Ansa, 27 aprile 2015
Ignorando la pressione della comunità internazionale, l'esecuzione di nove stranieri - tra cui un francese e due australiani - condannati per spaccio di droga in Indonesia avverrà entro i prossimi tre giorni. Lo hanno annunciato le autorità di Giakarta, consegnando ai prigionieri la notifica "delle 72 ore" dalla fucilazione. Delle procedure d'appello presentate rimane in piedi solo quella del francese Serge Atlaoui sulla quale domani si pronuncerà la Corte Suprema. La Francia che ha minacciato conseguenze diplomatiche.
I detenuti - tre nigeriani, due australiani, una donna filippina, un brasiliano, un francese, un ghanese e un indonesiano - sono stati condannati negli ultimi dieci anni per traffico di stupefacenti in Indonesia, dove per tale reato è prevista la pena di morte. Il caso ha complicato le relazioni diplomatiche in particolare con Parigi, Canberra e Manila, dopo che in gennaio la fucilazione di altri cinque detenuti stranieri aveva provocato reazioni diplomatiche da parte dell'Olanda e del Brasile. La linea dura sul traffico di droga è stata decisa dal nuovo presidente indonesiano Joko Widodo, dopo che per anni l'Indonesia non aveva portato a termine nessuna esecuzione. Widodo ha definito la questione della droga "un'emergenza nazionale", citando statistiche secondo cui ogni giorno nel Paese 40 indonesiani muoiono per le conseguenze del consumo di stupefacenti.
di Alessandra Coppola e Michele Farina
Corriere della Sera, 27 aprile 2015
"Dolce vita": è il marchio di certe camicie che si vendono in Eritrea. A produrle è una ditta italiana. Dà lavoro a oltre 500 persone. Fabbrica ad Asmara, capitale della nostra ex colonia da cui scappano duemila persone al mese, secondo le stime dell'Alto commissariato Onu per i Rifugiati. Una settantina al giorno. Non c'è luogo al mondo che non sia in guerra e che registri un esodo così massiccio e continuato.
Sei milioni di abitanti. Il 20 per cento è già partito. Ma non sempre è arrivato. In 350 sono morti solo nell'ultimo naufragio. Descriverla come una prigione a cielo aperto, la Nord Corea africana del dittatore un tempo marxista Isaias Afewerki, è un luogo comune. Così comune che diventa normale dimenticarselo. Roma è la capitale che, tra mille difficoltà, vanta i migliori rapporti diplomatici con la linda Asmara dove i palazzi ricordano Latina e nei bar ti versano ancora il Punt e Mes in versione africana.
Ragioni storiche, culturali. Il popolo eritreo è meraviglioso. Ma in Eritrea la dolce vita è soltanto il marchio di una camicia. Per questo Almas, 29 anni, è scappata con la figlia. Ha lasciato la sua terra coi genitori quando era piccola. È cresciuta in Sudan, alla periferia di Khartum, ha sposato un connazionale. Quando lui è morto, non sapeva come sfamare la bimba. Girava voce che in Libia si trovasse lavoro. Non sapeva che c'era il caos? "No, non lo sapevo - dice al Corriere. Non avevo scelta".
Il 15 novembre scorso, tratta con dei passeur e parte. "Quando ho superato il confine ho capito che c'era la guerra". I trafficanti la portano ad Agedabia, in Cirenaica. Ma poi le dicono le strada è chiusa, impraticabile: deve andare a Tripoli. Lì trova lavoro come badante: "Ma non si poteva vivere, bombe e spari ovunque, faceva paura". Gli 800 dinari guadagnati li usa, allora, per pagarsi un passaggio in mare, assieme alla figlia. Almas dice che "i veri trafficanti non si vedono", le persone con le quali ha trattato erano "aiutanti", parlavano il tigrigno, forse erano pure eritrei. In mare, racconta, è stata fortunata, un giorno e mezzo di navigazione soltanto, a bordo di un gommone stipato di 200 africani, fino all'Italia, pochi giorni fa. Cosa volete che sia, restare pigiati su un barcone, per chi magari ha sofferto la tortura dell'otto.
Altro nome italiano, come dolce vita. Nella posizione dell'otto, il torturato in Eritrea viene messo a faccia in giù sotto il sole cocente, mani e piedi legati dietro la schiena. Lo racconta al Corriere Mike Smith, al telefono da Sidney. Veterano della diplomazia australiana, ha guidato la commissione d'inchiesta Onu sull'Eritrea istituita dal Human Rights Council: 400 fuggiaschi (gli ultimi scappati dall'Eritrea a febbraio), 140 testimonianze scritte, rapporto finale presentato a Ginevra due mesi fa. La storia che gli è rimasta più impressa è quella di un giovane di 32 anni, che chiameremo Issa, incontrato in un campo profughi in Africa.
"Un giorno i militari sono andati a prenderlo nel suo villaggio". Quel giorno è entrato nel meccanismo infernale del "servizio militare" permanente. Una specialità eritrea per tutti i ragazzi e le ragazze dai 16 anni in su. La generazione dei warsai, cresciuti nell'Eritrea indipendente. Ma non libera. Entri nei campi militari e ne esci vecchio. Prima l'addestramento, poi lavori forzati secondo i voleri degli ufficiali. Agricoltura, infrastrutture Issa ha fatto il bracciante, 7 giorni su 7. Per 10 anni. La sua gioventù, la sua dolce vita.
Una volta ogni quattro anni gli permettevano di tornare a casa. Guadagnava 500 nafka, meno di 10 euro. Finché riceve la lettera della sorella: "Hanno arrestato tuo fratello, torna". Lui va al villaggio, cerca di capire dov'è il ragazzo, perché l'hanno preso. Gli ordinano di tornare al suo posto, se non vuole farsi arrestare. Al campo viene punito. Cinque giorni la tortura dell'otto, un paio di volte al dì gli slegano un braccio per un sorso e un boccone.
Un giorno che è di turno alla frontiera, prova a scappare. Gli va bene. Non gli sparano come succede ad altri. Entra nella schiera infinita dei Segre-dob, "coloro che attraversano il confine". "Quell'uomo è il simbolo dell'Eritrea - dice Smith. Alla fine mi ha chiesto cosa avremmo fatto per lui, ho risposto che potevamo almeno far conoscere la sua storia. "Per me sarebbe già molto", ha sorriso prima di scomparire nella polvere del campo".
Cosa volete che sia, per i Segre-dob come Issa, sopportare i trafficanti di uomini fino alle coste libiche. Lui con "gli schiavisti" è cresciuto a casa sua. Non ha soldi per proseguire l'odissea. Un posto su un barcone forse sarebbe già un miraggio. Un miraggio anche per le 400 persone prigioniere a Misurata, in Libia, da mesi. Soprattutto eritrei. Lo denuncia don Mussie Zerai, riferimento in Europa di tutti i Segre-dob. In 60 viaggiavano verso Tripoli, avevano già pagato 1.600 dollari a testa per arrivare al porto. Scortati dai trafficanti sono stati fermati da un'altra banda, c'è stata una sparatoria (tre eritrei morti).
Gli assalitori si sono accaparrati la "merce umana", portandola in una "prigione" di Misurata. Lì c'è una donna libica che convoca i migranti uno alla volta: se vogliono essere liberati devono pagare altri 2.000 dollari, devono chiamare familiari o amici ai quali vengono date indicazioni su dove spedire il "riscatto". Cinquanta donne sono state portate via e non si sa che fine abbiano fatto. Eccola, la dolce vita degli eritrei prima di incontrare il Mediterraneo. Mario Giro, sottosegretario agli Esteri, dice che il governo italiano fa della questione dei diritti umani una questione centrale nel dialogo con Afwerki. Il regime ha annunciato che ridurrà il servizio nazionale a 18 mesi. La gente non si fida, dice Smith. Asmara dovrebbe fare un gesto concreto, forte, come per esempio cominciare a liberare una parte dei 10 mila prigionieri politici.
www.globalvoicesonline.org, 27 aprile 2015
Trovare i detenuti della prigione di Kerava, in Finlandia, è semplice, basta seguire il sentiero alberato e aprire la porta della serra. "È abbastanza rilassante vivere qui" mi racconta Hannu Kallio, un trafficante di droga, detenuto a Kerava. "Abbiamo anche i coniglietti".
70 sono i detenuti di questa prigione che, ogni giorno, vanno a lavorare nella serra. Oggi invasano delle piantine, in vista della grande vendita di primavera. E sì, c'è un recinto pieno di coniglietti: ci passano il tempo e se ne prendono cura. Ci sono anche le pecore.
In questo carcere non ci sono cancelli, serrature o uniformi: è un carcere aperto. Tutti i detenuti hanno fatto domanda per venirci. Ricevono 8$ l'ora, hanno il cellulare, fanno la spesa in città e hanno diritto a tre giorni di riposo ogni due mesi. Pagano l'affitto, possono scegliere di andare all'università in città piuttosto che lavorare e ricevere il contributo di sussistenza. A volte, con i supervisori, vanno in campeggio o a pescare.
I detenuti sanno che non è difficile scappare: "Puoi andare, se vuoi" dice Kallio "però se scappi, torni in galera. Allora meglio stare qui". Ogni primavera, centinaia di persone vengono alla prigione di Kerava per fare dei picnic, per passeggiare con gli animali e per comprare le piante coltivate dai detenuti.
Le prigioni all'aperto in Finlandia esistono dagli anni trenta. All'epoca erano più che altro dei campi di lavoro. Oggi sono considerate l'ultimo passo della pena prima del ritorno alla vita civile. "Non vogliamo sbattere in galera le persone per il resto della loro vita," dice Tapio Lappi-Seppälä, capo dell'Istituto di Criminologia dell'università di Helsinki, "perché, in quel caso, si dovrebbe investire molto ed essere certi che esista una reale possibilità di riabilitazione."
Non è sempre stato così. Fino a pochi decenni fa la Finlandia aveva uno dei più alti tassi di reclusione in Europa. Poi, negli anni sessanta, alcune ricercatori scandinavi hanno studiato la relazione tra l'efficacia della pena detentiva e la relativa riduzione del tasso di crimine. La conclusione dimostra che la pena detentiva non aiuta a diminuire i crimini. "Per la prima volta un'analisi critica ha dimostrato che le pene detentive non funzionano realmente" sostiene Lappi-Seppälä.
Durante i successivi trent'anni, la Finlandia ha a poco a poco rimodellato la politica detentiva. Al termine di questo periodo di "decarcerazione" la Finlandia aveva il più basso tasso di detenzione in Europa. Lappi-Seppälä aggiunge inoltre che i reati non sono aumentati. Ed è sempre lui a sostenere che: "L'esperimento in Finlandia ha dimostrato che è assolutamente possibile interrompere la reclusione per i due terzi della popolazione carceraria, senza influire sull'andamento dei reati del paese". Il graduale reinserimento nella vita normale, offerto dalle carceri aperte, ha davvero funzionato. Se, stando ai dati dell'Agenzia delle Sanzioni Criminali, un terzo dei detenuti in Finlandia è rinchiuso in carceri di questo tipo, è anche vero che questi ultimi difficilmente ritornano sulla cattiva strada. Il tasso di recidività è infatti sceso del 20% circa.
Le carceri aperte costano meno. Esa Vesterbacka, capo dell'Agenzia delle Sanzioni Criminali, sostiene che eliminando i costi dei sofisticati sistemi di sicurezza e del personale (mettendoli in strutture che sono essenzialmente dormitori) il costo per detenuto scende di almeno un terzo. Ovviamente, non è il risparmio la ragione principale di questo tipo di carceri, ma come dice Vesterbacka : "Oggi se si può risparmiare è meglio". Tra le principali attrazioni turistiche di Helsinki c'è persino un carcere aperto sull'isola di Suomelinna.
L'isola fa parte del Patrimonio Mondiale Unesco e brulica di turisti in estate. E c'è solo una staccionata a separare la prigione dalla zona con appartamenti residenziali e musei. I detenuti del carcere di Suomelinna vivono in un dormitorio di colore blu che assomiglia ad una casa. Solo una staccionata separa la prigione dal resto dell'isola, già popolare destinazione turistica.
"Non capisci davvero che stai camminando nel bel mezzo di un carcere," dice Lappi-Seppälä.
"Non ci pensa nessuno e non credo che neanche i turisti americani trovino la cosa pericolosa". Anche la popolazione locale sembra essere d'accordo. Parlando dell'argomento con i residenti di Kerava e Suomelinna, soprattutto riguardo al pericolo di condividere la città con dei detenuti, la maggior parte di loro rimane perplessa. Alcuni rispondono che addirittura i detenuti contribuiscono a migliorare la vita della comunità restaurando dimore storiche o pulendo spazi pubblici.
Sarebbe interessante chiedersi come questo sistema possa funzionare in altri paesi. In particolare, negli Usa che hanno il numero più alto di detenuti al mondo. Heather Thompson, un professore di storia della Temple University, studioso della carcerazione di massa e della vita dei detenuti, sostiene che sia difficile da immaginare, in quanto gli Usa non ne stanno proprio parlando. "Abbiamo appena realizzato che c'è un problema di sovraffollamento nelle carceri. Dovremmo ancora capire quali siano le attuali condizioni di reclusione, la reale esperienza di vita delle persone nelle carceri così che queste possano tornare alla fine della loro pena ad essere degli esseri umani".
Quando ho parlato con Hannu Kallio nel carcere aperto di Kerava, stava per scontare gli ultimi mesi di carcere a casa, lavorava per un'azienda di riciclo e viveva con sua moglie, le sue figlie e un Jack Russell terrier. Un uomo di nome Juha (non ha voluto dirmi il suo cognome) è in attesa del suo primogenito. Sta scontando l'ergastolo, ma per la maggior parte delle volte, questa pena in Finlandia si tramuta in un totale di 10-15 anni di reclusione. "È una cosa importante, quella che mi sta accadendo" mi racconta Juha, "ma non so quando uscirò. Praticamente, sarà la madre a crescerlo". Juha non è sicuro quando potrà tornare a casa dalla sua famiglia, ma sa che alla fine tornerà. E per uno che è stato condannato all'ergastolo in un carcere di massima sicurezza, è tanto.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 26 aprile 2015
Si può immaginare una prova di egoismo e di miope inettitudine più clamorosa di quella mostrata dall'Unione Europea riunita giovedì a Bruxelles per discutere il da farsi rispetto all'ondata migratoria che sta rovesciandosi sulle coste meridionali del nostro continente?
Posta davanti a una sfida geopolitica di carattere epocale, davanti alle sciagure e ai problemi di ogni tipo che questa produce, la sola cosa, infatti, che l'Unione si è saputa inventare è stata quella di mandare qualche altra nave nel Mediterraneo e di destinare una manciata in più di quattrini all'operazione Triton.
di Furio Colombo
Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2015
Per tutto ciò che sto per dire contro il Paese carogna che sembra diventato in questi giorni l'Italia, ci sono tre eccezioni: Emma Bonino che ha detto da sola le sole cose che una persona adulta (prima ancora che politica) avrebbe dovuto dire davanti alla tragedia delle centinaia di morti in mare. Walter Veltroni che - giudica - telo come volete - ha fatto un film buono e di sentimenti normali, in mezzo a un vortice di furore cattivo e stupido. E poi il Papa che come accade sempre, è solo nel tentare di far tornare un minimo di buon senso, se non di fraternità nella testa e nel cuore di chi lo ascolta. Questo è un Paese spaccato su tutto, dunque anche sul film di Veltroni I bambini sanno, fra chi lo approva anche solo perché i bambini sono carini, e chi ne dice male anche solo perché è un film di Veltroni. Ma il film ha fatto centro (come le parole della Bonino e del Papa) in un momento strano e stravolto della vita italiana. In poche ore è accaduto qualcosa che ha cambiato l'umore del Paese. Una tremenda disgrazia in mare (errore dello scafista? Errore del mercantile accorso, una vampata di panico dei disperati migranti stipati nel barcone, in parte storditi dal freddo sul ponte, in parte abbattuti dal caldo nauseante della stiva?), la barca da soccorrere si è rovesciata e quasi tutti (forse 800, uomini e donne, e c'erano anche 50 bambini) sono scivolati in fondo al mare, dove è impossibile trovare persino i corpi. In quel momento è esplosa in Italia una rabbia feroce, una cattiveria che ha perso ogni appartenenza politica e ogni limite.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 26 aprile 2015
Anche i detenuti sono diminuiti, ma le condizioni generali non sono comunque migliorate. "Il sistema carcere in Italia costa 3 miliardi di euro all'anno e ha una recidiva tra le più alte d'Europa". Lo ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, intervenendo all'incontro "Per rieducare un carcerato ci vuole un villaggio", organizzato a Roma da una serie di cooperative italiane sociali impegnate nel recupero dei detenuti.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 26 aprile 2015
Meno detenuti nelle carceri e nello stesso tempo calano i reati in Italia, risultando uno dei Paesi più sicuri al mondo nonostante la percezione contraria e la propaganda emergenziali sta. L'associazione Antigone conferma le parole di Orlando sul fatto che i detenuti siano diminuiti, ma ha precisato che le condizioni del carcere non sono comunque migliorate.
di Astolfo di Amato
Il Garantista, 26 aprile 2015
La dottrina hegeliana affermava che lo Stato è fonte di libertà e norma etica per il singolo. La condotta dello Stato, quindi, non può essere oggetto di valutazioni morali da parte dell'individuo: lo Stato si pone fine supremo e arbitro assoluto del bene e del male. In Hegel, tuttavia, non era prevista l'esistenza di una categoria professionale che si identificasse con lo Stato, divenendo essa arbitro assoluto del bene e del male.
di Errico Novi
Il Garantista, 26 aprile 2015
L'ex presidente della Camera: pene più alte? Pensiamo alle cose serie. E se una riforma è giusta, va fatta anche se non piace al magistrati.
Ha ragione il Papa. Il populismo penale c'è. Eccome. E i tentativi di combattere la corruzione con gli innalzamenti di pena sono una via inutile. Pensiamo a cose efficaci". Luciano Violante va come al solito per le vie brevi. Non esita a manifestare le proprie perplessità su alcune scelte recenti di governo e Parlamento. E cioè sulle risposte "populiste", appunto, fatte nel campo dell'anticorruzione, con l'omonimo disegno di legge, e dei tempi del processo, con la riforma della prescrizione. Violante non dice quello che, peraltro, una parte della magistratura vorrebbe. Neppure sulla responsabilità disciplinare, sua particolare battaglia, che andrebbe affidata "a un'Alta Corte di giustizia".
Intanto il centro del discorso di questo 25 aprile è stato proprio la lotta alla corruzione, anche per il Capo dello Stato. È davvero quello il nuovo nemico da cui liberarci, onorevole Violante?
"Sì. Ma credo che la corruzione sia presente in molti Paesi, se non in tutti. Da noi il fenomeno si associa a una sostanziale inefficienza della pubblica amministrazione. Questa è una negativa specificità italiana. L'inefficienza è spreco, e funge da moltiplicatore degli effetti negativi delle pratiche illecite".
Come si disinnesca il corto circuito?
"Di sicuro il problema della corruzione non si risolve con l'aumento delle pene, non è quello il rimedio. Nessun corrotto o corruttore si astiene dalle malversazioni perché la pena è alta. Semplicemente non pensa di essere preso, come il ladro. Si deve trovare un'altra strada. Qualche suggerimento da ascoltare, peraltro, mi pare di averlo sentito".
A cosa si riferisce?
"Al discorso pronunciato dal Papa nell'incontro con l'Associazione internazionale dei penalisti. In quell'occasione la critica al cosiddetto populismo penale è stata un sasso nello stagno. Il continuo inseguimento della pena, come soluzione di tutti i mali, può servire al massimo a raccogliere facili consensi. Servono tecniche di prevenzione. Che naturalmente vanno concepite in modo che non diventino oppressive".
Viceversa nel disegno di legge anticorruzione il piatto forte apparecchiato da governo e Parlamento è proprio l'innalzamento delle pene. In più c'è l'allungamento a dismisura dei tempi di prescrizione dei reati.
"Pene più alte per la corruzione, prescrizione più lunga... siamo sempre nell'ambito del populismo penale. Se la prescrizione di un reato come la corruzione propria viene portato fino a venti anni sa cosa succede? Che nel 2035 nessuno riterrà che quel fatto di vent'anni prima meriti ancora di essere perseguito, nessuno ne percepirà più la gravità. Sono manifesti per tranquillizzare l'opinione pubblica. Piuttosto che ad alzare le pene e a dilatare la prescrizione pensiamo ai meccanismi di prevenzione. Proviamo a individuare quei punti che, se colpiti, fanno saltare il meccanismo delle pratiche corruttive".
L'Authority di Cantone ora può commissariare le imprese "sospette" o anche singoli appalti ad esse aggiudicati. È la strada giusta?
"Le tecniche per prevenire la corruzione dovrebbero seguire il percorso di ricerca adottato contro la mafia: le si mette a punto dopo una scric di tentativi. È inevitabile. Come sarà inevitabile che alcuni rimedi si riveleranno inadeguati".
di Giuliana Ubbiali
Corriere della Sera, 26 aprile 2015
Yara, domani udienza preliminare. Il muratore: "Perché io ancora in cella?".
"Scusi avvocato, perché sono ancora in carcere?". Dieci mesi dietro le sbarre, cinque giudici che gli hanno negato la scarcerazione, 60 mila pagine di inchiesta, e Massimo Bossetti non ha cambiato di una virgola la sua verità. Il carpentiere di Mapello imputato dell'omicidio di Yara Gambirasio domani affronterà l'udienza preliminare. Ci sarà - secondo piano del tribunale blindato - e potrebbe rilasciare dichiarazioni spontanee. La battaglia giudiziaria vera sarà però a dibattimento, senza sconti di pena, dove l'imputato vuole difendersi "a costo di rischiare l'ergastolo".
L'ultimo suo contatto con il mondo esterno è di venerdì. Al mattino ha incontrato il suo difensore Claudio Salvagni (di recente affiancato da Paolo Camporini) e al pomeriggio la moglie Marita con i tre figli. Nessuna visita invece ieri, anche se sabato è giorno di colloqui, perché proprio questa settimana era festivo. "C'è il tuo Dna e questo è ritenuto sufficiente per tenerti qui", la risposta dell'avvocato alla domanda di Bossetti sul carcere.
"Non è il mio, non è possibile", il mantra del carpentiere. Poche parole sull'udienza: "Ci siamo salutati con un abbraccio ed è scoppiato a piangere quando mi ha detto che nel pomeriggio sarebbero arrivati i figli - è l'ultima immagine del difensore. Alterna fasi di lucidità ad altre di grande apprensione. Continua a credere nella giustizia, vive il processo come una liberazione perché spera di poter dimostrare la sua innocenza". Bossetti dovrà però vedersela con l'inchiesta dei grandi numeri racchiusa dal pm Letizia Ruggeri in 59 faldoni: 10 mila pagine solo su di lui, 21 mila prelievi del Dna, 14 mila test, 120 mila contatti telefonici sotto la lente.
Uno sforzo investigativo senza pari. Polizia e carabinieri hanno pure ricostruito fino al 1719 l'albero genealogico dell'autista (morto) ritenuto il padre naturale di Bossetti. Hanno recuperato in Marocco un telefonino venduto dall'imputato e hanno trovato Damiana, la vera fidanzatina di un rumeno che secondo una testimone della difesa diceva di avere un'amichetta di nome Yara, a Bergamo. L'accusa ha raccolto una mole di indizi che ritiene cementino il pilastro del Dna: quello di Bossetti è sugli slip e sui leggings della vittima, in corrispondenza di un taglio netto. La difesa sa bene che se regge questo elemento, gli altri di contorno valgono come conferma.
Così, è la battaglia più impegnativa, punta a minare le basi del pilastro: "Nel Dna c'è la componente nucleare del mio assistito ma non anche quella mitocondriale. L'anomalia va spiegata a processo". Per l'accusa è già chiarita: la traccia è mista con il sangue di Yara che può avere in parte coperto il profilo del presunto killer. Poi c'è il resto. Come il furgone ripreso dalle telecamere mentre gira attorno alla palestra da cui scompare Yara, dalle 18 alle 18.47, per poi rispuntare alle 19.51. È l'Iveco Daily di Bossetti, è la certezza del pm che ha mobilitato il progettista e ha fatto fotografare oltre 2.000 mezzi simili nel Nord Italia: nessuno dei conducenti era a Brembate Sopra. Il furgone si vede bene solo in due immagini e va dimostrato che sia di Bossetti, è la linea della difesa.
Quei fotogrammi sono le sole tracce del carpentiere. Non si sa cosa abbia fatto il pomeriggio e la sera del giorno del delitto, se non per una fattura di materiale edile delle 14.30. E le sue spiegazioni ("Sono passato dal commercialista, dal meccanico, da mio fratello e dall'edicola") sono state smentite dalle verifiche. "Chi può ricordarsi che cosa ha fatto quattro anni prima?", obietta il difensore.
I binari paralleli di accusa e difesa si incroceranno a processo. Ciascuna parte spiegherà la portata anche degli altri indizi: le fibre sui leggings e sul giubbotto di Yara identiche anche nei quattro colori a quelle dei sedili del furgone di Bossetti, la telefonata dell'imputato alla madre Ester Arzuffi quando la 13enne fu ritrovata senza vita nel campo di Chignolo d'Isola e quell'acquisto di un metro cubo di sabbia, proprio a Chignolo, il 9 dicembre, a tredici giorni dalla scomparsa della bambina.
- Giustizia: il caso del Dna di Bossetti e una legge per tutelare il futuro indagato
- Sardegna: a Sassari in arrivo i capimafia. Pili (Unidos) "l'Isola diventa Cayenna d'Italia"
- Santa Maria Capua Vetere: un detenuto, dicono, si è auto-strangolato in cella
- Firenze: chiusura Opg; dove vanno gli internati dopo il tramonto dell'ipotesi "Gozzini"?
- Pordenone: il Sottosegretario Ferri sconfessa il Dap "il nuovo carcere a San Vito si farà"









