Il Resto del Carlino, 3 febbraio 2021
Per il carcere della Rocca di Forlì arriva l'ennesima bocciatura. Ma al contempo, dopo anni di attesa, non s'intravedono ancora spiragli reali, concreti, per l'attivazione del nuovo penitenziario, che dovrebbe sorgere al Quattro. Stavolta a mettere la matita blu sulla struttura correzionaria forlivese arriva il 'Garante nazionale delle persone private della libertà.
"Tutti gli istituti penitenziari visitati, ossia Bologna, Ferrara, Forlì, Modena, Parma, Ravenna e Reggio Emilia, sono risultati strutturalmente e funzionalmente inadeguati al presente, al di là dell'impegno e della professionalità innegabili di chi vi opera". Non è certo un 'mal comune mezzo gaudio' il senso del messaggio che giunge dall'organo del Garante. Certo, tutte le strutture sono in sofferenza. Ma per Forlì, come si diceva, questa è l'ennesimo pollice verso che arriva da un istituto di controllo. "Particolarmente critica - spiega il Garante in una nota - la commistione dei detenuti nelle sezioni organizzate in microcircuiti detentivi".
recensione di Paolo Borgna
Avvenire, 3 febbraio 2021
La logica dei Centri per il rimpatrio è ineccepibile sul piano teorico, l'applicazione però genera mostri, con i "trattenuti" costretti a vivere in condizioni bestiali. C'è un modo "illuministico" per affrontare il tema delle espulsioni degli stranieri presenti irregolarmente in Italia Un approccio che si snoda attraverso alcuni passaggi logici inoppugnabili. Eccoli.
Uno Stato democratico non può rinunciare ad avere contezza di chi vive sul suo territorio e dunque a stabilire i presupposti e le procedure per entrarvi e soggiornarvi. Se uno straniero vi dimora irregolarmente e, ancorché invitato, non si allontana, lo Stato dovrà occuparsi del suo allontanamento. Ma il "rimpatrio" di uno straniero irregolare va preparato: se di lui non si conoscono l'identità anagrafica e la provenienza nazionale, lo Stato deve in primo luogo accertare in quale Paese inviare il cittadino straniero.
Quindi, bisogna verificarne in primo luogo la nazionalità (con la collaborazione dei consolati) e poi organizzare il viaggio. Tutte queste cose richiedono un certo periodo di tempo, nel corso del quale la persona da espellere deve essere "trattenuta". A questo servono i Centri per il rimpatrio (Cpr, un tempo Cie). Non si tratta di "detenzione", perché lo straniero irregolare deve essere espulso anche se non ha commesso reati. ù un mero "trattenimento amministrativo".
Provocato, a ben vedere, dallo straniero stesso: perché è lui a non aver fornito alla polizia i propri documenti di identità. E questo il ragionamento che, a partire da11998, fu alla base della regola introdotta dalla Legge Turco Napolitano, che per prima istituì i Cie, prevedendo però un periodo di trattenimento massimo di 30 giorni (da allora gradualmente ampliato sino a 18 mesi e ora stabilito in 6 mesi). E, comunque, è quanto ci è imposto dalle direttive europee (in particolare, la 115 del 2008) che impegnano gli Stati membri all'effettivo rimpatrio degli stranieri irregolari. Tutto molto razionale e corretto. Sennonché, c'è poi la realtà.
E ci sono libri come quello di Maurizio Veglio, "La malapena" (Edizioni SEB 27, pagine 104, euro 15,00) che ci ricordano quante volte, nel corso della Storia, ignominiose ingiustizie sono state commesse applicando leggi ispirate a principi condivisibili. Perché la realtà è più complessa della logica "illuministica". Ci sono i Cpr ideali, scritti sulla carta (dove tutto funziona bene). E poi ci sono i Cpr reali: luoghi in cui, come scrive Emma Sonino nella prefazione, lo Stato di diritto è un pallido ricordo.
Amiamo sempre citare Voltaire: "Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri". Ma qui le condizioni di vita e quelle igieniche fanno rimpiangere il carcere. L'implacabile memento che Maurizio Veglio ci mette sotto gli occhi fa male. Il "trattenimento" in gabbie che ricordano terribilmente quelle di uno zoo. Il contatto con gli operatori che, di regola, è possibile solo attraverso le piccole fessure delle grate. La possibilità di camminare soltanto nel cortile della propria area di assegnazione. La totale forzata inattività dei "trattenuti", perché nei Centri mancano quelle strutture (biblioteche, laboratori, palestre) di cui dispongono le carceri. La presenza, mediamente, di sette persone in "moduli" di 50 metri quadrati in cui i gabinetti non sono separati dalla zona dei letti, con privazione totale della minima riservatezza. L'assenza di interruttori della luce, che può essere accesa o spenta solo centralmente dal personale. L'assenza di tavoli su cui mangiare. Il luridume. L'estenuante percorso burocratico anche della più banale richiesta legata alla vita quotidiana. La riduzione dei servizi e del personale, come inevitabile conseguenza del meccanismo dello schema ministeriale di capitolato d'appalto (del novembre 2018).
Il risultato è un imbarbarimento della vita quotidiana che dai "trattenuti" si riverbera sul personale: le forze dell'ordine che sorvegliano; gli operatori e mediatori, contrattualizzati mese per mese dall'ente gestore tramite agenzie; gli operatori legali e il personale sociosanitario. In un sistema in cui tutti sono vittime e l'odio e la diffidenza si diffonde persino tra i "trattenuti". Gonfiando una "fame di violenza" verso gli altri e se stessi.
Molto più che in carcere gli atti di autolesionismo nel Cpr sono quotidiani: labbra cucite; ingestioni di pile; tentativi di impiccagione, abuso di psicofarmaci, ustioni; e poi, tagli, tagli, tagli su ogni parte del corpo. Tagliarsi come disperato tentativo di farsi ascoltare. E ancora, la violenza sulle cose: i servizi resi inagibili, l'incendio dei materassi e delle suppellettili. Dare fuoco. Le fiamme: come umiliazione della prigione che ti umilia; come rivendicazione del diritto ad un trattamento più umano; come simbolo di scontro verso lo Stato; come grido selvaggio di guerra di chi cerca libertà. Un grido sterile: destinato inevitabilmente a peggiorare le condizioni di vita nel Centro. Ma che dice molto sulla disperazione che lo alimenta.
Un sistema che produce quest'odio denuncia, da solo, il proprio fallimento. Il fatto che in circa la metà dei casi, dopo sei mesi di "trattenimento", lo straniero venga liberato perché non si è riusciti a organizzarne l'espulsione ("Il rimpatrio è un risultato occasionale"), rende ancor più drammatico questo fallimento. Il "trattenimento amministrativo" sarà servito soltanto a distillare odio sociale. Maurizio Veglio ottiene un sicuro risultato: spiegare che quel che stiamo facendo è completamente sbagliato. Le domande su quel che dovremmo fare rimangono aperte.
Un esempio fra tutti. Il trattenimento nei Cpr di stranieri provenienti da uno Stato verso cui con certezza non potranno essere rimpatriati (perché quel Paese è teatro di guerra civile o perché lì il trattenuto rischia seriamente la vita). Poiché i Cpr sono luoghi destinati a preparare il rimpatrio, la permanenza in un Centro di persone che non potranno essere espulse è, ictu oculi, un arbitrio. La frase sfuggita a mezza bocca da un ispettore con riferimento a un cittadino afgano ("Intanto lo teniamo dentro tre mesi", termine massimo di trattenimento all'epoca) dà la misura di quanto queste scelte non siano sviste ma decisioni consapevoli.
Ma una persona non espellibile (perché a rischio di persecuzioni o torture nel Paese di origine) può essere altamente pericolosa, pur non avendo commesso reati in Italia ma perché, ad esempio, è contigua ad ambienti terroristici. Ed allora: che fare? Certo, si potrà applicare "un'appropriata misura di sicurezza, diversa dall'espulsione", come dice la Cassazione. Ma sappiamo che, in concreto, la soluzione non è così semplice. Nulla è semplice, in materia di immigrazione.
C'è bisogno di molta intelligenza. Per ridisegnare tutto. C'è bisogno di un impegno comune, che cessi di usare l'immigrazione come terreno di propaganda per conquistare consenso. C'è bisogno, come scrive Emma Bonino, di un tempo in cui "le politiche migratorie divengano patrimonio dell'Europa e non appannaggio di 27 staterelli ognuno con i propri egoismi e le proprie convenienze".
di Daniele Manca e Gianmario Verona
Corriere della Sera, 3 febbraio 2021
Il su e giù dei titoli della catena di retail fisico in crisi (presente anche in Italia) ha coinvolto ricchi e poveri in facili guadagni e perdite miliardarie. Dopo la politica, con l'assalto a Capitol Hill indotto dai tweet di Trump, e la società, con la morte della bimba palermitana per un gioco su TikTok, nel giro di pochi giorni tocca anche a un altro settore nevralgico del nostro vivere: l'economia. Il caso GameStop sta riempendo le pagine dei giornali e l'etere di tv, blog, newsletter. Inutile negarcelo, facciamo fatica a capire che la rivoluzione tecnologica dovuta all'avvento del protocollo di comunicazione Internet nel 1993, ha operato un cambio di passo decisivo nel 2004. In quell'anno inizia a muovere i primi passi Facebook, il social network per eccellenza. E il mondo virtuale si ribalta a valanga su quello reale. Come nel caso dell'incredibile corsa a Wall Street di GameStop.
Il su e giù dei titoli della catena di retail fisico (è presente anche in Italia e in profonda crisi economico-finanziaria sia per il naturale declino del dettaglio tradizionale in epoca di ecommerce sia per il forzato lockdown che ci ha tenuto lontani dallo shopping tradizionale) ha provocato facili guadagni, perdite miliardarie e salvataggi di fondi che sembravano invincibili. Attorno al caso GameStop si è immediatamente sviluppata una narrativa che, come spiegato dal Nobel Robert Shiller nel suo Narrative Economics: How Stories go viral, è fondamentale per comprendere e addirittura anticipare i fenomeni economici. Narrativa basata su pochi concetti semplici, ma capace di spingere immediatamente allo schierarsi, spostando nell'ombra quello che era accaduto realmente.
La logica del crowdfunding (il coordinamento di singoli che sono mossi a sostenere finanziariamente una specifica iniziativa) ha avuto storicamente un impiego a iniziative di sostenibilità economico-sociale. In questa circostanza il coordinamento di migliaia di acquirenti insospettati ha fatto schizzare in alto il titolo della compagnia. I potentissimi hedge fund che avevano scommesso sulle azioni al ribasso (attraverso vendite di titoli che non avevano sperando di riacquistarli a prezzi più bassi) sono stati costretti a riacquistarli per evitare perdite spingendo ancora più in alto i titoli. Ecco la narrativa facile e vendibile del Davide contro Golia. Messa in discussione in Italia da Mario Seminerio in America da newsletter come The Margins. Cosa è successo davvero?
La combinazione dell'impiego di piattaforme social di aggregazione di contenuti, tra cui in particolare la californiana Reddit, con applicazioni che semplificano al massimo il trading on line, tra cui Robinhood (vien da affermare... nomen omen!), ha innestato una dinamica conosciuta ai mercati borsistici (la speculazione su titoli azionari), quanto apparentemente ignorata per la modalità con cui si è realizzata. Hanno tutti insieme, risparmiatori, studenti, famiglie, fondi e grandi investitori, contribuito a una crescita del titolo a quattro cifre, dovuta squisitamente al volume delle transazioni prodotte e quindi soggetta a un tracollo nel breve. Come si è verificato ieri. Hanno messo sì in difficoltà qualche grande operatore (uno in particolare), ma i singoli trader, gli studenti hanno spesso in modo inconsapevole messo a repentaglio i propri piccoli risparmi.
Dietro alla bravata di questa e altre operazioni, si nascondono paladini delle nuove tecnologie come Elon Musk (che ha attivamente contribuito all'ascesa del titolo GameStop), ma anche tanti profili indecifrabili di signor nessuno che hanno competenze tecniche di investimento e capacità di orchestrazione dei messaggi sui social. Tratto distintivo di questa vicenda è anche la smobilitazione di migliaia di giovani appassionati di videogiochi che sono avvezzi alle logiche del crowd, ma meno propensi a investire in Borsa e che hanno in alcuni casi scommesso parte dei soldi del mutuo per sostenere i propri studi.
Per chi non avesse ancora colto la pervasività degli strumenti, la vicenda in questione è l'ennesima dimostrazione che il web nei suoi multiformi aspetti, a cominciare dai social network, copra tutte le sfere della nostra vita e che a differenza del mondo analogico grazie alla sua capacità di connessione e di persuasione permette di fare cose letteralmente inimmaginabili fino a ieri. Nel caso in particolare del mondo finanziario si sta espandendo verso frontiere ben governate, quali i pagamenti digitali, ma anche come in questo caso verso sentieri inesplorati.
Non è semplice orientarsi in un mondo che continuamente oscilla tra virtuale e reale. Non lo è per nessuno. Per alcune aree della società come i giovani apparentemente più a loro agio, è ancora più difficoltoso. Nel caso di GameStop impedire di investire in Borsa a un singolo che vuole cogliere un'opportunità economica è decisamente cosa non banale. Soprattutto se lo si fa limitandone la possibilità di transare - Robinhood ha bloccato la possibilità di acquistare ma ha lasciato aperta la possibilità di vendere - creando una polemica politica che ha coinvolto anche alcuni senatori democratici come Alexandria Ocasio-Cortez in quanto il blocco in questione favoriva i grandi fondi.
Certo, occorre impiegare il più possibile le regole analogiche al mondo digitale. L'aggiotaggio e la turbativa di Borsa sono reati che nel mondo analogico siamo soliti applicare; quindi per quale ragione non applicare come già suggerito e come ha posto brillantemente Caterina Malavenda sul Corrierele regole ai social del mondo analogico? Ma ancora più importante, come sempre quando le "narrative" assumono importanza decisiva nelle scelte dei singoli, sarà l'educazione, il nudging, lo spingere a non ridurre la realtà a una scelta tra bianco e nero, ma a vederne i grigi. Un compito al quale scuola e università non sono adeguatamente preparati.
di Asgi, Emergency, Medici senza frontiere, Mediterranea, Oxfam, Sea-Watch
Il Manifesto, 3 febbraio 2021
Le associazioni denunciano i risultati del memorandum con Tripoli e chiedono di cambiare rotta. Il bilancio, a quattro anni dall'accordo Italia-Libia sul contenimento dei flussi migratori, è sempre più desolante e riflette il fallimento della politica italiana ed europea, che continua a stanziare fondi pubblici col solo obiettivo di bloccare gli arrivi nel nostro paese, a scapito della tutela dei diritti umani e delle continue morti in mare. Senza disegnare nessuna soluzione di medio-lungo periodo per costruire canali sicuri di accesso regolare verso l'Italia e l'Europa.
È l'allarme diffuso oggi da ASGI, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Oxfam e Sea-Watch, che rilanciano un appello urgente al Parlamento, per un'immediata revoca degli accordi bilaterali e il ripristino di attività istituzionali di Ricerca e Soccorso nel Mediterraneo centrale.
"Dalla firma dell'accordo, l'Italia, in totale continuità con l'approccio europeo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, ha speso la cifra record di 785 milioni euro (1) per bloccare i flussi migratori in Libia e finanziare le missioni navali italiane ed europee. - affermano le organizzazioni firmatarie dell'appello -Una buona parte di quei soldi - più di 210 milioni di euro - sono stati spesi direttamente nel paese, ma purtroppo non hanno fatto altro che contribuire a destabilizzarlo ulteriormente e spinto i trafficanti di persone a convertire il business del contrabbando e della tratta di esseri umani, in industria della detenzione. La Libia non può essere considerata un luogo sicuro dove portare le persone intercettate in mare, bensì un paese in cui violenza e brutalità rappresentano la quotidianità per migliaia di migranti e rifugiati".
Libia: tutt'altro che porto sicuro
Come riconosciuto dalle istituzioni internazionali ed europee, comprese le Nazioni Unite e la Commissione europea, la Libia non può in alcun modo essere considerata un luogo sicuro dove far sbarcare le persone soccorse in mare: sia perché è un Paese instabile, dove non possono essere garantiti i diritti fondamentali, sia perché migranti e rifugiati sono sistematicamente esposti al rischio di sfruttamento, violenza e tortura e altre gravi e ben documentate violazioni dei diritti umani. Eppure, continua ad aumentare il contributo italiano ed europeo alla Guardia Costiera libica, che negli ultimi 4 anni ha intercettato e riportato forzatamente nel Paese almeno 50 mila persone, 12 mila solo nel 2020.
Molti vengono detenuti arbitrariamente nei centri di detenzione ufficiali, dove la popolazione oscilla tra le 2.000 e le 2.500 persone. Tuttavia, meno noti sono i numeri dei detenuti in altri luoghi di prigionia clandestini a cui le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie non hanno accesso e dove le condizioni di vita sono persino peggiori. La detenzione arbitraria è però solo una piccola parte del devastante ciclo di violenza, in cui sono intrappolati migliaia di migranti e rifugiati in Libia. Uccisioni, rapimenti, maltrattamenti a scopo di estorsione sono minacce quotidiane, che continuano a spingere le persone alle pericolose traversate in mare, in assenza di modi più sicuri per cercare protezione in Europa.
Obiettivo raggiunto: nessun soccorso nel Mediterraneo centrale
Dal 2017 - denunciano ancora le 6 organizzazioni - sono stati spesi 540 milioni di euro dall'Italia, solo per finanziare missioni navali nel Mediterraneo, il cui scopo principale non era quello di soccorrere le persone. Nello stesso periodo, secondo i dati dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), quasi 6.500 persone sono morte nel tentativo di raggiungere l'Europa attraverso il Mediterraneo centrale, mentre tutti i governi italiani che si sono succeduti hanno ostacolato l'attività delle navi umanitarie, senza fornire alternative alla loro presenza in mare. Persino le recenti modifiche della normativa in materia di immigrazione non hanno di fatto eliminato il principio di criminalizzazione dei soccorsi in mare, che era stato introdotto dal secondo Decreto Sicurezza.
Nel corso del 2020, l'Italia ha bloccato inoltre sei navi umanitarie con fermi amministrativi basati su accuse pretestuose, lasciando il Mediterraneo privo di assetti di ricerca e soccorso e ignorando, allo stesso tempo, le segnalazioni di imbarcazioni in pericolo. Contribuendo così alle 780 morti e al respingimento di circa 12.000 persone, documentate durante il corso dell'anno dall'OIM.
Infatti, la risposta delle istituzioni Ue alla crisi umanitaria nel Mediterraneo centrale si limita alle operazioni di monitoraggio aereo di Frontex, Eunavformed Sophia e, ora, Irini, che di fatto contribuiscono spesso alla facilitazione dei respingimenti verso la Libia. Intanto le operazioni di monitoraggio aereo civile, seppur discontinue e anch'esse ostacolate, nel 2020 hanno avvistato quasi 5.000 persone in pericolo in mare in 82 casi, testimoniando continui episodi di mancata o ritardata assistenza da parte delle autorità.
Infine, pur di fronte al tragico fallimento dell'accordo da anni sotto gli occhi dell'opinione pubblica - sottolineano le organizzazioni - nulla si è più saputo rispetto alla proposta libica di modifica del Memorandum, annunciata il 26 giugno 2020 e che a detta del Ministro degli Esteri Luigi di Maio andava "nella direzione della volontà italiana di rafforzare la piena tutela dei diritti umani".
Né tantomeno sono stati resi noti gli esiti della riunione del 2 luglio 2020 del Comitato interministeriale italo-libico, o se ci siano stati nuovi incontri, e neppure a quali eventuali esiti finali sia giunto il negoziato che avrebbe dovuto portare un deciso cambio di rotta nei contenuti dell'accordo.
L'appello al Parlamento - Tenendo conto dell'attuale crisi politica, le organizzazioni chiedono quindi al Parlamento di istituire una Commissione di inchiesta, che indaghi sul reale impatto dei soldi spesi in Libia e sui naufragi nel Mediterraneo e di presentare un testo che impegni il Governo a:
● interrompere l'accordo Italia-Libia, subordinando qualsiasi futuro accordo bilaterale alla transizione politica della crisi libica, nonché alle necessarie riforme del sistema giuridico che eliminino la detenzione arbitraria e prevedano adeguate misure di assistenza e protezione per migranti e rifugiati;
● dare l'indirizzo a non rinnovare le missioni militari in Libia, chiedendo con forza la chiusura dei centri di detenzione nel paese nord-africano;
● promuovere, in sede europea, l'approvazione di un piano di evacuazione dalla Libia delle persone più vulnerabili e a rischio di subire violenze, maltrattamenti e gravi abusi;
● dare mandato per l'istituzione di una missione navale europea con chiaro compito di ricerca e salvataggio delle persone in mare;
● promuovere, in sede europea, l'approvazione di un meccanismo automatico per lo sbarco immediato e la successiva redistribuzione delle persone in arrivo sulle coste meridionali europee, sulla base del principio di condivisione delle responsabilità tra stati membri su asilo e immigrazione;
● promuovere la revoca dell'area di ricerca e soccorso libica, poiché solo finalizzata all'intercettazione e al respingimento illegale delle persone in Libia;
●riconoscere il ruolo delle organizzazioni umanitarie nella salvaguardia della vita umana in mare, mettendo fine alla loro criminalizzazione e liberando le loro navi ancora sotto fermo.
di Cristina Polimeno
Il Dubbio, 3 febbraio 2021
Mi chiamo Cristina Polimeno, sono un'avvocata e da quattro anni mi occupo di rifugiati insieme alla mia socia Martina Bianchi, con cui condivido sacrifici, etica professionale e valori. In legalese i nostri clienti si chiamano: richiedenti la protezione internazionale. Sui rifugiati, che nel 99 per cento dei casi hanno diritto al gratuito patrocinio, la narrazione passata nel senso comune è che gli avvocati che si occupano di questa materia facciano cause massive, strumentali, poco accurate, spesso infondate. Per guadagnare.
Ovviamente non è così. I nostri ragazzi sono tutti passati dalla Libia. Non voglio fare facile retorica su questo Paese, non userò la storia dei nostri due clienti che per dieci mesi sono stati legati allo stesso palo con una catena in un lager (estranei fino ad allora e provenienti da Paesi diversi), e di come il più forte abbia adottato il più fragile salvandogli la vita. Non racconterò la loro storia qui. E non racconterò nemmeno dell'indifferenza con cui sono stati trattati da un Giudice di questa Repubblica (in nome del popolo italiano) il mese scorso davanti ai miei occhi, perché non posso trovare le parole. Quello che facciamo noi è parlare per ore e ore con i ragazzi in inglese o in francese per capire il contesto, la storia, le ragioni che possono (in modo serio e non velleitario) consentire di ricondurre la loro vicenda a una forma di protezione riconosciuta dall'Italia.
Poi ragioniamo con loro sulle prove da raccogliere. Martina diventa un'investigatrice, imperversa per tutta l'Africa procacciando i documenti e le dichiarazioni che ci servono. Poi spieghiamo loro come far capire al Giudice la loro storia occupandoci di colmare un enorme gap culturale. Perché non tutti i giudici hanno alle spalle una formazione adeguata a condurre un'audizione. Bisogna saperne di antropologia e di etno-sociologia. Bisogna capire una mentalità. Bisogna comprendere la geopolitica. Ad esempio: io non lo so se tutti i nostri clienti che parlano di fughe dalle sette religiose che praticano il Juju raccontino storie vere. So che pochi giorni fa ho visto con i miei occhi un padre terrorizzato raccontare i dettagli di un rituale, perché era graniticamente convinto che uscito da quell'aula sarebbe morto per un maleficio.
Infine, lavoriamo sulle fonti "terze". Report internazionali (di commissioni parlamentari, di Ong, di missioni internazionali), tesi di laurea e di dottorato, libri in altre lingue, fonti giornalistiche del luogo e di molti altri Paesi. Nel ricorso traduciamo noi queste fonti per il giudice. Tutti questi passaggi avvengono due volte: una all'inizio della presa in carico, un'altra circa due anni dopo, quando si svolge l'udienza, per fare un recall e attualizzare la domanda. Sì, perché l'udienza si svolge circa due anni dopo il deposito del ricorso. Dopo l'audizione davanti al giudice, scriviamo una memoria per tirare le fila, cercando di indovinare quali siano le perplessità del magistrato.
La sentenza, infine, è materia imperscrutabile e a volte creativa. Può succedere tutto e il contrario di tutto, a seconda dell'approccio del giudice, del suo umore o dell'allineamento dei pianeti. Raramente - invero quasi mai - c'entra la giurisprudenza della Corte di Cassazione. O una seria valutazione delle fonti. Può succedere che per casi analoghi si ottenga l'asilo politico da un giudice e un rigetto totale della domanda da un altro, con tutte le varianti possibili nel mezzo.
Più facilmente, potrà accedere di ritrovarsi una sentenza con motivazioni simili: "In ogni caso, al di là del problema (non facile) dell'individuazione della normativa applicabile alla fattispecie in esame, l'appellante non ha offerto concreti elementi che possano indurre a considerarlo persona particolarmente vulnerabile, al contrario egli appare un soggetto forte, relativamente giovane, in buona salute, abile al lavoro e capace di districarsi con determinazione e coraggio tra le peggiori avversità della vita, come ampiamente dimostrato dalla sua storia personale.
Se il medesimo è riuscito a sottrarsi con successo alle avversità familiari subite in Patria, se ha lavorato e si è mantenuto in Libia ed infine è riuscito ad inserirsi soddisfacentemente anche in Italia, allora si può star certi che sarà in grado con maggior facilità di riadattarsi alla vita del proprio Paese. L'analisi comparativa tra la situazione attuale dello straniero e quella ricostruibile in Patria non vale insomma ad integrare di per sé ragioni sufficienti di tutela umanitaria, dovendosi ritenere che il soggetto possa tornare in Nigeria a vivere sostanzialmente come tutti i nigeriani, senza andare incontro a particolari e intollerabili menomazioni dei diritti umani".
Dopo la sentenza, i ragazzi tornano in studio e Martina stampa loro la sentenza e gli spiega per circa un'ora come fare a sistemare i documenti grazie alla sentenza ottenuta. Nel mezzo, i costi per spostarsi da un Foro all'altro e per avere uno studio abbastanza grande da svolgere il lavoro in modo efficiente, le bollette, la stampante, l'affitto, i computer, il gestionale me li pago io, non so davvero nemmeno come. Bene. Ciò detto. Pochi giorni fa, per la mole di lavoro appena descritta, mi hanno liquidato 675 euro di onorari: 675 euro...
Prima la media era mille/milleduecento (si badi bene: la sentenza arriva minimo due anni dopo l'apertura della pratica in studio, il pagamento ancora tre anni dopo). Poi è scesa a un inspiegabile e ricorrente 949,75. Poi 800. Adesso 675. Il diritto alla protezione internazionale trova il suo fondamento nella Costituzione Italiana, nella Convenzione di Ginevra del 1951, nella Cedu e nella Carta di Nizza. Il patrocinio a spese dello Stato è l'istituto riconosciuto dall'articolo 24 della Costituzione italiana a tutti i cittadini non abbienti, al fine di rendere effettivo il diritto di difesa.
Non è l'avvocato Polimeno che ha deciso di radicare così tante cause davanti al Tribunale: sostenere i costi di un processo anziché investirli in integrazione è una scelta politica. È una scelta che lascia indietro i più fragili e i più sfortunati. Ieri ho veramente avuto la tentazione di mollare. Di rinunciare alle decine di cause che dobbiamo ancora trattare. Ma non è vero: noi questo lavoro lo facciamo perché la mattina ci dobbiamo guardare allo specchio. Senza rimpianti e senza vergogna.
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 3 febbraio 2021
Il presidente crea una task force per riunire le famiglie ispaniche separate dal predecessore. Ci sono ancora 5000 bambini nei centri di accoglienza nella zona di confine con il Messico. La tattica dei narcos era sempre la stessa, durante la peggiore invasione degli illegali minorenni. Quando calava il buio, i coyotes messicani portavano i bambini migranti non accompagnati dai genitori sull'altra sponda del Rio Bravo (o Rio Grande, a seconda del paese), costringendo gli agenti americani della Customs and Border Protection (Cbp) a soccorrerli. Nello stesso tempo, poco più a valle oppure a monte, i trafficanti si approfittavano di aver distratto i doganieri, e attraversavano il fiume in barca per scaricare la droga ai loro complici in territorio Usa. Certe volte gli agenti non facevano in tempo a trovare i bambini, che quindi si perdevano nel deserto, morendo spesso di fame. Quando invece li prendevano, li portavano nei centri di accoglienza.
Biden adesso vuole rivoluzionare la politica sull'immigrazione, a partire dai tre ordini esecutivi che ha firmato ieri, e lo fa con le migliori intenzioni. La realtà al confine però è ancora questa, con circa 5.000 bambini attualmente sotto la custodia della Cbp, così come resta uguale l'emergenza delle carovane, che ancora si formano in America centrale per puntare verso il confine. Il presidente dovrà farci i conti, e perciò tenterà un difficile equilibrismo. Da una parte cambierà tutto, almeno in linea di principio, ma dall'altra lascerà in vigore alcuni provvedimenti di Trump, perché non ha ancora un'alternativa più umanitaria pronta, e non vuole lanciare il segnale di debolezza che le porte sono state riaperte all'immigrazione illegale.
Ieri Biden ha firmato tre decreti. Il primo crea una task force per riunificare le famiglie degli immigrati illegali separate dal predecessore, che ha lasciato 545 bambini ancora senza genitori. Il secondo riguarda il sistema per l'asilo, puntando ad affrontare le cause economiche e sociali alla radice delle migrazioni, nei paesi di provenienza, e rivedendo le regole per l'accoglienza negli Usa. Ad esempio rivedrà il programma che obbliga i richiedenti a restare in Messico, con l'idea di cancellarlo, senza però lasciar entrare subito quelli in attesa di risposta. Resterà invece in vigore la misura "Title 42" legata al Covid, per espellere subito i nuovi illegali. Il terzo decreto vuole "ristabilire la fiducia nel nostro sistema di immigrazione legale e integrazione", ad esempio eliminando alcuni limiti imposti da Trump alle domande per le carte verdi.
Il muro da 16 milioni di dollari e la tolleranza zero di Donald non hanno funzionato, se non altro perché gli arresti al confine sono stati più di 70.000 al mese negli ultimi quattro mesi, tornando quindi ai massimi livelli del decennio. Solo domenica scorsa, 260 bambini sono stati assegnati ai centri di accoglienza, quasi quanto i 294 di media nel picco della crisi del giugno 2019. Biden quindi deve cambiare linea, senza però provocare un'emergenza già pronta a scoppiargli in mano.
di Antonio Fiori
Il Domani, 3 febbraio 2021
Molti erano convinti che un colpo di stato fosse ormai improbabile in Birmania, dato che l'attuale sistema è stato progettato dai militari per mantenere il potere evitando al contempo di assumersi qualunque responsabilità di governo. Le elezioni politiche tenutesi in Birmania all'inizio di novembre erano state un plebiscito in favore di Aung San Suu Kyi e del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (Nld), per cui l'83 per cento dei cittadini birmani aveva entusiasticamente votato. La causa dell'ennesima intrusione da parte dei militari nella vita politica della Birmania è tanto semplice quanto infondata, e cioè le presunte frodi elettorali architettate proprio dalla Nld, la cui schiacciante vittoria è stata avvertita come un pericolo reale dai soldati.
Gli arresti sono iniziati intorno alle 2:30 del mattino, condivisi in streaming dagli attivisti, prima che le linee telefoniche fossero interrotte per alcune ore, nella capitale Naypyidaw e poi a Yangon. La maggior parte dei cittadini è rimasta all'oscuro del colpo di stato per ore, tanto che molti dipendenti pubblici si sono recati normalmente al lavoro con i mezzi di trasporto governativi. E hanno notato la presenza di mezzi militari e soldati lungo le strade principali della capitale così come il cordone creato dalla polizia attorno alla foresteria municipale dove i legislatori si sarebbero dovuti riunire questa mattina prima dell'apertura del parlamento.
Non appena sono emerse le notizie degli eventi accaduti durante la notte la gente si è riversata nelle strade e nei mercati per fare scorta di generi di prima necessità, prelevando anche i pochi risparmi agli sportelli automatici, dato che le banche sono state chiuse. L'esercito ha dichiarato lo stato di emergenza per un anno e ha nominato Myint Swe - vicepresidente nominato dai militari nel governo guidato dalla Nld - presidente ad interim. In una dichiarazione trasmessa dai media controllati dal Tatmadaw - il nome ufficiale con cui ci si riferisce alle forze armate - poco dopo le 8 del mattino, i militari hanno menzionato l'articolo 417 della costituzione, che consente l'assunzione di potere da parte dei soldati in caso di emergenza che minacci la sovranità del Myanmar o che potrebbe "disintegrare l'Unione" (il nome ufficiale del paese è, infatti, Repubblica dell'Unione del Myanmar) o attentare alla "solidarietà nazionale".
Tuttavia, questa è una eventualità che deve trovare l'avallo del presidente in accordo con il Consiglio Nazionale di Difesa e Sicurezza; dato, però, che il presidente Win Myint non sembra abbia preso la decisione, i militari starebbero facendo affidamento sull'articolo 73 (sezione a), che consente al vicepresidente "di assumere le funzioni presidenziali se l'ufficio del presidente diventa vacante a causa delle sue dimissioni, morte, invalidità permanente o qualsiasi altra causa". L'esercito ha dichiarato che procederà alla riforma della Commissione elettorale dell'Unione, esaminerà le liste degli elettori, organizzerà una nuova elezione e trasferirà il potere al partito vincente. Promesse già ampiamente sentite in passato.
Sulla pagina Facebook del presidente della Lega Nazionale per la Democrazia è stata pubblicata la foto di una lettera apparentemente vergata da Aung San Suu Kyi, in cui la Lady fa provocatoriamente riferimento a un testamento che scrisse nel 1989, la prima volta in cui dovette subire l'arresto da parte dei militari, nel quale decretò che se fosse morta la sua casa sarebbe stata trasformata in un museo. Ciò lascia supporre che Aung San Suu Kyi tema che la sua vita sia potenzialmente in pericolo. Ciononostante, la missiva si conclude con un messaggio forte e deciso che esorta i cittadini a non inchinarsi al colpo di stato ed anzi ad opporsi ad esso.
Quale futuro per la Birmania? Dopo gli inquietanti eventi di stamattina la situazione è estremamente grave e risulta particolarmente difficile provare a fare speculazioni sul futuro politico del paese. La giustificazione per il colpo di stato è molto fragile: Win Myint non è stato in grado di adempiere ai suoi doveri solo perché i militari lo hanno arrestato. Allo stato attuale, tuttavia, la costituzione rimane in vigore. Da un lato ciò potrebbe essere positivo, poiché la carta offre potenzialmente un percorso per tornare al governo democratico; dopo che l'ultima costituzione è stata abolita nel 1988 ci sono voluti ben 23 anni per trasferire il potere a un governo eletto.
Allo stesso tempo, però, la costituzione in vigore, come è stato dimostrato dai recenti eventi, è, da diverse prospettive, intrinsecamente antidemocratica. Il fatto che quanto avvenuto sia stato giustificato in base alla stessa carta costituzionale, non importa quanto subdoli siano i mezzi o quanto inconsistente la giustificazione, servirà solo a legittimare il colpo di stato. I militari potranno sostenere che le loro mosse siano legali. Ciò, inoltre, renderà più semplice ai paesi che non si preoccupano del fatto che il Myanmar abbia un governo democraticamente eletto - tipo la Cina - di sostenere il nuovo regime di fronte alle inevitabili richieste di sanzioni avanzate dalla comunità internazionale.
Molti erano convinti che un colpo di stato fosse ormai improbabile in Birmania, dato che l'attuale sistema è stato progettato dai militari per mantenere il potere evitando al contempo di assumersi qualunque responsabilità di governo. La situazione, tuttavia, si è modificata repentinamente negli ultimi giorni: i militari si sono rifiutati di escludere la possibilità di un colpo di stato e, successivamente, il generale Min Aung Hlaing - capo di stato e comandante in capo delle forze armate - ha dichiarato che avrebbe potuto abolire l'attuale costituzione, se necessario.
Di fronte alle preoccupazioni dimostrate immediatamente dalla comunità internazionale il Tatmadaw si è schermito, sostenendo che la responsabilità fosse attribuibile ai giornalisti, che avevano mal compreso le dichiarazioni di Min Aung Hlaing. Domenica scorsa, poi, in una dichiarazione insolitamente ben scritta indirizzata ai governi occidentali, i militari hanno affermato di "trovare inaccettabile il processo elettorale del 2020". Nonostante l'insistenza del Tatmadaw, nessuno ha mai preso sul serio le accuse di frode e quindi tutta questa macchinazione veniva vista come una copertura per le reali preoccupazioni dei militari. Questa è una crisi causata dall'ansia di Min Aung Hlaing per il suo futuro; per legge, egli - uno degli uomini più ricercati del pianeta a causa del suo ruolo nel genocidio ai danni dei Rohingya - avrebbe dovuto ritirarsi a metà del 2021, quando compirà 65 anni. Aveva la concreta possibilità di raggiungere la presidenza del paese ma, data la vittoria schiacciante della Nld, gli sono rimaste pochissime possibilità che ciò accada.
Le reazioni internazionali - La reazione dei gruppi per i diritti umani e della comunità internazionale non si è fatta attendere, con la promessa degli Stati Uniti di "agire contro i responsabili se questo percorso non verrà invertito". Il portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha detto che gli Stati Uniti sono "allarmati" per l'arresto di Aung San Suu Kyi e "altri funzionari civili". I parlamentari Asean per i diritti umani hanno definito gli sviluppi "uno schiaffo in faccia a tutti i cittadini del Myanmar che sono andati a votare alle elezioni di novembre", chiedendo ai militari di avere rispetto per la volontà del popolo.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 3 febbraio 2021
La storia dell'attivista per i diritti umani Ahmed Mansour rinchiuso da 1500 giorni in un buco di quattro metri quadri. Da quattro anni Ahmed Mansour, attivista per i diritti umani negli Emirati arabi uniti, vive in stato di isolamento totale in una cella di quattro metri quadrati. Un quadratino di due metri per lato per quasi 1500 giorni senza praticamente nulla a parte una sudicia coperta e un buco dove fare i bisogni. Niente tv, niente radio, niente libri e niente giornali e soprattutto niente visite di parenti e amici a parte la mezz'ora che ogni sei mesi è concessa alla moglie; niente di niente insomma. In quelle condizioni disumane solo dei nervi d'acciaio e una ferrea convinzione nei propri principi può evitare di farti scivolare nella follia.
Lo hanno arrestato nel 2017 e condannato a 10 anni di prigione per un reato tanto vago quanto diffuso nei tribunali degli Emirati: "attentato alla reputazione dello Stato". Mansour aveva criticato la stretta repressiva di Abu Dabi che, dopo le primavere arabe e nel timore di una rivolta di massa aveva soffocato in culla qualsiasi tentativo di protesta pubblica nei confronti della monarchia. Migliaia le persone arrestate dalla famigerata polizia politica di Mohammed Ben Zayed (abbreviato in MBZ) che dal 2014 governa il paese con il pugno di ferro. Sul suo sito internet Mansour ha denunciato le violazioni e gli abusi di MBZ e del suo regime, vera e propria parodia dello Stato di diritto. Già nel 2011 era finito in carcere per sei mesi: aveva sostenuto i manifestanti egiziani di piazza Tahir che fecero cadere la dittatura di Hosni Mubarak e lanciato un appello sul web per riformare in chiave democratica le istituzioni del suo Paese. Il 4 marzo 2017 il secondo arresto: le forze di polizia irrompono a bordo di due suv dai vetri oscurati e lo prelevando direttamente nella sua abitazione per sbatterlo nella prigione di al- Sadr che sorge alle porte della capitale in un regime di isolamento feroce. L'idea che Mansour possa avere l'assistenza di un avvocato è semplicemente una pretesa lunare.
Il suo calvario, praticamente ignorato dai media internazionali e dai governi occidentali troppo intenti a stringere accordi commerciali con le petromonarchie della penisola arabica, è però venuto alla luce in un dettagliato rapporto della Ong Human Right Watch che ha raccolto la testimonianza di Artur Ligeska un imprenditore polacco suo ex vicino di cella, una delle pochissime persone che in questi anni ha avuti dei contatti ravvicinati con Mansour.
Inizialmente poteva riposare su sottilissimo materasso che le guardie carcerarie gli hanno tolto al rifiuto di rivelare le password del suo account Twitter. Nel 2018 comincia il processo- farsa che decreterà la sua condanna. Mansour si lamenta della costante "tortura" che è costretto a subire tra le mura della prigione, della brutalità dei secondini, della prostrazione fisica e piscologica di un isolamento che viole lò stesso codice penale degli Emirati che in teoria limita il regime di isolamento a un massimo di sette giorni. La crudeltà del trattamento raggiunge vette di perfidia; se il giudice gli dà in parte ragione chiedendo un ammorbidimento della detenzione, le autorità del carcere scavalcano le richieste del tribunale con semplici stratagemmi.
Quando ad esempio Mansour può accedere alla mensa del carcere le guardie fanno in modo che la sala sia vuota per impedirgli di parlare, ma anche solo di vedere altri esseri umani, La condanna viene confermata nel processo di appello con la raccomandazione pero di trattarlo come un prigioniero comune, raccomandazione che anche questa volta viene bellamente ignorata: Mansour è rispedito nel "buco". La sicurezza di Stato negli Emirati è d'altra gestita dal sadico Sheik Khaled, rampollo di Mohammed Ben Zayed che della spietatezza nei confronti dei prigionieri politici ha fatto una regola d'arte.
"Quando lo hanno condannato è rientrato in cella e si è messo a urlare per la disperazione", racconta Ligeska a Human Right Watch. Privo di conforto e speranza Mansour si aggrappa all'unica forma di protesta che gli è permessa detro le sbarre; lo sciopero della fame. Il primo dura 25 giorni, il secondo 49. Le condizioni di salute sono precarie e la morte del detenuto non è un'opzione prevista dal regime che preferisce tortrurare lentamente e in mod esemplare i suoi oppositori. Così Mansour ottiene qualche piccola concessione: può telefonare alla moglie e ricevere le sue visite una volta al mese per dieci minuti al massimo.
Il resto rimane immutato: divieto di leggere, di scrivere, di incontrare altri detenuti. L'emergenza Covid ha poi fatto il resto; da un anno non ha più potuto incontrare la consorte. Uno degli aspetti più inquietanti del rapporto di Human Right Watch riguarda la cosiddetta comunità internazionale, rimasta silente sul supplizio di Ahmed Mansour, forse per paura di infastidire gli alleati emiratini: "Abbiamo consultato migliaia di documenti e non siamo riusciti a trovare la minima parola da parte degli Stati Uniti o delle altre nazioni europee sulla persecuzione di Mansour".
di Riccardo Noury
Il Domani, 3 febbraio 2021
Alla fine dell'udienza precedente, il 17 gennaio, l'avvocata Hoda Nasrallah dovette aspettare oltre 48 ore prima di conoscerne l'esito. Questa volta il giudice ci ha messo poco: neanche due ore dopo, aveva già comunicato la sua decisione: ai giornali filo-governativi, che infatti hanno dato subito la notizia, ma non all'avvocata. In questi giorni si è così consumato l'ennesimo sfregio alle procedure, ai diritti, alla dignità dei prigionieri. Risultato: ulteriori 45 giorni di carcere disposti dal giudice nei confronti di Patrick Zaki.
"I motivi della sua incarcerazione permangono sempre", "le indagini proseguono ancora": sono ormai 12 mesi che ascoltiamo le stesse parole, pronunciate dai procuratori egiziani per giustificare accuse pretestuose e fabbricate. Al centro delle "indagini" ci sono, come è noto, 10 presunti post su Facebook che la procura del Cairo non fa vedere alla difesa di Patrick, che li ritiene falsi: post che secondo l'accusa testimonierebbero "l'uso di un account su una rete internet internazionale per destabilizzare l'ordine pubblico, compromettere e mettere in pericolo la sicurezza della società".
Facciamo un passo indietro. Come si è arrivati fin qui. Patrick Zaki, studente del Master in studi di genere dell'Università di Bologna, viene fermato all'aeroporto del Cairo il 7 febbraio 2020 e formalmente arrestato, dopo lunghe ore di sparizione, il giorno successivo. Viene indagato per cinque reati, gli stessi contenuti nei mandati di cattura che colpiscono regolarmente attivisti, avvocati, giornalisti, dissidenti e difensori dei diritti umani: minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento a manifestazione illegale, sovversione, diffusione di notizie false e propaganda per il terrorismo. Una persecuzione giudiziaria basata sul "copia e incolla" di inesistenti reati che è una costante degli ultimi sette anni e mezzo di storia giudiziaria egiziana.
Di rinvio in rinvio della detenzione preventiva, proprio perché ufficialmente "le indagini proseguono ancora", da 360 giorni Patrick langue in una cella della prigione di Tora, al Cairo, in condizioni durissime e nel costante pericolo di contrarre il Covid-19, che nell'enorme complesso carcerario egiziano ha già fatto vittime tra i detenuti, il personale amministrativo e la polizia penitenziaria.
In Egitto la detenzione preventiva ha una sola ragione: punire senza un processo e sottrarre all'attenzione dell'opinione pubblica un prigioniero di coscienza. Si può andare avanti così fino a due anni, al termine dei quali l'indagato va a processo, viene rilasciato o ricomincia dal giorno zero, grazie a un nuovo mandato di cattura che viene consegnato sull'uscio del portone del carcere.
Cosa aspettarci ora - Dobbiamo prepararci ad altri possibili mesi di detenzione arbitraria, illegale e immotivata e sperare nel frattempo in una maggiore solerzia della diplomazia italiana, finora concretizzatasi nella presenza di rappresentanti dell'ambasciata alle prime e alle ultime udienze (quelle centrali si sono svolte a porte chiuse a causa dell'emergenza-coronavirus) e nell'impegno, a dicembre, del ministro degli Esteri Di Maio a riportare presto Patrick dai suoi familiari. È importante insistere. Anche perché Patrick, come lui stesso ha fatto sapere attraverso i suoi familiari, è afflitto ed esausto. Prova nostalgia per la sua Bologna, rammarico per non aver iniziato il secondo anno del suo Master. Aveva fatto una scelta importante, nel settembre 2019: lasciarsi alle spalle il paese natio governato da un regime repressivo e cercare un futuro, non solo accademico ma di vita, altrove. In Europa. In Italia. A Bologna.
L'unico elemento di conforto è che Patrick è pienamente informato sulle iniziative di una sempre più solidale opinione pubblica che sente che la sua è anche una storia anche italiana. Lo ha recentemente confermato il comune di Bologna, che ha conferito la cittadinanza onoraria al "suo" studente con un voto unanime: la prova che storie come quelle di Patrick non dividono ma uniscono. Patrick è entrato nel suo secondo anno di detenzione. Anche la campagna di Amnesty International, dell'Università e del Comune di Bologna, di tanti altri enti locali e istituti accademici e dell'informazione entra nel suo secondo anno. Sempre con un unico obiettivo: #freepatrickzaki.
di Alberto Caprotti
Avvenire, 3 febbraio 2021
L'Unione Nazionale delle Autoscuole cerca volontarie da inviare in Arabia Saudita, Paese dove solo da due anni la patente è stata concessa alle donne. Donne per le donne: è una questione di solidarietà femminile, ma non solo. La notizia sembra uno schiaffo al Medioevo, e in parte lo è: Unasca (l'Unione Nazionale Autoscuole e Studi di consulenza automobilistica) sta reclutando istruttrici di guida italiane che vogliano trasferirsi a Riad per aiutare le donne saudite a diventare a loro volta insegnanti. Il requisito è avere almeno cinque anni di esperienza, e naturalmente essere donne. Perchè in quel Paese arabo ora per fortuna la patente possono prenderla anche le femmine, naturalmente però non c'è ancora la possibilità che sia un uomo a istruirle.
Il "bando" è allettante: lo spiega Manuel Picardi, Segretario generale Efa (Federazione delle autoscuole europee) e delegato Unasca: "In Arabia Saudita solo da un paio di anni le donne hanno la possibilità di conseguire la patente. Il Paese sta vivendo una transizione storica e le donne sono chiamate a dare il loro contributo nella formazione alla guida. È una buona opportunità economica per le istruttrici italiane che vogliano mettersi in gioco, con un compenso di 4.500 dollari al mese, spese di viaggio e alloggio a carico degli organizzatori. Soprattutto si ha l'occasione di contribuire all'accelerazione del processo di emancipazione delle donne di quel Paese. Le prime istruttrici di guida europee che partecipano al progetto arrivano da Francia e Olanda. Nei prossimi mesi ci aspettiamo una congrua partecipazione anche da parte delle nostre colleghe italiane, che non sono seconde a nessuno".
L'Arabia Saudita era l'unico Paese al mondo dove le donne non potevano guidare. Poi, a partire da giugno 2018, grazie alla "concessione" del principe ereditario Mohammed Bin Salman, il veto è caduto. Ma fino ad un certo punto, perché ancora oggi una femmina al volante da sola sulla propria auto, senza il marito o un parente maschio al suo fianco, viene considerata come una provocazione. Qualcosa è cambiato nel sentire comune quando la copertina di un noto mensile di moda due anni fa ha pubblicato l'immagine della principessa Hayfa Bin Abdullah al Saud, una delle figlie del defunto re Abdullah, al volante di un'auto decapottabile nel deserto mentre indossa i tacchi alti.
Ma è utile ricordare anche che una giovane donna saudita è ancora in carcere, e in attesa di processo da oltre 900 giorni. Si chiama Loujain al-Hatlhou, ha 32 anni, e la sua incredibile vicenda giudiziaria è iniziata quando ha voluto sfidare il regime della monarchia più oscurantista di tutto il Golfo e guidare da sola un'automobile. Tanto è bastato per essere prelevata e portata in carcere dove, secondo quanto hanno sostenuto diverse Ong che si occupano di diritti umani, Loujan è stata anche torturata.
"Oggi a Riad - spiega ancora Picardi - non c'è abbastanza personale ministeriale, quindi non ci sono esami di guida, gli allievi non guidano ed il sistema - anche per via della pandemia - è tutto bloccato. Ho già ricevuto diverse richieste d'interessamento da parte di istruttori italiani per partecipare al progetto. Al momento diamo la precedenza alle donne, il loro coinvolgimento in questo momento storico è determinante per la buona riuscita del progetto. In un secondo tempo ci attiveremo per il reclutamento degli istruttori uomini".










