di Roberto Tartara
comune.torino.it, 6 novembre 2020
La comunicazione dell'ufficio della Garante delle persone private della libertà personale di Torino si arricchisce grazie alla nuova veste del sito internet. Oggi pomeriggio durante i lavori in seduta congiunta delle Commissioni Legalità, Smart City e della Conferenza dei Capigruppo la Garante Monica Cristina Gallo ha raccontato la genesi del luogo 'virtualè per eccellenza nel quale sono ora inserite tutte le informazioni utili a raccontare l'attività dell'ufficio a partire dal 2015.
"Abbiamo deciso di procedere con un'analisi delle informazioni da inserire in piattaforma prima di chiederci quale tipologia grafica ed espositiva potesse essere più adatta per informare al meglio i cittadini" ha spiegato Gallo ai Commissari. "Il sito - ha precisato - potrà essere implementato e aggiornato in ogni momento grazie alla collaborazione fattiva della redazione Web che ci ha supportato nell'opera di rinnovo della pagina".
E proprio il direttore del Web della Città, Franco Carcillo, ha spiegato ai Commissari le modalità di ideazione della piattaforma: "La pagina si presenta con un'immagine seriosa in linea con le caratteristiche dell'opera della Garante. Sarà un strumento che rispecchierà l'anima dell'attività dell'ufficio, tant'è che il sito sarà aggiornato dai dipendenti della struttura.
Creare siti web non è un lavoro ripetitivo date le peculiarità di ciascun interlocutore, di certo continueremo a promuovere il sito della Garante con gli strumenti a disposizione sui social network della Città". Per vedere la nuova pagina della Garante clicca questo link: comune.torino.it/garantedetenuti/
di Laura Solieri
Gazzetta di Modena, 6 novembre 2020
Dopo la rivolta dell'8 marzo è partito un percorso per il reinserimento e la crescita delle persone recluse al Sant'Anna. Avviare un percorso di sensibilizzazione sulla condizione carceraria, per attivare gruppi di lavoro autonomi nell'elaborazione di micro-progetti sui diritti dei detenuti e sull'avvio di esperienze di lavoro per gli stessi.
È questo l'obiettivo del convegno online "Dal disagio al riscatto", che si terrà domani dalle 17 alle 19 per riflettere sulla condizione carceraria e sulle prospettive di reinserimento dei detenuti nella società. "Questo convegno nasce da un percorso avviato durante il lockdown, anche a seguito della rivolta dell'8 marzo che ci ha molto colpiti - spiega Emanuela Carta, presidente di Csi Modena Volontariato, promotore del convegno patrocinato dai Comuni di Modena e Castelfranco, insieme a numerose altre realtà - il gruppo si compone di volontari penitenziari, operatori sportivi, ex detenuti, familiari di detenuti, insegnanti.
Il confronto di domani è solo il punto di partenza: la volontà è mantenere viva l'attenzione sul tema del carcere in città, in termini propositivi. Il carcere - aggiunge la presidente di Csi Modena Volontariato - è un luogo in cui vivono delle persone che in situazioni "attive" possono diventare una ricchezza per il territorio, se impegnate in attività lavorative a beneficio della collettività, se coinvolte in percorsi di reinserimento e di crescita personale. Sarà importante lavorare anche sul tema della sicurezza, per capire come questa viene percepita dalla collettività". Sono numerose le realtà di volontariato che da sempre portano avanti diverse attività all'interno del carcere, affiancandosi al personale interno.
"Ad oggi, al Sant'Anna ci sono 204 detenuti, di cui una quindicina di donne - spiega Paola Cigarini del gruppo Carcere e Città, tra le voci che interverranno domani al convegno - in questi anni le carceri e i carcerati sono molto cambiati: un tempo le pene erano molto più lunghe, c'erano più persone del territorio con cui ti capivi più facilmente a livello di linguaggio, mentre ora ci sono molte più persone con usi, lingua e costumi diversi.
Un tempo era anche più facile avere dei rapporti con le famiglie - incalza Cigarini - e con il detenuto si instaurava una vera e propria relazione, mentre ora la nostra si limita spesso ad essere una risposta ad un bisogno immediato, poiché spesso queste persone non hanno letteralmente niente e fuori non hanno alternative". Il grande obiettivo è cercare di rendere la pena qualcosa di utile: la persona nel periodo trascorso in carcere deve trovare l'opportunità per ragionare su se stessa e sulle motivazioni che l'hanno portata lì. In questo senso, la pratica sportiva svolge un ruolo significativo, favorisce forme di aggregazione sociale e modelli relazionali positivi di sostegno ad un futuro percorso di reinserimento.
È da 17 anni che il Csi porta le sue attività sportive e ricreative al Sant'Anna a Modena e dal 2007 anche nella Casa di Lavoro a Castelfranco, che ha 77 detenuti. "I detenuti coinvolti si sono sempre mostrati educati e rispettosi, richiedono a gran voce di poter aumentare le ore di attività - dice Carta - è gratificante osservare gli sguardi sereni e distesi, i sorrisi, seguiti dall'immancabile domanda "Ci sarete anche sabato prossimo?".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 6 novembre 2020
Non sempre il carcere riesce a svolgere appieno la sua funzione rieducativa e a garantire al meglio il diritto alla salute dei detenuti. Ma quando questo accade perché interrompere il percorso? È l'interrogativo che si apre davanti alla storia di Francesco Barivelo, tarantino di 45 anni. Il suo nome è associato a una delle pagine più buie della Taranto dei primi anni Novanta.
Era il 1994 e Barivelo, all'epoca 19enne, partecipò all'omicidio di Carmelo Magli, un agente della polizia penitenziaria colpito a caso tra gli agenti che avevano appena terminato il turno di lavoro perché il clan della zona voleva una detenzione più morbida per i suoi uomini in cella. Poco tempo dopo il delitto Barivelo fu arrestato e da allora è in carcere. Ha trascorso da recluso più della metà dei suoi anni e ha davanti a sé un fine pena mai, perché sconta una condanna all'ergastolo.
Nel carcere di Sulmona, dove è stato ininterrottamente per 20 anni, è passato dall'alta sicurezza all'articolo 21, cioè tra i pochissimi ammessi al lavoro esterno, diventando un detenuto modello. Negli ultimi cinque anni aveva avuto permessi per recarsi dalla famiglia a Taranto e fare rientro da solo nella struttura penitenziaria di Sulmona senza che mai fosse riscontrata una violazione.
Insomma, la sua storia di detenuto è stata per anni l'esempio di come il carcere possa offrire una seconda opportunità a chi ha commesso un reato, seppur grave. Barivelo lavorava sia dentro che fuori il carcere di Sulmona come addetto alla manutenzione e alle riparazioni elettriche. Era anche pronto a lavorare nella scuola di polizia penitenziaria della cittadina abruzzese: ironia della sorte, direbbe qualcuno; esempio di un carcere che funziona e rieduca, sono i fatti.
Ma scoppia la pandemia e il Covid-19 stravolge vite e progetti in tutto il mondo e sfuma anche il progetto di un lavoro nella scuola di polizia penitenziaria di Sulmona. Intanto l'emergenza sanitaria impone al Paese mesi di lockdown e il governo vara misure per ridurre il sovraffollamento negli istituti di pena. Siamo a marzo scorso e il criterio seguito è quello di trasferire agli arresti domiciliari i detenuti più a rischio sotto il profilo sanitario. Francesco Barivelo è tra quelli, perché nel 2012 si era ammalato di tubercolosi e da allora i suoi polmoni e, in generale, il suo stato di salute richiedono periodici e specifici controlli. Il 29 marzo Barivelo viene quindi trasferito agli arresti domiciliari nella sua casa a Taranto. Ci resta fino al 26 maggio, perché nel frattempo in Italia si apre un dibattito sulle scarcerazioni in tempo di Covid e le posizioni giustizialiste fanno leva su una parte di politica e opinione pubblica al punto che quelle scarcerazioni vengono in larga parte revocate e i detenuti che per motivi di salute avevano ottenuto i domiciliari vengono riportati in cella.
Accade anche a Barivelo. Ma nel suo caso tornare in carcere equivale a tornare indietro di anni, a una situazione detentiva che sembra aver cancellato con un colpo di spugna i risultati della sua buona condotta e del suo lungo percorso di reinserimento. E così, da giugno, Barivelo è rinchiuso nel carcere di Secondigliano dove divide la cella con un altro detenuto in una sezione affollata come lo sono quasi tutte quelle delle carceri napoletane.
Non ci sono attività o lavori da svolgere e trascorre le sue giornate tra ozio forzato e costanti timori per le sue condizioni di salute, tenuto conto che nel carcere di Secondigliano il virus è entrato e ci sono detenuti positivi al Covid.
"Non so perché mio padre sia stato portato in quel carcere, nessuno ce lo spiega - dice la figlia Rosaria, raccontando questi mesi trascorsi in attesa di una risposta dal Dap - Sono preoccupata per lui. Non dico che deve essere scarcerato né messo ai domiciliari, ha commesso un reato ed è giusto che sconti la condanna. Ma anche se è un detenuto resta un essere umano. E io chiedo solo che sia messo al sicuro, in una struttura dove la sua salute non sia a rischio".
regione.lazio.it, 6 novembre 2020
Si distingue agli International Photo Awards 2020 il reportage sul carcere femminile di Rebibbia della fotografa romana Francesca Pompei. "È grazie all'ufficio del Garante dei detenuti del Lazio che è stato possibile realizzare l'indagine fotografica nella sezione femminile del carcere di Rebibbia". Così Francesca Pompei, autrice del reportage "The women of Rebibbia. Walls of stories" che ha ottenuto la menzione d'onore agli International Photo Awards 2020.
Il concorso annuale per fotografi professionisti, non professionisti e studenti su scala globale, è organizzato dalla Lucie Foundation, fondazione senza scopo di lucro, la cui missione è onorare i maestri fotografi e scoprire i talenti emergenti.
"Nell'immaginario collettivo - spiega la fotografa romana specializzata in immagini di arte e architettura - la vita carceraria è alimentata da film ed immagini che trattano quasi sempre la questione da un punto di vista maschile.
Nell'era del movimento #MeToo e di una generale rivalsa della questione femminile avevo deciso d'indagare cosa sia la detenzione per una donna: il problema della maternità, la relazione con la famiglia e il partner, la dura condizione di convivenza con le compagne di cella spesso di culture e paesi diversi".
"A Roma, la mia città - prosegue Pompei - la sezione femminile del carcere di Rebibbia è la più grande d'Europa. La sua gigantesca architettura, mutuata sul modello del Panopticon di Jeremy Bentham, è divisa in due corpi principali, il Camerotti (inaugurato nel 1979) e il Cellulare, le cui mura scandiscono inesorabili i tempi quotidiani della prigionia.
Così, ho lasciato che questi spazi parlassero per le loro abitanti: le celle, il nido, l'infermeria, gli spazi comuni per le attività sociali ed educative, l'azienda agricola, la sala colloqui, tutti ambienti dove le prigioniere consumano la loro vita per anni.
Dato che in carcere non esiste privacy e ogni momento è sotto controllo, ho mutuato le singole prospettive personali in uno sguardo collettivo che avvicina dolore e sollievo in un'unica dimensione, in bilico nella sottile separazione tra violenza e redenzione, solidarietà e dramma.
Scoprendo un mondo molto diverso dalle mie aspettative e quasi mai raccontato, questo progetto ha cambiato la consapevolezza sul mio essere e vivere il mio status di donna libera. Magari - conclude Pompei - grazie al potere della fotografia, può farlo anche in qualcun altro".
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 6 novembre 2020
C'è tempo fino al 30 novembre - in sintonia con quanto stabilito da Papa Francesco che, a causa della pandemia Covid-19 per evitare assembramenti nei cimiteri, ha prorogato per tutto il mese di novembre le indulgenze plenarie per i fedeli defunti che si ottengono visitando i cimiteri - per portare un fi ore "speciale" sulle tombe nei nostri cari.
Si tratta dei crisantemi coltivati nel vivaio del carcere torinese "Lorusso e Cutugno": acquistandoli si può contribuite a sostenere un progetto di riscatto per i ristretti della Casa Circondariale delle Vallette curato dalla cooperativa Ecosol che gestisce "Terra e Aria Vivaio di Orizzonti" all'interno del penitenziario. "In occasione del 2 novembre e per tutto il mese" spiega Valentina De Luca, responsabile del progetto, nato grazie all'esperienza della cooperativa Ecosol scs e la Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri Onlus impegnata nella formazione professionale all'interno degli Istituti Penitenziari del Piemonte, "vendiamo i fiori coltivati dietro i cancelli del 'Lorusso e Cutugno.
Si tratta di vasi (21 cm. di diametro) di crisantemi gialli, bianchi, arancio, porpora e rosa coltivati da un gruppo di detenuti che seguono un corso di formazione coltivando all'interno del carcere piante da appartamento o da esterni, adatte a tutte le esigenze. In occasione della Commemorazione dei defunti abbiamo avuto numerose richieste ma ci sono ancora molte piante disponibili per chi non si è ancora recato alla tomba dei propri cari".
I vasi costano 5 euro ciascuno: si possono prenotare inviando una mail a
Ma nel vivaio del carcere torinese non si coltivano solo crisantemi: il percorso formativo a cui partecipano gruppi di 20 detenuti seguiti da 6 insegnanti della Casa di carità Arti e Mestieri, coordinati dagli operatori della Ecosol, prevede lavori di giardinaggio nel vivaio interno al carcere presente dagli anni 70 e fatto rinascere qualche anno fa dalla cooperativa che ha messo a punto un percorso di avviamento al lavoro per i ristretti con un valore sociale e terapeutico.
"I reclusi che partecipano al progetto che prevede 200 ore di stage" prosegue Valentina De Luca "imparano il mestiere di giardiniere, vivaista e della riproduzione e coltivazione di piante che può poi, una volta scontata la pena, diventare un'occupazione anche già durante il periodo di detenzione tramite le misure alternative previste dall'articolo 21.
Alcuni ex detenuti sono stati assunti dalla nostra cooperativa e tutti, durante lo stage fanno un'esperienza di lavoro completa: spesso veniamo chiamati ad allestire le decorazioni floreali per diverse fi ere e convegni cittadini, un'occasione che permette ai ristretti di uscire dal carcere con un permesso speciale per misurarsi professionalmente in un "lavoro vero", non solo nel vivaio o nella serra interna al penitenziario".
La responsabile del progetto informa che da 4 anni nel vivaio allestito nel blocco C, vicino alla caffetteria del penitenziario, si coltiva lo zafferano e il luppolo, produzioni a cui hanno preso parte anche alcune detenute. Acquistare le piante prodotte nel vivaio del carcere torinese contribuisce a finanziare i corsi per i detenuti e soprattutto a dare una speranza di occupazione a fine pena per chi desidera reinserirsi nella società "all'onore del mondo": un fiore in questo caso può davvero cambiare una vita. Per saperne di più www.terraearia.org.
di Angela Stella
Il Riformista, 6 novembre 2020
"Solo danni collaterali" del romanziere Pier Bruno Cosso (Marlin Editore, pp. 208, 14,90 euro) racconta la vicenda, ispirata a una storia vera ma con l'uso di nomi di fantasia, "di un onesto medico di famiglia vittima di un magistrato in delirio di onnipotenza". Siamo a Sassari, in un tranquillo sabato mattina: è l'alba e il protagonista, il dottor Enrico Campanedda è ancora a letto con la moglie, mentre la figlia dorme nell'altra stanza. All'improvviso rumori forti arrivano dalla strada, motori di auto al massimo stridono davanti al suo portone, qualcuno si attacca in modo maleducato al campanello.
Quel sabato si trasformerà da porto sicuro in un incubo: carabinieri armati di mitra irrompono nell'appartamento per una lunga perquisizione, senza dare spiegazioni e senza mostrare rispetto per le persone e gli oggetti. "Le conviene collaborare" gli dice subito il maresciallo, "lei ha già fatto processo e condanna" gli urla Campanedda. Mentre l'indagato viene trasferito in caserma, la Procura sta già tenendo una conferenza stampa.
Il capitano dei carabinieri che accoglie Campanedda per notificargli l'avviso di garanzia con l'accusa di esercizio abusivo della professione lo illumina così: "Il giorno migliore per fare un'importante azione di polizia giudiziaria è il sabato, in modo che poi se ne parli nei giornali di domenica con il massimo risalto. È una fissazione del magistrato Ferdinando Ferdinando che ha curato le indagini".
Proprio in quel momento il pm entra nella stanza, mentre il protagonista è frastornato da tutto quello che sta accadendo: "La conferenza stampa è andata benissimo, adesso le redazioni avranno tutto il tempo per trovare il giusto spazio sui giornali". Campanedda finisce ai domiciliari: "privato della libertà per molti mesi, del lavoro, dello stipendio, e infine degli affetti familiari, il medico, aiutato da un'amica giornalista, si lancia in un'indagine serrata per comprendere l'origine delle accuse infondate di cui è fatto oggetto".
Si scoprirà, attraverso una trama avvincente tipica di un thriller, un vero e proprio complotto ai danni di Campanedda, ordito da alcuni personaggi insospettabili. Il magistrato, pur se l'inchiesta verrà smontata, otterrà una promozione: il desiderio del protagonista, scagionato perché "il fatto non sussiste", è quello di portarlo in giudizio in base alla norma sulla responsabilità civile dei magistrati ma il suo stesso avvocato gli sconsiglia di intraprendere quella strada: "Accusare un magistrato è pericoloso e inutile, un giudice darebbe fuoco alla sua toga prima di sentenziare contro un collega".
Il libro verrà presentato sabato 7 novembre alle ore 18:00 sulla pagina Facebook della casa editrice e dell'associazione "Yairaiha Onlus", che si occupa dei diritti dei detenuti: parteciperanno, con l'autore, l'avvocato e membro del direttivo di Nessuno Tocchi Caino Simona Giannetti, Sandra Berardi e Giusy Torre di "Yairaiha Onlus". Modererà un nostro giornalista.
di Federico Capurso
La Stampa, 6 novembre 2020
Mai così tante vittime da maggio. Il ministro a chi contesta i lockdown: "Surreale, ignorano la gravità dei dati". Criticano i dati, contestano i criteri, annunciano ricorsi. Insomma, non ne vogliono sapere i governatori di Lombardia, Piemonte e Calabria, di essere imbrigliati dall'ultimo Dpcm nella zona rossa. Scatta oggi per loro il primo giorno di lockdown soft, ma già nelle prossime ore, probabilmente sabato, con l'arrivo del nuovo report settimanale dell'Istituto superiore di sanità, altre regioni potrebbero veder aggiornata, e in peggio, la loro classifica.
Nel mirino, secondo i tecnici che lavorano a stretto contatto con il ministero della Salute, ci sono Campania, Veneto, Liguria e Toscana, che potrebbero veder cambiato il colore del proprio territorio da giallo ad arancione. Non confortano i dati di ieri: 34.505 i nuovi casi di contagio su 219.884 tamponi, con 445 morti e 99 nuovi pazienti in terapia intensiva, che portano il totale a 2.391. A livello regionale, poi, è ancora una volta la Lombardia a far segnare il maggior incremento con 8.822 casi, seguita da Campania (+3.888), Veneto (3.264) e Piemonte (3.171).
Il governatore lombardo Attilio Fontana, in mattinata, sembra arrendersi all'inevitabile zona rossa, ma tra i suoi colleghi molti puntano ancora il dito contro i dati che hanno determinato le zone rosse e arancioni: "Difficili da decifrare", dicono alcuni, "discriminatori", accusano altri. E soprattutto "vecchi", perché risalenti alla scorsa settimana.
Motivi sufficienti, per il presidente in pectore della Calabria Nino Spirlì, per impugnare il provvedimento. Sono le Regioni, però, a fornire quei dati. E nella cabina di regia che elabora quei 21 parametri, decisi mesi fa insieme ai presidenti di regione, ci sono tre rappresentanti indicati dalle stesse Regioni. Il fatto poi che i dati siano vecchi è "inevitabile" ribatte il presidente dell'Iss Silvio Brusaferro, perché c'è un "tempo necessario per stabilizzarli". Ma sono "condivisi e validati da 24 settimane con le regioni". Dunque, se non erano "scaduti" prima, non lo sono neanche ora.
A difendere le scelte dell'ultimo Dpcm intervengono anche ministri e membri della maggioranza. "È surreale", sferza il ministro della Salute Roberto Speranza, "che alcuni governatori anziché assumersi la loro parte di responsabilità, fingano di ignorare la gravità dei dati che riguardano i loro territori". Ancora più duro il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: "Alcune Regioni, cambiando idea sulle misure da adottare, stanno offrendo uno spettacolo indecoroso".
Il governo scende in trincea, ma il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia, dopo le stoccate dei suoi colleghi, chiede di abbassare i toni: "Non possiamo permetterci divisioni", dice dopo una Conferenza Stato-regioni tutt'altro che serena. D'altra parte è vero - come sottolineano durante la Conferenza i governatori di centrodestra, spalleggiati da Salvini - che in una condizione di caos come quella che stanno affrontando ospedali e Asl, la raccolta dei dati diventa complicata.
Ad ammetterlo è anche il direttore Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza: "La Val d'Aosta ha difficoltà e in Campania potrebbe esserci un certo ritardo, come in altre Regioni". Così, tra mezza ragione da una parte e mezza dall'altra, proseguono le tensioni. Ma tanto è il trambusto che all'interno del governo torna a riaffacciarsi con forza l'idea di intervenire sulle competenze delle regioni, con una modifica del titolo V della Costituzione, quando l'emergenza sarà alle spalle e la polvere delle polemiche, forse, si sarà posata.
di Gioacchino Amato
La Repubblica, 6 novembre 2020
Il giornalista ha presentato al Festival letterature migranti il libro "Morte di un ragazzo italiano", che è un'orazione funebre per il cooperante palermitano ucciso due volte. "Il mio libro non è un saggio, è un'orazione funebre in memoria di un eroe negato. Un ragazzo che, in un Paese e in un mondo nei quali chiunque diventa un eroe, è stato dimenticato, cancellato dalla memoria. Mentre lui sì che era un vero eroe". Domenico Quirico non usa giri di parole e sembra ridare persino il loro valore a parole spesso usurate perché spese troppo facilmente. L'inviato di guerra del quotidiano La Stampa ha presentato al Festival delle letterature migranti il suo "Morte di un ragazzo italiano" dedicato all'uccisione del cooperante palermitano Giovanni Lo Porto avvenuta nel 2015 al confine fra Afghanistan e Pakistan durante il bombardamento di un drone degli Stati Uniti. Lo Porto era stato rapito a Multan nel gennaio del 2012 mentre lavorava con la Ong tedesca Welt Hunger Hilf nella città pakistana. Rapito come lo era stato Quirico, prima per due giorni in Libia nell'estate del 2011 e poi in Siria nell'aprile del 2013.
A elencare brevemente questi fatti e le date sembra che il suo interesse per la storia di Lo Porto nasca subito dopo il suo rilascio...
"Iniziai a sentire la madre telefonicamente, durante il suo sequestro. Non avevo possibilità concrete di potere intervenire in qualche modo. Ma andai a trovarla, in fondo il fatto stesso che io fossi tornato vivo dava la speranza che anche suo figlio si potesse salvare. Ci fu un fitto colloquio fra noi fino a quando arrivò la tragedia, nel senso proprio di tragedia greca: il rapito che non viene ucciso dai suoi rapitori ma da chi avrebbe dovuto salvarlo. E fu il momento della rabbia, perché di tutto si può parlare tranne che di una fatalità".
Lei parla di omicidio, con un reo confesso, che è il presidente Barack Obama. Una esagerazione voluta?
"Semplicemente la verità. Soprattutto dopo l'11 settembre c'è una logica nell'azione dei governi americani che considera certe cose più importanti di altre, la logica della "sicurezza collettiva" per la quale per ammazzare i terroristi di Al Qaeda vale la pena che altri periscano. Una logica infame perché nessuno può decidere chi può essere sacrificato. Nessuno può essere sacrificato. A questa logica si sposa la tecnica del bombardamento con il drone che ancor di più dei normali bombardamenti accetta implicitamente le vittime civili. Se accetti questa logica come uomo politico di un paese democratico ne accetti la responsabilità e quindi sei colpevole. Non sei sopra il diritto e il diritto. Per il diritto, Obama è il colpevole dell'omicidio di Lo Porto".
Con questa teoria anche l'ex ministro degli esteri Matteo Salvini è colpevole di sequestro di persona per il caso dei migranti trattenuti nella "Gregoretti"?
"Con le dovute differenze fra reati, il principio è lo stesso. Non ci si può far forti di una logica superiore al diritto per violarlo. Perché così non c'è più lo stato democratico".
Nel caso Lo Porto lei indica anche i "complici" del presidente degli Stati Uniti. Ci spiega?
"Ci sono una serie di punti oscuri in tutta la vicenda ma soprattutto gli Usa hanno liquidato tutto con un tweet, un "ci dispiace" e un risarcimento. Il nostro Paese non ha fatto nulla per saperne di più. Per capire cosa è successo, se si sapeva che c'era il rischio di uccidere civili e in particolare gli ostaggi. Per questo scrivo che Giovanni è stato ucciso due volte, dagli americani e dal suo Paese. Se la stessa cosa l'avesse fatta Trump credo che almeno una parte degli italiani avrebbe fatto chiasso su questa vicenda ma con Obama nulla. E così è scattata la censura, consapevole e inconsapevole".
Censura sul comportamento degli Usa?
"Non solo sugli Usa e l'uccisione di Lo Porto ma anche su di lui. Anche noi giornalisti non abbiamo fatto molto per mettere in luce la figura di questa madre che voleva giustizia per un figlio che era andato lì per lavorare, per aiutare gli altri. Con altri genitori di rapiti e di uccisi ci siamo comportati diversamente, forse perché "funzionavano" di più in televisione e sui giornali. Lui sarebbe stato l'eroe perfetto ma non c'era, non c'era più. I familiari e il contesto non sono stati considerati buoni per una narrazione: non "bucavano lo schermo". E anche la stessa sua città, i ragazzi delle scuole palermitane mi hanno sorpreso per l'indifferenza verso questo loro eroe".
Continua a ripetere "eroe"...
"Lui è un giovane che si è costruito da solo, ha studiato per potere aiutare in modo professionale gli altri in luoghi del mondo terribili. Si è riscattato dalle sue origini. È una storia straordinaria, un eroe moderno da portare da esempio ai ragazzi".
In Libia adesso sono prigionieri anche 18 pescatori siciliani...
"Di rapimenti di pescatori ce ne sono stati tanti, finivano in piccole notiziole e i sequestri finivano in pochi giorni. Qui c'è qualcosa di diverso, molto diverso e dietro c'è anche la nostra inconsistente politica estera che ha scontentato sia il "nostro amico" al Serraj che il generale Haftar che sono tutt'altro che politici. Gheddafi in fondo lo era, loro sono due criminali con i quali noi facciamo affari e intratteniamo colloqui diplomatici. Temo che i pescatori siano diventati una delle garanzie per Haftar adesso che ha i suoi problemi con i suoi Paesi sponsor".
Lei è stato rapito due volte, che effetto le fa sentire parlare di lockdown, di diventare prigionieri nelle proprie case per un virus?
"Noi qui ci dimentichiamo che in alcune parti del mondo si muore per il morso di un cane, per un morbillo, per Ebola. Ma questo virus alimenta la paura collettiva e questo può favorire la tentazione di cedere parte della propria libertà a chi prometterà di liberarci dalla paura. E quando ci sarà un vaccino la sua distribuzione riproporrà le diseguaglianze del mondo".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 6 novembre 2020
Tre i fronti aperti: terrorismo, controlli anti-Covid e ordine pubblico. Il report: l'isolamento incide sulla devianza. Lo scenario peggiore. Si potrebbe definire la tempesta perfetta. Sulle forze di polizia si sta per abbattere una molteplicità di emergenze: terrorismo, controlli anti-Covid, ordine pubblico. Tre fronti che si sono aperti tutti assieme di colpo. E quindi al Dipartimento di Ps si sente dire: "Sarà molto peggio di marzo".
A marzo, infatti, pur con tanti mugugni, gli italiani si sono adeguati alle ordinanze sanitarie, anche le più restrittive. Stavolta, no. Stavolta si arriva alla seconda ondata con animo molto diverso. I segnali ci sono stati. Tante aggressioni di giovani a singole pattuglie che cercavano di far rispettare gli obblighi di mascherina e distanziamento. La Direzione centrale della polizia criminale ha realizzato un report proprio sul fenomeno della devianza in epoca di Coronavirus: "Solitudine e blocco emotivo - scrivono - sono tra gli effetti collaterali che hanno colpito principalmente i giovani. L'isolamento, in particolare, incide sulla devianza minorile". Poi però sono venute le rivolte violente, a Napoli come a Roma, Torino, Milano, Firenze. E ora si torna ai lockdown, sia pure differenziati per regioni.
Perciò la polizia è preoccupata. Tanti i fronti, tante le tensioni. E il personale è poco, stanco, sotto pressione da mesi. Come se tutto ciò non bastasse, il terrorismo islamista rialza la testa. il Capo della polizia, il prefetto Franco Gabrielli, ha appena diramato una circolare che invita i questori ad aumentare i controlli per i siti a rischio di attentato. E questa ripresa del terrorismo "davvero non ci voleva - si fa notare - perché distoglie forze".
Forze che dovranno far rispettare i nuovi divieti, quali il coprifuoco nazionale, il blocco alla circolazione nelle regioni rosse, o la chiusura anticipata di bar e ristoranti. C'è comunque la massima attenzione a ogni segno premonitore: è stato appena accompagnato a casa sua un egiziano d i 43 anni, residente in Italia dal 1999, che in carcere aveva confidato a un compagno di cella che avrebbe voluto imitare Anis Amri e compiere una strage tra i mercatini di Natale.
Di questo intreccio venefico, cioè terrorismo islamista più ordine pubblico più immigrazione clandestina, ha parlato la ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, al comitato parlamentare sulla sicurezza. Ha spiegato perché c'è allarme, ma non è stato innalzato il livello di sicurezza. I casi di Nizza e di Vienna vengono tenuti ben distinti.
Non ci sarebbe un piano di attacco all'Europa, bensì emulazione. Occorre poi fare di più per frenare le partenze dalla Tunisia, sia per una gestione più razionale degli sbarchi in epoca di pandemia, sia per meglio studiare i profili di chi sbarca sulle nostre coste ed evitare che sfugga qualche potenziale terrorista, ma senza la collaborazione del governo tunisino c'è poco da fare. E proprio per esercitare pressioni congiuntamente su Tunisi, oggi arriva a Roma il ministro francese dell'Interno, Gèrald Darmanin.
di Fulvio Paloscia
La Repubblica, 6 novembre 2020
Il 6 marzo del 2016 l'Italia è scossa dalla morte di un ragazzo romano, Luca Varani, ucciso dopo una notte di violenze e sevizie inferte da altri due giovani, Manuel Foffo e Marco Prato, rei confessi. Il corpo senza vita di Varani viene trovato in un appartamento di via Giordani, nel Collatino, quartiere dormitorio di una capitale in putrefazione, dilaniata dall'invasione di topi e da Mafia capitale. Ma cosa ha portato a quell'omicidio a sfondo omosessuale? Cosa è accaduto nelle teste dei due assassini? Quanto la morte di Varani ha che fare con con i segni e i simboli sempre più storti della modernità, con la crisi identitaria che sembra essere uno dei tormenti delle nuove generazioni?
Ne "La città dei vivi" (Einaudi), lo scrittore barese Nicola Lagioia (a sei anni da La ferocia, premio Strega) ricostruisce il percorso e il retroscena facendo suo il romanzo d'inchiesta che dal Capote di A sangue freddo ci conduce a Carrère, a Cercas, ai grandi della non-fiction (ma anche a Compulsion di Meyer Levin).
Roma, fin dal titolo, è la coprotagonista del romanzo. In qualche modo, è anche complice di Foffo e Prato?
"È il contesto di un delitto che, altrove, sarebbe stato diverso, proprio come non è immaginabile Jack lo Squartatore fuori da Londra. La bellezza e la deriva di Roma ormai s'intrecciano fino a confondersi, ma è anche una città bifronte: invivibile e traboccante vita, dominata da un cinismo scoraggiante per chi non vuole lasciarsi vivere (qualunque cosa tu voglia fare non vale la pena d'essere fatta) e la cui eternità la fa essere consapevole che tutto passa, tutto è transitorio. Cosa saggia, in un mondo che rimuove l'impermanenza. Ma Roma è anche la città dove le classi sociali sono sempre state permeabili: dalle mogli degli imperatori che si prostituivano nella suburra a Marcello e i suoi amici che, nel film La dolce vita, svanivano nella notte per ritrovarsi in una borgata o in un palazzo nobiliare. "Roma è una giungla tiepida in cui ci si può nascondere" diceva Mastroianni nel film di Fellini; oggi è diventata ribollente, le liane putrefatte ci cadono addosso e il sentimento di libertà è affrancamento dai doveri".
La permeabilità sociale connota anche il delitto Pasolini, avvenuto in ben altri tempi...
"Credo che sia più forte la tentazione di trovare collegamenti tra l'omicidio di Varani e il delitto del Circeo. In quel caso agiatissimi rampolli pariolini si accanirono su due figlie del popolo, ma fu proprio Pasolini a scombinare le carte mettendo in luce come i due strati sociali non fossero poi così diversi: il borgataro aspira a essere figlio di papà. Anche le parti in causa del delitto Varani provengono da classi sociali diverse; mentre però i massacratori del Circeo erano ben determinati nel compimento dell'azione malvagia, Foffo e Prato si descrivono come soverchiati da una forza superiore che li spinse a compiere un gesto impensabile. Se negli assassini del Circeo c'era un farneticante delirio di onnipotenza, nel caso Varani ci sono fragilità e debolezza. Per questo, penso sia un forte segno dei nostri tempi".
La letteratura riscatta la cronaca nera dai meccanismi di gossip televisivo in cui si è incagliata, restituendole la sua forza simbolica?
"Oggi nessun essere umano è all'altezza di un evento tragico. Perché la tragedia contiene un elemento che nascondiamo sotto il tappeto: l'irreversibilità della vita. Essere soli di fronte all'irreversibile ci è insostenibile, quindi rimuoviamo il senso del tragico. La letteratura invece rimette la tragedia al centro della cronaca nera, e quindi anche la complessità. Perché la letteratura non giudica, ma è un'istruttoria mai finalizzata ai gradi di giustizia, risponde alle domande con altre domande e soprattutto comprende, togliendo dall'eccezionalità sia il carnefice che la vittima, per ricondurli a qualcosa di molto vicino a noi. Sì, a noi che, è comprensibile, allontaniamo i carnefici definendoli mostri oppure diamo alle vittime una natura fantasmatica, terrorizzati dall'essere prima o poi gli uni o gli altri. Però gli omicidi non sono interessanti per morbosità, ma perché gettano luce sui nostri meccanismi più profondi, sul nostro rapporto con l'istinto di prevaricazione, su quanto non siamo ancora riusciti a svincolarci dallo stato di natura".
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