www.latinatoday.it, 24 aprile 2015
Ad accendere nuovamente i riflettori sulla situazione delle carceri della regione il Fns Cisl Lazio. La Casa circondariale d via Aspromonte tra quelli che soffrono di più: 149 i detenuti presenti a fronte dei 76 previsti. Continua a preoccupare la situazione delle carceri della regione: ad accendere nuovamente i riflettori sul fenomeno del sovraffollamento, di cui da tempo soffre anche la casa circondariale di via Aspromonte a Latina, è ancora una volta Massimo Costantino, segretario generale aggiunto Fns Cisl Lazio.
Secondo il dato del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) i reclusi presenti nei 14 istituti del Lazio risultano essere alla data odierna 5.786 (672 in più rispetto ai 5.114 posti disponibili) di cui 412 donne e 5.374 uomini.
Gli istituti che soffrono maggiormente il sovraffollamento, illustra Costantino, oltre a Latina dove ci sono 73 detenuti in più (in totale 149 sui 76 previsti), anche Cassino - detenuti regolamentare previsti 203, presenti 213 (+10); Civitavecchia - detenuti regolamentare previsti 344, presenti 456 (+112); Frosinone - detenuti regolamentare previsti 310, presenti 492(+182); Ccf Rebibbia - detenuti regolamentare previsti 263, presenti 351 (+88); NC Rebibbia - detenuti regolamentare previsti 1.235 presenti 1.525 (+290); Regina Coeli - detenuti regolamentare previsti 642, presenti 918 (+276); Velletri - detenuti regolamentare previsti 408, presenti 539 (+131). "Le problematiche che investono gli istituti di pena sono estremamente critiche - continua Costantino. Il ministro Orlando si dimentica delle questioni che riguardano il personale della polizia penitenziaria e della dirigenza.
Per la Fns Cisl Lazio la condizione del personale ed il malessere in tutte le sedi di servizio non può essere trascurato dal Governo ed in particolare dal ministro Orlando: è grave e superficiale immaginare che gestione delle carceri possa essere fatta senza misure volte a migliorare il benessere del personale che sinora in silenzio ha lavorato in condizioni proibitive ed in turni massacranti senza avere la speranza di un cambiamento ed un miglioramento complessivo delle proprie condizioni. Non è accettabile - conclude - che la politica guardi solo alle problematiche certamente reali e delicate dei detenuti e trascuri chi opera con abnegazione e sacrificio per garantire un livello possibile di servizio di sicurezza nelle carceri italiane".
Ristretti Orizzonti, 24 aprile 2015
"Un detenuto della Casa Circondariale di Cagliari-Uta, ricoverato nel Centro Clinico, dopo essere stato inviato dai Medici del carcere in Ospedale per una patologia sospetta, è stato rimandato nell'Istituto Penitenziario con la prescrizione di un più approfondito esame ecografico. Un episodio sconcertante considerando che il cittadino privato della libertà presenta un quadro clinico piuttosto complesso con una cirrosi epatica e problemi psichiatrici".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", sottolineando "la necessità di una maggiore collaborazione tra i Nosocomi e il Centro Diagnostico del carcere in considerazione anche della indispensabile mobilitazione di una scorta".
"È opportuno ricordare - osserva Caligaris - che i Medici Penitenziari chiedono l'intervento dei colleghi ospedalieri quando la situazione di un detenuto appare preoccupante e si rende indispensabile il supporto multidisciplinare. Nel caso specifico, un ristretto di 45 anni, originario di Guasila (Cagliari), la situazione è stata considerata particolarmente delicata soprattutto per un rigonfiamento testicolare di cui non è stato possibile individuare la causa".
"Il sospetto che si possa trattare di una patologia complessa e grave - evidenzia la presidente di SDR - ha indotto i Medici del carcere a richiedere un'analisi più approfondita ma l'esito dal quale si riteneva poter ottenere chiarimenti è risultato nullo. È evidente che una stretta collaborazione tra le Istituzioni potrebbe evitare simili riscontri che non favoriscono il clima di fiducia tra gli operatori della salute e i cittadini, soprattutto quando si tratta di persone private della libertà".
Il Velino, 24 aprile 2015
Un agente della Polizia penitenziaria aggredito in carcere a Torino. Lo rende noto il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. "Ogni giorno è un bollettino di guerra - commenta il Segretario Generale del Sappe Donato Capece. Stamattina un detenuto del Marocco, 32 anni, ristretto per rapina, ha colpito a calci e pugni l'Agente della Polizia Penitenziaria di servizio nel Reparto detentivo. Non contento, lo ha ferito con una lametta alla spalla, al collo e alla testa, causando al poliziotto una copiosa perdita di sangue. L'Agente è stato condotto in ospedale, ma quel che è accaduto è un fatto gravissimo, che va stigmatizzato con forza. I nostri auguri vanno ovviamente al collega ferito ma il Ministero della Giustizia e l'Amministrazione Penitenziaria non possono tollerare che a Torino i poliziotti siano colpito, aggrediti, feriti da chi crede di poter fare in carcere tutto quel che vuole senza essere punito". Capece sottolinea che il fatto è avvenuto in una sezione detentiva del carcere "a custodia attenuata".
Poi il segretario del Sappe denuncia: "Altro che dichiarazioni tranquillizzanti, altro che situazione tornata alla normalità. I numeri dei detenuti in Italia sarà pure calato, ma le aggressioni, le colluttazioni e i ferimenti si verificano costantemente, con poliziotti feriti e celle devastate. Il ministro della Giustizia Orlando ed il Capo dell'Amministrazione Penitenziaria Consolo adottino con tempestività urgenti provvedimenti, a cominciare dalla sospensione della vigilanza dinamica delle sezioni detentive, provvedimento che ha favorito e favorisce questa ignobile e ingiustificata violenza facendo stare i detenuti fuori delle celle a non fare nulla tutto il giorno". Il Sappe torna infine a sollecitare "la dotazione di spray anti aggressioni ai poliziotti penitenziari, ogni giorno vittime di gravi fatti di violenza da parte di una fetta di detenuti che pensano di fare in carcere quel che vogliono. E questo è grave, scandaloso e pericolo. La violenza contro la Polizia Penitenziaria va repressa con la durezza delle leggi".
www.ilperiodicodibiella.com, 24 aprile 2015
Gli studenti del 2° e del 3° anno del Corso di Laurea del Servizio Sociale dell'Università di Torino con sede a Biella , hanno effettuato una visita guidata presso la Casa Circondariale di Biella, con il Professore di Diritto Penale e Penitenziario Giovanni Torrente e Perla Allegri.
Per tutta la durata dell'incontro sono stati accompagnati dal Direttore del Penitenziario Dr.ssa Antonella Giordano, dall'Ispettore Capo di Polizia Penitenziaria Carmine Caso e dal Funzionario Giuridico Pedagogico Letizia Feriozzi.
La visita formativa, che aveva l'obbiettivo di far conoscere da vicino la realtà detentiva, vissuta da molti detenuti, si è svolta nei padiglioni detentivi del vecchio e nuovo padiglione dell'Istituto Penitenziario. Gli studenti hanno potuto così confrontare "sul campo" i principi teorici appresi durante il Corso di Laurea con l'organizzazione dell'Istituto e le loro percezioni sul Penitenziario.
Hanno potuto così osservare i luoghi ove vengono svolte le varie attività dei detenuti a partire da quelle lavorative e formative: i laboratori artigianali, le aule scolastiche, gli orti e le serre, nonché vedere direttamente gli spazi destinati alla quotidiana vita detentiva; le camere e le zone ove i ristretti trascorrono le ore d'aria e di svago. L'incontro è stato un momento proficuo per i futuri Assistenti Sociali, che ha permesso di aprire alcuni spazi di riflessione sulle modalità e opportunità rieducative delle persone che si trovano nella condizione di privazione della libertà personale.
di Gianluca Esposito
www.unisob.na.it, 24 aprile 2015
"Con le biblioteche comunali accessibili ai detenuti si apre un nuovo fronte nell'impegno culturale del Comune di Napoli". Così Nino Daniele, assessore alla Cultura e al Turismo, ha descritto l'importanza del protocollo d'intesa firmato questa mattina con il Centro Penitenziario di Secondigliano e con la casa Circondariale di Poggioreale presso l'Emeroteca Tucci. Per l'occasione, a margine della giornata mondiale del libro e del diritto d'autore, la secolare struttura ha voluto donare 300 dei suoi volumi alle biblioteche pubbliche. "Oltre a mettere a disposizione dei detenuti i libri - ha voluto precisare Daniele - si dà inizio a un lavoro che si estende alla catalogazione, al prestito e alla formazione e che prevede il coinvolgimento attivo, oltre che del personale penitenziario, anche dei detenuti".
"È un'iniziativa che continua a consolidare l'appartenenza del carcere al territorio" dichiara Antonio Fullone direttore della casa Circondariale di Poggioreale. "La cultura e la lettura sono momenti importanti nel processo di rieducazione e socializzazione". Ed è proprio dalla rieducazione dei carcerati che passa il loro reinserimento in società. "Soltanto quando queste persone potranno desiderare qualcosa di diverso, vorranno vivere in maniera diversa" gli fa eco Liberato Guerriero direttore del Centro Penitenziario di Secondigliano. "E come possiamo suscitare questo desiderio? Avvicinandoli alla cultura, al libro, al film, al teatro".
Il protocollo, secondo un progetto del ministero della Giustizia, verrà sottoscritto da diverse carceri e diverse città italiane di cui "Napoli è stata la prima" conclude Claudio Flores, dirigente del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria della Campania.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 24 aprile 2015
Saggi. "Abolire il carcere" di Manconi, Anastasia, Calderone e Resta per Chiarelettere.
La privazione della libertà ha in sé qualcosa di innaturale. È evidentemente innaturale costringere una persona alla reclusione forzata. Oltre a essere innaturale è anche ingiusto, irragionevole, irrazionale, improduttivo, inefficiente, anti-moderno? Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta non si limitano a darne una risposta in Abolire il carcere. Una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini (Postfazione di Gustavo Zagrebelsky, Chiarelettere) ma vanno oltre e delineano una piattaforma pragmatica di abolizione del carcere. Sottraggono la prospettiva abolizionista al campo semantico dell'utopia e la inseriscono nel solco riformista del diritto penale minimo di Luigi Ferrajoli. Manconi, Anastasia, Calderone e Resta dunque provano a smantellare pezzo a pezzo l'orgia repressivo-carceraria speranzosi che attraverso un'operazione erosiva di tutte le asperità punitive si possa giungere all'abolizione del carcere stesso. Abolisci l'ergastolo oggi, cancella le misure di sicurezza domani e pian piano del carcere rimarrà ben poco.
L'abolizione del carcere viene così sottratta al campo degli abolizionisti del diritto penale e inserita all'interno del movimento per le libertà civili. L'abolizionismo - si racconta nel libro- negli ultimi due secoli ha vinto battaglie storiche il cui esito positivo era inimmaginabile a quei tempi: si pensi alle lotte contro la schiavitù, la pena di morte, l'apartheid. Guardando alla più recente storia italiana vanno ricordate la chiusura dei manicomi civili e degli ospedali psichiatrici giudiziari. Quest'ultima è vicenda dei giorni scorsi. Pertanto l'abolizione delle carceri diventa compatibile con il paradigma del diritto penale minimo di Luigi Ferrajoli, che ci ha insegnato che vanno minimizzati i reati e minimizzate le pene allo scopo di ridurre l'immissione di violenza nella società. Per gli autori, il punto è la modifica del sistema delle sanzioni, inventarne di altre e nuove nella consapevolezza che il carcere è un prodotto della modernità e che la post-modernità potrebbe consegnarci pene meno afflittive, meno disumane e più utili. È questa una prospettiva umanistica (con influenze filosofico utilitaristiche) di tipo social-liberale del tutto compatibile con l'attuale organizzazione del potere.
Alle domande sul perché, chi e come punire non si può rispondere in quanto esperti della micro-disciplina penalistica. Il diritto penale attiene alle scelte di democrazia di un Paese. Quelle domande richiedono risposte di tipo olistico. Il diritto penale ha a che fare con la sovranità dello Stato, con il modello sociale, fiscale ed economico prescelto, con la religione e l'antropologia. Non c'è ambito come quello penale e penitenziario dove gli Stati rivendicano in modo così forte la loro sovranità ritenendola intangibile. Quando il banchiere svizzero Jean-Jacques Gautier, nella metà degli anni Settanta del secolo scorso, decise di sostenere il movimento anti-tortura e a seguire la nascita di un organismo europeo istituzionale che avesse compiti ispettivi di tutti i luoghi di detenzione, le resistenze degli Stati furono tutte nel nome delle proprie prerogative e della propria sovranità punitiva. Ogni prospettiva abolizionista non può non tenere conto del rapporto tra pena e sovranità statuale. Manconi, Anastasia, Calderone e Resta non mettono dunque in discussione il diritto di punire dello Stato sovrano ma le modalità della punizione stessa.
Quarant'anni fa, mentre in Italia si approvava in Parlamento la prima legge penitenziaria dell'era repubblicana, alcuni criminologi del nord Europa mettevano invece in discussione lo stesso diritto di punire sostenendo l'illegittimità del diritto penale. Louk Houlsman e Nils Christie sono considerati i padri fondatori dell'abolizionismo penale che non è abolizione del carcere ma rinuncia all'intero sistema sanzionatorio criminale. "Il crimine non esiste" scriveva Christie, è un artificio umano. Quella proposta, nel momento stesso in cui metteva in discussione l'ontologia del diritto di punire da parte dello Stato, si andava a configurare come un'opzione politica (e non solo giuridica) anti-statuale con influenze marxiste, cristiane e anarchiche. Manconi, Anastasia, Calderone e Resta, invece, ritengono che si possa abolire il carcere senza mettere in discussione l'attuale assetto politico-istituzionale.
Su un punto però vorrei aprire un dialogo con gli autori. I risultati abolizionisti nel campo delle libertà civili sono sempre stato il frutto della lotta politica di movimenti sociali e politici. Alle tante citazioni cinematografiche presenti nel libro ne aggiungo una. In 12 anni schiavo Steve McQueen ci racconta i dodici anni che Solomon Northup visse in condizione di schiavitù prima di diventare un'icona del movimento anti-schiavista. Oggi non esiste un vero e proprio movimento anti-carcerario dentro cui collocare la forza di una storia o di una biografia.
E non esiste forse perché c'è il timore che l'abolizione del carcere rischi di portare - in mancanza di una società coesa e solidale - a un ritorno alla vendetta privata. Sono certo che non mancherà da parte degli autori occasione per una loro risposta. Il libro si apre con una citazione di Belen Rodriguez che a parole sue spiega l'inutilità della pena carceraria nei confronti di Fabrizio Corona. Io ricordo agli autori invece che Franco Califano ha scritto molti dei suoi testi in carcere e che lo stesso Califano ha detto in un'intervista che è "meglio il carcere del collegio". Dunque il carcere avrebbe una sua utilità. Tra Belen e il Califfo ai lettori l'ardua scelta.
di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 24 aprile 2015
Consiglio europeo straordinario. Un minuto di silenzio per i morti, ma Frontex resta il solo orizzonte. Più finanziamenti per Triton e Poseidon, maggiore presenza militare nel Mediterraneo. Gli europei discutono su come scaricarsi il "fardello" e non applicano la direttiva del 2001 sulla "protezione temporanea". Il precedente di Atalante, missione contro i pirati somali. Il modello Australia
Navi da guerra, portaelicotteri, aerei arriveranno nel Mediterraneo per mettere ordine, per "smash the gangs", come ha riassunto con grande eleganza il britannico David Cameron. Ma gli "interventi mirati" per distruggere i barconi dei trafficanti, individuati come i soli responsabili dell'ecatombe umana dietro i quali la Ue tenta di nascondere le proprie responsabilità, restano un'ipotesi difficile da realizzare nei paesi di partenza, a cominciare dalla Libia, e potrebbero limitarsi ad azioni ex post, nei porti di sbarco europei. A Mrs Pesc, Federica Mogherini, è stato affidato il compito di trovare le vie legali per arrivare al sequestro e alla distruzione dei barconi dei trafficanti.
Il Consiglio straordinario sui migranti dei capi di stato e di governo della Ue si è aperto a Bruxelles con un minuto di silenzio in memoria dei morti del Mediterraneo. Sarà il solo momento in cui sono ricordati come esseri umani. Per il resto, i 28 hanno discusso per ore come scaricarsi il "fardello", senza cambiare di una virgola i criteri di Frontex, agenzia nata per difendere la fortezza Europa, come dice il suo nome.
I finanziamenti a Triton (al largo dell'Italia) e a Poseidon (al margo della Grecia) saranno raddoppiati: erano rispettivamente di 2,9 milioni al mese e 8 milioni l'anno (ma anche con il raddoppio non si raggiungerà l'investimento di Mare Nostrum). Misure "molto lontane dal nostro appello pressante a favore di operazioni di salvataggio di grande ampiezza", ha commentato Amnesty International, che ha firmato con una trentina di altre organizzazioni non governative un testo rivolto ai dirigenti europei e rimasto inascoltato.
Le conclusioni del vertice riprendono i dieci punti del programma di emergenza presentato dalla Commissione lunedì. Ma lo rivedono ancora al ribasso. Bisognerà aspettare maggio, per esempio, e altre proposte della Commissione, per vederci più chiaro sulla "reinstallazione" dei richiedenti asilo nei 28 paesi: comunque, l'offerta sarà solo "su base volontaria" e non dovrebbe riguardare più di 5mila persone, identificate dall'Onu come rifugiati (oggi nei campi in Libano, Giordania e Turchia). Non è in discussione un cambiamento di Dublino II, che prevede che sia il paese di primo arrivo ad aprire la pratica per il diritto d'asilo (cosa che incombe soprattutto su Italia, Grecia, Spagna, Malta e Cipro).
C'è una direttiva Ue del 2001, mai applicata, che prevede una "protezione temporanea" in caso di grave crisi, ma anche questo sembra troppo alla maggioranza degli europei. David Cameron, per esempio, che deve fronteggiare le elezioni il 7 maggio, ha subito fatto sapere che manderà 3 elicotteri e una nave (è già una svolta, prima non voleva neppur sentir parlare di ricerca e salvataggio), ma che comunque la Gran Bretagna non accetterà di ospitare rifugiati.
Nel 2014, come ha ricordato il presidente dell'Europarlamento Martin Schultz, ci sono state 626mila domande di asilo nella Ue, ma ne è stata accolta solo un'infima percentuale (a titolo di paragone, il Libano, che ha 5 milioni di abitanti, accoglie un milione di siriani). La Francia manderà due navi e un aereo, la Svezia (con la Norvegia) una nave.
La Germania, due navi. La Spagna e il Belgio accettano anch'esse di partecipare. La ministra della difesa italiana, Pinotti, sostiene di sapere dove si trovano i trafficanti, l'Italia spinge per operazioni mirate in Libia. Ma molti frenano, e molto probabilmente la distruzione dei barconi avverrà nei porti di sbarco europei. Per poter agire in Libia, principale stato di partenza, ci vuole l'accordo del "governo", ma, come ha sottolineato Hollande (riferendosi polemicamente al suo predecessore Sarkozy), quel paese "non è governato, è nel caos", tre anni e mezzo dopo l'intervento.
Ci vorrebbe un mandato Onu, ma qui l'Ue si scontrerebbe con un sicuro veto russo. Il precedente di Atalante, la missione Ue al largo della Somalia contro la pirateria, insegna: la missione era stata decisa nel 2008, ma le prime azioni sono arrivate solo nel 2011-12. Come ha riassunto un ammiraglio francese, Alain Coldefy: "cosa possiamo fare per contenere questo traffico con la forza? La risposta è semplice: niente". Rebecca Harms, co-presidente dei Verdi al Parlamento europeo, afferma che l'ipotesi di interventi mirati è un "senza senso, la missione di difesa e sicurezza comune significa militarizzazione della strategia Ue contro i migranti".
La Ue si lascia tentare dal modello australiano. Il premier, il conservatore Tony Abbott, vanta che negli ultimi 18 mesi ci sono stati "zero morti" al largo dell'Australia, grazie all'operazione "frontiere sovrane". Una campagna di informazione ("No way, you will not make Australia home") per scoraggiare le partenze, 908 baroni respinti nelle acque internazionali in 18 mesi, una spesa considerevole di centinaia di migliaia di dollari e per i migranti la sola possibilità di tornare da dove sono venuti oppure di andare in centri di detenzione off shore in "paesi partner": Camberra dà soldi a paesi come la Cambogia (40 milioni di dollari) o la Papuasia Nuova Guinea perché accolgano i migranti che avrebbero diritto all'asilo (l'Australia ha firmato la convenzione internazionale del 1951). La Ue, difatti, cerca "partner" in Africa che si facciano carico dei migranti.
di Pippo Civati, Marco Revelli
Il Manifesto, 24 aprile 2015
Il costo dell'operazione Mare Nostrum è stato di 115 milioni di euro, così dicono le stime più realistiche. Un costo che, se a maggior ragione fosse affrontato dall'Europa nel suo complesso, sarebbe una goccia nel mare dei bilanci: 2 euro all'anno per ogni italiano, 20 cent per ogni europeo. Perché ci si indigna così tanto? Perché si resiste così ottusamente "in alto", nelle Cancellerie europee? Ma soprattutto perché si mugugna con rancore "in basso", nelle nostre periferie in sofferenza?
Perché c'è un problema di povertà e di eguaglianza. Perché i poveri italiani (ed europei) si sentono abbandonati e come spesso capita nel mondo guasto in cui viviamo i poveri se la prendono con chi è più povero di loro. Tanto più se l'unica voce "politica" che parla loro è quella degli imprenditori politici dell'odio e del rancore, che anziché risolvere i loro problemi li usano per incassare voti.
Prima gli italiani è lo slogan della destra da anni: prima si sistemano gli italiani, poi ci si occupa degli altri. Il punto è però: chi si occupa dei poveri, di chi non ce la fa, di chi è più esposto alla globalizzazione in tutte le sue forme? Quando si propone il reddito minimo, quando ci si interroga sulla sede delle decisioni, sulla regolamentazione del capitalismo finanziario (pagano le tasse anche i poveri mentre le multinazionali possono tranquillamente non farlo, per dirne una, come Roberto Saviano scriveva su Repubblica del 21 aprile, dichiarando fallimentare il semestre europeo guidato dall'Italia in relazione al tema del flusso delle persone e dei capitali), proprio questo si intende affermare.
Se non c'è sostegno al reddito per chi vive in Italia, anche le decine di euro destinate all'accoglienza dei profughi sembrano eccessive, anche il salvataggio in mare di donne e bambini diventa termine di paragone, al di là di ogni umanità. Quando si tratta di cambiare la politica, a cominciare dalla politica estera, si parla proprio di questo: del resto, non era presentato Mare Nostrum come un fiore all'occhiello della politica estera italiana? Non era certo il paradiso, ma almeno si moriva di meno.
Perché nell'anno di Expo non si è insistito in quella direzione? Perché non si fa guerra alla fame? Chiamare "schiavisti" gli "scafisti" è certamente forte. Ma non preciso. Dà l'impressione che col fare la guerra a loro si combatta la schiavitù. Anzi, la si elimini. Ed è un imbroglio. Perché eliminare la schiavitù significa "liberare gli schiavi". Ed eliminati gli scafisti con le loro carrette del mare, quegli uomini e quelle donne che, disperati, sono disposti a tutto pur di attraversare il mare, non saranno liberi. Saranno più disperati e più schiavi di prima. Schiavi della guerra, della fame, della morte.
Cancellare il mezzo e chi lo adotta in modo criminale non risolve quella volontà e le ragioni che li portano a sottoporsi alla violenza. A ben guardare, chi assiste quasi impassibile siamo proprio noi. Sono i nostri governi. Le facce di pietra che dopo qualche secondo di cordoglio, appena il tempo di un comunicato stampa, poi, a Bruxelles, di fronte a una tragedia immane, non sanno far altro che mettere mano alla pistola, e in misura infima al portafoglio (sulla coscienza mai), programmando azioni militari che, a detta di chiunque un poco se ne intenda, sono pura idiozia. Quando l'unica soluzione sarebbe l'apertura di corridoi umanitari, come accade per ogni catastrofe bellica.
Si presentano come novelli Lincoln, ma chi non affronta il problema sono proprio i cultori di una politica dell'egoismo e dell'autoreferenzialità, sono i sacerdoti di un'austerità che depreda in basso e accumula ricchezza in alto. I custodi di un dogma fallito che riduce in povertà persone e popoli (la Grecia insegna). Rompere con quella logica è un impegno etico e politico. Per farlo, però, dobbiamo pensare ai profughi in mare e ai profughi sociali, buttati fuori dalla barca del lavoro e del reddito, in un mare di precarietà. Nello stesso momento. Ora.
di Leone Grotti
Tempi, 24 aprile 2015
Un servizio del Guardian sui profughi eritrei spiega bene perché i migranti non smetteranno mai di accalcarsi sulle sponde libiche: "Se muoio in mare, almeno non sarò torturata". Fino a quando ci saranno persone che condividono la stessa esperienza di Sofia, i migranti non smetteranno mai di accalcarsi sulle coste libiche per tentare la traversata del Mar Mediterraneo verso le coste europee: "Io ho due scelte: una è morire, l'altra vivere. Se muoio in mare, non è un problema: almeno non verrò torturata".
Sofia viene dall'Eritrea, ha diritto all'asilo politico ed è una delle poche fortunate ad essere riuscita a fuggire dal regime africano per stabilizzarsi al Cairo, in Egitto. Ma anche se ha evitato un viaggio disperato su un barcone, la sua vita è un inferno: "Qui rischio di essere deportata. Se ti vuoi registrare come rifugiato con l'agenzia dell'Onu (Unhcr), ti danno un appuntamento per il 2017. Ma chi può permettersi di aspettare così tanto?", spiega al Guardian. "Meglio tentare la traversata. Qui non hai un destino: non puoi avere un'educazione (l'accesso alle scuole è vietato, ndr), non puoi avere un lavoro, non puoi aiutare la tua famiglia. Ogni giorno non fai altro che chiedere aiuto. Ma se vai in Europa almeno, a un certo punto nel futuro, avrai una nazionalità e sarai un essere umano".
Un altro migrante, Bayin Keflemekal, spiega: "Noi non vogliamo salire sulle barche. Se il governo libico o l'Onu ci aiutassero, tenteremmo qualcos'altro. Ma se il governo non ci aiuta, l'Onu non ci aiuta, se nessuno ci aiuta, i trafficanti sono la nostra unica possibilità. Siamo come sospesi nell'aria".
Il secondo gruppo più consistente di migranti è rappresentano dagli eritrei. Se solo l'anno scorso quasi in 40 mila hanno chiesto asilo politico, ma quelli scappati dal regime sono molti di più, c'è un motivo. Racconta ancora Sofia: "In Eritrea hai paura anche di parlare con la tua famiglia. La persona di fianco a te al bar potrebbe essere una spia che controlla quello che fai. La gente scompare nel nulla ogni giorno". Come una sua amica, che cominciò a parlare in un bar con un uomo, che poi si rivelò essere un membro dell'ambasciata libica: "Stavano solo chiacchierando del più e del meno. Ma hanno detto che la mia amica era una spia e gli stava passando informazioni. Non sappiamo cosa le sia successo. Oggi è ancora in carcere. Un giorno mi hanno detto che era stata ricoverata in ospedale con la pressione alta ma avevo così paura di essere arrestata, che non sono andata a visitarla".
In quanto a repressione, nel mondo solo la Corea del Nord batte l'Eritrea. Lo Stato dell'Africa orientale è guidato dal presidente Isaias Afewerki, che governa da quando Asmara ha ottenuto l'indipendenza dall'Etiopia nel 1993. La repressione è costante, il regime di polizia onnipervasivo. Spiega Elsa Chyrum, attivista eritrea: "Non c'è libertà di parola, non c'è libertà di espressione, non c'è libertà religiosa.
Abbiamo più di 300 carceri nel paese e la gente non ha niente da mangiare". La leva militare può durare per un periodo indefinito e c'è chi ha passato più di 30 anni in caserma. "Ci sono figli che non hanno mai conosciuto i loro padri, rapiti dallo Stato con la coscrizione a vita. Intere famiglie sono spezzate. Persino chiedere la carità è proibito. E allora cosa fanno i bambini, che non vogliono fare una vita da miserabili come i loro padri? Scappano via. Tutti scappano via. Qualcuno si stupisce?".
di Michela Suglia
Ansa, 24 aprile 2015
Una cella di due metri per due senza bagno e addosso lo stesso vestito per quattro mesi. Accanto, detenuti bastonati, torturati o violentati e una domanda che le bucava la mente: quando capiterà a me? A Mirra, figlia di una famiglia del Congo bene che ora ha 35 anni, non è successo. Ma quell'incubo vissuto in un carcere congolese si chiama tortura psicologica.
A riconoscergliela in Italia è stata la commissione che le ha concesso il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria. Vale per chi rischia la vita o la tortura se tornasse nel proprio paese, pur non avendo subito una persecuzione personale, e si rinnova ogni 3 anni. Con quelle cicatrici oggi Mirra vive da rifugiata in una stanza in affitto fuori Roma.
È una delle persone accolte dal Centro Astalli, servizio dei gesuiti per i rifugiati: una porticina discreta tra i palazzi storici del centro di Roma dove l'anno scorso - segnato da un boom di richieste di asilo, il 143% in più - ne sono passate 21 mila, 556 quelle con torture certificate. Le quattro pareti di Mirra costano 100 euro. Tanto può permettersi, facendo la badante a 500 euro al mese. "Non mi importa di mangiare pasta tutti i giorni - racconta - ma almeno posso mandare dei soldi ai miei figli".
Hanno 14 e 19 anni, sono laggiù e da tempo cerca di portarli in Italia. "Mi faccio bastare quello che ho, per fortuna e per l'educazione che ho avuto". Il copione in realtà sembrava un altro: con un padre geologo che lavorava per una multinazionale, anche lei come i sei fratelli avrebbe studiato e si sarebbe laureata.
"Ho avuto una vita normale fino a 11 anni, poi è cominciato il mio caos". Chiama così la guerra etnica scoppiata negli anni '90 nel Congo del dittatore Mobutu. Mirra si è trovata dalla parte 'sbagliatà, bersaglio di ostilità e persecuzioni fino al ritorno forzato nella provincia di origine del Kasai e poi la morte del padre. Affidata a un zio che era un pastore evangelico e si batteva per i diritti umani, è finita in una retata e arrestata. "In carcere vedevo violenze e fame - ricorda -. Ero spaventata da un carceriere che aveva attenzioni particolari nei miei confronti, temevo volesse violentarmi". Invece era il suo angelo custode che, seguace della chiesa dello zio, l'ha fatta scappare affidandola a un uomo.
"Abbiamo corso tutta la notte, la mattina mi ha portato all'aeroporto con documenti falsi. Siamo arrivati a Fiumicino, poi in treno a Termini. Lì mi ha detto: Adesso devi salvarti da sola". Era novembre del 2003. Poco dopo, grazie ad alcuni connazionali, ha bussato al Centro Astalli.
"Mi hanno detto che potevo chiedere l'asilo, non sapevo nemmeno cos'era. Sono stata una settimana in fila davanti alla questura in attesa del mio turno per fare la richiesta". Ma la salvezza era ancora lontana: "Per due anni sono stata in cura psichiatrica – aggiunge. Non sono cose facili da elaborare. Ti salvi la pelle ma non sai cosa ti aspetta qui e cosa succede alla tua famiglia. A lungo non vivi". Dopo quasi un anno dalla richiesta, ha avuto la protezione sussidiaria.
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