di Alessandra Buzzetti
www.ilsussidiario.net, 24 aprile 2015
Interlocutori privilegiati negli "Stati generali della pena" e attori indispensabili per realizzare un progetto ambizioso: incentivare il lavoro dei detenuti nelle carceri per renderlo un sostegno attivo in tempi di crisi economica. Lo promette il ministro della Giustizia Orlando alla rete di cooperative sociali e associazioni di volontariato impegnate da anni nelle carceri italiane, in occasione del Convegno "Per rieducare un carcerato ci vuole un villaggio", svoltosi a Roma e promosso da Alleanza delle Cooperative Italiane, Compagnia delle Opere e Associazione Enti nazionali di Formazione professionale.
Un dialogo che guarda all'annunciata riforma del sistema penitenziario a partire dalle tante esperienze positive sussidiarie già in atto, che dimostrano - dati alla mano - la centralità del lavoro, della formazione e della solidarietà nel percorso di rieducazione dei detenuti così da abbattere l'alta percentuale di recidiva e produrre un vantaggio, anche economico, per lo Stato e la collettività.
"Il sistema carcerario italiano costa tre miliardi all'anno eppure ha i tassi di recidiva più alti d'Europa: significa che le politiche che concepiscono il carcere come unica o principale sanzione sono fallimentari" dice il Guardasigilli, aggiungendo che, ora che si è risolta l'emergenza sovraffollamento (53mila detenuti a fronte di una capienza carceraria di 47mila posti) si può pensare di lavorare insieme a un progetto più ampio che preveda un messaggio all'esterno comune perché il tema della riforma carceraria scatena inevitabilmente populismo e demagogia.
"Ministro, la prendiamo in parola rispetto agli impegni che ci ha annunciato" conclude Giuseppe Guerini, portavoce dell'Alleanza delle Cooperative italiane, che sottolinea il fondamentale contributo che possono fornire le cooperative sociali e le associazioni di volontariato col loro bagaglio di fatti, esperimenti e risultati ottenuti grazie a una seria formazione professionale e alla creazione di posti di lavoro regolarmente retribuiti.
"Il carcere o ti cambia in meglio o ti cambia in peggio" racconta un detenuto nel breve video di apertura di testimonianze raccolte nelle case circondariali di Siracusa e di Padova tra i pochi carcerati (parliamo del 2-3%) che in Italia hanno la fortuna di essere assunti da una cooperativa sociale, diventando così lavoratori dipendenti a tutti gli effetti.
In sala annuiscono con decisione Raffaele ed Edmondo. Sono i volti che raccontano come dietro ai panettoni, ai torroni e ai vini di qualità come delle biciclette e dei gioielli prodotti in carcere ci siano tante storie di uomini per cui, grazie al lavoro e alla fiducia di chi glielo ha permesso, il carcere non è stato il capolinea. "Per me essere qui è un miracolo" esordisce Edmondo, ancora stupito nel ricordare come la detenzione è stata per lui, paradossalmente, l'esperienza di un riscatto, la possibilità di ricreare legami affettivi autentici grazie all'incontro con gli amici della Cooperativa sociale Homo Faber presente nella Casa circondariale Bassone di Como.
"Volevo farla finita - dice Edmondo, quando ho incontrato una persona che mi ha guardato da uomo e così mi sono accorto che un cambiamento era possibile". Da Como a Roma, dove Raffaele ha imparato a fare il cuoco nel carcere di Rebibbia, grazie alla Cooperativa sociale Man at work, che fornisce servizi di ristorazione.
Se Edmondo, scontata la pena, è stato addirittura accolto in casa dagli operatori conosciuti dietro alle sbarre, per Raffaele fondamentale è stato l'accompagnamento nella ricerca di un lavoro una volta uscito fuori. Perché "il villaggio" evocato da Papa Francesco nell'incontro col mondo della scuola, necessario per educare e, in questo caso, rieducare va costruito anche oltre le sbarre e per farlo non basta la legge scritta nei codici.
Lo sa bene don Claudio Burgio, cappellano dell'istituto penale minorile Beccaria di Milano e fondatore dell'Associazione Kayros, che gestisce alcune comunità di accoglienza per minori e servizi educativi per l'adolescenza. "I miei ragazzi sono ragazzi che entrano in carcere bulli ed escono piangendo" racconta don Claudio, che sottolinea più di una criticità di un sistema che non è in grado di garantire continuità formativa ai giovani in generale e, tanto meno, a quelli a rischio devianza.
A rispondere sul piano istituzionale, oltre al ministro della Giustizia, sono Luigi Bobba, sottosegretario al ministero del Lavoro - che propone una maggiore cooperazione tra i ministeri competenti e un tavolo di lavoro allargato agli operatori impegnati nelle carceri - e Gabriele Toccafondi, sottosegretario al ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.
"La sfida per noi è dare dignità alla scuola in carcere, convincere presidi e amministratori che la proposta formativa deve essere seria pur tenendo conto delle condizioni non semplici - spiega Toccafondi, portando un esempio virtuoso. "Sono stato nel carcere di Rebibbia per la laurea di tre detenuti. Uno era un ergastolano che aveva deciso di studiare e di laurearsi perché, nonostante il "fine pena mai", rimaneva sempre un uomo. Questo significa rieducare mettendo al centro la persona".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 24 aprile 2015
Non può essere sostituito automaticamente il giudice oggetto di un'azione di responsabilità civile. Lo precisa la Corte di cassazione con la sentenza della Sesta sezione penale n. 16924 depositata ieri, la prima che prende in considerazione la nuova legge in vigore da pochi mesi, la n. 23 del 2015. Viene neutralizzata così la pretesa di un avvocato, imputato dei reati di furto pluriaggravato, falso per soppressione e calunnia (avrebbe sottratto un verbale di sommarie informazioni e una comunicazione del Pm, rendendoli poi irreperibili), che aveva chiesto la rimessione del procedimento a un altro tribunale, ritenendo tutto l'ufficio giudiziario sospetto di un giudizio non imparziale nei suoi confronti.
Un utilizzo che la Cassazione ha giudicato evidentemente strumentale dell'azione per fare valere la responsabilità civile del giudice, ma un verdetto tanto più rilevante se si tiene conto dell'eliminazione del filtro di ammissibilità fatto dalla nuova legge e del rischio di pretestuosità nel ricorso alla nuova disciplina della legge Vassalli (la n. 117 del 1988) avanzato da subito da parte dell'Associazione nazionale magistrati. La strumentalità dell'azione era poi ulteriormente corroborata dal fatto che, "per esplicita deduzione dell'istante", l'azione era stata proposta non solo davanti a giudice incompetente, ma anche oltre il termine di decadenza.
La tesi dell'imputato era invece che la sola presentazione dell'azione nei confronti di uno dei componenti del collegio giudicante, e di altri due magistrati del medesimo ufficio, rendesse obbligatoria e, in un certo senso, automatica, la sostituzione del magistrato e, anzi, per la fondatezza della ricusazione, immediato il trasferimento del procedimento ad altra sede (visto che l'istituto della ricusazione espressamente prevede e disciplina espressamente la possibilità la sostituzione del singolo giudice non operi all'interno del singolo ufficio).
La Cassazione però, per smontare la tesi dell'imputato, fa leva su un aspetto della legge Vassalli che non è stato toccato dalla riforma: il fatto che il magistrato oggetto dell'azione di responsabilità non assume mai la qualità di debitore del proponente. La domanda infatti non è proposta direttamente nei confronti della toga ma solo, con l'eccezione dei fatti penalmente rilevanti, nei confronti dello Stato. Una conclusione che non è messa in discussione neppure dalla possibile presentazione dell'azione di rivalsa dello Stato nei confronti del magistrato nel caso di condanna dell'amministrazione. I presupposti infatti delle due azioni sono diversi. "In altri termini - conclude la Corte -, non solo la qualità di debitore si assume nel momento in cui viene riconosciuta la compiuta fondatezza della pretesa risarcitoria, e non prima, ma nel caso del sistema delle legge n. 117/1988 il magistrato la cui condotta professionale è valutata nel processo civile non potrà mai assumere la qualità dei debitore della parte privata".
In ogni caso, a sgombrare il campo da equivoci, neppure la presentazione di una causa civile o una denuncia penale, fatti riferibili solo alla parte e non al magistrato, possono essere idonei a fondare la ricusazione: non può essere rimessa a un'iniziativa di parte la scelta del giudice.
La Cassazione afferma così che, anche dopo la riforma, l'azione di risarcimento danni prodotti nel corso dell'attività giudiziaria "non costituisce per sè ragione idonea e sufficiente a imporre la sostituzione del singolo magistrato". Rimane però del tutto autonoma la questione dell'eventuale dichiarazione di astensione obbligatoria per convenienza. In questo caso infatti l'astensione è frutto di un esame da parte di altra autorità giudiziaria ed è sottratta a un'iniziativa discrezionale di parte.
di Lodovico Festa
Tempi, 24 aprile 2015
Sottolineare il caos ben poco garantista emerso a Genova era opportuno. E ancora più necessario era stigmatizzare il vizio profondo - specie dopo il 1992 - di arrangiare il diritto riscontrato con evidenza nella condanna di contrada. per un reato mal definito.
Naturalmente non si può non considerare benedetta l'opera della Corte europea per i diritti umani che con una certa continuità (carceri, lunghezza dei processi e oggi caso Diaz e sentenza Contrada) cerca di immettere e proteggere criteri liberali in una realtà involuta come quella del sistema giudiziario italiano. Forse non c'era bisogno di richiedere un reato di "tortura" per comportamenti contro i diritti umani già sufficientemente definiti dalle norme italiane e internazionali, sottolineare però un certo caos ben poco garantista nel sistema repressi-vo-giudiziario italiano sul caso Diaz era comunque opportuno.
E ancora più necessario era stigmatizzare il vizio profondo - soprattutto dopo il 1992 - di arrangiare la giurisprudenza (si considerino le società private che diventano pubbliche, il reato di falso in bilancio che si assomma invece di unificarsi a quello di corruzione, il finanziamento illecito che diventa corruzione: cioè tutte le innovazioni auto-generate dal rito manipulitistico) riscontrato con evidenza nella condanna di Bruno Contrada per un reato malamente definito dalla giurisdizione italiana (anche quella autoprodotta dalle interpretazioni della magistratura) come quello di concorso esterno in associazione mafiosa.
È interessante notare come queste due ultime sentenze intervengano contro una logica in qualche misura emergenzialistica che ha segnato soprattutto gli uomini più legati all'azione dell'Fbi nella polizia e tra i magistrati italiani, in alcuni casi contrapposti a quelli più legati a una logica nazionale non di rado assai efficace anche in funzione anti-mafìosa (a partire dal più famoso ufficiale dei Ros Mario Mori).
C'è in questo senso un problema più generale: uno Stato si trova talvolta in situazioni di emergenza e dovrebbe poter disporre dei mezzi per affrontarle senza violare né i i diritti umani né quelli democratici. Ma questa sarebbe una questione di sovranità nazionale: una cosaccia populistica, come direbbe quel genio politico di Mario Monti.
di Adriano Prosperi
La Repubblica, 24 aprile 2015
La parola "tortura" è antica, la pratica anche. E vastissima è stata nel passato la letteratura giuridica per definirne i limiti, indicare i rischi e moltiplicare le cautele: basta sfogliare il classico, insuperato libro di Piero Fiorelli sulla tortura giudiziaria nel diritto comune o le ricerche di Mario Sbriccoli per averne un'idea.
Ma tra il senso antico della parola e la pratica si è aperto un ampio e per lo più inesplorato territorio: quello dell'arbitrio del potere, in antico mediato dalla funzione del giudice ma in seguito, fin dall'età dell'assolutismo, sempre più affidato alla polizia, il "braccio violento della legge", ritraendosi nell'ombra la funzione del giurista e scomparendo la sacralità del giuramento (parole e atti che fanno parte del patrimonio comune indoeuropeo, come ha spiegato Emile Benveniste). Tanto più vasto e oscuro si è fatto intanto quel territorio quanto più la luce della definizione giuridica ha abbandonato il campo, un tempo oggetto di una attentissima normativa e di elaborazioni sottili da parte dei penalisti.
Così si può fare storia della tortura al solo patto di decifrare il mutamento nascosto dietro l'apparente immobilità del linguaggio. La realtà cambia, il lavoro del potere si aggiorna. "Oggi - si legge in un rapporto di Amnesty International - non vi è un singolo paese al mondo che abbia leggi che autorizzano l'uso della tortura". Ma ecco che, sparita quella legale, è esplosala fioritura di quella illegale. Ancora dal rapporto di Amnesty: "Si può affermare che il 50% del nostro globo stia avvalendosi di questa barbarie più o meno assiduamente".
Eppure all'origine la tortura non fu una barbarie, al contrario. Fu inventata per consentire al giudice di raggiungere la "regina delie prove", la confessione del colpevole - un vero progresso grazie al nuovo processo inquisitorio che tra l'XI e il XIII secolo sottrasse ai privati l'obbligo di farsi giustizia e inventò la figura del giudice come "inquisitore" cioè ricercatore della verità. Il principio fondamentale che portò a quel mutamento è tuttora valido: l'interesse collettivo a che i delitti non restassero impuniti. Ne andava di mezzo il vincolo tra l'individuo e la città, così come quello tra il cristiano e la Chiesa (che infatti si impadronì del processo inquisitorio e lo legò per sempre alle forme della sua lotta contro il dissenso, l'eresia).
Il ricorso alla tortura, anche se ritenuto necessario e insostituibile, fu arginato da critiche continue, a partire da quella di Sant'Agostino: chi viene torturato perché sospetto, riceve una pena certa per un delitto incerto. C'era l'evidente rischio di lasciare andare assolto il criminale robusto e di punire chi cedeva per il dolore o anche solo per il terrore: la strage di donne nei processi per stregoneria nacque dal ricorso alla tortura, come affermò il gesuita Friedrich von Spee nella sua celebre "Cautio criminalis". Altri tempi. Oggi nella cultura giuridica americana, ai margini di Abu Ghraib e di Guantánamo, è cresciuta la tendenza a una legittimazione della tortura come lotta contro il terrorismo. Sullo scenario ipotetico del caso estremo della bomba a tempo piazzata dal terrorista ("ticking bomb") è venuto meno non solo intellettualmente ma nella pratica il principio fondamentale che non debba esserci simmetria tra il potere criminale e il potere dello Stato. Questo ci riguarda.
L'Italia tutta è costretta a ricordarlo dai fatti del G 8 di Genova, l'avvio del millennio con una infamia non punita, degenerata in malattia mortale della politica e della giustizia italiana. Ed è un singolare esempio del cuore antico del futuro il fatto che sia la peste del terrorismo la malattia moderna che fa rinascere ed esplodere la tortura, così come sul caso di un povero barbiere milanese accusato di spargere la peste nacque il ripudio giuridico e morale della tortura argomentato in forme diverse da Pietro Verri e da Alessandro Manzoni, luci remote nel buio di un'Italia regredita.
di Antonio Mazzi
Famiglia Cristiana, 24 aprile 2015
La civiltà si esprime attraverso la dialettica e il confronto. Fa rabbia sentire un uomo-poliziotto di 42 anni che, riferendosi al massacro condannato pochi giorni fa anche dalla Corte europea di Strasburgo, avvenuto durante lo svolgimento del G8 di Genova nel 2001, con la barbara irruzione nella scuola Diaz, dichiarare su Facebook: "Lo rifarei mille e mille volte".
Credo che le forze dell'ordine debbano fare il loro dovere, soprattutto prevenendo alcuni rischi. Nelle strutture di Exodus arrivano giorno e notte ragazzi e adulti mandati dalle varie carceri, accompagnati da pattuglie molto collaboranti e rispettose.
È faticoso il loro lavoro perché i "loro clienti" non sono chierichetti o ragazzi dell'oratorio. Quasi sempre si trovano al centro di situazioni che esigono padronanza totale dei nervi, capacità di subire provocazioni, non solo verbali, di gruppi e di singoli. Però dovrebbero sapere che la violenza, da una parte e dall'altra, genera ulteriore violenza e malessere. Tutti dobbiamo essere operatori di pace, di serenità sociale e di quieta convivenza. Intervenire per fatti gravi non deve permettere a nessuno di scaricare le frustrazioni, di abusare della divisa o dell'autorità.
Il poliziotto ha dichiarato che le sue parole sono state travisate. Lo spero tanto, anche perché subito si sono accodati in parecchi. I politici faranno chiarezza sui fatti. Sono arrivati i provvedimenti. Ma i segnali che provengono dalla società non ci fanno dormire tranquilli. La violenza è sempre più presente. Spesso siamo noi adulti a dare adito e a provocarla. Non essere d'accordo ed essere contrari ad alcune scelte politiche, economiche, sportive, sociali non legittima discese barbare in piazza o gesti da tortura e vicini al massacro.
La civiltà si manifesta quando la scelta politica, la visione sociale è diversa, ma la si esprime dialetticamente, con le "armi" del confronto e, in extremis, con l'uso attento e moderato delle norme disciplinari e punitive. Gianpaolo Trevisi, direttore della scuola per poliziotti di Peschiera del Garda, quella sera era là, fuori dalla scuola Diaz. Ha voluto in questi giorni, con i suoi 160 allievi, vedere il maledetto filmato. Poi ha scritto una nota sul suo profilo Facebook. La parola più eloquente e argomentata con dolore è: "Scusate". Grazie Gianpaolo. C'era bisogno che qualcuno medicasse la ferita, assurda e inaudita, e tu l'hai fatto!
di Edoardo Bianchi*
Il Foglio, 24 aprile 2015
Il capitolo appalti da rivedere e i veri rischi del commissariamento. ci scrive il capo dei costruttori romani. Egregio Presidente Cantone. Desidero rivolgermi a lei in forma pubblica per segnalarle alcune criticità del settore degli appalti che alterano la concorrenza e incidono pesantemente sul corretto andamento del mercato, sulle quali ritengo che l'Autorità da Lei presieduta possa alzare l'asticella dell'attenzione.
Perché non estendere la meritoria analisi svolta dall'Autorità sulle procedure negoziate e gli affidamenti in economia anche ai lavori in house (lavori affidati, senza gara, a soggetti controllati dalle stazioni appaltanti)? Forse anche qui ci accorgeremmo di tante anomalie e di frequenti abusi.
Quante stazioni appaltanti avvertono la suggestione del ricorso a tale istituto per aggirare l'ostacolo del concorso concorrenziale, pur non sussistendo gli stringenti presupposti stabiliti dalla giurisprudenza comunitaria e nazionale? Credo che troveremmo diverse sorprese. Perché non dedicare giusta attenzione al fenomeno dell'accorpamento degli appalti? È noto infatti che l'attuale normativa impone di suddividere i grandi appalti in più affidamenti di taglio ridotto per favorire la partecipazione delle piccole e medie imprese, a meno che ciò non sia impedito da precise ragioni di ordine tecnico, che vanno motivate.
Sono certo che il monitoraggio consentirebbe la verifica dell'insussistenza, in molti casi, dei presupposti per l'accorpamento, con elusione palese dell'obbligo di motivare la mancata suddivisione in lotti. E ancora. Perché non approfondire se tutte le concessioni in atto hanno realmente tale natura, ovvero siamo in presenza di appalti "mascherati"?
È noto infatti che il rischio della gestione economica dell'iniziativa, che nella concessione dovrebbe gravare sull'impresa, in molti casi viene traslato sulla collettività attraverso l'intervento economico dello Stato. Basti pensare ad alcuni concessionari autostradali che, non riuscendo a coprire l'investimento con il pagamento del pedaggio, richiedono ed ottengono il sostegno economico pubblico. Sono certo che l'Autorità nell'esaminare attentamente questi fenomeni possa dare un valido contributo nell'azione di regolazione del mercato.
Egregio Presidente, voglio però rivolgermi a Lei anche per il ruolo che viene riconosciuto all'Autorità nell'azione di riordino del quadro normativo esistente. Il tema è quanto mai attuale, considerato che il Parlamento è chiamato ad approvare la legge delega per la riforma del Codice degli appalti, che regolamenta l'affidamento e l'esecuzione di tutti gli appalti pubblici banditi sul territorio nazionale. Provo pertanto ad elaborare alcune riflessioni su specifici argomenti, nella speranza che possano incontrare la Sua condivisione e, di conseguenza, trovare riconoscimento nella stesura del nuovo testo normativo.
In tema di concessioni di lavori è auspicabile un intervento volto a sanare l'anomalia di quelle affidate senza gara, vietandone la proroga e prevedendo che i lavori oggetto della concessione vengano interamente affidati in appalto a terzi. Non credo che sia più sostenibile l'esistenza di riserve di mercato a favore di pochi privilegiati. Per quanto riguarda la qualificazione delle imprese, condivido la proposta di inserire tra gli elementi di valutazione criteri reputazionali che riflettano la storia e la consistenza delle imprese.
Solidità finanziaria, possesso di certificazioni di qualità, ambientali e di sicurezza, anzianità, consistenza di manodopera e di attrezzature sono certamente requisiti che permettono di attribuire all'impresa premialità ai fini della qualificazione. Estrema attenzione però va dedicata ad altri parametri di premialità, quali il mancato ricorso al contenzioso e il rispetto dei tempi e dei costi dell'appalto. Può essere penalizzata l'impresa che legittimamente ha attivato un contenzioso per tutelare i propri interessi?
Può essere penalizzata l'impresa che non ha rispettato i tempi e i costi dell'appalto per cause a lei non imputabili? Chi deve valutare i comportamenti delle imprese per escluderne la temerarietà e la strumentalità? Credo che rischiamo di infilarci in un tunnel di cui non si riesce a vedere la fine. Per finire, un accenno ai criteri di aggiudicazione. Il disegno di legge delega esprime un favore, rispetto al massimo ribasso, per l'utilizzazione dell'offerta economicamente più vantaggiosa, anche quale rimedio ai ribassi anomali.
Due sono i motivi che mi inducono a non condividere la proposta, in special modo per gli appalti sotto soglia comunitaria. Il primo è che il ricorso all'offerta economicamente più vantaggiosa non può prescindere dalla necessità dell'apporto progettuale del concorrente in relazione alle caratteristiche del lavoro da realizzare. Non tutti i lavori ne hanno necessità. Il secondo è che l'uso di tale criterio per combattere i ribassi anomali appare improprio. Altri, a mio avviso, sono gli strumenti idonei: ad esempio, la preventiva individuazione di meccanismi di esclusione automatica delle offerte anomale, tra i quali scegliere solo in sede di gara quello che sarà utilizzato.
Ciò permetterà ai concorrenti di formulare offerte più congrue rispetto ai lavori oggetto dell'appalto. Egregio Presidente, le domande che le ho posto e le considerazioni che ho sviluppato riflettono le preoccupazioni e le proposte delle nostre imprese e mi auguro possano rappresentare sollecitazione per l'Autorità nello svolgimento del suo delicato compito istituzionale e supporto nell'attività di rivisitazione della normativa di settore. Un accenno, per concludere, voglio farlo alla recente normativa sul "commissariamento" dell'impresa oggetto di indagini della magistratura.
Se da una parte è comprensibile che il legislatore abbia voluto dare una risposta immediata all'allarme suscitato dalle indagini su importanti opere pubbliche, dall'altra non posso sottacere perplessità sullo strumento adottato e sui presupposti per attivarlo. Mi chiedo, Le chiedo, se sia legittimo entrare così pesantemente sulla gestione di un'impresa, sostituendone gli amministratori, in una fase di indagini che ancora non ha prodotto alcun pronunciamento dell'autorità giudiziaria o, addirittura, in presenza di meri elementi indiziari.
Mi chiedo, Le chiedo, ancora con quale logica il commissario nominato al posto dell'amministratore gestirà l'impresa. Non certo con logiche imprenditoriali, ma al solo fine della "completa esecuzione del contratto di appalto". Cosa succede poi se l'impresa dovesse uscire indenne dalle indagini o dal processo che eventualmente ne deriverà? Grazie dell'attenzione.
* Presidente dell'Acer, Associazione dei costruttori edili di Roma e provincia
Ansa, 24 aprile 2015
Se in seguito alla Sentenza Torreggiani il sistema carcerario italiano, e anche piemontese, ha visto un miglioramento dal punto di vista del sovraffollamento, "esistono ancora altri problemi non risolti, perché il problema vero è non solo e non tanto il parametro della misura degli spazi, ma come si svolge e quale utilità ha oggi la pena".
A invitare a guardare "Oltre i 3 metri quadri", è il Garante dei Detenuti della Regione Piemonte, Bruno Mellano, che ha presentato oggi l'11/o rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia dell'Associazione Antigone. Dai dati del Piemonte emerge che a fronte di una capienza di 3 mila 833 persone nelle 13 carceri della regione, la presenza effettiva è di 3 mila 595 detenuti.
Una situazione numerica in positivo in quasi tutte le strutture con qualche lieve sovraffollamento nelle più grandi. A Torino, ad esempio, si tratta di circa 130 persone in più. "I numeri però vanno interpretati", sottolinea Mellano a cui fa eco il presidente di Antigone Piemonte Claudio Sarzotti.
"Permangono carenze organizzative - spiega - ad esempio per quanto riguarda il lavoro in carcere, l'impiego del tempo o la questione dell'affettività e sessualità dei detenuti. Problemi che in altri Paesi europei sono stati affrontati. Pensiamo anche all'architettura penitenziaria - conclude - da noi è una questione che non viene affrontata mentre ci sono carceri, in Europa, che non ne hanno per nulla l'aspetto e questo significa avere un'idea della pena diversa".
Ansa, 24 aprile 2015
Visita ispettiva oggi alle 10 nel carcere di Bancali a Sassari del deputato di Unidos Mauro Pili, in vista del trasferimento di 92 boss mafiosi nella nuova struttura penitenziaria previsto a partire dalla metà di maggio.
"Trasferire i capimafia nel carcere di Bancali e poi in quello di Uta, per un totale di 200 reclusi in regime di 41 bis, è pari a realizzare in Sardegna un deposito di scorie nucleari", ha denunciato in Aula il parlamentare sardo chiedendo al governo l'immediata risposta alle sue ultime interrogazione e annunciando il sopralluogo di domani. "Si rischiano ricadute sulla società sarda senza precedenti - avverte l'ex governatore.
Un vero e proprio agguato alla Sardegna deciso da uno Stato che considera la nostra regione una colonia da trasformare in discarica di mafia. Trasferire in Sardegna 200 capimafia è una follia inaudita e gravissima. Da anni denuncio questo rischio e ora lo Stato si fa ancora più arrogante e prepara l'imminente trasferimento. Per quanto mi riguarda - ribadisce Pili - siamo pronti alle barricate pari alla lotta contro le scorie nucleari.
Quel piano demenziale deve essere completamente bloccato. Chiunque confonde le aree insulari con le regioni insulari è un incompetente e vuole solo scaricare sulla Sardegna le tensioni mafiose dei 41 bis". "I capimafia - argomenta ancora il deputato - non vanno concentrati ma semmai separati. Il voler trasferire nell'Isola un terzo dei boss è una scelta solo funzionale alla mafia e niente ha a che vedere con una razionale gestione dei suoi capi".
www.firenzepost.it, 24 aprile 2015
Sospiro di sollievo per i detenuti dell'istituto Gozzini: non sarà più infatti il cosiddetto Solliccianino di Firenze ad accogliere i pazienti dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino. Lo rende noto il comune di Montelupo dopo una comunicazione in tal senso della Regione Toscana. All'inizio di aprile i carcerati del Gozzini avevano scritto una lettera di protesta contro la decisione della Regione di ospitare proprio a Solliccianino, che è una struttura a custodia attenuata, 22 internati gravi dell'Opg.
Sotto l'onda dei reclami, anche da parte delle camere penali italiane, i vertici regionali hanno fatto dietrofront. E ora la nuova sede individuata per la realizzazione della Rems - la struttura residenziale sanitaria che dovrà ospitare i detenuti-pazienti con la progressiva chiusura dell'Opg - è l'ex ospedale psichiatrico di Volterra: decisione questa che sarà formalizzata lunedì prossimo con una delibera della giunta regionale.
Il comune di Montelupo e il demanio hanno inoltre condiviso una convenzione che consentirà ai due soggetti di prefigurare un progetto per il recupero e la valorizzazione della Villa dell'Ambrogiana che ha ospitato l'Opg. Il comune di Montelupo, ha spiegato il sindaco, non acquisirà la Villa Medicea, ma lavorerà di concerto con il demanio per l'elaborazione di un progetto sostenibile. Sul progetto di recupero del complesso lavorerà un gruppo tecnico che si riunirà entro pochi giorni dalla firma della convenzione.
A Volterra la Rems per gli ex internati toscani
La Rems per i pazienti toscani che devono essere dismessi dall'opg di Montelupo sarà a Volterra: lunedì la giunta regionale dovrebbe approvare la delibera
Non sarà Solliccianino ad ospitare i detenuti psichiatrici dell'opg in dismissione, ma l'ospedale di Volterra. "La disponibilità che avevo avanzato di recente riguardo alla realizzazione di un'eventuale Rems sul nostro territorio è stata accolta dalla Regione Toscana, che ringrazio". Così in una nota è il sindaco di Volterra Marco Buselli che commenta quanto reso noto dalla Regione Toscana al sindaco di Montelupo Fiorentino che ha lo ha poi riferito in apertura del dibattimento in Consiglio Comunale dedicato alla Villa Medicea e all'opg.
La decisione di sostituire l'istituto Gozzini di Firenze con l'ospedale volterrano dovrebbe essere formalizzata lunedì prossimo con una delibera della giunta regionale, che bisognerà attendere per conoscere i dettagli. "Volterra - dichiara Buselli - ha le condizioni giuste per poter far bene in questo campo". E la scelta, nell'ambito del complesso del Santa Maria Maddalena, dovrebbe ricadere anche su quei padiglioni dismessi dell'ospedale psichiatrico che sono strutturalmente stabili. La città etrusca, dunque, ospiterà la Rems della Toscana: una Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza per quei detenuti che hanno problemi psichiatrici e per i quali sono necessarie misure di sicurezza, appunto.
A Volterra, lo ricordiamo, c'è già la struttura del Morel 3, che può ospitare fino a 12 pazienti dismessi dall'opg e che costituisce una struttura residenziale intermedia parzialmente protetta dedicata a trattamenti terapeutici riabilitativi, destinata ad accogliere persone con disturbi psichici autori di reato per le quali è venuta meno la misura detentiva di custodia cautelare, pur permanendo la necessità di misure di sicurezza con saltuari controlli esterni da parte delle forze dell'ordine. Una struttura che ospita pazienti con caratteristiche diverse da quelli della Rems che sorgerà negli altri padiglioni o nello stesso complesso del Morel.
Corriere della Sera, 24 aprile 2015
Il Dipartimento amministrazione penitenziaria: "il numero previsto di presenze è di 310 ma la struttura ne ospita 500". È sempre più emergenza sovraffollamento nelle carceri del Lazio e Frosinone resta tra i penitenziari con il più alto numero di detenuti in eccesso rispetto alla normale capacità. Nei quattordici istituti della regione si trovano, in tutto, 5.786 reclusi, vale a dire 672 in più considerati i posti a disposizione, che sono 5.114.
L'istituto di pena del capoluogo ciociaro, secondo i dati del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), si attesta al terzo posto con un sovraffollamento di 182 carcerati e una presenza che oggi sfiora così le cinquecento unità, mentre il numero massimo previsto è di 310. Una situazione critica, che pone il carcere di Frosinone subito dopo Rebibbia (1.525 presenze con uno "sforamento" di 290 reclusi) e Regina Coeli (918 detenuti, di cui 276 oltre la soglia prevista). Sovraffollato resta anche il carcere di Velletri, in provincia di Roma, con 131 reclusi in più, mentre Civitavecchia ha un eccesso di 112 detenuti. Vanno meglio le cose a Latina (73 in più) e a Cassino, dove si registra un sovraffollamento minimo, con appena dieci detenuti oltre la capienza massima.
I sindacati contestano, a Frosinone, anche la mancanza di un presidio di pronto soccorso nel nuovo padiglione di imminente apertura. "Questo - sostiene il segretario generale della Fns-Cisl di Frosinone, Mauro Petrilli - creerà situazioni di pericolosità per la salvaguardia della salute dei detenuti. Si rischiano ritardi nei soccorsi, considerata l'ubicazione del vecchio presidio che dovrà sopperire alla mancanza del nuovo". Ma la Cisl va oltre e preme per risolvere la carenza di organici della polizia penitenziaria che costringe a turni massacranti. "Le problematiche che investono gli istituti di pena - sottolinea il segretario generale aggiunto della Fns, Massimo Costantino - sono molto critiche. Il governo non può trascurare le condizioni del personale e il malessere in tutte le sedi di servizio".
- Latina: nella Casa circondariale di via Aspromonte c'è il doppio dei detenuti previsti
- Cagliari: Sdr; sconcerto per mancato ricovero detenuto con patologia sospetta
- Torino: Sappe; aggredito e ferito un agente, serve la dotazione di spray anti aggressioni
- Biella: gli studenti dell'università di Torino in visita alla Casa circondariale
- Napoli: libri ai detenuti, perché la rieducazione passa dalla cultura









