Ristretti Orizzonti, 17 marzo 2015
Cassazione penale, Sez. I, Sentenza, n. 10339, pronuncia 11/03/2015, deposito 20/02/2015.
Pronunciandosi su una vicenda in cui un detenuto aveva presentato inutilmente reclamo al magistrato di sorveglianza sostenendo di essere stato ristretto in una cella avente uno spazio complessivo inferiore agli 8 mq, con una sola finestra, con servizio igienico annesso privo di finestra e per essere stato associato con altri detenuti, la Cassazione, con la sentenza n. 10339/2015, ha affermato che il magistrato di sorveglianza non deve dichiarare, con provvedimento emesso de plano, l'inammissibilità del ricorso con cui si denunziano comportamenti lesivi di diritti del detenuto tutelabili giurisdizionalmente e si richieda il ristoro dei danni asseritamente subiti a causa del sovraffollamento carcerario, ma ha l'obbligo di decidere all'esito di fissazione dell'udienza in camera di consiglio.
di Carmelo Caruso
Panorama, 17 marzo 2015
Viaggio nell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario più grande d'Italia, Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, a pochi giorni dalla soppressione.
Impazziscono in prigione e rinsaviscono in manicomio. Non è un lager e non si applica la tortura, nel carcere psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto, a pochi chilometri da Messina, "il più grande d'Italia, e sicuramente, in passato, il più affollato d'Europa", suggerisce Nunziante Rosania, direttore dall'1989, un fisico da gigante buono campano che ci ha vissuto all'interno per anni come facevano i vecchi alienisti. Arroventata, ma discreta c'è qui la casa modello di cui può vantarsi il nostro sistema penitenziario, l'eccezione alla crudeltà delle galere.
di Donatella Stasio
Il Sole 24 Ore, 17 marzo 2015
"Prescrizione raddoppiata per la corruzione" scrive su Twitter il premier Matteo Renzi, evidentemente sicuro di convincere l'alleato di governo Ncd a non opporsi all'aumento dei termini previsto dal ddl sulla prescrizione approdato ieri nell'Aula della Camera.
Aumento limitato solo atre reati contro la pubblica amministrazione, corruzione propria, impropria, in atti giudiziari (restano fuori, tra l'altro, concussione, induzione, peculato), e pari alla metà dei termini attuali. Al "raddoppio" dì cui parla Renzi si arriverebbe con l'aumento della pena per questi tre reati, votato dalla commissione Giustizia del Senato nel ddl anticorruzione. Pertanto, se la modifica diventerà legge, la pena della corruzione propria aumenterà da 8 a 10 anni e il termine di prescrizione passerebbe da 10 a 20. Il condizionale è d'obbligo. Sia perché le due riforme (anticorruzione e prescrizione) sono legate a doppio filo sia perché l'aumento "della metà" ora previsto per quei tre reati è ancora appeso a un accordo di maggioranza che non c'è. Ned si oppone, come Forza Italia e si parla di un compromesso per ridurre l'aumento dalla metà a un terzo. Dunque, non più 20 anni, ma circa 18. Il tweet di Renzi, però, fa pensare alla soluzione più ampia.
Il "raddoppio" della prescrizione per i reati di corruzione è stato auspicato nei giorni scorsi da Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione, tanto più che la legge ex Cirielli del 2005 aveva, "dimezzato" i termini. Quindi non sarebbe un allungamento vero e proprio ma un "ritorno al regime ante 2005" aveva spiegato, ribadendo che la riforma della prescrizione "è una priorità a cominciare dai reati corruttivi".
Cantone ha anche sollecitato un "tagliando" della legge Severino sia "sullo spacchettamento" della concussione, "che non sta funzionando)", sia sulla sospensione dalla carica di amministratore locale dopo una condanna di primo grado per abuso d'ufficio. Un intervento da introdurre nell'ambito di una "modifica complessiva sulla normativa, assolutamente necessaria". Il Pd però frena: "La modifica non è discussione di queste ore" taglia corto il capogruppo alla Camera Roberto Speranza. Il governo sembra orientato ad attendere il verdetto della Consulta, previsto per aprile, prima dì rimettere le mani su questo capitolo. Quanto allo spacchettamento della concussione, non è nell'agenda né dell'Esecutivo né del Senato.
I 6 articoli sulla nuova prescrizione (si comincerà a votare solo dalla prossima settimana) sono frutto di un delicato compromesso nella maggioranza. Il ddl del governo si limitava a sospendere i termini per due anni, dopo la sentenza di condanna in primo grado, e per un anno, dopo la condanna in appello (la sospensione non vale in caso di assoluzione). Ma è arrivato alla Camera quando in commissione era già stato presentato un testo con l'aumento dì un quarto per tutti i reati, senza distinzioni.
Il governo ne ha chiesto la soppressione e da lì si è arrivati alla mediazione dei relatori di aumentare la prescrizione della metà per almeno tre reati contro la Pa su cui il governo ha dato parere favorevole. Ma al momento di votare il mandato ai relatori per l'Aula, l'Ncd si è smarcato, rivendicando gli accordi presi in precedenza. Forza Italia è nettamente contraria a ogni aumento dei termini, contro cui gli avvocati penalisti sono "in stato di agitazione". "Penso che il percorso più trasparente - dice la presidente della commissione Giustizia della Camera Donatella Ferranti - sia confermare l'aumento della metà; poi il Senato potrà ricalibrarlo una volta approvati gli aumenti di pena dei reati contro la Pa".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 17 marzo 2015
Alla fine il Governo scopre le carte sulla riforma del falso in bilancio e deposita al Senato, in commissione Giustizia, l'emendamento al disegno di legge anticorruzione. "Alleluia", esulta il presidente del Senato, Pietro Grasso, che a inizio legislatura presentò il testo ora in discussione sul quale si innesta la proposta del ministero della Giustizia. E il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, riferendosi al complesso delle misure in discussione twitta: "Contro corruzione proposte governo: pene aumentate e prescrizione raddoppiata. E l'Autorità oggi è legge con presidente Cantone".
Mentre, sul punto del falso in bilancio, il ministro Andrea Orlando, uscendo ieri sera dalla commissione sottolinea che "si è passati" da un reato di danno a un reato di pericolo con aumento delle pene. Ora, è la lettura del ministro, "siamo di fronte a un reato in grado di mordere il fenomeno": per Orlando il testo è equilibrato e incisivo per contrastare il fenomeno, "un testo che ha superato qualunque ipotesi di soglie di punibilità e che, pur accogliendo le osservazioni che arrivavano dal mondo delle imprese, non ha rinunciato all'impostazione di contrasto serio del fenomeno".
Il testo sostituisce integralmente gli articoli 2621 e 2622 del Codice civile che disciplinano il reato e ne aggiunge due inediti. Diverse sanzioni, ma identica condotta penalmente rilevante nel caso il delitto sia commesso nell'ambito di una società quotata o non quotata. Quanto alle sanzioni, la maggiore articolazione riguarda le società non quotate, dove la reclusione sarà compresa tra un minimo di 1 e un massimo di 5 anni. Con la possibilità però di un abbassamento (6 mesi-3 anni) quando i fatti sono di modesta entità "tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta".
Le medesime sanzioni ridotte si applicano poi, ed è una delle novità dell'ultimissima ora, quando il falso riguarda società non quotate che non superano i limiti dimensionali previsti dalla legge fallimentare (in sostanza si tratta di società dalle dimensioni assai contenute) e, in questo caso, la procedibilità è a querela della società stessa, dei soci, dei creditori o degli altri destinatari della comunicazione sociale.
Ma, sempre per le società non quotate, l'emendamento prevede espressamente la possibilità di applicare la recentissima causa di non punibilità per tenuità del fatto, approvata la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri e in attesa solo della pubblicazione in "Gazzetta Ufficiale". Applicazione che è resa possibile proprio dal limite di pena a 5 anni che esclude però la possibilità di svolgere intercettazioni. L'archiviazione scatta quando per le modalità della condotta e l'esiguità del danno o del pericolo l'offesa è lieve e il comportamento non è abituale. Il ministero della Giustizia ha però voluto scrivere anche che il giudice dovrà valutare in maniera prevalente l'entità del danno provocato alla società, ai soci e ai creditori.
Sul fronte delle società quotate, invece, è prevista la reclusione da un minimo di 3 a un massimo di 8 anni, senza la possibilità di applicare misure ridotte o forme di non punibilità. A questa conclusone porta la completa cancellazione delle soglie oggi previste dal Codice civile anche per le società quotate quando non c'è stato grave danno ai risparmiatori. Inoltre, alle quotate, quanto a trattamento sanzionatorio, sono parificate anche le società controllanti, quelle che fanno appello o gestiscono il risparmio pubblico, quelle che hanno fatto richiesta di ammissione a un mercato regolamentato italiano o Ue, quelle ammesse alla negoziazione in un sistema multilaterale italiano.
Venendo agli altri elementi della fattispecie penale, entrambi i casi di false comunicazioni sociali (quotate e non quotate) vengono allineati con riferimento alla descrizione della condotta incriminata: entrambe le norme colpiscono, infatti, le falsità che hanno per oggetto l'indicazione di fatti materiali o l'omissione di fatti materiali rilevati. Un concetto, quello dei fatti materiali, che si sostituisce a quello delle informazioni, con l'intenzione di ridurre l'impatto del penalmente rilevante sul versante delle semplici valutazioni e che, sottolinea la relazione di accompagnamento all'emendamento, è mutuato dalla norma del Codice civile che punisce l'ostacolo all'esercizio delle funzioni dell'autorità di vigilanza.
Sanzionando, poi, ogni condotta a titolo di delitto è cancellata del tutto l'ipotesi della contravvenzione che riduceva l'area dell'efficacia penale e, nello stesso tempo, è quasi del tutto ridotta la procedibilità a querela di parte che ora, insieme con la necessità del danno, limitava le chance di intervento della magistratura.
Il Corriere della Sera, 17 marzo 2015
"Alleluja, alleluja" ora c'è il testo sul falso in bilancio, commenta il presidente del Senato Pietro Grasso che all'alba della legislatura (primavera 2013) da semplice parlamentare presentò il ddl 19 anticorruzione. Le pene inasprite (da 3 a 8 anni per le società quotate, da 1 a 5 per le non quotate, con procedibilità a querela solo per le piccole imprese) e il ripristino per tutti del "reato di pericolo" sono il cuore del testo del relatore di maggioranza Nico D'Ascola (Ncd) - spolpato in corso d'opera delle parti riguardanti auto-riciclaggio e voto di scambio politico mafioso, già approvati in modo autonomo - che adesso arriva al giro di boa della commissione Giustizia del Senato, anche se l'approdo in Aula previsto per oggi slitterebbe alla prossima settimana. A meno che il presidente della commissione, l'azzurro Francesco Nitto Palma ("Non diciamo Alleluja, ma FI ha interrotto l'ostruzionismo), non si convinca a dare il via libera al ddl entro domani sera.
La svolta, dopo mesi di attesa, è andata scena al piano ammezzato del Senato dove il governo, rappresentato dal Guardasigilli Andrea Orlando (Pd) e dal sottosegretario Enrico Costa (Ncd) ha presentato l'emendamento annunciato sul falso in bilancio. Che rimane, dunque, l'unico piatto forte della legge anticorruzione.
"Contro corruzione proposte governo. Pene aumentate e prescrizione raddoppiata", ha scritto su Twitter il presidente del Consiglio Matteo Renzi, richiamando - nel giorno in cui da Firenze parte l'ennesima inchiesta sugli appalti per le grandi opere - anche la legge sui tempi del processo che proprio ieri ha fatto il suo debutto in Aula alla Camera dopo una lunga fase di attesa.
Il ministro della Giustizia ha messo in campo tutte le su carte: "Habemus Papam", ha detto davanti alla porta della commissione quando gli hanno comunicato gli "Alleluja" lanciati dal presidente Grasso. Poi, nel merito dell'emendamento, il Guardasigilli ha aggiunto: "Siamo passati da un reato di danno a un reato di pericolo con aumento delle pene per cui direi che siamo difronte a un reato capace di mordere il fenomeno". Orlando ha poi voluto rivendicare l'equilibrio del testo: che ha superato qualunque ipotesi di soglia di non punibilità ma che, allo stesso tempo, ha lasciato la querela di parte e la valutazione del giudice sulla particolare tenuità del fatto per valutare gli illeciti riguardanti le piccole imprese. In questo modo il governo ha raccolto le osservazioni del mondo imprenditoriale senza rinunciare, ha osservato il ministro, "a un contrasto serio del fenomeno".
Resta da vedere quale sarà ora l'atteggiamento di Forza Italia. Ieri pomeriggio il senatore azzurro Giacomo Caliendo - causa il ritardo degli aerei utilizzati dai colleghi del Pd Lumia e Filippin, che poi sono arrivati all'ammezzato trafelati e con i bagagli al seguito - avrebbe avuto la possibilità di bloccare i lavori della commissione chiedendo che si verificasse il numero legale. Così non è stato. E la seduta (sospesa per pochi minuti) è potuta continuare quando i banchi si sono riempiti . Se l'ostruzionismo di FI è rientrato, ci penseranno i grillini a mettersi di traverso. Il M5S ha proiettato una grande foto di un ministro Maurizio Lupi con la faccia interdetta nella sala Nassiriya del Senato e ha attaccato Renzi: "Dove è finito il "Daspo per i corrotti" che Renzi sbandierava e che poi ha fatto bocciare quando è diventato un nostro emendamento?", ha chiesto il capogruppo Andrea Cioffi.
Sulla eventuale modifica della legge Severino, quella che ha determinato la sopensione dalla carica di sindaco dei condannati in primo grado De Magistris e De Luca, il governo con il sottosegretario Graziano Delrio ha detto che non se ne fa niente: tutto congelato fino alla sentenza della Consulta.
di Marco Gasperetti
Corriere della Sera, 17 marzo 2015
Per la Procura di Firenze, è la "cupola" dei grandi appalti pubblici: 51 indagati e 4 arresti, tra cui il super manager Ercole Incalza e l'imprenditore Stefano Perotti. Ma il caso è anche politico, per i presunti favori al figlio del ministro Lupi.
Ci sono quasi tutte le grandi opere nel carnet della rete del presunto malaffare: dai cantieri dell'Expo all'autostrada Salerno-Reggio Calabria, dalla Fiera di Roma all'Alta velocità Milano-Verona. E poi il terminal di Olbia, l'hub portuale di Trieste, il completamento dell'autostrada Livorno-Civitavecchia, il Metro 5 di Milano, City Life e altri cantieri appetitosi. Miliardi di euro, più di 25, da gestire con tangente (il 3%) e prezzi lievitati anche del 40%.
Almeno così la pensano i magistrati di Firenze, dove tutto è nato e si è espanso da un'inchiesta sulla Tav che è diventata un macigno gettato in un mare di illegalità con cerchi concentrici che hanno raggiunto tutta Italia. Dopo indagini condotte dai carabinieri del Ros e dai pm Luca Turco, Giuseppina Mione e Giulio Monferini, sono state arrestate quattro persone.
Nomi eccellenti. Primo tra tutti quello di Ercole Incalza, 70 anni, da più di trent'anni "principe" del ministero dei Lavori pubblici, quell'"Ercolino" - come lo descrive in un'intercettazione un alto dirigente delle Ferrovie dello Stato - che "decide i nomi tra tutti i suoi, fa il bello e il cattivo tempo" e "ormai là dentro è il dominus totale e senza di lui non si muove foglia".
Gli altri tre arrestati sono imprenditori: il milanese Francesco Cavallo, 55 anni, il frusinate Sandro Pacella, 55 anni, collaboratore di Incalza e il romano, ma da tempo residente a Firenze, Stefano Perotti, 57 anni. Gli indagati sono in tutto 51 e tra questi spiccano nomi eccellenti di politici, sia del centrodestra che del centrosinistra.
Ci sono l'ex europarlamentare Vito Bonsignore, Stefano Saglia, già sottosegretario alle Infrastrutture, Antonio Bargone, ex sottosegretario ai Lavori pubblici, presidente della Società autostrada Tirrenica e commissario governativo dimissionario e Rocco Girlanda, sottosegretario alle Infrastrutture. Altri nomi illustri escono dalle intercettazioni: quelli del ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi, del ministro dell'Interno Angelino Alfano e del viceministro Riccardo Nencini che però non sono indagati.
"Dopo che hai dato la sponsorizzazione per Nencini, l'abbiamo fatto viceministro", dice Lupi al telefono con Incalza. Per Lupi si apre invece il caso del figlio Luca che, secondo il gip, avrebbe ottenuto degli incarichi lavorativi dall'imprenditore arrestato Perotti. Le accusano mosse dalla Procura di Firenze vanno dalla corruzione all'induzione indebita, dalla turbativa d'asta ed altri delitti contro la Pubblica amministrazione e non sono per tutti uguali.
La Procura aveva chiesto anche l'associazione per delinquere. "Ma il gip l'ha rigettata perché non ha ritenuto che sussistessero gli elementi di gravità per contestare questo reato", ha detto in conferenza stampa il procuratore di Firenze, Giuseppe Creazzo. L'inchiesta continua. Soltanto ieri sono state effettuate in tutta Italia più di cento perquisizioni e si stanno vagliando molte testimonianze giudicate "di grande interesse" dagli investigatori.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 17 marzo 2015
Le 268 pagine dell'ordinanza del gip Angelo Antonio Pezzuti lo documentano ministro nelle mani dell'associazione per delinquere che, negli ultimi 15 anni, ha gestito appalti delle Grandi opere pubbliche per 25 miliardi di euro.
Non è iscritto nel registro degli indagati Maurizio Lupi. Ma le buone notizie, per lui, finiscono qui. Le 268 pagine dell'ordinanza del gip Angelo Antonio Pezzuti lo documentano ministro nelle mani dell'associazione per delinquere che, negli ultimi 15 anni, ha gestito appalti delle Grandi opere pubbliche per 25 miliardi di euro. Poco più che un ventriloquo di chi di quell'associazione è il motore: l'immarcescibile Ercole, "Ercolino", Incalza, "il venditore di fumo e cipolle", "l'uomo che vuol far credere che la luna è fatta di formaggio", come dicono di lui nelle intercettazioni.
Il Kaiser Soze delle Infrastrutture (14 procedimenti penali a carico e una sequela di assoluzioni o archiviazioni per "intervenuta prescrizione"). Così potente da "scrivere il programma del Ncd", da chiedere e ottenere la protezione di Alfano quando l'aria si fa greve e da mandargli un suo uomo, Francesco Cavallo, per cancellare un'interdittiva antimafia. Padrone a tal punto del Grande Gioco da imporre a Lupi la scelta dei suoi due sottosegretari, gli ex socialisti Riccardo Nencini e Umberto Del Basso De Caro. "Dopo che hai dato la sponsorizzazione per Nencini lo abbiamo fatto viceministro - si compiace Lupi con Incalza al telefono - Ora parlagli e digli che non rompa i coglioni. E comunque complimenti, sei sempre più coperto".
"Se rompono faccio la crisi"
Già, Lupi è a tal punto prigioniero di Incalza che, non solo - come annota l'ordinanza - va a difenderlo in Parlamento rispondendo a una lunga interrogazione dei 5 Stelle con un testo preparato dall'avvocato del grand commis (Titta Madia). Fa di più. Il 16 dicembre scorso è pronto a far cadere il governo Renzi, o comunque a giocare la carta del ricatto politico, se Palazzo Chigi dovesse insistere nel pretendere la soppressione o comunque il diretto controllo della Struttura tecnica di missione (di cui Incalza è presidente e che del sistema di corruzione è il perno). "Vado io - dice il ministro a "Ercolino" - Te lo dico già... Cioè io vorrei che tu dicessi a chi lavora con te che se no vanno a cagare! Cazzo! Non possono dire altre robe! Su questa roba ci sarò io lì e ti garantisco che se viene abolita la Struttura tecnica di missione viene giù il governo! L'hai capito? Non l'hanno capito?".
Del resto, quello che succede negli uffici di Porta Pia sembra il segreto di Pulcinella e trova una nitida descrizione nelle parole di Giovanni Paolo Gaspari (nipote dell'ex ministro dc Remo), già alto dirigente delle Ferrovie dello Stato e consigliere del ministero. Il 25 novembre del 2013, al telefono con Giulio Burchi, già presidente di Italferr spa, dice: "Ercolino... è lui che decide i nomi. Fa il bello e il cattivo tempo lì dentro. Il dominus totale.
Al 100 per cento. Non si muove foglia. Sempre tutto lui fa. Tutto, tutto, tutto! Ti posso garantire. Maurizio (Lupi ndr) crede di fare qualcosa. Ma fa quello che gli dice quest'altro". Al punto da costruirgli annualmente il "bando su misura" che lo deve riconfermare nell'incarico di capo della Struttura tecnica. "Hanno naturalmente fatto un bando che si adatta solo ad Ercolino. Cioè deve aver fatto il capo della Struttura tecnica di missione per 10 anni, se no non può concorrere... Hai capito?".
Gli amici Perotti e Cavallo
Per Lupi, essere nelle mani di Incalza significa rispondere anche ai due uomini che ne sono i suoi facilitatori: Stefano Perotti (che di Incalza è anche socio nella "Green Field system", la società in cui ritorna il denaro prezzo della corruzione), l'ingegnere asso piglia tutto delle direzioni dei lavori imposte da Incalza ai general contractor delle Grandi opere, e Francesco Cavallo, un tipo senza arte né parte che, come si legge nel suo curriculum ("Negli ultimi 10 anni - scrive di sé - ho maturato esperienze significative nella gestione delle relazioni istituzionali, promuovendo e coadiuvando con successo i rapporti con opinion leaders, policy maker, istituzioni e stakeholders e gli affari istituzionali delle organizzazioni con le quali ho collaborato"), ha pochi ma decisivi meriti: è uomo di Cl (di cui Lupi è espressione nel governo e da cui è retribuito in pianta stabile attraverso "La Cascina" per "prestazioni inesistenti"), è stato amministratore delegato dell'Editrice del settimanale di area " Tempi" e consigliere della Metropolitana milanese negli anni di Letizia Moratti sindaco. Ma, soprattutto, conosce Lupi dal 2004, come documentato da un'inchiesta di Bari sulla coop bianca "La Fiorita".
Nel rapporto tra Lupi e Perotti - che fino a prova contraria lavora con appalti del ministero - c'è un tratto amicale che non ha evidentemente in alcuna considerazione anche solo l'imbarazzo per un oggettivo conflitto di interesse. Lupi e signora sono regolarmente ospiti delle cene organizzate da Perotti nella sua casa di Firenze. Partecipano, la scorsa estate, al matrimonio della figlia in una cornice di ballerine vestite da farfalle. E, siccome - come scriveva Flaiano - gli italiani innanzitutto "tengono famiglia", Perotti si prende cura del giovane Luca, figlio del ministro, una laurea in ingegneria al Politecnico di Milano e una prima esperienza di lavoro a San Francisco.
Per Luca regali e incarichi
A gennaio del 2014, Perotti fa infatti assumere Luca Lupi - ragazzo a cui tiene dai giorni della laurea per la quale ha pensato bene di regalare un Rolex da 10.350 euro - dal cognato, Giorgio Mor, mettendolo a lavorare nel cantiere per il palazzo di San Donato dell'Eni, di cui ha la direzione dei lavori. "Il ragazzo deve prendere 2.000 euro più Iva mensili", istruisce la segretaria e si raccomanda con il cognato di "farlo diventare il suo uomo su Milano". Ma che in quell'assunzione ci sia qualcosa che non va e che la cosa dunque non vada fatta sapere in giro è così chiaro a tutti che, al telefono, il nome di Luca Lupi non viene pronunciato. Per tutti è "il cugino della moglie di Perotti".
E lo stesso Mor chiede di essere rassicurato se "la triangolazione" (e cioè l'assunzione per via indiretta, ma con costi a carico di Perotti) "non sia rischiosa". È un fatto che, nel febbraio del 2014, dopo l'interrogazione dei 5 Stelle su Incalza e un articolo del " Fatto" che lo collega a Perotti, il figlio dell'ingegnere, Philippe, suggerisca al padre che da quel momento "niente più mail o telefono". E che, un mese fa, Perotti decida di aiutare il figlio del ministro a cambiare aria con un lavoro a New York, chiedendo che lo prenda in carico l'amico Tommaso Boralevi.
C'è anche chi pensa a saldare i vestiti sartoriali del ragazzo. È Cavallo. Che del resto è generoso anche con Nicola Beneduce, uomo nella segreteria di Lupi. Anche per lui, insieme al sarto che serve Lupi jr., un bell'orologio. "Tra i 7 gli 8 mila euro".
di Giorgio Santilli
Il Sole 24 Ore, 17 marzo 2015
La nuova inchiesta della magistratura fiorentina sulle grandi opere ripropone la questione della corruzione diffusa in Italia, in particolare nel settore degli appalti. Prima di ogni altra considerazione va ripetuto che qualunque atto di corruzione deve essere punito severamente: ladri e corrotti devono stare in galera e il malaffare va estirpato dal tessuto economico italiano. Al tempo stesso, la politica deve essere al di sopra di ogni sospetto e per questo è necessario che il ministro Lupi chiarisca fino in fondo la propria posizione,
Il malaffare frena la crescita, penalizza gli imprenditori onesti, falsa la concorrenza, accolla alla cittadinanza tempi e costi di realizzazione esorbitanti. L'inasprimento delle pene per i corrotti, contenuto nella legge anticorruzione all'esame del Senato, serve a questo scopo e andrebbe varato al più presto, anche se la corruzione va battuta anche con altri strumenti, non meno importanti: una drastica semplificazione delle regole degli appalti (e più in generale dell'attività economica) e una vigilanza/regolazione adeguata, affidata a personalità capaci e al di sopra di ogni sospetto.
In questo senso, il "modello Cantone", che stiamo sperimentando ormai da oltre sei mesi, ha ottenuto risultati certamente positivi, proteggendo l'attività economica dalla patologia corruttiva senza però bloccarla. Quel modello andrebbe rafforzato ulteriormente: all'Autorità anticorruzione andrebbe affidata anche un'ampia attività di regolazione del settore dei lavori pubblici, liberata di una normativa ridondante. Poche regole, stabili e certe, recepite dalla normativa europea, e - a fronte del disboscamento normativo - un ampio potere regolatorio affidato all'Anac che possa consentire a imprese e pubblica amministrazione di svolgere l'attività legata ai contratti pubblici nella massima trasparenza e nel rispetto di una competizione onesta.
Nel merito dell'inchiesta, sarà la magistratura a fare le indagini e le valutazione che le sono proprie. L'importante è non confondere i singoli casi di malaffare con la necessità, che l'Italia ha, di realizzare infrastrutture, piccole, medie e grandi. Ercole Incalza è personaggio discusso e non da oggi: ha già subito inchieste e processi, è già stato arrestato (ai domiciliari) nella prima inchiesta Tav, peraltro uscendone sempre-senza condanne.
La sua competenza e autorevolezza, però, non possono essere messe in discussione: padre del Piano generale dei trasporti già negli anni 80, è stato anche il padre e il centro indiscusso della politica delle grandi opere in Italia. Senza di lui, non sarebbero state realizzate grandi opere necessarie (a partire dall'Alta velocità che oggi vediamo quanto sia fondamentale) e questo va a suo merito. Al tempo stesso, il fallimento della legge obiettivo, certificato dai più recenti documenti sullo stato di realizzazione delle opere (solo l'8% completato), è anche il suo personale fallimento, in un bilancio fatto di luci e ombre.
L'eccesso di accentramento di poteri nelle mani di Incalza, per un periodo troppo lungo, non ha giovato alla lunga alla politica delle grandi opere. La sua uscita di scena, alla fine dello scorso anno, è già un segnale di cambiamento notevole.
Quanto allo specifico che viene contestato nell'inchiesta, le modalità di affidamento della direzione lavori nelle grandi opere, questo giornale ha sempre sostenuto che l'affidamento della direzione lavori ai general contractor fosse un errore perché la direzione lavori deve, "separare" e "difendere" gli interessi dell'amministrazione pubblica (e del progetto) da quelli dell'appaltatore. Questione più volte discussa nel dibattito pubblico ma mai risolta, come pure la riforma della legge obiettivo.
Ancora una volta bisogna ripetere che non è il caso di buttare via il bambino con l'acqua sporca. Una politica delle grandi opere è necessaria in questo Paese, anche se va corretta (e già si sta correggendo) rispetto al passato, con una pianificazione certa e chiara, analisi costi-benefici, progetti all'altezza, procedure trasparenti, vigilanza dalla corruzione e dalle infiltrazioni mafiose. Bisogna realizzare tutte le opere che servono, solo le opere che servono, con gare concorrenziali e modalità di esecuzioni contrattuali semplici e trasparenti. Il rapporto con il territorio deve essere trasparente e "democratico" in fase di progetto, con l'introduzione finalmente del débat public, per poi passare alla realizzazione senza tentennamenti una volta che si sia deciso in base a quale progetto fare l'opera.
di Liana Milella
La Repubblica, 17 marzo 2015
L'Italia corrotta? "La maggioranza dei cittadini è onesta, e i corrotti vanno combattuti". La politica? "Deve correre". Il Parlamento è in ritardo? "Speriamo di recuperare".
L'emendamento sul falso in bilancio? "Alleluja...". Pietro Grasso mette i panni del fustigatore e sprona ancora governo e Parlamento a fare presto.
Ancora un'inchiesta sulla corruzione scuote il Paese, ancora arresti e decine di indagati. Ancora la politica coinvolta. Che impressione le ha fatto la notizia?
"Ho pensato a un vecchio libro, Niente di nuovo sul fronte occidentale. La corruzione che viene scoperta, purtroppo, è soltanto la punta dell'iceberg".
Lei ne ipotizza una molto più profonda e diffusa?
"Le stime portano a pensare proprio questo".
I corrotti continuano a fare i loro affari, il Parlamento tarda a contrastarli. Non è un'insopportabile contraddizione?
"Il punto vero della corruzione è riuscire a farla emergere. Quand'ero procuratore nazionale antimafia, negli Usa mi spiegarono la loro strategia per arrestare i corrotti. Quando ne individuavano uno non lo arrestavano subito, ma lo convincevano a collaborare per scardinare il sistema corruttivo. Per questo, nella mia proposta di legge, ho inserito un sconto di pena per chi collabora".
Sabato lei ha usato parole dure, "il tempo dell'attesa è finito" ha detto, si è augurato che Godot potesse giungere questa settimana, ma non sembra che sia così.
"Non erano parole dure: la cronaca mi ha dato ragione con le indagini su Expo, Mose, Roma capitale, fino agli arresti di Firenze".
Una premonizione?
"Non ho ancora questi poteri... né sapevo nulla dell'inchiesta. Ma non serve la palla di vetro per intuire l'esistenza di una corruzione dilagante".
La sua legge aspetta da due anni. Non le sembra troppo, soprattutto se il testo dovrà affrontare un cammino parlamentare ancora molto lungo?
"Spero che la presentazione del tanto atteso emendamento sul falso in bilancio in commissione giustizia, che si era ipotizzato di presentare in aula, abbia sbloccato finalmente lo stallo. La moral suasion che mi aveva chiesto il presidente Palma ha funzionato. Adesso si può andare avanti rapidamente e portare il testo in aula già giovedì, e pure con il suo relatore".
Il procuratore antimafia Roberti dice che la sua legge andava approvata nella versione originale, cosa ormai impossibile. Le dispiace?
"Quando si presenta una proposta di legge si dà per scontato che il testo potrà essere modificato, non resta che attendere per un giudizio complessivo la definitiva approvazione. Sono contento di averla presentata. Quando ho scritto il testo non avrei mai immaginato di diventare presidente del Senato. Se avessi tardato anche un giorno non avrei più potuto farlo".
Dicono i senatori che nel frattempo hanno fatto altre leggi. Come spiega che la sua non sia passata subito?
"Per me rappresentava la priorità assoluta, non solo per combattere fenomeni criminali diffusi, ma anche per cercare di contribuire a risanare le finanze del Paese. Dentro la legge c'era l'evasione fiscale, il falso in bilancio, l'auto-riciclaggio, il voto di scambio e ovviamente le misure per contrastare più efficacemente la corruzione".
Perché la politica non ha fatto per questa legge quello che ha fatto per le riforme costituzionali e la legge elettorale?
"Qualcosa è stato fatto, la nomina di Cantone all'Anti-corruzione dandogli più poteri di quelli precedenti, la norma sul voto di scambio e sull'auto-riciclaggio, già approvate dal Parlamento e in vigore".
Ne ha parlato con Renzi e Orlando? Con il ministro sì. Incontrandolo in occasioni pubbliche ho potuto constatare che perseguivamo gli stessi obiettivi. Lei è stato magistrato. Molti senatori dicono che le leggi contro la corruzione già ci sono e bastano, tant'è che inchieste e processi si fanno. Dicono che la legge Severino è stata approvata da poco e non ne serve una nuova. È un buon argomento per giustificare il ritardo?
"Tutto si può migliorare. E la relazione introduttiva del mio ddl spiega perché sia necessario e urgente fare delle modifiche. Faccio solo tre esempi. Il falso in bilancio, cambiato radicalmente nel 2001 quasi al punto da essere depenalizzato. Una prescrizione più lunga dopo l'intervento della ex-Cirielli nel 2005. Lo sconto per chi collabora".
Il braccio di ferro su prescrizione e falso in bilancio continua. Sulla prima non c'è ancora intesa. Arriva il testo del governo sul falso in bilancio ed è ammorbidito. Pesa Squinzi (Confindustria) che dice: "Vogliamo dare ai magistrati la licenza di uccidere le imprese?". L'effetto si vede. Resta una norma efficace o inutile?
"L'emendamento è stato appena presentato e devo ancora studiarlo. Ma ritengo che gli imprenditori, piccoli e grandi, che abbiano commesso degli errori scusabili e di lieve entità, possano stare tranquilli. Chi invece falsifica dolosamente per creare fondi neri o per evadere il fisco è giusto che vada punito più gravemente".
Le intercettazioni sono o non sono necessarie?
"È evidente che le falsificazioni economicamente più clamorose, in danno di soci e azionisti, possono giustificare l'utilizzo di questo mezzo d'indagine".
La prescrizione. Basta sospenderla in primo grado o si va incontro a un nuovo fallimento?
"Certamente si tratta di un passo avanti che rappresenta un compromesso rispetto all'ipotizzata sospensione dopo il rinvio a giudizio. Ma servono altre riforme per accelerare i processi".
Giovedì si vota per i giudici della Consulta. Ben 261 giorni per eleggere quello di Fi. Si preannunciano sedute a vuoto. Tempo sottratto a legge indispensabili...
"Ha detto bene il presidente della Corte Criscuolo, una decisione presa da 13 giudici potrebbe essere diversa se fossero 15. Significa che il Parlamento non deve perdere tempo".
Vitalizi per i parlamentari condannati per gravi reati. A che punto siete?
"Andiamo avanti".
di Lanfranco Caminiti
Il Garantista, 17 marzo 2015
I politici gracchiano, i corvi volano, Salvini strepita. Tocca al padre e al fratello di David-Abele farli tacere, e chiedere; "in nome di David, razzismo mai".
Gracchiano i corvi neri, i cerchi del loro volo si fanno più stretti, il loro orribile verso più stridulo. Si fanno più arditi. Sentono l'odore della morte. Non fanno paura, quello no. Se gli vai contro, svolazzano via. Inquietano, quello sì, come se scavassero nella tua anima, come se annunciassero ancora orribili sciagure. Portano sventura. È per quello che sono qui, per dire che domani ci sarà ancora morte, e ancora domani, e ancora morte. Loro, ci campano con la morte. Tornano e tornano.
Gli è andata male con Graziano Stacchio, il benzinaio di Ponte di Nano, nel Vicentino, che per soccorrere una commessa di una gioielleria assediata da rapinatori era entrato in casa aveva preso il fucile e dopo avere sparato in aria aveva mirato alle gambe di uno degli assalitori, e quello, il giostralo nomade, era morto, abbandonato dai suoi.
"È un eroe", avevano subito dichiarato i corvi neri. E vai con gli hashtag #iostoconstacchio, e le magliette e le felpe. Come se tutti dovessimo entrare in casa e prendere il fucile e scendere in strada a sparare alle gambe del primo che passa, così, giusto per tenerci all'erta. Stacchio, lui, aveva subito allontanato i corvi. Non si sentiva fiero di quello che aveva fatto. Era successo. Punto.
Ora ci riprovano, i corvi. Con David Raggi, ucciso l'altrieri a Terni, di notte, da un ubriaco con un colpo di bottiglia al collo. È marocchino, l'assassino, si chiama Amine Aassoul. Entrato e uscito dall'Italia, espulso per una serie di reati nel 2007, rimpatriato, rientrato attraverso Lampedusa l'altr'anno.
Dicono, i corvi, che se la caverà, perché gli daranno l'attenuante dell'alcol in corpo, è già successo, l'altra volta un albanese, ubriaco, guidava contromano e ha falciato degli innocenti, e non ha preso l'ergastolo, o quattro ergastoli uno per ogni vita recisa. E cosa dovrebbe un giudice, invece, dargli l'aggravante a Amine Aassoul d'essere marocchino? D'essere clandestino? D'essere un balordo? Di non essere morto affogato nel Canale di Sicilia, la prima o la seconda volta che lo passava?
Ecco, sì, se li ammazzassimo noi, se li lasciassimo affogare, se gli sparassimo dalle motovedette, ecco, prevenire ecco, non succederebbe un fatto come quello di Terni, così dicono i corvi. Dovremmo ammazzarne cento, mille per educarne uno, ecco sì. Credete sia il cinismo di queste parole che mi spaventa, che mi fa orrore? No, è la stupidità.
Avremmo meno assassini se affondassimo i barconi degli immigrati? Avremmo meno ubriachi se sparassimo a tutti i marocchini? Ai corvi, non importa nulla di David Raggi, non importa nulla della sua famiglia,
del dolore che sta provando, del vuoto che si porteranno appresso sempre, no, a loro interessa Amine Aassoul. Ai corvi interessano gli assassini, i tagliagole, i Caino, non Abele. Abele non interessa mai nessuno.
In nome di Abele parla il padre di David Raggi. In nome di Abele parla il fratello di David Raggi. Non del proprio figlio, del proprio fratello. Parlano di giustizia, non di vendetta. Parlano dell'odio razzista che non entrerà mai nella loro casa. Parlano degli estremismi che non sono mai piaciuti in quella loro casa. Parlano del fatto che non vogliono che la vicenda di David venga strumentalizzata. David - dice Diego, il fratello - non lo avrebbe mai voluto. Abele non vuole che Caino venga linciato.
È gente che si è rotta la schiena, la famiglia di David, che se la rompe ancora. Sembra ci sia ancora una comunità a Terni, un senso di comunità, di appartenenza. Ci si stringe attorno: i preti fanno le loro omelie; gli amici di David fanno la loro veglia. Forse è la fabbrica, quel che ne resta. Forse è che ci si conosce tutti. Forse è che la chiesa sta ancora vicino agli uomini.
E l'Italia di sempre. Quella che emerge solo quando la terra si spacca, quando il cielo precipita. Non l'avresti mai conosciuto uno come David. Non ballava il tip tap, non aveva l'ugola d'oro, non faceva le imitazioni da sganasciarsi dalle risate. Non sgomitava.
Volontario del 118, lui stesso ha chiamato i soccorsi. Anche la madre partecipa di associazionismo, e il padre. E gente così. Che scambia due chiacchiere con gli ambulanti all'angolo quando esce per il giornale e la spesa, che va in chiesa e prega. È gente solida, la spina dorsale forte. L'altrieri gliela hanno spezzata, certo. Urleranno contro Dio?
No, certo, non è caduta una tegola dannatamente dritta su una testa, non è il destino bastardo, il caso assassino. Non è la congiuntura di trovarsi in un posto al momento sbagliato. Non fatemi pensare sciocchezze. C'è un colpevole, di un reato tanto più assurdo perché incosciente. Dovranno pensarci gli uomini a trovare giustizia: è questo che fa di noi una società, le leggi, i diritti. Avremmo più sicurezza se fossimo tutti armati? Avremmo più sicurezza se tagliassimo la testa a ogni Caino?
Il segretario della Lega, Matteo Salvini, dice che Diego Raggi è una vittima di Mare Nostrum. Che è come dire che Adrian Miholca, operaio rumeno, morto qualche giorno fa mentre demoliva una campata di un viadotto della Salerno-Reggio Calabria - ottanta metri di volo - è una vittima del comunismo dei paesi dell'Est.
Che paese è mai diventato questo dove bisogna tappare la bocca ai politici, a quelli che si mettono in vista, a quelli che urlano forte? Che paese è mai diventato questo dove il primo pensiero di chi vive una tragedia dev'esser quello di calmare gli animi, di tenere lontane le grida dei politici? Dovrebbero guidarci, i politici, verso alti ideali, dovrebbero parlare ai nostri cuori, alle nostre teste, alle nostre mani, non alle viscere e al buco del culo.
Dovrebbero tenerci insieme, i politici, per fare di noi un popolo, una società, una nazione, che giorno dopo giorno va verso qualcosa, che sogna e fatica, che fatica perché sogna. Abele è ancora lì, in terra. Caino è stato preso. Loro, i politici, litigano l'un l'altro, si accusano l'un l'altro, si scolpano l'un l'altro. Non gli importa di Abele. Non gli importa neppure di Caino. A loro importa solo gracchiare il loro cra cra di morte, di sventura. Tacete, almeno oggi. Ci sono i funerali.
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