di Paolo Padoin
www.firenzepost.it, 8 gennaio 2015
Un antico proverbio dice che tutto il mondo è paese. La saggezza del detto dei nostri nonni è confermata da un articolo apparso sul giornale parigino "Le Monde" in tema di sovraffollamento delle carceri. Sembra di leggere gli articoli che impazzano periodicamente in Italia quando diversi ministri della giustizia, che si succedono nell'incarico, promettono di ridurre il numero delle persone ospitate nei nostri penitenziari.
Cosa dice in sostanza il quotidiano francese? Che il sovraffollamento delle carceri è ancora una realtà in Francia, anche se il numero di detenuti al 1° dicembre è risultato in calo in confronto all'anno precedente. Le prigioni transalpine denotano un tasso di affollamento del 116 %, secondo le ultime statistiche della Direzione dell'amministrazione penitenziari pubblicate a dicembre. Ecco i dati principali.
La Francia contava 67.105 detenuti contro i 67.738 dell'anno 2013, con una diminuzione dello 0,9%. Di questi 12.441 sono in soprannumero, visto che le prigioni francesi dispongono di soli 57.854 posti , dei quali 979 sono costituiti da materassi posti sul pavimento. La percentuale di sovraffollamento risulta quindi del 116 %. Ben 12.660 detenuti sono ospitati in stabilimenti situati à Paris e in Ile-de-France, dove la densità è pari al 139 %, quella maggiore.
Le prigioni amministrate dalla Direzione interregionale di Marseille, con 8.000 detenuti, vantano il secondo surplus carcerario, pari a una percentuale del 112,5 %. Alla stessa data erano ospitati in tutti gli stabilimenti francesi anche 686 minori, di cui 465 in custodia cautelare e 221 condannati. Questa cifra è pià bassa rispetto al dicembre 2013, quando la Francia contava 737 minori reclusi nei suoi penitenziari.
L'Italia, secondo le statistiche del Consiglio d'Europa, nel 2012 era risultata nella top ten dei paesi con il maggior numero di detenuti rispetto ai posti disponibili. A fronte di 66.271 detenuti esistevano 45.568 posti. C'erano dunque 145 carcerati per ogni 100 posti. Peggio dell'Italia solo la Serbia, con un rapporto di quasi 160 detenuti per ogni 100 posti. La Francia si classificava all'8° posto. Ma la situazione da noi è migliorata nel corso del 2014, tanto che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha potuto annunciare che: "Quest'anno si è affrontato con risultati importanti il sovraffollamento e siamo vicini alla chiusura della forbice tra detenuti e posti" che sono rispettivamente 54.050 e 49.494 (in due anni sono aumentati i posti). Nell'anno in corso, il 2015, l'obiettivo è quello di pareggiare posti e detenuti. Tenendo conto delle cifre la situazione francese è relativamente migliore di quella dell'Italia, anche perché occorre fare una considerazione supplementare. In Francia le leggi e i giudici sono molto meno di manica larga nei confronti dei delinquenti, per cui non molti la fanno franca. E in più politici, governi e ministri non fanno ricorso così di frequente a amnistie, indulti e depenalizzazioni come avviene nel nostro paese, per ridurre l'affollamento carcerario. Nel confronto quindi usciamo largamente perdenti sotto ogni profilo.
www.informazione.it, 8 gennaio 2015
Quattro detenuti sono stati condannati a morte e si trovano nel penitenziario di Wirogunan a Yogyakarta e sono in attesa dell'esecuzione, che avverrà entro la fine di questo mese. Il presidente può dare l'amnistia, ma da quando Jokowi è salito al potere ha sempre condannato. I quattro sono: Mary Jane Fiesta Veloso, Hardani, Khoirul Anwar e suo figlio, Yonas Revalusi.
Veloso è stato condannato a morte per il tentativo di far entrare in Indonesia 2.622 chilogrammi di eroina dall'aeroporto Adisucipto International Airport di Yogyakarta il 24 aprile 2010 e ha cercato l'amnistia da parte del presidente, ma non ha ancora ottenuto una risposta.
Hardani, un ex agente di polizia, Khoirul e suo figlio Yonas sono stati condannati a morte per lo stupro e l'omicidio di una studentessa di un liceo professionale in Yogyakarta nel 2013, anche loro hanno chiesto l'amnistia del presidente dopo che il loro appello è stato respinto dalla Corte Suprema.
Il capo della Legge e dell'Agenzia per i diritti umani in Yogyakarta, Endang Surdirman ha detto che in questa prigione ci sono quattro condannati a morte in attesa di esecuzione e sarebbe giusto che il presidente ripensasse alla legge e a punire in modo duro chi sbaglia, ma senza ricorrere alla pena di morte. Il Capo del penitenziario di Wirogunan, Zainal Arifin, ha detto che i quattro detenuti hanno sempre obbedito a tutte le attività quotidiane della prigione e sono stati autorizzati a frequentare la loro chiesa, professando la loro religione, Veloso è un cristiano, mentre gli altri tre sono musulmani.
Il Procuratore generale Prasetya ha recentemente dichiarato che il plotone di esecuzione avrebbe immediatamente eseguito la condanna a morte appena il presidente respingerà le richieste di amnistia fatte dai detenuti.
In questi giorni altri due condannati a morte, coinvolti in casi di droga, sono stati inviati in questo penitenziario e le esecuzioni in programma per il dicembre 2014 sono stati sospese per dare ai detenuti la loro ultima possibilità di presentare una revisione del caso o cercare l'amnistia da parte del presidente.
Il presidente Joko "Jokowi" Widodo, ha sempre rifiutato di dare l'amnistia per i crimini più gravi e per i casi di droga e ha recentemente ordinato l'esecuzione di diversi condannati a morte per far vedere la sua intolleranza verso questi detenuti.
www.ncr-iran.org, 8 gennaio 2015
La Resistenza Iraniana chiede all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e a tutti i difensori dei diritti umani di intraprendere un'azione urgente per salvare la vita del detenuto politico Ali Moezi. Moezi è stato trasferito sabato 3 Gennaio dagli aguzzini del regime teocratico, dalla prigione di Ghezel Hessar ad una località sconosciuta.
Il 12 Ottobre 2014, gravemente malato, invece di essere portato in ospedale è stato trasferito in isolamento nella prigione di Evin a Tehran e sottoposto a torture per due mesi e solo poche settimane fa è stato riportato nella sezione 209 della prigione. Nonostante la condanna a 5 anni di prigione per Ali Moezi stia per scadere, gli agenti del Ministero dell'Intelligence e della Sicurezza intendono ostacolare il suo rilascio creando nuove false accuse.
I suoi aguzzini hanno minacciato di condannarlo a morte o di aggiungergli altri 5 anni di prigione per il reato di propaganda contro il regime. Le autorità hanno ripetutamente minacciato Moezi, che è il padre di due membri dell'opposizione iraniana attualmente a Camp Liberty in Iraq, dicendogli: "Alla fine morirai di una morte lenta in prigione e non uscirai vivo dal carcere".
Ali Moezi, già detenuto politico negli anni 80, soffre di varie malattie tra cui una grave malattia renale e un'ostruzione intestinale causata da anni di carcere e torture. Nel 2009 è stato arrestato per aver fatto visita alle sue due figlie a Campo Ashraf e condannato a due anni di prigione, più tre anni di pena sospesa.
A giugno 2011 è stato arrestato per la terza volta per aver partecipato al funerale di Mohsen Dokmehchi, membro dell'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano che fu torturato a morte dato che gli venne negato l'accesso alle cure mediche. Ali Moezi ha sempre subito enormi pressioni, torture fisiche e psicologiche per il suo sostegno al Pmoi.
La Resistenza Iraniana condanna l'esecuzione di un detenuto politico curdo
La Resistenza iraniana porge le sue condoglianze ai familiari e agli amici di Saber Mokhled Mavaneh, il detenuto politico curdo giustiziato all'alba del 6 Gennaio nella prigione centrale della città di Orumiyeh. La Resistenza Iraniana chiede al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, al Segretario Generale dell'Onu, all'Alto Commissario Onu per i Diritti Umani e agli altri organi competenti di condannare questa esecuzione criminale.
Ribadisce inoltre la sua richiesta di presentare il dossier su questo regime criminale alla Corte Penale Internazionale, in particolare quello sull'esecuzione di circa 120.000 prigionieri politici. Saber Mokhled era stato arrestato a Luglio 2012 con l'accusa di "Moharebeh", "atti contro la sicurezza nazionale" e "collaborazione con i partiti politici curdi che si oppongono al sistema". In seguito è stato condannato a morte. Mokhled era uno dei 27 detenuti politici curdi rinchiusi nella sezione 12 della prigione centrale di Orumiyeh, che dal 20 Novembre avevano praticato per un mese lo sciopero della fame, per protestare contro le misure repressive adottate dal regime contro i detenuti politici.
Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana
di Maria Antonietta Farina Coscioni (Comitato Nazionale Radicali Italiani)
Il Garantista, 7 gennaio 2015
Si può decidere di rinunciare alla vita a novantun anni, sedute al tavolo di cucina, e si ingeriscono una quantità di ansiolitici che ti procurano un sonno da cui non ci si risveglia più, come un anno fa ha fatto la scrittrice femminista Carla Ravaioli, preda di un male oscuro che ti tormenta più di una dolorosa malattia; si può decidere di farla finita come tre anni fa ha scelto il regista Mario Monicelli, "volato" dal balcone al quinto piano dell'ospedale San Giovanni di Roma.
Il Foglio, 7 gennaio 2015
Tra chi ha sottoscritto questo testo c'è un'ampia pluralità di opinioni a proposito dei temi detti "di fine vita" e della drammatica questione dell'eutanasia. E tuttavia concordiamo nel giudizio sulla vicenda di Frank Van den Bleeken, ergastolano belga 52enne.
di Mario Iannucci (Psichiatra psicoanalista, Casa circondariale di Sollicciano)
Ristretti Orizzonti, 7 gennaio 2015
In risposta a Vittorio Feltri. Comincerò col dire che non amo "il Giornale", così da sgombrare subito il campo da fraintendimenti "ideologici". Ho però apprezzato non poco l'articolo del 5 gennaio nel quale Vittorio Feltri difende la scelta del Governo Belga di concedere, dietro sua espressa richiesta, l'eutanasia a Frank Van Den Bleeken, l'ergastolano belga condannato, oltre trent'anni or sono, per l'omicidio e lo stupro di una ragazza, oltre che per lo stupro di alcune altre donne.
di Eduardo Savarese
Il Foglio, 7 gennaio 2015
Il caso dell'eutanasia che avrebbe dovuto essere praticata il prossimo 11 gennaio all'ergastolano belga Frank Van den Bleeken, su sua richiesta, dopo aver scontato circa trent'anni di pena (e avendone molti altri ancora da scontare, essendo poco più che cinquantenne) e che ieri i medici hanno deciso di non effettuare, senza finora comunicarne la motivazione, ha provocato un ampio dibattito.
di Stefano Anastasia
Il Manifesto, 7 gennaio 2015
È passato più di un anno da quando il governo Letta, il 23 dicembre 2013, ha istituito il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà. Sembrò quello il modo più limpido per rispondere alle polemiche suscitate dall'interessamento della ministra Cancellieri alle sorti penitenziarie di una detenuta d'eccezione, figlia di amici di famiglia.
di Vincenza Palmieri (Presidente Istituto Nazionale Pedagogia familiare)
Il Garantista, 7 gennaio 2015
Centinaia di minorenni in Comunità non possono incontrare i genitori, perché lo ha deciso un burocrate. Lettera alla befana di una pedagoga indignata. A Natale speravano, ma son stati delusi.
di Marco Mobili e Giovanni Parente
Il Sole 24 Ore, 7 gennaio 2015
I nodi si scioglieranno solo nel Consiglio dei ministri del 20 febbraio quando, oltre al provvedimento sulla certezza del diritto, saranno esaminati anche gli altri provvedimenti attuativi della delega, come reso noto ieri dal premier Matteo Renzi nella sua e-news.
La soluzione più ardita - sia politicamente che tecnicamente - è l'abbassamento della soglia di non punibilità di tutti i reati per chi evade sotto il 3% dell'imponibile dichiarato o dell'Iva evasa. L'ipotesi più tranchant e più difficile da giustificare politicamente è l'eliminazione del tanto contestato articolo 19-bis inserito nell'ultimo giro di tavolo a Palazzo Chigi il 24 dicembre.
Alla fine, quindi, potrebbe prevalere una soluzione di compromesso. La via di mezzo consentirebbe di salvare la "faccia" e la norma, giustificando così le scelte fatte alla Vigilia di Natale, ma prevedendo l'inapplicabilità della soglia nei casi in cui la violazione configuri una frode fiscale. In questo modo, i grandi evasori sarebbero puniti e la norma perderebbe l'etichetta di "salva-Berlusconi".
L'amministrazione finanziaria e lo stesso presidente emerito della Consulta, Franco Gallo, considerano la soglia del 3% tecnicamente errata. Ne parlerà oggi nella riunione d'urgenza proprio la commissione di esperti e tecnici guidata da Gallo per rivedere la stesura finale del decreto sulla certezza del diritto e tutte le possibili criticità.
Nella formulazione attuale, la disposizione consente la non punibilità se l'imposta evasa non supera il 3% di imponibile dichiarato per tutti i reati tributari, compresi quelli di dichiarazione fraudolenta, per di più realizzata anche con particolari artifici, dunque con il dichiarato intento di frodare e ingannare il fisco. Quindi, secondo alcune delle voci critiche levatesi in questi giorni, la disposizione si tramuterebbe, di fatto, in un aiuto agli evasori più pericolosi con il rischio di minare la deterrenza dell'intero impianto penale-tributario.
Per l'amministrazione finanziaria, poi, la soglia del 3% contraddice di fatto l'intera ratio del decreto sterilizzando il meccanismo delle soglie che lo stesso decreto introduce e rivede per le differenti tipologie di reato tributario, anche quelle dove la violazione è più grave.
Motivi che porterebbero a pensare a una completa cancellazione della norma, se non fosse per un retromarcia politicamente difficile da giustificare soprattutto alla luce del fatto che la revisione del testo è stata rinviata al 20 febbraio.
Ecco perchè la "mediazione" potrebbe portare a lasciare in vita la soglia magari rivedendo la percentuale anche alla luce delle indicazioni che potrà fornire il Parlamento una volta che il decreto approderà all'esame delle Camere, ma prevedendo espressamente l'esclusione della non punibilità quando l'illecito configura una frode fiscale. Del resto, proprio Renzi l'ha definita ieri "una norma semplice che rispetta il principio di proporzionalità" lasciando intendere tra le righe che la soluzione intermedia potrebbe essere quella più quotata.
Lo spostamento al 20 febbraio consentirà di avere più tempo per una verifica anche sugli altri nodi del testo licenziato a Natale. Prima di tutto va ricordato che la soglia del 3% non è l'unica clausola di esclusione di punibilità ma ce n'è un'altra che estingue il reato: chi chiude i conti con il fisco prima del dibattimento in primo grado rischia di mettere su piani differenti i contribuenti perché le disponibilità finanziarie per effettuare l'adesione all'accertamento potrebbero fare la differenza.
Altri punti controversi (si veda anche la grafica in pagina) riguardano poi essenzialmente le soglie: quella minima di mille euro al di sotto della quale le false fatture sono depenalizzate, quella triplicata sugli omessi versamenti di Iva e ritenute (che il provvedimento del 24 dicembre puntava a portare da 50mila a 150mila euro) e i limiti più alti a partire dai quali scatta il reato di dichiarazione infedele. Tutti aspetti su cui i critici intravedono la possibilità di indebolire l'effetto deterrenza in chiave antievasione delle norme penali-tributarie.
A ciò si aggiunge poi la questione del raddoppio dei termini di accertamento. Lo schema di Dlgs non fa riferimento al regime transitorio (ipotesi circolata nei giorni precedenti) per il 2015 e il 2016, che avrebbe consentito al fisco la presentazione o la trasmissione della denuncia rispettivamente entro due anni e un anno dal termine di decadenza. In più la legge delega chiede, comunque, di salvaguardare gli effetti degli atti di controllo già inviati al momento dell'entrata in vigore delle nuove norme. E anche questo sarà un aspetto da pesare attentamente per non rischiare altri infortuni.











