di Pier Luigi Piredda
La Nuova Sardegna, 19 marzo 2015
Nel carcere del Marghine, ora chiuso, potrebbe essere nata l'idea dell'attacco al museo del Bardo. Nella Guantanamo italiana reclusi big del terrorismo islamico e reclutatori della guerra santa. Un attentato studiato in una cella del carcere di Macomer. Uno dei tanti che i detenuti stranieri avrebbero ipotizzato durante la loro permanenza in quel penitenziario che, fino al momento della chiusura, era stato definito: la "Guantánamo italiana" per l'altissima presenza di terroristi islamici vicini ad Al Qaeda. Questa la preoccupante ipotesi emersa subito dopo l'attentato di Tunisi.
"Sicuramente uno dei terroristi, ma forse anche altri due, parlava italiano" è stata una delle indiscrezioni trapelate nella concitazione di quei momenti drammatici. A collegare l'attentato di Tunisi con la Sardegna è stato il giornalista Toni Capuozzo che, nel suo profilo Facebook, ha fatto trapelare l'ipotesi di un preoccupante collegamento con l'Italia: "Nella rete terroristica internazionale che ha colpito a Tunisi ci sarebbe anche un tunisino che è stato detenuto nel carcere di Macomer e altri tre connazionali transitati in Italia".
"C'erano alcuni personaggi di grande carisma - ha ricordato uno degli operatori del carcere -. Si vedeva da come si muovevano, da come venivano trattati dagli altri che avevano un grande ascendente, che non erano semplici detenuti". Alcuni di questi erano stati arrestati per collegamenti con le cellule terroristiche internazionali. A Macomer sono passati terroristi di alto spessore che chissà dove sono finiti. Nelle celle del piccolo carcere modello, che però poco piaceva ai reclusi stranieri che più volte si erano lamentati per le condizioni di vita e inscenato anche eclatanti manifestazioni di protesta, sono stati detenuti due terroristi di enorme pericolosità vicini ad Al Qaeda: l'egiziano Mohamed Rabei, coinvolto nell'attentato alle stazioni di Madrid nel 2004 con quasi 200 morti, e il tunisino Alì Bu Ya Yia, vicino ai componenti del comando che nel 2005 sferrarono l'assalto a colpi di bombe alla metro di Londra causando oltre 50 vittime.
di Silvia Mastrantonio
La Nazione, 19 marzo 2015
Solo dieci attrezzate ad accogliere in nuove strutture i 450 internati. "Le Regioni che non si adeguano saranno commissariate". I ministri della Salute, Beatrice Lorenzin, e della Giustizia, Andrea Orlando, avevano parlato all'unisono.
E adesso il Veneto rischia, parola del sottosegretario alla Salute, Vito De Filippo. La regione di Zaia non ha individuato neanche le soluzioni logistiche per l'attuazione della riforma. Ancora peggio del Piemonte che, pur avendo individuato soluzioni, non ha fornito al Ministero le relative delibere e che potrebbe finire anch'essa nel mirino.
Il 31 marzo si avvicina a grandi falcate e il governo spazza via le residue illusioni: non ci saranno altre proroghe. Gli Opg, delicato acronimo della spietata realtà degli Ospedali psichiatrici giudiziari, chiuderanno per sempre. Sorgeranno piccole strutture di tipo sanitario (Rems, Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza detentive), destinate a ospitare un massimo di venti persone. Niente celle e nessuno strumento di contenzione ma assistenza psichiatrica. Cambia la radice stessa del problema.
"Finalmente ha detto ieri il ministro della Giustizia chiudiamo una pagina davvero triste". A fine mese il passaggio concreto potrà dirsi tale in 10 regioni e una provincia autonoma (Val d'Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Basilicata, Sicilia, Sardegna oltre a Bolzano). Abruzzo e Molise attendono il pronunciamento del Tar per un ricorso pendente. Altre 6 regioni (e Trento) hanno individuato soluzioni ma con tempi di realizzazione più dilatati (Marche, Piemonte, Umbria, Friuli Venezia Giulia, Puglia, Calabria). "Va comunque precisato che il passaggio da Opg a Rems, anche in presenza di strutture attive, non sarà un esodo di massa, ma un trasferimento graduale modulato persona su persona", spiega il sottosegretario De Filippo che anticipa: i soggetti non dimissibili da trasferire saranno 400/450, contro i 700 ospiti attuali. "Si tratta di persone che non hanno ancora scontato tutta la pena", precisa. Gli altri, a pena finita, potranno usufruire dei servizi territoriali per i pazienti psichiatrici, se necessario.
Uno dei problemi più delicati di questa rivoluzione è la sicurezza. Ogni internato dovrà rientrare nelle regione di appartenenza: per questo tutte le Regioni dovranno essere attrezzate. Le Rems cambiano l'ottica: assistenza sanitaria e non penitenziaria. Ma chi vigilerà? L'esempio più citato è quello di Kabobo, il giovane ghanese che uccise i passanti a picconate a Milano nel 2013. Anche se lui, attualmente, è in carcere chi ci difenderà da Kabobo? Emilia Grazia De Biasi, presidente della commissione Sanità del Senato, enumera diversi livelli di sicurezza. "C'è quella dei pazienti lungo il loro percorso di riabilitazione".
"POI continua la sicurezza degli operatori e qui il discorso è strettamente connesso alla formazione, come avviene in tutti i reparti psichiatrici". "Terzo livello, ma non ultimo, la tutela dei cittadini. Dire: Escono tutti i criminali, è una bugia. Si tratta di persone che affrontano un percorso di reinserimento particolarmente difficile". E i Kabobo? "Casi come il suo ce ne sono pochi e si tratta comunque di soggetti che difficilmente potranno uscire. Si possono ipotizzare Rems particolari. Le regioni devono studiare tutte le possibilità".
"La questione è importante aggiunge il sottosegretario De Filippo è in corso un grande lavoro con il ministero degli Interni e le prefetture. Saranno varati protocolli specifici mentre il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria affiancherà il processo di cambiamento". SI PARLA, per esempio, di telecamere interne e sorveglianza esterna. Non c'è una questione di fondi: 172 milioni di euro già finanziati dallo Stato. "In eccesso aggiunge il sottosegretario perché tarati su mille ospiti. Ma il denaro avanzato sarà impiegato per la sicurezza e i servizi sul territorio".
di Davide Nitrosi
La Nazione, 19 marzo 2015
Don Daniele Simonazzi, da 24 anni cappellano nell'Opg di Reggio Emilia "L'Opg? Da sacerdote dico che è la terra promessa, la Chiesa di Papa Francesco. Nei fatti dico che l'Opg è un'occasione persa". Don Daniele Simonazzi da 24 anni è il cappellano dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, oggi 130 ricoverati, pochi anni fa oltre trecento. Il suo studio è tappezzato di piccole foto. Persone che non ci sono più. "Quelli che non sorridono erano dell'Opg".
Opg, occasione persa?
"Opg contraddizione. Un carcere per malati. Ma se sono malati, perché stanno in carcere? E se sono carcerati, perché dire malati? È il peccato originale".
Che la politica non ha risolto?
"Ci sono due approcci pericolosi. Quello di destra: sono mostri, chiudiamoli. E l'approccio di sinistra, non meno ideologico: integrazione, chiusura degli Opg...".
L'errore?
"In entrambi i casi si pensa più alle ideologie che alle persone. E non si tiene conto delle loro condizioni. Chiedetevi perché gran parte dei dipendenti Ausl assegnato all'Opg chiede il trasferimento".
Quindi?
"Non sia una questione ideologica. Bisogna cercare il bene delle persone. E il bene è che escano da qui. Di sicuro vanno a stare meglio".
Come si spiega all'opinione pubblica la chiusura?
"Con quattro domande. Se fossi nell'Opg, vorrei essere trattato così? Se ci fosse un mio parente, sarei sereno? Se fossi un operatore potrei tranquillizzare il familiare di un ricoverato? Poi, se fossi all'Opg, userei il gabinetto?".
A questo punto?
"Sono indecenti. In molti non funziona lo sciacquone, il water è scollato e lascia uscire i liquami, alcuni sono senza luce, coi rubinetti otturati. Mancano persino i detersivi".
Lo Stato ha tagliato?
"Non ci sono soldi e il rapporto fra Asl e amministrazione penitenziaria non funziona. Qui hanno appena ristrutturato il tetto e piove dentro, con celle inagibili".
Disinteresse?
"Nessun dirigente dell'Asl è venuto dentro l'Opg, né ha mai parlato con i ricoverati".
Dal 31 marzo si chiude tutto.
"In verità resta aperto. Le persone inferme di mente con pericolosità sociale escono, mentre i ricoverati che hanno maturato problemi di malattia mentale dopo la detenzione in carcere, restano".
I punti deboli?
"Primo: all'Opg i ricoverati sono protetti anche dalle famiglie di provenienza. Secondo: sono state dimenticate le vittime".
Non è da poco.
"Le vittime sono rimaste terrorizzate. Nessuno chiede a loro come stanno, come si sentono".
La soluzione?
"Non è far finta di niente. Occorre avere anche la consapevolezza di ciò che hanno provato le vittime o le loro famiglie. Qui si parla di reati, di violenza. L.M. anni fa entrò in una casa per rubare e trovò una bimba che si mise a piangere. L'uccise e la gettò in un canale. Chi si prende cura della mamma di quella bimba?".
Come si fa?
"Riconciliazione. Renato uccise un sagrestano a Rovereto. Mi ha chiesto tante volte che fare per chiedere perdono. Siamo andati sui luoghi della Prima Guerra Mondiale, nella parrocchia del sagrestano, abbiamo parlato col parroco. L'Opg non è l'isola dei famosi, è dentro il mondo che viviamo".
Il ricovero ha funzionato come recupero per qualcuno?
"Certo. Tanti. Roberto, dopo otto anni in Opg, è uscito. Prima di commettere i reati gestiva 400 persone a Torino. Oggi dedica la vita a chi è rimasto dentro e gestisce il nostro fondo di solidarietà".
di Bruna Bianchi
La Nazione, 19 marzo 2015
La luce che entra dalle vetrate della sala comune sembra appoggiarsi sul capo di una donna seduta a un tavolo. Ci sono giorni che le sembra un'ingiustizia essere finita tra altre donne, chi stizzosa, chi petulante, chi antipatica, chi camminatrice indefessa, chi la scruta sempre e chi non la sente mai. Ce ne sono altri lunghissimi, pieni di vuoto e di richiamo alla vita per forza: mangiare, dormire, fare terapia e colloqui. Il reparto Arcobaleno è al piano terra e si apre su un giardino con la piscina. Non è permesso uscire senza essere accompagnati. Nella cameretta a due letti due donne condividono lo stesso macigno sul cuore: hanno ucciso il loro bambino.
Nell'ospedale psichiatrico giudiziario, lontano tre chilometri dalla cittadina di Castiglione delle Stiviere, nella Bassa Mantovana, l'aver fatto del male a qualcuno fa meno male solo finché non si capisce che uccidere "il diavolo" non è servito a niente. Gli agenti di polizia penitenziaria qui non ci hanno mai messo piede. Si vedono solo camici bianchi di medici e infermieri indaffarati, come all'ospedale Poma di Mantova da cui l'Opg dipende.
Un luogo di cura (sorto nel 1939) dove si soffre nell'anima e non nel corpo. Non sapevano di avere una malattia mentale: lo sanno appena si rispecchiano in altri detenuti cui la psichiatria ha dato patologie diverse. Era impossibile condannarli per qualcosa che non sapevano di fare. Però pericolosi lo sono, per sé e per gli altri. Tre i reparti maschili: Morelli, Aquarius e Virgilio.
Qui c'è stato Ferdinando Carretta, entrato dopo aver confessato con voce monocorde e sguardo fisso di aver ucciso genitori e fratello. Ci è rimasto dal 1999 al 2006, poi è stato mandato a Forlì, in una comunità terapeutica dove lavora. C'è ancora Oleg Fedchenko, 32 anni, ucraino: era un pugile alto e grosso quando ha fatto fuori a pugni una filippina incontrata per strada a Milano. "Ho visto il diavolo, un enorme mostro nero che voleva entrare dentro di me".
Nel reparto femminile c'è stata anche Sonya Caleffi, in attesa di finire a San Vittore ed essere ritenuta sana di mente quando ha ucciso 7 pazienti nell'ospedale dove lavorava come infermiera. L'Opg non chiude per tutti. Le camerate diventeranno più piccole fino a chiamarsi mini-opg (otto). Qui restano i socialmente pericolosi: gli altri (263) sono già usciti.
www.sassuolo2000.it, 19 marzo 2015
"L'Emilia-Romagna trasferirà tutti gli internati della propria regione nel tempo previsto, e cioè entro il prossimo 31 marzo, contribuendo in maniera significativa all'effettivo superamento dell'Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Reggio Emilia, con il risultato, auspicato da tempo, che ai soggetti con patologie psichiatriche saranno garantiti maggiori diritti". La Garante regionale dei detenuti, Desi Bruno, ha visitato l'Opg di Reggio Emilia, struttura nella quale sono state internate per anni le persone prosciolte in sede penale ma dichiarate incapaci di intendere e di volere (e quelle condannate a pena diminuita per parziale incapacità con applicazione di misura di sicurezza detentiva).
Accompagnata dal direttore della Casa circondariale e dell'Ospedale psichiatrico giudiziario, Paolo Madonna, dal responsabile del Dipartimento di Salute mentale e dipendenze patologiche dell'Ausl di Reggio Emilia, Gaddo Maria Grassi, e dalla responsabile Ausl per il carcere, Valeria Calevro, la Garante ha verificato le condizioni ambientali interne all'Opg.
In particolare, Bruno ha riscontrato, come nella precedente visita, carenze igienico-sanitarie negli spazi riservati alle docce, con presenza di umidità sulle pareti. Ha poi rimarcato la necessità di lavori di adeguamento nei singoli spazi in cui soggiornano detenuti e internati, attualmente di 9 metri quadrati ("grazie" al progressivo svuotamento determinato dai provvedimenti della magistratura di sorveglianza) e privi dei servizi igienici, chiedendo inoltre il potenziamento delle attività ricreative, collegate a tipologie differenti di mansioni lavorative.
"Attraverso il lavoro degli Istituti di garanzia, in questo caso della Garante dei detenuti- afferma la presidente dell'Assemblea legislativa, Simonetta Saliera - l'Assemblea intende vigilare sul rispetto dei diritti di persone spesso poco considerate. Lo stesso avverrà anche nella fase che si sta aprendo, che segue la giusta chiusura degli Opg, e il passaggio da una situazione di sostanziale detenzione a una di assistenza e cura".
Dentro l'Opg, le stanze di internati e detenuti sono disposte una di seguito all'altra ai lati di un lungo corridoio. Le porte, metalliche, sono di colore blu scuro. La disposizione delle "celle" è quella classica delle strutture penitenziarie. L'Opg reggiano è operativo dal 1991 e fino ad oggi è stato strutturato su quattro reparti cosiddetti "aperti" (ovvero interamente sanitarizzati, dove non è presente la polizia penitenziaria e le persone sono coinvolte in progetti di risocializzazione) e su una quinta sezione, la "Centauro", soggetta a misure di vigilanza che richiedono la presenza della polizia penitenziaria vista la particolare problematicità delle persone che vi si trovano.
Il numero dei presenti è, complessivamente, di 135. Non tutti sono internati: a Reggio Emilia, unica struttura in Emilia-Romagna, ci sono anche 42 persone tra detenuti con infermità psichica sopravvenuta durante l'esecuzione della pena (art. 148 del Codice penale) e detenuti minorati psichici (art. 212), di cui 8 emiliano-romagnoli, che rimarranno per il momento nella struttura dell'Opg, mentre la popolazione residua di effettivi internati è destinata ad essere presa in carico dai territori di provenienza.
I 24 internati emiliano-romagnoli sono infatti le persone presenti nella struttura che dal 1^ aprile, con la chiusura dell'Opg, verranno prese in carico dal sistema sanitario regionale. I residenti di altre regioni verranno trasferiti in istituti nei territori di appartenenza non appena le loro regioni daranno la disponibilità ad accoglierli. Si tratta di questione irrisolta, dal momento che ancora nulla si sa a proposito dei 35 internati del Veneto.
Dei 24 internati emiliano-romagnoli, 10 saranno trasferiti nella Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) di Casale di Mezzani (in provincia di Parma), mentre i restanti 14 (comprese le 3 donne attualmente ricoverate nell'Opg reggiano) nella Rems "Casa degli svizzeri" di Bologna. Per tutti, si è in attesa dell'attivazione, prevista per il 2017, delle due Rems definitive a Reggio Emilia: destinate a 30 persone, le due strutture saranno organizzate secondo un modello ad alta intensità medica e riabilitativa (con spazi ricreativi e sportivi interni).
La gestione interna delle nuove strutture compete esclusivamente al personale sanitario. Solo la parte perimetrale verrà presidiata da personale adibito alla sicurezza, sulla base di specifici accordi con le Prefetture.
Desi Bruno ha rilevato anomalie nel quadro normativo di riferimento: "Il codice penale prevede ancora misure di natura detentiva destinate a persone incapaci di intendere e di volere, anche parzialmente. E questa è senza dubbio una questione che va risolta per armonizzarla con la previsione del superamento degli Opg".
Da parte sua, Gaddo Maria Grassi ha invece posto l'accento sull'incongruenza di curare all'interno dell'Opg soggetti incompatibili con il regime carcerario: "Si tratta di persone per le quali sono previste misure di sicurezza, e anche detentive, ma che devono essere affidate ai dipartimenti di salute mentale". E resta aperto il problema del coordinamento interregionale, per risolvere la questione degli internati non residenti in Emilia-Romagna: "Aspettiamo di sapere dalle altre regioni di provenienza delle persone attualmente in Opg quale sarà il loro destino". Per la gestione di chi rimarrà nell'Opg anche dopo il 31 marzo, il direttore, Paolo Madonna, ha chiarito di attendere disposizione dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.
www.primadanoi.it, 19 marzo 2015
Giovedì sit-in di protesta davanti alla sede dell'assessorato alla Sanità.
A due settimane dall'attesa scadenza del 31 marzo per la chiusura degli ultimi 6 ospedali psichiatrici giudiziari si tirano le somme della riforma ma sono solo 10 le regioni davvero pronte, quelle che hanno organizzato le strutture alternative dove saranno ricoverate le persone che per decenni sono finiti nelle "strutture della vergogna". Con un probabile rischio commissariamento per quelle regioni che non si sono organizzate, Abruzzo compreso. Ma un importante passo in avanti è stato fatto tanto da far dire al ministro della Giustizia Andrea Orlando: "finalmente chiudiamo una pagina davvero triste, ma affinché ciò avvenga nel migliore dei modi sarà importante innescare un circolo virtuoso tra enti locali, territorio e professionalità del servizio sociale".
Ad oggi sono 704 gli internati negli attuali sei ospedali psichiatrici giudiziari attivi, di queste circa 250 sono considerati dimissibili al primo aprile ma potranno di fatto essere dimessi solo se vi sarà una presa in carico da parte delle strutture territoriali. Gli altri 450 internati dovranno invece essere trasferiti gradualmente nelle Rems (Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria), gestite dal servizio sanitario nazionale, in base alla provenienza, tornando dunque nelle regioni d'origine. I trasferimenti avverranno sulla base di provvedimenti della magistratura e di precisi programmi terapeutici.
"Il problema era e rimane la presa in carico delle persone con sofferenza mentale", commentano le associazioni e le sigle sindacali Stop Opg Abruzzo: Cgil, Spi Cgil, Auser, Associazione 180amici L'Aquila-onlus, Altri Orizzonti onlus, Arci, Cittadinanza Attiva-Tribunale del Malato, Coordinamento regionale Centri Diurni Psichiatrici, C.O.S.M.A., Forum Salute Mentale, Psichiatria Democratica, che per giovedì prossimo hanno organizzato un presidio davanti l'assessorato regionale alla Sanità.
"I corregionali internati negli ospedali di Aversa e di Castiglione delle Stiviere devono tornare in Abruzzo ed hanno diritto a ricevere degna ospitalità e cure appropriate, dopo anni di "reclusione". I 16 Centri di Salute Mentale abruzzesi soffrono per carenze di risorse professionali e svolgono attività prevalentemente ambulatoriali con apertura di 12 ore (in 8 di questi), e di solo sei ore al giorno per 5 giorni la settimana negli altri 8 centri. "Per i progetti terapeutici-riabilitativi inoltre riscontriamo un alto ricorso alla residenzialità privata", denunciano associazioni e sindacati, "con un tasso superiore alla media nazionale, mentre sono praticamente assenti le residenzialità in gruppi-appartamento e appartamenti supportati". Da decenni le associazioni regionali di familiari, cittadini, organizzazioni sociali e di tutela della salute denunciano questa situazione in Abruzzo, proponendo alla politica regionale la giusta attenzione prevista dal Progetto Obiettivo Nazionale per la salute mentale.
Comunque sia, il 31 marzo 2015 è la scadenza fissata dalla legge per la chiusura degli Opg: "noi vogliamo essere sicuri che questa data sia rispettata, e soprattutto che al posto degli attuali Opg non si aprano nuove strutture manicomiali".
La legge ha destinato per l'Abruzzo e il Molise 4 milioni e 800.000 euro allo scopo di finanziare o la costruzione di Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza o per dare risposte alternative all'internamento. La Regione Abruzzo tuttavia sembra proseguire nella convinzione di utilizzare le risorse per costruire una mega-struttura (la Rems a Ripa Teatina), piuttosto che rimodulare il programma e di destinare i fondi alla riqualificazione dei servizi di Salute Mentale e delle Strutture Pubbliche esistenti.
Nell'attesa che la Rems di Ripa Teatina sia pronta (non prima del 2018) la proposta della Regione è quella di attivare una Rems provvisoria presso l'ex Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura di Guardiagrele, per la quale ha ottenuto l'approvazione del Ministero, ma per la quale non procede "motivando" il fermo del programma a fronte di un ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale che non contiene nessun provvedimento di sospensiva.
"Dunque la Regione Abruzzo rischia il Commissariamento", sostengono associazioni e sindacati. "Siamo contrari alle Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza ma riteniamo inaccettabile che la nostra Regione si presenti alla scadenza prevista dalla Legge senza un programma che possa permettere il ritorno in Abruzzo dei pazienti che dovranno uscire dagli Opg obbligatoriamente il 31 marzo".
La proposta dell'associazione Altri Orizzonti Onlus e di tutto il movimento Stop Opg è molto semplice: "la politica ha il dovere di ascoltarci. Non sono più accettabili tavoli istituzionali dove in pratica si perde solo tempo, dove le uniche soluzioni adottate sono quelle dell'assoluta autoreferenzialità e del sistematico oscurantismo delle proposte dei familiari", spiega il presidente Giovina Nasuti.
Ristretti Orizzonti, 19 marzo 2015
Alla fine di questo mese, l'orrenda esperienza degli ospedali psichiatrici giudiziari dovrebbe avere la sua fine: in prospettiva della chiusura, Antigone lunedì scorso (16 marzo) ha visitato il più antico manicomio criminale d'Italia: Aversa.
Dal 31 marzo 2015 l'Opg di Aversa non accoglierà ulteriori persone in entrata, ma avrà come unico compito quello di dismettere gli internati rimasti: nonostante la predisposizione dei progetti personalizzati previsti dalla legge, ben 79 persone non sono in uscita, per mancanza di idonee strutture di accoglienza o di famiglie disposte ad accoglierli. Gli internati in uscita sono 29: di questi solo 15 sono campani, mentre 12 provengono dal Lazio e 2 dall'Abruzzo. Quanto alle future entrate, gli Opg verranno sostituiti dalle Rems (strutture esclusivamente sanitarie): tuttavia in Campania, le due Rems (a S. Nicola Baronia e a Calvi Risorta), alla data del 31 marzo 2015, certamente non saranno pronte.
"L'ipotesi più accreditata - a questo punto - sembra essere quella dell'utilizzo transitorio di strutture pubbliche in sostituzione temporanea delle Rems (c.d. "pre-Rems"): due ex-Sir - almeno per il casertano - sarebbero state individuate come luoghi di accoglienza per le nuove persone in entrata". È quanto dichiara Mario Barone, presidente di Antigone-Campania e componente dell'Osservatorio sulle condizioni di detenzione.
"Nel Paese dove i lavori pubblici durano all'infinito e dove la precarietà lavorativa è la dimensione esistenziale divenuta prevalente, immaginare soluzioni provvisorie - dopo un processo di chiusura iniziato nel 2012 - lascia basiti. C'è da chiedersi se alle cosiddette pre-Rems si applicherà il regolamento - a garanzia dei ricoverati - che Ministeri e Regioni stanno approntando per le Rems", conclude Barone.
Adnkronos, 19 marzo 2015
"Il carcere di Massa Marittima non può servire da sfollamento degli altri istituti penitenziari della Toscana, deve ritrovare la sua dimensione". Questo il commento del garante regionale dei diritti dei detenuti, Franco Corleone, al termine del sopralluogo di questa mattina.
"Nasce come carcere mandamentale, una struttura pensata per la custodia attenuata - ha detto il garante - ma che nel tempo ha perso la sua caratteristica. Una realtà così piccola che ospita 43 detenuti ed ha una capienza fino a 48 ha senso se ha una sua dimensione e non per accogliere carcerati provenienti da istituti toscani sovraffollati, ognuno con problematiche e regole diverse". Corleone ha avanzato possibili alternative per Massa Marittima come quella di "sperimentare un carcere comunità" oppure "accogliere detenuti con pene molto lunghe e prepararli all'ingresso negli istituti penitenziari sulle isole Gorgona, Pianosa o Porto Azzurro".
Il garante ha parlato della necessità di utilizzare la caserma e farla diventare un "centro di formazione del personale sia di polizia penitenziaria che educatori, anche con corsi pratici su genitorialità e affettività". Tra gli aspetti positivi evidenziati da Corleone, la pulizia della struttura, la presenza di bagni con docce ed acqua calda in tutte le celle e l'assenza di sovraffollamento. Inoltre, aggiunge Corleone "molte sono le attività scolastiche e ricreative e il rapporto con il Comune è buono".
Tra le criticità, invece, il garante ha ricordato "l'assenza di attività nel pomeriggio, le infiltrazioni di pioggia nella palestra e la mancanza di un nucleo di traduzione che impone quindi per gli spostamenti dei detenuti di utilizzare un parco macchine precario". Infine, Corleone ha evidenziato pesanti problematiche nel rapporto con il Sert "pare - ha detto - che siano tre mesi che il responsabile di Follonica non si vede ed è, inoltre, insufficiente l'assistenza sanitaria". Nel pomeriggio Corleone visita il carcere di Grosseto.
di Francesco Lo Dico
Il Garantista, 19 marzo 2015
Neanche il tempo di dare conto dei 9 suicidi in carcere da gennaio a oggi, che vanno ad aggiungersi ai 44 dell'anno appena trascorso, che il rapporto Antigone, alla voce morti di galera, dev'essere subito aggiornato: ieri si è impiccato nel carcere Cerialdo di Cuneo un detenuto di 53 anni. L'uomo, l'ennesimo che si è tolto la vita in cella, si chiamava Palmerino Gargiulo, nato a Torre del Greco.
E forse, come già accaduto in altri casi, poteva essere salvato. "Il suo avvocato - afferma il garante regionale dei detenuti, Bruno Mellano - da tempo segnalava una situazione psico-fisica incompatibile con questa tipologia di detenzione. A causa di un'interpretazione restrittiva delle regole del 41bis, mi è impedito di avere colloqui riservati, a Cuneo come a Novara, con i detenuti". Parole chiare e forti: l'uomo non era più in grado di reggere il peso del 41 bis.
Era crollato. Ma l'eccessiva rigidità che regola il protocollo, ha impedito di appurarne la fragilità, e la probabile volontà di tirarsi fuori da quella condizione carceraria così dura soltanto con la morte. Non sarà facile fare luce sul caso. Le parole del garante dei detenuti non potrebbero essere più chiare e indignate. Tutto finirà nella solita bolla di sapone.
"Ho da poco ricevuto 10 telegrammi dai ristretti cuneesi e a breve tornerò in visita al carcere Cerialdo - spiega il garante - pur sapendo che, nonostante la disponibilità del direttore Claudio Mazzeo, non potrò parlare in modo riservato con i detenuti".
Gargiulo era sottoposto al regime detentivo del 41bis e doveva scontare una condanna all'ergastolo, in quanto affiliato al clan dei Francois, legato al clan Birra-Iacomino di Ercolano. E così, provato da un isolamento insopportabile, ha deciso di fabbricarsi un cordone fatto rozzamente con lacci e lenzuola. Gli agenti della polizia penitenziaria lo hanno ritrovato impiccato nella sua cella quando ormai era troppo tardi.
"Purtroppo il pur tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari non ha potuto impedire che l'uomo, che era in cella da solo, mettesse in atto il tragico gesto", ha fatto sapere il segretario generale del Sappe, Donato Capece. "In un anno la popolazione detenuta in Italia è calata di poche migliaia di unità: il 28 febbraio scorso erano presenti nelle celle 53.982 detenuti, che erano l'anno prima 60.828.
La situazione nelle carceri italiane resta ad alta tensione: ogni giorno, i poliziotti penitenziari nella prima linea delle sezioni detentive hanno a che fare, in media, con almeno 18 atti di autolesionismo da parte dei detenuti, 3 tentati suicidi sventati dalla Polizia Penitenziaria, 10 colluttazioni e 3 ferimenti", annota il leader del Sappe. La morte di Gargiulo non fa che confermare l'esplosiva situazione in cui si trovano le carceri italiane, fotografata appena ieri dal rapporto Antigone. E sembra riproporre il solito refrain che l'Italia dedica ai morti di galera: chissenefrega se è crepato, era un delinquente.
di Maria C. Affatato (Direttrice Casa Circondariale di Foggia)
Ristretti Orizzonti, 19 marzo 2015
Con riferimento all'articolo pubblicato dal quotidiano Il Garantista in data 8 u.s. dal titolo "tossici, migranti, giovani: rinchiusi in una cella da uno" a firma di Aliprandi Damiano, divulgato anche dal sito web a cui la presente è diretta per conoscenza, si evidenzia che i fatti, le notizie e le problematiche in esso riportato non corrispondono alla verità, descrivendo un quadro infondato, falso ed oltremodo allarmante.
Si allega la nota di chiarimenti pervenuta dal Dott. Aldo Di Giacomo, componente della delegazione dell'Idv con la quale la scrivente in data 04.03.2015 ha avuto un incontro negli Uffici di questa Direzione. Alla luce di quanto sopra evidenziato è opportuno da parte della S.V, provvedere alla rettifica di quanto pubblicato, per ovviare al grave danno di immagine arrecato da tale articolo a tutti gli operatori quivi in servizio ed all'Amministrazione tutta, specie in questo momento storico in cui tutto il sistema penitenziario é impegnato costantemente ad adeguarsi ai parametri di civiltà e di vivibilità delle strutture imposti dalla Comunità Europea. Impegno questo assolto con grande senso di responsabilità da questa Direzione.
Chiarimenti in ordine all'articolo pubblicato sul quotidiano "Il Garantista"
di Aldo Di Giacomo (Responsabile Laboratorio Sicurezza IDV)
Come da conversazione telefonica, si chiarisce, in relazione all'articolo apparso in data 08.03.2015, sul giornale online "Il Garantista", a firma di Damiano Aliprandi, pubblicato anche sul sito web "Ristretti Orizzonti", che la delegazione composta dall'On. Ignazio Messina, segretario nazionale Idv, dal Dott Aldo Di Giacomo, responsabile nazionale del laboratorio sicurezza, e dalla Dott.ssa Daniela Caprino, responsabile nazionale rapporti esterni Idv, non ha direttamente visitato l'area detentiva dell'istituto penitenziario dì Foggia: vi è stato certamente un ricevimento, presso gli uffici della struttura carceraria, finalizzato però esclusivamente ad un semplice incontro di cordialità con il direttore ed il comandante della polizia penitenziaria; di conseguenza, si smentisce in modo categorico di aver visto i detenuti, giammai tumefatti ed in stato di alterazione psicologica, contrariamente a quanto lasciato intendere dal giornale in oggetto.
L'argomento di discussione con la direzione si è basato, invero, unicamente sulla carenza organica del personale della polizia penitenziaria e sulla mancanza di un vice-direttore presso il suddetto istituto. Immutata resta, pertanto, la fiducia sull'operato della polizia penitenziaria di Foggia e del suo direttore. Restando a disposizione per qualunque eventuale chiarimento, si porgono cordiali saluti.
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