di Gabriele Ventura
Italia Oggi, 16 marzo 2015
La circolare di via Arenula che detta le regole al personale. Il ministero della giustizia detta le regole sull'uso dei social network al personale dell'amministrazione penitenziaria. Con una circolare del 20 febbraio scorso, via Arenula ha infatti fornito "precisazioni sull'uso dei social network da parte del personale dell'amministrazione penitenziaria", per evitare il rischio di rivelare informazioni sensibili che possono mettere a repentaglio la sicurezza della stessa amministrazione. Social come i giornali.
Il ministero, anzitutto, assimila i mezzi di diffusione del pensiero dei social network, come Facebook, Twitter, WhatsApp, blog, chat e forum di discussione, alle dichiarazioni rese dal lavoratore a mezzo degli strumenti tradizionali di comunicazione pubblica del pensiero (giornali, radio, televisione).
Quindi, ricorda al personale che il diritto di manifestazione del pensiero e di critica in costanza del rapporto di lavoro soggiace a determinati limiti, esplicitazioni dei doveri di fedeltà, di riservatezza ed adesione ai valori ed alla missione istituzionale dell'Amministrazione, che incombono al lavoratore in quanto deducibili nella prestazione lavorativa medesima, attinenti a: continenza verbale, continenza sostanziale (verità dei fatti), rilevanza sociale delle dichiarazioni, rispetto allo status del dichiarante e alla sua platea di riferimento.
La deontologia. Secondo la circolare, inoltre, dato che il "profilo privacy" scelto e adottato dal lavoratore consente la visualizzazione dei suoi "post", commenti, video e foto, anche a una cerchia di utenti aperta e indeterminabile, il dipendente, qualora violi la riservatezza e procuri danno all'immagine, alla continuità e alla regolarità dell'azione dell'amministrazione, soggiace a valutazioni di ordine deontologico e ad azioni di responsabilità disciplinare.
A questo proposito, il ministero richiama i doveri cui sono tenuti i dipendenti pubblici, contenuti nei codici deontologici di ciascuna categoria professionale. Ovvero: il Dpr n. 62/2013, recante il codice di comportamento dei dipendenti pubblici, a norma dell'articolo 54 del decreto legislativo 30 marzo 2001, numero 165. Tra cui, l'art. 2, comma 3. "Il dipendente non usa a fini privati le informazioni di cui dispone per ragioni di ufficio, evita situazioni e comportamenti che possano ostacolare il corretto adempimento dei compiti o nuocere agli interessi o all'immagine della pubblica amministrazione".
Altra disciplina di riferimento è il decreto del presidente della repubblica n. 82/1999, recante invece il regolamento di servizio del Corpo di polizia penitenziaria, all'art. 10: "Il personale del Corpo di polizia penitenziaria ha in servizio un comportamento improntato a professionalità, imparzialità e cortesia e mantiene una condotta irreprensibile, operando con senso di responsabilità ed astenendosi altresì da comportamenti o atteggiamenti che possono recare pregiudizio al corretto adempimento dei compiti istituzionali". Infine, la circolare richiama la raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa del gennaio 2006 sulle regole penitenziarie europee.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 16 marzo 2015
Giusti, ex gip di Palmi, viveva da solo e con l'obbligo di dimora. Arrestato due volte, aveva avuto una prima condanna a quattro anni.
Si è tolto la vita impiccandosi. Lo hanno trovato appeso ad un finestrone, morto da diverse ore. Giancarlo Giusti, 48 anni, ex giudice reggino, aveva già tentato di uccidersi. Nel carcere di Opera lo avevano salvato i secondini. Nella sua villetta di Montepaone, dove aveva l'obbligo di dimora, nessuno invece ha avuto la possibilità di soccorrerlo. Viveva da solo, con il peso di una condanna definitiva a quattro anni di reclusione che gli era stata inflitta dalla magistratura milanese e l'angoscia di una nuova inchiesta catanzarese.
Un magistrato che, secondo i magistrati lombardi e calabresi era al soldo dei clan della 'ndrangheta. Uno che, dicono le accuse, si faceva pagare a suon di decine di migliaia di euro oppure con escort e cene in hotel di lusso. Giusti si è impiccato da semi libero, beneficio che gli era stato concesso proprio per le sue condizioni psicologiche, legate a un primo tentativo di suicidio del settembre del 2012.
È stato trovato morto ieri mattina da un parente, allarmato per il fatto che non lo sentiva da alcuni giorni. Sarà l'autopsia a stabilire esattamente data e ora del decesso. A Montepaone vive anche una sorella di Giusti, dalla quale era stato accolto per il periodo in cui era agli arresti domiciliari e dopo che si era separato dalla moglie.
Chiamati a intervenire nella prima mattinata, i carabinieri del Reparto operativo di Catanzaro e della Compagnia di Soverato non hanno potuto che constatare il decesso. Giusti non ha lasciato alcun biglietto per spiegare i motivi del suicidio e, tuttavia, era noto come le inchieste sul suo conto lo avessero letteralmente sconvolto. Era stato arrestato una prima volta nel 2012 nell'ambito di un'inchiesta condotta dalla Dda di Milano sul clan dei Lampada.
L'antimafia aveva scoperto che veniva utilizzato per avere informazioni su eventuali inchieste in corso. Dopo l'arresto venne immediatamente sospeso dalle sue funzioni per decisione del Csm. Da quella prima indagine emersero, in particolare, i presunti rapporti tra Giusti e il boss Giulio Lampada che organizzava per lui festini a base di sesso. Fu proprio durante un colloquio telefonico, intercettato dagli inquirenti che Giusti pronunciò una delle frasi che lo inchiodarono poi al processo: "Tu non hai capito - disse - chi sono io... sono una tomba, peggio di... ma io dovevo fare il mafioso, non il giudice".
Dopo l'arresto e la condanna a quattro anni di reclusione in primo grado, divenuta definitiva la scorsa settimana, Giusti tentò di suicidarsi nel carcere di Opera dove venne salvato miracolosamente. Non si è mai detto colpevole. Durante un'intervista a Klaus Davi ammise solo di "essere stato leggero".
Spiegò così il suo rapporto con il boss: "Mi pento di aver infangato la toga, ma non sono un corrotto. Con Lampada c'era un rapporto affettivo, amicale. Gli volevo bene, lo consideravo una persona da abbracciare, un confidente. Ho sbagliato ad accettare donne e cene, ma non gli ho mai concesso nulla in cambio".
E ancora: "La mia è stata una debolezza dovuta al momento terribile che stavo attraversando per la mia separazione. Sono stato stupido. Anche se presi informazioni per mezzo delle forze dell'ordine e di persone vicine ai servizi citate nel processo con nome e cognome, nessuno mi disse mai nulla. È stato un errore molto grave il mio, ma sono stato condannato ingiustamente".
Nel febbraio del 2014 a carico di Giusti fu emessa una nuova ordinanza di custodia cautelare, questa volta su richiesta della Dda di Catanzaro. In questo caso l'accusa a carico di Giusti era quella di avere ricevuto 120mila euro per favorire, nella qualità di giudice del Tribunale del riesame di Reggio Calabria, la scarcerazione di tre elementi di spicco della cosca Bellocco della 'ndrangheta. Fatto che gli era costata l'accusa di corruzione in atti giudiziari, aggravata dal fatto di avere agevolato una cosca di 'ndrangheta. Per l'inchiesta che aveva portato al secondo arresto di Giusti si attendeva adesso la sentenza da parte del Tribunale di Catanzaro. Sentenza che non sarà più emessa.
di Francesca Brunati
Ansa, 16 marzo 2015
Spunta l'ipotesi di una eventuale richiesta di rito abbreviato condizionato nella strategia difensiva di Giuseppe Bossetti, il muratore bergamasco accusato dell'omicidio di Yara Gambirasio, la ragazzina di 13 anni scomparsa il 26 novembre 2011 a Brembate Sopra e ritrovata morta tre mesi dopo, tra le sterpaglie in un campo di Chignolo d'Isola.
A ventilare la possibilità di un cambio di rotta nella linea difensiva finora orientata a un processo davanti alla Corte d'Assise, è lo stesso legale del carpentiere, l'avvocato Claudio Salvagni, in vista dell'attesa richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm bergamasco Letizia Ruggeri. "Quello che mi sento di escludere è una richiesta di giudizio abbreviato secco - ha sottolineato.
Anche se è prematuro dirlo con certezza, l'abbreviato condizionato è una possibilità che potremmo prendere in considerazione dopo aver studiato le tantissime carte depositate dalla Procura". Procura che, già la prossima settimana, è pronta a chiedere al gup il processo per Bossetti. E questo perché, come prevede la legge, il 18 marzo scadono i 20 giorni dalla notifica dell'avviso della chiusura dell'inchiesta, termine entro il quale l'indagato può chiedere un interrogatorio, una integrazione di indagine, depositare memorie, produrre documenti o quant'altro.
Qualora non venga presentata alcuna istanza o documentazione, a partire dal 21esimo giorno, in teoria, il pubblico ministero può inoltrare la richiesta di rinvio a giudizio o, ma non è questo il caso, di archiviazione. "Stiamo valutando cosa fare - ha spiegato ancora Salvagni. Abbiamo tempo ancora due giorni. Dobbiamo prima finire di leggere gli atti e poi decideremo".
Qualunque sia la data della richiesta di giudizio, l'udienza preliminare, a meno che la difesa non scelga il rito alternativo, dovrebbe quasi certamente concludersi entro metà giugno. Intanto Bossetti, che nei giorni scorsi si è visto respingere per l'ennesima volta la richiesta di scarcerazione e per il quale da domani si aprirà un periodo cruciale, in una lettera inviata al Qn si sfoga: "Il carcere, che tu sia innocente o colpevole, è sempre e comunque un inferno", ha messo nero su bianco, raccontando di trascorrere le giornate dormendo, giocando a carte e davanti alla tv, dove "vedo la mia faccia (...) ogni ora di ogni giorno, vedo mia moglie e i miei figli assediati dai giornalisti, vedo mia madre insultata per strada (...).
Cosa mi conforta? Nulla! Nemmeno l'amore della mia famiglia..." "Credetemi - ha aggiunto - non ho alcuna fede al momento, non ne ho nella giustizia che si è dimostrata ottusa, non ne ho negli uomini, che si sono dimostrati senza cuore, e non ne ho nella preghiera, che per ora si è dimostrata inutile". E poi la chiusura: "Ho solo fede in me stesso e nella mia assoluta verità".
Il muratore, in più passaggi, ha ribadito la sua innocenza e, rivolgendosi a mamma e papà Gambirasio, ben sapendo che la "loro sofferenza è grande", ha domandato : "E cosa posso dire ora ai genitori di Yara?. Nulla! Perché solo se io fossi il colpevole potrei dirgli qualcosa ma io non li conosco, non so chi fosse Yara".
di Stefano Cecconi (Comitato Stop Opg)
Ristretti Orizzonti, 16 marzo 2015
Dopo quello dell'1 marzo, eccomi al secondo giorno di digiuno per chiudere gli Opg, come abbiamo detto: senza proroghe e senza trucchi.
Quanto alle proroghe è possibile farcela: "nessuna deroga alla data del 31 marzo fissata per la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e anzi commissariamenti per le regioni inadempienti", queste le ultime dichiarazioni del Ministro Lorenzin e del sottosegretario De Filippo, che dunque lasciano ben sperare. Anche se ancora troppi sono gli internati a 15 giorni dalla scadenza.
È evidente che serve un rush finale, con un impegno e una collaborazione ben più forti tra Regioni/Asl e Magistrature. Perché sappiamo che l'aumento degli ingressi in Opg (inquietante sia avvenuto proprio in queste settimane in barba alla legge 81 che privilegia misure alternative) e le mancate dimissioni, dipendono dalle scelte della Magistratura, e dalla scarsa o assente collaborazione con i servizi delle Asl. Ma ad evitare la proroga (a far scattare i commissariamenti) ce la possiamo fare.
Invece preoccupano i possibili trucchi dopo il 31 marzo: ad esempio sostituire i vecchi Opg con le nuove Rems. Per questo abbiamo detto che la "fase transitoria", accettabile pur di chiudere gli Opg, deve essere funzionale alla drastica riduzione delle stesse Rems, non come soluzione in attesa di costruire quelle nuove. Perché il numero di persone cosiddette "non dimissibili" - secondo i dati delle Relazioni governative - è di gran lunga inferiore al numero dei posti Rems. E poi con le Rems si apre un altro problema: agli operatori dei servizi non possono essere richieste funzioni di "custodia" (come era al tempo dei manicomi) ma solo di cura.
Ma il "trucco dei trucchi" è lasciare aperto Castiglione delle Stiviere: un manicomio in piena regola, dove si pratica di norma la contenzione, come afferma placidamente in diretta Rai il direttore Pinotti. Se resta aperto Castiglione non si chiude la stagione degli Opg, anzi questo rischia di diventare un insidioso modello per altre regioni. Basta guardare alla pessima scelta di Piemonte e Liguria di internare nelle Rems dentro Castiglione i loro "pazienti", invece che curarli nel territorio di appartenenza. In tempi di crisi, oltretutto, è uno spreco di risorse pubbliche finanziare una costosissima struttura manicomiale invece che i servizi di salute mentale nel territorio.
E allora la mobilitazione di Stop Opg continua. Intanto per arrivare al traguardo del 31 marzo con una vittoria: nessuna proroga alla chiusura degli Opg. Già questa sarebbe una data storica. E poi per smascherare e scongiurare i trucchi: spostando il baricentro dalla logica manicomiale dell'internamento, alla cura delle persone nel territorio e nella comunità, come hanno insegnato le buone pratiche della legge 180.
Infine, abbiamo ben presente che bisogna cambiare i codici per chiudere il rubinetto che alimenta l'internamento in Opg (e in Rems); per mettere fine al trattamento speciale che mantiene il "folle reo" separato dagli altri cittadini, nel recinto del manicomio.
Dobbiamo dirlo con chiarezza: una persona che commette un reato andrà in giudizio, anche se folle, e se colpevole sconterà una pena, e se malato avrà diritto alla cura, come impone la Costituzione. Le misure alternative alla detenzione - previste dalla legge - servono proprio a garantire quelle cure che in carcere non sono possibili. Semmai è l'esecuzione della pena - oggi tutt'altro che con funzioni riabilitative ! - e le vergognose condizioni in cui sono spesso costrette a vivere le persone detenute a dover essere cambiate, come impongono le condanne della stessa Corte Europea dei diritti umani.
di Andrea Ciappi
La Nazione, 16 marzo 2015
Gli enti locali dell'Unione Empolese Valdelsa si stanno attrezzando. Lavori "di pubblica utilità" in Comune per scontare lievi pene. In principio sarà Montespertoli, ma poi lo 'strumento' sarà progressivamente utilizzato anche da tutti gli altri dieci comuni dell'Unione. Stiamo parlando della possibilità di far svolgere, in cambio dell'estinzione del reato, lavori di pubblica utilità a chi si trovi alle prese con lievi reati (che prevedono comunque pene inferiori ai quattro anni).
Questo strumento come viene appunto definito, possibile in virtù di una recente legge, ha avuto luce verde dalla giunta dell'Unione, ed è stato confermato in seguito a contatti con le varie amministrazioni. Diciamo che al momento le sole ad aver fatto il passo decisivo (in quanto poi le singole azioni sono delegate ai comuni) sono state quelle Mangani, a Montespertoli, che ha firmato l'apposita convenzione col Tribunale (come dettagliatamente spiegato su queste colonne dall'assessore al sociale Giulia Pippucci), e Cucini a Certaldo. Entro l'estate, firmeranno la convenzione anche gli altri Comuni. Ma se Montespertoli ha già le idee chiare almeno sul numero di 'addettì, tre in contemporanea, per il resto le giunte stanno vagliando quante persone far arrivare e in quali mansioni.
Il ventaglio è ampio: dal settore amministrativo a quello delle manutenzioni, sino a strade e giardini. Il lavoro di pubblica utilità (non retribuito, con assicurazione a carico della persona che deve scontare il reato), insomma, non manca. Detto di Montespertoli, a Castelfiorentino registriamo il preciso impegno del Comune ad avvalersi dello strumento, con però ancora tempi, numero di persone e mansioni da definire. A Montelupo (dove questo è un tasto assai sensibile anche per via della presenza dell'Opg, nonostante non vi siano correlazioni dirette), il sindaco Paolo Masetti ha precisato che è un'opportunità "interessante", e ne ha parlato nella riunione di giunta di giovedì.
A Capraia e Limite, il sindaco Alessandro Giunti ritiene che la convenzione col Tribunale sarà firmata, ma al momento, su questo fronte, l'orizzonte è ancora nebbioso: "No saprei quanti potranno arrivare né in quali ruoli. Bisogna riparlarne in giunta". Orizzonte invece più nitido a Montaione, dove il sindaco Paolo Pomponi afferma: "Utilizzeremo questa misura, per 3 o 4 addetti. Ci interesserebbero anche nel settore amministrativo. D'altronde, si è sempre più a corto di personale". Gli fa eco il primo cittadino di Gambassi Terme, Paolo Campinoti: "La convenzione ci interessa. Potremmo così contare su varie professionalità, anche se ancora dobbiamo vedere per quante persone e in quali mansioni".
Da quanto è stato possibile apprendere, dopo la riunione degli assessori al sociale dell'Unione, anche dalla patria di Leonardo, Vinci, e da quella di Isabella dè Medici, Cerreto Guidi, sarebbe arrivato l'assenso di massima all'uso dei lavori di pubblica utilità". Adesione anche da Certaldo, così come da Fucecchio. Anche da Empoli c'è un sì. "La convenzione con l'Ufficio esecuzione penale esterna per la messa alla prova penale è stata discussa nella giunta dell'Unione e approvata da tutti i sindaci. Ogni Comune adesso approverà e sottoscriverà la convenzione con l'Uepe".
www.genova24.it, 16 marzo 2015
È accaduto nel pomeriggio di ieri, la donna è stata defibrillata e poi trasportata in ospedale. Ha probabilmente tentato di togliersi la vita con una bombola di gas, ma è stata salvata dagli agenti di polizia penitenziaria. È accaduto ieri pomeriggio nel carcere femminile di Pontedecimo.
Poco prima delle 17, durante il giro della distribuzione delle terapie, una detenuta tossicodipendente è stata trovata esanime, in arresto cardiaco. Soccorsa da una poliziotta e da un'infermiera, è stata sottoposta a defibrillazione e poi trasportata in ospedale, dove non sarebbe in pericolo di vita.
"Nelle carceri liguri - ha spiegato Michele Lorenzo segretario ligure del Sappe - sono troppi gli eventi critici che fanno innalzare il livello di attenzione al quale è sottoposta la polizia penitenziaria. Siamo più volte intervenuti contestando la presenza delle bombolette di gas tipo campeggio che utilizzano i detenuti per poter cucinare. Queste bombolette rappresentano un pericolo sia perché possono essere utilizzate come mezzo infiammante e sia, come in questo caso, per simulare l'effetto allucinogeno. Non è il primo caso di soggetti che sono deceduti per eccesso di inalazione da gas e questa volta solo grazie al tempismo delle poliziotte si è evitato il triste epilogo".
www.tusciaweb.eu, 16 marzo 2015
Un poliziotto penitenziario è stato aggredito da un detenuto nella notte tra sabato e domenica nel carcere di Mammagialla a Viterbo. Il carcerato, un italiano sulla quarantina rinchiuso nei reparti giudiziari, era stato accompagnato in infermeria per essere curato dopo un malore.
Una volta arrivato, si sarebbe scagliato contro il poliziotto, rompendogli il naso con una testata. Tre giorni fa, inoltre, durante i controlli di routine, erano stati trovati all'interno del penitenziario, tre telefonini. Pare che uno appartenesse proprio al detenuto che ha aggredito l'agente.
L'episodio è stato duramente condannato da Danilo Primi della segreteria regionale dell'Ugl polizia penitenziaria. "A fronte di una diminuzione dei detenuti - dice Primi, con la sentenza della Corte europea, sono aumentati gli episodi di violenza verso i poliziotti.
Questo perché i carcerati, durante il giorno, hanno più ore di libertà e quindi la possibilità di ritrovarsi e stare a contatto. Litigano tra loro e discutono animatamente con sempre più frequenza. Manca la disciplina e l'incolumità degli agenti è a rischio continuo. Servono soluzioni, lo chiediamo da anni, ma non viene fatto mai nulla. Esprimo solidarietà al mio collega, perché certi episodi non dovrebbero mai accadere".
di Marta Ghezzi
Corriere della Sera, 16 marzo 2015
Uno slogan normale non avrebbe funzionato. Serviva qualcosa di forte. In grado di colpire. A maggior ragione se la posta in gioco è alta. San Vittore ha sette biblioteche interne e un patrimonio librario di 25 mila libri. Potrebbero sembrare tanti ma non è così.
Anche perché, nelle ultime settimane, i detenuti e i volontari hanno scoperto quello che numerosi operatori già sapevano: molti libri sono inutili. Illeggibili, inadatti, testi tecnici o superati, romanzi ottocenteschi. Libri che non mettono le ali, che non aprono gli occhi sul mondo, che non insegnano.
Per tradizione i milanesi hanno sempre regalato volumi al carcere. Da qui l'idea di ricreare un circolo virtuoso per far arrivare in piazza Filangeri nuovi volumi. Attuali e più vicini alle esigenze dei lettori. Libri presi dai cittadini, su suggerimento dei detenuti. L'Associazione Mario Cuminetti - pioniera dell'attività culturale nelle carceri - ha preparato un questionario che ha fatto circolare per conoscere le preferenze dei detenuti. È nato un elenco mirato, poi consegnato ad alcune librerie dove è possibile andare a prendere libri (elenco su bibliorete.org ). Ma mancava lo slogan. Che doveva essere d'impatto.
"È arrivato dopo una riunione con i bibliotecari. Simpatico e truffaldino: zanza un libro" spiega Paola Rauzi del gruppo Cuminetti. L'hashtag #zanzaunlibro è stato lanciato alla fiera Bookcity. Piccolo successo: 60 libri in un solo mese. Fra dicembre e gennaio la Casa della Carità l'ha ripreso, e altri 400 testi si sono aggiunti alla pila iniziale. L'iniziativa terminerà a giugno, i detenuti sperano che la generosità dei milanesi non sia già al capolinea.
"Una biblioteca ben fornita attira e diventa un importante luogo di confronto" dice Dario, habitué di quella del V raggio, lettore vorace alle prese con I quaderni del carcere di Gramsci. "Avvicinarsi alla lettura da adulti non è semplice - aggiunge Gianni - ci vuole l'autore giusto, che cattura. I contemporanei sono facili e immediati, si parte così".
Nel terzo raggio c'è la biblioteca centrale. "Quattordicimila volumi solo qui" spiega il bibliotecario Claudio (nome di fantasia). Ma c'è un problema. Non legato al genere o all'attualità. A San Vittore il 70 per cento della popolazione è straniera. Persone capaci di esprimersi in Italiano ma in difficoltà con lo scritto. L'appello di Claudio è accorato: "Comprate anche per loro. C'è fame di libri in rumeno, arabo, russo.
E poi dizionari bilingue e frasari". Il problema è avvertito anche all'ex penale, dove stanno i giovani, età compresa fra i 18 e i 25, con percentuali di stranieri che sfiorano il 90 per cento. Il bibliotecario John mostra la sezione in lingua, un unico ripiano, una decina di libri. Poi svela: "Qui comunque si legge: escono sette libri a settimana".
Al di là dell'iniziativa, le biblioteche di San Vittore, riorganizzate nell'ultimo anno, stanno diventano poli attrattivi. Gruppi di lettura, cineforum, corsi, incontri con scrittori. L'obiettivo finale è il collegamento a quelle comunali. Per fare arrivare i libri da fuori. Come già succede a Bollate e Opera. "Così il patrimonio librario diventa immenso - racconta il volontario Riccardo Mel. E il carcere diventa un luogo di cultura legato al territorio".
L'Arena, 16 marzo 2015
In occasione della ricorrenza della Festa della donna, Microcosmo ha pensato di dare vita ad un incontro di presentazione del progetto "Ri-genero. La forza di ricominciare", con una iniziativa che si è svolta venerdì sera, sostenuta dalle organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uli, dalla Consulta delle Associazioni Femminili e dall'assessorato alle Pari Opportunità del Comune, approvata dalla direzione del carcere. "Ri-genero" è il laboratorio fotografico condotto da Giovanna Magri, fotografa e docente dell'accademia di Brescia, all'interno del carcere.
Alla serata è intervenuta anche l'assessore ai Servizi Sociali Anna Leso che ha ringraziato non solo le operatrici ma anche, e soprattutto, le detenute: "Ci avete regalato la vostra fiducia, raccontandovi, e ci avete fatto sentire forte l'emozione, con la verità contenuta nelle vostre storie. Voglio ricordarvi che anche l'Amministrazione vi è vicina". Un grazie da parte delle detenute è andato alla direttrice del carcere Maria Grazia Bregoli: "Grazie per averci permesso di vivere questa esperienza, per noi così ricca. Speriamo che non sia l'ultima". "Quello che funziona bene, si deve ripetere", ha assicurato la direttrice.
Adnkronos, 16 marzo 2015
Non uno ma due incontri, a poche ore di distanza e in contesti assolutamente diversi tra loro. Il 21 marzo, giornata della visita pastorale di Papa Francesco a Napoli, sarà una giornata speciale per un gruppo di ragazzi del carcere minorile di Nisida.
Avranno infatti la possibilità di incontrare il Pontefice prima nel carcere di Poggioreale, dove parteciperanno al pranzo che il Papa ha voluto organizzare con i detenuti (saranno presenti anche delegazioni di carcerati provenienti da Secondigliano e dal penitenziario femminile di Pozzuoli), poi nell'appuntamento finale della giornata, quello sul lungomare partenopeo, dove Bergoglio incontrerà i giovani della città di Napoli, in quello che probabilmente rimarrà l'evento più rappresentativo della visita. Prevedibile l'emozione dei ragazzi per la possibilità di incontrare un Papa che, ricorda il cappellano del carcere don Fabio De Luca, "usa un linguaggio diretto alle persone che soffrono e ai giovani".
Non è un caso quindi che il Pontefice abbia dedicato almeno due delle diverse tappe della sua visita a quella marginalità che vuole toccare con mano, prima con l'arrivo a Scampia e poi con il pranzo del grande carcere di Poggioreale, che sarà sede dell'incontro con carcerati dei penitenziari della città, compresi quello minorile di Nisida e quello femminile di Pozzuoli. Un gesto che, dice all'Adnkronos don Fabio De Luca, "rappresenta la volontà del Papa di dire che c'è una possibilità di riscatto e di cambiamento".
"A Napoli - spiega il cappellano carcerario - c'è questa filosofia a volte fatalista, la mentalità del così deve andare, che spesso diventa una forma di deresponsabilizzazione. Spero che il Papa possa scardinare questo tipo di mentalità soprattutto nei giovani: fa soffrire che un ragazzo di 15 anni possa già pensarla così, pur avendo ancora la possibilità di decidere della propria vita e del suo futuro".
I ragazzi, svela don Fabio, ribadiranno al Papa l'invito a visitarli a Nisida, invito già lanciato sabato scorso quando due giovani carcerati hanno avuto l'occasione di incontrarlo a Roma; a Francesco hanno donato una stola realizzata nel laboratorio di sartoria del carcere, decorata da uno di loro già esperto tatuatore e ispirata alla cura del creato. Un regalo, spiega il cappellano, "molto gradito dal Papa". L'invito sarà quindi lanciato "anche se - scherza don Fabio - va bene pure che sia lui a invitare noi".
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