di Beniamino Migliucci (Presidente dell'Unione Camere penali)
Il Foglio, 19 marzo 2015
La presa di posizione del presidente dell'Anm, Dott. Sabelli, risponde chiaramente a una esigenza strategica e costituisce un esempio lampante di cosa si debba intendere per "populismo penale". Sottolineare, infatti, che la politica non prende "a schiaffi" i corrotti e non "accarezza" i magistrati significa sostenere che la politica è inerte, inconsapevole, se non collusa con i corrotti e delegittima, invece, chi è custode della legalità: il tutto ai fini della ricerca di un facile consenso nell'opinione pubblica. Ci risiamo: siamo al gioco "dei buoni e dei cattivi", all'affermazione di un'idea manichea della giustizia e dei poteri dello stato, secondo cui la magistratura rappresenta il bene e gli altri il male.
di Alfredo Bazoli (Deputato del Pd)
Il Foglio, 19 marzo 2015
Apprezzo l'attenzione che Il Foglio riserva al tema del funzionamento della giustizia nel nostro paese. Un tema decisivo, che attiene alla qualità complessiva della nostra democrazia, perché tocca il delicatissimo equilibrio tra pretesa punitiva dello stato, garanzie dei singoli, e tutela delle vittime, e costituisce altresì una delle leve sulle quali tentare di riavviare lo sviluppo economico del paese.
di Alessandro Maran (Senatore del Pd)
Il Foglio, 19 marzo 2015
Nei giorni scorsi il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa è tornato, giustamente, sulla "battaglia culturale" che si combatte attorno alla giustizia. Una concezione della giustizia premoderna e una casta di magistrati "che si è autocertificata come elemento salvifico di un tessuto sociale in sé corrotto", da amministrare perciò in nome di superiori valori, è infatti uno degli elementi strutturali dell'odierno paesaggio italiano, del "liberale che non c'è", per dirla con Corrado Ocone. Senza contare che fra le ragioni della "penalizzazione" crescente della nostra società, c'è anche la richiesta di capri espiatori alimentata continuamente dai mezzi di comunicazione di massa.
Ora, non è un mistero per nessuno che la nostra magistratura ha progressivamente accumulato una notevole dose di poteri. Le sue garanzie di indipendenza sono oggi fra le più elevate nell'ambito dei regimi democratici. Il fatto poi di esercitare anche le funzioni di accusa ne ha accresciuto ulteriormente la capacità di incidere sul sistema politico (specie se si considera che il principio di obbligatorietà rende di fatto irresponsabile il pubblico ministero).
Ma nonostante questa posizione di forza, la magistratura presenta anche molti punti deboli. Il primo - quello che interessa più da vicino i cittadini - è la cattiva qualità del servizio che rende. Il che si riflette nel basso tasso di fiducia (e di gradimento) degli italiani nei confronti del nostro sistema giudiziario.
Il paradosso è che, stando così le cose, la magistratura richiede di continuo sostegno e legittimazione proprio alla politica. La delibera con la quale il Csm criticava (2003) alcune dichiarazioni roventi del presidente del Consiglio, faceva appello a tutte le istituzioni perché "sia ripristinato il rispetto dei singoli magistrati e dell'intera magistratura".
E ne ha bisogno perché svolge funzioni di forte impatto politico, senza disporre di un adeguato sostegno nella società. Infatti, come ha rilevato il prof. Carlo Guarnieri, "numerose analisi hanno messo in luce che una magistratura può essere realmente indipendente non solo quando dispone di adeguate garanzie ma soprattutto quando gode di un forte sostegno nella società, sia in generale sia presso specifici gruppi di interesse" (il riferimento è all'avvocatura e ai gruppi che, specie negli Stati Uniti, operano a difesa dei diritti civili). Ma "da questo punto di vista la nostra magistratura è ancora un corpo separato, che non ha relazioni istituzionali con la società - né con un corpo così importante come l'avvocatura - e le cui basi di consenso fanno sostanzialmente capo alla classe politica, oltre che ai mezzi di comunicazione di massa".
Per questo è difficile "separare le carriere" tra magistrati e giornalisti. Per questo, secondo Guarnieri, anche in Italia, il punto fondamentale della riforma è il reclutamento dei giudici: "È necessario superare progressivamente il reclutamento burocratico e creare canali che siano in grado non solo di selezionare i migliori ma anche di attirare verso la magistratura professionisti di qualità, aprendo così un canale di collegamento con l'avvocatura e l'università".
La magistratura inglese, ad esempio, può essere considerata un'emanazione dell'avvocatura e in particolare dei hamster. In questo modo, i valori predominanti nella magistratura sono sostanzialmente quelli dell'intera professione forense.
Insomma, i limiti dell'assetto che abbiamo ereditato dal passato sono sotto gli occhi di tutti. Perché stupirsi, allora, dei tagli alle ferie, del tetto agli "stipendi d'oro", e ora, della riforma della responsabilità civile? La magistratura fa inevitabilmente parte del processo politico. E nel paese c'è un clima di diffidenza, quando non di aperta disapprovazione, nei confronti di chiunque occupi un ruolo pubblico. Renzi ha colto l'aria che tira (si pretendono regole e pene più severe per tutti) e vuole "cambiare verso" anche in questo campo.
Ma per migliorare il funzionamento della nostra giustizia quel che davvero conta, insiste Guarnieri, è "curare meglio la professionalità - e l'etica - dei magistrati e, soprattutto, dare maggiori poteri e responsabilità ai capi degli uffici". Di esempi ne potrei fare una montagna. Ne faccio uno solo: è trascorso un anno e mezzo dalla sentenza pronunciata il 15 ottobre 2013 dal tribunale di Gorizia, dopo 3 anni e mezzo e 89 udienze, in ordine alla vicenda dell'ex Italcantieri (ora Fincantieri), che ha inflitto ai vertici aziendali una pena complessiva di oltre 55 anni di reclusione per la morte causata dall'esposizione all'amianto di 85 operai del cantiere di Monfalcone. Ad oggi il giudice non ha ancora depositato la motivazione della sentenza. Il che comporta anche l'allungamento dei termini della presentazione del ricorso in appello da parte degli imputati. E l'imminente prescrizione potrebbe ledere il diritto processuale delle parti, nonché il diritto a una giusta riparazione.
Che cosa aspetta il ministro ad attivare i poteri di ispezione di cui dispone per accertare per quali ragioni, a oggi inspiegabili, le motivazioni della sentenza non siano state ancora depositate e, qualora ne ravvisi i presupposti e nei limiti di propria competenza, avviare la richiesta di indagini al procuratore generale?
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 19 marzo 2015
L'Anm (Associazione Nazionale Magistrati) non perde un colpo: giorno dopo giorno avverte il governo che è sotto tiro. Martedì, Sabelli ha accusato il governo di essere dalla parte dei corrotti e contro i magistrati. Ieri il segretario dell'associazione, il Pm Maurizio Carbone, ha rincarato la dose: "Renzi - ha detto - con le sue riforme ci delegittima".
Quando dicono "riforme", i magistrati alludono alla riduzione delle loro ferie (che erano di 45 giorni) e all'introduzione delle nuove norme (per la verità assai blande) sulla responsabilità civile. Si tratta di misure davvero molto poco significative, che costeranno ai Pm qualche giornata in più di lavoro durante l'estate, e un paio di cento euro all'anno per assicurarsi contro la responsabilità civile. Possibile che per così poco si arrivi a forme di lotta politica quasi "golpiste"?
Probabilmente i magistrati (o almeno una pattuglia di essi, ma una pattuglia agguerrita e in grado di mandare all'aria tutto il mondo politico italiano, sulla base del potere del quale dispone) non stanno solamente avanzando richieste corporative (che sicuramente ci sono) ma si sentono "toccati" dal punto di vista simbolico. Il fatto che comunque, per la prima volta - più o meno da sempre - il Parlamento approvi riforme non a loro favorevoli, li fa sospettare che potrebbe essere messa in discussione, prima o poi, la loro "intangibilità" il loro essere una "casta" superiore e al di sopra di ogni norma e ogni legge.
È una esagerazione parlare di "azione golpista"? Non lo è, se si esamina il combinato disposto di quello che è avvenuto. La magistratura di Firenze ha compiuto una serie di arresti, mettendo sotto accusa un certo numero di altissimi burocrati (non sappiamo ancora per quale fatto specifico ma prima o poi, si spera, lo sapremo), e divulgando (illegittimamente) intercettazioni che danneggiano un ministro (non indagato).
Contemporaneamente il capo dell'Anm ha divulgato una dichiarazione temeraria, nella quale accusa il Presidente del Consiglio di essere complice della corruzione ("accarezza i corrotti") e lascia intendere una cosa semplicissima: o il governo cambia linea sulla magistratura o un pugno di magistrati coraggiosi potrebbe iniziare a colpire duro, un po' come si fece nel '92 -'93, e magari - come fu allora - radere al suolo la politica italiana. Diciamolo con parole semplici: non sarà un golpe, è un ricatto con minaccia di golpe.
Confermato il giorno dopo dal "Fatto" (che è l'organo ufficiale dell'Anni) con un titolo volutamente comico: "Renzi attacca i giudici". Povero Renzi, si è preso le accuse infamanti e gratuite di Sabelli, ha reagito appena appena dichiarando dispiacere, anziché querelando per diffamazione e calunnia, come sarebbe stato giusto, e invocando l'intervento del Presidente della Repubblica (come sarebbe stato ancor più giusto), e l'organo dell'Anna gli dice pure che è stato lui ad attaccare. Come quando un bambino piccolo viene pestato da tre bulli e poi i bulli gli dicono che a forza di colpi di guancia gli ha fatto male alle mani.
C'è poco da stare allegri. Non solo perché evidentemente la situazione è gravissima, e se Lupi sarà costretto alle dimissioni, sarà una vera e propria capitolazione per la democrazia politica; ma perché non si vede all'orizzonte nessuno che sia in grado di reagire, di porre un freno alla baldanza "cilena" dei Pm. La sinistra sembra un pugile suonato, inebetita, forse, da vent'anni di "tifo" antiberlusconiano, che le ha tolto la vecchia abitudine alla lotta politica e l'ha resa ancella di Palazzo di Giustizia; la destra, un po' salvinizzata un po' impaurita per le bastonate ricevute in questi anni dal suo capo, e oltretutto a disagio nel difendere il governo Renzi o il "traditore" Lupi. È probabile che i magistrati vincano la loro battaglia.
Del resto, forse, l'hanno già vinta. La riforma della giustizia non si farà. Forse si farà invece la contro-riforma, quella di Gratteri, che instaura qualcosa di molto simile a uno Stato di polizia, dove il sospetto, e l'odio, e la smania di manette prendono il posto del rosso, del bianco e del verde della bandiera nazionale.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 19 marzo 2015
Fa certamente piacere avere un Presidente del Consiglio - in questo caso Renzi - in grado di replicare in modo conveniente alle sconcertanti affermazioni del Presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati dott. Sabelli.
Per chi se lo fosse perso, rammento che Sabelli ha pubblicamente affermato che "il governo accarezza i corrotti, ma schiaffeggia i magistrati": affermazione tanto dura quanto inesplicabile, soprattutto in quanto proveniente da chi ricopre la carica di Sabelli, il quale, così affermando, non pare sia stato capace di provare il proprio attaccamento alle istituzioni. Renzi ha replicato a muso duro stigmatizzando come incomprensibili ed inaccettabili tali affermazioni e precisando infine che esse tali rimarrebbero a prescindere da quale governo fosse in carica - di centrosinistra o di centrodestra - in quanto esse feriscono le istituzioni in quanto tali, lo Stato in sé e non questo o quel governo.
Rispondendo in tal modo, Renzi ha torto e ragione allo stesso tempo. Ha ragione, perché in nessun altro luogo del mondo un alto magistrato - il Presidente della Associazione dei magistrati ( che peraltro nei paesi anglosassoni non esiste ) - potrebbe impunemente lasciarsi andare in pubblico a simili affermazioni, così come invece accade in Italia.
Sabelli si è comportato come il capo di un partito politico, talmente convinto della propria forza da insultare pubblicamente tutte le istituzioni nella consapevolezza dell'impunità assoluta. In questo modo, sbaglia due volte.
La prima perché - lo voglia o no, lo sappia o no -egli "fa politica", assumendo un ruolo di una virulenza tale che neppure le opposizioni pensano di poter assumere, anche per una sorta di cortesia istituzionale della quale perfino esse ancora per fortuna usano: egli invece accusa sostanzialmente l'esecutivo di collusione con i corrotti e di ostacolare l'iniziativa dei giudici.
Vi pare poco? E allora, perché non li arrestano tutti questi governanti amici dei corrotti e nemici dei magistrati? La seconda volta Sabelli sbaglia perché non riesce ad intendere - e con lui anche molti altri - come il ruolo da lui ricoperto - vale a dire quello di chi è istituzionalmente chiamato ad applicare la legge -esclude, in uno Stato di diritto, che possa contribuire a scriverla.
Già. Lo Stato di diritto funziona così: chi fa le leggi non le applica e chi le applica non può farle. Sabelli se ne faccia una ragione e la smetta una buona volta di dare suggerimenti e di imporre veti e, se ci riesce, lo spieghi a quei magistrati che hanno preso la stessa cattiva abitudine (mentre tanti altri lo sanno da sempre e perciò non hanno bisogno di nessuna spiegazione).
Tuttavia, anche Renzi ha la sua buona parte di torto. È palese infatti che Renzi oggi non fa che pagare il prezzo imposto dai magistrati dal fatto oggettivo che il capo del governo ha ceduto troppo terreno alla magistratura ed è poi ovvio che questa si allarghi occupando spazi che non sono di sua competenza. Un esempio per tutti. Cantone è certo bravo e perfino simpatico, privo di supponenza e degno di ogni considerazione.
Però vorremmo tutti capire chi è. Non certo in senso personale, ma istituzionale. Chi è Cantone? Un'autorità, certo. Ma che autorità? Quali sono i suoi precisi limiti di intervento? Quali i poteri legittimi ? Cosa fa, in sostanza, Cantone che altri non potesse fare ? Quali acrobazie giuridiche occorre seguire per rispondere a queste domande ? Esercita un controllo? Ma anche le normali procure lo esercitano! Rilascia pareri preventivi?
Ma in base a quali principi? E che valore hanno? E se i suoi provvedimenti sono impugnabili, non si rientra forse nell'ambito ordinario della giurisdizione? Insomma, Renzi ha ceduto troppo, consentendo (per timore? Per lassismo? Per insipienza? Per incompetenza?) che magistrati invece di fare il mestiere loro - dire il diritto - ne facessero un altro - fare politica - ed ora non si può meravigliare se i magistrati si prendono, oltre alla mano, anche il braccio. È stato lui a consentirlo. È stato lui a volerlo.
di Mirella Castello (Presidente dell'Organismo unitario dell'avvocatura)
Il Garantista, 19 marzo 2015
Ad orologeria! Sull'onda emozionale dell'ennesimo scandalo, dell'arresto di un alto dirigente dello stato, Ercole Incalza, arriva anche nel ddl corruzione l'emendamento governativo sul falso in bilancio, che aumenta in modo smisurato le pene, tutto ciò a una settimana dall'allungamento dei tempi della prescrizione.
Ecco la "lista della spesa" di questa ultime settimane: corruzione, falso in bilancio e prescrizione, continua, inesorabile, la logica degli interventi "sensazionalisti". Un altro tassello di un disegno basato sulla filosofia emergenziale, che porterà a una giustizia formalmente più rigorosa, ma sostanzialmente inadeguata a combattere i fenomeni di malaffare del nostro Paese.
Come ha evidenziato la coordinatrice della Commissione Penale dell'Oua Paola Ponte, in merito, appunto, al testo unificato delle proposte di legge di modifiche al codice penale in materia di prescrizione dei reati, "la maggior parte dei procedimenti si prescrive in fase di indagini e pertanto ogni intervento posto successivamente alla fase del rinvio a giudizio non è che da ritenersi un palliativo, che solo apparentemente cura le necessità di una giustizia malata a causa di carenze strutturali e processuali.
Allungare e dilatare a dismisura i tempi di un processo non può essere la risposta giusta per arginare la commissione e la punizione dei reati. Gli imputati e le persone offese rischieranno di dover attendere anni per poter definire la propria posizione processuale con conseguenti danni morali ed economici irreparabili. Una condanna riportata ad anni di distanza dal fatto-reato potrebbe vanificare del tutto la funzione rieducativa del nostro sistema: il reo potrebbe trovarsi a scontare una condanna in situazioni oggettivamente e soggettivamente totalmente differenti rispetto a quelle di commissione del reato (vita diversa, una famiglia, un lavoro, ecc.). E cosa dire a chi potrebbe dover aspettare vent'anni per vedersi riconoscere innocente con una vita nel frattempo rovinata?".
Quindi, questo provvedimento non solo è inadeguato, ma è da ritenersi in totale contrasto con tutti i principi ed i valori posti a fondamento del diritto ad un giusto processo, tra le cui caratteristiche spicca la necessaria celerità più volte invocata (per non dire "sanzionata" a nostro danno) dalla Comunità europea. Ma non basta, ora l'intenzione è anche quella di rendere più contorti e, quindi, meno efficaci, i procedimenti riguardo le imprese.
Tutto ciò a tacere della compressione del diritto di difesa. Un assurdo in un'Italia già poco competitiva e che così rischia di andare incontro alla paralisi. Molto più positivo e concreto l'approccio del Governo, grazie all'impegno del ministro Orlando, sulla non punibilità per tenuità del fatto. In quel caso non si è ceduto a pericolose semplificazioni che avrebbero lasciato spazio ad aree di impunità su reati odiosi, allo stesso tempo sono stati corretti alcuni aspetti controversi, consentendo, per esempio, la possibilità tanto per la parte offesa quanto per l'indagato di fare opposizione all'archiviazione per tenuità del fatto o comunque di rinunciarvi a favore di una pronuncia nel merito. Tutta l'avvocatura è in profondo disagio e i penalisti hanno già dichiarato lo stato di agitazione. Scelta che sarà oggetto anche di una valutazione dell'Oua, l'organismo di rappresentanza unitaria dell'avvocatura, nell'assemblea dei delegati che si terrà a Firenze il prossimo 27 marzo.
Al premier Renzi, ribadiamo: su prescrizione e corruzione, la direzione è sbagliata. Serve invece una grande alleanza contro la corruzione e per la semplificazione che coinvolga il mondo del lavoro, della pubblica amministrazione, delle professioni e dell'impresa: nell'eccessiva burocrazia, nella scarsa cultura della competitività, nella endemica presenza di fenomeni criminali, sono da ricercare le chiavi del dilagare del malaffare.
I ddl all'esame del Parlamento hanno bisogno di serie modifiche in aula, altrimenti l'avvocatura unitariamente manifesterà il proprio dissenso.
di Domenico Cirillo
Il Manifesto, 19 marzo 2015
Slitta alla metà della prossima settimana l'arrivo in aula del disegno di legge anticorruzione. Lo si aspetta dall'inizio della legislatura (il testo originario fu presentato dal presidente del senato Grasso), è stato rilanciato con una serie di annunci dal governo l'autunno scorso ed è infine rimasto bloccato cinque settimane extra in commissione in attesa che il governo depositasse il suo emendamento sul reato di falso in bilancio. Alla fine tre delle quattro modifiche proposte dall'esecutivo - che aumentano le pene e recuperano la procedibilità d'ufficio per il falso in bilancio delle società quotate, abolita ai tempi di Berlusconi e Tremonti - sono state votate ieri sera. L'ultima invece dovrà tornare stamattina in commissione, perdendo l'ultimo treno per entrare in aula prima di mercoledì prossimo. "Colpa dell'ostruzionismo di Forza Italia", dice il Pd. "Insipienza del governo", replicano, con buone ragioni, i berlusconiani.
È successo che malgrado la lunghissima gestazione del provvedimento, il quarto emendamento che si riferisce alla "tenuità del fatto" e riguarda le società non quotate è arrivato in commissione prima della legge che andrebbe a emendare. Che è un decreto legislativo, anche questo messo a punto dal governo con grave ritardo (lunedì scorso) rispetto all'approvazione delle legge delega (aprile 2014). Fino a ieri sera i senatori che lo hanno preso in esame non potevano conoscere la legge che andavano a cambiare, se non nella versione informale in pdf che il viceministro Costa ha provato a distribuire in commissione. "È sul sito della gazzetta ufficiale", garantivano nella maggioranza. Ma su quel sito il decreto è comparso solo in serata. Con ben leggibile l'avviso che la legge entrerà in vigore il 2 aprile prossimo. Prima di allora, il senato proverà a cambiarla. Ma dovrà farlo in aula dalla prossima settimana.
La conferenza dei capigruppo aveva riservato al disegno di legge anticorruzione, ripetutamente twittato come cosa fatta dal presidente del Consiglio (e siamo ancora alla prima lettura), la mattina di oggi. Invece oggi alle 11 scade il termine per i sub-emendamenti alla proposta di "non punibilità" avanzata dal governo, che prevede per il giudice il dovere di valutare "in modo prevalente, l'entità dell'eventuale danno provocato alla società ai soci o ai creditori". Successivamente la commissione dovrà passare ai voti. Ma dalle 15 le camere sono convocate in seduta congiunta per l'elezione di due giudici costituzionali. E, respinta la proposta dei 5 stelle di lavorare anche durante il weekend, si andrà alla prossima settimana. Quando però i senatori dovranno affrettarsi a convertire il decreto sulle banche popolari. L'anticorruzione arriverà dopo.
Il passaggio in commissione ieri ha confermato l'impostazione governativa, che distingue tra società quotate in borsa e non quotate. Per le prime è prevista una pena da 3 a 8 anni di carcere. Per le seconde da 1 a 5 anni. In questo caso il senatore Lumia del Pd aveva presentato un emendamento per alzare a 6 anni il massimo, così da rendere possibile l'utilizzo delle intercettazioni anche nelle indagini sulle società non quotate. Ma l'ha ritirato, annunciando che lo ripresenterà in aula (Ncd è contrario). Resta la procedibilità solo su querela per il falso in bilancio delle piccole società, che hanno un giro di affari non superiore ai 300mila euro l'anno.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 19 marzo 2015
E il voto della commissione Giustizia del Senato che ieri doveva finalmente sdoganare per l'Aula la tormentata legge anticorruzione slitta a questa mattina. Tuttavia, in serata il nuovo falso in bilancio viene approvato in tutti i contenuti, e sono quelli più qualificanti, che non riguardano la nuova causa di non punibilità. È questo l'esito di un pomeriggio complicato che vede maggioranza e opposizione dividersi mentre la cronaca giudiziaria bussa in maniera sempre più insistente alla porta della commissione.
A passare, con il resto del disegno di legge già approvato nei giorni scorsi, sono così tre delle quattro proposte di correzione presentate lunedì dal ministero della Giustizia. In particolare vengono approvati gli aumenti delle sanzioni sia per le società quotate sia per quelle non quotate. Per le prime la pena sale nel massimo sino a otto anni con un minimo di tre. Mentre per le seconde l'aumento delle sanzioni introduce una forchetta compresa tra uno e cinque anni. Snodo quest'ultimo non del tutto scontato visto che pesava sulla discussione un precedente progetto di legge targato Pd che collocava il massimo della pena a sei anni.
Un anno in più destinato, però, a fare la differenza sotto un duplice profilo. Da una parte prevedere una pena massima a sei anni avrebbe reso possibile le intercettazioni anche per le non quotate, mentre avrebbe impedito proprio l'applicazione dell'archiviazione per tenuità del fatto che il decreto legislativo, pubblicato ieri in "Gazzetta", ammette per i reati puniti però solo fino a cinque anni. Rebus risolto poi dallo stesso Pd che ha ritirato il disegno di legge.
Identica è la fisionomia della condotta tra le due fattispecie con la misura penale che scatta a carico di chi (amministratori, direttori generali, dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili, sindaci e liquidatori) espone od omette fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero oppure la cui comunicazione è imposta dalla legge. La condotta deve poi essere concretamente idonea a indurre in errore e posta in essere con l'obiettivo di ottenere un profitto per sè o altri.
A essere approvato è anche l'emendamento con il quale il ministero della Giustizia inasprisce le sanzioni pecuniarie a carico delle società, elevando gli importi previsti nell'ambito del decreto 231 del 2001: sino a 600 quote per le società di Borsa e sino a 400 quote per le altre (secondo il meccanismo introdotto dal decreto sulla responsabilità degli enti una quota può andare da un minimo di 258 a un massimo di 1.549 euro, lasciando quindi all'autorità giudiziaria un ampio margine di flessibilità nell'applicazione della sanzione).
A rimanere fuori per essere votata solo questa mattina è la parte dedicata, nell'ambito delle società non quotate, ad attenuare le conseguenze del reato. La cui responsabilità verrà comunque sempre riconosciuta, prevedendo sanzioni più leggere se i fatti sono lievi, con particolare riferimento alla dimensione della società e alle modalità del comportamento, oppure la non punibilità, ma con riferimento nel casellario, se è possibile l'archiviazione per tenuità con riferimento questa volta alla limitata portata offensiva del danno prevedibile.
Proprio sull'archiviazione, sull'incertezza venutasi a creare sulla pubblicazione in "Gazzetta" già ieri del decreto legislativo, si sono bloccati i lavori nel pomeriggio, per alcune ore. Un "intoppo", nella lettura del presidente della commissione Francesco Nitto Palma (FI) in tutto ascrivibile al Governo.
di Pietro Vernizzi
Italia Oggi, 19 marzo 2015
"Provo soprattutto l'amarezza di un padre nel vedere il proprio figlio sbattuto in prima pagina come un mostro senza alcuna colpa". Lo ha detto il ministro per le Infrastrutture, Maurizio Lupi, dopo che Sel e M5S ne hanno chiesto le dimissioni perché accusato di avere aiutato il figlio Luca a trovare un lavoro. Lo stesso Matteo Salvini ha colto la palla al balzo per polemizzare con Alfano: "Mi aspetto che il ministro dell'Interno o il presidente del Consiglio vengano in Parlamento a spiegare agli italiani se è tutto falso o se c'è qualcosa di vero.
E se c'è qualcosa di vero, non possiamo avere un ministro dell'Interno e un ministro delle Infrastrutture che lavorano con delle ombre del genere". Ne abbiamo parlato con Luciano Violante, ex presidente della Commissione Antimafia e già presidente della Camera dei deputati.
Domanda. Che cosa ne pensa della bufera che ha colpito il ministro Lupi?
Risposta. I cittadini hanno bisogno di onestà. Questo spiega e giustifica le reazioni impietose dell'opinione pubblica. Ma bisogna essere prudenti e critici nei confronti delle ondate criminalizzatrici. I fatti sembrano molto gravi; ma bisogna lasciare alla magistratura il tempo per procedere con serietà e profondità. Sono contrario alla criminalizzazione indiscriminata, che assolve i colpevoli e condanna gli innocenti. Credo che il ministro Lupi riuscirà a spiegare quello che deve spiegare. Sarebbe però un fatto di civiltà astenersi dall'utilizzare queste vicende per ragioni di strumentalità politica.
D. Secondo lei, Lupi dovrebbe dimettersi?
R. Sono contrario all'uso immorale della questione morale, quando si usano questioni morali, vere o presunte, a fi ni di lotta politica. Il ministro deciderà nella sua autonomia politica e personale.
D. Che cosa ne pensa dello scambio polemico tra il presidente dell'Anm Rodolfo Sabelli e il premier Renzi?
R. Le magistrature sono particolarmente preoccupate per alcuni aspetti della legge sulla responsabilità civile, anche per l'atteggiamento politico che l'ha accompagnata. I problemi particolari possono porsi per la magistratura amministrativa e per quella contabile. Questo non vuol dire che il magistrato non debba rispondere civilmente se ha commesso con dolo o colpa inescusabile errori gravissimi, però c'è spesso un pregiudizio della politica nei confronti della magistratura.
D. Il governo però ha optato per la responsabilità civile indiretta. Di fatto un magistrato paga solo una parte dei dannni.
R. Come nella grande maggioranza dei paesi civili. Il problema più grave non è questo. È il rischio che attraverso la semplice richiesta di risarcimento una parte privata forte si possa liberare del suo giudice.
D. Ci sono altri elementi che hanno pesato sullo scontro Renzi - magistrati?
R. Non hanno contribuito a placare gli animi alcune polemiche non necessarie, come quella sulle ferie, e alcuni toni sopra le righe di esponenti dell'associazione nazionale magistrati.
D. Come vede il rapporto tra politica e magistratura?
R. È un rapporto a corrente alternata. Eppure non dovremmo dimenticarci del fatto che dal presidente del Senato, al presidente della commissione Affari costituzionali del Senato e ai presidenti della commissione Giustizia di Camera e Senato, al presidente dell'autorità anticorruzione sono tutti magistrati. La magistratura per un verso è spesso attaccata a torto, ma per altro verso costituisce un bacino di reclutamento quando serve una responsabilità particolarmente rilevante per il Paese.
D. Per Renzi nella sfida alla corruzione c'è bisogno innanzitutto di un "passaggio culturale ed educativo". È veramente così?
R. Sì. Renzi ha perfettamente ragione. Pensare che la questione della corruzione si risolva con l'aumento delle pene è una stupidaggine, perché nessun corrotto pensa di finire in carcere. Sarebbe utile ridurre le pene nei confronti di chi parla.
D. Per quale motivo?
R. La corruzione crea un vincolo solidale tra chi corrompe e chi è corrotto; nessuno ha interesse a parlare perché sono puniti entrambi allo stesso modo. È un vincolo che va spezzato. Vanno inoltre alleggeriti i "check-point" dei procedimenti amministrativi, perché ogni passaggio burocratico è un potenziale fattore di corruzione. Le procedure semplici sono facili da controllare; quelle più complesse favoriscono la corruzione.
D. C'è un nodo appalti che andrebbe riformato?
R. Il nodo appalti c'è. Le autorità europee e l'Ocse hanno più volte insistito sugli appalti in quanto meccanismo tipico della corruzione. Dalla nomina della commissione che designa il vincitore delle gare, a tutti i meccanismi specifici delle procedure d'appalto, ci sarebbe molto da rivedere e molto da controllare.
D. Renzi ha detto che andrà avanti con il ddl Grasso sul falso in bilancio. È la strada giusta?
R. Il disegno di legge sul falso in bilancio va bene. Se i bilanci di una società sono inattendibili, non ci sono investitori che scommettono su quell'azienda. Quando il falso in bilancio non è considerato un reato grave, diventa facile frodare sui bilanci. Tutto ciò scoraggia gli stranieri dall'investire nelle società italiane perché non si fidano.
Adnkronos, 19 marzo 2015
"Quello della custodia cautelare in carcere è un tema che ci sta a cuore e sul quale è in corso una riflessione in Parlamento" Lo ha detto il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, intervistato a Voci del Mattino, Radio1, commentando l'ultimo rapporto Antigone, in cui si indica che oltre un terzo della popolazione carceraria è composto da detenuti in attesa di giudizio, dato molto superiore alla media europea.
"In alcuni casi la carcerazione preventiva si rende necessaria per impedire la reiterazione del reato o il pericolo di fuga, però dobbiamo valutare con molta attenzione questo aspetto. Ad esempio lavorando sullo snellimento del processo penale, che consenta un più rapido approdo alla verità processuale, sia in caso di innocenza, sia di colpevolezza. Però, dobbiamo saper leggere bene i dati, perché non tutto il 35% dei detenuti italiani in regime di custodia cautelare è in attesa di giudizio".
"Sul sovraffollamento delle carceri questo governo ha ottenuto risultati importanti, come anche l'Europa ci ha riconosciuto. Siamo passati da 62 mila detenuti a poco più di 50 mila - ha detto Ferri - ora sono rispettati gli spazi minimi, 3 metri, previsti per ciascun detenuto. E adesso ci stiamo concentrando sul tema del recupero dei detenuti, evitando che ozino all'interno delle carceri e tenendoli impegnati in attività di istruzione, di cultura ma anche attività lavorative, che sostanzialmente consentirebbero al detenuto di pagarsi la detenzione con il proprio lavoro.
È giusto che alla ingente spesa che sostiene lo Stato per il sistema carcerario contribuisca anche il detenuto". C'è poi il tema dei detenuti extracomunitari, ha aggiunto Ferri, "per i quali stiamo lavorando affinché possano scontare la pena nei Paesi di provenienza, con un ulteriore alleggerimento del carico per i nostri istituti di pena. Inoltre, stiamo pensando una riforma per quanto riguarda i detenuti per reati legati alla tossicodipendenza. Puntiamo a inserirli in progetti realizzati all'interno delle comunità terapeutiche".
Detenuto lavori per pagare spese
"Sul sovraffollamento delle carceri questo governo ha ottenuto risultati importanti, come anche l'Europa ci ha riconosciuto. Siamo passati da 62 mila detenuti a poco più di 50 mila, ora sono rispettati gli spazi minimi, 3 metri, previsti per ciascun detenuto". Così il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, intervistato a Voci del Mattino, su Radio1.
"E adesso - ha aggiunto Ferri - ci stiamo concentrando sul tema del recupero dei detenuti, evitando che ozino all'interno delle carceri e tenendoli impegnati in attività di istruzione, di cultura ma anche attività lavorative, che sostanzialmente consentirebbero al detenuto di pagarsi la detenzione con il proprio lavoro.
È giusto, infatti, che alla ingente spesa che sostiene lo Stato per il sistema carcerario contribuisca anche il detenuto. C'è poi il tema dei detenuti extracomunitari. per i quali stiamo lavorando affinché possano scontare la pena nei Paesi di provenienza, con un ulteriore alleggerimento del carico per i nostri istituti di pena. Inoltre, stiamo pensando una riforma per quanto riguarda i detenuti per reati legati alla tossicodipendenza.
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