triesteprima.it, 2 febbraio 2021
La protesta della sezione femminile è iniziata intorno alle 15:30 di ieri. All'esterno del carcere presente anche l'Associazione Senza Sbarre che si è unita alla "battitura" con mestoli e pentole.
Tamponi ed esami del sangue sierologi, più che essere sottoposte al vaccino, indulto e domiciliari per le persone con problemi sanitari e gravi patologie e per i detenuti in residuo di pena. Queste le richieste alla base della protesta di oggi, 1 febbraio, al Coroneo.
Intorno alle 15:30 di ieri le detenute della Casa circondariale triestina hanno infatti dato vita alla cosiddetta "battitura", rito che consiste nel percuotere le sbarre con oggetti di metallo per fare rumore. All'esterno del carcere presenti anche alcuni rappresentanti dell'Associazione Senza Sbarre che si sono fatti sentire con mestoli e pentole.
"Ormai da quasi un anno - si legge nella nota stampa - a partire dalle giornate di rivolta nelle carceri dello scorso marzo per cui sono morti 14 detenuti a botte e spari, le battiture, il non rientrare in cella dopo l'ora d'aria, lo sciopero del carrello, lo sciopero della fame, le rivolte sono le forme di lotta con cui i detenuti portano avanti la loro ribellione al carcere che oggi più che mai altro non è se non una struttura in cui ammalarsi, in cui morire".
di Laura Aldorisio
Corriere della Sera, 2 febbraio 2021
Finora hanno aderito al progetto dodici giovani: ripulita e restaurata la vecchia cisterna che oggi ospita i corsi di teatro. Chi ha distrutto può costruire. Questo si impara a Nisida, al carcere minorile sul golfo di Napoli. Lo racconta Felice Iovinella, architetto, ma anche insegnante di Laboratorio edile ai ragazzi detenuti. All'inizio era previsto solo un corso in sicurezza sul lavoro di tre mesi. È diventata un'avventura lunga nove anni che sta riportando allo splendore originario molti locali del castello angioino trasformato in riformatorio. Dopo tre anni di formazione i ragazzi che lo desiderano possono anche ottenere la qualifica di operaio edile. Tutto è iniziato da un'osservazione, che sembrava nulla, e, invece, è diventata la strada.
"Nove anni fa una delle guardie di ingresso mi stava accompagnando nell'ufficio del direttore del carcere per discutere del programma del corso con la cooperativa Consvip. Mentre camminavo ho visto in uno scorcio un locale in disuso che avrebbe avuto bisogno di restauro". È così che, quando il direttore lo presenta ai ragazzi, Felice si rende conto che non si sarebbero mai accontentati di restare seduti a vedere sfide. Avevano bisogno di fare e l'opera da ricostruire era a portata di mano: il carcere stesso.
"Abbiamo dovuto rivedere i nostri programmi chiedendo al direttore il permesso di far partire un vero cantiere. Lui ha accettato subito". In una settimana tutto era pronto. La realizzazione stessa del cantiere è stata una lezione pratica: montare il ponteggio, il ruolo della tavola in quella posizione, le attrezzature necessarie. Aderiscono da subito dodici ragazzi, una buona percentuale dato che il carcere conta una presenza di settanta ragazzi dai 14 ai 25 anni.
"Alcuni conoscenti mi chiedevano "Architè ma per tre mesi vale la pena uno sforzo simile?" manifestando così il pregiudizio che si potessero meritare una possibilità". I ragazzi, intanto, erano entusiasti. Ma Felice non aveva messo in conto le difficoltà del contesto. "Ogni mattina si faceva l'elenco degli attrezzi e li si contava. E così la sera. A me sembrava una perdita di tempo. Ma era necessario. Solo che con il passare dei giorni questo fattore mi preoccupava sempre più e dicevo ai ragazzi "hai rimesso a posto l'attrezzo?", "mi raccomando non farti male". Ma tutelare non significa insegnare".
Lo capisce un giorno quando accade un fatto che stravolge il suo pensiero e il cantiere. Il primo lavoro era suddiviso in due fasi: distruttiva, cioè scrostare alcune pareti, e costruttiva, dipingerle. Alla prima avevano partecipato tutti, alla seconda molti meno. "Mi sono accorto che uno di loro stava in disparte. Ho domandato a uno dei ragazzi di fargli vedere come fare. "No, non mi puoi chiedere questo", mi ha risposto perché quel compagno non era della sua cerchia".
Eppure, dopo qualche minuto in silenzio gli ha preso il braccio e gli ha mostrato il gesto giusto. "Quello che pensava di non essere capace mi ha detto: "ora so farlo". Ho imparato che insegnare non è solo far rispettare le norme, ma che qualcuno mi prenda la mano e mi conduca". Il cantiere, così, è il luogo di grandi scoperte personali e materiali. Durante il ventennio fascista erano state abbattute alcune mura del carcere, ma Nisida è un'isola dalle strade strette e smaltire i detriti era un impegno gravoso. Alcuni locali, allora, erano stati riempiti di scarti. Come era accaduto alla grande cisterna che oggi, grazie ai ragazzi, è stata ripulita e ospita il laboratorio teatrale.
"Tutti i lavori sulla parte più vecchia rispettano le tecniche del restauro e favoriamo il pieno recupero dei materiali". Come nel caso della cisterna, i detriti sono stati battuti e lavorati diventando la pavimentazione dei locali. "Di cantieri ne ho fatti tanti, ma questo è il mio preferito. I ragazzi acquisiscono tecniche utili ma non solo. Mentre lavorano, sgranano gli occhi e dicono "ero solo capace di fare reati e ora siamo capaci di costruire una cosa bella".
di Giorgio Bernardini
Corriere Fiorentino, 2 febbraio 2021
La Pointex installa i macchinari in uno spazio del carcere. Oggi via alla produzione. Cinque detenuti del carcere della Dogaia di Prato, da oggi, avranno la possibilità di essere impiegati in un "vero lavoro". Non un lavoro penitenziario, non una parte della pena, ma un impiego che arriva dall'esterno. Il reparto di confezioni aperto da oggi nella casa circondariale dall'azienda tessile Pointex, infatti, è pronto per iniziare la propria produzione. Gli assunti hanno firmato un regolare contratto, cuciranno cuscini e materassi che saranno immessi nel mercato dalla ditta di Capalle (Campi Bisenzio), che ha installato le attrezzature necessarie in uno spazio offerto in comodato gratuito dal carcere.
Cinque macchine per cucire, tavoli, scaffalature e tutto quel che serve per mandare avanti un reparto. Ieri mattina sono stati inaugurati i macchinari e le attrezzature che serviranno per realizzare fodere per cuscini e materassi. Che il progetto sia realmente funzionale alla produzione - e non un'opera assistenziale - è dimostrato dal fatto che il committente, azienda specializzata nel settore, si sia posta un vero obiettivo: produrre dai 300 ai 500 pezzi al giorno. Gli spazi del carcere sono un'appendice diretta dell'azienda, ai detenuti sarà fornito materiale semilavorato che dovrà essere tagliato, cucito e confezionato.
"Questa sfida andrà avanti solo se è sostenibile da un punto di vista economico, si tratta di un lavoro vero, solo così sarà possibile creare uno sbocco lavorativo successivo per queste persone", spiega in modo diretto Marco Ranaldo, l'imprenditore che ha creduto seriamente a questa opportunità, titolare della Pointex. Il progetto è promosso dalla Fondazione Solidarietà Caritas onlus di Prato, dalla Società della Salute e dalla Cooperativa sociale San Martino di Firenze.
Il carcere pratese, negli ultimi anni, è divenuto un triste simbolo della parabola di gran parte delle strutture detentive italiane: carenza di personale, sovraffollamento, violenze ripetute e persino un tentativo di insurrezione dei detenuti (lo scorso 9 marzo).
Attualmente sono 150 - sui circa 600 in detenzione - i carcerati impegnati in attività lavorative, ma si tratta di occupazioni che riguardano la vita carceraria: cucina, pulizie e lavanderia. "Questa iniziativa sancisce la grandezza e la validità della nostra Costituzione e la sua messa in pratica - ha commentato il vescovo Giovanni Nerbini - non c'è questione più importante del lavoro perché un detenuto possa aprirsi a un vero riscatto".
di Gabriele Romagnoli
La Stampa, 2 febbraio 2021
Per valutare come siamo cambiati in questo anno vissuto pericolosamente basta cominciare guardandosi intorno e dentro. Scrivo questo articolo nella stanza in cui, da undici mesi, trascorro circa otto ore al giorno, sonni esclusi, il passaporto impolverato in un cassetto. Indosso t-shirt, felpa, pantaloni comodi, scarpe da ginnastica; camicie e giacche detenute nell'armadio. Ho sul mobile una catasta di libri, ne leggo il doppio a settimana rispetto al passato.
Seguo più serie tv contemporaneamente, confondendo nei sogni le persone (poche) della realtà e i personaggi (tanti) della finzione. Quando sento dire che la pandemia ci ha indotti a un sistema di vita inedito dissento. Non solo per quel che riguarda me, ma per tutti. Se ci pensiamo bene abbiamo già sperimentato questo modo di stare nel mondo: è accaduto nella nostra infanzia. Il Covid-19 ha riportato l'umanità a quella stagione, ci ha indotti a tornare bambini. Cercherò di dimostrarlo.
Lo farò da questo ambiente limitato. E il limite è la prima caratteristica dell'esistenza quando si è piccoli. Si sta a casa, per lo più nella cameretta. Ci dicono di fare così perché là fuori è pericoloso. Se mai si esce bisogna tornare entro una certa ora, dopodiché scatta il coprifuoco. I ritardi comportano punizioni. Ogni eccezione deve essere supportata da una giustificazione superiore, piuttosto standard, sottoposta a un pigro vaglio.
Non si può accedere alla vita notturna, peccaminosa e portatrice di malattie. Anche per andare a trovare i nonni occorre si verifichino alcune condizioni. Ricevere gli amici? Con moderazione e senza schiamazzi. Stare insieme con loro in posti che non siano la casa dell'uno o dell'altro? Non se ne parla. Quella che si rivive ora è una solitudine da figli unici. Si immaginano universi. Come da ragazzi si sognava l'America mai vista, ora la si ricorda e la si spera. Lo stesso vale per molte esperienze dell'età adulta, a cominciare dal sesso inteso come esplorazione e non come atto d'amore. Viviamo la timidezza dei più piccini, che non si avvicinano, temono l'estraneo, si rifugiano negli abbracci sperimentati e consolatori.
Questo perimetro ci viene tracciato da un'autorità. Per i bambini sono i genitori, nel nostro caso lo Stato. Il rapporto fiduciario segue la stessa parabola. A lungo abbiamo creduto nell'infallibilità del padre o quanto meno che lui e nostra madre sapessero quel che facevano e dicevano, che ponessero confini "per il nostro bene" e ci mettessero così al riparo dal male. Prima o dopo ci siamo accorti che non era così: che stavano ripetendo lezioni, copiando esempi, improvvisando. Ne sapevano dell'esistenza dei rischi e del modo di evitarli quanto ne sappiamo noi, adesso che abbiamo la loro età: poco.
Si bluffa. Così i governi: fanno quel che hanno visto fare, impongono perché possono e devono, ma spesso senza logica. Nel giro di un anno siamo passati dal credere a loro e alle altre autorità, quelle scientifiche, a sbeffeggiarle continuamente, inventando gag e vignette, come da bambini disegnavamo caricature dei professori. Lo smart working è un diverso modo di "fare i compiti". Ogni tanto ci distraiamo e ci colgono in diretta mentre facciamo altro, solitamente qualcosa di puerile. Che colpa abbiamo noi? Non ci abbiamo capito niente. Abbiamo perso tutti i punti di riferimento. È cambiato il nostro rapporto con lo spazio, il tempo, soprattutto quello futuro e perfino quello con il senso delle cose, che per alcuni sta in dio, ma quale idea di dio?
Lo spazio, per cominciare, si è dilatato. Distanze un tempo considerate poco più che un salto sono diventate un percorso accidentato e pieno di insidie. Quali? Lo sono proprio perché non le abbiamo pienamente individuate. Un percorso da pendolari è una sfida. Un trasferimento in autobus una risorsa estrema a cui ricorrere in caso di emergenza. Il pianeta con le frontiere chiuse, respingente e autoprotetto non lo ha realizzato un'ideologia di ritorno, non i sovranisti, ma un virus. È curioso che abbia saputo frazionare pur essendo universale.
La distanza ha cambiato verso. Eravamo abituati a considerarla negativamente, anche nel lessico. "Tenere le distanze" indicava diffidenza e possibile belligeranza, "una persona distaccata" era fredda e indifferente, "siamo distanti" significava inconciliabili, destinati a non trovare accordi. Ora la distanza è un dovere ed è salvifica, per sé e per gli altri. È un effetto che si propaga in scala: io da te, noi da voi, un Paese dall'altro, continenti alla deriva, irraggiungibili. Non è così che un bambino vede il mondo? Come un oscuro insieme di entità con cui il contatto è difficile e forse da evitare? Meglio, molto meglio restare dove si è, nell'unico posto sicuro.
In quel luogo il tempo ha smesso di scorrere come prima. Nel periodo della clausura è evaporata la settimana, il weekend (già proclamato da Jovanotti il più grande spettacolo dell'umanità) si è sciolto nel continuum temporale. Anche adesso, con la parziale libertà che ci è stata accordata fatichiamo a regolarci. Perché a marcare il nostro tempo era quello che ci manca: il tempo libero. Senza i giorni per gli spostamenti verso altre località, le serate a cinema o a teatro, l'ora in palestra, tutto fluisce senza traccia.
A rendere avvincente il romanzo di qualunque vita è che i capitoli sono segnati da forti differenze: gli anni del liceo, il primo matrimonio, gli alti e bassi della carriera. Senza questi snodi di trama sarebbe monotono, un po' come la vita di un bambino, dove non succede nulla. L'homo virus è un solitario Peter Pan, che si è trasferito in campagna e contempla un orizzonte mobile in cui solo le stagioni segnano un succedersi, ma le chiama fase 1, 2, 3, 4.
È cambiato soprattutto il nostro rapporto con il tempo futuro. Ci sembrava una terra di conquista, ora è simile alle acque incognite evocate da Mario Draghi. È una pagina bianca che non sappiamo più colorare per paura ci cancellino ogni tratto, come è avvenuto nel 2020. La cosa più evidente è che l'ideale futuro è universalmente concepito allo stesso modo, ed è il passato. Non vogliamo andare avanti, ma tornare a come eravamo, d'incanto. Uno skipper italiano arrivato nella Nuova Zelanda Covid-free ha assicurato che dopo 10 minuti ci si reimmerge nelle abitudini trascorse come nulla fosse mai accaduto. Può valere per le piccole cose (e non è detto che sia un bene), ma la visione macro? Uno dei libri che ho sul mobile si intitola The New Great Depression.
Il suo autore, James Rickards, sostiene che "nelle depressioni le cose non tornano alla normalità perché non esiste più la normalità". E a quelli che predicono una nuova età dell'oro quando avremo sette miliardi di vaccinati (vi fidate ancora della frase "ogni crisi è un'opportunità"? Avete sentito il senatore Renzi predire uno "spettacolare rimbalzo"?) si limita a suggerire: investite in oro, è la sola certezza, l'affidabile luccichìo nei tempi bui.
Vorremmo farcene una ragione. C'è una domanda che i bambini pongono con ostinazione, insensibili al crescente fastidio con cui viene accolta: perché? Questa domanda è risuonata e ancora risuona continuamente. Perché è successo? Ci hanno raccontato alcune favole: c'era una volta un pipistrello in un mercato cinese. Le abbiamo ascoltate con la diffidenza con cui, da quando giochiamo incessantemente con la rete, vagliamo ogni informazione, pronti ad accogliere una controstoria, una qualsiasi, anche incredibile, diffusa all'intervallo dall'ultimo della classe per ripicca. Gli Stati sono i più grandi creatori di fiabe, basti pensare a Jfk ucciso dal solitario Oswald poi ucciso dal solitario Ruby che al mercato mio padre comprò o a Giulio Regeni abbandonato sulla strada da "una banda di predoni omosessuali".
Diteci la verità: perché? È stato Bill Gates? È stato Soros? Sono stati quelli del 5G, le big tech, Putin? Non si può accettare una cosa tanto eccezionale senza una spiegazione. I bambini non vogliono quella di tipo scientifico, troppo complicata. Preferiscono il nesso morale: ti è venuta l'influenza perché sei stato cattivo. Nel gioco del mondo questa è accettabile consequenzialità. È stata applicata anche nel caso di quella che fu chiamata impropriamente "la peste del XX secolo": l'Aids. Fu additato un collegamento tra la condotta considerata immorale (il peccato) e il contagio. Lo prendi perché ti sei comportato male.
La pandemia da coronavirus, immune da letture che l'affiancassero a una piaga divina, non è tuttavia sfuggita a una concatenazione laica. Si è detto: è il male del nostro stile di vita. Abbiamo distrutto l'ambiente, costruito città in cui viviamo stipati, a contatto di gomito e respiro, delegato le scelte a uomini rabbiosi che scambiano la visione con l'impulso. Dio? Che cosa potrebbe aver a che fare con tutto questo? È bambinesca la visione contrattualistica della fede: il premio al bene, il castigo al male.
Abbiamo letto troppo Pinocchio (con tutto il rispetto) e troppo poco il libro di Giobbe. Dove si insegna che niente di ciò che accade al mio vecchio fratello, alle migliaia di esseri umani su cui si abbatte una sventura, nessuna malattia, nessun accidente è ingiusto. Niente lo è, poiché vorrebbe dire che qualcosa è giusto (lo sostiene la teologa francese Marion Muller-Colard). Non esiste dogma o talismano che dispensi dalla nostra vulnerabilità, è illusoria la perfetta geometria del karma. E allora, come ne verremo fuori? In cinque parole: non ci resta che crescere.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 2 febbraio 2021
Immaginiamo per un momento che la cronaca ci desse le notizie rovesciate: ogni tre giorni un uomo viene ucciso dalla moglie, accoltellato, sgozzato, bruciato, strangolato, fatto a pezzi, gettato nel cassonetto o in fondo a un burrone. Queste donne, assieme al marito hanno ucciso anche i figli, strangolandoli o sparando loro in testa. Cosa succederebbe?
Roberta Siragusa, torturata, sgozzata e poi bruciata dal fidanzato; Teodora Casasanta, uccisa assieme al figlio di cinque anni dal marito; Tiziana Gentile colpita a coltellate dal compagno; Victoria Osaguie, scannata davanti ai figli di 9, 6 e 2 anni dal coniuge; Rosalia Garofalo ammazzata dal suo uomo che prima l'ha picchiata selvaggiamente.
Queste sono le donne uccise nei primi mesi del nuovo anno. Solo nel 2020 sono state 112 le donne massacrate dai conviventi. La media: due donne alla settimana. Immaginiamo per un momento che la cronaca ci desse le notizie rovesciate: ogni tre giorni un uomo viene ucciso dalla moglie, accoltellato, sgozzato, bruciato, strangolato, fatto a pezzi, gettato nel cassonetto o in fondo a un burrone. Queste donne, assieme al marito hanno ucciso anche i figli, strangolandoli o sparando loro in testa. Cosa succederebbe?
Si leverebbero voci scandalizzate, urla, denunce, grida di "torniamo alla pena di morte"! I giornali si scatenerebbero. Qualcuno certamente teorizzerebbe che le donne sono malvage per natura, nemiche dell'uomo e tendono a distruggerlo. Verrebbero fuori decine di psichiatri a dire che le donne sono incapaci di vincere la gelosia, portate al crimine e oggettivamente pericolose. Esagero? Ma cosa dire di fronte al silenzio drammatico che accompagna le centinaia di femminicidi? Mentre tutti i delitti contro la persona diminuiscono, come dichiarano tutti gli Istituti di statistica, i delitti in famiglia crescono.
Come spiegare questo aumento di violenza se non come una rivolta contro le nuove libertà delle donne? La vita della politica, della sessualità, della famiglia si regola su equilibri di potere decisionale. Ricordiamo che a ogni conquista di diritti corrisponde una perdita di privilegi: in famiglia, sul lavoro, nei rapporti sociali e sessuali. Per certi uomini deboli che identificano la propria virilità col dominio, questa perdita viene considerata un affronto talmente grave da ripescare nel profondo il più arcaico e selvaggio degli istinti: la vendetta. Ma si tratta di una tristissima confessione di impotenza. L'uomo saggio capisce, acconsente e si adatta. A tutti faceva piacere avere degli schiavi in casa. Eppure abbiamo trovato il modo di farne a meno. Bisognerà che gli uomini, avvezzi ai tanti privilegi storici, imparino ad adattarsi. Non ci sono alternative.
di Pierfrancesco Majorino*
Il Manifesto, 2 febbraio 2021
Non si può far altro che dire che sull'immigrazione dobbiamo cambiare tutto. E che quel che si è visto in questi mesi e in questi giorni lungo i tratti più o meno europei di rotta balcanica è qualcosa che domanda un'assunzione di responsabilità collettiva. Affinché venga ribaltato l'ordine delle priorità. Può perfino paradossalmente apparire come una formula autoconsolatoria, una sorta di macabro "mal comune mezzo gaudio", tuttavia è corretto affermare che davvero pochi possono dire di avere la coscienza pulita quando si deve affrontare il tema delle scelte che riguardano il "governo dei flussi".
Il piccolo e arcigno cordone di polizia che ha fermato me, Pietro Bartolo, Brando Benifei, Alessandra Moretti, affinché non raggiungessimo il confine tra la Croazia e la Bosnia, laddove solitamente non passano le delegazioni delle istituzioni ma si avverte il calpestio dei piedi scalzi dei profughi, è il racconto della debolezza delle politiche di questi anni. Il governo croato (in questi giorni impegnato in un'assurda azione di disinformazione operata nei nostri confronti e delle nostre volontà) pratica in modo esplicito la politica dei respingimenti. Nella foresta di Bojna si realizzano aggressioni e interventi che molte voci libere dell'informazione e della galassia dei militanti dei diritti han ben documentato e la polizia sostiene, nei fatti, di non c'entrare nulla.
Non so dove sia la verità, so solo che a quattro europarlamentari non è stata nemmeno data la possibilità di vedere, alla luce del giorno, i luoghi dove il confine può essere superato e che tanti ragazzi con cui siamo poi entrati in contatto hanno raccontato di episodi semplici e ripetuti ("ci rubano tutto, perfino le scarpe, ci picchiano e ci ributtano indietro"). Ma non c'è solo la Croazia e sbaglieremmo a immaginare che il tema sia ascrivibile a singoli comportamenti di alcuni o perfino, come ogni tanto si legge, alla tradizione "dura" di un popolo (composto, è bene scriverlo mille volte, da tantissima gente perbene).
Del resto, dal punto vista delle politiche nazionali, altri fanno pure peggio (basta spostarsi verso l'Ungheria) e molti, poi, rimangono colpevolmente immobili di fronte ad un bisogno nettissimo di compiere scelte diverse. Le file del campo di Lipa, composte da giovani uomini provenienti dal Pakistan, dall'Afghanistan, dal Kurdistan che attendono sotto la neve un po' di cibo dal sistema degli aiuti (realizzato senza una vera strategia nazionale bosniaca), quelle file che tanto sinistramente riportano le lancette in un passato lontano, non nascono nei Balcani.
O meglio non solo dalle parti di Bihac e tra le terre imbiancate dall'inverno. Esse sono il frutto di una poderosa concatenazione di eventi che propone il tema del desiderio e del bisogno di "migrare" in modo ineluttabile. Un contesto che segna questa fase storica e continuerà a farlo nei prossimi anni, pure a prescindere dalle normative nazionali, dalle facce dure di una parte dei politici o dall'ostilità di pezzi di società.
Questa dimensione, data dagli squilibri sul piano dello sviluppo, dalle tensioni geopolitiche, dagli effetti della crisi climatica e dal desiderio irriducibile di molti di cercare pezzi di futuro "altrove" non è accompagnata da scelte adeguate da parte degli Stati (pure dagli Stati membri della Ue, ovviamente) e della comunità internazionale. Attenzione: guai a semplificare e a ridurre l'enorme quantità di problematiche e conflitti che l'intera vicenda migratoria porta con sé. Sinceramente non mi ha mai convinto un pensiero genericamente confidente verso la "bellezza" della società segnata dal pluralismo culturale ed etnico.
Non è (solo) quella "bellezza" che ci permetterà oggi di trasformare le politiche. Serve infatti un lavoro enorme, in particolare in alcune aree geografiche più esposte di altre, fatto dalla cultura dello "stare nel mezzo" e dunque, al contrario della logica della deresponsabilizzazione continua di tutti, costituito da una necessità di gestire, scegliere, assumersi l'onore del sostegno alle comunità locali e dell'accoglienza e dei processi (spesso difficili) di integrazione. Lo penso a maggior ragione osservando la Bosnia Erzegovina, laddove comunità anche piccole, persone, che si sono in anni recenti dimostrate ospitali e accoglienti, oggi, raccontano della fatica causata, innanzitutto, dalla sensazione di solitudine che è destinato spesso a provare chi in qualche modo si occupa di immigrazione.
Per questo il punto è proprio quello di decidere un'"agenda" diversa fatta da azioni immediate, come quelle riguardanti l'apertura dei corridoi umanitari (in Bosnia ma pure sul confine greco o in Libia) ma soprattutto da interventi strutturali condizionati dall'idea che l'Europa non possa continuare a viversi come una "fortezza assediata", nella quale di volta in volta sperimentare, in ragione delle scelte di singoli Stati, misure più o meno nette di chiusura e contenimento. Ecco perché la Bosnia è "questione europea". Come lo è la Libia o come lo è stata Lampedusa.
E ciò significa che serve buttare via il regolamento di Dublino che ha formalmente sancito, come ci ha ricordato in questi giorni il parlamentare europeo Massimiliano Smeriglio (presente sul versante italiano della rotta balcanica) la logica dell'assenza di una responsabilità comune. E per lo stesso motivo, se non vogliamo commuoverci di fronte ai corpi nudi nella neve, per poi dimenticarli nel vuoto delle politiche, serve un nuovo Piano europeo ben diverso da quello recentemente pensato dalla Commissione.
Molti, in questi giorni, si stanno accorgendo della Bosnia, anche in Italia. Occupiamocene, sempre di più, al fianco di chi da anni (dalla Caritas alle Acli a Croce Rossa) è lì sul campo. Ma occupiamocene anche decidendo di concludere il finanziamento alla missione in Libia, di mettere all'indice la vergognosa direzione di Frontex, di realizzare, ad esempio, un grande progetto di "Protezione civile e umanitaria" di livello veramente europeo, capace di buttarsi, per l'appunto, nel mezzo.
* Parlamentare europeo Socialisti e Democratici, fa parte della delegazione in Croazia e Bosnia degli europarlamentari
di Ilaria Cucchi
La Stampa, 2 febbraio 2021
Siamo alle solite. Stiamo scivolando sempre più in basso. Nel baratro di una violenza inutile ed ingiustificata inferta agli inermi, ai deboli, agli ultimi della scala sociale nel nome della sicurezza e del benessere di coloro che ne occupano i gradini più in alto. Di coloro che stanno più su. Violenza ipocritamente intesa come neutralizzazione ma che ha un unico vero nome: sopraffazione. Che sempre più spesso colpisce chi non è in grado di difendersi, di reclamare i propri diritti.
Mentre stavo preparando la cena mi è arrivata una telefonata: "Ila - mi viene subito detto- guarda il Tg! Guarda quel video. Guardalo per favore". Avevo già la tv accesa. Sono rimasta inchiodata lì davanti. Impietrita. Col mestolo in mano ed il fiato sospeso. Una bambina di soli nove anni viene trattata come una delinquente da alcuni poliziotti che la immobilizzano in modo violento. È in crisi psichiatrica - stanno dicendo - e per questo ora le spruzzano lo spray al peperoncino in faccia mentre è già stata caricata sul sedile posteriore dell'auto di servizio.
Osservo la scena mentre quelle parole risuonano nella mia testa. Le solite scuse. Le solite versioni ufficiali che fanno torto alla intelligenza comune. Che annientano la sensibilità delle vittime e di coloro che con esse si identificano mossi da una solidarietà sociale che è sempre più merce rara. Come si può essere così incapaci di vedere ciò che si ha davanti? Una bambina in difficoltà, terribilmente spaventata. Come si fa a non capire che, così agendo, non si fa altro che esasperare la sua crisi di terrore infliggendole una punizione medioevale.
Solo una bambina "afro-americana" per usare un'espressione che sento ipocrita. Succede negli Stati Uniti. Già, ma non ci illudiamo. Questo modo di trattare i cosiddetti pazienti psichiatrici non ci è affatto sconosciuto.
Riccardo Rasman di Trieste, Riccardo Magherini di Firenze, Vincenzo Sapia di Mirto Crosia sono stati resi inoffensivi con gli stessi metodi. Erano tutti e tre in "crisi psichiatrica". Terrorizzati invocavano aiuto prima di morire. Sono morti in questo modo "perché dovevano essere protetti da sè stessi". Lo Stato, in qualunque parte del mondo si trovi, non può essere questo. È possibile che da chi deve proteggerci non sia esigibile un comportamento diverso? Questi non sono incidenti ma appartengono ad una cultura che abbiamo il dovere di ripudiare.
Quella bambina, grazie a Dio, si è salvata ma altri non hanno avuto quella fortuna. Quando impareremo ad amare le persone per ciò che sono? Ad amare la verità per quanto cruda possa essere. Questa si chiama tortura. Imparando ad avere il coraggio di riconoscerla e chiamarla col suo nome forse potremo davvero sconfiggere questa cultura di violenza e sopraffazione.
di Massimiliano Smeriglio
Il Domani, 2 febbraio 2021
Gli eurodeputati Smeriglio, Benifei, Bartolo, Majorino e Moretti sono stati alla frontiera tra Bosnia e Croazia e poi sul confine italo-sloveno per capire meglio cosa sta accadendo sulla rotta balcanica. Adesso, con una specifica iniziativa parlamentare, riporteranno l'esito della missione al parlamento di Bruxelles.
Siamo stati in Bosnia per capire come sia possibile accogliere le persone in transito in condizioni disumane, nonostante le cospicue risorse investite dall'Unione europea. In Croazia per verificare sul campo se corrispondono al vero le tante testimonianze di migranti, anche minori, sulle violenze della polizia. L'atteggiamento arrogante che ha impedito, di fatto, a quattro europarlamentari di muoversi liberamente su territorio europeo è una pessima spia del modo di agire e pensare delle forze dell'ordine di quel paese. E sul nostro confine per comprendere le ragioni di quelli che di fatto si sono configurati come respingimenti illegali.
Parliamo di circa mille persone rimbalzate prima in Slovenia, poi in Croazia e poi ancora di nuovo in Bosnia, come in un gioco sadico in cui si torna sempre al punto di partenza. Lo chiamano the game, un gioco sporco in cui qualcuno ha barato. In gergo burocratico trattasi delle cosiddette riammissioni informali. Peccato siano illegali. Non solo perché violano l'articolo 10 della Costituzione, l'articolo 18 della carta dei diritti fondamentali dell'Ue e la Convenzione di Ginevra del 1951; sono illegali perché lo afferma una sentenza del tribunale di Roma che porta alla luce la condotta del ministero degli Interni che avrebbe applicato norme sbagliate riesumando un accordo bilaterale italo-sloveno del 1996, mai applicato prima, mai ratificato dal parlamento italiano.
L'implementazione di questa pratica avrebbe una data di inizio, maggio 2020, coincidente con una direttiva sembrerebbe a firma del capo di Gabinetto della ministra Luciana Lamorgese, prefetto Piantedosi, che peraltro ha svolto il medesimo incarico anche per l'ex ministro Matteo Salvini. Questo ci hanno raccontato le figure istituzionali incontrate durante la missione. Questa interpretazione delle norme avrebbe determinato l'impossibilità per mille persone di chiedere asilo al nostro paese. Mille persone consegnate di nuovo all'inferno della rotta balcanica, braccate dalla polizia croata, ricacciate nel campo di Lipa.
Dunque è giusto chiedere conto alle autorità bosniache, paese extra Ue, così come alle autorità croate e slovene, che invece sono suolo europeo. È doveroso verificare il funzionamento di Frontex. Ma per essere credibili dobbiamo mettere a fuoco le nostre responsabilità che non dipenderebbero da funzionari di polizia più o meno zelanti, ma da una precisa volontà politica del governo italiano.
Scaricare sull'ultimo anello della catena di comando non è mai una buona pratica. I dipendenti della polizia di stato italiana che operano sulla frontiera lavorano in condizioni di precarietà, con scarsi mezzi e risorse. Inutile tirarli dentro una storia più grande di loro. Casomai dovremmo interrogarci su come presidiare meglio quello snodo della rotta, potenziando accoglienza, mediazione interculturale, assistenza sanitaria, visto che continuiamo a considerare quel confine come interno quando nei fatti ha ancora caratteristiche esterne.
Dopo la sentenza del tribunale di Roma, dopo l'interrogazione parlamentare di Erasmo Palazzotto del 13 gennaio a cui ha risposto direttamente la ministra questa pratica sembrerebbe di fatto sospesa. Una buona notizia. Ora è tempo di ripristinare legalità e buone pratiche di accoglienza e di contrasto alla tratta degli esseri umani. Perché più rendiamo incomprensibili le prassi di accesso o attraversamento del nostro paese, maggiore sarà il potere dei trafficanti di esseri umani.
Per la nostra civiltà giuridica, per lo stato di diritto chi chiede asilo deve essere ascoltato e preso in carico. Tutto il resto riguarda una brutta pagina del modo in cui il nostro governo ha gestito la rotta in questi mesi. Basti ricordare che si tratterebbe complessivamente di circa 3.600 persone, non di milioni. Nessun esodo biblico, solo la gestione ordinaria delle nostre frontiere.
Cerchiamo di restare fedeli ai nostri valori e alle nostre leggi. Senza cedere alla tentazione di esternalizzare a paesi terzi la gestione e il governo dei flussi. Insomma, non può essere la Libia il modello a cui guardare. Non può esserlo per un governo che abbia a cuore la Costituzione repubblicana e la tutela dei diritti umani.
di Anna Lombardi
La Repubblica, 2 febbraio 2021
La misura punta al recupero in comunità al posto del carcere e introduce per la prima volta il concetto di "modica quantità". Chi verrà trovato con sostanze per uso personale, compresa l'eroina, la cocaina e la metanfetamina, potrà pagare una multa di 100 dollari, che sarà ritirata se ci si sottopone a valutazione medica.
Assistenza sanitaria e comunità terapeutiche al posto del carcere, per chiunque verrà trovato in possesso di stupefacenti. L'Oregon è il primo stato d'America a scegliere la via della depenalizzazione completa nei confronti dei consumatori di droga. E non parliamo della marijuana, qui già legale dal 2014 quando lo stato del Nordovest fu il primo ad autorizzarne l'uso medico, approvando, l'anno dopo, anche quello ricreativo. La misura 110 appena ratificata abbandona infatti ogni approccio giustizialista per concentrarsi su un metodo esclusivamente medico.
Da oggi, chiunque verrà trovato in possesso di eroina, cocaina, metanfetamine e ossicodone verrà sanzionato con una multa da 100 dollari e pure sottoposto alla misura cautelare di una citazione in tribunale. Questa, però, verrà ritirata se la persona accetterà di far valutare il proprio stato di salute, pronta a intraprendere un percorso di recupero. "Se vogliamo aiutare i tossicodipendenti a fare scelte diverse, dobbiamo dare loro più opzioni" dice a Usa Today Kassandra Frederique, direttrice di Drug Policy Alliance, no profit che si è battuta fortemente per la nuova legge. "Porre fine al carcere permette a chi vuol cambiare strada di avere opportunità che una fedina penale sporca cancella per sempre".
Una disparità, qui in America, soprattutto razziale: "In tribunale gli afroamericani vengono condannati il doppio dei bianchi, pur se il reato è lo stesso". I numeri nazionali parlano chiaro: l'87 per cento degli arresti per droga sono legati al solo possesso: "Curare costa meno del tenere tutta questa gente in carcere", dice ancora Frederique. Augurandosi che ancora una volta, sul tema narcotici, l'Oregon sia l'apripista dell'intera nazione: "L'approccio punitivo, ormai è dimostrato, non funziona". La legge entra in vigore in un momento particolarmente delicato per lo stato del Nordovest: in un anno di pandemia, il numero di overdosi è schizzato su del 70 per cento. "Dobbiamo basare le nostre politiche sulla scienza e la statistica anziché sul mito dello stigma e sulla punizione". Il programma sarà finanziato attraverso i proventi dalla tassa statale sulla cannabis.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 febbraio 2021
In occasione del quarto anniversario della firma del Memorandum d'intesa tra Italia e Libia, Amnesty International ha denunciato che nel paese nordafricano si susseguono arresti arbitrari, torture, rapimenti e violenze ai danni di rifugiati e migranti con la complicità e nel silenzio delle istituzioni italiane.
Nel corso del 2020, 11.265 rifugiati e migranti sono stati intercettati in mare dalla guardia costiera libica e riportati in Libia. Quasi tutti sono stati immediatamente trasferiti nei centri di detenzione ufficiali o in altri luoghi di cattività, dove sono stati trattenuti arbitrariamente e per lunghi periodi di tempo ed esposti al rischio di subire torture e maltrattamenti.
In alcuni casi, documentati da un rapporto pubblicato da Amnesty International nel settembre 2020, persone intercettate in mare e riportate in Libia sono state trasferite in centri semi-clandestini, come la famigerata Fabbrica del tabacco di Tripoli, prima che se ne perdessero completamente le tracce.
Dalla firma del Memorandum, sono oltre 50.000 i rifugiati e i migranti intercettati in mare dalla guardia costiera libica e riportati in Libia. Come più volte ricordato da Amnesty International, in questi quattro anni l'Italia ha fornito la propria assistenza - in particolare mediante motovedette, formazione alla guardia costiera, appoggio alla dichiarazione di una zona di ricerca e soccorso (Sar) libica e coordinamento delle operazioni in mare - senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze per le persone riportate in Libia e rinchiuse nei centri di detenzione o scomparse nel nulla.
Pur di ridurre il numero degli approdi irregolari in Italia, le autorità italiane si sono rese complici degli abominevoli crimini di diritto internazionale commessi nei centri di detenzione, che potevano essere ampiamente previsti. Anche quando sono in libertà, i rifugiati e i migranti intrappolati in Libia restano a rischio costante di uccisioni, rapimenti, rapine, violenze e sfruttamento da parte di milizie armate o bande criminali che godono della più completa impunità.
Pur perfettamente conscio della sofferenza causata dall'applicazione del Memorandum, un anno fa il governo italiano lo ha rinnovato per un ulteriore periodo di tre anni. All'epoca del rinnovo, per scansare le critiche, il ministro degli Affari esteri, Luigi Di Maio, si era impegnato a modificare il testo del Memorandum per inserirvi garanzie a tutela dei diritti umani. Tale impegno è stato ampiamente disatteso e le pur minime e del tutto insufficienti migliorie proposte dal governo italiano non sono state neanche accettate dalla controparte libica. Ciononostante, le autorità italiane hanno continuato a prestare la loro assistenza, anche tramite la proroga delle missioni militari in Libia e la donazione di nuove motovedette.
Nel frattempo, la situazione per i rifugiati e i migranti intrappolati in Libia rimane catastrofica, persino aggravata dalle limitazioni alla libertà di movimento ed alle attività economiche imposte per far fronte alla pandemia da Covid-19. Queste hanno avuto un grave impatto su migliaia di rifugiati e migranti, la maggior parte dei quali dipende da lavori a giornata anche per poter acquistare cibo.
Oggi, dunque, Amnesty International ha sollecitato le autorità italiane a impegnarsi concretamente per porre rimedio ai crimini subiti dai rifugiati e dai migranti in Libia: interrompendo forme di cooperazione che intrappolano persone in luoghi dove sono a rischio di torture e violenze; condizionando il proprio sostegno all'approvazione da parte libica di misure a garanzia dei rifugiati e migranti; e concentrandosi sull'apertura di canali sicuri e regolari che consentano ai cittadini stranieri intrappolati in Libia, in primis rifugiati e richiedenti asilo, di viaggiare in sicurezza verso l'Europa.
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