Adnkronos, 20 marzo 2015
Massimo 10 pazienti e tariffe da almeno 300 euro al giorno, in ogni caso rimborso minimo annuo di 547 mila euro. "E i pazienti liguri in Opg, con la chiusura, andranno nelle Rems in un ex Opg lombardo".
Lo scrive in un tweet il segretario nazionale Fp Cgil Medici (e psichiatra), Massimo Cozza. E lo aveva anticipato il vice presidente e assessore alla Salute della Regione Lombardia, Mario Mantovani, quando il 9 marzo scorso è stato ascoltato a Milano da una delegazione della Commissione Sanità del Senato. Ora l'accordo si è concretizzato.
La Lombardia ha inserito lo schema dell'intesa in una delibera varata il 16 marzo, in cui si spiega che "gli uffici della Regione Liguria hanno valutato che la realizzazione in loco di una struttura sanitaria extra ospedaliera per il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari con i requisiti previsti dal Decreto del ministero della Salute del 1 ottobre 2012 sarebbe difficilmente sostenibile sotto il profilo organizzativo ed economico entro i tempi previsti dalla normativa". Da qui la decisione di mandare i pazienti nelle Rems (Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria) della Lombardia che, come spiegato da Mantovani, in attesa dei fondi promessi dallo Stato ha optato per la soluzione provvisoria di realizzare tutte e 8 le strutture pianificate dentro l'Opg di Castiglione delle Stiviere (Mantova).
La convenzione, valida fino a fine 2016, prevede che la Lombardia accolga un massimo di 10 pazienti liguri "ricevendo il rimborso dei costi". Previsto innanzitutto "un rimborso spese su base giornaliera pro-capite pari alla tariffa massima complessiva sostenuta attualmente dalla Regione Lombardia per i singoli casi complessi, e comunque non inferiore a 300 euro". Oltre a queste cifre da erogare direttamente in base alle giornate di presenza, a carico della Liguria "restano eventuali costi straordinari".
E "in ogni caso", prevede ancora l'intesa, la Liguria riconoscerà alla Lombardia "un rimborso spese minimo su base annua, indipendentemente dalle presenze registrate, corrispondente al 50% del rimborso spese complessivo per la saturazione dei posti": 547.500 euro. L'accordo scatterà dall'1 aprile, il giorno dopo la scadenza dell'ultima proroga concessa alle Regioni per la chiusura degli Opg. I sindacati e le associazioni si dicono consapevoli "dei ritardi" e del fatto che "si farà fatica all'inizio, perché è un'operazione storica".
Stefano Cecconi (Cgil) del Comitato Stop Opg fa notare all'Adnkronos Salute che "alcune Regioni sono pronte, anche con funzioni provvisorie, altre no. Chi non riesce a prendersi i suoi pazienti dovrà essere commissariato". Un rischio già paventato dalla presidente della Commissione Sanità del Senato, Emilia Grazia De Biasi.
La Liguria, commenta Cecconi, "dimostra di non aver mai affrontato seriamente la questione Opg. Non si è organizzata" con le Rems "pur avendo pochi pazienti e spero recuperi un ritardo che le non fa onore". Come altre amministrazioni, precisa, "è arrivata impreparata a una scadenza nota da tempo". Quanto alla logica delle soluzioni transitorie, Cecconi l'ammette "se serve per chiudere la parentesi Opg".
Certo "è incredibile essere arrivati all'appuntamento" del 31 marzo "in queste condizioni". Opzioni come quella ligure "non sono buone, ma concedere un'ulteriore proroga sarebbe peggio". L'auspicio è che "si chiuda in fretta la partita provvisoria e ogni Regione garantisca assistenza ai suoi pazienti. Si dovrà affrontare - conclude - il problema di costruire risposte di qualità, evitando anche che rinascano realtà manicomiali sotto mentite spoglie".
di Damiano Aliprandi
Il Sole 24 Ore, 20 marzo 2015
Chiede la grazia perché presenta una grave situazione clinica, ma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gliela nega. Il detenuto è talmente malato che il ministero della Giustizia ha dovuto emanare un comunicato alquanto imbarazzante dove si chiedeva di verificare che sia ancora in vita prima di notificargli il responso.
Dopo che il presidente della Repubblica ha respinto la domanda di grazia presentata da un detenuto, che aveva chiesto di concludere anticipatamente la propria detenzione per motivi di salute, il ministero della Giustizia, come da prassi in questi casi, ha notificato la decisione presa al magistrato di sorveglianza, al procuratore generale della Corte d'Appello ed anche al Penitenziario di Bologna presso il quale il domandante stava scontando la sua pena.
E fin qui rientra tutto nella norma. La singolarità sta in una richiesta fatta dal ministero della Giustizia ai tre destinatari della sua missiva; prima di notificare la domanda rifiutata, infatti, si suggeriva di verificare che il detenuto fosse ancora in vita: "Si comunica - si legge nella richiesta - che il presidente della Repubblica non ha concesso la grazia. Si prega di dare notizia del disposto rigetto assicurando con sollecitudine questo ministero. Al riguardo al fine di corrispondere a conforme richiesta della stessa presidenza della Repubblica, si prega di voler istruire il personale procedente affinché quest'ultimo provveda ad assicurarsi, anche nelle vie brevi, circa l'esistenza in vita del condannato". Una richiesta del ministero che è servita per evitare situazioni di imbarazzo, magari notificando alla famiglia la grazia negata dopo la morte del loro caro: "previamente alla formale notifica del rigetto, onde prevenire il verificarsi di evidenti situazioni di imbarazzo". A rendere pubblico questo documento scottante è stata l'agenzia di stampa Dire che ovviamente non ha rivelato la sua fonte. L'agenzia ha anche potuto appurare che il detenuto in questione sia ancora in vita e stia ancora scontando la sua pena nel carcere bolognese de "La Dozza".
Ma l'imbarazzo è doppio. C'è da chiedersi per quale motivo il presidente Mattarella abbia respinto la grazia ad un detenuto che, con tutta evidenza, tanto da allarmare il ministero della giustizia, è in una stato di salute gravissimo. Forse l'entusiasmo per il presidente Mattarella è stato troppo prematuro.
E se scavassimo nel suo passato, scopriremo che non era affatto "sobrio" e tenero come è stato dipinto. Per Sergio Mattarella, gli ex presentatori televisivi come Mike Bongiorno, Alberto Castagna e Raimondo Vianello sarebbero finiti in galera insieme a Silvio Berlusconi. L'ex democristiano salito al Colle , nel 1991 propose una legge che prevedeva l'arresto per chi faceva propaganda elettorale in tv e il ritiro della concessione a trasmettere per chi contravveniva. Mezza Fininvest, se fosse passata, sarebbe finita in galera. Chi ha a cuore i problemi del sistema penitenziario e intraprende da sempre le battaglie come l'amnistia, probabilmente rimpiangerà l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Dire, 20 marzo 2015
Il Pd chiede al Governo di inviare gli ispettori a Bologna per verificare il comportamento del procuratore aggiunto Valter Giovannini e degli inquirenti della squadra mobile nel caso di Vera Guidetti, la farmacista di 62 anni che una settimana fa si è suicidata, due giorni dopo essere stata interrogata nell'ambito di un'indagine su un furto.
L'interrogazione, agli atti del Senato di ieri, è stata presentata da Luigi Manconi, senatore del Pd, membro delle commissioni Difesa di Palazzo Madama e presidente della Commissione straordinaria bicamerale per la tutela dei diritti umani. Manconi, rivolgendosi ai ministri della Giustizia e dell'Interno, Orlando e Alfano, chiede loro "se non ritengano opportuno attivare i poteri ispettivi presso la Procura e la squadra mobile di Bologna".
Questo perché, è convinto il senatore, ci sarebbero delle cose che non quadrano nel modo in cui è stata gestita la posizione della 62enne, che prima di togliersi la vita ha lasciato un biglietto con il nome del procuratore aggiunto Giovannini, dicendo di essere stata da lui "trattata come una criminale" e non creduta.
In questa vicenda, la prima cosa che non convince Manconi è il fatto che "l'escussione testimoniale della signora Guidetti, evidentemente interessata da chiari indizi di colpevolezza, si sarebbe svolta senza alcuna garanzia difensiva e con discutibili modalità per un tempo assai prolungato". Ma non è solo questo il punto. Manconi segnala anche il fatto che "della permanenza della signora Guidetti negli uffici della Questura non sarebbe stato informato il pubblico ministero di turno".
A suscitare perplessità è anche un altro passaggio: "Il giorno 11 marzo, ossia al momento della scoperta del corpo della Guidetti e del suo biglietto di accusa- scrive Manconi nell'interrogazione- il procuratore aggiunto Giovannini si recava nell'abitazione della donna, anticipando il pubblico ministero di turno e continuando a condurre le indagini sul decesso della Guidetti, nonostante il suo coinvolgimento nella vicenda in quanto indicato (a torto o a ragione) dalla farmacista deceduta come responsabile di comportamenti ostili nei propri confronti". Per Manconi, ce n'è a sufficienza per chiedere un intervento degli ispettori ministeriali affinché verifichino se le indagini si siano svolte correttamente.
Interpellato dalla Dire, il senatore afferma: "Questa vicenda a Bologna e in Emilia-Romagna ha suscitato clamore, e siccome c'è qualche motivo di perplessità, ho presentato un'interrogazione per chiedere a chi può di diradare i dubbi dando le giuste informazioni".
Ci sono perlomeno "un paio di elementi" su cui serve chiarezza, osserva Manconi. Primo: il fatto che l'audizione della donna in Questura "non ha un suo status ben definito e una forma inequivocabile tra il ruolo del testimone e il ruolo dell'indagato". E poi: "Se fosse vero, e lo ripeto tre volte, se fosse vero che su quel biglietto c'è il nome del procuratore aggiunto, anche solo per questione di opportunità e sensibilità umana, penso che quel magistrato dovesse astenersi dalle indagini".
Nell'interrogazione, oltre ai dubbi sull'operato degli inquirenti, il senatore ricostruisce la vicenda per come raccontata dalla stampa, partendo dall'11 marzo, quando "la farmacista Vera Guidetti, cittadina incensurata, veniva rinvenuta cadavere nella propria abitazione bolognese con accanto l'anziana madre ancora agonizzante". Si ricorda poi il giorno dell'audizione, il 9 marzo, "allorché Vera Guidetti veniva convocata negli uffici della squadra mobile di Bologna, dove giungeva alle 8. Lì "veniva trattenuta presso quegli uffici fino alle ore 19.30 circa, venendo ascoltata nell'ambito di un'inchiesta per ricettazione di opere d'arte". Su questo, Manconi scrive che la donna "veniva escussa a sommarie informazioni testimoniali per un tempo estremamente prolungato dallo stesso procuratore aggiunto senza che venisse valutata l'opportunità di farla assistere da un legale di sua fiducia".
Il senatore ricorda poi il collegamento con il pregiudicato Ivan Bonora (ricordando che è stato scarcerato il 12 marzo dal gip Letizio Magliaro), il sopralluogo della Polizia a casa della donna, i quadri e altri oggetti di valore ritrovati (compreso il sacchetto in cui c'erano anche due anelli rubati nel furto da cui l'indagine aveva preso avvio) e il fatto che la farmacista abbia spiegato dei tanti quadri ricevuti in custodia da Bonora in passato.
Secondo Manconi il quadro probatorio "veniva ritenuto sufficiente a integrare precise ipotesi di reato tanto che Bonora, assistito da un legale, veniva sottoposto a fermo di polizia". Guidetti, invece, "con modalità del tutto anomala, veniva escussa a sommarie informazioni testimoniali per un tempo estremamente prolungato senza che venisse valutata l'opportunità di farla assistere da un legale di sua fiducia".
di Massimo Lensi (Radicali Italiani)
Il Garantista, 20 marzo 2015
Una delle "Rems" toscane (Residenze per l'emissione delle misure di sicurezza), le strutture previste dalla legge 81/2014 per il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari, sarà nella clinica Villanova, di proprietà di Unipol. Questa struttura privata nella colline sopra Careggi, a Firenze, dovrebbe accogliere gli internati più difficili, i cosiddetti "non dimissibili" (secondo il rapporto di Antigone, in Italia sono 476 gli internati dimissibili, 315 i non dimissibili e 36 i non valutabili), provenienti dall'Opg di Montelupo. Una scelta, quella della regione Toscana, seguita anche in altre regioni, che pone più di un dubbio e solleva qualche timore.
L'affidamento al privato-sociale (o addirittura al privato mercantile) modifica non poco l'impianto culturale che sottende il superamento delle strutture giudiziarie per i malati di mente autori di reato. Cambia il luogo di reclusione, certo, le strutture saranno meno fatiscenti e più specializzate, ma allo stesso tempo con la gestione affidata al privato-sociale il rischio di andare incontro a fenomeni di allungamento della degenza per mantenere i finanziamenti, con una presa in carico vitalizia a opera dei servizi psichiatrici, è alta.
Non nutriamo dubbi sull'efficienza di una struttura come quella individuata dalla Regione Toscana, ed è vero che l'incertezza che cova dietro a queste Rems in affidamento sia tutta da provare, però va anche detto che si sta correndo un rischio concreto: quello di andare incontro alla creazione di veri e propri mini-Opg privati.
La legge 81/2014 con la misura di affidamento ai servizi sociali costituisce un passo in avanti nella riduzione delle misure reclusive totalizzanti, ma, mantenendo inalterato il concetto di pericolosità sociale, non modifica l'essenza della modalità di risoluzione della questione. Ancora quel salto culturale, necessario nella società, per condividere in pieno l'importante novità del superamento degli Opg, non c'è stato. La società, e con essa il legislatore, non è realisticamente pronta. Se nel tempo l'attenzione politica e legislativa si è spostata dalla malattia al malato, dalla pericolosità al disagio, e dalla punizione alla rieducazione, nella società i corpi degli psichiatrizzati e dei carcerati sono rimasti comunque esclusi e imprigionati.
Auspichiamo, quindi, per superare concretamente il metodo Opg, la nascita nelle Rems di un forte sistema di cogestione tra il privato-sociale, l'azienda sanitaria e i servizi sociali, dei fondi provenienti dal sistema socio-sanitario, in modo che tutto venga coordinato e deciso collettivamente a misura di paziente. E che sia soprattutto aperto al controllo di una società in evoluzione.
www.targatocn.it, 20 marzo 2015
"Il 41bis e l'isolamento diurno non possono non aver inciso sul suicidio dell'ergastolano del Cerialdo di Cuneo". Lo scrive in una nota inviata in redazione il Garante Regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Bruno Mellano a margine della morte di Palmerino Gargiulo.
L'avvocato Alessandro Ricci del foro di Perugia, difensore dell'ergastolano Palmerino Gargiulo, il 53enne detenuto presso il carcere del Cerialdo di Cuneo e morto suicida nella propria cella, dove trascorreva le sue ore in solitudine essendo sottoposto a regime di 41bis da tempo, aveva "segnalato le criticità psico-fisiche in cui si trovava e che, a nostro inascoltato avviso, lo rendevano incompatibile con il regime 41-bis. Ma tant'è".
Lo scrive in una nota inviata in redazione il Garante Regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Bruno Mellano.
"Personalmente - scrive Mellano - non ho avuto segnalazioni dirette o indirette sulla situazione specifica del signor Gargiulo: ho visitato la Casa Circondariale di Cuneo l'11 agosto, il 16 e il 23 dicembre 2014, il 27 febbraio 2015 e sono in contatto con il Direttore Claudio Mazzeo a cui ho già da tempo preannunciato una nuova specifica visita ispettiva che tenga conto dell'interpretazione restrittiva data dal Ministero in merito alla possibilità di effettuare colloqui riservati personali da parte del Garante con i detenuti del 41-bis.
Interpretazione che - come coordinamento nazionale dei Garanti - abbiamo contestato direttamente con il Ministro Orlando perché non corrispondente al senso e al ruolo di una figura terza di garanzia, come quella promessa dall'Italia alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. I detenuti possono comunque scrivere missive riservate indirizzate all'Ufficio del Garante.
Da Cuneo ho ricevuto la scorsa settimana una decina di telegrammi di detenuti 41bis con richiesta di colloquio che però non potrò effettuare (nelle visite ispettive posso fare una ricognizione della struttura e della situazione logistica senza soffermarmi sulle specifiche situazioni giuridiche) per l'interpretazione restrittiva di una circolare ministeriale che il Direttore è chiamato ad applicare".
Il regime del 41bis e tutto quanto compete ai detenuti di questo particolare "carcere nel carcere", supera la competenza territoriale del Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria e della stessa Direzione dell'Istituto che ospita i reclusi. Tutto è deciso a Roma, direttamente dal Dipartimento centrale dell'Amministrazione Penitenziaria, persino la custodia in carcere è assicurata dai Gruppi Operativi Speciali.
Palmerino Gargiulo dopo anni di detenzione nel carcere de L'Aquila aveva ottenuto dal Magistrato di Sorveglianza di riferimento la revoca dell'ulteriore aggravio di pena corrispondente all'isolamento diurno. Con il trasferimento a Cuneo, nonostante le richieste in tal senso degli avvocati, era tornato alla condizione dell'isolamento anche diurno, e questo - sostiene il Garante - "indubbiamente non può non aver inciso sulla situazione psico-fisica del detenuto".
In Piemonte i detenuti in regime di 41-bis sono 90 a Cuneo e 90 a Novara, ma da tempo si parla di un possibile, probabile spostamento delle due sezioni nelle nuove strutture speciali aperte in Sardegna, in particolare a Cagliari - Uva e a Sassari.
"Un suicidio - conclude Mellano - fa sempre, comunque riflettere: una persona che si toglie la vita nel momento in cui si trova "ospite" di una struttura totale come il carcere e in più è sottoposto ad un particolare regime di capillare controllo e limitazione della propria libertà non può che far pensare al fallimento del mandato costituzionale per cui la detenzione è volta al recupero e alla rieducazione del condannato".
Il Velino, 20 marzo 2015
Grazie all'innovativo progetto "L'orto e il vivaIo" il Comune di Valmontone (Rm) si appresta a formare e ad avviare al lavoro, nel settore agricolo e florovivaistico, cinque ex detenuti, che si occuperanno della produzione di piantine da orto e piante ornamentali da utilizzare per gli arredi a verde e nei giardini pubblici.
L'iniziativa è stata presentata questa mattina nel corso di una conferenza stampa cui hanno partecipato il Presidente del Consiglio Regionale del Lazio Daniele Leodori, il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, il Sindaco di Valmontone Alberto Latini, il vice Sindaco Eleonora Mattia (delegata alle Politiche Sociali) e l'assessore all'Ambiente Veronica Bernabei.
Il progetto "L'orto e il vivaIo" beneficerà di un finanziamento di 50mile euro della Regione Lazio del bando "Innova Tu".
L'iniziativa - incentrata sul reinserimento sociale e lavorativo di soggetti a fine detenzione - è stata realizzata insieme alla Cooperativa Sociale Gestcom, alla Cooperativa La Sonnina e all'associazione L'umana Dimora, in sinergia con il carcere di Rebibbia.
Su un terreno agricolo comunale sarà realizzata una serra dove i lavoranti, dopo la formazione curata da due tecnici agronomi, produrranno piante da orto ed ornamentali. L'Amministrazione comunale sosterrà il progetto creando un circolo virtuoso che, attraverso la filiera corta, permetterà di creare un mercato per i prodotti del vivaio. Al progetto partecipano anche l'Università Agraria di Valmontone, che fornirà altri terreni, e la Coldiretti Roma, per promuovere con la rete dei Farmer's Market di Campagna Amica i prodotti del vivaio.
"Regione Lazio e Comune di Valmontone hanno fatto una scelta coraggiosa - ha detto il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni: investire sul recupero degli ex detenuti. Secondo i dati del Dap, a fine 2014, in Italia i detenuti lavoranti erano 14.450 su 54.500 reclusi. L'84% di questi, 12.226 detenuti, lavoravano alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria. Anche se il Lazio è la seconda regione per numero di detenuti lavoranti (1518) dietro la Lombardia (2327) e davanti a Campania (1491) e Sicilia (1189), giudico questi numeri incoraggianti ma insoddisfacenti. Istruzione e lavoro sono le migliori armi a nostra disposizione per sconfiggere la cultura della illegalità e per avviare, in carcere, il percorso di recupero dei detenuti stabilito dall'articolo 27 della Costituzione. Su istruzione e lavoro il Garante ha investito molto: basti pensare che il nostro "Modello Lazio" ha consentito di incrementare, in dieci anni, del 600% il numero di detenuti iscritti all'Università e di avviare al lavoro, tramite le coop sociali oltre mille ex reclusi".
"Questo progetto - commenta Eleonora Mattia, vice sindaco e assessore alle politiche sociali - nasce dalla volontà di essere vicini alle situazioni di disagio non con il semplice assistenzialismo bensì creando i presupposti per un recupero reale degli ex detenuti che conduca ad un reinserimento concreto nel mondo del lavoro. L'auspicio è che il vivaio diventi presto autonomo e sia un punto di riferimento per rendere più bella e vivibile Valmontone. e, ancora una volta, l'Amministrazione regionale si è mostrata molto sensibile".
"È il nostro modo di interpretare le politiche sociali - sottolinea il sindaco Alberto Latini - ai 5 posti per ex detenuti se ne aggiungono ulteriori 5 con l'altro progetto, anch'esso con la Regione Lazio, per l'inclusione sociale e lavorativa di disabili psichici e fisici di lieve entità che, attraverso i cosiddetti "buoni voucher", potranno prendersi cura della città, sistemando e accudendo parchi e giardini. Un grazie speciale a coloro, professionisti e istituzioni, che ci sono vicini e hanno reso possibile tutto questo".
"Con iniziative come questa - conclude l'assessore all'ambiente Veronica Bernabei - riusciamo a coniugare due importanti priorità: il recupero e la valorizzazione delle aree verdi e dei parchi pubblici di questo territorio e, in sinergia con le Politiche Sociali, l'investimento su formazione e occupazione nell'ambito dell'agricoltura e della botanica, aspetti fondamentali nell'economia di una città come la nostra, visto il grande patrimonio di terreni a disposizione".
Adnkronos, 20 marzo 2015
"Fino ad un paio di anni fa il carcere di Pistoia era quello con il tasso di sovraffollamento più alto, fino a 180 detenuti per una capienza di 64. Oggi siamo scesi a 85 presenze di cui 7 detenuti in semilibertà e 7 ammessi al lavoro esterno".
Così interviene il garante regionale dei diritti dei detenuti, Franco Corleone, al termine del sopralluogo di questa mattina. L'istituto penitenziario, costruito negli anni 30, consiste in 4 reparti destinati alla media sicurezza, alla semilibertà, al transito-isolamento ed alla custodia attenuata. Corleone ha sottolineato le migliorie effettuate alla struttura e l'ottimo rapporto che il carcere ha con il Comune, "è stato siglato un protocollo - ha detto il garante - per l'impiego di due detenuti in lavori di pubblica utilità".
Il garante ha parlato della ristrutturazione dell'area esterna per i colloqui, un "piccolo giardino degli incontri" e dello spostamento dei locali adibiti alla scuola per dare più spazio all'attività teatrale che "qui - ha detto Corleone - è molto partecipata e seguita dal regista Pedullà".
Tra le criticità segnalate, le celle che non sono a misura d'uomo, "troppo piccole, anche con due letti a castello oppure troppo grandi, anche con 9 detenuti". "L'istituto penitenziario farebbe un salto di qualità - ha concluso Corleone - se il Comune gli concedesse in comodato gratuito il convento che si trova vicino al carcere, da utilizzare per le forme di semilibertà, di detenzione alternativa o per progetti di accoglienza".
Nel pomeriggio di ieri Corleone ha visitato il carcere di Grosseto, "una microstruttura dalla capienza di 15 detenuti - ha detto - che ne ospita 20, dei quali due in semilibertà". Il garante ha parlato di un progetto del ministero della Difesa, che "sta valutando l'ex caserma Parco Artiglieria di Grosseto dismessa, da destinare a struttura carceraria per 600 posti". "Questa ipotesi - ha detto Corleone - potrebbe rappresentare una soluzione a livello regionale per una redistribuzione delle presenze carcerarie".
di Chiara Borzì
Quotidiano di Sicilia, 20 marzo 2015
In 266 su una popolazione di 5.932 risultano iscritti ai 28 corsi professionali, in Campania sono 1.278. L'Isola è comunque la quarta regione d'Italia per numero di carcerati lavoranti. La condizione delle carceri siciliane è certamente da considerare tra le più critiche in Italia. I numeri che contraddistinguono il nostro sistema penitenziario sono tra i più alti nel Paese ed è al limite il rapporto tra numero di detenuti ospitati e possibilità di capienza. Con 23 istituti presenti sul territorio la Sicilia ha il numero più alto di carceri in Italia. Continua a pesare in questo contesto l'assenza di un Garante dei Diritti dei Detenuti, una figura assente da quasi due anni. Il Quotidiano di Sicilia lo ha ricordato recentemente, ma già nel mese di gennaio scorso la polemica è tornata ad incalzare con un attacco al presidente della Regione Rosario Crocetta, colpevole di non aver ancora provveduto a nominare un successore all'ultimo garante.
All'Ars sono stati alcuni deputati della Lista Musumeci a far notare come: "Tale figura, prevista dalla legge regionale n. 5 del maggio 2005 oggi è importantissima per la riabilitazione sociale del detenuto" considerato che tra i compiti del garante "rientrano la promozione e la agevolazione dell'inserimento lavorativo, il recupero culturale e sociale, la formazione scolastica e universitaria, il sostegno alla famiglia e ai figli minorenni, la vigilanza sull'esercizio dei diritti fondamentali dei detenuti e dei loro familiari".
Nel passaggio tra il 2012 e il 2013, grazie all'utilizzo più frequente delle misure alternative alla detenzione, anche all'interno delle carceri siciliane si è registrata una diminuzione delle presenze - tuttavia - questa possibilità non ha costituito una panacea all'interno di un contesto "senza diritti" come quello isolano. Proprio il tema dell'inserimento occupazionale dei detenuti è particolarmente scottante in Regione. Secondo le ultime stime fornite dal Ministero della Giustizia, nelle carceri isolane sono appena 1.097 i detenuti lavoranti su 5.932 presenti. 878 lavorano in servizi d'istituto, nessuno in colonie agricole, 88 nelle cosiddette lavorazioni, 74 nella manutenzione ordinaria dei fabbricati, 57 in servizi extra-murari (ex art.21 L 354/75).
Sulla totalità dei detenuti citati, il numero di definiti come "lavoranti" in Sicilia è il quarto più alto in Italia. Il maggior numero di detenuti lavoranti si trova in Lombardia (1.656), poi nel Lazio (1.322), infine in Campania (1.289). Inferiore, invece, il numero di detenuti siciliani iscritti a corsi professionali. Secondo i dati diffusi ancora dal Ministero della Giustizia (secondo semestre del 2014), sono solo 266 gli iscritti ai 28 corsi attivati nelle carceri regionali.
Di questi 266, 44 sono composti da detenuti stranieri. A Sud la Campania fa (a differenza della Sicilia) un ottimo utilizzo della possibilità di attivare corsi professionali nelle carceri. Nel secondo semestre dello scorso anno sono stati 97 i corsi attivati e ben 1.278 gli iscritti, di cui 91 stranieri.
Come anticipato, ulteriore problema siciliano è l'affollamento delle carceri. All'interno del sistema nazionale sono le carceri del Centro-Nord a dover sostenere una situazione molto critica. In Lombardia sono 7.858 i detenuti presenti per una capienza di 6.057 persone, in Emilia-Romagna i detenuti sono 2.940 per una capienza di 2.793, nel Lazio 5.743 per una capienza di 5.270. Gravi problemi di affollamento si registrano a Sud, in particolare in Campania, dove nelle carceri sono ospiti 7.278 detenuti per una capienza di 6.079. Simile problema si registra in Puglia, regione in cui sono presenti 3.358 detenuti per una capienza regolamentare di 2.376.
Da questo contesto la Sicilia è apparentemente esclusa: sono presenti 5.873 detenuti su un totale di 5.932 posti disponibili. Come ha dichiarato in una recente intervista al QdS l'ex Garante dei detenuti per la Sicilia, Salvo Fleres, "la favola della capienza regolamentare e della capienza effettiva è nota da tempo e ormai non ci crede neppure chi la racconta. Il Dap fornisce dati 'accomodatì che spesso non tengono conto di reparti chiusi o inagibili. E poi, il problema del sovraffollamento è solo uno dei tanti, forse persino il meno grave".
Il sovraffollamento è ancora una realtà per alcuni istituti
Andando ad analizzare i dati diffusi dal Ministero della Giustizia relativamente alla presenza e la capienza delle carceri provinciali siciliane, si scopre immediatamente come si viva una realtà di reale sovraffollamento. Gli istituti delle grandi città sono tutti soggetti alla problematica. Se nel calcolo complessivo il nostro sistema carcerario non risulta sovraffollato, a livello provinciale si concretizzano singole realtà di grave e gravissimo sovraffollamento. I dati parlano chiaro, su 23 carceri presenti 16 sono in condizione di sovraffollamento. La condizione più grave si registra ad Augusta dove sono presenti 372 posti occupati da 481 detenuti; a Siracusa i presenti sono 435 per 330 posti; al "Pagliarelli" di Palermo 1.212 presenti sono ospitati in 1.182 posti. Nella provincia di Catania entrambi i carceri presenti, "Bicocca" e "Piazza Lanza", sono sovraffollati. Nel primo istituto sono presenti 233 detenuti per soli 138 posti, nel secondo 356 per 313 posti. Termini imerese e Ragusa sono, infine, altri istituti dove il sovraffollamento è una realtà. Secondo quanto ancora diffuso dal Ministero, nel primo carcere sono presenti 110 detenuti per 84 posti, nel carcere ibleo 165 per 139 posti.
di Mario Consani
Il Giorno, 20 marzo 2015
Non era prevedibile "un rischio suicidario imminente". E solo "un controllo continuo, senza lenzuola, nell'arco di 24 ore" avrebbe forse potuto evitarlo. Ma nemmeno la pubblica accusa ha pensato a un presidio del genere. Non era prevedibile "un rischio suicidario imminente". E solo "un controllo continuo, senza lenzuola, nell'arco di 24 ore" avrebbe forse potuto evitarlo. Ma nemmeno la pubblica accusa ha potuto arrivare ad immaginare un "presidio" del genere, per quel ragazzo. La psicologa e la psichiatra del carcere di San Vittore, del resto, "si erano poste il problema, impegnandosi nella elaborazione di un progetto che rispondesse alle peculiari esigenze del paziente, visto anzitutto come tale, utilizzando le risorse di cui disponevano".
Ecco perché entrambe le professioniste sono state assolte tre mesi fa, dalla corte d'appello, dall'accusa di concorso nell'omicidio colposo del giovane Luca Campanale, detenuto a San Vittore ma con gravi problemi psichici, che si tolse la vita nel 2009. Per la Corte, né la psicologa Roberta De Simone, che in primo grado era stata condannata a otto mesi di reclusione, né la psichiatra Maria Marasco, già assolta dal tribunale, avrebbero insomma potuto fare qualcosa di diverso per evitare il suicidio.
Per il pm Silvia Perrucci, che sostenne l'accusa nel primo processo, le due professioniste invece non avrebbero fatto nulla di concreto per scongiurare il gesto disperato di quel ragazzo da curare. Però il sostituto procuratore generale Gianni Griguolo, che rappresentava l'accusa in appello, aveva chiesto l'assoluzione di entrambe le imputate. E i giudici - presidente Antonio Nova - hanno dato ragione a quest'ultimo. Nelle motivazioni della sentenza, appena depositate, la Corte valuta che il rischio "connaturato ai limitatissimi margini di libertà lasciati al paziente, derivanti dalla mancata attivazione di un presidio totale" rientrasse nella categoria del "rischio inevitabile". Quella inflitta a suo tempo alla psicologa era stata la prima condanna di un tribunale per un caso di suicidio dietro le sbarre. E pure il ministero della Giustizia era stato condannato a un risarcimento di 500 mila euro alla famiglia di Luca, assistita dall'avvocato Andrea Del Corno.
Ansa, 20 marzo 2015
Il campobassano Alessandro Ianno è stato ritrovato senza vita dai compagni di cella: scontava una pena per furto ed era stato arrestato dai carabinieri a fine febbraio. Il ragazzo avrebbe avuto un infarto: è probabile che il magistrato disponga l'autopsia per escludere qualunque ipotesi
Era stato arrestato dai carabinieri per furto a fine febbraio: un'esecuzione di pena da scontare nel carcere di via Cavour. Pochi mesi e poi Alessandro Ianni, campobassano di 34 anni, sarebbe tornato libero. Purtroppo quella cella è stata l'ultima cosa che ha visto: intorno alle 15 di oggi il ragazzo è deceduto. A dare l'allarme i compagni che hanno chiamato subito gli agenti della polizia penitenziaria e un medico.
Morte naturale: sarebbe stato un infarto a stroncare la vita del giovane detenuto per il quale il magistrato potrebbe disporre l'autopsia nel caso in cui una prima ispezione esterna evidenziasse qualche anomalia sul corpo di Ianni.
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