Italpress, 21 marzo 2015
"Pentito? Certo che no, ho usato una metafora, ma è una metafora che esprime dati reali". Così il presidente dell'Anm, Rodolfo Sabelli, intervistato a Mix 24 da Giovanni Minoli su Radio 24, tornando sulle sue dichiarazioni dei giorni scorsi sugli "schiaffi" ai magistrati. Su chi si debba intendere come "lo Stato", Sabelli dice: "L'ho usato come un'espressione sintetica.
Poi, a seconda dei casi, può intendersi il governo, può intendersi la maggioranza politica. Ho fatto riferimento alle riforme, ho fatto riferimento alle offese, quindi di volta in volta il governo, maggioranza politica o anche singoli esponenti". Sulle dichiarazione del procuratore di Venezia Nordio, per il quale parlare di "schiaffi" sia improprio e ingiustificato, Sabelli osserva: "è una metafora, ha torto perché si tratta di una metafora. Ma, del resto, quando siamo stati definiti una metastasi della democrazia, che cos'era questa, una carezza?".
Sulla replica di Renzi, secondo Sabelli "questa non è una partita, ma rischia poi di diventare una sconfitta per tutti se non riusciamo a guardare ai problemi veri, i reali problemi reali del Paese. Il nostro compito, come associazione, è anche quello di segnalare i problemi, le cattive riforme. Allora i toni possono servire per richiamare l'attenzione. Poi, capisce che non ha senso usare gli stessi toni tutti i giorni".
di Cataldo Intrieri
Il Garantista, 21 marzo 2015
Guardiamo un attimo in casa d'altri. Martedì il presidente dell'Anm Rodolfo Sabelli, con parole inusitatamente aspre, ha criticato un ingrato governo che dispenserebbe schiaffi ai magistrati e carezze ai corruttori. La lamentela strumentale a spuntare, con astuzia, trattamenti di favore è una vecchia abitudine nazionale e non ci sarebbe da stupirsi se non fosse per i toni utilizzati da Sabelli, notoriamente misurato e poco incline alla sloganistica da talk show. Alle sue dichiarazioni, a dir poco incendiarie per le sue abitudini, hanno fatto seguito quelle del segretario dell'Anm Carbone il giorno dopo, che ha accusato il governo di aver sottoposto la magistratura "a una scientifica strategia di delegittimazione" concretizzatasi nel taglio delle ferie e nel varo a mezzo decreto legge della modifiche sulla responsabilità civile.
Le dichiarazioni dei vertici dell'Anm sono state diffuse in coincidenza della pubblicazione di un esplosivo articolo a firma di Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita sulla rivista Micromega. I toni sono di inaudita durezza ed improntati ad una logica di puro antagonismo verso la politica, in tutte le sue declinazioni.
Oltre quella dei partiti, anche quella interna all'associazione E dunque se si lamenta che "...attraverso le soluzioni sbagliate offerte per risolvere la crisi della Giustizia, la politica ha sviluppato l'iniziativa per mettere sotto accusa il lavoro dei magistrati e per ridurre il controllo di legalità sulla politica", ce n'è anche per l'attuale dirigenza dell'Anm colpevole della "remissiva accettazione del nuovo modello efficientista disegnato dal nuovo ordinamento giudiziario". Spietatamente si contesta che "anche la magistratura associata e l'autogoverno dei giudici hanno fatto la propria parte, rincorrendo - con miopia politica - un modello di efficienza e di produttività interna, ed accettando supinamente un sovraccarico di lavoro giudiziario prodotto da un sistema sbagliato, che ha reso disfunzionale il servizio giustizia".
Parrebbe di capire che per Davigo e Starita il problema di fondo sia l'affermazione di "un principio di produttività numerica, con riflessi sul rapporto quantità/qualità del lavoro". Invece di consentire, evidentemente, l'adozione di tempi e ritmi più adeguati ad una sana delibazione e stagionatura delle decisioni, come avviene per i vini pregiati. L'eccesso di disciplinare - proseguono - ha prodotto l'effetto di trascinare "dinanzi al giudice disciplinare alcuni tra i migliori magistrati italiani, colpevoli di non avere depositato decisioni per le quali era oggettivamente difficile redigere nei termini articolate e coscienziose motivazioni". Che poi, per consentire una tale ponderazione si ammetta ad esempio la dilatazione della custodia cautelare, ai due requirenti deve sembrare un dettaglio trascurabile.
Ma la parte veramente succosa dell'articolo è quella finale laddove si accusa come unica vera responsabile la "sinistra giudiziaria" detentrice di un potere soffocante che avrebbe represso ogni possibile alternativa associazionistica e che avrebbe portato addirittura l'Anm "ad un passo dall'esplosione di una guerra interna il cui vero risultato non sarebbe certo quello di salvaguardare i valori della magistratura ma semmai quello di indebolirla ulteriormente". Da non credere.
Dunque andrebbe demolita la centralità dell'Anm "associazione di lotta e di corporazione" per rifugiarsi in una dimensione di base lontana da ogni pericolosa commistione. Irresponsabilità sempre e comunque. Qui mi fermo perché impicciarsi degli affari in casa degli altri non sta bene; è invece importante riflettere se questa spaccatura che oggi vediamo nella magistratura associata non sia speculare ad una analoga divisione che percorre il mondo dell'avvocatura.
Infatti anche l'associazionismo forense conosce una crescente divaricazione tra due anime. Una protezionistica e meramente sindacale ed una eminentemente politica. L'avvocatura penalista da molti anni si riconosce nell'Unione delle camere penali e nella sua vocazione politica. All'interno oggi ferve un dibattito su quale debba essere l'indirizzo oggi. Riscoprire il movimentismo antagonista cosi caro a padri (e madri) fondatori oppure perseguire una politica "dentro" le istituzioni. Personalmente, e da molto tempo, ritengo che oggi le differenze tra magistratura ed avvocatura non siano tanto tra " blocchi" ma tra culture "trasversali e comuni" incompatibili molto più di quanto lo siano tra loro le rispettive "associazioni".
L'Unione oggi di fronte al concreto rischio di degenerazioni giustizialiste ha saputo mostrare un atteggiamento fermo e nello stesso tempo dialogante ottenendo il risultato di depotenziare riforme in partenza devastanti. E da augurarsi che questa capacità vi sia anche in futuro. Analogamente deve andare avanti, anche sul versante culturale, il confronto con la magistratura
Il felicissimo esito dell'importante convegno organizzato dal Laboratorio del Lapec ai primi di Marzo sulle "ragioni di un confronto tra avvocatura e magistratura", affollato come da parecchio tempo non era dato vedere in convegni del genere, sembra sottolineare una domanda di impegno su questo differente versante dove il fine è trasmettere la propria visione sociale e di progetto, individuando ove possibile soluzioni condivise, che tengano conto, magari scandalosamente anche delle "ragioni degli altri".
E fondamentale che in questo momento cruciale l'associazione arrivi a contemperare queste due spinte, quella politica e quella culturale, avendo chiaro il concetto che esse sono complementari e reciprocamente funzionali. Diversamente si diventerebbe i migliori alleati e gli "utili idioti" di un pericoloso e retrogrado revanscismo giudiziario.
www.radicali.it, 21 marzo 2015
Le deputate e i deputati di Alternativa Libera, insieme ad ex deputati e militanti del Partito Radicale, sono impegnati, ieri 20 marzo e oggi 21 marzo, in una visita istituzionale presso gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Gli Opg sono situati nei comuni di Montelupo Fiorentino (Toscana); Aversa e Napoli (Campania); Reggio Emilia (Emilia Romagna); Barcellona Pozzo di Gotto (Sicilia); Castiglione delle Stiviere (Lombardia).
Oggetto della visita istituzionale: la verifica delle modalità con cui queste strutture si stanno preparando al 31 marzo 2015, data in cui è previsto il loro superamento, in particolare in riferimento alla condizione di coloro che vi sono ospitati. Lunedì 23 marzo, alle ore 16, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, si terrà la conferenza stampa di presentazione dei dati rilevati in occasione della visita stessa. Interverranno alla conferenza stampa: Eleonora Bechis, Tancredi Turco, Rita Bernardini e Maria Antonietta Farina Coscioni. Saranno presenti le deputate e i deputati di Alternativa Libera e i radicali Sergio Delia, Maurizio Turco ed Elisabetta Zamparutti.
www.toscanamedianews.it, 21 marzo 2015
Mentre negli altri corpi d'armata le differenze di genere stanno scomparendo, l'accesso alle donne nella polizia penitenziaria rimane difficile.
Su 38mila agenti della Polizia penitenziaria attualmente in forza nelle carceri italiane solo 2.400 circa sono donne. Non solo. Secondo quando ha raccontato la presidente del Dipartimento di polizia penitenziaria del Lazio Maria Claudia Di Paolo nel corso di un convegno organizzato dal vicepresidente del consiglio regionale, Giuliano Fedeli, a Firenze, anche il rapporto con i colleghi maschi è complicato. "C'è più rispetto per le donne in uniforme da parte dei detenuti, piuttosto che da parte dei colleghi - ha raccontato Di Paolo. È pur vero che i detenuti sono in una condizione di libertà ristretta e quindi si guardano bene dal crearsi ulteriori problemi".
Nel corso del convegno però sono emerse anche esperienze diverse: donne che nella loro professione, nella polizia di stato piuttosto che nei carabinieri o in marina, si trovano perfettamente a loro agio e, pur dovendo sgomitare quanto e più dei colleghi maschi per raggiungere posizioni di vertice, non si sentono per nulla discriminate. "La legge sull'accesso delle donne nelle forze armate - ha detto il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi - è arrivata tardi, ma è tra le più avanzate d'Europa. Nei prossimi mesi effettueremo una mappatura per capire se ci sono criticità".
Secondo il vicepresidente Fedeli, invece, il problema è soprattutto culturale. "Bisogna uscire dalla concezione dell'uomo macho e della donna che viene accostata all'uniforme solo se è bella - ha detto Fedeli. Bisogna togliersi di dosso il maschilismo".
di Marianna Rizzini
Il Foglio, 21 marzo 2015
Un indizio non fa una prova, due indizi già di più, ma tre o quattro indizi sono troppi per non avere almeno un sospetto: quando i giochi si fanno duri, quando l'allarme tangenti (o "Mafia Capitale") si fa pressante, quando le primarie, croce e delizia, rischiano di diventare campo di rissa o, peggio, possibile terra di voto "cinese", ecco che nel Pd ti tirano fuori il magistrato (o ex magistrato), possibilmente anche scrittore (o senatore).
Ed è un gran ballo di pm ed ex pm per presentarsi in società con l'immagine di quelli che ci tengono: alla lotta al malaffare, alla trasparenza, alla cancellazione anche preventiva d'ogni possibile macchia. Ed ecco che, nei giorni difficili dell'emergenza Lupi (Maurizio, ex ministro delle Infrastrutture dimessosi ieri), spuntava un nome, sotto forma di voce dal sen fuggita (dalle stanze di Palazzo Chigi, dal passaparola in Transatlantico): vuoi vedere che il successore di Lupi, dopo l'interim del premier fino all'apertura dell'Expo, sarà proprio quel Nicola Gratteri, magistrato- scrittore nonché illustre candidato (invano) al ministero della Giustizia?
Perché quello di Nicola Gratteri, se non è un mistero oggi, mistero è stato ieri: era il febbraio del 2014, il neo premier era salito al Quirinale con una lista di nomi ("guardate", scrivevano i retroscenisti fornendo prova fotografica su Twitter, "accanto alla casella Giustizia c'era scritto magistrato in servizio").
Solo che poi alla Giustizia era andato Andrea Orlando. Ma Gratteri, nato a Gerace nella Locride del 1958, e massima autorità nella lotta alla 'ndrangheta, già consigliere della commissione parlamentare Antimafia, dev'essere rimasto nel cassetto dei sogni renziani, tanto che, nell'agosto scorso, è stato nominato presidente della commissione per l'elaborazione di "proposte normative in tema di lotta alle mafie".
E siccome Gratteri ha pubblicato un libro che s'intitola "la Mafia fa schifo", e siccome gira per le scuole per fare "prevenzione", il suo nome per il ministero Infrastrutture scorporato circola, circola eccome. Ma non è l'unico. C'è la variante, per la verità eterna variante, da un po' di tempo a questa parte, per le poltrone rimaste vuote: Raffaele Cantone, giudice e scrittore anch'egli, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione.
E chissà se, nelle intenzioni governative, il nome di Cantone è un po' quello che il nome di Antonio Di Pietro (a monte delle inchieste di "Report") fu per l'allora premier Romano Prodi: la legge che si fa carica operativa. Fatto sta che Cantone non è Di Pietro, e tempo fa, intervistato da Repubblica, mostrava di non amare "il clima da 1993", e di sentirsi a disagio quando la gente, per strada, gli gridava: "Arrestali tutti".
"È difficile far ragionare la pancia delle persone", diceva Cantone, "il nostro compito è non farci prendere dall'emotività". Lido che vai, magistrato che trovi: nella Roma squassata dall'eco anche estera delle inchieste targate "Mafia Capitale", e giù fino al mare (Ostia), un solo nome risuona per risolvere qualsiasi emergenza criminalità: quello di Alfonso Sabella, magistrato in aspettativa con i galloni dell'Antimafia (a Palermo con Gian Carlo Caselli, nel 1993).
E ieri, sul Corriere della Sera edizione romana, Maurizio Fortuna amaramente rifletteva sul "taumaturgo per il colle capitolino", quel Sabella buono per tutto, da Ostia alle cooperative sotto inchiesta al Giubileo (commissario straordinario). "Beata la città che non ha bisogno di Sabella", scriveva, ma ce n'è già un'altra, di città (stavolta al nord), che di un magistrato ora si serve, magistrato non scrittore ma senatore, appunto: Felice Casson, incoronato candidato sindaco alle primarie.
Un nome non renziano in partenza - piuttosto civatiano - eppure contento, ex post, di definirsi gradito ("Renzi mi ha espresso i suoi complimenti e mi ha detto che ora si lavora come partito", ha detto Casson, nome di prestigio nel Pd, al di là della corrente, viste le inchieste cui ha lavorato, da Gladio all'amianto). Persino in Sicilia, nel governo Crocetta-ter, è a un pm che ci si è affidati, con gran plauso di renziani locali: il nuovo assessore regionale ai Rifiuti è Vania Contrafatto, già pm alla procura di Palermo.
di Renato Brunetta (Capogruppo Fi alla Camera)
Il Garantista, 21 marzo 2015
Saluto non l'addio alla politica del ministro Lupi, ma la sua uscita dal governo, da questo cattivo governo, uscita che penso sia equivalente a una liberazione. Sappiamo bene che lei era l'unico resistente dentro questo esecutivo, dunque prima o poi doveva sloggiare.
Ci spiace che i suoi colleghi di partito, salvo rare eccezioni, non si siano presi la briga di una sonora difesa pubblica né l'abbiano pretesa dal capo del governo. Mi sono dispiaciuto non solo delle sue dimissioni, ma dal fatto di aver appreso le abbia annunciate non in Parlamento ma in una trasmissione televisiva, senza aspettare il dibattito che oggi avrebbe seguito le sue attese spiegazioni. Che io, tra l'altro, ho molto apprezzato. Questo però in fondo è un atto di coerenza, non tanto suo, ma rispetto alla linea del governo e della maggioranza, per cui le Camere sono un fatto marginale, non il luogo della democrazia, ma un luogo dove ammannire con prepotenza e una certa supponenza annoiata scelte decise in luoghi separati.
Questo mi è dispiaciuto ancor di più perché lei, signor ministro Lupi, è sempre stato rispettoso del Parlamento. Esprimo solidarietà alla sua persona colpita senza scrupoli. Abbiamo assistito a una battuta di caccia mediatica diretta a ferire la sua famiglia con intercettazioni centellinate ad arte, osservata senza scandali dal premier Renzi, come se fosse normale che un ministro sia intercettato per due anni, con la tecnica della dissimulazione, per cui per sottrarsi all'articolo 68 della Costituzione è sufficiente mettere sotto controllo i telefoni di tutti coloro che sono nella cerchia tecnica, politica e amicale del ministro.
No, signor ministro, questa non è giustizia, questa non è ricerca della verità. Noi siamo garantisti. Lo siamo sempre. Ci siamo trovati isolati in questa posizione. Renzi, questo governo, questa maggioranza applicano un'etica di circostanza, una morale daltonica, funzionale alla sistemazione degli affari politici del presidente del Consiglio. Non sono stato io ma è stato Fabrizio Cicchitto a rilevare ancora stamane che si tollera tranquillamente che cinque sottosegretari siano sottoposti a indagine o abbiano subito il rinvio a giudizio, e siano lasciati tranquillamente al loro posto. Il ministro Lupi non ha ricevuto neppure un avviso, non che questo a nostro giudizio avrebbe implicato l'obbligo di dimettersi, ma non si può che constatare la diversità di trattamento riservato da Renzi agli amici rispetto ai meno amici e rispetto anche a se stesso.
C'è infine una questione politica seria e grave. Da Mani pulite in poi la politica non è più stata autonoma dalle decisioni della magistratura. Le procure hanno da quel momento avuto la golden share sul destino dei governi. In quest'ultima legislatura si è arrivati all'eliminazione del leader dell'opposizione con una decisione trasferita dalle aule di tribunale a quelle del Parlamento, che ha così rinunciato alla sua prerogativa di espressione della sovranità popolare, consentendo l'amputazione della nostra democrazia. La politica, quella buona, quella per bene, deve riprendere la propria autonomia. Autonomia dalla magistratura. Ma anche dignità della politica. Le indagini della magistratura non possono essere il comodo strumento dell'uomo solo al comando di questo o di qualsiasi altro uomo solo al comando, per scegliere a discrezione delle sue tattiche di potere quali trasformare in sentenze di morte politica e quali ignorare. No presidente Renzi, questo noi non lo potremo mai accettare per il bene del nostro paese, per il bene della nostra democrazia.
di Antonio Esposito (Presidente II sezione della Corte di Cassazione)
Il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2015
Il presidente della Corte di Cassazione, nel discorso inaugurale dell'anno giudiziario, ha quantificato in oltre 1.500.000 il numero dei processi per i quali, nell'ultimo decennio, è stata dichiarata la prescrizione, così confermando i dati forniti dal Csm che, già nel 2011, stimava in 150.000 i processi che, ogni anno, si estinguono per prescrizione.
Questa "mattanza" giudiziaria - che trova la causa prima nella emanazione della legge "ex Cirielli" (2005), la quale ha ridotto per un gran numero di reati il termine massimo prescrizionale (abbassandolo da 15 a 7 anni e mezzo) - ha interessato, e in misura rilevante, anche i reati di corruzione e di truffa aggravata ai danni dello Stato e, segnatamente, le truffe comunitarie, in ordine ai quali, oltre al breve termine prescrizionale, influisce anche la circostanza che l'accertamento del reato avviene a distanza di anni dalla commissione del fatto, data dalla quale inizia, comunque, a decorrere il termine di prescrizione.
A nulla è valsa, ai fini di rimuovere l'inerzia della classe politica, la ratifica, con legge n° 116/2009, della Convenzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite contro la Corruzione che, all'art. 29 stabilisce: "...ciascuno Stato parte fissa, nell'ambito del proprio diritto interno, un lungo termine di prescrizione entro il quale i procedimenti possono essere avviati per uno dei reati stabiliti conformemente alla presente Convenzione".
Così come a nulla è valso il rapporto del 2-7-2009 del "Gruppo di Stati" contro la corruzione che agisce nell'ambito del Consiglio europeo ("Greco") che - nel valutare le politiche anticorruzione poste in essere dall'Italia - ha sottolineato in termini negativi il fatto che "in Italia i processi per corruzione sovente non arrivano a una decisione di merito, in considerazione del maturare del termine di prescrizione del reato prima di una pronuncia definitiva". Nonostante l'ecatombe dei processi, vero "scandalo" della giustizia italiana, Parlamento e governo sono rimasti inerti per dieci anni.
Solo il 29-8-2014 il governo ha approvato un ddl riguardante anche la prescrizione, al quale non è stata data alcuna corsia preferenziale e che, comunque, risolve solo in minima parte il problema, limitandosi a far valere brevi periodi di sospensione (due anni per l'appello, uno per il ricorso in Cassazione) anziché stabilire che l'ulteriore corso della prescrizione del reato deve ritenersi precluso dal concreto esercizio dell'azione penale mediante l'instaurazione del giudizio.
Ma il problema più grave è che la prescrizione, non solo elimina applicazione della pena, quanto impedisce allo Stato di riottenere la restituzione del denaro "frutto" del - la truffa ai suoi danni, di confiscare i beni dei corrotti, ovvero "il denaro, i beni e le altre utilità di cui il condannato non può giustificare la provenienza" (art. 12 quinquies L. 552/92). Invero le Sezioni Unite (S.U.), con sentenza n. 38834/08, hanno affermato che non è possibile procedere alla confisca obbligatoria dei beni che costituiscono il "prezzo" del reato di corruzione, e, cioè, delle cose date o promesse per indurre il p.u. a commettere il reato, di fronte a una sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, essendo sempre necessaria una sentenza di condanna.
Va precisato che le S.U. - nel risolvere un forte contrasto insorto tra le varie sezioni e tra le stesse S.U. - hanno, comunque, invitato il legislatore a "riflettere" per evitare l'arricchimento "antigiuridico e immorale" degli imputati che ottengono la restituzione del prezzo della corruzione. Tale invito è rimasto disatteso, così come sono state disattesi gli appelli di varie associazioni che avevano invitato il Parlamento e il ministro della Giustizia ad adottare provvedimenti atti a consentire la confisca dei beni dei corrotti anche in caso di estinzione del reato per prescrizione.
Tale interpretazione delle S.U. - del tutto inconciliabile con le esigenze di lotta al crimine organizzato - è stata, comunque, incisivamente contrastata dalla sezione II della Cassazione (sentenza n. 32273/10), la quale ha affermato che - oltre che nel caso di sentenza di condanna, in cui va sempre disposta la confisca del "profitto" del reato di cui all'art. 240 secondo comma n. 1 c.p. ovvero "del denaro, dei beni o delle altre utilità di cui il condannato non può giustificare la provenienza" di cui agli articoli 12 quinquies e sexies L. 552/92 - anche nella ipotesi di proscioglimento per estinzione del reato per prescrizione, il giudice può disporre la confisca delle cose suddette; in tal caso, il provvedimento ablatorio è subordinato all'accertamento (incidentale) da parte del giudice del fatto costituente reato.
Si è affermato in tale decisione che la confisca obbligatoria risponde a una duplice finalità, ossia quella di colpire il soggetto che ha acquisito i beni illecitamente e quella di eliminare in maniera definitiva dal mondo giuridico e dai traffici commerciali valori patrimoniali, la cui origine risale all'attività criminale posta in essere, essendo il provvedimento ablativo correlato a una precisa connotazione obiettiva di illiceità che investe la res determinandone la pericolosità in sé. Tale interpretazione è stata confermata sempre dalla II Sez. della Corte con sentenza n. 39756/11 nel procedimento penale a carico di Massimo Ciancimino ed altri, ove, pur nella declaratoria di estinzione per prescrizione del reato, si è confermata la confisca del patrimonio del Ciancimino disposta con la sentenza di condanna di II grado.
A fronte dell'invito rivolto dalle S.U. e del contrasto giurisprudenziale in atto, ci si aspettava un pronto intervento del legislatore che - partendo dal dato incontestabile che l'obiettivo della confisca obbligatoria, è quello di privare l'autore del reato degli illeciti vantaggi economici che da esso derivano e di contrastare i più diffusi fenomeni di criminalità - riconosca, in caso di estinzione del reato, al giudice poteri di accertamento del reato stesso ai fini dell'applicazione della confisca (anche per equivalente) allo stesso modo in cui è normativamente riconosciuto al giudice di appello e di legittimità il potere di accertamento (incidentale) del reato ai fini delle statuizioni civili. L'appello dei magistrati della Corte non è stato finora accolto dal legislatore consentendosi, così, che il pubblico ufficiale corrotto, non punibile per il mero decorso del tempo, continui a "godersi" il denaro che egli ebbe a ricevere per commettere il fatto delittuoso.
Ansa, 21 marzo 2015
"Si tratta di una persona che non aveva gravi problemi di salute, per questo i familiari chiedono che venga fatta piena luce su quanto accaduto. Abbiamo già chiesto alla procura che venga effettuata l'autopsia". È quanto afferma l'avvocato Silvio Tolesino, legale della famiglia del detenuto 36enne trovato morto ieri pomeriggio nella sua cella del carcere di Campobasso. "Vogliamo che vengano fatti tutti gli accertamenti, in questi casi è sempre meglio andare fino in fondo - aggiunge per fugare ogni dubbio. Questa persona stava bene ed è morta all'improvviso, credo che un approfondimento sia doveroso".
La procura deciderà in queste ore se disporre l'autopsia in quanto la prima ipotesi sulle cause del decesso è quella di un arresto cardiaco. Il 36enne era in carcere dallo scorso mese per scontare un residuo di pena per reati contro il patrimonio. È stato trovato privo di vita in cella dagli altri detenuti e dagli agenti della polizia penitenziaria.
Il sostituto procuratore Rossana Venditti, titolare dell'inchiesta sul detenuto morto in cella ieri pomeriggio nel carcere di Campobasso, ha disposto l'autopsia sul corpo dell'uomo. L'esame sarà eseguito all'ospedale Cardarelli del capoluogo molisano nelle prossime ore. Le indagini si concentrano ora su un presunto ritardo nei soccorsi. "Da quanto ci è stato riferito - spiega l'avvocato Silvio Tolesino, che insieme al collega Antonello Veneziano assiste la famiglia del 36enne - il detenuto avrebbe cominciato a lamentarsi per dei dolori intorno alle 14 ma solo dopo ore, intorno alle 17, quando è collassato, sono intervenuti i primi soccorsi. Sono queste dunque le circostanze da approfondire e verificare".
di Teodora Poeta
Il Messaggero, 21 marzo 2015
Si trovava recluso nella sezione sex offender il detenuto che ieri mattina è stato trovato morto in carcere, a Castrogno. A dare l'allarme è stato il suo compagno di cella quando si è accorto che Luciano Grigoldo, 56 anni, di Farindola, non si alzava. Erano all'incirca le 7.30. A quell'ora stavano servendo le colazioni. I detenuti era già tutti svegli e pronti per il caffè. Secondo una prima ricognizione cadaverica Grigoldo potrebbe essere stato colto da un infarto durante il sonno. Il suo cuore avrebbe cessato di battere improvvisamente senza dargli alcun preavviso. Mercoledì Grigoldo si era sottoposto all'ultima visita medica di routine all'interno del carcere, così come molti altri suoi compagni di detenzione, e tutti i valori erano risultati nella norma. Nulla insomma aveva fatto presagire un infarto, né malori. Il giorno seguente, però, è morto.
Il suo decesso ha già fatto aprire un fascicolo in Procura contro ignoti. Il sostituto procuratore Stefano Giovagnoni ha subito disposto l'autopsia per chiarire l'esatta causa della morte. Stamattina ci sarà il conferimento dell'incarico al medico legale Gina Quaglione. Il figlio del detenuto potrà nominare un consulente di parte per assistere all'esame irripetibile. A Teramo Grigoldo era stato trasferito nel 2013 dopo un periodo di detenzione nel carcere di Pescara. La sua pena l'avrebbe terminata tra tre anni. Recentemente aveva partecipato ad un progetto trattamentale per i sex offender organizzato dal penitenziario in provincia di Pesaro ma non l'aveva terminato e una volta lì aveva deciso di tornarsene a Castrogno.
In carcere scontando una pena definitiva per accuse gravi: violenza sessuale. Dietro le sbarre era una persona solitaria che in questi anni non aveva mai dato fastidio né agli altri detenuti, né agli agenti della Polizia penitenziaria.
Pur non trattandosi stravolta di suicidio (anche se l'autopsia deve ancora confermare l'eventuale morte naturale di Grigoldo, sul cui corpo non sono stati trovati segni di violenza) si allunga la lista di decessi all'interno di Castrogno. Il 2015 non ne aveva ancora. Il 70enne è il primo di quest'anno. Lo scorso giugno a togliersi la vita fu una detenuta bulgara che si strinse al collo le lenzuola della sua branda, legate poi all'inferriata della cella. Il gesto lo mise in atto durante le ore in cui le celle restano aperte e le detenute escono. Fu allora che la 50enne bulgara ne approfittò e si tolse la vita. A febbraio del 2013 morì, invece, anche lui per un infarto, Tommaso De Angelis, l'assassino della prostituta Svetlana Alexeenko. Il detenuto. all'epoca dei fatti operaio, commise l'omicidio nel 2002. In primo grado era stato condannato a 24 anni, confermati poi in Appello.
di Mirella D'Ambrosio
Corriere della Sera, 21 marzo 2015
A dieci giorni dalla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari italiani, che segue all'applicazione di un articolo del decreto legge "svuota carceri", il direttore dell'Opg di Napoli-Secondigliano Michele Pennino spiega cosa cambia con il nuovo percorso per chi compie un crimine e viene considerato "incapace e di intendere e di volere".
La legge 81/2014 prevede che alcuni soggetti andranno nelle strutture residenziali appropriate, le Rems. Chi? E secondo quali criteri?
"I soggetti attualmente presenti negli Opg e ritenuti non dimissibili saranno accolti dalle Rems, più diffuse sul territorio e con capienza massima di venti posti letto. Sarà l'inizio del processo di svuotamento degli Opg e, allo stesso tempo, un nuovo percorso per coloro che saranno destinati a queste strutture dalla magistratura, per i quali la permanenza nelle Rems sarà solo temporanea ed eccezionale".
I soggetti internati ma dichiarati dimissibili saranno presi in carico dai dipartimenti di salute mentale del territorio di residenza. Il personale è pronto?
"Si. La riforma prevede anche il potenziamento dei dipartimenti di salute mentale, nuovo arruolamento e l'azione specialistica per il supporto nelle carceri. Si agirà, dunque, a monte del problema visto che solitamente l'invio agli Opg arriva dopo un periodo detentivo in casa circondariale".
Un maggior numero di dimissioni potrebbe creare un problema di sicurezza?
"Se si vuole intendere che la sicurezza cresca in termini di custodia, allora si può cadere nel luogo comune e pensare che aumenti il pericolo. Invece la nostra sicurezza cresce in proporzione alla qualità della cura che possiamo offrire all'ammalato e non in funzione dell'estremo custodiale".
Possiamo dire che, se ben applicata, la nuova legge potrebbe portare una dose maggiore di umanità nell'assistenza ai malati psichiatrici per cui è stata riconosciuta la "pericolosità sociale"?
"Certamente. La nostra umanità aumenta con la maggiore vicinanza al paziente e alla sua sofferenza. L'azione criminis rappresenta in questi casi una ricerca d'aiuto (anche se i casi vanno sempre esaminati singolarmente). L'azione offensiva è a difesa di un mondo che lui vede minacciato dall'esterno. La prevenzione, dunque, deve essere maggiore".
Manca ancora qualcosa a rendere perfetto il nuovo percorso?
"Deve aumentare la cultura del sistema assistenziale, che passa da una più diffusa presenza. Ora la responsabilità passa ai territori, quindi potrebbe essere l'occasione giusta".
- Milano: sconta due volte la stessa pena. Il pm: "un bonus al prossimo reato"
- Bolzano: detenuto in permesso fugge con il fratello che era ai domiciliari a Livorno
- Napoli: oggi il Papa a pranzo in carcere con i detenuti
- Vicenza: l'Assessore regionale Donazzan in visita al carcere "solidarietà agli agenti"
- Udine: accordo tra la Biblioteca civica e la Casa circondariale per libri a detenuti










