarsi sul sistema penitenziario. Franco Corleone, tira fuori l'argomento senza giri di parole: "Nessuno osa dire che vuole affidare la sicurezza al privato, perché le esperienze internazionali sono devastanti: negli Stati Uniti si è creato un business per cui il numero dei detenuti non può diminuire per questioni di profitto. L'obiettivo è che i detenuti in Italia, che adesso sono passati da 62.000 a 54.000, siano al massimo 20.000. Meno detenuti e non carceri più grandi".
Ansa, 25 aprile 2015
Rendere migliore la qualità della vita nelle carceri e ridurre i comportamenti recidivi dei detenuti: questi gli ambiziosi obiettivi del progetto Rehab, che il 2 giugno vedrà tutti i partner riuniti a Cagliari. Rehab coinvolge Università della Tuscia, Simspe Onlus - Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, Spanish Society of Prison Health (Sesp), Birmingham City University (Bcu) e il gruppo di ricerca francese Gertox.
Il problema comune da affrontare in vari Paesi europei è quello dell'aumento della popolazione carceraria, in condizioni spesso carenti e che creano stress sia per i detenuti sia per il personale delle strutture. I primi soffrono di problemi psicologici, di salute, e di esclusione sociale, mentre lo staff delle prigioni soprattutto dello stress legato al tipo di lavoro. Il sovraffollamento degli istituti di pena in Europa, insieme ai problemi sanitari, richiedono un'azione urgente. Questo progetto pilota si occupa di capire come le condizioni di vita in carcere abbiano un effetto in termini di salute e come si possa fornire un'assistenza mirata, cure e prevenzione.
Giornale dell'Umbria, 25 aprile 2015
Il progetto "Intra" ha dato lavoro a 13 detenuti e ha migliorato i rapporti all'interno della struttura. Grazie al progetto "Intra", gestito dalla cooperativa sociale "Frontiera lavoro", solo nell'ultimo anno 13 detenuti del carcere di Capanne sono stati inseriti nel mondo del lavoro. L'iniziativa ha coinvolto una novantina di detenuti in quattro diversi corsi di riqualificazione professionale: per addetti alla cucina, alla piccola manutenzione, alla conduzione di imprese agricole e all'abbigliamento. Da questo tipo di esperienze è stato possibile anche implementare le attività produttive dell'azienda, la "Fattoria Capanne", i cui prodotti agricoli possono essere acquistati ogni settimana al Mercato coperto o a quello di Pian di Massiano.
I percorsi di crescita personale e professionale sono solo uno degli aspetti più significativi della nuova stagione che stanno vivendo i carceri italiani, tra cui quello perugino. Ieri mattina, infatti, gli studenti dell'Istituto superiore "Rosselli" hanno avuto un incontro con il direttore della Casa circondariale di Capanne, Bernardina Di Mario, con il commissario di Polizia penitenziaria Andrea Tosoni e tre detenuti, a dimostrazione dei cambiamenti che stanno avvenendo all'interno delle carceri. Hanno partecipato anche Clara Salvi dell'Associazione perugina volontariato e Luca Verdolini e Paola Bonelli di "Frontiera Lavoro".
Trattamenti personalizzati, esperienze formative ed istruttive, percorsi di reinserimento lavorativo: le carceri italiane, secondo le informazioni fornite dai diretti interessati, si stanno sempre più orientando verso nuove modalità di detenzione. La struttura di Perugia, per esempio, è passata dai 630 detenuti del 2012 (a fronte di una capienza tra i 450 e i 480 posti), a 350, rendendo più vivibile il periodo di detenzione.
"Oggi stiamo vivendo una situazione ottimale e di fermento", ha commentato la direttrice dell'Istituto di Capanne Di Mario. "Frutto di un percorso che ha visto l'Amministrazione penitenziaria mettere al centro dell'attenzione il "reinserimento", ovvero la rimozione dei fattori che sono stati ostacolo alla crescita della persona spingendola a commettere il reato. Il nostro modo di agire è cambiato - ha proseguito Di Mario - abbiamo messo in atto percorsi trattamentali differenziati sulla base di una approfondita conoscenza della persona. Abbiamo aperto gli spazi in maniera proporzionale al grado di affidabilità del detenuto".
Così facendo sono diminuite le tensioni tra gli ospiti e tra loro e il personale, tanto che i rapporti disciplinari sono stati abbattuti dell'80%. In questo percorso, a detta della direttrice Di Mario, si sono rivelati di fondamentale importanza gli interventi delle Istituzioni esterne (Regione, Provincia e Comune di Perugia) "che hanno riempito di contenuti il tempo della detenzione". Ora la città tutta collabora con il carcere, e questo è diventato parte integrante della stessa. "La strada imboccata è quella giusta - sono ancora le parole della direttrice - ogni politica di segregazione crea caos, e il caos crea insicurezza. Le politiche di inclusione al contrario creano ordine e l'ordine crea sicurezza".
www.parmatoday.it, 25 aprile 2015
La Rems in provincia di Parma ha 10 posti. La struttura è stata sottoposta ad interventi di adeguamento: recinzione della struttura, finestre e porte in sicurezza, sistemi di videosorveglianza interni ed esterni, accessibili in tempo reale dalle Forze dell'ordine.
La Rems di Casale di Mezzani inizia dal 27 aprile la propria attività: la presentazione della struttura e delle sue attività nell'ambito dei percorsi di superamento degli Opg - Ospedali Psichiatrici Giudiziari - è stato l'argomento al centro dell'incontro pubblico che l'Amministrazione Comunale e l'Azienda Usl di Parma hanno organizzato giovedì 23 aprile, nella Sala del Consiglio alle ore 11.
All'incontro sono intervenuti il Sindaco Romeo Azzali e il Direttore Generale dell'Ausl Elena Saccenti, insieme a Giuseppina Ciotti, direttore del distretto di Parma, Pietro Pellegrini, direttore del dipartimento assistenziale integrato salute mentale-dipendenze patologiche dell'Azienda Usl, Franco Marzullo, direttore dell'U.O. di psichiatria adulti Azienda usl, Giuseppina Paulillo, responsabile della Rems e Sandra Grignaffini, coordinatrice infermieristica della struttura.
Le Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria (Rems), realizzate per accogliere i residenti internati negli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), sono strutture dotate di tutte le caratteristiche di sicurezza, e inserite in un programma di riabilitazione sanitaria gestito dai Dipartimenti per salute mentale delle Aziende Usl di residenza, in stretto contatto con l'autorità giudiziaria per valutare caso per caso l'attivazione di percorsi sanitari individuali alternativi dalla detenzione.
I degenti emiliano-romagnoli degli Ospedali psichiatrici giudiziari saranno ospitati nella Rems di Bologna "Casa degli Svizzeri" in via Terracini 31, che ha 14 posti, e accoglierà le persone in carico alle Aziende Usl di Bologna, Imola, Ferrara e all'Azienda Usl della Romagna, e nella Rems di Casale di Mezzani, in provincia di Parma, con 10 posti, che accoglierà le persone seguite dalle Aziende Usl di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena. Le due strutture sono state realizzate in attesa dell'ultimazione della destinazione definitiva di accoglienza, un centro che sorgerà a Reggio Emilia entro il 2016.
La Rems di Casale di Mezzani, in precedenza già utilizzata come residenza psichiatrica, può ospitare 10 persone. Il personale sarà organizzato come équipe multi-professionale, composta da medici psichiatri, psicologi, infermieri, terapisti della riabilitazione psichiatrica ed educatori, operatori socio-sanitari per complessivi 22 operatori. L'assistenza è garantita 24 ore su 24. Il medico psichiatra sarà presente a tempo pieno, lo psicologo per tre giorni settimanali, come l'assistente sociale; almeno 1 infermiere, 1 operatore socio-sanitario e 1 educatore/tecnico della riabilitazione sono presenti tutto il giorno e la notte.
È prevista l'attivazione di collaborazioni specifiche per realizzare attività espressive, teatro, musica, attività motoria e attività di formazione. Sono stati effettuati interventi di adeguamento della struttura, anche secondo i profili di sicurezza: recinzione della struttura, finestre e porte in sicurezza, sistemi di videosorveglianza interni ed esterni, accessibili in tempo reale dalle Forze dell'ordine. È prevista la presenza nelle 24 ore di personale di vigilanza. I lavori di ristrutturazione e di adeguamento hanno comportato una spesa complessiva di 608mila euro.
In Italia sono attivi 6 ospedali psichiatrici giudiziari (Castiglione delle Stiviere, Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Aversa, Secondigliano, Barcellona Pozzo di Gotto).
Accolgono persone che hanno commesso un reato, sono state riconosciute incapaci di intendere e di volere al momento del fatto e sono state pertanto prosciolte, ma riconosciute "socialmente pericolose" e sottoposte a una misura di sicurezza. La misura di sicurezza dovrebbe servire a rendere la persona non socialmente pericolosa, attraverso le cure erogate all'interno degli Opg. Fino al 2008 gli Opg erano gestiti completamente dall'Amministrazione penitenziaria, e il personale sanitario dipendeva dal Ministero della Giustizia. Dal 2008, con il passaggio di competenze della sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale, il personale sanitario degli Opg è transitato alle dipendenze delle Aziende Usl, mentre la gestione degli aspetti strutturali, logistici e di sicurezza è rimasta all'Amministrazione penitenziaria.
- La Spezia: lavori di pubblica utilità, muro della stazione tirato a lucido da otto detenuti
- Teramo: progetto "Credere e vivere nella legalità", gli studenti con detenuti di Castrogno
- Immigrazione: bombardare i barconi è "un atto di guerra"
- Trapani: carcere di "San Giuliano", la Uil-Pa chiede chiusura di alcuni reparti fatiscenti
- Immigrazione: il Piano dell'Europa... anneghiamone di più









