Ristretti Orizzonti, 10 gennaio 2015
"Un'evasione dal carcere durata un'ora. È accaduto intorno all'una di oggi pomeriggio a Sollicciano e ha visto protagonista un detenuto di nazionalità marocchina, 30 anni, ristretto per spaccio di droga, lesioni ed oltraggio a pubblico ufficiale. Sono stati momenti di grande tensione", spiega il Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, Donato Capece. "Il detenuto è fuggito dal campo sportivo del carcere e, scavalcando il muro di cinta, si è allontanato. L'Agente di Polizia Penitenziaria di servizio di vigilanza sul muro di cinta se n'è però subito accorto ed ha dato l'allarme. Altri poliziotti sono usciti immediatamente dal penitenziario e si sono messi sulle stracce del fuggitivo, arresto dopo circa un'ora nei pressi del cimitero di Ugnano, a pochi chilometri dal carcere".
Capece punta il dito contro il sistema della "vigilanza dinamica" che è in atto nel carcere di Firenze Sollicciano: "In pratica, si vuole cercare di tenere tutta la giornata aperti i detenuti per farli rientrare nelle loro stanze solo per dormire, lasciando ad alcune telecamere il controllo della situazione. Il Sappe si batte da tempo contro questa improvvida soluzione che si ritiene assolutamente destabilizzante per le carceri italiane.
È infatti nostra opinione che, lasciando le sezioni detentive all'autogestione dei detenuti, si potrebbero ricostituire quei rapporti di gerarchia tra detenuti per cui i più potenti e forti potrebbero spadroneggiare sui più deboli e determinare soluzioni di tensione ed eventi critici, come l'evasione di oggi conferma. In secondo luogo, sempre a nostro avviso, si sta ignorando l'articolo 387 del codice penale per il quale potrebbe essere comunque l'agente, anche se esiliato davanti a un monitor, a rispondere penalmente di qualsiasi cosa accada nelle sezioni detentive. Ancora più grave potrebbe essere l'accentuarsi in maniera drammatica di episodi di violenza all'interno delle stanze ove i detenuti non sono controllabili".
Ma il primo Sindacato della Polizia Penitenziaria richiama anche "la disattenzione dei vertici regionali toscani dell'Amministrazione Penitenziaria verso le criticità del carcere fiorentino di Sollicciano, considerato che non ancora non si adottano interventi urgenti per garantire adeguati livelli di sicurezza del carcere e migliori condizioni di lavoro per i poliziotti penitenziari nonostante le nostre reiterate sollecitazioni".
www.viterbonews24.it, 10 gennaio 2015
Un tentativo di evasione dal carcere di Mammagialla è stato sventato dagli agenti di Polizia penitenziaria che, durante i controlli, hanno trovato delle lenzuola intrecciate per formare una corda lunga circa sei metri. La corda era stata nascosta nei condotti di areazione del locale doccia di una sezione penale.
Insieme alle lenzuola intrecciate, sono stati trovati dei ganci rudimentali, ricavati dagli spazzoloni per le pulizie delle celle che, probabilmente, sarebbero stati utilizzati come arpioni dai reclusi che stavano preparando l'evasione.
"Durante un'indagine interna - spiega Daniele Nicastrini, coordinatore regionale della Uil penitenziari - il personale di polizia penitenziaria, nel tardo pomeriggio di ieri, ha trovare delle lenzuola intrecciate lunghe circa 6 metri. Con le lenzuola sono stati trovati rudimentali ganci da utilizzare come arpioni". Secondo il sindacalista, il ritrovamento ha permesso di sventare un probabile tentativo di evasione. Gli accertamenti proseguono per individuare il detenuto (o i detenuti) che stavano preparando l'evasione. La scorsa settimana, inoltre, è stato trovato un cellulare nascosto da un detenuto nelle parti intime. Per il segretario regionale della Fns Cisl Lazio Massimo Costantini, fatti del genere dimostrano la grande professionalità del personale, anche in situazioni di carenza di organico.
www.radicali.it, 10 gennaio 2015
Una folta delegazione dell'Associazione Radicale Pier Paolo Pasolini della Provincia di Frosinone, composta dal Segretario Michele Latorraca, dal Presidente Sandro Di Nardo, dal Tesoriere Giorgio Cataldi, da Monia Ciotoli e da Stefano Barletta si recherà, oggi 10 gennaio 2015, presso la casa Circondariale di Frosinone per una ennesima visita volta a comprendere sempre meglio la realtà della struttura penitenziaria del capoluogo ciociaro.
L'iniziativa dell'Associazione è legata alla campagna denominata Satyagraha di Natale promossa da Radicali Italiani e dal Partito Radicale Transnazionale Transpartitico e Nonviolento volta a porre l'attenzione sul sempre più imbarazzante stato in cui versano le carceri italiane.
Nonostante le baldanzose dichiarazioni del Premier Renzi sul fatto che l'Italia grazie al provvedimento cosiddetto "svuota carceri" sia rientrata in un alveo di legalità mai conosciuto in precedenza e che ormai non si parla più di amnistia ed indulto in quanto non esiste più sovraffollamento, la realtà dei numeri e del quotidiano che le carceri italiane vivono, comprese anche quelle ciociare, in particolar modo la realtà di Frosinone, descrivono una realtà lontana dalle auto proclamazioni governative.
È fondamentale sempre più assumersi la responsabilità di arrivare a stretto giro ad una amnistia e ad un nuovo indulto, in modo da consentire una ritrovata operatività ai magistrati, ormai sommersi da carte e procedimenti che spesso arriveranno a prescrizione, che rappresenta una vera e propria amnistia di classe, visto che chi si può permettere i migliori professionisti troverà sempre il modo per allungare processi e superare il termine prescrittivo.
La stessa recente sentenza di proroga del 41 bis all'ultraottantenne ed incapace di intendere e di volere Bernardo Provenzano dimostra altresì che lo Stato usa metodi peggiori di quelli delle cosche per contrastare la criminalità organizzata di stampo mafioso, mentre la criminalità mafiosa prospera e si diffonde in ogni angolo nel Paese a scapito dello Stato democratico sempre più agonizzante.
Per questo e per altri motivi fra i quali l'introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento, una migliore sanità carceraria, l'abolizione dell'inutile 41 bis e la presenza dei detenuti nel preannunciato Stato Generale delle carceri noi siamo vicini ai detenuti, vicini alle forze di polizia Penitenziaria, agli educatori, agli assistenti sociali, ai mediatori culturali, ai volontari e a tutto il personale che a vario titolo quotidianamente si trovano a vivere un quotidiano di illegalità e di abbandono. Nei giorni successivi alla visita, la delegazione radicale preparerà e metterà a disposizione dei media un piccolo dossier sul Carcere di Frosinone.
www.prealpina.it, 10 gennaio 2015
Quattro ricorsi al Tribunale del riesame di Milano. E quattro no. Nessuna scarcerazione: tutti gli agenti della polizia penitenziaria arrestati lo scorso 9 dicembre con l'accusa di aver favorito l'evasione di tre detenuti romeni dai Miogni - una fuga clamorosa avvenuta nel febbraio 2013 - restano in cella. I giudici milanesi hanno ritenuto che la custodia in carcere decisa dal gip di Varese Anna Giorgetti, su richiesta del sostituto procuratore Annalisa Palomba, sia l'unica misura cautelare adeguata a garantire un seguito dell'inchiesta senza turbative.
Dei cinque agenti arrestati uno solo non aveva fatto ricorso al Tribunale del riesame: tramite il suo difensore, l'avvocato Alberto Zanzi, Carmine Domenico Petricone ha chiesto infatti al pm titolare dell'indagine di essere interrogato, e il sostituto Palomba ha detto sì, fissando il colloquio con l'indagato per il prossimo 20 gennaio. Inutile dire che da questo passaggio della vicenda l'impianto accusatorio messo a punto dalla Procura di Varese esce rafforzato.
www.udinetoday.it, 10 gennaio 2015
Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe) per voce del suo segretario nazionale, Donato Capece, ha fatto sapere che recentemente nel carcere di via Spalato a Udine sono stati rinvenuti all'interno di una cella penitenziaria un carica batterie per telefono e una spatola; naturalmente accuratamente nascosti dal detenuto che li aveva in custodia.
"È un episodio grave, condizionato probabilmente dai livelli minimi di sicurezza che la vigilanza dinamica impone", ha dichiarato il segretario della Sappe.
Lo stesso Capece, poco tempo fa in un'intervista a "Il Tempo", aveva allertato come questa sorta di carcere a "regime aperto" non sia risolutiva in termini di sicurezza, né per gli agenti, né per gli stessi detenuti. Nello specifico denunciava già lo scorso ottobre: "la vigilanza dinamica da oltre un anno prevede che i detenuti, non quelli al 41bis, siano liberi di uscire dalle celle e stare nei corridoi. Così oltre a rendere più facili i suicidi, aumenta il rischio delle aggressioni nei confronti della polizia penitenziaria, che sono infatti aumentate del 70%".
Ristretti Orizzonti, 10 gennaio 2015
Ci sono giornate che attraversano la clessidra senza muovere nessun altro granello di vita. Poi ci sono i giorni. Quelli che restano, nonostante tutto.
Mercoledì 7 gennaio. Primo pomeriggio. Freddo, col sole. L'appuntamento è alle tre e mezzo, davanti ai cancelli del carcere. Alessio Boni alle otto e mezzo sarà sul palco del Teatro Ventidio Basso col suo Dio che visita Freud. Nei mesi precedenti uno scambio veloce di mail e poi la promessa: appena torno ad Ascoli vengo a trovarvi in carcere, nella redazione del vostro giornale.
Alle tre e mezzo in punto siamo davanti al blockhouse. Lui infila la carta d'identità nella feritoia, controlli di rito ed entriamo. "Posso restare solo un'oretta" erano gli accordi. Invece usciremo tardissimo, col buio, freddo, c'è la luna. A meno di due ore dallo spettacolo. Il mondo alle prese con un nuovo 11 settembre. Ma noi ancora non lo sappiamo.
Nella sala grande ci sono più di venti ragazzi. Lui si presenta. Poi inizia a calamitare l'attenzione di tutti. Lentamente, abbattendo, muro dopo muro, la cortina di diffidenza che in carcere è una seconda pelle. I detenuti pendono dalle sue labbra. Lui li cattura, li coinvolge, li chiama, li addita, risponde a tono. Senza farsi mai sorprendere. L'atmosfera è energia pura. Ci sono tre ragazzi musulmani. Si parla di cinema, di teatro, del suo Ulisse, dei suoi progetti, ma anche dei problemi del nord Africa, delle frontiere sempre più distanti. Ci si confronta, sul dolore. Ma si ride, anche, alle battute che avvicinano e stemperano la tensione. Due ore, quasi tre, volano. Ci salutiamo con un arrivederci. Alla prossima tournée, al prossimo spettacolo. Andremo a teatro tutti insieme, detenuti compresi. Sarà bello.
Usciamo, fuori ci aspetta un mondo diverso. Una volta di più consapevole, a carissimo prezzo, di quanto sia importante incontrarsi. Ed aprire.
Teresa Valiani, Direttore Io e Caino, Giornale del carcere di Ascoli Piceno
di Massimiliano Castellani
Avvenire, 10 gennaio 2015
Nei campi "sbarrati" delle nostre carceri, da anni si disputano partite di calcio - solo casalinghe, le trasferte sono vietate - valide per i campionati dilettantistici. Nelle sezioni minorili, la legalità viene insegnata anche mediante dei corsi per arbitri. Ma a questo scopo, non si era ancora visto un regolare corso allenatori per dei detenuti "aspiranti Mourinho".
"Dato che il tecnico portoghese rivolgendosi agli arbitri spesso mostra le manette, per un ritorno alla normalità meglio ispirarsi al nostro presidente nazionale dell'Assoallenatori, Renzo Ulivieri". È il commento di Gerardo Passarella, l'ideatore di "Trattamenti", il primo corso allenatori (promosso dalla sezione lucana dell'Associazione italiana allenatori di calcio, in collaborazione con il Comitato Regionale Figc della Basilicata) che ha preso il via all'interno della Casa circondariale di Potenza.
"L'idea - spiega Passarella - è nata due anni fa quando ero allenatore del Potenza calcio in Serie D. Con il direttore generale del Potenza, la nostra "grande anima", il prof. Rocco Galasso, per la Santa Pasqua decidemmo di organizzare una partita di calcio con i detenuti. Al termine dell'incontro, parlando con il direttore del carcere, dottor Michele Ferrandina, pensammo a un corso propedeutico per dei futuri "mister", in questo caso davvero speciali...".
Il tempo di avvertire il presidente di tutti gli allenatori italici, Ulivieri, ricevere il placet dell'allora prefetto del capoluogo lucano, Antonio Nunziante, e tutto era pronto per il fischio d'inizio dell'inedito corso. Tre incontri settimanali, 146 ore di lezioni per una classe di tredici detenuti. I primi tredici aspiranti allenatori dietro le sbarre: un bulgaro, un africano, il resto italiani, si sono appena diplomati.
"Le materie sono le stesse dei corsi di Uefa B (il patentino che consente di allenare fino alla Serie D e di fare l'allenatore in seconda in Lega Pro) che teniamo a Coverciano: lezioni di tecnica, regolamento di gioco, carte federali, psicologia, medicina e primo soccorso con defibrillatore", spiega Ulivieri che, indossata la sua tuta d'ordinanza Aiac, è subito sceso a Potenza.
"Renzaccio" è voluto entrare nell'aula della Casa circondariale per verificare di persona l'andamento del corso. "È sempre una grande emozione varcare la soglia di un luogo come il carcere dove sai di incontrare delle persone che soffrono, che stanno scontando la loro pena. Il cattivo messaggio, "chiudo e butto via la chiave", non appartiene al sottoscritto e neppure all'Assoallenatori. Anzi, mi indigna il fatto che persino nel nostro ordinamento sportivo esista ancora una condanna definitiva, senza appello, come la radiazione.
Un uomo che ha commesso un errore, per quanto grave, ha diritto a un'altra chance per riabilitarsi e reinserirsi nella società. A questo corso allenatori partecipa un giovane detenuto che già conoscevo, appena mi ha visto mi è venuto incontro e mi ha detto: "Mister Ulivieri non ce l'ho fatta. Ho sbagliato ancora, ma questa volta sono sicuro che ce la farò". E ne sono convinto, perché ha capito che allenare vuol dire educare prima di tutto se stessi e poi prendersi cura di un gruppo, di uno spogliatoio intero".
Parole esemplari di chi ai suoi "allievi dentro" non si pone affatto come un esempio. "Alla prima lezione mi sono presentato ai detenuti dicendo che sono stato l'allenatore "più espulso d'Italia". Però badate bene, ho precisato, io stavo alle regole: pagavo la multa e scontavo in silenzio i miei turni di squalifica. E tutto questo mi è servito per comprendere che la convivenza civile si basa sul rispetto delle leggi, alle quali nessuno di noi si può sottrarre. Questo è il senso di responsabilità".
E il senso di responsabilità nella gestione di una squadra è una delle tante conoscenze apprese dagli allievi-allenatori al termine di un corso che ha ricevuto anche il plauso dell'Unione Europea. "Abbiamo ottenuto dei risultati insperati.
È incredibile il livello d'attenzione mostrato da tutti i partecipanti - continua Passarella. Si sono create due "squadre" che però hanno lavorato in piena sintonia: la nostra composta dai docenti - tutti volontari - e dai detenuti, e quella degli agenti. Dalle relazioni stilate dalle dottoresse Crovatto e Di Lorenzo, è emerso che ognuno dei detenuti partecipanti si è sentito "migliorato"".
Unico limite del corso, imposto da ovvie ragioni sicurezza, prevede che il tirocinio per gli aspiranti mister non si possa effettuare esternamente, andando in visita nei centri di allenamento dei club. "Ma anche per questo, così come per il materiale tecnico che ci è stato messo a disposizione, abbiamo rimediato: sono le società che hanno accettato l'invito ad entrare in carcere. Così, alle lezioni cui segue la partitella dimostrativa, hanno partecipato club dilettantistici e i professionisti del Melfi (Lega Pro). Tra i vari allenatori è venuto a trovarci Delio Rossi che è rimasto particolarmente colpito dall'atmosfera che ha riscontrato in aula e in campo".
Un'atmosfera estremamente positiva che i detenuti del secondo corso stanno per sperimentare. A giorni infatti, è fissato il fischio d'inizio per il nuovo ciclo di lezioni, con il benestare di quella che è diventata la "prima tifosa". della formazione dei mister della casa circondariale lucana, il giudice di sorveglianza Paola Stella. È stata lei - insieme al prefetto Nunziante e al direttore Ferrandina - a consegnare le "panchine d'argento" agli allievi che si sono diplomati allenatori. E uno dei neo-mister, dopo quel "pezzo di carta della legalità", come lo chiama Ulivieri, ha pensato di andare oltre.
"È un giovane detenuto che è stato trasferito a Cuneo - dice orgoglioso Passarella. Tornare tra i banchi per apprendere quei rudimenti che gli serviranno un giorno per allenare una squadra tutta sua, lo ha stimolato a riprendere gli studi universitari. Una grande vittoria, per lui e per noi. Così come è una grande conquista, quel ragazzo di Scampia in regime di semilibertà che ci verrà dato in affidamento. Si occuperà dello stadio del Potenza e magari darà una mano come aiutante-tecnico nella nostra scuola calcio".
Il sogno comune dei tredici futuri "mister anche fuori" è quello di poter allenare una formazione di bambini. La speranza che un giorno ciò accada, è in queste righe di una lettera che porta le loro firme: "Oggi noi 13 siamo una goccia nel mare, ma auspichiamo che il nostro impegno, il nostro entusiasmo in questo corso pilota, servano a dare la stessa opportunità ad altri come noi che si trovano in situazioni difficili. Non sappiamo quanti di noi diventeranno allenatori o se qualcuno ce la farà, ma di sicuro, grazie a voi, avremo tutti noi indistintamente arricchito il nostro bagaglio personale e saremo uomini migliori".
di Matteo Miavaldi
Il Manifesto, 10 gennaio 2015
La settimana entrante sarà l'ennesima possibile "svolta" nel caso dei due marò in India. Un appuntamento che, viste le precedenti aspettative di Roma puntualmente disattese dal sistema giuridico indiano, sarebbe il caso di attendere con quanta più precauzione possibile.
Lunedì la Corte suprema valuterà una nuova richiesta di proroga del rientro in India di Massimiliano Latorre, fissato per il 13 gennaio. Elemento di novità rispetto alla richiesta di qualche settimana fa, rigettata informalmente dai giudici e ritirata ufficialmente dai legali dei due fucilieri, è l'operazione cardiochirurgica alla quale Latorre si è sottoposto il 5 gennaio. Dal policlinico di San Donato Milanese fanno sapere che l'operazione è perfettamente riuscita. Il periodo di degenza post operatoria, però, non permetterebbe al fuciliere di sostenere un viaggio intercontinentale e perciò si torna a contare sulla buona volontà della giustizia indiana, chiamata a fare un nuovo strappo alla regola.
Accusati di duplice omicidio, i due marò da quasi tre anni hanno potuto godere di un regime di limitazione della libertà inedito in India, considerando la gravità del crimine che gli viene contestato. L'accondiscendenza pare incontri diverse resistenze all'interno dell'esecutivo indiano. Nell'ultima settimana fonti anonime del governo hanno affidato al quotidiano Economic Times una serie di retroscena che non depongono a favore dei due sottufficiali di Marina. Il 2 gennaio, un funzionario di Delhi ha rivelato che, secondo il ministero degli Interni, l'unica garanzia del ritorno di Latorre in India sarebbe stata trattenere Salvatore Girone nel paese, negandogli la licenza per passare il Natale con la famiglia in Puglia.
Passano pochi giorni e la stampa italiana rilancia la "preoccupazione" di Ban Ki Moon, segretario generale all'Onu, per il braccio di ferro italo-indiano. In realtà, il portavoce della segreteria dell'Onu si era limitato a ribadire che la posizione delle Nazioni Unite non era cambiata rispetto a un anno fa, quando si chiarì che il caso dei due fucilieri veniva considerato una "questione bilaterale" che India ed Italia avrebbero dovuto risolvere soddisfacendo entrambe le parti.
Ieri, l'ennesima picconata contro i due imputati. Sempre sull'Economic Times, è stata la National Investigation Agency (Nia) a rincarare la dose, sostenendo di avere le prove per accusare Latorre e Girone di omicidio preterintenzionale. Secondo quanto rivelato da un funzionario della Nia, i due fucilieri avrebbero "sparato al peschereccio in assenza di provocazione o altri elementi che potessero farlo scambiare per una barca di pirati", esplodendo "20 colpi di arma automatica in direzione dell'imbarcazione a una distanza di 125 metri". Secondo il documento dell'accusa, a quella distanza i militari non avrebbero potuto sbagliarsi e scambiare Ajesh Binki e Valentine Jelastine per pirati.
L'impianto accusatorio, hanno ribadito ancora dalla Nia, sarebbe pronto per essere depositato agli atti. Bisogna solo aspettare di sciogliere il nodo della giurisdizione e capire dove si farà il processo. Decisione che, salvo nuovi colpi di scena, non arriverà prima della prossima udienza in Corte suprema, fissata per il mese di marzo.
L'Arena di Verona, 10 gennaio 2015
Chi ascolta le vittime dei reati? Chi può dar loro indicazioni quando devono presentare una denuncia o aver informazioni su come si svolge un procedimento penale? Per dare risposte a questi e a molti altri quesiti, da un anno funziona lo Sportello di ascolto per le vittime di reato, grazie alla collaborazione tra il Comune, che ospita il Servizio nella sede dell'Associazione consiglieri comunali emeriti del Comune, e l'Associazione Scaligera Assistenza Vittime di Reato (Asav).
In un incontro sono stati presentati i dati del primo anno di attività dello Sportello istituito a Palazzo Barbieri nel dicembre 2013 dalla Presidenza del Consiglio comunale in collaborazione con il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Margherita Forestan, e l'Asav di cui è presidente Annalisa Rebonato.
"Un servizio sperimentale ed innovativo", ha spiegato il presidente del Consiglio comunale Luca Zanotto, "finalizzato ad ampliare l'attenzione sul tema dei diritti dei cittadini che subiscono reati, come richiesto dalla normativa europea, ma anche a far luce su un numero di reati che resta ancora oscuro perché le vittime non trovano chi le ascolta.
Grazie ai volontari Asav e al contributo della polizia municipale lo sportello rappresenta un'occasione per ogni cittadino che si ritiene leso nel suo diritto alla sicurezza personale di trovare un ascolto costruttivo, informazioni utili e, se necessario, di essere indirizzato alle strutture specifiche del territorio"
In un anno, ha precisato Annalisa Rebonato, "si sono rivolte allo sportello 24 persone, 14 donne e 10 uomini, tra cui due coppie, di età compresa tra i 20 e i 70 anni, 21 di nazionalità italiana e tre straniera. Tra i principali reati subiti si registrano furto e truffa, lesioni, minacce, molestie e bullismo.
Alle persone offriamo principalmente ascolto, ma anche informazioni riguardanti la tutela legale, il sistema penale e il procedimento giudiziario, oltre ad orientarle ai servizi territoriali come Asl e consultori, e agli Ordini professionali di competenza, avvocati e psicologi, in grado di dare un aiuto specifico".
"Non vi può essere un recupero alla società per chi commette un reato", ha poi aggiunto Margherita Forestan, senza una forte azione a favore della vittima.
Con questo servizio, primo ed unico in Italia, si tratta di dare pieno riconoscimento alle vittime e, in quanto tali, di garantire loro rispetto, sensibilità e assistenza personalizzata e professionale.
Un'attività che in futuro può ulteriormente migliorare ampliando la collaborazione con le forze dell'ordine, che raccolgono le denunce delle vittime di reato".
E a chi chiedeva perché mettere allo stesso tavolo il garante per i detenuti e quello per le vittime di reato, la risposta è l'indicazione di un metodo comune, che si potrebbe riassumere nel termine mediazione. Perché se è assodato che le persone recluse hanno necessità di qualcuno che le ascolti, che ne recepisca i bisogni, la stessa cosa accade per chi ne è stato vittima.
"Alimentare le tensioni con pesanti contrapposizioni tra vittime e autori di reati è deleterio per tutti", spiega Margherita Forestan. Che fa un esempio: "Se viene messo agli arresti domiciliari una persona che ha messo a segno un'aggressione, sarebbe bene che la vittima di quel reato ne fosse informata, che le si spiegasse che il detenuto ha fatto un percorso per capire di aver sbagliato e che, comunque, la vittima sarà tutelata. Serve più comunicazione per stemperare le tensioni tra le persone che rischiano di innescare ulteriori problemi". Lo sportello è aperto il martedì dalle 16 alle 19 al piano terra di Palazzo Barbieri. Per contatti e appuntamenti:
Nova, 10 gennaio 2015
Almeno 2.100 detenuti sono morti nelle carceri siriane nel corso dell'ultimo anno. Lo ha reso noto l'Osservatorio siriano per i diritti umani, raccogliendo le testimonianze delle famiglie dei prigionieri. Secondo gli attivisti, di base a Londra, molti dei corpi dei detenuti presentavano segni di tortura dopo il decesso. Nel corso dei combattimenti sul campo hanno perso inoltre la vita in Siria oltre 76 mila persone, cifra che ha portato il totale delle vittime della guerra civile a superare quota 200mila.
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