di Davide Galliani*
Giustizia Insieme, 30 gennaio 2021
La vita e le opere di Primo Levi parlano molto a chi si occupa delle massime pene. Un solo esempio. Scrive Primo Levi: al pari della felicità perfetta, anche la infelicità perfetta non è realizzabile; questi due stati-limite non sono realizzabili perché la condizione umana è "nemica di ogni infinito".
di Liana Milella
La Repubblica, 30 gennaio 2021
Nella grande aula del Palazzaccio da 350 posti solo 32 presenti. Da Bonafede un intervento tecnico. Il presidente Curzio cita Draghi e lancia l'allarme sui giovani e la scuola. Dal pg Salvi la preoccupazione per i femminicidi. Protagonista silenzioso il caso Palamara con le azioni disciplinari. Il vice presidente del Csm Ermini invita le toghe a "superare le correnti".
Il Covid, ovviamente. E i fondi del Recovery. E i processi civili e penali a rilento. I giovani e la scuola. Un Guardasigilli, Bonafede, dimezzato dalla crisi di governo. La sua relazione è solo tecnica, niente politica. Ma i vertici delle toghe italiane non fanno sconti alla politica. Non nascondono nulla, né i reati, quelli gravissimi contro le donne, né la crisi della stessa magistratura per via del correntismo. In Cassazione, per la tradizionale cerimonia d'apertura dell'anno giudiziario, sfilano gli ermellini in toga rossa. Consegnano, davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, seduto come sempre in prima fila, la fotografia di una giustizia a rilento, che però proprio dal Covid potrebbe rinascere diversa, digitale anziché cartacea.
Nella grande aula della Cassazione da 350 posti ci sono solo 32 presenti. Il - da sempre - grande evento della giustizia italiana si auto comprime. Per la prima volta nessun giornalista guarda la cerimonia dal doppio ballatoio che sovrasta la sala. Tutte online le relazioni, e la diretta video trasmessa dalla Rai. Protagoniste sembrano le mascherine. Il primo presidente della Suprema Corte Pietro Curzio, al suo primo anno giudiziario, riassume in un'immagine il senso della giustizia. Un bozzetto apre la sua relazione. Rappresenta il processo a Verre, "imputato di gravi concussioni e peculato in danno della Sicilia di cui per tre anni era stato governatore, un giudizio in cui l'accusa fu sostenuta da un ancor giovane Cicerone e la difesa da Ortensio, all'epoca principe del Foro romano". Ma, come spiega Curzio, l'affresco per il quale era stato stilato il bozzetto non è stato mai realizzato. Tant'è che "la parete qui alla mia destra è rimasta bianca. È l'affresco che non c'è?".
Quel bozzetto rappresenta anche lo stato della giustizia in Italia, perché il Covid, dice Curzio, "ha comportato il sostanziale blocco per un certo periodo, una faticosa e difficile ripresa per la restante parte dell'anno e oggi ci pone dinanzi alla necessità di ripensare profondamente il sistema. Di partecipare alla costruzione di un qualcosa che ancora non c'è?". Appunto, la giustizia dopo il Covid che ancora non c'è. Perché "la pandemia ha ulteriormente mostrato l'inadeguatezza del sistema, la gracilità e vetustà di molti suoi gangli, e pone in modo deciso la necessità di un cambiamento profondo e incisivo, prima di tutto culturale".
Curzio parla per primo, poi il Procuratore generale Giovanni Salvi, il vice presidente del Csm David Ermini, il Guardasigilli Alfonso Bonafede, e due donne protagoniste entrambe del mondo della giustizia, Gabriella Palmieri, al vertice dell'Avvocatura generale dello Stato e Maria Masi, presidente del Consiglio nazionale forense. Complessivamente una fotografia della giustizia in Italia che consegna un paese pressato dai reati (corruzione, mafia, omicidi delle donne), rallentato dalla pandemia, appeso ai fondi del Recovery, spaventato e dubbioso sul suo futuro politico.
Nell'aula magna della Suprema corte risuona la citazione che Curzio fa di Mario Draghi, uno dei protagonisti silenziosi dell'attuale crisi di governo. "Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza". Curzio sottoscrive questa preoccupazione perché "il debito dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani". Per questo non sono ammessi ritardi e "ciascuno nel rispetto delle proprie competenze e in adempimento dei propri doveri" dovrà fare del suo meglio. A partire dalla giustizia e dai suoi ritardi. Anche perché lo stop "a quella stanza di compensazione che è la scuola ha prodotto un silenzioso aumento dei maltrattamenti in famiglia verso minori e più in generale l'incremento di minori maltrattati o abbandonati".
Un ritardo che Curzio non minimizza. A partire dai numeri, perché "ogni anno sopravvengono in Cassazione più di 30mila ricorsi civili e 50mila penali. Un dato quantitativo unico nell'esperienza giuridica internazionale". È necessaria "tempestività", ma "i tempi del processo civile superano il livello di ragionevolezza; la qualità dei provvedimenti non sempre è all'altezza del ruolo della Corte; i contrasti, molto spesso inconsapevoli, sono diffusi e ricorrenti". Ma qui s'instaura un "circolo vizioso" perché "quanto maggiore è il numero dei ricorsi, tanto maggiore è il numero dei giudici necessari alla Corte; quanto maggiore è il numero dei giudici, tanto maggiore è il rischio di decisioni non omogenee o contrastanti tra loro".
Sarà l'interrogativo del futuro. Per adesso Curzio non è pessimista sui suoi numeri quando dice: "Il terribile anno che ci siamo lasciati alle spalle ci ha visti impegnati fondamentalmente a limitare i danni e alla fine il bilancio è positivo. Grazie a un forte recupero nel secondo semestre, siamo riusciti a definire più di 30mila processi civili e nel penale siamo riusciti a conservare tempi di definizione dei giudizi inferiori ad un anno". Il primo presidente boccia l'idea di ridurre il processo d'appello, chiede al governo di far partire il processo telematico anche per la Suprema Corte. Quando affronta il momento "travagliato" della magistratura, Curzio cita una frase di Rosario Livatino, il giovane magistrato giustiziato da Cosa nostra, quando scrive che "non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili". E chiosa: "Forse il segreto è semplicemente, per ogni scelta che operiamo, di chiederci quanto siamo credibili". Un messaggio che impatta con le durissime polemiche sul correntismo, sulle chat di Palamara. Sui retroscena che turbano lo stesso Csm in quello che si può considerare come l'anno nero delle toghe. Sulle quali però apre una nota positiva il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia quando contesta le ricostruzioni dell'ex pm e le definisce un "affresco" che "dileggia un'istituzione dello Stato, che reca un grave torto alla realtà, in cui i magistrati sono ancora e autenticamente un potere diffuso, non governabile e non orientabile da mediatori improvvisati".
Certo non parla di toghe corrotte il Guardasigilli Alfonso Bonafede, perché la crisi politica gli impone di limitarsi a considerazioni tecniche, proprio com'è già avvenuto in Parlamento. Parte dalla pandemia che "ha inciso fortemente anche sul settore della giustizia". Bonafede esprime "la profonda gratitudine ai magistrati togati e onorari, avvocati, personale amministrativo, polizia penitenziaria che, con spirito di sacrificio, competenza e abnegazione, hanno permesso che la giustizia non si fermasse nemmeno nei momenti di maggiore difficoltà". Poi vanta il calo dei detenuti, parla di "significativa diminuzione", fornisce la cifra di chi sta in carcere a oggi, 52.369 persone. Dal Covid anche un fortissimo impulso alla digitalizzazione che potrebbe avere effetti positivi nel futuro, tant'è che il ministro cita l'uscita nella Gazzetta ufficiale della norma che consentirà dal 31 marzo il deposito telematico facoltativo con valore legale degli atti processuali e dei documenti presso le sezioni civili della Cassazione.
Invece è proprio sul caso Palamara che arrivano input dal vice presidente del Csm David Ermini. Il suo invito è quello di superare le correnti, il correntismo, le raccomandazioni. E garantire chi chiede un posto solo con la sua faccia." Perché, secondo lui, "vanno salvaguardate le giuste ragioni di quei magistrati che, senza spudoratezza di rapporti o appoggio di cordate correntizie e del tutto alieni da una pratica indecente quale la cosiddetta coltivazione della domanda, aspirano legittimamente al riconoscimento delle loro capacità e delle loro attitudini". È una previsione realistica e praticabile ed Ermini la presenta così: "Occorre che ogni decisione sia preceduta da una congrua, preventiva istruttoria e sia corredata da una adeguata e approfondita motivazione; che le nomine agli uffici apicali siano prese nella rigorosa osservanza del metodo cronologico; che le assegnazioni di funzioni o l'attribuzione di incarichi che richiedono peculiari requisiti di idoneità siano precedute dalla sola, scrupolosa valutazione delle necessarie competenze tecniche, senza cedere alla tentazione di accordi preventivi volti alla ripartizione dei posti". Quello che tutti gli italiani pensano che già si faccia, ma che evidentemente rappresenta una novità.
E proprio sul caso Palamara il procuratore generale Giovanni Salvi parla di "reazione sanzionatoria pronta ed efficace". Quelle 26 azioni disciplinari aperte in piazza Cavour, di cui 17 sono già a giudizio sul tavolo del Csm. E le altre su cui sta lavorando il suo team di procuratori che peraltro, a quanto trapela, hanno più volte sentito lo stesso Palamara. Ovviamente Salvi non minimizza quanto è accaduto e che adesso deve spingere la magistratura a "ricostruire la sua credibilità duramente scossa dalle indagini che hanno portato all'emersione di un sistema diffuso di asservimento del Csm a logiche di interessi di gruppo, e che ha consentito anche condotte di assoluta gravità alcune delle quali in precedenza mai verificatesi". Ma Salvi ripete quanto ha detto più volte in questi due anni, e cioè che "l'auto raccomandazione è un meccanismo interno che esiste nella magistratura. Chi concorre a un posto vuole avere spesso un rapporto diretto con il consigliere del Csm". E in questo Salvi non ravvisa, di per sé, una colpa.
Ma è sul Covid e sui reati più diffusi in Italia che la relazione di Salvi offre molte novità. A partire dai femminicidi. Perché se calano gli omicidi volontari - 268 nel 2020 con un calo del 13,5% rispetto ai 315 del 2019 - gli assassini delle donne aumentano. Erano 132 nel 2017 su 375 omicidi, salgono a 141 nel 2018 sul totale di 359, sono 111 nel 2019 e 112 l'anno scorso. Quindi il 42% rispetto al totale.
La pandemia ha portato Salvi a concentrarsi sia sull'uso dei processi da remoto, sia sull'effettiva necessità della permanenza in carcere, e sui detenuti, su quella che definisce "l'esclusione degli ultimi dai benefici a causa della loro marginalità sociale". Salvi parla di "primi frutti, davvero positivi, così da far sperare che il distanziamento sia raggiunto senza ricorrere a rischiose scarcerazioni e che - passata la pandemia - coloro che hanno diritto a usufruire di misure alternative non debbano scontare due volte la pena, a causa della loro emarginazione sociale".
Effetto Covid all'Avvocatura dello Stato
E c'è un effetto Covid anche per l'Avvocatura dello Stato, con i dati che fornisce la toga, al vertice da agosto 2019, Gabriella Palmieri Sandulli che può vantare il 60% di cause vinte tra tutte quelle che il suo ufficio ha affrontato nel 2020. "Gli effetti dell'emergenza sanitaria che ha caratterizzato gran parte dell'anno - dice Palmieri - si riverberano con evidenza anche da noi con una riduzione del numero di affari nuovi del 21% rispetto al dato del 2019, raggiungendo comunque la notevole cifra di 45.000 affari. Un effetto che si verifica anche nelle Avvocature distrettuali con un calo del 13 per cento". E anche per i magistrati di via dei Portoghesi il Covid diventa l'occasione "per trasformare la situazione emergenziale in un fattore di accelerazione della digitalizzazione e della dematerializzazione degli atti". Tant'è che, come dice Palmieri, "l'Avvocatura ha eseguito oltre 67mila depositi telematici nel civile, con un aumento percentuale pari al 30% rispetto al 2019", mentre il numero delle notifiche di atti giudiziari via Pec "è salito alla cifra record di oltre 21mila".
di Michele Fullin
Il Gazzettino, 30 gennaio 2021
"La pandemia ha inciso pesantemente sui procedimenti giudiziari, che sono stati rinviati in gran numero. Quest'anno ci attende uno tsunami, visto che i procedimenti rinviati si sommeranno a quelli in arrivo. In più, dovremo affrontare anche la criminalità indotta dalla pandemia, che ha colto l'occasione per fare profitti e investire denaro in imprese in crisi".
È il quadro descritto dalla presidente della Corte d'Appello di Venezia, Ines Maria Luisa Marini, che questa mattina sarà parte integrante del suo intervento di apertura dell'Anno giudiziario. Come di consueto, la presidente ha anticipato alcuni dei temi portanti della relazione sullo stato della giustizia in Veneto e l'impatto del Covid è senz'altro uno di questi. All'inizio, poi, (10 marzo-11 maggio 2020) è stato devastante perché non era chiaro come affrontare l'emergenza. Poi gli uffici si sono organizzati creando le condizioni per lavorare in sicurezza e la situazione è migliorata sensibilmente tra il 12 maggio e il 30 giugno. Lo studio effettuato dalla Corte si riferisce a queste due fasi.
A subire i maggiori problemi è l'area penale, caratterizzata da un elemento di presenza imprescindibile. La Corte ha rinviato il 96% dei procedimenti (624 su 653 in calendario) e su queste percentuali si sono assestati i diversi tribunali del Veneto: Padova 94%, Rovigo 92%, Venezia 95%, Vicenza 94%, Verona 88%. Hanno fatto eccezione Treviso (56% dei processi rinviati) e Belluno (59%). Nell'area civilistica, per l'essenza stessa del processo che è per lo più documentale, la Corte ha rinviato 1381 procedimenti su 2mila 631 programmati grazie al web, il 52%. Un trionfo, rispetto alle sedi distrettuali: Belluno ha rinviato il 93 % dei processi, Padova l'81, Rovigo l'86, Treviso il 94, Venezia il 93, Verona il 98, Vicenza l84. In media, il 90 per cento.
Quando gli uffici si sono organizzati per l'emergenza i risultati si sono visti. La Corte, nel Penale, ha rinviato solo il 41 per cento dei procedimenti causa Covid, mentre nei tribunali il panorama è stato molto variegato: ce ne sono stati alcuni che hanno continuato a rinviare quasi tutto e altri come Vicenza che hanno saltato solamente due processi. Nell'area civile le cose sono andate molto meglio, con il 30 per cento dei processi rinviati dalla Corte e con i tribunali che hanno ripreso l'attività.
La Giustizia continua ad essere in sofferenza comunque a causa della carenza endemica di personale: in Corte d'Appello la scopertura è del 41 per cento di magistrati (mancano 18 consiglieri) e del 39 per cento per gli amministrativi. E nelle altre sedi la situazione non è migliore. Tra l'altro, alla Corte a breve sarà vacante anche il vertice, poiché a metà febbraio anche Ines Marini se ne andrà in pensione.
"Il piano Next Generation Ue - ha detto - rappresenta una grande occasione per la giustizia, ma gli interventi favoriti previsti alimentano la preoccupante tendenza in atto a ricorrere a risorse precarie. Già oggi in primo grado i magistrati onorari sono più numerosi dei togati e il Piano ne prevede l'immissione di altri 2mila. Non è la soluzione, perché non ci sono cause di serie A o di serie B, tutte hanno pari dignità e hanno alle spalle le persone".
"L'esame dei dati numerici consente di affermare che, sotto il profilo delle iscrizioni delle notizie di reato, vi è stata una riduzione di alcuni fenomeni criminosi, con ogni probabilità imputabile alle limitazioni di movimento dovute alla pandemia". Lo conferma il Procuratore Generale reggente di Venezia Giancarlo Buonocore, il quale ha sottolineato la marcata flessione dei reati predatori, globalmente diminuiti del 12% (fra questi, i furti in abitazione e gli scippi sono calati del 14%), i reati di inquinamento delle acque e violazione alla normativa sui rifiuti (-28%), i reati edilizi (-24%). "Va evidenziato l'aumento significativo di alcune categorie di reati: anzitutto quelli contro la libertà sessuale e di stalking.
L'aumento complessivo del 18% è particolarmente vistoso nei reati di violenza sessuale ai danni di minori (+ 37%) e nei reati di stalking (+23%). È evidente - ha concluso il Pg - anche nei reati di violenza sessuale (+10,76%). Solo i reati di violenza sessuale di gruppo sono diminuiti sensibilmente (- 39,13%. Vistoso è, inoltre, l'aumento delle iscrizioni per reati di pedofilia e pedopornografia (+ 54,69%)".
di Liana Milella
La Repubblica, 30 gennaio 2021
Cinque emendamenti nelle commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera mercoledì prossimo faranno riesplodere il caso. Ma l'ex maggioranza - Pd, M5S, Leu - non ha i numeri per bloccare il blitz dei garantisti. S'annuncia un nuovo blitz contro la prescrizione. Ne parliamo proprio nel giorno in cui in Cassazione si tiene la cerimonia per aprire, questa mattina alle 11, l'anno giudiziario che però si svolgerà in versione Covid, 50 partecipanti anziché 300. Fuori perfino i giornalisti. Tutto in streaming. C'è da scommettere che il Guardasigilli in carica Alfonso Bonafede non pronuncerà mai la parola "prescrizione", dopo la sua relazione al Parlamento che ha depositato mercoledì sera. Ma la sua legge è lì, da sempre divisiva. Un vero e proprio spartiacque sulla giustizia tra garantisti e giustizialisti.
Da una parte c'è lui, l'inquilino di via Arenula, che la ritiene indispensabile per una giustizia equa nei confronti delle vittime (vedi Viareggio); dall'altra ci sono gli acerrimi nemici, Renzi in testa, ma con lui gli avvocati, i garantisti, molti giuristi. Per chi non dovesse ricordarlo, la legge sulla prescrizione prevede che il tempo assegnato a ogni reato per poterlo perseguire si fermi dopo il processo di primo grado. Stop per i condannati, avanti per gli assolti. È in vigore dal primo gennaio 2020. E adesso Enrico Costa di Azione e Riccardo Magi di Più Europa, ormai inseparabili paladini di quella che considerano una "giustizia giusta", hanno pianificato l'agguato alla prescrizione di Bonafede. Per giunta nel suo momento di massima debolezza, nel quale si dubita anche se, in un nuovo Esecutivo, possa restare Guardasigilli.
Che s'inventano i due sfruttando la fragilità della maggioranza uscente nelle commissioni della Camera? Nella prima, per gli Affari costituzionali, il fronte Pd, M5S, Leu conta 24 voti, a fronte di altri 24 per l'opposizione. Quindi una votazione non può che finire male per Bonafede. Va meglio nella Bilancio dove i giallorossi sarebbero in vantaggio di uno o due voti.
Ed è in queste due commissioni che Costa e Magi hanno piazzato ben cinque emendamenti in cui, con differenti artifici, chiedono di buttare giù la prescrizione di Bonafede per tornare alla legge che era in vigore prima, e cioè quella dell'ex Guardasigilli Andrea Orlando. Costa, un anno fa, quando era ancora in quota Forza Italia e per giunta anche responsabile Giustizia del partito, ci aveva già provato. E con lui Lucia Annibali, la renziana responsabile a sua volta della stessa materia per il suo gruppo. Il lodo Annibali e il lodo Costa però quella volta furono fermati, la Bonafede entrò in vigore. Si studiò anche come renderla più garantista, ma alla fine la pandemia spazzò via tutto. Sulla prescrizione calò una fitta nebbia.
Ma adesso, dopo la crisi, e soprattutto dopo la levata di scudi contro Bonafede e la sua relazione in Parlamento, proprio la prescrizione è tornata a essere un obiettivo. Anzi, l'obiettivo dei garantisti. E Costa e Magi si considerano tra questi. E piazzare un colpo con la bocciatura della prescrizione sarebbe il massimo. Sicuramente ci starebbero i renziani. Più, ovviamente, tutta l'opposizione.
La richiesta è specifica. Sospendere la legge Bonafede finché non entra in vigore la riforma del processo penale che contiene l'obbligo dell'accelerazione dei processi. La soluzione, nel frattempo, sarebbe quella di far "rivivere" la legge Orlando che sospendeva la prescrizione soltanto per 36 mesi tra Appello e Cassazione, sempre per i condannati, mentre continuava ad andare avanti per gli assolti. È scontato che Renzi voterà la proposta. Che, naturalmente, dovrà passare prima il vaglio di ammissibilità. Non sarà l'unica "provocazione" di Costa e Magi visto che i due vogliono far saltare anche il Trojan, la microspia che è costata la radiazione dalla magistratura a Luca Palamara. Anche questa una norma di Bonafede che, nella legge Spazzacorrotti, ha esteso a molti reati, tra cui la corruzione, la possibilità di usare il virus che trasforma il cellulare in una telecamera, quindi non solo in grado di effettuare registrazioni audio, ma anche video dell'ambiente circostante.
di Simona Musco
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
Inaugurazione dell'anno giudiziario, il procuratore generale della Cassazione: "Discrasia tra clamore mediatico e fasi successive. No alla ricerca del consenso".
"L'anno della pandemia ha visto gli uffici del pubblico ministero nell'intero territorio nazionale impegnati a svolgere responsabilmente il loro fondamentale ruolo. Non sempre al clamore delle indagini e degli arresti ha però corrisposto pienamente la conferma nelle fasi successive. Questa discrasia, quando significativa, dovrà essere oggetto di attenta analisi in sede di ricerca dell'uniformità nell'esercizio dell'azione penale e quindi anche nelle indagini preliminari". Quello che il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi dedica alle inchieste spettacolo è solo un piccolissimo passaggio.
Ma rimane comunque potentissimo, a fronte di una relazione di oltre 300 pagine che analizza un anno complicatissimo per la giustizia, devastata dal Covid e costretta a fare i conti con nuovi strumenti per non rischiare l'empasse. Il passaggio è delicato e tocca la questione della presunzione di innocenza, spesso dimenticata e sostituita con una condanna mediatica a priori, spesso irreversibile, anche dopo le assoluzioni pronunciate nei luoghi deputati al processo. Ed è forte la critica pronunciata da Salvi, nel corso del suo intervento in Cassazione, all'eccesso di protagonismo, alla ricerca smodata di consenso, all'uso del processo penale come risposta alle pulsioni della pubblica opinione e non come applicazione delle norme.
"È ricorrente la polemica circa dichiarazioni rese dai magistrati del pubblico ministero. La moderazione nelle dichiarazioni, resa necessaria dalla precarietà dell'accertamento non ancora sottoposto alla piena verifica del contraddittorio, è manifestazione della professionalità del capo dell'ufficio - ha dichiarato il procuratore generale -. La comunicazione nei toni misurati e consapevoli deve essere tale da evitare anche solo il sospetto che non la fiducia della pubblica opinione sia cercata ma il suo consenso. Questa sarebbe la fine dell'indipendenza del pubblico ministero". Ma non solo: affidare al diritto penale "l'orientamento valoriale di un aggregato sociale" vuol dire snaturarlo, portando "rischi preoccupanti".
Così facendo, infatti, "si esigerebbe dalla giurisdizione che le sentenze dei giudici non applichino solo norme, ma veicolino contenuti ritenuti giusti e tali non perché ricavati dalla Carta fondamentale, ma dal sentimento, dalle passioni, dalle emozioni dei cittadini". E ciò, ha avvisato Salvi, porterebbe le politiche pubbliche a non affrontare i fenomeni criminali sulla base della loro natura, spostandosi soltanto "suoi risvolti punitivi". Si tratta di quella che il procuratore generale ha definito "la tentazione del governo della paura", che "ha riflessi anche sul pubblico ministero", in quanto "dal desiderio di assecondare la rassicurazione sociale all'idea di proporsi come inquirente senza macchia e senza paura, che esporta il conflitto sociale e combatte il nemico, il passo non è troppo lungo".
"Avvocatura e magistratura unite nell'affermare i valori costituzionali" - Salvi ha aperto il suo discorso rivolgendo un saluto anche all'avvocatura, "alla quale siamo legati dal comune sentire nell'affermare i valori costituzionali e che nell'esercitare in autonomia il suo ruolo garantisce anche la nostra indipendenza e alla quale va dunque il nostro rispetto", passaggio che corrisponde perfettamente alla base teorica della riforma per l'avvocato in Costituzione.
Ricordando i magistrati caduti nell'esercizio della propria funzione, il pg ha ricordato lo scandalo che ha travolto la magistratura, resa meno credibile da "un sistema diffuso di asservimento del governo autonomo a logiche di interessi di gruppo, che ha consentito anche condotte di assoluta gravità, alcune delle quali in precedenza mai verificatesi". Per evitare tali degenerazioni, "sono state emanate linee guida" per distinguere i casi di effettiva rilevanza disciplinare da quelli di carattere etico e deontologico.
Ma è evidente, si legge nella relazione, "che la disciplina non può che essere parte di un impegno ben più vasto, nel quale la sanzione non sia che l'aspetto residuale, l'ultima ratio. Non dobbiamo riprodurre nel giudizio disciplinare le dinamiche degenerative che hanno afflitto il diritto penale, così da farne non il luogo eccezionale della violazione del precetto tipico, ma quello di un diritto punitivo etico".
Il Covid e la sfida degli uffici giudiziari - L'emergenza Covid, ha sottolineato Salvi, ha spinto gli uffici giudiziari a sfruttare la tecnologia per non fermare la giustizia. Una sfida, tutto sommato, vinta, secondo il procuratore generale. "La giustizia ha molto sofferto - ha sottolineato -. Abbiamo avvertito innanzitutto il peso della nostra arretratezza, soprattutto nella diffusione del processo telematico. L'esperienza ha infine generato, anche grazie all'impegno indefesso del ministero della Giustizia, aspetti positivi, sui quali dobbiamo ora operare per non disperdere il patrimonio accumulato, cogliendo le opportunità che si aprono per l'innovazione organizzativa della giustizia nell'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza".
Ma non solo: la pandemia ha aumentato il livello di condivisione tra gli uffici requirenti, "che vede al centro l'impegno per l'uniforme esercizio dell'azione penale, secondo i principi della correttezza dell'agire del pubblico ministero e del perseguimento dell'obiettivo della ragionevole durata del processo, in ogni sua fase". Rimane abnorme il contenzioso nel settore della protezione internazionale e in quello tributario, a causa di contrasti interpretativi che impediscono "la celere definizione dei processi sulla base del precedente consolidato e determinano sin dal giudizio di primo grado intollerabili disparità di trattamento di posizioni eguali".
Carcere, estremismo di destra e femminicidi - Un passaggio viene anche dedicato alla diffusione del virus nelle carceri, che ha reso evidente un problema annoso: "l'esclusione degli "ultimi" dai benefici a causa della loro marginalità sociale". Da qui l'impegno "per rendere disponibili alloggi e programmi di inserimento per i detenuti con pene brevi residue".
Il pg ha anche fatto il punto sulle rivolte nelle carceri, sottolineando che i nove detenuti morti nell'istituto di Modena "sono deceduti per l'assunzione di sostanze stupefacenti sottratte dalla farmacia e non per violenze esercitate nei loro confronti durante la rivolta dell'8 marzo a Modena". Ma la pandemia ha fatto emergere anche l'uso strumentale della paura, soprattutto dai partiti estremisti di destra: "Le formazioni vicine all'estremismo ed eversione di destra, negli ultimi mesi, hanno dimostrato interesse contro le politiche governative in tema di contenimento del Covid-19 e hanno cercato di sfruttare la particolare situazione problematica per incitare alla disobbedienza e ad atti di violenza, strumentalizzando il disagio economico e sociale diffuso in diversi strati della cittadinanza". Fenomeno al quale si associa "il riproporsi di antiche pulsioni razziste e antisemite, che si saldano a nuovi mezzi di comunicazione e all'affermarsi di movimenti che si richiamano al suprematismo bianco". Segnalato, infine, il calo degli omicidi, che solo in minima parte ha riguardato i femminicidi, divenuti "proporzionalmente tra le principali cause di omicidio".
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
David Ermini, nell'intervento pronunciato all'inaugurazione dell'anno giudiziario, si conferma come un vicepresidente del Csm autonomo e realista. Niente inerzia, niente scorciatoie sommarie, magari col sacrificio di qualche singolo. David Ermini, nell'intervento pronunciato all'inaugurazione dell'anno giudiziario, si conferma come un vicepresidente del Csm autonomo e realista. Arriva a chiedere alla magistratura una "rifondazione morale". Appello in cui riecheggia il discorso severissimo rivolto al plenum, nel giugno 2019, dal Capo dello Stato, da quel Sergio Mattarella che è il più alto vertice anche dell'organo di autogoverno. Al presidente della Repubblica, non a caso, Ermini si rivolge più volte nel suo intervento, innanzitutto per esprimergli "profonda riconoscenza".
"Il doveroso accertamento delle responsabilità di singoli magistrati non deve trasformarsi in un modo per liquidare fatti dolorosi e inquietanti all'interno di una spiacevole parentesi da archiviare e dimenticare in fretta", è il passaggio in cui il vicepresidente del Csm pare in sintonia con i tanti che intravedono in Luca Palamara un facile capro espiatorio. E infatti, a pochi mesi di distanza dalla condanna all'espulsione pronunciata a Palazzo dei Marescialli nei confronti dell'ex presidente Anm, Ermini ricorda come "risulterebbe vana ogni decisione della sezione disciplinare o della prima commissione per le incompatibilità se ad essa non si affiancasse un profondo cambiamento di mentalità, una vera e propria rifondazione morale", appunto, "che coinvolga tutta la magistratura".
Il che non vuol dire che si debba disconoscere il tentativo, compito in questi mesi, di scuotersi dalla normalizzazione spartitoria. "Nell'anno appena trascorso il Consiglio superiore, dopo aver rischiato di essere travolto dalle dolorosissime vicende venute alla luce l'anno precedente, che avevano reso evidente una degenerazione correntizia non più sostenibile, era chiamato a dimostrare di saper continuare ad assolvere la funzione di governo autonomo della magistratura attribuitagli dalla Costituzione: ciò non solo attraverso la serietà e puntualità nell'accertamento delle responsabilità disciplinari, ma anche attraverso le modalità di assunzione delle deliberazioni". E grazie al sostegno di Mattarella, tiene a dire Ermini, si può "affermare che il Consiglio ha dato questa dimostrazione". Evidentemente con qualche rischio di resistenza, se il vicepresidente sente il bisogno di raccomandare, per esempio, attenzione nelle "assegnazioni di funzioni che richiedono peculiari requisiti di idoneità: penso, ad esempio, all'incarico di membro del Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura". Scelte che devono essere precedute, ricorda, "dalla sola, scrupolosa valutazione delle competenze tecniche, senza cedere alla tentazione di accordi preventivi volti alla ripartizione dei posti".
Oltre a un passaggio sulla riforma all'esame della Camera, per la quale si chiede di audire anche lo stesso Csm, ce n'è un altro forse più significativo di tutti: serve una "autoriforma", secondo Ermini, innanzitutto nei "procedimenti di valutazione di professionalità dei magistrati, che dovranno prevedere controlli sulla qualità e sulla tenuta dei provvedimenti, in modo da consentire quella necessaria differenziazione dei giudizi, oggi spesso indebitamente uniformati in incolori e ripetitive espressioni di generica positività, che costituisce il presupposto indispensabile dell'affermazione del merito". Forse la svolta davvero necessaria, non a caso accolta poco dopo, in una nota dell'Unione Camere penali, con un plauso liberatorio.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 30 gennaio 2021
Fiore all'occhiello del giustizialismo, il fine-processo-mai era stato portato in trionfo. E invece ha affossato il Conte bis, Bonafede, e i responsabili. La lunga battaglia delle Camere penali, alla fine ha pagato. La politica è l'arte del possibile? Beh anche dell'impossibile, verrebbe da dire. Se qualcuno, un paio di anni fa, assistendo alla marcia trionfale della riforma Bonafede della prescrizione, avesse immaginato che un giorno il governo del populismo giudiziario si sarebbe impiccato esattamente a quella riforma, sarebbe stato accusato di essere lui visionario.
Invece è esattamente quello che è accaduto. Non entro nel merito della crisi; dico solo che il Governo Conte bis, che pure ha varato la entrata in vigore di quella sciagurata riforma (approvata l'anno precedente, ma con entrata in vigore differita a gennaio 2020) ha dovuto rassegnare le dimissioni prendendo atto che il Parlamento avrebbe certamente bocciato la relazione del ministro della Giustizia esattamente a causa di quella riforma.
Dico di più: il tentativo di costituzione di un nuovo gruppo parlamentare (responsabili, costruttori, europeisti, insomma quello) è naufragato principalmente su quel voto, e sulla politica della Giustizia simbolicamente connotata proprio da quel fiore all'occhiello del populismo giudiziario da quasi tre anni al governo del Paese. Credo sia legittimo rivendicare con orgoglio il contributo che l'Unione delle Camere Penali Italiane ha saputo offrire al raggiungimento di questo importante risultato politico.
Un percorso, forte di anni di battaglie politiche, manifestatosi il 23 novembre 2018 al Teatro Manzoni di Roma, riempito fino all'inverosimile, con la discesa in campo, a fianco dei penalisti italiani "contro il populismo giustizialista", dell'intera comunità dei giuristi italiani, mai fino ad allora così espliciti nello schierarsi apertamente nell'agone politico. Fu quel Teatro che seppe accendere un'attenzione nuova, nei media e nella politica, sulle parole d'ordine del garantiamo, del diritto penale liberale, dei valori costituzionali del giusto processo, denunciando con forza il valore illiberale ed antidemocratico di una idea del diritto penale che rivendica a se stesso il compito di "spazzare via" fenomeni sociali, piuttosto che porre limiti chiari e predefiniti alla potestà punitiva dello Stato.
Una attenzione mediatica che deflagrò con la "Maratona Oratoria" per raccontare "la verità sulla prescrizione". Centinaia di avvocati da tutta Italia si alternarono senza sosta, per una intera settimana, al microfono del gazebo installato davanti al palazzo della Corte di Cassazione, per disvelare la grande mistificazione mediatica e politica populista. Quella che faceva dell'antico istituto della prescrizione non lo strumento di difesa contro l'assurda pretesa dello Stato di rendere a proprio piacimento prigioniero di un'accusa l'imputato senza limiti di tempo, e con essa la sua dignità e la sua vita, ma invece un oltraggioso privilegio di pochi ricchi privilegiati, e dei loro avvocati traffichini.
Quando vedemmo popolarsi quella piazza, giorno dopo giorno, di telecamere dei telegiornali prima, e di trasmissioni popolari della mattina e del pomeriggio poi, capimmo che la lunga semina stava finalmente dando i suoi frutti, che le nostre parole, il nostro punto di vista, stava diventando comprensibile e dunque in grado finalmente di esprimere la sua forza. E furono tanti, ed autorevolissimi, i politici ed i parlamentari che vollero raggiungerci a quel microfono, per dirsi pronti a raccogliere in Parlamento e nel Paese il testimone di quella battaglia di civiltà e di libertà.
La legge abrogativa fu varata, a gennaio 2020, ma tra un florilegio di distinguo, condizioni, scadenze temporali, promesse di rivisitazioni che ne fecero da subito, all'evidenza, un'anatra zoppa. Non so se infine riusciremo ad abbatterla, quella sciagurata riforma.
Vedremo. Ma se oggi, addirittura a distanza di un anno dalla sua entrata in vigore, di fronte all'arrogante rivendicazione di quel mostriciattolo giuridico di infima qualità tecnica -una vergognosa giaculatoria populista senza capo né coda, cifra perfetta dei tempi miserabili che ci tocca vivere- la sua sola evocazione è bastata a precludere definitivamente ogni ipotesi di sopravvivenza del Governo alla propria crisi politica, credo sia legittimo rivendicare con orgoglio questa lunga, esaltante battaglia politica in nome del diritto, delle garanzie, della Costituzione.
Questa è la bellezza della politica, quando essa si nutre di idee, di convinzioni, di valori forti a lungo sedimentati nella storia del pensiero umano, non di vuota e violenta agitazione delle viscere della pubblica opinione. "La durata è la forma delle cose", ci ricordava sempre Marco Pannella. Non dimentichiamola mai, questa splendida verità.
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
La relazione del primo presidente Pietro Curzio per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2021 nell'Aula Magna della Cassazione. "È importante il dialogo con l'Avvocatura, che concorre alla giurisdizione, anche di legittimità, svolgendo un ruolo fondamentale. Vi sono oggi le migliori condizioni per intensificare questo dialogo". Il primo presidente della Cassazione Pietro Curzio lo sottolinea nella sua relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, che quest'anno si svolge con una cerimonia "ristretta" nell'Aula Magna della Cassazione: 25 magistrati in toga rossa e una trentina di ospiti, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per rispettare il distanziamento necessario in questa fase di emergenza sanitaria.
Presenti al Palazzaccio i presidenti di Senato e Camera, Elisabetta Casellati e Roberto Fico, il premier dimissionario Giuseppe Conte, il presidente della Corte Costituzionale Giancarlo Coraggio, oltre ai vertici delle forze armate, della magistratura amministrativa e contabile. Dopo la relazione del presidente Curzio, segue l'intervento del Guardasigilli Alfonso Bonafede, quelli del vicepresidente del Csm David Ermini e del procuratore generale della Suprema Corte Giovanni Salvi, e, a seguire, dell'avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri e del presidente facente funzioni del Consiglio nazionale forense, Maria Masi.
"La pandemia ha ulteriormente mostrato l'inadeguatezza del sistema, la gracilità e vetustà di molti suoi gangli, e pone in modo deciso la necessità di un cambiamento profondo e incisivo, prima di tutto culturale", comincia Curzio. Nel 2020, sottolinea, "l'amministrazione della giustizia è stata, come ogni settore della vita della nostra comunità, segnata dalla pandemia. Ciò ha comportato il sostanziale blocco dell'attività giudiziaria per un certo periodo, una faticosa e difficile ripresa per la restante parte dell'anno e oggi ci pone dinanzi alla necessità di ripensare profondamente il sistema. Di partecipare alla costruzione di un qualcosa che ancora non c'è".
"Di riforme del sistema giustizia e, al suo interno del giudizio di legittimità, ne sono state fatte molte negli ultimi anni, con un continuo, a volte turbinoso, susseguirsi di modifiche normative e organizzative, che a volte, invece di risolvere i problemi, hanno finito per complicarli", sottolinea Curzio. "Da tempo - aggiunge - siamo consapevoli che un sistema giustizia adeguato alla complessità dei problemi costituisce un fattore insostituibile per la garanzia dei diritti e doveri dei cittadini, per la vita delle imprese e delle amministrazioni, per la ragionevole certezza dei rapporti economici, civili, sociali".
"Per fare fronte alla crisi si è scelto di impegnare risorse economiche in misura impensabile sino a un anno fa. Ma per ottenere dall'Europa i relativi finanziamenti è necessario tracciare un quadro di riforme, prima fra tutte della giustizia, che dia idonee garanzie di conseguire gli obiettivi prefissati". In particolare, ricorda il presidente della Suprema Corte, su temi quali "digitalizzazione, semplificazione, nuove risorse umane e strumentali, ufficio del processo" vi sono "impegni precisi nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ci auguriamo che il 2021 sia l'anno della "svolta italiana" all'interno di una svolta europea, che il piano prospetta, e che il progetto si trasformi in un processo operativo articolato ed efficace". "Il terribile anno che ci siamo lasciati alle spalle ci ha visti impegnati fondamentalmente a limitare i danni e alla fine il bilancio è positivo", spiega il primo presidente. "Grazie ad un forte recupero nel secondo semestre - aggiunge - siamo riusciti a definire più di 30mila processi civili e nel penale siamo riusciti a conservare tempi di definizione dei giudizi inferiori ad un anno".
Edizilia giudiziaria - "La generalità degli uffici giudiziari presenta significative carenze strutturali, necessità di interventi di manutenzione straordinaria, anche per quello che riguarda gli impianti tecnici e di sicurezza, e una complessiva inadeguatezza degli spazi resa particolarmente evidente dalla necessità di adottare, a causa della pandemia, misure di distanziamento particolarmente incisive nell'accesso agli uffici e nella permanenza all'interno di essi di professionisti e utenti", sottolinea il primo presidente della Cassazione Pietro Curzio, nella sua relazione per l'anno giudiziario, affrontando il tema dell'edilizia penitenziaria e delle strutture dell'esecuzione penale esterna che "mostrano da anni gravi deficit di capienza e una significativa vetustà degli edifici che hanno determinato l'ormai endemica problematica del sovraffollamento carcerario, cui consegue un significativo contenzioso nel settore risarcitorio e situazioni di grave crisi, sfociate, durante la fase più virulenta della pandemia, anche in tumulti e rivolte, nonché una diffusa difficoltà di gestione".
Al Governo deve essere rivolta la richiesta di proseguire il potenziamento del personale amministrativo della Corte, che ha bisogno urgente di nuove acquisizioni tanto sul piano numerico che delle competenze professionali", dice Curzio affermando che "la pandemia ci ha posto il problema di ricorrere al lavoro agile, ma le difficoltà sono state molteplici per la mancanza di accesso al sistema da luoghi diversi dall'ufficio. Questi problemi devono essere risolti, predisponendo meccanismi che consentano di passare con fluidità da una modalità all'altra di lavoro quando ciò si renda necessario o utile per il buon andamento dell'amministrazione". In prospettiva, secondo Curzio, "l'organizzazione della Corte dovrebbe essere modificata puntando più che sull'aumento del numero dei magistrati, sul rafforzamento delle strutture di supporto al loro lavoro, mediante la costituzione di un ufficio composto da giovani giuristi cui affidare compiti preparatori di studio dei fascicoli e di ricerca giurisprudenziale e dottrinale, volti a costituire la base delle decisioni. È questo l'assetto organizzativo di altre Corti supreme, che dovremmo importare nel nostro sistema".
Caso procure: "Credibilità magistratura appannata, no a degenerazioni correntizie" - "Gli ultimi anni sono stati difficili per il Csm e per l'associazionismo giudiziario. La magistratura italiana ha le risorse per superare questo periodo travagliato, anche se non è facile. Bisogna avere l'umiltà di ascoltare ciò che ci hanno insegnato i migliori tra noi", si legge nella relazione di Curzio, che cita Rosario Livatino, il quale "lasciò scritto nel suo diario di uomo di fede "non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili". Forse il segreto - osserva Curzio - è semplicemente, per ogni scelta che operiamo, di chiederci quanto siamo credibili".
"La cultura del dialogo e la ricerca di soluzioni condivise creano un metodo di confronto capace di plasmare l'attività del magistrato all'ascolto e al rispetto delle opinioni diverse. Di questo si ha una prova evidente nella vita degli uffici giudiziari, là dove l'impegno della magistratura associata è capace di aiutare a superare i momenti di puro individualismo, sempre presenti, per ricercare soluzioni organizzative discusse e partecipate. Di questo si ha oggi più che mai bisogno, in una fase in cui la credibilità della magistratura e dei suoi organismi è fortemente appannata, al punto da consentire dubbi sul suo assetto voluto dalla Costituzione", si legge nella Relazione. "Il profondo e inscindibile legame che unisce lo Stato di diritto alla libertà di associazione dei magistrati deve però far riflettere attentamente i magistrati e le loro associazioni sulla responsabilità che assumono nel momento in cui esercitano tale libertà - aggiunge Curzio - Essa rappresenta un bene prezioso per la crescita culturale per l'attuazione dello Stato democratico e non tollera deviazioni verso logiche corporative e autoreferenziali, né, tantomeno, inquinamenti, forme di degenerazione correntizia, collegamenti con centri di potere".
Violenza sulle donne: crescono maltrattamenti e stalking - "Se per un verso non si segnalano particolari disfunzioni derivanti dall'entrata in vigore delle nuove disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere introdotte dalla legge numero 69 del 2019, il cosiddetto "Codice Rosso", dall'altro, si registra un incremento dei reati spia, quali i maltrattamenti in famiglia, lo stalking e le altre violenze ai danni delle donne", sottolinea Curzio. "Viene da più parti segnalato l'incremento delle denunce di violenze da parte di donne straniere - prosegue - ritenuto indice della crescente integrazione sociale cui consegue un'accresciuta consapevolezza da parte delle vittime della possibilità di ottenere tutela e di affrancarsi da pratiche e costumi dei paesi di origine".
Il Resto del Carlino, 30 gennaio 2021
"La Procura di Modena ha già accertato che nove detenuti del carcere Sant'Anna sono deceduti per l'assunzione di sostanze stupefacenti sottratte dalla farmacia e non per violenze esercitate nei loro confronti durante la rivolta dell'8 marzo". Lo ha detto ieri il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi nella sua relazione in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. "Proseguono - ha sottolineato - indagini in diversi uffici per valutare se vi siano state responsabilità per negligenza che abbiano potuto aver causa concorrente nei decessi".
In merito all'emergenza Covid-19 e alla situazione carceraria, "gli 'orientamenti' adottati l'1 e il 27 aprile 2020, sulla base dell'interlocuzione con i Procuratori generali dei distretti hanno trovato generalizzata applicazione - ha aggiunto - in molti casi erano già stati anticipati dagli uffici di merito, che alla loro redazione avevano contribuito. Gli uffici hanno colto l'impostazione di fondo che prevede misure atte a diminuire la pressione carceraria, garantendo al tempo stesso le esigenze di tutela delle vittime e della collettività. In effetti questi due obiettivi sono stati pienamente raggiunti. Da un lato vi è stato un reale decremento della popolazione carceraria, dall'altro non si sono registrati fenomeni diffusi di violazione di prescrizioni o di recidivismo, correlabili a dette misure".
antudo.info, 30 gennaio 2021
Pino Apprendi, nel corso della diretta tenutasi venerdì 29 dicembre sulla pagina Facebook di Antudo.info, ha sottolineato le difficoltà dell'essere detenuti fuori dalla propria regione e l'importanza di battersi per garantire questo diritto fondamentale. Uno degli aspetti di cui poco si parla riguardo la vita in carcere è la condizione di chi si ritrova a scontare la pena lontano dalla propria località di residenza.
A prescindere dall'emergenza sanitaria, la lontananza dalla propria terra è una grave violazione dei diritti dei detenuti. Non solo, ma è una condizione che colpisce anche i familiari, costretti a vivere una situazione emotivamente ed economicamente ancora più difficile. Già avere un parente detenuto in una città diversa da quella di residenza comporta oneri enormi che diventano insormontabili se il detenuto si trova fuori dalla regione.
Durante l'attuale pandemia, la paura del contagio amplifica queste criticità. Nel caso in cui i detenuti risultino positivi, vivranno la malattia lontani dalla famiglia, col rischio di non poter più tornare ad abbracciare i propri cari.
Le parole di Pino Apprendi - "È un argomento importante. Noi come Antigone Sicilia stiamo cercando di far sì che i detenuti possano stare nella propria regione, preferibilmente nella loro città - a meno che non ci siano motivi ostativi grandi. Bisogna pensare agli affetti familiari. Non è che oltre al detenuto, può pagare suo figlio, sua madre, la moglie e via dicendo. Non è possibile questo, dobbiamo cercare di evitarlo. Soprattutto perché mette in condizione la famiglia di essere dissanguata economicamente.
Mi è capitato un caso in cui una signora ha avuto il marito trasferito all'improvviso ad Agrigento. Arrivata lì con la macchina, la bambina stava malissimo perché, a quanto pare, soffriva molto di mal d'auto. Questo è un esempio banale per esprimere le difficoltà che ha la famiglia a incontrare il detenuto, a portargli degli abiti, a portare del cibo. Questa è tra le battaglie che stiamo portando avanti a livello nazionale. Un altro esempio che vi riporto è quello di un detenuto fuori regione che è stato contagiato. Aveva il Covid ma non riusciva a comunicare con l'esterno la sua malattia. Poi la moglie, siciliana, mi ha chiamato e io dalla Sicilia ho messo in moto il meccanismo del garante regionale. Gli è stata salvata la vita. Questo argomento è molto molto importante, se ne sta occupando direttamente il Garante dei detenuti nazionale".
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