Public Policy, 18 marzo 2015
Il superamento dei Cie, i Centri di identificazione ed espulsione? "Si può meditare su una sostituzione con uno strumento che abbia lo stesso tipo di obiettivo e possa raggiungere lo stesso tipo di risultato". Lo ha detto il sottosegretario all'Interno, Domenico Manzione, rispondendo a un'interrogazione del Pd (risalente alla primavera scorsa) in aula alla Camera.
"Attualmente - ha spiegato - non ci sono nei centri più di 400 persone e sul territorio nazionale, a parte i due siciliani, ne sono rimasti solo tre in funzione".
Proprio "lo scarso afflusso di persone all'interno di questi centri e la loro dislocazione territoriale - ha aggiunto il rappresentante del Viminale - danno l'idea che si possa riflettere" su un superamento dei centri, "a condizione però che si capisca che il Cie rimane uno strumento che tende a evitare la confusione - che tanto stress provoca ai territori - tra chi ha diritto di asilo e chi no". Più in generale, il governo - e il Parlamento - si sono mossi "nella direzione di rendere il più possibile accoglienti, nel rispetto dei diritti umani, i centri in questione".
Tra le problematiche maggiori, ha ricordato Manzione, il protrarsi della permanenza nei centri, "vissuto dagli immigrati con un senso di frustrazione" che può talvolta sfociare "in violenza o episodi di autolesionismo". Il sottosegretario ha ricordato come vadano nella giusta direzione, per migliorare il sistema, la legge 161 del 2004, il recente decreto Svuota carceri e il regolamento unico per il funzionamento dei centri.
di Sergio Segio
Il Manifesto, 18 marzo 2015
C'è antimafia e antimafia, come ricorda spesso don Ciotti. Ce n'è una che fa della legalità un feticcio intangibile e un'altra che persegue il cambiamento, anche delle leggi ingiuste. C'è quella che si affida alla tortura del 41 bis e dell'ergastolo ostativo e quella che vorrebbe si investisse su cultura, educazione, politiche sociali, responsabilità della politica.
C'è l'antimafia delle passerelle e quella del buon senso. Quest'ultima, con la recente Relazione della Dna di Franco Roberti, ha battuto un colpo. Tanto più significativo data la fonte, certo non sospetta di "permissivismo" o di "cultura dello sballo", per usare gli epiteti con cui i tifosi della "war on drugs" usano stigmatizzare chi non fa della tolleranza zero verso i consumatori di sostanze una crociata.
La Relazione annuale (datata gennaio 2015 e relativa al periodo 1° luglio 2013-30 giugno 2014), nel capitolo relativo alla criminalità transnazionale e al contrasto del narcotraffico, giustamente prende le mosse dalla dimensione statistica. Va detto che i numeri di riferimento, di fonte Unodc, non sono freschissimi (2010-11, marginalmente 2012) e anche ciò è indicativo di come all'enfasi allarmistica di organismi Onu non corrisponda poi uno sforzo adeguato e tempestivo di monitoraggio, né una sufficiente esaustività: per quanto concerne le droghe sintetiche, definite "fenomeno in grande espansione che rappresenta la nuova frontiera del narcotraffico", la Relazione Dna afferma che "né l'Unodc né altri organismi internazionali dispongono di dati sicuri".
Ma, al là delle cifre e sia pure a partire da esse, la Relazione è netta nella valutazione: ritenere che il traffico di droghe "riguardi un popolo di tossicodipendenti, da un lato, e una serie di bande criminali, dall'altro, è forse il più grave errore commesso dal mondo politico che, non a caso, ha modellato tutti gli strumenti investigativi e repressivi sulla base di questo stolto presupposto". Si tratta, invece, di fenomeno che riguarda e attraversa l'intera società, la sua economia, la totalità delle categorie professionali. Dunque, ne consegue, irrisolvibile con lo strumento penale.
Per quanto riguarda l'Italia, e in specie le droghe leggere, i ricercatori della Dna scrivono di un "mercato di dimensioni gigantesche", stimato in 1,5-3 milioni di chili all'anno di cannabis venduta. Una quantità, viene sottolineato, che consentirebbe un consumo di circa 25-50 grammi pro capite, bambini compresi. Coerente la conclusione: "senza alcun pregiudizio ideologico, proibizionista o anti-proibizionista che sia, si ha il dovere di evidenziare a chi di dovere, che, oggettivamente si deve registrare il totale fallimento dell'azione repressiva".
Nel caso si volesse continuare a fare al riguardo come le tre proverbiali scimmiette, la Relazione non si sottrae dall'indicare esplicitamente, pur nel rispetto dei ruoli, la strada: "spetterà al legislatore valutare se, in un contesto di più ampio respiro (ipotizziamo, almeno, europeo ) sia opportuna una depenalizzazione della materia". Inutile dire che la Relazione è rimasta sinora priva di risposte da "chi di dovere".
La decennale pervicacia dell'ideologia repressiva, e del connesso grumo di interessi, che condiziona i governi di diverso colore e che ha prodotto, o tollerato, l'obbrobrio della legge incostituzionale Fini-Giovanardi, è dura da estirpare. Ma il buon senso e i fatti hanno la testa dura: il muro criminogeno del proibizionismo si sta sgretolando in più di un paese, come ha riepilogato qui Grazia Zuffa ("il manifesto" dell'11 marzo 2015). Verrà il momento anche dell'Italia, dove ancora, come diceva il compianto Giancarlo Arnao, è proibito capire.
Ansa, 18 marzo 2015
È stato liberato Sandro De Simone, il capitano del peschereccio Idra Q arrestato lo scorso 2 marzo in Gambia (dopo dieci giorni di fermo) per presunte irregolarità riscontrate nelle reti da pesca. La notizia della liberazione è stata resa nota dalla società armatrice Italfish. In precedenza, lo scorso 9 marzo, era stato rilasciato il direttore di macchina Massimo Liberati. Secondo alcune fonti, la liberazione sarebbe stata possibile dietro pagamento di una cauzione da parte della stessa società armatrice.
Ansa, 18 marzo 2015
Il governo dello Stato brasiliano del Rio Grande do Norte (nord-est) ha dichiarato oggi lo stato di calamità a causa dell'ondata di ribellioni di detenuti in corso da una settimana in vari carceri della regione. Lo rende noto Agencia Brasil. Nel firmare il decreto, il governatore Robinson Faria ha determinato anche la creazione di una task-force "per la pianificazione ed esecuzione di misure urgenti", come la riforma degli edifici parzialmente distrutti nelle sommosse.
"Abbatteremo le sbarre di tutte le prigioni del Rio Grande do Norte", hanno minacciato i reclusi, con il volto coperto, in un video trasmesso sul web. Secondo le autorità, sono state demolite un migliaio di celle nei presidi di Alcacuz, Parnamirim e della capitale Natal.
Aki, 18 marzo 2015
Tre detenuti che si trovavano nel braccio della morte in Arabia Saudita sono stati decapitati questa mattina in tre diverse carceri del regno, dove quest'anno si registra un preoccupante aumento del numero di esecuzioni di condanne a morte. Il ministero dell'Interno, come riporta l'agenzia di stampa ufficiale saudita Spa, ha reso noto che a Medina è stata eseguita la condanna comminata al pakistano Mumtaz Hussein Deen Ahmed, condannato per spaccio di eroina. A Taif e nell'est del regno, invece, sono state eseguite le condanne comminate ai sauditi Najr bin Faraj al-Azmi al-Otaibi e Moeid bin Ali bin Moeid al-Saad al-Qahtani, entrambi condannati per omicidio. Lo scorso anno in Arabia Saudita sono state eseguite almeno 78 condanne a morte. Omicidio, stupro, apostasia, rapina a mano armata, oltre al traffico di droga, sono i reati che nel Paese vengono puniti con la pena di morte.
www.gdp.ch, 18 marzo 2015
Prosegue la riforma interna delle carceri: semplificata la gerarchica, maggiori responsabilità per il personale di custodia e approvata la riorganizzazione della Centrale operativa. Il Dipartimento delle istituzioni e la Direzione delle Strutture carcerarie proseguono nella realizzazione delle raccomandazioni suggerite dalla ditta di consulenza esterna che nel 2013 ha presentato l'audit sul settore dell'esecuzione delle pene e delle misure.
Le misure ad oggi implementate grazie anche all'impegno e alla professionalità di tutto il personale, hanno toccato aspetti legati all'operatività delle Strutture carcerarie, dall'organizzazione ai processi lavorativi fino alla conduzione e alla gestione delle risorse umane.
Su quest'ultimo punto, è da salutare positivamente il buon clima di lavoro e l'incrementata soddisfazione del personale, instauratisi nell'ultimo anno: indicatori importanti del livello di motivazione. Di recente, la Direzione delle Strutture carcerarie, con il sostegno del Dipartimento, ha avviato una revisione della struttura organizzativa interna dell'apparato carcerario ticinese.
La riforma interna prevede in particolare di semplificare la via gerarchica avvicinando la dirigenza ai collaboratori oltre che di ridefinire i compiti e le responsabilità del personale con funzioni di conduzione. In particolare, coerentemente con l'intendimento di responsabilizzare il personale di custodia, la gestione delle singole strutture è stata demandata direttamente al corpo uniformato. Il personale amministrativo è stato spostato da posizioni direttive a mansioni proprie di uno stato maggiore, con il compito di gettare le migliori premesse per chi opera al "fronte".
Durante lo scorso mese di febbraio il Governo ha inoltre approvato la riorganizzazione della Centrale operativa. Centrale che ricopre un ruolo fondamentale all'interno delle Strutture carcerarie per il controllo, la sicurezza e l'accesso al carcere. In questo senso è prevista l'assunzione di cinque nuovi operatori, che saranno assunti facendo capo anche a profili di persone senza occupazione segnalati dagli Uffici regionali di collocamento. Alcuni degli agenti di custodia che attualmente collaborano nella Centrale operativa potranno così riprendere a svolgere compiti di sorveglianza.
La riorganizzazione delle Strutture carcerarie segue quindi il suo corso, secondo le priorità d'implementazione delle raccomandazioni definite in base ai tempi, ai costi e alla loro complessità. I risultati positivi ottenuti in quest'ultimo anno, hanno permesso un miglioramento importante dell'operatività delle nostre carceri, a beneficio della sicurezza.
Askanews, 18 marzo 2015
Due anni e mezzo di carcere per un'immagine pubblicata su Facebook. Un cittadino neozelandese e due suoi colleghi birmani sono stati condannati a due anni e mezzo di prigione, con lavori forzati, in Myanmar per avere insultato la religione buddista, utilizzando un'immagine del Buddha per fare pubblicità al loro bar.
Il giudice ha stimato che il neozelandese, Philip Blackwood, ha intenzionalmente "voluto insultare le credenze religiose" in Myanmar con questa immagine pubblicata su Facebook che rappresenta il Buddha con delle cuffie. Questa pubblicazione ha suscitato forti reazioni sui social network in un Paese che vive un momento di grande crescita del nazionalismo buddista. I tre condannati, detenuto dal mese di dicembre in una prigione di Rangoon, sono stati condannato a due anni di carcere per "oltraggio alla religione" e ad altri sei mesi di prigione disturbo dell'ordine pubblico.
di Carmine Saviano
La Repubblica, 17 marzo 2015
Numeri e documenti. Casi di suicidi e torture, di successi rieducativi. Viene presentato a Roma l'undicesimo rapporto che l'associazione Antigone dedica al sistema carcerario italiano. Un appuntamento annuale imprescindibile per gli addetti ai lavori e per chi vuole gettare il primo sguardo nelle celle degli istituti penitenziari. Una mappa della marginalità che disegna tutto lo spazio, materiale e immateriale, in cui vive - e più spesso in cui sopravvive - un detenuto.
di Susanna Marietti
Il Fatto Quotidiano, 17 marzo 2015
Abbiamo appena presentato il nuovo Rapporto annuale sulle carceri dell'associazione Antigone. Il Rapporto è il frutto del lavoro del nostro Osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione in Italia, una struttura nata nell'ormai lontano 1998 con caratteristiche decisamente pionieristiche.
di Stefano Capasso
www.blogosfere.it, 17 marzo 2015
Grazia negata da un detenuto malato. Il Ministero della Giustizia: "Verificate che sia ancora in vita prima di notificargli la responso".
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