di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 1 febbraio 2021
Per le sezioni Unite integra aggravante a effetto speciale che non impedisce la perseguibilità per la remissione della querela. La recidiva qualificata rientra nella categoria delle circostanze aggravanti a effetto speciale. Cioè non determina solo una qualificazione soggettiva del reo, ma aggrava il reato con tutte le conseguenze previste dal codice penale, anche in termini di procedibilità. Quindi, per chi è imputato di appropriazione indebita, "aggravata" da tale tipo di circostanza, non basta a evitare il processo la remissione della querela. Infatti, anche dopo la previsione, ad opera del Dlgs 36/2018, della perseguibilità di reati contro il patrimonio in base a querela della persona offesa, scatta ancora la procedibilità d'ufficio, se ricorre una circostanza aggravante a effetto speciale, determinante l'aumento di un terzo della pena, e ciò che rileva è che può essere integrata anche dalla recidiva. Così la sentenza n. 3585/2021 delle Sezioni Unite penali.
L'orientamento risalente era basato sulla normativa del 2005, che aveva acuito gli aspetti personali della recidiva, e affermava che anche quando qualificata non integrasse aggravante del reato, e neanche a effetto speciale. La remissione alle Sezioni Unite è stata determinata dal conflitto di giurisprudenza emerso e dall'opinione del rimettente che riteneva superato tale orientamento dalla previsione del nuovo articolo 649 bis del Codice penale che regola i casi di procedibilità d'ufficio dei reati contro il patrimonio, compresa l'appropriazione indebita. La riforma, in effetti, aveva ampliato le fattispecie perseguibili solo in base all'interesse privato della persona offesa (querela) anche in ipotesi di appropriazione aggravata, come in quella de caso concreto dell'abuso di relazioni di prestazione d'opera. Ma ha contemporaneamente fatto salva la procedibilità d'ufficio quando ricorra una circostanza aggravante ad effetto speciale, cioè quella che determina l'aumento della pena oltre un terzo. Come il caso della recidiva qualificata che comporta l'aumento di pena superiore aun terzo in base alle previsioni dei commi 2 e 3 dell'articolo 99 del Codice penale. Quindi dalla rimessione della querela della vittima del reato, non si evita il processo per l'appropriazione indebita aggravata da circostanza a effetto speciale, tra cui rientra la recidiva qualificata, aggravata, pluriaggravata e reiterata.
Superato quindi l'orientamento che escludeva in toto la rilevanza della recidia sulla gravità del reato in quanto essa qualificherebbe aspetti soggettivi del reo in termini di pericolosità e non aspetti quantitativi del fatto-reato. È stato successivamente acclarato il "peso" della recidiva qualificata rispetto al reato, affermando che essa non riguarda solo la tendenza a delinquere, ma determina un'attitudine tale da determinare la commissione di un fatto più offensivo. La recidiva che integra una circostanza aggravante opera se il giudice ne qualifica i profili e la dichiara. In conclusione - in base al diritto cosiddetto vivente - la recidiva è circostanza aggravante del reato e nella sua versione "qualificata" integra l'aggravante ad effetto speciale che determina la procedibilità d'ufficio del reato.
di Stefania Limiti
Il Domani, 1 febbraio 2021
Dalle inchieste sulla strage del 2 agosto 1980 emerge un documento. Dalla Svizzera arriva in Italia, ma viene ignorato per oltre tre decenni. Vi siete mai chiesti perché solo oggi sentiamo parlare di un importantissimo documento sequestrato al suo proprietario, Licio Gelli, all'inizio degli anni Ottanta? Parliamo del documento Bologna sul quale si fonda l'attuale processo ai mandanti della strage alla stazione del 2 agosto 1980 istruito dalla procura generale del capoluogo emiliano. Un documento che proverebbe il finanziamento da parte del sistema della P2.
La storia - È il 13 settembre 1982. A Ginevra Licio Gelli, ormai noto capo di una organizzazione massonica occulta chiamata P2, scappato dall'Italia, sta per entrare nell'agenzia della banca Ubs ma viene bloccato e arrestato dalla polizia locale. Porta con sé varie carte, tra le quali una che reca l'intestazione Bologna 525779 - x.s. È quindi da quasi quarant'anni, da quando è stato sequestrato al suo proprietario, che quel documento, non più protetto tra i segreti della P2, è a disposizione delle autorità giudiziarie. Ma per quasi quarant'anni è rimasto invisibile.
Passa di mano in mano, esce dalla borsa di Gelli durante l'arresto svizzero e resta per un po' nei cassetti delle autorità di quel paese. Quattro anni dopo la procura di Milano (16 luglio 1986) invia di persona il capitano Francesco Falbo a prenderlo, finisce nel faldone 123 del fascicolo del processo sulla bancarotta dell'ex Banco ambrosiano e lì resta a lungo. Nel frattempo quel foglietto, pieno di conteggi, nomi, e l'intestazione Bologna, viene esaminato dagli esperti della Guardia di finanza che nel 1987, in un rapporto per i giudici istruttori che indagano sul fallimento dell'istituto bancario, ammettono: "Non si riesce allo stato attuale a dare un significato ben preciso al riferimento alla città di Bologna riportato nell'intestazione del documento".
Il documento finisce in un cassetto nonostante Gelli e i suoi compari proprio in quegli stessi mesi siano sotto processo per depistaggio delle inchieste sulla strage di Bologna (il primo grado inizia nel marzo del 1987 e finisce nel novembre dell'anno successivo). Nessuno pensa a un nesso. E poi c'è quel numero: 525779-x.s.
Si scopre che corrisponde a un conto corrente acceso alla Ubs di Ginevra da Licio Gelli, che rivela due flussi di somme distratte dal Banco ambrosiano, una da 10 miliardi di dollari l'altra da 9. Le movimentazioni passano attraverso i conti degli stretti collaboratori di Licio Gelli, tra i quali Marco Ceruti e Umberto Ortolani. Incrociati quei movimenti di denaro con altri documenti si capisce che un sacco di soldi sono stati spostati in prossimità della data della strage. Ma nessuno dà troppo peso alla cosa.
L'avvocato - Un recente rapporto della Guardia di finanza (trasmesso alla procura generale di Bologna il 25 novembre del 2019) e che Domani ha potuto visionare ci aiuta a saperne di più. Infatti svela che la sera del 14 maggio 1987, intorno alle otto della sera, Fabio Dean, avvocato di Licio Gelli, si presenta nell'ufficio del direttore centrale della polizia di prevenzione, Umberto Pierantoni. Ha chiesto di essere ricevuto con una certa solerzia, anche se, entrando, dice "grazie dell'invito", tanto che l'altro gli fa notare "veramente abbiamo ricevuto una richiesta di incontro". L'avvocato comincia a girare intorno a varie cose ma poi finalmente va al punto: "Tra i documenti sequestrati al Gelli nel 1982 (durante il suo arresto) vi sono appunti con notizie riservate che spetterà poi a Gelli avallare o meno, sulla base del come gli verranno poste le domande stesse". E aggiunge: "Se la vicenda viene esasperata e lo costringono necessariamente a tirare fuori gli artigli allora lo farà". Insomma, Dean sa che prima o poi il suo cliente verrà interrogato e decide di giocare d'anticipo, anche con una minaccia non troppo velata. L'inedita conversazione è riportata in un documento classificato riservatissimo redatto la sera dopo l'incontro, su cui è scritto "Appunto per l'onorevole ministro" (si presume l'allora ministro dell'Interno, Oscar Luigi Scalfaro), firmato da Vincenzo Parisi, allora capo della polizia.
C'era proprio da scomodare le alte cariche dello stato? Secondo gli analisti della Guardia di finanza l'emissario del venerabile Gran maestro ha bussato alla porta di Parisi proprio perché tra quelle carte c'era qualcosa di imbarazzante e pericoloso per Gelli e i suoi amici, il documento Bologna 525779 -x.s. La stessa relazione spiega che una volta sola Gelli è stato interrogato al riguardo: il 2 febbraio del 1988 dai giudici istruttori Renato Bricchetti, Antonio Pizzi e dal pm Pierluigi Dell'Osso.
Questi, che hanno nei cassetti l'originale del documento Bologna, sono loro che hanno inviato Falbo a prenderlo in Svizzera, mostrano inavvertitamente all'indagato Gelli una fotocopia del documento che, fatalmente, nasconde sul retro l'intestazione Bologna. Gelli lo guarda, ci pensa su, dice che non si ricorda niente e promette di fare mente locale. Punto. Laconicamente il rapporto dei finanzieri dello scorso novembre allude a un legame tra quelle velate minacce e il modo "in cui venivano poste le domande a Gelli sugli appunti con notizie riservate tra cui il documento Bologna". Abbiamo chiesto qualche particolare in più al dottor Renato Bricchetti, oggi presidente della VI sezione penale della Cassazione, che ha voluto rispondere solo via mail dicendo di avere "ricordi sfocati. Ho il ricordo, oltre che della persona dell'interrogato e dei suoi difensori, di un interrogatorio inutile ai fini della acquisizione di elementi confermativi dei fatti di bancarotta contestati e per i quali è intervenuta condanna. Conservo a Milano carte di quell'istruttoria. Dovrei verificare. Buona serata".
di Davide Varì
Il Dubbio, 1 febbraio 2021
La nota dei magistrati onorari di Milano, che in concomitanza con la cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario hanno organizzato un flash mob davanti al Palazzo di Giustizia. Di seguito la nota dei magistrati onorari di Milano, che in concomitanza con la cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario hanno organizzato un flash mob davanti al Palazzo di Giustizia, al quale hanno preso parte Got, Vpo e Giudici di Pace di Milano e di altri uffici lombardi, uniti nella comune protesta. In toga, stringendo la rosa rossa, sono rimasti immobili e distanziati sullo scalone dell'ingresso principale. Ecco il testo dell'intervento che, se avesse potuto prendere parte alla cerimonia, l'associazione AssoGot avrebbe voluto pronunciare.
Due anni fa, in pieno inverno, moriva Sonia, giudice onorario presso il Tribunale di Bologna. Lavorava alla sezione sfratti: abitava ad Arcore e ogni lunedì prendeva un treno locale, cambiava a Milano, e, puntuale, iniziava alle nove la sua affollatissima udienza nel capoluogo emiliano. Le procedure di sfratto non sono controversie prestigiose e le convalide si accompagnano a situazioni difficili e drammatiche: il giudice è esposto alla carne viva di una umanità povera e dolente che spesso, priva di galateo giudiziario, non esita a portare con sé la prole, che espone in grembo, a mò di ricatto morale, tra sé ed il Giudice.
Sonia assisteva a scene come questa ogni settimana, ma era un giudice pietoso e aveva sempre a cuore il sollievo di chi le era davanti. Due giorni prima di morire, a causa di un tumore cerebrale fulminante, aveva tenuto regolarmente udienza, facendo il proprio dovere di magistrato: quel giorno, però, pare che non sia riuscita a portare a termine l'udienza perché stava troppo male. Dopo essere riuscita a prendere il treno per tornare a casa, mancò la sua fermata e finì alla stazione di Milano centrale, dove il marito corse a prenderla. Non si riprese più, e l'indomani moriva all'ospedale di Monza.
Solo una sparuta pattuglia di suoi colleghi onorari attraversò la pianura padana per recarsi ad Arcore a renderle l'ultimo saluto. Volevano tutti fortemente che da Bologna, luogo distante dalla sua zona, ma dove lei aveva fatto così tante cose buone ed importanti, venisse qualcuno a dire ai suoi cari: Sonia era un giudice bravo ed onesto, ha compiuto il suo dovere fino alla fine e a noi dispiace che sia morta. Nessuna figura apicale del Tribunale in cui aveva lavorato per tanti anni ha ritenuto di inviare una corona di fiori, un telegramma, o una mail di cordoglio.
Prima e dopo Sonia, e ancor di più in quest'anno di pandemia, sono tanti i colleghi che si sono ammalati o sono morti, abbandonati a se stessi o spariti come fantasmi, figure invisibili per lo Stato, per il ministero, e persino per l'Ufficio in cui hanno prestato servizio quotidianamente, talvolta per decenni. Colleghi morti senza diritti, così come senza diritti avevano vissuto. Dopo anni di promesse e riforme mai attuate, qualche mese fa è giunto l'ennesimo schiaffo del ministro della Giustizia, il quale, in un atto parlamentare, ha spiegato che il deteriore trattamento dei magistrati onorari è giustificato "dalla finalità di contenere il numero dei togati, pena la perdita di prestigio e la riduzione delle retribuzioni della magistratura professionale".
Davanti ad un tale affronto, i magistrati onorari hanno capito che è finito il tempo di confidare nelle istituzioni, ed è giunto il momento di reagire. Indossando le loro toghe, si sono dati appuntamento davanti ai Tribunali italiani stringendo in pugno una rosa rossa, rievocando così la protesta portata avanti nel 1912 dagli operai tessili di Lawrence e passata alla storia come "lo sciopero del Pane e delle Rose", dai versi di una poesia del tempo: "Le nostre vite non devono essere sudate dalla nascita fino alla morte, i cuori muoiono di fame come i corpi, dateci il pane, ma dateci anche le rose. Mentre noi marciamo, innumerevoli donne morte gridano nel nostro canto la loro antica richiesta di pane. I loro spiriti laboriosi conoscevano poco dell'arte, dell'amore e della bellezza. Si, è il pane ciò per cui lottiamo, ma lottiamo anche per le rose".
Oggi il pane quotidiano dei giudici onorari è rappresentato da un gettone d'udienza; le rose delle ferie, della maternità, degli infortuni, della malattia, del trasferimento, del congedo familiare, e perfino dei buoni pasto o della gratifica natalizia sono diritti ancora sconosciuti e negati. Solo l'anno scorso, grazie ad una significativa pronuncia della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, la percezione del ruolo dei magistrati onorari è cambiata anche nella giurisdizione italiana, con alcune sentenze dei Tribunali di Vicenza, Napoli e Roma che hanno riconosciuto l'identità delle funzioni svolte dai magistrati onorari e dai magistrati di carriera e il diritto ad un trattamento economico e giuslavoristico equivalente. Lo Stato continua a essere sordo alle richieste di dignità e giustizia e i suoi funzionari e rappresentanti sembrano non comprendere che quella della magistratura onoraria non è solo una questione economica, ma è anzitutto una questione morale.
Per protestare contro il Ministro e il Legislatore, alcuni colleghi non si sono limitati a manifestare con le rose in pugno davanti al loro tribunale: Enza, Sabrina e Giulia di Palermo, Livio di Parma, Patrizia e Maria Antonietta di Cosenza, hanno deciso di portare avanti uno sciopero della fame! Iniziativa estrema, di cui forse la società, ma soprattutto la politica, sembrano non aver compreso la portata, e neppure si direbbe abbiano colto quanta rabbia, disperazione e dignità ci sia dietro una scelta così radicale.
Nell'Irlanda celtica e precristiana questa forma di protesta non violenta veniva chiamata con il termine "Cealachan" ed era disciplinata da regole ben precise: se una persona riteneva di aver subito un grave torto, poteva andare a digiunare sulla soglia di casa della persona che l'aveva offeso ingiustamente: ma quella società teneva in grande considerazione i valori dell'accoglienza e dell'ospitalità ed avere una persona che moriva di inedia davanti a casa propria era considerato come un gravissimo disonore.
Allo stesso modo Enza, Sabrina, Giulia, Livio, Patrizia e Maria Antonietta hanno atteso fuori dai tribunali dove prestano servizio che il loro datore di lavoro onorasse il suo debito. Purtroppo, ancora senza esito. Dopo quindici giorni di digiuno, durante il quale, per non incorrere nelle sanzioni minacciate dalla Commissione di Garanzia, ha continuato a tenere udienza, Enza ha perso i sensi ed è svenuta: l'udienza è stata interrotta, la giudice è stata soccorsa e portata via in ambulanza. Fin dove deve spingersi un operatore della giustizia, per avere anche lui giustizia?
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 1 febbraio 2021
Non è la prima volta che un governo entra in crisi sui temi della Giustizia. Questa volta però chi soffia da sempre sul fuoco del giustizialismo ha bisogno dell'aiuto di chi ha sputtanato per anni.
di Nello Trocchia
Il Domani, 1 febbraio 2021
Nel nuovo complesso dell'istituto penitenziario di Roma ci sono 70 casi positivi e decine di detenuti affetti da gravi malattie. Anche il ministero chiede spiegazioni sulla scarcerazione dell'ex senatore. Il carcere è unico, si chiama Rebibbia, ma le possibilità cambiano a seconda del nome e del cognome del detenuto. Il nuovo complesso, il più grande dei quattro istituti del polo carcerario, ospita in media 1350 ristretti, almeno 200 oltre la capienza.
Qualche giorno fa Denis Verdini, per lungo tempo senatore della repubblica e al centro della scena politica, è uscito dall'istituto dove era entrato 85 giorni prima per scontare una condanna definitiva a sei anni e mezzo, ottenendo la misura meno afflittiva della detenzione domiciliare. Alla base del provvedimento la drammatica situazione in cui versa il carcere di Rebibbia, dove alcune sezioni sono state chiuse per la diffusione dei contagi.
I giudici hanno quindi deciso per la scarcerazione di Verdini, che compirà 70 anni a maggio, disponendo una detenzione domiciliare provvisoria in quanto il regime carcerario, con l'aumento dei casi di Covid-19, non è compatibile con le condizioni di salute dell'ex parlamentare. Verdini ora trascorre il periodo di detenzione pressa la propria abitazione di Firenze. Nessuno, neanche chi protesta, inascoltato, come i familiari di decine di ristretti, vuole sindacare sul caso Verdini, che esce a causa delle condizioni di salute incompatibili con il carcere, ma a leggere le storie di decine di detenuti emerge la disparità di trattamento. Detenuti che presentano condizioni anche più gravi, ma che non riescono a ottenere ascolto e la necessaria visita per dimostrare l'incompatibilità con la detenzione carceraria.
L'accusa a Bonafede - Verdini entra in carcere a inizio novembre, riceve le visite degli educatori, degli assistenti sociali e anche dei parlamentari di ogni schieramento: Matteo Renzi, Matteo Salvini, Roberto Giachetti, Daniela Santanché, del magistrato in aspettativa e deputato renziano Cosimo Ferri. Un cordone di amicizia e attenzioni si stringe attorno all'ex senatore e leader di Ala, il partitino di ex berlusconiani che ha tenuto in vita il governo Renzi, qualche anno fa. Verdini è entrato a Rebibbia, nel nuovo complesso, e dopo qualche giorno è stato trasferito al G14, il reparto infermeria, è riuscito a ottenere la visita del medico che ne ha certificato l'incompatibilità e poi l'approvazione della misura differita da parte del magistrato di sorveglianza.
Una vicenda che ha avuto anche una ricaduta politica. Il senatore ex M5s Mario Michele Giarrusso ha attaccato duramente il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. "Siamo alle solite vergogne e incapacità di Bonafede, alcuni giorni fa avevo rilanciato l'allarme scarcerazioni per Covid, in quella occasione si era detto di procedere senza ritardi alle vaccinazioni dei detenuti e degli operatori carcerari per evitare nuove scarcerazioni. L'ottimo e superlativo ministro Bonafede, ovviamente nulla ha fatto al riguardo ed ecco le ovvie evitabili conseguenze", scrive Giarrusso sui social annunciando un'interrogazione urgente. Intanto i vertici del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, hanno chiesto spiegazioni alla direzione dell'istituto di pena per capire l'iter di scarcerazione. Nulla di anomalo, le condizioni di salute sono state giudicate incompatibili con il carcere, visto il rischio Covid, ma la trafila che ha riguardato l'ex senatore si è svolta in tempi da paese civile, mentre per gli altri detenuti i tempi cambiano.
Una condizione carceraria che lo stesso Verdini ha potuto verificare parlando con gli altri detenuti e che ha posto all'attenzione di chi gli ha fatto visita e delle autorità preposte, ma la situazione resta drammatica. A Rebibbia, nel nuovo complesso, padiglione G12, è scoppiato un focolaio Covid, attualmente ci sono una settantina di contagiati all'interno del carcere. I casi dei signor nessuno sono tanti e i tempi sono lunghi, terribilmente lunghi con richieste e sollecitazioni continue, da parte di avvocati e garanti, in alcuni casi anche per accelerare l'invio delle certificazioni di incompatibilità.
Le richieste respinte - M.E. è ristretto in carcere, in isolamento da inizio gennaio, gli è stata respinta la richiesta di domiciliari in quanto l'amministrazione non ne ha certificato il rischio Covid, ma è risultato positivo a quattro tamponi. Ora attende ancora che venga valutata dal giudice l'ultima istanza presentata. A G.D. è andata meglio, alla fine di una battaglia lunghissima è uscito, a distanza di mesi dalle richieste. Ha un tumore, una necrosi e diverse malattie. In carcere ha perso 23 chili, è finito in isolamento precauzionale per Covid. Dopo lettere e sollecitazioni è riuscito a ottenere la visita ed è stato dichiarato incompatibile con il carcere in quanto la malattia è in stato avanzato, ottenendo la scarcerazione disposta dal magistrato di sorveglianza. G.R attualmente si trova al padiglione G14 dove è stato Verdini. È un detenuto che ha l'Hiv, ha perso 20 chili, è cardiopatico e presenta altre patologie, attualmente ha l'ossigeno, già due relazioni specialistiche ne hanno accertato la non compatibilità con il carcere, ma è ancora nel braccio G14. In carcere ci sono storie di ogni genere, troppe certificano la violazione costante della nostra Costituzione.
E.H è in carcere perché ha commesso un reato da minorenne, divenuto definitivo a distanza di 11 anni, da quando è entrato non ha ancora avuto modo, nonostante le richieste, di incontrare l'educatore, primo passo per chiedere una misura alternativa. Aspetta da agosto.
Aspettano in tanti, M.Z., come altri, da mesi non vede i familiari e per chiedere il permesso ha bisogno di incontrare l'educatore, ma è in attesa. Un altro recluso, G.D., ha diverse patologie, una invalidità al 100 per cento e si muove in sedia a rotelle, l'azienda sanitaria ne ha certificato il pericolo di complicanze polmonari visto anche il rischio Covid, ma il tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta con questa motivazione: "Le condizioni di vita non appaiono determinare un pericolo di vita, né sono tali da far apparire l'espiazione della pena in istituto in contrasto con il senso di umanità e con la tutela del diritto alla salute, costituzionalmente garantiti". Ora è ricoverato in ospedale, affetto da Covid-19, ma è ancora detenuto, al momento le sue richieste di differimento della pena sono state tutte respinte.
di Veronica Valente
lecceprima.it, 1 febbraio 2021
La fotografia del penitenziario di Lecce nei mesi dell'emergenza, contenuta nelle relazioni redatte in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario dal presidente della Corte d'Appello e dal procuratore generale. Sovraffollamento, pressioni da parte di esponenti della criminalità organizzata sul personale di polizia penitenziaria per ottenere favori, proteste "pilotate per ottenere benefici", l'utilizzo di piccoli cellulari da parte di alcuni tra i detenuti più pericolosi.
Ne parlano il presidente della Corte d'Appello di Lecce Lanfranco Vetrone e il procuratore generale (Pg) Antonio Maruccia, nelle loro relazioni sull'anno giudiziario che si è appena concluso.
"È un settore quello carcerario al quale guardiamo con attenzione e adottando le contromisure per le dinamiche criminali che da esso si dipartono; basti pensare alla quantità di microcellulari introdotti illecitamente nei penitenziari coi quali la criminalità organizzata e mafiosa tiene i collegamenti con l'esterno, come riferisce la Direzione distrettuale antimafia", scrive il pg.
Secondo il procuratore generale, la stagione carceraria è stata affrontata e gestita con grande competenza ed equilibrio da parte degli uffici giudiziari e dei dirigenti delle strutture detentive: i casi di diffusione di infezione da Covid 19 a danno di detenuti e di operatori penitenziari sono stati davvero pochi e tutti controllati in maniera efficace.
Sono state pochissime, inoltre, le scarcerazioni per effetto della normativa emergenziale, a riprova, secondo il pg, della tenuta degli uffici giudiziari e soprattutto della buona gestione sanitaria delle strutture. Nel carcere di Lecce, il picco delle presenze, 1.117, si è avuto il 26 febbraio scorso, alla vigilia del lockdown, scendendo di 61 unità nel novembre successivo. Ma la struttura ha una capienza di 632 posti, ai quali se ne aggiungono 174 nel nuovo padiglione che sebbene aperto nel giugno 2020, non è ancora andato a regime per l'assenza di lavori strutturali e la mancata attivazione di un intero piano.
Questo limite viene superato da tempo. Le cose sono certamente migliorate rispetto al passato, prima che entrasse in vigore la legge cosiddetta "svuota carceri": nel 2011 gli ospiti erano 1.350, nel 2012, 1.269. Si tratta di dati preoccupanti, secondo il presidente Vetrone, perché in costante crescita e in ogni caso di gran lunga superiori alla capienza regolamentare.
Rispetto al 2018, nel 2020, si è registrato anche un aumento delle presenze per reati di associazione mafiosa: in riferimento alla Mafia, i reclusi sono stati 27 (il 19 percento in più); alla Camorra, 50 (il 29 percento in più); all'Ndrangheta, 33 (il 12 percento in più); alla Sacra Corona, 84 (il 34 percento in più).
Nella relazione, il numero uno della Corte d'Appello ha tenuto conto anche delle iniziative incoraggianti che si sono tenute nel penitenziario di "Borgo San Nicola", "segno di una crescente umanizzazione della pena". Tra queste, l'impegno a offrire sostegno emotivo alle famiglie impossibilitate, a causa dell'emergenza, di far visita ai parenti ristretti. Grazie all'associazione "Fermenti lattici", per esempio, sono stati realizzati dei videomessaggi in cui i detenuti spiegavano ai figli le regole del distanziamento sociale e le motivazioni della chiusura dei colloqui.
Certo è che quando gli incontri sono ripresi, alcuni esponenti del crimine organizzato avrebbero fatto pressioni affinché si svolgessero senza le barriere anti-contagio che impediscono il passaggio, oltre che del virus, anche di quello fraudolento di oggetti e scoraggiano le comunicazioni compromettenti.
Ma non finisce qui. Durante il lockdown, sono stati segnalati, a livello nazionale, accordi tra diversi esponenti della criminalità organizzata detenuti in istituti diversi, volti a "pilotare" le proteste che divampavano a macchia di leopardo, con l'obiettivo di aprire un negoziato con l'Amministrazione penitenziaria sulla concessione dei benefici, sulla ammissione alle misure alternative alla detenzione e sull'ottenimento di alcuni vantaggi (per esempio chiamate su Skype, corrispondenza telefonica non prevista dall'Ordinamento penitenziario e su cellulari).
di Vanessa Seffer
affaritaliani.it, 1 febbraio 2021
Stefano Anastasìa, il Garante dei detenuti del Lazio: "Provvedimenti governativi timidi lo scorso marzo per liberare le carceri, sarebbe necessaria una riduzione radicale e immediata". Tante le criticità dei 14 Istituti di pena del Lazio. Ma a cercare risposte immediate è il carcere di Rebibbia che ospita 1440 detenuti a fronte dei 700 che dovrebbe trattenerne, anche per quegli spazi di emergenza che sono necessari.
Le carceri, proprio per questa condizione di grave sovraffollamento, per le scarse condizioni igieniche e per le condizioni di salute di molti detenuti, sono luoghi ad alto rischio di diffusione per qualsiasi epidemia. Infatti, 110 dei detenuti attualmente sono positivi al Covid, nonostante gli sforzi della Polizia penitenziaria e del personale sanitario di questi lunghi mesi. Il Garante dei Detenuti del Lazio, il Dott. Stefano Anastasìa, ci spiega cosa succede e se ci sono speranze che possa esserci a breve una svolta.
La situazione che si è creata a Rebibbia, che non è detto non possa duplicarsi altrove, è surreale. L'isolamento, il monitoraggio e l'assistenza sono possibili per le persone che hanno contratto il virus in carcere?
Situazione molto complicata e difficile, la maggior parte di queste persone è asintomatica ed ha bisogno solo di monitoraggio costante e non di assistenza sanitaria. Ma certamente li ho visti, ho visitato il reparto Covid di Rebibbia. Sono stanze ricavate da una sezione chiusa in attesa di ristrutturazione, quindi fra quelle messe peggio dal punto di vista ambientale. Vedere queste persone in ambienti di 5 o 6 persone e in situazioni così precarie anche igienicamente ed altro è davvero molto difficile. Questo riguardo ai positivi, ormai non spostano neanche più gli altri perché non si sa dove metterli, quindi chiudono le sezioni dove risultano i detenuti positivi. Poi c'è il problema di coloro che sono stati in contatto con i positivi, che vanno con maggiore attenzione isolati, messi in quarantena per verificare nel caso dovessero risultare anch'essi positivi che non vadano a contagiare altri. Anche lì la mancanza di spazi, il cronico sovraffollamento degli Istituti di pena, in modo particolare di Rebibbia nuovo complesso, fa sì che queste quarantene non si svolgono come ci hanno spiegato, che dobbiamo stare in casa, in stanze separate, senza entrare in contatto e con tutte le precauzioni del caso. Le quarantene in carcere si svolgono tutti insieme, nella stessa stanza in cui normalmente si vive e i negativi e i positivi stanno insieme col rischio che si contagino fra loro.
Nel carcere lavorano sia il personale penitenziario che il personale medico-sanitario, che poi tornando a casa si rapportano a loro volta con le famiglie.
La campagna vaccinale che è partita sul piano nazionale copre in qualche modo il personale medico ed infermieristico, che già nei mesi passati risultava positivo operando dentro gli Istituti di pena. Ora con loro siamo un po' più tranquilli, ma lo siamo meno nel caso della Polizia penitenziaria. Sono alcune decine i poliziotti positivi al virus, pur esentati dal servizio, stanno a casa, ma questo pesa su tutto il funzionamento della macchina. Avere venti agenti in servizio in meno significa complicare i turni di servizio, lasciare postazioni vuote. È un sistema intero in grande sofferenza.
Ci sono 5 Rems nel Lazio. In tre di queste è stato fatto il vaccino anti-Covid ai pazienti e addirittura è stato già dato il richiamo. Come mai non si è pensato di vaccinare subito anche i detenuti nelle carceri che sono tutte sovraffollate?
La vaccinazione nelle tre Rems della ASL di Tivoli si è conclusa con i due cicli e le altre due lo stanno completando. Possiamo dire che tutta la popolazione dei malati di mente autori di reato ospitati nelle Rems sono stati vaccinati, ma questo lo hanno potuto fare le Autorità Sanitarie Locali, in particolare i Dirigenti di Salute mentale competenti su queste strutture, perché si tratta di "strutture sanitarie" e rispondevano alla giurisdizione delle Asl. Le Strutture Sanitarie Residenziali sono quelle che sono state individuate come priorità assoluta, pensiamo alle famose Rsa dove ci sono tanti nostri anziani e dove si è partiti nella campagna di vaccinazione e quindi i dirigenti sanitari hanno ritenuto di poter intervenire direttamente nell'ambito della loro autonomia anche in queste strutture in quanto strutture sanitarie. Purtroppo le carceri non sono strutture sanitarie, quindi la decisione riguardo le carceri, in merito alla campagna vaccinale, dipende direttamente dalle decisioni del piano vaccinale. Per cui le carceri in una prima fase non sono proprio state prese in considerazione e in una seconda fase è stato detto che le vaccinazioni potranno arrivare all'inizio della terza fase, cioè a partire da luglio. Sappiamo che ci sono i ritardi nelle forniture e che la cosa può slittare molto più in là. Questa però è responsabilità del piano vaccinale nazionale, del Ministero della Salute e del Commissario Arcuri, il quale vorrei precisare ha risposto alle molte sollecitazioni di noi Garanti e dei tanti operatori del sistema penitenziario. Ha finalmente detto che effettivamente le carceri, intendendo sia i detenuti che il personale che lavora nelle carceri, dovrebbero rientrare nella campagna vaccinale dopo gli ultra 80'enni, quindi nella prossima fase della campagna vaccinale. Aspettiamo che queste indicazioni al momento solo verbali del Commissario Arcuri, possano tradursi in provvedimenti scritti.
Potremmo considerare i detenuti parte di quella popolazione "fragile" dato che vivono non solo ammassati l'uno su l'altro, ma anche in condizioni igieniche molto scarse e in condizioni di salute spesso molto precarie?
Dobbiamo tener infatti presente la specificità delle istituzioni penitenziarie peraltro riconosciute a livello internazionale, a partire dall'Oms in giù. Ovunque sia quindi riconosciuta una particolare fragilità o vulnerabilità degli ospiti delle istituzioni penitenziarie. In Italia lo ha fatto anche la commissione di Bioetica in un suo documento dello scorso aprile, dicendo che dopo le Rsa le carceri sono un luogo di attenzione. Perché sono un luogo di vita comunitaria esattamente come le Rsa e sebbene ci sia un'età media più bassa ci sono condizioni non paragonabili e più gravi di quelle delle Rsa e le persone detenute hanno storie di salute assai complicate con patologie pregresse molto rilevanti e quindi una vulnerabilità individuale molto significativa. Pertanto sono convinto che se la questione dovesse essere discussa in sede di Comitato Tecnico Scientifico per il piano vaccinale, questo non potrà che decidere che quella delle carceri sia effettivamente una priorità.
Che tipo di disposizioni si potrebbero mettere in atto per alleviare questa situazione durante il Covid?
Sarebbe necessaria la riduzione delle presenze in carcere, una riduzione radicale ed immediata. Fino a quando non ci sarà una campagna vaccinale che possa coprire tutto l'ambiente penitenziario, detenuti e operatori, noi dobbiamo pensare che nelle strutture penitenziarie siano liberati spazi per quell'isolamento, quelle necessità di cura e di monitoraggio che oggi non ci sono. Purtroppo i provvedimenti governativi in questo senso sin dal marzo scorso sono molto timidi, non hanno fatto diminuire quanto necessario la popolazione detenuta, però gli uffici giudiziari e le autorità competenti possono intervenire con i loro strumenti. Ricordo che ci fu un intervento importante del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione Giovanni Salvi, sul contenimento delle misure cautelari in carcere e sulla possibilità di rinviare l'esecuzione di provvedimenti penali che non avessero una ragione di particolare urgenza o di sicurezza evidente. Intanto si potrebbe lavorare in questo modo poi bisogna procedere alla campagna vaccinale.
Corriere della Sera, 1 febbraio 2021
Sono 99 i detenuti indagati per la rivolta scoppiata la sera dell'8 marzo 2020 nel carcere di Torre del Gallo a Pavia, su 200 che avevano partecipato alla protesta. Le accuse sono di devastazione e saccheggio e, solo per alcuni reclusi, resistenza a pubblico ufficiale.
I disordini scoppiarono dopo quanto accaduto anche in altre carceri italiane. La rivolta fu scatenata dalla protesta contro le condizioni vissute dai detenuti durante l'emergenza coronavirus e contro il paventato blocco dei colloqui a causa della pandemia.
Le devastazioni nella casa circondariale di Pavia si protrassero per sette lunghe ore, provocando danni per circa un milione di euro tra materassi e arredi incendiati e porte distrutte. Alcuni detenuti, usciti dalle celle, salirono sul tetto del carcere. Tre agenti rimasero feriti. La rivolta venne sedata solo dopo una difficile mediazione. Secondo la procura, i 99 indagati avrebbero avuto un ruolo attivo nella protesta, rispetto agli altri detenuti.
di Stefano Passigli
Corriere della Sera, 1 febbraio 2021
I dati dimostrano che un legame tra spesa pubblica e consenso elettorale è indubbiamente possibile, ma non tra legge elettorale - maggioritaria o proporzionale che sia - e qualità della spesa. In un suo recente articolo a favore di una legge elettorale maggioritaria (Corriere della Sera, 23 gennaio) Angelo Panebianco sostiene l'esistenza di un rapporto tra leggi elettorali e spesa pubblica, affermando che il proporzionale, rendendo più instabili i governi, spinge i governanti a ricercare consenso incrementando la spesa pubblica per erogare "beni privati" a vantaggio dei propri sostenitori, piuttosto che "beni pubblici" a vantaggio dell'intera comunità.
Il punto sollevato da Panebianco è interessante perché se fosse supportato da adeguata evidenza risolverebbe la eterna disputa tra proporzionale e maggioritario. Purtroppo, l'evidenza non permette di risolvere la questione. Su queste colonne ho più volte affermato che non esistono leggi "sbagliate" da rifiutare sempre, o leggi "giuste" buone per ogni tempo e Paese.
Ogni legge va giudicata nell'ambito del sistema in cui è chiamata a operare, e giudicata per gli effetti che concorre a produrre in quello specifico sistema. In Germania, ad esempio, il proporzionale, corretto da una adeguata soglia di sbarramento e dalla sfiducia costruttiva, ha assicurato una stabilità di governo molto superiore a quella assicurata al Regno Unito dal maggioritario. Potrei portare numerosi altri esempi, e non dubito che Panebianco potrebbe oppormi esempi contrari. In breve, le leggi elettorali sono solo uno degli elementi che spiegano il funzionamento di un sistema, e hanno effetti mutevoli al cambiare degli altri elementi sistemici.
Credo perciò che non sia assolutamente possibile affermare l'esistenza di una correlazione da condannare tra legge elettorale proporzionale e spesa pubblica orientata alla erogazione di beni privati - o per meglio dire alla soddisfazione di interessi privati e settoriali - e di converso una correlazione virtuosa tra maggioritario ed erogazione di beni pubblici nell'interesse della intera collettività.
La storia italiana dall'inizio della Repubblica lo dimostra con chiarezza: fino ai primi anni Settanta il rapporto debito/Pil è stato intorno al 35%, e una grande classe politica ha orientato la spesa pubblica negli anni del centrismo e del primo centro-sinistra a sostegno della crescita economica e dell'ampliamento dei diritti civili e sociali, ricostruendo il nostro Paese, sollevandolo da storiche miserie e riducendo le diseguaglianze.
Per tutto questo periodo avevamo una legge elettorale proporzionale. Ancora nel 1980 il rapporto debito/Pil era al 55%, malgrado l'aggravio di spesa rappresentato dall'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale e delle Regioni, nella logica di Panebianco misure entrambe qualificabili come beni pubblici. A partire dagli anni Ottanta la spesa esplose con i governi Craxi e Andreotti. La legge elettorale era ancora la stessa. La differenza, dunque, non la fa la legge elettorale, ma la qualità della classe politica.
Nel 1996 il rapporto debito/Pil era al 120%. In cinque anni il centro-sinistra di Prodi-D'Alema-Amato, lo riportò con Ciampi al Tesoro a quota 106%. E perse le elezioni. Berlusconi che governò 10 dei 12 anni tra il 2001 e il 2013 riportò il deficit oltre quota 130%. Per tutto il periodo a partire dal 1994 la legge elettorale era la stessa e sostanzialmente maggioritaria. La differenza ancora una volta non la fa la legge elettorale ma la qualità della classe politica.
I dati su indicati dimostrano che un legame tra spesa pubblica e consenso elettorale è indubbiamente possibile, ma non tra legge elettorale - maggioritaria o proporzionale che sia - e qualità della spesa. L'esperienza italiana non conferma il rapporto tra proporzionale e spesa pubblica senza freni e con obiettivi particolaristici, indicando semmai il contrario, posto che il nostro debito pubblico si consolida e il rapporto debito/Pil cresce soprattutto durante il periodo in cui il nostro sistema elettorale è stato il maggioritario, e la nostra spesa pubblica non ha sostenuto grandi e onerose riforme perdendosi piuttosto a pioggia in mille rivoli.
Purtroppo, la variabile che spiega il successo dell'azione di governo nei primi decenni della storia repubblicana e l'attuale impasse è la qualità della classe politica. Spero che su questo Panebianco convenga, e anche che sia con me d'accordo che occorre riportare i cittadini a partecipare attivamente alla politica, innanzitutto dando loro il diritto di scegliere i propri rappresentanti ponendo fine allo scandalo dei parlamentari "nominati". Nel 1992 le élites del nostro Paese si mobilitarono per cambiare un sistema ormai logoro, e in un decennio l'Italia consolidò almeno la sua posizione in Europa. Dopo altri venti anni di una transizione senza successo occorre che le nostre élites rinnovino quell'impegno.
di Alessia Rastelli
Corriere della Sera, 1 febbraio 2021
La senatrice a vita al Memoriale della Shoah di Milano all'incontro organizzato da Sant'Egidio con la Comunità ebraica. "Quando ognuno era ancora un sigillo/ Di noi ciascuno reca l'impronta/ Dell'amico incontrato per via;/In ognuno la traccia di ognuno".
Cita i versi di Primo Levi, deportato come lei ad Auschwitz, Liliana Segre, parlando al Memoriale della Shoah di Milano. Da lì, da quel luogo un tempo nascosto della Stazione Centrale, nel ventre della città, oggi diventato uno spazio di memoria e di dialogo, la testimone e senatrice a vita fu deportata il 30 gennaio 1944, a 13 anni, con suo padre Alberto e altre 603 persone. Di quel convoglio solo in 22 sopravvissero e ogni anno, proprio al Memoriale, attorno a quella data, con la Comunità di Sant'Egidio e la Comunità ebraica di Milano Liliana Segre ricorda "tutti quelli che non sono tornati".
"I versi di Primo Levi, tratti dalla poesia Agli amici, sono il contrario dell'indifferenza. Quando ognuno è la traccia di ognuno, non ci può essere indifferenza. L'indifferenza porta alla violenza, è già violenza", dice la senatrice (la cerimonia si è svolta domenica 31 gennaio, in forma essenziale per la pandemia). "Allora - ricorda Liliana Segre - i violenti non furono solo i nazisti, ma anche i fascisti nostri vicini di casa. Poi, quando eravamo nei vagoni, ognuno era l'altro, ognuno piangeva con le lacrime dell'altro". Il 30 gennaio, la partenza. Il giorno dopo "si varcò il confine. Ero già una ragazza vecchia che quando l'altro, mio padre, ti dice di non avere paura, risponde: "Non ne ho, perché sono vicino a te".
Liliana Segre parla nell'atrio del Memoriale, davanti alla parola "Indifferenza". Fu la Comunità di Sant'Egidio a far conoscere i sotterranei da cui partì. "Era il 1997 - ricorda la senatrice -, all'inizio venivamo qui in pochi, con una candela. C'erano figure importanti: il cardinale Martini, il rabbino Laras. Poi pian piano è nato il Memoriale e io ho insistito per la scritta "Indifferenza".
Liliana Segre ricorda il silenzio di chi allora si voltò dall'altra parte, quando da San Vittore i camion attraversarono Milano per raggiungere in quei sotterranei il binario 21. "Il silenzio, inteso come incapacità di sentire il dolore degli altri, è un problema su cui riflettere anche oggi", sottolinea Rav Alfonso Arbib, rabbino capo della Comunità di Milano. E l'arcivescovo Mario Delpini si augura che il messaggio raggiunga "chi vive questi giorni tribolati senza lasciarsi toccare dalla compassione".
Non furono indifferenti, in quel gennaio 1944 i detenuti di San Vittore. "Ci fecero sentire ancora persone", testimonia Liliana Segre, che nel carcere milanese, dopo l'arresto, fu rinchiusa quaranta giorni. "So come si sta nelle celle. Perciò mi preoccupo che i detenuti siano vaccinati", dice (e infatti il 17 dicembre 2020 ha presentato un'interrogazione in tal senso). Invia un video Mauro Palma, presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. E il sindaco Giuseppe Sala, in presenza, dice che "il Memoriale è un luogo di riscatto per Milano, dove nacque il fascismo" e che lotterà "perché le forze politiche che accettano persone che fanno saluti romani non abbiano spazio a Milano", evocando i fatti di Cogoleto (Genova) nel Giorno della Memoria.
Ad ascoltare Liliana Segre, ci sono anche gli adorati figli Alberto e Luciano, i carabinieri della scorta diventati famiglia. E poi Alpha, giovane profugo tra i 7 mila accolti al Memoriale tra il 2015 e il 2017, oltre a una delegazione di ragazzi di Sant'Egidio e studenti del liceo Carducci di Milano che eseguono brani musicali. A loro, ai giovani, la senatrice ricorda ancora che "sono fortissimi".
E a loro si rivolge il Memoriale. "Uno spazio aperto per le nuove generazioni", nota Andrea Riccardi, fondatore di Sant'Egidio. "Da fine giugno avremo anche la biblioteca", aggiunge Roberto Jarach, presidente del Memoriale dal 2017, dopo che per dieci anni lo era stato Ferruccio de Bortoli, ora presidente onorario. Ai giovani pensa anche Emanuele Fiano, figlio di Nedo, superstite della Shoah scomparso a dicembre, al quale è stata dedicata una "Stanza delle testimonianze". "Rimarrà per le future generazioni, ne sarebbe orgoglioso", dice il figlio. "Io e Nedo non parlavamo del passato - racconta Liliana Segre - ma sempre di figli e nipoti. Era la nostra vittoria su Hitler".
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