di Giuseppe Scarpa
La Repubblica, 23 aprile 2015
"Mi hanno fatto cambiare il referto". La rivelazione al processo contro l'agente Paradiso accusato di aver colpito un giovane nel 2012. "Mi dissero: se non firmi non ti facciamo uscire dalla stanza. Se non firmi ti troviamo per strada e non sappiamo quello che ti potremmo fare".
Si blocca Claudia Siciliano, non è una esitazione, è solo il pianto che le si strozza in gola mentre racconta in aula, in qualità di testimone, quello che le accadde negli uffici della Digos a Roma il 17 novembre del 2012: "Io l'ho firmato (il verbale, ndr) contro la mia volontà e quindi oggi vi dico che lo disconosco".
Un macigno lanciato nel processo contro Alfio Paradiso, l'agente di polizia imputato di lesioni personali aggravate, accusato di aver pestato a colpi di manganello, durante una manifestazione per le politiche del governo Monti, Giacomo Capriotti. Chi parla a dibattimento è il medico del 118 Claudia Siciliano, che soccorse il ragazzo il 14 novembre del 2012 dopo gli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti vicino a Ponte Sisto.
Il poliziotto Alfio Paradiso venne immortalato da un video mentre col suo sfollagente colpiva alla nuca Capriotti. Eccessiva violenza del poliziotto che scatenò indignazione nell'opinione pubblica e l'immediata indagine della procura. Ad intervenire per medicare i feriti degli scontri c'era appunto Claudia Siciliano. Medico che, il giorno stesso della manifestazione, stilò un referto in cui dava atto che Capriotti aveva riportato delle lesioni e delle escoriazioni multiple.
Una diagnosi che pochi giorni dopo, sentita dagli agenti della Digos, sconfessò: "Rossori cutanei senza lacerazioni e perdite ematiche", disse a verbale la donna. Ed è su questa contraddizione che la Siciliano ieri in aula, davanti al sostituto procuratore Luca Tescaroli, fornisce la sua versione dei fatti.
Il medico sostiene che il 17 novembre, tre giorni dopo gli scontri, quando venne sentita a Roma da due uomini in divisa negli uffici della Digos, fu costretta a firmare un verbale "senza nemmeno leggerlo. Mi opposi ma loro mi dissero che non sarei uscita dalla stanza e che mi avrebbero trovato per strada". Una minaccia, spiega la donna visibilmente scossa a processo, di fronte alla quale decise di firmare pur di andare via.
Tuttavia il primo a rendersi conto della differenza tra i traumi indicati nel referto e il successivo verbale della Digos, fu lo stesso pubblico ministero Luca Tescaroli. Magistrato che indagava sul poliziotto Alfio Paradiso e che il 14 dicembre del 2012 decise di sentire il medico nel suo ufficio. Un secondo verbale in cui la donna, nonostante le domande del pm Tescaroli, confermò quanto contenuto nel primo resoconto redatto dalla Digos: "Preciso - spiegò il medico al pm - che con la dicitura escoriazioni, che è quella riportata nel referto, devono intendersi rossori cutanei senza lacerazioni e perdite ematiche".
L'ennesima versione dei fatti dunque volta ad attenuare la gravità delle lesioni riportate da Capriotti, che confermava quanto già riportato dalla Digos. Verbale che la donna ieri a processo ha invece completamente disconosciuto, "non l'ho letto e non me lo hanno letto", e che potrebbe a questo punto portare il pubblico ministero Luca Tescaroli ad aprire una nuova indagine sul caso.
di Fausto Cerulli (Avvocato)
www.orvietonews.it, 23 aprile 2015
In tre giorni tre morti di carcere. Un condannato all'ergastolo - ma non doveva, questa pena orrenda essere bandita? - si è preso il lusso di essere trasferito in ospedale per morirvi a causa di un infarto. Aveva ottanta anni, che pretendeva? Di essere eterno? Chissà cosa ne pensa il ministro Orlando, con quella faccia da guardasigilli che non guarda nulla e blatera di riforme della giustizia effettuate dal governo di cui è complice. non si è trovato uno straccio di Tribunale di Sorveglianza che si sia posto il problema di un ottantenne al gabbio. Non sappiamo e non vogliamo sapere di quale delitto si sia macchiato.
Ad ottanta anni ogni peccato dovrebbe essere rimesso, come noi lo rimettiamo ai nostri debitori. Ma questa è la certezza della pena, i benpensanti potranno continuare a ben pensare. Un altro detenuto, e siamo a due, è morto per mancanza di cure. non è stato neppure ricoverato in ospedale, tanto, come scriveva il Belli "nun sai che all'ospedale ce se more?". Poi, della serie che non c'è due senza tre, un altro detenuto si è impiccato Se questo non è carcere a morte, ditemi voi cosa è.
Il nostro Renzi, che va veloce sempre, non sa nulla delle carceri, o fa finta di non sapere. Una giustizia troppo umana non sarebbe gradita agli alfaniani, e non appare giusto rischiare una crisi di governo per una sciocchezza come la giustizia. Sono secoli, ormai, che l'Italia è censurata severamente dall'Europa per lo stato disumano delle nostre prigioni, ma per i nostri governanti l'Europa vale solo quando scuce denari, o quando se ne frega dei profughi che annegano, Al solito soltanto Radio Radicale, che ha messo su una trasmissione che si chiama Radio Carcere, si occupa di chi muore in carcere e di carcere.
di Roberto Galullo
Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2015
Protocollo "Farfalla". L'origine dell'intelligence nelle carceri e il silenzio verso il Governo.
Cari lettori, molti di voi sanno che nel passato mi sono occupato del cosiddetto "Protocollo farfalla", vale a dire la collaborazione tra agenti di Polizia penitenziaria e agenti dei servizi di sicurezza, nel periodo 23 giugno 2003-18 agosto 2004 (ma si aggiunge il periodo 25 novembre 2005 -2 febbraio 2007 che assumerà la veste formale di "operazione Rientro"). Ebbene il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), a fine marzo ha diffuso 31 pagine di relazione (approvata il 12 marzo) trasmessa alle presidenze delle Camere che è tutta da leggere (sul sito Copasir troverete la versione integrale).
Orbene: perché il Copasir ha svolto questa relazione alla fine di un lungo cammino intrapreso il 20 ottobre 2014 e chiuso il 10 febbraio 2015? Perché voleva "procedere all'accertamento della correttezza delle condotte poste in essere da appartenenti o ex appartenenti agli organismi informativi" così come prevede l'articolo 34 della legge 3 agosto 2007 n.124. Punto e a capo.
E perché è spinta a questo l'8 ottobre 2014? Non per intrinseca e fondante sede di verità ma "alla luce di notizie di stampa e di dichiarazioni pubbliche di soggetti anche istituzionali. Verso la fine del mese di settembre 2014, sulla base di notizie giornalistiche, si è sostenuto che l'attività dei Servizi, specialmente in materia di criminalità mafiosa in connessione con il mondo carcerario agli inizi degli anni Duemila, si sia svolta fuori da ogni tipo di controllo, compreso quello della magistratura". Punto e a capo.
Già quanto si legge a pagina 4 della relazione vale la messa che quei maledetti dei giornalisti hanno fatto officiare al Copasir. Leggete voi stessi: "Il rapporto tra Servizi e detenuti in carcere è da sempre un tema discusso e interpretato, fino alla Convenzione tra Aisi e Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) del 2010, in modo personale e discrezionale dai soggetti operanti. Il quadro normativo è mutato con la legge di riforma dei Servizi n. 124 del 2007...".
Un Paese normale (e non avvelenato giornalmente a piccole dosi antidemocratiche fino al punto di renderlo immune alla democrazia stessa come scrivevo la scorsa settimana su questo blog a proposito di Palermo e dell'Italia tutta) dovrebbe già saltare nel leggere che i rapporti tra servizi segreti e detenuti (quelli che interessano non sono ovviamente i ladri di pollo ma mafiosi e terroristi) fino al 2007 erano all'insegna della "soggettività" e "discrezionalità" delle parti. Ovviamente, non sobbalza nessuno. Ma andiamo avanti che il bello deve ancora venire.
Nel 2002 gli allora ministri dell'Interno e della Difesa individuarono tra gli obiettivi prioritari del Sisde (l'allora Servizio per l'informazione e la sicurezza democratica sostituito con la riforma legislativa del 2007 dall'Aisi) il contrasto della criminalità organizzata focalizzato sull'evoluzione dei modelli organizzativi mafiosi e sulle dinamiche del "carcerario" e ne diedero comunicazione nella relazione del secondo semestre del 2003 in cui si riferiva della conflittualità tra le famiglie mafiose e dell'isolamento di alcuni loro esponenti di spicco sottoposti al carcere duro (41-bis).
Lo scenario storico, le pressioni nelle carceri, l'obiettivo prioritario della relazione al Parlamento del secondo semestre del 2003, suggerirono l'adozione di azioni informative tese anche a verificare eventuali saldature tra interessi criminali e aree politiche di matrice garantista. Il Sisde organizzò due risposte operative: 1) attivare una serie di centri territoriali nelle città e nelle aree ad alta intensità criminale mafiosa come Palermo, Catania, Reggio Calabria, Napoli e Bari; 2) intensificare e strutturare il rapporto con il Dap (il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria).
Queste iniziative produssero un primo risultato: una nota del 25 giugno 2003 ("Settore carcerario: progressioni informative") che venne consegnata al ministro della Giustizia e che suggeriva di continuare a sostenere ed incrementare l'attività di informazione per assicurare un quadro conoscitivo e contemporaneamente trasmettere al Cesis (il Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza attivo fino alla riforma legislativa dei servizi del 2007, alle dipendenze del Consiglio dei ministri) tutte le informazioni utili per rappresentare al Parlamento lo stato di disagio del settore carcerario.
Ma a pagina 11/12 della relazione il Copasir scrive che "alla luce della documentazione acquisita e delle risultanze emerse durante l'indagine condotta dal Comitato, tali informazioni non risultano poi essere state trasmesse al Cesis. Il direttore del Sisde era all'epoca dei fatti il generale Mario Mori, proveniente dall'Arma dei Carabinieri, mentre il direttore del Dap era il dottor Giovanni Tinebra, già procuratore della Repubblica di Caltanissetta. Il dottor Salvatore Leopardi, responsabile dell'Ufficio ispettivo e di controllo del Dap, anch'esso già pubblico ministero a Caltanissetta, fu incaricato delle prime acquisizioni generali di informazioni finalizzate a verificare l'incidenza esterna di alcuni soggetti criminali e le strategie delle organizzazioni criminali. Si tratta delle prime acquisizioni parte di un progetto informativo che di lì a poco sarebbe divenuto un'operazione di intelligence". Insomma, se le parole hanno un senso il Cesis (vale a dire il Governo, visto che era un organo dipendente direttamente dal Consiglio dei ministri) non era stato informato dal Sisde. Il ministro della Giustizia sì.
www.parmadaily.it, 23 aprile 2015
La Giunta regionale ha approvato il Piano sperimentale 2015. Politiche formative e di accompagnamento al lavoro delle persone in esecuzione penale progettate congiuntamente da amministrazione penitenziaria, servizi sociali e per il lavoro, enti di formazione accreditati, imprese profit e no profit e associazioni di volontariato, per qualificare l'elemento rieducativo e di recupero sociale come asse portante di sviluppo delle misure di detenzione.
È quanto prevede il Piano sperimentale 2015 di intervento per l'inclusione socio lavorativa delle persone in esecuzione penale approvato dalla Giunta regionale, insieme alle procedure di attuazione.
Il Piano, redatto in attuazione del protocollo d'intesa siglato nel gennaio 2014 tra il Ministero della giustizia e la Regione per la realizzazione di misure volte all'umanizzazione della pena e al reinserimento sociale delle persone detenute, introduce in via sperimentale una programmazione integrata di livello regionale fondata sulla collaborazione di diversi attori coinvolti nella gestione di servizi rivolti alle persone in esecuzione penale, sull'integrazione delle risorse finanziarie e degli strumenti per promuovere responsabilità sociale e garantire l'erogazione di servizi qualificati.
Le azioni, che dovranno essere il risultato di una progettazione condivisa e sostenute da piani di intervento definiti in collaborazione con l'Amministrazione penitenziaria, dovranno essere finalizzate a sostenere l'inclusione sociale dei detenuti attraverso il lavoro e, in particolare, delle persone nella fase delicata delle dimissioni aiutandole nella creazione di un progetto di vita che consenta loro una reale integrazione nella società.
La Giunta ha approvato il Piano sperimentale, che prevede il concorso di risorse comunitarie nazionali e regionali per oltre 2,1 milioni di euro dei quali 1,5 milioni sono risorse del Fondo sociale europeo per il finanziamento delle azioni formative e di accompagnamento al lavoro. La Regione si impegna nella collaborazione con il Provveditorato regionale dell'Emilia Romagna alla definizione di un intervento articolato e pluriennale che prenderà spunto dagli esiti di questa prima fase per definire quali modalità di intervento, buone prassi e relazioni tra soggetti rendere sistematiche per qualificare i servizi.
Il bando per il finanziamento delle attività ha scadenza il 12 maggio. I progetti potranno essere candidati da enti di formazione professionale accreditati.
di Gianni Bazzoni
La Nuova Sardegna, 23 aprile 2015
La sezione 41 bis della Casa circondariale di Bancali accoglierà ufficialmente i primi ospiti a partire dalla metà di maggio. La comunicazione ufficiale è stata trasmessa martedì dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e conferma che sono stati completati tutti gli interventi nella diramazione dove saranno sistemati i 92 reclusi che rivestono "una posizione apicale nell'ambito della criminalità organizzata di tipo mafioso".
Non figure di secondo piano, quindi, ma boss tra i più conosciuti nel panorama nazionale, a conferma che il nuovo carcere di Bancali diventerà un punto di riferimento nei programmi del Dipartimento e del ministero della Giustizia per la detenzione dei capi di Cosa Nostra. Per la costruzione della struttura, non a caso, sono stati spesi 16milioni e 350 mila euro. I segnali che la decisione del trasferimento fosse imminente si erano avuti già da qualche tempo, con un cambiamento improvviso del clima generale della detenzione nell'istituto sassarese.
Tanto che c'era stata anche una clamorosa presa di posizione di un gruppo di reclusi che avevano protestato per denunciare una serie di limitazioni: l'iniziativa - che risale al marzo scorso - è costata anche una denuncia per interruzione di pubblico servizio ai 25 detenuti della settima sezione. Ora, fra qualche giorno, si fa davvero sul serio.
Le prove generali sono finite, e la preoccupazione che serpeggia nell'ambiente carcerario è quella di un deciso ridimensionamento delle attività finalizzate al recupero sociale e rieducativo dei cosiddetti ospiti "comuni". Con l'arrivo dei 41 bis, è prevista anche la presenza automatica dei Gom (gli agenti del Gruppo operativo mobile), un reparto della polizia penitenziaria istituito nel 1999 e che opera direttamente alle dipendenze del capo del Dipartimento con compiti relativi alla custodia dei detenuti speciali. Dei Gom non era rimasto un buon ricordo a Sassari, per via della brutta storia dei pestaggi in carcere a San Sebastiano, una macchia mai cancellata.
É la prima volta dei 41 bis a Sassari, anche se nel territorio provinciale non mancano gli esempi del passato: basta scorrere le vicende del supercarcere dell'Asinara (con bunker di vario tipo e strutture speciali ricavate in diversi angoli di quello che è ormai Parco nazionale che ha resistito anche a tentativi di ritorno del carcere), e l'elenco dei nomi potrebbe essere persino troppo lungo e tale da meritare il primo posto della graduatoria nazionale.
Da Raffaele Cutolo a Totò Riina, passando per Leoluca Bagarella e una lunga lista di appartenenti alla criminalità organizzata. L'operazione è coperta dal massimo segreto, ma l'apertura della sezione 41 bis di Bancali non esclude ritorni clamorosi di big della mafia che già hanno trascorso lunghi periodi di detenzione in Sardegna (a cominciare proprio da Riina e Bagarella). Le disposizioni in materia di sicurezza pubblica varate con la legge 15 luglio 2009, numero 94, stabiliscono che "i detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all'interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari, ovvero comunque in sezioni speciali logisticamente separate dal resto dell'istituto e custoditi da reparti specializzati della polizia penitenziaria".
A Bancali è tutto pronto, nell'ultimo periodo sono state testate le procedure di sicurezza e definiti anche i nuovi compiti per il personale che dovrà fare i conti con una realtà ingombrante e capace di condizionare, inevitabilmente, le altre attività ordinarie della casa circondariale. Le organizzazioni sindacali - anche di recente hanno sollecitato un potenziamento degli organici, considerati sempre al di sotto dei parametri stabiliti (e questo nonostante alcuni trasferimenti recenti). Quello di Bancali è un "acconto", poi altri 92 "41bis" andranno a Uta (appena conclusi i lavori): standard di sicurezza assicurati - secondo il Dipartimento - e le reazioni nell'isola non hanno fatto cambiare idea sull'invio dei boss.
di Pier Giorgio Pinna
La Nuova Sardegna, 23 aprile 2015
Tra i pericoli lo studio dell'ambiente a fini criminali. "I detenuti? Più allarmanti le connivenze negli affari". "Il pericolo d'infiltrazioni con i detenuti al 41 bis diventerà concreto se i reclusi resteranno qui diversi anni di seguito". Enzo Ciconte non nasconde la preoccupazione per la Sardegna. Calabrese, professore universitario, consulente della commissione parlamentare antimafia, è uno studioso considerato uno dei massimi esperti italiani di Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Camorra. Deputato del Pci-Pds dal 1987 al 1992,hascritto importanti libri incentrati sulla criminalità organizzata e sugli sviluppi delle sue ramificazioni.
Tempi e relazioni. "In 6-12 mesi famiglie e accompagnatori non saranno in grado di stabilire legami sul territorio - spiega il docente. Ma se la permanenza si protrarrà, crescerà l'idea di dar vita a cellule nella realtà locale. Il perché è chiaro. Parenti e amici hanno bisogno di arrivare in Sardegna alcuni giorni prima della visita e di trattenersi anche dopo per ragioni di viaggio: il fatto che l'isola non sia dietro l'angolo, faciliterà la loro permanenza vicino alle carceri, così come l'opportunità di costruire rapporti con l'interno e con l'esterno".
Le commistioni. "Certo, se assisteremo a una rotazione dei reclusi sottoposti a questo regime speciale di vigilanza, i pericoli diminuiranno - prosegue Ciconte. Ma se così non sarà, la situazione potrebbe diventare allarmante". "Basta pensare al passato e alle esperienze già viste altrove - incalza il professore. I complici dei detenuti al 41 bis possono intervenire fingendo di voler aiutare le aziende in difficoltà con l'immissione di denaro fresco, fare riciclaggi in operazioni immobiliari sull'isola, sondare in altri modi ancora la permeabilità del territorio".
Mutamenti in corso. "Molte cose d'altronde sono cambiate negli ultimi 10-15 anni - prosegue nel ragionamento Enzo Ciconte - Se non ne hanno proprio estrema necessità, i capimafia oggi non uccidono più: preferiscono seguire le piste del denaro e investire i soldi sporchi.
Ecco perché il "cuore" del regime di detenzione al 41 bis, attraverso il divieto assoluto di mantenere contatti con l'esterno del penitenziario, è proprio quello di evitare che dalle loro celle i boss continuino a dare ordini e a poter gestire i loro affari criminali".
Diverso parere. Meno convinto di un rischio strettamente legato alle carceri si dice invece un altro grande esperto di mafie: Antonio Nicaso. "Temo di più - puntualizza - i canali classici d'infiltrazione: acquisto di ville e residence nelle zone turistiche, acquisizione di quote di industrie e imprese in difficoltà, collegamenti nelle realtà locali per il traffico degli stupefacenti". Calabrese anche lui, è un giornalista, scrittore e ricercatore ritenuto uno dei maggiori conoscitori della 'Ndrangheta: "L'organizzazione oggi più forte e ramificata, che fra l'altro può vantare il monopolio assoluto sul controllo della cocaina in Europa", ricorda.
Analisi ad ampio raggio. Da studioso di questi temi Nicaso tiene corsi di storia delle organizzazioni criminali al Middlebury College, in Vermont, Usa. Vive e lavora per parte dell'anno in Nord America. È componente del comitato scientifico del Nathanson Centre on Transnational Human Rights, Crime and Security, all'Università di York, in Canada, e nel 2012 è stato nominato condirettore del Centro di semiotica forense al Victoria College dell'ateneo di Toronto.
Le rassicurazioni. "Sul piano tecnico l'arrivo nell'isola di carcerati al 41 bis non dovrebbe rappresentare un problema ribadisce lo specialista - Questi detenuti devono trascorrere la gran parte della giornata in isolamento. Il periodo d'aria è ammesso per gruppi che non superano mai le quattro persone. Gli stessi colloqui con parenti e familiari non possono essere frequenti come per gli altri reclusi. Insomma, io vedo un pericolo maggiore: quello che può invece scaturire dal trattamento previsto per chi è sottoposto ai regimi dell'alta sicurezza".
Gli sbarchi. "Di sicuro, se si dovesse trasformare l'isola in una Cajenna del Mediterraneo, allora sì che la questione cambierebbe: potrebbero sorgere gravi difficoltà", aggiunge Nicaso. Ma visto che secondo lui quest' eventualità non è realistica, c'è al contrario da preoccuparsi per le connivenze legate a edilizia e operazioni immobiliari, alle energie rinnovabili come l'eolico, allo spaccio di coca e marijuana, soprattutto con l'aumento dei consumi nel periodo estivo. Fatti che hanno già permesso di accertare in Sardegna relazioni pericolose. "Perché sono proprio queste, più che le contaminazioni carcerarie, le situazioni che facilitano la diffusione delle mafie sul territorio", sostiene in ultima analisi il criminologo.
Corriere del Mezzogiorno, 23 aprile 2015
È stato rinnovato ieri a Villa Framarino l'accordo tra il Comune di Bari e la Casa Circondariale, in esecuzione del protocollo d'intesa siglato tra Anci, Regione Puglia e Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per la Puglia (Prap). Un progetto che prevede la rieducazione dei detenuti non legati alla criminalità organizzata e il loro reinserimento sociale. I detenuti sono attualmente impegnati in attività di manutenzione del verde, pulizia dei locali e collaborazione in occasione delle manifestazioni che si svolgono a Villa Frammarino.
Da oltre un mese, tre detenuti selezionati, un giorno alla settimana, svolgono volontariamente e gratuitamente il loro lavoro di pulitura, potatura del verde sotto la guida dei tecnici comunali. È l'applicazione concreta di ciò che la direzione del carcere di Bari (la direttrice è Lidia De Leonardis) da tempo sostiene: portare fuori dal circuito del carcere i detenuti non appartenenti alla criminalità organizzata, quelli cosiddetti della "devianza del bisogno" o anche coloro i quali dopo un vero percorso di autocritica e di verifica di affidabilità all'interno vengono ritenuti pronti per un cambiamento.
Far svolgere attività di pubblica utilità segna il punto di svolta nell'esecuzione penale. Questo esperimento è l'inizio di una nuova modalità della pena che può sì deflazionare le carceri, eliminare il rischio di affiliazione della criminalità organizzata, ma altresì far conquistare il senso di responsabilità vera ai detenuti col loro lavoro per la collettività, ed insieme imparando un mestiere, come in questo caso quello del giardiniere.
La "giustizia riparativa" coi lavori di pubblica utilità in modo gratuito e volontario sono nel solco di una nuova funzione della pena che renda il soggetto responsabile, risarcisce col suo gesto la lesione alla comunità e la devianza così. Spiega Tommaso Minervini, responsabile dell'Area educativa del carcere di Bari che l'iniziativa "acquisisce una dimensione anche etica, non solo interna al codice penale, dove se tu hai sbagliato devi risarcire la comunità ma senza creare altri mostri, altre violenze che generano altre violenze come una parte della storia peggiore del carcere ha dimostrato".
Aggiunge la direttrice De Leonardis: "Ciò che stiamo sperimentando a Bari, come in altre carceri italiane, è un impulso positivo che proprio dal carcere viene lanciato alla Città di Bari ed al mondo istituzionale e scientifico dell'esecuzione penale".
All'incontro erano presenti, tra gli altri l'assessore all'Ambiente Pietro Petruzzelli, la presidente del Parco Naturale Regionale Lama Balice Maria Maugeri, la direttrice della Casa Circondariale Lidia De Leonardis, il responsabile dell'Area educativa Tommaso Minervini, i responsabili della ripartizione Tutela dell'Ambiente del Comune di Bari e i detenuti coinvolti nel progetto.
www.gonews.it, 23 aprile 2015
"Che in data odierna il Consiglio Comunale di Montelupo Fiorentino possa tornare ad affrontare la questione dell'Opg è legittimo e positivo. Ci sono forze politiche in campo, rappresentanti dei Cittadini, che possono così ulteriormente dibattere sull'argomento.
Per quanto ci riguarda, come Sindacato dei Lavoratori della Sicurezza - e tra questi anche del Personale di Polizia Penitenziaria dell'Opg - ma anche di Solliccianino a Firenze, abbiamo con chiarezza espresso la nostra posizione, sia pubblicamente tramite gli Organi d'Informazione, sia direttamente ad ogni Autorità che sulla vicenda possa avere competenza riguardo a quanto avviene in questi giorni con l'entrata in vigore della Legge che prevede il superamento della Funzione Penitenziaria degli Opg.
La nostra posizione l'abbiamo partecipata al Ministro della Giustizia ed ai Vertici dell'Amministrazione Penitenziaria, soprattutto perché sono anche i diretti Responsabili del Personale Penitenziario. Ma abbiamo sempre informato di ogni nostro intervento il Prefetto di Firenze, la Regione Toscana, il Procuratore Generale della Repubblica di Firenze e sul piano politico Tutti i Parlamentari eletti nelle Circoscrizioni della Toscana, sia per il Senato che per la Camera dei Deputati. E della nostra posizione ne hanno riportato notizia le Redazioni Giornalistiche, sia della carta stampata, televisiva, radiofonica e tramite web.
Non ci siamo sottratti neanche ad audizioni in Commissioni Consiliari del Comune di Montelupo, così come in Convegni e Seminari organizzati dalla Regione Toscana ed altri. Confermo che mai abbiamo usata una sola parola negativa verso l'Associazionismo che da sempre s'impegna nell'Opg di Montelupo, tanto meno verso l'impegno che i Parroci di Montelupo - da sempre anch'essi - hanno messo al servizio dei più deboli e soprattutto degli Internati dell'Opg.
Non ci appartengono quindi alcune esternazioni che tendono a far immaginare che non riconosciamo il valore di quanto ruota intorno all'Opg, anzi abbiamo rappresentato e segnalato che anche tutto l'indotto di attività che di Opg si occupavano e si occupano sono tagliate fuori da un ruolo attivo nella gestione di questa Riforma. Quando però accusiamo le Istituzioni Locali su alcuni silenzi ed errate valutazioni sulla vicenda ci riferiamo al Comune di Montelupo ed anche alla Regione Toscana, che non hanno affrontato e trovata una soluzione per le Strutture alternative alla Funzione svolta fino ad oggi dall'Amministrazione Penitenziaria con l'Opg creando le Rems.
Parole tante, tantissime, ma soluzioni concrete neanche una, se dal 2012 ad oggi siamo arrivati all'ennesima scadenza e nulla è sostanzialmente cambiato, visto che gli Internati sono ancora tutti a Montelupo Fiorentino, con l'Amministrazione Penitenziaria che nel frattempo continua ad assolvere alla funzione svolta da sempre. Ci sono poi responsabilità su dichiarazioni pubbliche, rese anche dal Sindaco di Montelupo, che pochi giorni fa ha chiaramente detto che non è condivisibile la posizione del Personale dell'Opg (per il tramite delle OO.SS.) visto che questi non perdono il posto di lavoro come altri Lavoratori.
E su questo il Sindacato ha fatto notare quanto sia per noi incomprensibile che si dica ciò, ignorando che sia un problema l'eventuale delocalizzazione del lavoro per un centinaio di Operatori e delle loro Famiglie.
Così come abbiamo espresso la nostra non comprensione dello spreco di soldi pubblici per milioni di euro, spesi al fine di adeguare gli spazi destinati a sezioni detentive, non destinando quegli stessi spazi oggi pronti e già in uso all'Amministrazione Penitenziaria, una volta che gli Internati saranno andati da qualche altra parte (Rems e non solo), ad altra funzione diversa dall'Opg e magari per un carcere con soggetti a custodia attenuata, deflazionando così la diffusa situazione di sovraffollamento delle altre Strutture Penitenziarie della Toscana. Bizzarre talune dichiarazioni che portano ad affermare che quei lavori di ristrutturazione non andavano fatti e addirittura, da parte di alcuni, che il Comune non ne sapeva niente.
Ad oggi il problema principale rimane la collocazione degli Internati che, in assenza di Strutture alternative idonee, non andranno via da Montelupo; ci conforta su questo la chiara posizione della Magistratura che fa con serietà, come sempre, il proprio dovere e non esporrà i Cittadini a rischi sulla sicurezza e gli Internati ad andare in luoghi dove i percorsi previsti dalla Legge di Riforma non siano garantiti.
Per questo abbiamo espresso la nostra contrarietà a smantellare un'altra positiva esperienza di Funzione Penitenziaria, quella realizzata in tanti anni al carcere fiorentino di Solliccianino, introducendo un ulteriore problema alla riforma degli Opg danneggiando anche un'altra realtà funzionante ed efficiente. A questo si sommi poi l'ipotesi di spendere una cifra superiore agli 11 milioni di euro per adeguare allo scopo quel carcere, spendendo soldi pubblici su altri soldi pubblici.
Fanno poi sorridere ulteriori dichiarazioni dove si tende a mettere tutto e tutti insieme, esponenti politici di partiti diversi, sindacati e perfino la Direzione dell'Opg, quasi come se ognuno avesse poco chiara la situazione attuale, non dicessero delle verità e non avessero legittimità e competenza ad esprimersi sull'intera vicenda. Ma forse questo deriva dal fatto che - tutti questi ultimi chiamati in causa - non sono nella corrente di pensiero unica su cosa fare solo ed esclusivamente della Villa Medicea e non di cosa la stessa contiene, come storia e come Persone che a vario titolo lì dentro sono".
Fabrizio Ciuffini, Segretario Generale Fns-Cisl Toscana
Ristretti Orizzonti, 23 aprile 2015
La Commissione Parità e diritti delle persone - presieduta da Roberta Mori e riunitasi oggi aprendo la seduta con un minuto di silenzio in memoria dei migranti deceduti nel Mediterraneo nella notte fra sabato e domenica scorsi - visiterà la Casa lavoro di Castelfranco Emilia (Mo).
La proposta è stata avanzata dalla Garante regionale dei detenuti, Desi Bruno, nel corso della sua audizione in commissione sulla situazione carceraria in Emilia-Romagna. La proposta è stata accolta dalla presidente Mori.
A favore si sono espressi Antonio Mumolo e Luciana Serri (Pd). Nel suo intervento, la Garante ha toccato i temi più importanti attinenti la vita dei ristretti in Emilia-Romagna, dai numeri sulla riduzione del sovraffollamento alla presenza di detenuti stranieri nelle carceri fino alle criticità riguardanti sanità e offerta lavorativa. L'incontro è stato anche l'occasione per aggiornare i consiglieri sulle ultime vicende relative agli Ospedali psichiatrici giudiziari e al trasferimento degli internati nelle Rems.
Ampio spazio è stato poi dedicato alla Casa lavoro di Castelfranco Emilia. L'invito a visitare ufficialmente la struttura detentiva, definita "una casa lavoro senza lavoro", servirà a verificare di persona le condizioni degli ospiti "e lo stato di inutilizzo, e quindi degrado, del patrimonio edilizio e agricolo: un vero spreco di risorse", ha sottolineato Desi Bruno.
La Garante ha poi annunciato "la presentazione di una ricerca sulle donne detenute in regione: abbiamo già effettuato tutti i rilevamenti e aspettiamo solo la validazione dei dati dall'amministrazione penitenziaria, speriamo di poter dare una anteprima alla commissione già prima dell'estate". Per chiarimenti sono intervenuti Daniele Marchetti (Ln), sulla "presenza dei detenuti stranieri nelle nostre carceri e la possibilità di fare scontare loro la pena nei paesi di origine"; Tommaso Foti (Fdi), sugli organici polizia giudiziaria e sul numero delle persone in attesa di giudizio o con sentenza definitiva; Giulia Gibertoni (M5s) sulle criticità sanitarie all'interno delle carceri e, in particolare, "sul riscontro di malattie infettive". Infine, Francesca Marchetti (Pd) ha chiesto chiarimenti sui percorsi alternativi alla detenzione.
di Elisabetta Santolamazza (funzionario giuridico-pedagogico)
Il Centro, 23 aprile 2015
L'obiettivo fondamentale per ogni detenuto è garantire che la pena svolga una funzione non solo retributiva ma incentrata sulla valorizzazione delle risorse personali di ciascuno, al fine di restituire alla società individui migliori e capaci di reintegrarsi. Il mio impegno quotidiano consiste dunque nel sostenere, valorizzare e coordinare tutti gli operatori che istituzionalmente mi affiancano in questa mission, caratterizzata da costanti difficoltà strutturali e specifiche, legate ad un'utenza multiproblematica, come è facile intuire, per le molteplici questioni rappresentate dai singoli detenuti, e per la cronica carenza di risorse umane e materiali.
Diverse le iniziative finalizzate a valorizzare risorse personali positive, da quelle che hanno coinvolto molti detenuti in permesso premio e lavoro all'esterno ai sensi dell'art. 21 OP impiegati in lavori di pubblica utilità. Partendo, infatti, da una rilevazione dei bisogni primari dell'utenza svantaggiata, ho contribuito ad indicare le linee operative per il sostegno partecipato dei soggetti più problematici, sollecitando l'attenzione verso le relazioni familiari e le condotte anticonservative anche pregresse con riferimento a disturbi della personalità, cogliendo tutte le situazioni che necessitassero di interventi idonei, in raccordo con gli operatori istituzionali dell'area sanitaria, educativa, gli assistenti sociali prevedendo il coinvolgimento mirato di volontari
La complessità della popolazione detenuta femminile di questo istituto che vede un alto numero di persone appartenenti a minoranze etniche, in particolare di origine rom e/o con problematiche psichiatriche e segnate da violenze sessuali subite già dalla minore età, ha indotto a predisporre interventi mirati con l'ausilio di esperti ed il coinvolgimento attivo del personale di polizia penitenziaria femminile.
Un progetto interessante è quello che vede la valorizzazione delle aree verdi interne alla casa circondariale: appaiono evidenti le notevoli e molteplici valenze che il progetto di recupero delle aree verdi racchiude, contribuendo a qualificare il carcere sia come un vivaio per lo sviluppo dell'ingegno e delle risorse di una umanità ricchissima di potenziale ma spesso rimossa dalla coscienza civile, sia come "un luogo di restituzione degli affetti" mutilati dal regime coattivo, dove il nucleo familiare ha la possibilità di ritrovarsi intorno ad un tavolo per consumare il pranzo e condividere un momento di serena convivialità. Le finalità perseguite sono la riabilitazione psico-fisica nonché il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti più svantaggiati e a rischio di emarginazione, mediante il ricorso a due strumenti privilegiati del trattamento penitenziario: l'ergoterapia e lo sviluppo dei rapporti con la famiglia. In occasione delle festività è ormai consuetudine promuovere una serie di eventi musicali, teatrali, culturali, religiosi finalizzati in primo luogo ad umanizzare la vita detentiva, ad elevare la dignità dei ristretti nonché ad allentare le tensioni scaturenti dal regime di convivenza forzata. A tal fine mi preoccupo di sensibilizzare gli enti locali, i soggetti appartenenti al terzo settore verso l'esperienza della reclusione insieme a docenti, animatori, volontari e coinvolti in iniziative con intenti umanitari e per spirito di liberalità, chiedendo loro anche di intrattenere i detenuti con riflessioni su tematiche culturali.
L'attività manuale risveglia l'amore per la vita, di Antonella Nissemi (psichiatra)
Il tempo del carcere dovrebbe essere un tempo utile, un tempo produttivo in cui le abilità manuali e cognitive dei detenuti possono essere impiegate per la crescita personale e per permettere agli stessi detenuti di elaborare un nuovo progetto di vita, ritrovando nello stesso tempo la dignità di vivere un'esistenza che è proiettata verso la legalità. Pertanto vengono stimolate tutte quelle attività manuali che sono svolte in cella, finalizzate anche a far emergere, attraverso l'espressione e la creazione artistica, quelle emozioni e quei sentimenti che spesso non riescono ad emergere. Ritrovarsi nella dimensione creativa aiuta a sublimare i conflitti , l'angoscia, la rabbia, la solitudine, ma soprattutto il bisogno di essere considerato una persona.
Verosimilmente la vena artistica ristabilizza l'assetto psichico, a dimostrazione di quanto le attività artigianali, intese soprattutto come modalità di impegno, di progetto esistenziale, in una dimensione temporale e dilatata e priva di significato, dove spesso il pregiudizio ci fa dimenticare il senso dell'umano, risveglino tutto l'amore che c'è per la vita.
Raccolta di gomitoli di lana per aiutare le recluse
Un gomitolo di lana per le detenute del carcere di Castrogno. È un appello che arriva direttamente dalle detenute della sezione femminile della casa circondariale teramana quello che l'area educativa delfa suo e rilancia: chiunque volesse partecipare alla raccolta può consegnare la lana ai sacerdoti della parrocchia Madonna della Salute di Villa Mosca che poi la farà arrivare in carcere. Perché per le 35 detenute il lavoro a maglia è un ponte con il futuro: molti lavori artigianali sono già stati esposti in alcune mostre e nei progetti c'è quello di realizzare un laboratorio dove creare maglie, sciarpe, centrini, borse e cappelli da vendere all'esterno. Il tutto ricorrendo all'antica arte dei ferri e dell'uncinetto, inventandosi trame che uniscono e avvolgono. Anche nel chiuso di un penitenziario.
- Lecce: successo del progetto "Made in carcere", gli orti verticali dal Salento a Napoli
- Milano: all'Expo in mostra i prodotti di "Dolci Libertà" dal carcere di Busto Arsizio
- Milano: nel carcere di Bollate nasce un'agenzia sociale di audio e video
- Verona: a Montorio calano i detenuti, la relazione della Garante Margherita Forestan
- Cagliari: Socialismo Diritti Riforme; i detenuti lamentano gravi ritardi corrispondenza









