di Claudio Cerasa
Il Foglio, 7 novembre 2020
Il pm denuncia le criticità sottaciute di un regime carcerario simile alla tortura. Su questo giornale abbiamo spesso criticato le inchieste e i metodi del pm Henry John Woodcock, che hanno in qualche caso portato all'arresto di persone innocenti sulla base di prove inesistenti (per queste critiche il magistrato ci querelò, ma tutto fu archiviato perché i fatti raccontati erano veri).
di Angela Stella
Il Riformista, 7 novembre 2020
Sulle misure anti-covid dice: "Bene sfoltire le carceri, ma chi è meno pericoloso non deve proprio entrare". Il 41bis? "Un imbuto da cui non si esce, fa bene Woodcock a contestarlo".
Allungare i permessi premio, diminuire gli ingressi in carcere, immettere risorse umane nel sistema: è questa la ricetta di Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza a Sassari e Presidente di Magistratura Democratica, per fronteggiare l'espansione del coronavirus in carcere.
di Viola Giannoli
La Repubblica, 7 novembre 2020
Rinviate dal ministro Bonafede le prove previste a dicembre per l'aggravarsi dell'epidemia. Vanno avanti le interrogazioni in presenza ma le commissioni saltano di continuo per malattia o quarantene. L'accesso alla professione diventa un rebus. Studenti e associazioni: "Prova unica a distanza come per altre categorie per garantire salute e lavoro".
Commissioni decimate, sessioni saltate, scritti rinviati. Quest'anno il cammino per diventare avvocati è un percorso a ostacoli, avvolto nella nebbia. E per i quasi 25mila giovani che ogni anno si presentano alle sessioni di abilitazione la fine del tunnel è ancora lontana. Non solo. Perché tra ritardi e pandemia il rischio è che si crei un imbuto e l'accesso alla professione resti bloccato per un paio di anni.
Per spiegare meglio: gli esami scritti per l'abilitazione forense previsti per il 15, 16 e 17 dicembre sono stati stoppati causa Covid. Una nuova data ancora non c'è, ma la prova si terrà, nel migliore dei casi, la prossima primavera. Ad annunciarlo, dopo il Dpcm che ha provvisoriamente diviso l'Italia in tre e stabilito lo stop a tutti i concorsi ad eccezione di quelli per le professioni sanitarie, è arrivata ieri una comunicazione (attesa da settimane) del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
"L'aggravamento della situazione sanitaria e la conseguente necessità di ridurre, quanto più possibile, le occasioni di diffusione del virus impongono il rinvio delle prove scritte degli esami d'avvocato" ha scritto su Facebook. "Mi dispiace dover dare questa comunicazione ai tanti aspiranti avvocati che si apprestano ad affrontare questa importante tappa della vita professionale" ha aggiunto il ministro, giustificando i ritardi nelle comunicazioni con la necessità di prendere "il tempo necessario per vagliare e confrontare tutte le possibili soluzioni (compresa quella di una maggiore parcellizzazione degli esami) che permettessero di evitare lo slittamento". Tuttavia, conclude Bonafede, ""di fronte all'evoluzione del quadro epidemiologico, il rinvio rappresenta purtroppo una scelta obbligata supportata anche dal ministero della Salute".
Anche se il Dpcm sospende le prove, per ora, solo fino al 3 dicembre, il ministro ha voluto chiarire come "le esigenze logistiche e organizzative non consentono di attendere oltre, anche per venire incontro alle esigenze di programmazione di chi deve sostenere l'esame". In molti, infatti, si erano già pre-iscritti, versando la quota di partecipazione, pronti ad affrontare la prova. "Per cercare di ridurre i tempi della procedura - si legge ancora nel post - il Ministero sta già lavorando a tutte le soluzioni organizzative che possano consentire di accelerare la correzione delle prove scritte e diminuire quanto più possibile gli effetti di questo rinvio".
Già perché solitamente tra i test a penna e gli orali passano 7-8 mesi. In questo caso dunque si sovrapporrebbero agli scritti della sessione di Natale 2021. Un bel caos: l'accesso alla professione rischia di fatto di restare impantanato per due anni, facendo perdere tempo prezioso (e reddito) a chi ha terminato da mesi il tirocinio. "Rinviare le prove significa posticipare l'abilitazione dei candidati che concludono la pratica nel corso del 2020 e, a strascico, ritardarne l'iscrizione all'albo che, anche in considerazione delle conseguenze economiche dell'emergenza pandemica, pare suscettibile di rappresentare un significativo pregiudizio per gli aspiranti avvocati" commenta il Consiglio nazionale forense.
Ma non è tutto. Perché se è vero che lo stesso Dpcm e l'annuncio del ministro hanno dato semaforo verde agli orali della scorsa sessione che possono dunque proseguire, anche qui il cammino è tutt'altro che lineare. Chi è stato infatti allo scritto dello scorso dicembre ha iniziato il secondo step dell'esame in ritardo di 15 giorni o addirittura un mese, a inizio ottobre.
Così a Roma, Napoli, Milano, ad esempio. Da allora gli appelli vanno avanti a singhiozzo tra date rinviate, prove ancora non ricalendarizzate, candidati scavalcati, comunicazioni latitanti. Decine di sottocommissioni sono state decimate dal Covid, dalle quarantene, da isolamenti precauzionali, dall'indisponibilità di avvocati o magistrati fragili e dunque impossibilitati a partecipare, dai sostituti che non si trovano. Ancora oggi alla Corte di appello di Roma gli orali sono stati annullati e ai candidati la comunicazione è arrivata con sole tre ore di anticipo.
Tante le voci che, dentro e fuori dal Parlamento, si sono levate per chiedere una prova a distanza. A cominciare dal Consiglio nazionale forense che il 28 ottobre scriveva a Bonafede: "Laddove non sia possibile garantire un corretto esame orale in presenza assicurando il necessario distanziamento dei candidati, impedendo l'accesso agli accompagnatori, calendarizzando l'esame ad orari differenziati, sanificando gli ambienti, si rende necessaria una proroga che autorizzi lo svolgimento della prova orale da remoto oltre a quanto già previsto dal decreto Rilancio". E ancora, le associazioni come Inoltre-Alternativa Progressista, Libera e Giovane Avvocatura, l'Associazione italiana praticanti avvocati, l'Unione praticanti avvocati, Giovane avvocatura e Apra Palermo, che propongono "una soluzione di buon senso" ovvero "l'orale abilitante a distanza, non per facilitare alcunché bensì per garantire ai candidati e alle rispettive famiglie il diritto alla salute e al lavoro".
Aggiunge Alessandra Costantini, praticante avvocato e rappresentante della Lega Giovani: "Ancora una volta la nostra categoria viene penalizzata. Il ministro valuti l'opportunità di svolgere l'esame con modalità differenti e colga l'occasione per una seria e soddisfacente riforma del sistema di abilitazione. Ci vuole rispetto per anni di sacrifici".
Solo ieri il presidente della Commissione centrale ha inviato una lettera ai presidenti delle commissioni per comunicare che "è in corso di valutazione, sul piano normativo, la possibilità di reintrodurre lo svolgimento delle prove di valutazione da remoto". Un caso unico: gli aspiranti legali sono rimasti praticamente i soli, tra le professioni ad accesso regolato da un esame di abilitazione, a conservare le prove in presenza, invece dell'orale unico a distanza come per commercialisti o ingegneri.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 7 novembre 2020
Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha deciso: l'esame di avvocato è stato rinviato. Stop alle prove scritte, mentre si svolgeranno le prove orali per i candidati che hanno superato i primi test l'anno scorso. "L'aggravamento della situazione sanitaria - ha scritto il guardasigilli sul suo profilo Facebook - e la conseguente necessità di ridurre, quanto più possibile, le occasioni di diffusione del virus impongono il rinvio delle prove scritte degli esami d'avvocato programmate per il 15, 16 e 17 dicembre".
"Al momento - scrive ancora Bonafede - sembra ragionevole ipotizzare che la prova si possa tenere nella primavera del 2021. Per coloro che hanno superato gli scritti svolti nel 2019, invece, le prove orali proseguiranno perché è possibile, al momento, implementare modalità che garantiscano la sicurezza e la salute dei candidati e dei membri delle commissioni".
A Napoli le problematiche dell'accesso alla professione forense, a cominciare dalle prove d'esame per finire con le successive correzioni, sono da mesi al centro del dibattito. Anche perché il capoluogo partenopeo, l'anno scorso, si aggiudicò la maglia nera: riuscirono a superare la prova scritta solo 1.345 candidati, mentre i bocciati furono 2.456.
Con il 31% di ammessi alla prova orale, Napoli si confermò tra le peggiori d'Italia. E proprio in questi giorni, accantonate le polemiche sulla struttura dell'esame, gli aspiranti avvocati, attraverso petizioni online e lettere al ministro, avevano chiesto di non rinviare la prova per evitare che migliaia di aspiranti avvocati rimanessero nel limbo.
Appresa la notizia del rinvio, i praticanti hanno sottolineato le loro ragioni e le loro richieste. "Chiediamo in modo univoco maggiore specificazione delle date in cui si svolgeranno gli esami e, soprattutto, delle tempistiche legate alla correzione degli elaborati. Ciò al fine di non coinvolgere la sessione di dicembre 2021 che si spera preveda già l'applicazione di una riforma che garantisca il prestigio della professione": la nota, firmata da Claudia Majolo (Upa), Giuseppe Marinaro (Apra-Palermo) e Giordano Bozzanca, attende ora una risposta dal Ministero di via Arenula.
di Giulia Merlo
Il Domani, 7 novembre 2020
È arrivato il momento della verità per l'Associazione nazionale magistrati. Il sindacato delle toghe oggi sceglie l'assetto per i prossimi quattro anni: se con una giunta unitaria con rotazione dei presidenti come in parte è stato dell'ultimo mandato, oppure se tornerà l'uomo forte sostenuto da una maggioranza (come fu il quadriennio di Luca Palamara).
Il Covid ha reso più complicata la scelta: l'assemblea si riunirà sia in presenza che in remoto per chi non può spostarsi dalle zone rosse. Se inedita è la modalità con cui si esprimeranno i 36 eletti, anche gli schieramenti sono ancora incerti. Questi giorni sono stati fitti di riunioni e telefonate incrociate, ma nessuno entrerà in sala già eletto presidente. Per ora, l'unico asse chiaro è quello tra Area, il gruppo dei progressisti, e le toghe centriste di Unicost: il primo è il gruppo più votato con 11 rappresentanti; l'ex corrente di Palamara ne conta 7. Una giunta espressione di tutti e cinque i gruppi è impossibile perché Articolo 101, la lista dei 4 eletti "anti-correntisti", ha fatto sapere che entrerà solo in una giunta che accoglie in blocco il suo programma, compreso il sorteggio per il Csm. Richiesta irricevibile, soprattutto per Area e Unicost. Autonomia e indipendenza, la corrente fondata da Piercamillo Davigo che conta 4 eletti ha scelto la neutralità: ascolterà i programmi e farà l'alleanza sulla base di quello.
"Le nostre priorità sono la gestione dei tribunali durante il Covid e la tutela delle condizioni di lavoro. L'Anm va riformata, rompendo i meccanismi deleteri che la rendono un centro di potere relazionale, come è stato per Palamara", dice uno di loro. Anche i moderati di Magistratura indipendente, con 10 eletti, sono in attesa del confronto ma l'auspicio è quello di una giunta unitaria.
"La speranza è che il dibattito porti a una sintesi tra tutti i gruppi, con una convergenza su un programma comune - dice la segretaria Paola D'Ovidio - non abbiamo preclusioni, ma chiediamo netta discontinuità rispetto al passato, perché l'Anm recuperi la fiducia dei colleghi e torni a occuparsi di ordinamento giudiziario e delle problematiche del settore giustizia".
La presidenza Dal dibattito, dunque, uscirà anche il presidente che meglio incarnerà l'orientamento - unitario o meno-del nuovo comitato direttivo centrale. Nel rispetto dell'esito del voto, anche in una giunta unitaria la prima presidenza spetterebbe ad Area. Il primo degli eletti è il presidente uscente, Luca Poniz, che punterebbe a riconfermarsi al vertice. Ad avversarlo, però, ci sono spinte soprattutto esterne. Nei suoi confronti esiste una forte preclusione da parte di Mi, che ha chiesto discontinuità rispetto al vecchio corso. Proprio da Poniz, infatti, Mi è stata messa all'angolo come corrente più compromessa con lo scandalo Palamara. Anche all'interno di Area, inoltre, il fronte non è compatto e una parte del gruppo è stata critica rispetto alla gestione egemonica dei vertici.
A rendere incerte le sorti dell'elezione è anche il deciso ricambio dei neoeletti nel comitato direttivo centrale. Molti volti nuovi e moltissime donne: per la prima volta sono la metà delle elette, rispecchiando la composizione di genere in magistratura. Proprio questo dato trasversale ai gruppi potrebbe essere un segnale che, vista la mancanza di un nome unitario, i tempi possano essere maturi per una presidenza femminile dopo l'unica, negli anni Novanta, di Elena Paciotti. In questo senso, un nome possibile sarebbe quello della seconda eletta per numero di preferenze, Silvia Albano.
Storica esponente di Magistratura democratica e al secondo mandato in Anm, si è dimessa dalla giunta Poniz in contrasto con la scelta del presidente di non sciogliere il sindacato e convocare elezioni anticipate dopo lo scandalo Palamara. Uno strappo che - in una nota dal titolo "L'Anm di fronte alla sfida dell'unità" dove fa un bilancio dell'attività del sindacato - Albano definisce "sofferto" ma giustificato "dall'impossibilità di dare un contributo utile".
Al netto dell'esito, oggi la nuova Anm post scandalo Palamara sarà formalmente insediata e nel dibattito si definiranno anche i primi orientamenti rispetto alle scelte del ministero della Giustizia: dalla riforma del Csm alla gestione dei tribunali durante la pandemia.
di Maurizio de Giovanni
La Stampa, 7 novembre 2020
Casalnuovo di Napoli: martedì sera Simone Frascogna, 19 anni, viene ucciso a coltellate. Si costituisce un 18enne. La madre: "Non perdono". Potrebbe essere stato vittima di una epurazione interna al gruppo malavitoso al quale apparteneva Benvenuto Gallo, 24 anni, morto ieri all'ospedale Cardarelli di Napoli dove era stato portato con una grave ferita da arma da fuoco alla nuca. Il giovane, con precedenti per spaccio, è stato forse attirato in una trappola e poi colpito dai sicari alla testa, come in un'esecuzione, nel quartiere San Pietro a Patierno.
Immaginiamo che qualcuno, a leggere certe notizie, nel provare un accorato e doloroso senso di angoscia possa in qualche modo avvertire una sensazione se non di sollievo, perlomeno di distanza. Da napoletani sappiamo fin troppo bene che all'immagine della nostra città, per tanti versi meravigliosa e ricchissima di storia, arte, cultura e bla bla bla, si annette sempre più spesso l'immagine di un luogo violento e potenzialmente mortale. Un far west tricolore, una Gomorra infernale dove si spara liberamente e si ammazza gente per strada.
E ci sono altri, anche molto vicini al territorio se non interni allo stesso, che pensano con maligna soddisfazione che a morire ammazzati siano incidentalmente gli stessi che in altre occasioni sono stati a loro volta assassini, o che potrebbero facilmente esserlo. Finché si ammazzano fra di loro, si dice. Uno di meno, si dice. Se lo meritano, si dice.
Chi appartiene alle suddette scuole di pensiero, che ammettiamo sono state disegnate grossolanamente e aderendo a stereotipi informativi che sfiorano ormai il luogo comune, avrà così accolto la notizia della morte di un ragazzo di 24 anni con un colpo di pistola alla nuca, in un quartiere periferico della città. Evento che peraltro segue un'analoga uccisione, stavolta di un 19enne, Simone, a seguito di una banale lite pare per motivi di viabilità.
Da Genova a Caserta - Tutto quadra: il degrado, l'ignoranza, la violenza come forma comportamentale usuale, l'assenza di controllo di un territorio abbandonato da parte delle istituzioni. Lo diciamo con forza: se questa fosse l'unica sede di questo cancro sociale, come peraltro fu definito da un autorevole ministro della Repubblica, proporremmo con forza l'auto-deportazione selettiva e poi una bella spolverata di napalm su questa terra ricca di storia, arte, cultura e bla bla bla. Un'azione incisiva e radicale, per una soluzione definitiva.
Purtroppo, e abbastanza ovviamente, non è così. Lo dice la cronaca recente di questo Paese, con una trentina di episodi trovati all'istante su Google inserendo "violenza tra giovani per futili motivi", e senza voler andare troppo indietro nel tempo. Da Colleferro a Genova, da La Spezia a Massa Carrara, da Diamante a Bastia Umbra, da Caserta a Sesto San Giovanni, da Prato a Legnago: colpi di pistola, certo, ma anche coltellate, sprangate, pugni e calci.
Non sempre ci scappa il morto, e a ben guardare c'è un largo spettro di "futili motivi", spesso influenzati dall'assunzione di sostanze o di alcol, ammesso che si voglia considerare questa triste abitudine alla stregua di un'attenuante della gravità del fenomeno. Tutt'altro che mezzo gaudio questo mal comune, sia chiaro: ed è evidente che un'area così vasta e popolosa, la densità più alta dell'intero continente, costituisce un problema altrettanto vasto non solo per la città e la regione ma per tutto il Paese, e induce a considerazioni sull'assenza dello Stato e sulla dispersione scolastica che annoierebbero i lettori. Sta di fatto però che il fenomeno della violenza tra giovani e dei giovani sembra aver superato ogni livello di guardia, e che non è confinabile a una o altra latitudine o a uno o altro contesto socioeconomico.
Le colpe dei genitori - I ragazzi. I nostri ragazzi. Armati e decisi a usare le armi, determinati a un uso distorto delle arti marziali, ansiosi di procurarsi legioni di followers spostando costantemente in avanti i limiti del proibito, del violento e dell'estremo. Cresciuti a videogiochi di sangue e morte, educati a vincere e altrimenti a essere irrimediabilmente perdenti, abituati a genitori che picchiano gli insegnanti e incitano i figli da bordo campetto a picchiare a loro volta gli avversari, costantemente incensati e protetti da un mondo dal quale restano distanti, privati del senso della comunità o dell'appartenenza, spinti ad apparire e a non essere, i ragazzi di questa generazione abbandonata minacciano di essere i più perduti di sempre.
Non li troverete in piazza a manifestare se non per lanciare sassi contro chiunque. Non li troverete a discutere se non di macchine e moto, non li troverete a innamorarsi se non di tette e culi o di bicipiti tatuati, non ne troverete uno ad aiutare qualche debole. Saranno pronti piuttosto a picchiare barboni, a spaccare vetrine, a bruciare semafori a centosessanta all'ora. E tutto quanto precede non è il solonismo di un anziano nostalgico e conservatore, ma quello che banalmente si può reperire in mezz'ora di Instagram o Tik Tok, volendo soltanto rispettare l'assoluta maggioranza.
Certo, non tutti. Certo, non dovunque. Certo, non i figli o i nipoti di voi che state leggendo, che sono tutti deliziosi ragazzi al di sopra di ogni sospetto. Ma per quanto ci riguarda, se e quando leggiamo di un ragazzo morto o picchiato, ferito o sfregiato a seguito di una notte brava da qualche parte, non ce ne sentiamo mai troppo lontani. Perché a volte basta passare per caso, in certi posti, per trovarsi in mezzo a qualcosa di irreparabile. Per cui, come diceva Hemingway, se senti la campana suonare non chiederti mai per chi suona. Perché suona per te.
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 7 novembre 2020
Quattro positivi tra giudici e personale, via alla sanificazione. Pressing per fermarsi. Il Tribunale di via Farini ha adottato tutte le misure sanitarie previste: distanziamento e misura della temperatura, oltre a udienze contingentate. Il virus entra in Tribunale e crea preoccupazione e malumori tra giudici e personale. quattro tra magistrati e amministrativi sono risultati positivi, cresce il pressing per fermarsi. Ma il presidente Caruso spiega: "Non possiamo chiudere, ma non c'è nessun allarme. Sono state prese tutte le misure, ci atteniamo alle disposizioni di Ausl e governo.
Quattro positivi al Covid in pochi giorni preoccupano personale amministrativo e magistrati tra i corridoi del Tribunale di Bologna. Ieri mattina si è diffusa la notizia tra le aule di giustizia della positività di alcuni dipendenti, ma un po' di malcontento circolava da qualche giorno, quando si è saputo di un contagio nella sezione dei gip, la più in sofferenza in termini di spazi. Ieri qualche giudice ha bussato alla presidenza per esprimere preoccupazione, ma nel frattempo il presidente del Tribunale Francesco Maria Caruso ha disposto la sanificazione di tutti gli ambienti del palazzo, che ha chiuso con un'ora circa di anticipo.
Da lunedì le udienze riprenderanno regolarmente. "Non c'è nessun allarme - spiega il presidente - i quattro casi rilevati sono tutti asintomatici tranne uno che però sta bene. Il medico competente per il Tribunale è stato informato e abbiamo fatto tutti i passaggi necessari, ma non possiamo permetterci di chiudere né io posso sospendere le attività perché non siamo in zona rossa". Le udienze andranno avanti con le dovute precauzioni. Il dpcm del 24 ottobre conteneva già nuove misure per i Tribunali e quindi da più di una settimana le udienze civili vengono celebrate da remoto, interrogatori di garanzia e convalide si tengono in videoconferenza, così come la partecipazione degli imputati reclusi in carcere alle udienze. I processi penali sono tornati a porte chiuse. "Ci atteniamo alle disposizioni del governo e dell'Ausl - prosegue Caruso - non possiamo ridurre l'attività ulteriormente. Se la situazione non diventa ingovernabile, finché possiamo il Tribunale resta aperto".
Caruso spiega anche che la preoccupazione tra i dipendenti dipende più che altro dal fatto che chi ha avuto contatti con i colleghi risultati positivi si chiede cosa fare, visto che spesso i cancellieri lavorano in stanze molto piccole. "Ma se sono state adottate le misure di distanziamento, indossati i dispositivi di protezione e arieggiate le stanze non c'è da preoccuparsi. Ad ogni modo abbiamo adottato degli accorgimenti organizzativi per mettere in smartworking per qualche giorno chi è stato a contatto con i positivi".
C'è anche l'idea di trovare un laboratorio privato che faccia tamponi in convenzione per i dipendenti della giustizia, visto che non sono rientrati tra le categorie a rischio sottoposte a screening periodici dalle autorità sanitarie. Il vero problema nella giustizia è la scarsa applicabilità del lavoro agile: per questioni di sicurezza non è possibile accedere ai sistemi e ai fascicoli da casa. "Proprio ieri c'è stata una riunione in Procura sullo smartworking ma non abbiamo ancora raggiunto un accordo perché ci sono molte difficoltà" spiega Nunzia Catena della Funzione pubblica Cgil.
"In Tribunale purtroppo è successo quello che ci si aspettava, ancora troppe persone lavorano in presenza, anche se non c'è resistenza allo smartworking, ma un problema di strumenti. Abbiamo fatto un incontro e non c'erano divergenze, abbiamo trovato disponibilità ad aggiornarci quando arriveranno gli strumenti per l'applicazione dell'accordo nazionale". Il Covid è arrivato prima, ma con 11mila processi penali pendenti e il 30% dell'organico amministrativo scoperto, la situazione è tutt'altro che semplice.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 7 novembre 2020
"L'inefficacia delle misure adottate è tanto più grave se si considerano gli straordinari provvedimenti a tutela della salute pubblica adottati dal Governo, salute rispetto alla quale le persone detenute risultano evidentemente figlie, sacrificabili, di un dio minore". I presidenti della Camera penale di Napoli e del Carcere Possibile scrivono al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Denunciano i rischi della pandemia all'interno delle carceri campane e propongono quattro modifiche al testo del decreto Ristori. Partendo da una premessa: le misure contenute nel pacchetto giustizia varato dall'Esecutivo non bastano.
Il limite di pena assai contenuto e le numerose ipotesi ostative alla concessione della detenzione domiciliare, previsti attualmente, impediscono di raggiungere la sensibile e celere diminuzione delle presenze nelle carceri campane che servirebbe invece per disporre di quegli spazi (oggi assenti) da destinare all'isolamento sanitario dei casi sospetti e dei detenuti positivi al virus. Sulla carta, in Campania, bisognerebbe far uscire dalle celle circa 800 detenuti, ma con le attuali misure previste dal decreto non si arriverà a 200.
"Senza contare - scrivono gli avvocati Ermanno Carnevale e Anna Maria Ziccardi, rispettivamente presidenti di Camera penale e della Onlus Carcere Possibile - che la cronica indisponibilità dei braccialetti elettronici rallenterà notevolmente l'efficacia del provvedimento anche per quei pochi che potranno usufruirne".
"Il drammatico pericolo di un'ulteriore diffusione del contagio - sottolineano - desta elevatissima preoccupazione nella stessa amministrazione penitenziaria, e ciò non solo per le evidenti condizioni di promiscuità in cui vivono i reclusi, ma anche a causa delle particolari condizioni di sovraffollamento che caratterizzano nuovamente gli istituti di detenzione, che, con riferimento a quelli della città di Napoli, vedono ristrette complessivamente più di 3.500 persone a fronte di una capienza di soli 2.700 posti. Tale condizione, peraltro aggravata da una temporanea ma significativa riduzione del personale di polizia penitenziaria dovuta proprio all'emergenza sanitaria, richiede l'immediata adozione di misure normative".
Perciò i penalisti al ministro chiedono di attuare, in sede di conversione del decreto, quattro modifiche. Quali? Estendere l'applicazione della detenzione domiciliare ai detenuti con un residuo di pena fino a 2 anni (e non ai 18 mesi previsti); evitare che l'ostatività riguardi anche reati già espiati in caso di cumulo di condanne, eliminando la previsione che impone l'obbligo del braccialetto elettronico; riconoscere la possibilità di concedere i permessi anche in deroga ai limiti temporali previsti dalla normativa, per i condannati ai quali siano stati già concessi i permessi o (quindi, in alternativa e non più in aggiunta come previsto inizialmente nel decreto) che siano stati già assegnati al lavoro all'esterno.
Inoltre, reintrodurre l'istituto della liberazione anticipata speciale, misura emergenziale che nel 2014 fu adottata per svuotare le carceri e che prevede una detrazione di pena maggiore rispetto a quella prevista dalla liberazione anticipata ordinaria. "Confidiamo - concludono i penalisti - che tali ragionevoli proposte, proprio perché formulate in ossequio ai principi costituzionali posti a tutela anche della salute di coloro che sono affidati alla custodia e responsabilità dello Stato, trovino il giusto accoglimento". Cosa risponderà il ministro?
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 novembre 2020
Sono finiti in ospedale, positivi al Covid, altri due detenuti al 41bis del carcere milanese di Opera. Uno di 59 anni e un altro quasi ottantenne e con molte patologie. La vicenda del recluso al 41bis di 59 anni ce la racconta la figlia che non ha avuto notizie del padre dal 27 ottobre. "Solo ieri (5 novembre ndr) - racconta a Il Dubbio -, chiama il nostro avvocato dicendo che il carcere le aveva mandato una e- mail con scritto che mio padre è stato ricoverato.
Abbiamo fatto tante chiamate per sapere ma purtroppo è stato tempo speso invano. Nessuno che parla, nessuno che ti dice niente. Solo nel tardo pomeriggio arriva un'ulteriore e- mail dal carcere con scritto che mio padre ha il Covid ed è ricoverato in terapia intensiva". Una storia che si ripete. Una prima informativa generica e, solo dopo sollecitazioni, arriva la risposta con completezza.
L'altra vicenda invece riguarda il recluso al 41bis quasi ottantenne. Proprio 10 giorni fa si è visto respingere dal tribunale di sorveglianza l'istanza per il differimento pena, sottolineando il fatto che il Coronavirus non era penetrato in carcere e che comunque i detenuti al 41bis sono isolati e quindi protetti. Ma tempo qualche giorno, come ha rivelato Il Dubbio, il virus è entrato eccome al carcere duro.
In questo caso parliamo di Salvatore Genovese, 78enne al 41bis fin dal 1999, cardiopatico, diabetico, già operato di tumore, sordo e con i polmoni devastati da innumerevoli polmoniti pregresse. Solo giovedì scorso, 5 novembre, il suo legale Francesco Paolo Di Fresco ha appreso tramite una informativa della direzione, che martedì Genovese è stato ricoverato presso il reparto di medicina protetta del San Paolo di Milano. Ma, come è già accaduto con i familiari di Antonio Tomaselli (l'altro detenuto al 41bis, malato terminale), non si è specificato il motivo.
L'avvocato Di Fresco ha quindi subito mandato una pec urgente per avere spiegazioni visto la genericità dell'informativa. Il giorno stesso, la direzione ha risposto, ma questa volta spiegando il motivo del ricovero: "(...) si comunica alla S. V. che il detenuto indicato in oggetto, in data 03.11.2020 è stato ricoverato presso l'Ospedale San Paolo "Divisione di Medicina Protetta" di Milano, in quanto risultato essere positivo alla Sars- Covid 19, attualmente ricoverato nel reparto ordinario con un quadro clinico stabile che allo stato non richiede l'ausilio di respiratori artificiali".
Come detto, l'avvocato di Genovese ha fatto istanza per chiedere il differimento della pena in ragione delle condizioni di salute compromesse e delle potenziali complicanze che derivano dalla diffusione della pandemia da Covid 19, trattandosi appunto di "soggetto a rischio" alla stregua delle informazioni fornite dall'Oms, sia per l'età avanzata, sia per le concomitanti patologie. In effetti, da quanto risulta dall'ultima relazione sanitaria, l'uomo è affetto da numerosissime patologie. Ma nello stesso tempo, a detta del magistrato di sorveglianza che aveva rigettato l'istanza precedente, le patologie non potevano rientrare nello spettro indicato dall'Oms, anche perché "apparivano adeguatamente monitorate presso la struttura carceraria".
Ma non solo. Il tribunale di sorveglianza che dieci giorni fa ha rigettato l'istanza, ha ricordato quanto ha osservato il magistrato di sorveglianza. Ovvero, il giudice scrive che "il regime detentivo speciale cui è sottoposto il detenuto (non condividendo la camera detentiva con alcun altro detenuto e non avendo occasioni di promiscuità con altri detenuti), garantiva uno stato di permanenza in carcere connotato da grande isolamento e tale da rendere molto ridotti i contagi con gli altri detenuti, solo in gruppi di socialità ristretti e per poche ore al giorno".
Ma tempo qualche giorno, i fatti smentiscono la certezza cristallizzata dal tribunale di sorveglianza: il virus è entrato nei 41bis, infettando anche Genovese poi ricoverato d'urgenza per monitorarlo visto le sue patologie pregresse.
Rimane però il buco nero della mancata tempestiva informazione. Ricordiamo che Antonio Tomaselli attualmente lotta tra la vita e la morte, ed è l'altro detenuto al 41bis del carcere di Opera che è malato terminale e ha contratto il virus. Da giorni la moglie non aveva sue notizie. Solo dopo - e solo per puro caso - si è scoperto essere risultato positivo al Covid 19 e per questo ricoverato d'urgenza in ospedale.
Katiuscia, la moglie di Antonio Tomaselli ha attraversato giorni di forte preoccupazione e angoscia nel non sapere che fine avesse fatto il marito. Ricordiamo che è comunque in 41bis, anche se è in terapia intensiva. Lei e i figli, non possono andare a trovarlo. Per questo ora il legale ha avanzato una istanza al Gup per i domiciliari ospedalieri.
Ma tutto è confuso, generando preoccupazione e angoscia. Rita Bernardini del Partito Radicale e presidente di Nessuno Tocchi Caino che, contatta da Il Dubbio, tuona: "Figuriamoci se il Covid 19 possa fermarsi ai cancelli degli istituti penitenziari checché ne dica Travaglio secondo il quale con il Covid stare in carcere è molto più sicuro che stare fuori.
Chi glielo dice ora a Travaglio che il temibile virus è entrato persino al 41bis, cioè al carcere duro, il luogo più isolato esistente in Italia? E poiché in quel regime di detenzione anticostituzionale ci sono moltissimi detenuti anziani ed affetti da gravissime patologie, ecco che prendersi il Covid lì equivale ad una sentenza di morte!".
di Antonio Mattone
Il Mattino, 7 novembre 2020
Non si può perdere la vita così. È la scritta che compare sul luogo dove la sera del 3 novembre è stato ucciso Simone Frascogna. Non si può morire a diciannove anni per uno sguardo di troppo o una precedenza non data. La vita sembra davvero valere poco.
"Tu non sai a chi appartengo!" avrebbe detto l'assassino. Anche lui giovane, appena diciottenne, individuato grazie alle immagini della videosorveglianza, sembra avere legami di parentela con esponenti della malavita della zona. E dopo essere venuto alle mani con la vittima, che esperto di arti marziali stava avendo la meglio, ha estratto una lama e lo ha ferito mortalmente con quattro coltellate.
Simone invece apparteneva a una famiglia di lavoratori e viveva a Licignano, una località nel comune di Casalnuovo, un insediamento di case nato dopo il terremoto. Una periferia cresciuta in fretta e dimenticata altrettanto in fretta, come tanti agglomerati venuti su con l'edilizia post sismica, senza alcuna connessione con i centri urbani.
Periferie caratterizzate da un processo di marginalizzazione dove si va smarrendo l'identità comune. Qui la scuola è in difficoltà, i partiti e il sindacato più deboli se non inesistenti e la chiesa è meno forte. In contesti del genere, privi di solidi punti di riferimento, l'integrazione diventa difficile ed è facile perdersi.
Tuttavia Simone Frascogna era un ragazzo che non si era perso e non era entrato negli ingranaggi della criminalità. Frequentava il quinto anno dell'Itc Isis Europa ed era appassionato di brazilian Jiu jitsu, un'arte marziale di autodifesa. Aveva molti amici e nel suo profilo Facebook si faceva ritrarre spesso accanto al padre, a cui era molto legato. Chi lo ha conosciuto nella palestra sportiva che frequentava da alcuni anni, lo ricorda entrare in punta di piedi con il suo sorriso timido, accennando a un saluto discreto per evitare di disturbare. Un giovane gentile e sempre disponibile per gli altri, che arrivava presto in palestra per pulire il tatami dove si dovevano esibire i bambini. E che d'estate andava a fare il cameriere per potersi comprare i nuovi attrezzi sportivi da utilizzare per il nuovo anno.
Quella sera il suo destino si è incrociato per caso con quello del suo assassino e dei suoi complici. Erano in tre ad aggredire Simone e tutto è accaduto in meno di un minuto. Un copione che si è ripetuto troppe volte a Napoli e nell'hinterland partenopeo.
Viene da chiedersi cosa spinge ragazzi violenti ad accanirsi privi di scrupoli e con tanta brutalità su una persona disarmata. Cosa possa passare per la testa quando si tira dalla tasca un coltello pronti a colpire mortalmente. Sono domande a cui è difficile trovare delle risposte plausibili. Probabilmente si tratta di giovanissimi in cerca di identità e di considerazione che cercano di emergere attraverso azioni e appartenenze perverse. Così per gioco, sfida, noia, rabbia o vuoto scaricano un arsenale di violenza suchi capita sotto tiro.
Appartenere poi ad una certa "famiglia" determina in modo prestabilito un destino da cui è molto difficile sottrarsi. Così come deve essere stato per colui che è stato arrestato per l'omicidio di Simone.
In un video postato su Tik Tok, l'ultimo social di tendenza, si possono vedere le sue imprese in sella ad una grossa moto con una canzone in sottofondo le cui parole sono tutto un programma: "Criminale dint' all'anema mica pe' scelta, so' stato crisciuto 'a 'na setta 'int' a 'stu deserto".
Giovani criminali e boss del futuro che scorrazzano impunemente per le strade anonime della periferia senza che nessuno li fermi.
Quella della violenza giovanile è una realtà complessa, tuttavia il mondo della politica e le agenzie educative sembrano impotenti e rassegnate e hanno rinunciato a parlare a questa generazione. Durante la scorsa campagna elettorale non abbiamo visto molti dibattiti sul tema. Nessuna proposta, né alcun allarme lanciato per fermare il diffondersi della violenza criminale.
Qualche settimana fa, proprio ad alcune centinaia di metri da dove è stato ucciso Simone, ho incontrato il figlio di un camorrista che mi ha raccontato la fatica e l'orgoglio di aver intrapreso una strada totalmente diversa da quella del padre. Casalnuovo è anche questo. Un territorio difficile dove i giovani spesso si trovano da soli di fronte ad un bivio e devono scegliere se percorrere una strada fatta di violenza e guadagni facili o se mangiare pane e fatica. E basta un niente per decidere se andare da una parte o dall'altra.
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