di Andrea De Angelis
vaticannews.va, 5 febbraio 2021
Il luogo di culto all'interno del carcere romano è una realtà di integrazione e fraternità, anche grazie alla sua denominazione, ideata da don Sandro Spriano, per anni cappellano dell'istituto penitenziario. "Quel nome indica che lì c'è un Padre per tutti i detenuti, di qualunque fede. Nessuno escluso", afferma il sacerdote nella nostra intervista.
Esistono luoghi sconosciuti ai più, eppure tanto preziosi. Strutture, edifici, talvolta piccoli, ma ricchi di luce. In grado di portare speranza, di generare incontri, di respirare quell'atmosfera di casa. A Rebibbia, proprio al centro del carcere, si trova la chiesa del Padre Nostro, il luogo di integrazione principale in un carcere che è diviso in quattro istituti penitenziari, a loro volta suddivisi in vari reparti per motivi di sicurezza o per tipologia di reato. Un nome, quello della chiesa, scelto non a caso.
Per tutti i fratelli - Ogni giorno i detenuti musulmani, ortodossi, protestanti si ritrovano, insieme ai cattolici, in questo punto del penitenziario. Ciascuno si sente libero di pregare secondo la propria religione. La chiesa del Padre Nostro si chiama così proprio per una scelta di dialogo interreligioso, visto che all'interno del carcere non sono presenti altri luoghi di culto. Intitolarla ad un Santo o alla Vergine Maria avrebbe reso meno semplice il progetto di don Spriano: far sì che ciascuno si senta accolto, libero di pregare. Di sperare in un futuro migliore.
Spirito di fratellanza - "Quando nel 1991 sono arrivato a Rebibbia, c'era la possibilità di celebrare nei reparti, in tutti i luoghi dove vivevano i detenuti. Però non c'era un luogo abitudinale in cui andare per una Messa più comunitaria, anche più dignitosa dal punto di vista dell'allocazione. Questa chiesa degli anni 70 non era mai stata usata, perché non era consentito ai detenuti uscire dai reparti per raggiungerla".
Inizia così il racconto a Vatican News di don Sandro Spriano, per 31 anni, e fino alla scorsa estate, cappellano di Rebibbia. "Abbiamo cominciato a fare gli incontri dei detenuti con i loro familiari nella piazza della chiesa, che si trova al centro di questo spazio e del carcere. Siamo riusciti a poterla usare - ricorda - iniziando a celebrare la domenica la Messa, reparto per reparto. L'idea era di far uscire i detenuti per andare in chiesa, proprio come fa ogni cristiano la domenica, quando esce di casa per andare nella sua parrocchia".
La scelta del nome - "Questa chiesa - prosegue don Spriano - non aveva un nome, così dopo aver ricostruito l'altare, consacrato dal cardinale vicario Ruini, abbiamo pensato di darle un nome. Erano circa cinque anni che mi trovavo a Rebibbia. Io cercai in tutti i modi di mettere in atto la mia idea, cioè di chiamarla 'Chiesa del Padre Nostro' e spiegai che l'intenzione era di far capire che lì c'era un Padre per tutti quei cittadini che vivevano in carcere, nessuno escluso. Per tutti quelli che pensavano a Dio, avevano una fede, fossero cristiani, musulmani o ebrei. Questo non importava".
Tantissimi i "grazie" - "Nel corso degli anni - racconta don Spriano - tantissimi hanno espresso il loro apprezzamento per questo luogo di culto. Si sentivano un po' a casa, venire tutti in un luogo per pregare è importante. Quando celebravo, anche con 300 detenuti, nessuno fiatava e questa cosa mi emozionava, ero commosso. A volte faticavo a parlare, davanti a quegli uomini che ascoltavano la Parola e tante persone hanno fatto un vero cammino di fede".
"Quando nel 2015 venne Papa Francesco, lui ascoltò tutte le persone e mi meravigliai di come tutti gli chiedessero una preghiera, una benedizione. Per me - conclude - fu una cosa molto bella, in fondo, pensai, le persone non sono così materialiste come a volte si crede". Sono numerose le occasioni in cui Francesco, nel corso del suo pontificato, si è recato in visita nelle carceri così come le volte in cui ha parlato dei detenuti.
Ponti di speranza - Nell'udienza del 14 settembre 2019 ai cappellani delle carceri italiane, alla polizia e al personale dell'amministrazione penitenziaria, il Papa ha chiesto di diventare "costruttori di futuro", di non spegnere la speranza dei detenuti, di essere "ponti" tra il carcere e la società civile. Quindi il suo forte invito a non scoraggiarsi, ma a far fronte alle difficoltà ed alle insufficienze: "Tra queste penso, in particolare, al problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari, è un problema grande che accresce in tutti un senso di debolezza se non di sfinimento. Quando le forze diminuiscono - ha affermato in quell'occasione Francesco - la sfiducia aumenta. È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di recupero". Di recente, poi, il Papa ha voluto ricordare le tante mamme in fila fuori dalle carceri per vedere il loro figlio detenuto.
L'amore di Dio - Dio è come "un buon padre e una buona madre" che "non smettono mai di amare il loro figlio, per quanto possa sbagliare". È l'immagine che Papa Francesco ha usato nella catechesi dell'udienza generale di mercoledì 2 dicembre 2020, per far capire il senso profondo della benedizione, connessa strettamente alla speranza e all'amore di Dio per ciascuno, anche per gli "irrecuperabili".
Per tutti. Dio, infatti, ha rimarcato il Papa, "non ha aspettato che ci convertissimo per cominciare ad amarci, ma lo ha fatto molto prima, quando eravamo ancora nel peccato". Francesco ha ricordato quando, tante volte, ha visto la gente che faceva la fila per entrare in carcere: tante mamme in coda per vedere il proprio figlio detenuto.
"Non smettono di amare il figlio e non si vergognano se magari sul bus qualcuno le possa indicare come madri di un carcerato. Forse provano anche vergogna, ma vanno avanti. Per loro è più importante il figlio della vergogna, così noi per Dio siamo più importanti noi che tutti i peccati che noi possiamo fare. Perché Lui è padre, è madre, è amore puro, Lui ci ha benedetto per sempre. E non smetterà mai di benedirci".
di Martina Pennisi
Corriere della Sera, 5 febbraio 2021
Dal confronto fra TikTok e il Garante italiano per la privacy siamo usciti con la consapevolezza disarmante che una soluzione immediata non c'è. Tanto tuonò, ma caddero poche (pochissime) gocce. Quasi niente. Dal confronto fra TikTok, applicazione di intrattenimento video del colosso cinese ByteDance, e il Garante italiano per la privacy siamo usciti con la consapevolezza disarmante che una soluzione immediata, ma anche a breve termine, al problema della presenza dei minori sui social network non c'è, o quantomeno non verrà applicata.
Il Garante ha sollevato la questione in dicembre, e a fine gennaio ha ordinato a TikTok di smettere di trattare di dati degli utenti di cui non ha certezza dell'età anagrafica. Risposta dell'app, usata in Italia da più di nove milioni di persone: la data di nascita verrà chiesta di nuovo, dal 9 febbraio. Ma chiunque potrà mentire, compresi quegli under 13 che non dovrebbero potersi iscrivere, ma lo fanno lo stesso. Le piattaforme ne sono consapevoli - gli Stati Uniti le hanno già multate per questo: 5,7 milioni di dollari TikTok e 170 milioni YouTube - e come spesso accade nei tira e molla con istituzioni, opinione pubblica o altre aziende cercano e adottano soluzioni in modo progressivo (pensate al copyright e alla rapidità con cui, adesso, vengono rimossi i video che violano i diritti). Per ora, su TikTok, Facebook e Instagram gli utenti possono segnalare chi sembra avere meno di 13 anni, mentre YouTube fa delle verifiche ad hoc per determinati contenuti.
In Italia c'è chi, come il tecnologo Stefano Quintarelli, ha proposto di sfruttare l'identità digitale Spid per accertare l'età degli utenti. Al Garante TikTok ha promesso che valuterà la possibilità di usare l'intelligenza artificiale (e i dati in suo possesso, quindi): se questa è una strada, va esplorata in tempi rapidi, nel rispetto della privacy. Dall'altra parte dello schermo ci siamo noi, i nostri figli, fratelli minori, nipoti, studenti: consapevolezza, alfabetizzazione, formazione e dialogo al momento sono le vere, uniche, armi che abbiamo
di Andrea De Angelis
vaticannews.va, 5 febbraio 2021
Il luogo di culto all'interno del carcere romano è una realtà di integrazione e fraternità, anche grazie alla sua denominazione, ideata da don Sandro Spriano, per anni cappellano dell'istituto penitenziario. "Quel nome indica che lì c'è un Padre per tutti i detenuti, di qualunque fede. Nessuno escluso", afferma il sacerdote nella nostra intervista.
Esistono luoghi sconosciuti ai più, eppure tanto preziosi. Strutture, edifici, talvolta piccoli, ma ricchi di luce. In grado di portare speranza, di generare incontri, di respirare quell'atmosfera di casa. A Rebibbia, proprio al centro del carcere, si trova la chiesa del Padre Nostro, il luogo di integrazione principale in un carcere che è diviso in quattro istituti penitenziari, a loro volta suddivisi in vari reparti per motivi di sicurezza o per tipologia di reato. Un nome, quello della chiesa, scelto non a caso.
Per tutti i fratelli - Ogni giorno i detenuti musulmani, ortodossi, protestanti si ritrovano, insieme ai cattolici, in questo punto del penitenziario. Ciascuno si sente libero di pregare secondo la propria religione. La chiesa del Padre Nostro si chiama così proprio per una scelta di dialogo interreligioso, visto che all'interno del carcere non sono presenti altri luoghi di culto. Intitolarla ad un Santo o alla Vergine Maria avrebbe reso meno semplice il progetto di don Spriano: far sì che ciascuno si senta accolto, libero di pregare. Di sperare in un futuro migliore.
Spirito di fratellanza - "Quando nel 1991 sono arrivato a Rebibbia, c'era la possibilità di celebrare nei reparti, in tutti i luoghi dove vivevano i detenuti. Però non c'era un luogo abitudinale in cui andare per una Messa più comunitaria, anche più dignitosa dal punto di vista dell'allocazione. Questa chiesa degli anni 70 non era mai stata usata, perché non era consentito ai detenuti uscire dai reparti per raggiungerla".
Inizia così il racconto a Vatican News di don Sandro Spriano, per 31 anni, e fino alla scorsa estate, cappellano di Rebibbia. "Abbiamo cominciato a fare gli incontri dei detenuti con i loro familiari nella piazza della chiesa, che si trova al centro di questo spazio e del carcere. Siamo riusciti a poterla usare - ricorda - iniziando a celebrare la domenica la Messa, reparto per reparto. L'idea era di far uscire i detenuti per andare in chiesa, proprio come fa ogni cristiano la domenica, quando esce di casa per andare nella sua parrocchia".
La scelta del nome - "Questa chiesa - prosegue don Spriano - non aveva un nome, così dopo aver ricostruito l'altare, consacrato dal cardinale vicario Ruini, abbiamo pensato di darle un nome. Erano circa cinque anni che mi trovavo a Rebibbia. Io cercai in tutti i modi di mettere in atto la mia idea, cioè di chiamarla 'Chiesa del Padre Nostro' e spiegai che l'intenzione era di far capire che lì c'era un Padre per tutti quei cittadini che vivevano in carcere, nessuno escluso. Per tutti quelli che pensavano a Dio, avevano una fede, fossero cristiani, musulmani o ebrei. Questo non importava".
Tantissimi i "grazie" - "Nel corso degli anni - racconta don Spriano - tantissimi hanno espresso il loro apprezzamento per questo luogo di culto. Si sentivano un po' a casa, venire tutti in un luogo per pregare è importante. Quando celebravo, anche con 300 detenuti, nessuno fiatava e questa cosa mi emozionava, ero commosso. A volte faticavo a parlare, davanti a quegli uomini che ascoltavano la Parola e tante persone hanno fatto un vero cammino di fede".
"Quando nel 2015 venne Papa Francesco, lui ascoltò tutte le persone e mi meravigliai di come tutti gli chiedessero una preghiera, una benedizione. Per me - conclude - fu una cosa molto bella, in fondo, pensai, le persone non sono così materialiste come a volte si crede". Sono numerose le occasioni in cui Francesco, nel corso del suo pontificato, si è recato in visita nelle carceri così come le volte in cui ha parlato dei detenuti.
Ponti di speranza - Nell'udienza del 14 settembre 2019 ai cappellani delle carceri italiane, alla polizia e al personale dell'amministrazione penitenziaria, il Papa ha chiesto di diventare "costruttori di futuro", di non spegnere la speranza dei detenuti, di essere "ponti" tra il carcere e la società civile. Quindi il suo forte invito a non scoraggiarsi, ma a far fronte alle difficoltà ed alle insufficienze: "Tra queste penso, in particolare, al problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari, è un problema grande che accresce in tutti un senso di debolezza se non di sfinimento. Quando le forze diminuiscono - ha affermato in quell'occasione Francesco - la sfiducia aumenta. È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di recupero". Di recente, poi, il Papa ha voluto ricordare le tante mamme in fila fuori dalle carceri per vedere il loro figlio detenuto.
L'amore di Dio - Dio è come "un buon padre e una buona madre" che "non smettono mai di amare il loro figlio, per quanto possa sbagliare". È l'immagine che Papa Francesco ha usato nella catechesi dell'udienza generale di mercoledì 2 dicembre 2020, per far capire il senso profondo della benedizione, connessa strettamente alla speranza e all'amore di Dio per ciascuno, anche per gli "irrecuperabili".
Per tutti. Dio, infatti, ha rimarcato il Papa, "non ha aspettato che ci convertissimo per cominciare ad amarci, ma lo ha fatto molto prima, quando eravamo ancora nel peccato". Francesco ha ricordato quando, tante volte, ha visto la gente che faceva la fila per entrare in carcere: tante mamme in coda per vedere il proprio figlio detenuto.
"Non smettono di amare il figlio e non si vergognano se magari sul bus qualcuno le possa indicare come madri di un carcerato. Forse provano anche vergogna, ma vanno avanti. Per loro è più importante il figlio della vergogna, così noi per Dio siamo più importanti noi che tutti i peccati che noi possiamo fare. Perché Lui è padre, è madre, è amore puro, Lui ci ha benedetto per sempre. E non smetterà mai di benedirci".
ansa.it, 5 febbraio 2021
Finora ha registrato 2.151 casi di contagio e 28 decessi. Il carcere californiano di San Quintino, che finora ha registrato 2.151 casi di coronavirus e 28 decessi provocati dalla malattia, è stato multato per oltre 400mila dollari (circa 335mila euro) per violazioni della normativa sulla sicurezza sul lavoro. Lo riporta la Cnn.
Il dipartimento statale delle Relazioni industriali ha imputato al penitenziario una quindicina di violazioni, per una multa complessiva di 421mila dollari (oltre 351mila euro), una delle più alte finora imposte dalla California per violazioni legate al Covid-19.
Il carcere, che ospita circa 3.260 persone, era stato duramente colpito dal coronavirus l'anno scorso, quando 2.200 tra detenuti e agenti erano risultati positivi nei mesi di luglio e agosto e 25 persone erano decedute. Ma l'emergenza nel penitenziario non è finita: secondo i dati ufficiali nelle ultime due settimane oltre il 40% dei detenuti è risultati positivi al tampone.
ansa.it, 5 febbraio 2021
Era sospettato di aver "diffuso informazioni false". L'Egitto ha rimesso in libertà dopo 4 anni il giornalista di Al-Jazeera, Mahmoud Hussein, trattenuto fin dal dicembre 2016 perché sospettato di aver "diffuso informazioni false".
Un'accusa simile a quella che è stata rivolta a Patrick Zaki, studente e attivista egiziano, in Italia per seguire un master all'Università di Bologna, arrestato nel febbraio del 2020. Il giornalista egiziano è stato rilasciato giovedì sera, ha detto una fonte interna alla sicurezza all'agenzia Afp. L'emittente televisiva qatariana aveva ripetutamente chiesto la sua liberazione sostenendo che fosse stato arrestato e detenuto senza accuse formali, senza processo e senza aver ricevuto una condanna.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 5 febbraio 2021
Serghej Smirnov, il direttore di Mediazona, (al centro appoggiato sulla barra di un letto a castello) in una cella del centro Sakharovo. Fonte: Telegram "Protest Msu". Oltre 10mila fermi in due settimane di proteste per Aleksej Navalnyj. Nella capitale oltre 6mila, circa 1.200 nella sola giornata di martedì. Anche il giornalista Smirnov stipato in una cella per otto con una trentina di uomini.
"Guardate che schifo", esclama Maria Silantieva mentre con la videocamera del cellulare inquadra una latrina alla turca nell'angolo di una cella con quattro letti a castello di nudo metallo dove però sono stipate una ventina di detenute. "Non ci sono materassi, non c'è niente, siamo in queste condizioni da un giorno e mezzo", continua nel video pubblicato su Instagram, accompagnato dall'appello: "Chiedo la massima copertura. Non dovrebbe andare così".
È soltanto una delle tante testimonianze che stanno inondando i social russi da quando nelle ultime due settimane oltre 10mila persone sono state fermate in tutto il Paese in seguito alle proteste per chiedere il rilascio di Aleksej Navalnyj. A Mosca gli arresti sono stati oltre 6mila, circa 1.200 nella sola giornata di martedì 2 febbraio dopo la condanna a tre anni e mezzo per l'oppositore, spiega a Repubblica Konstantin Fomin, portavoce di Ovd-info, la ong che tiene il conto degli arresti.
I centri di detenzione straripano. E così i dimostranti fermati durante le manifestazioni spesso vengono abbandonati per ore nei corridoi dei dipartimenti di polizia o a bordo degli avtozak, i cellulari delle forze dell'ordine, a temperature sotto lo zero, senza ricevere cibo né acqua o senza poter andare in bagno. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha ammesso il sovraffollamento, ma ha dato la colpa ai dimostranti.
"Questa situazione non è stata provocata dalle forze dell'ordine, è stata provocata dalla partecipazione a manifestazioni non autorizzate". Il tema sarà al centro dei colloqui di oggi a Mosca tra l'Altro Rappresentante Ue Joseph Borrell e il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov: "Le nostre relazioni si sono deteriorate negli ultimi dieci anni. Oggi ci percepiamo come rivali piuttosto che come partner", ha detto in un'intervista a Interfax il diplomatico spagnolo, che spera d'incontrare Navalnyj.
Il filmato di Silantieva arriva da Sakharovo, un centro per migranti a 66 chilometri da Mosca trasformato in un carcere speciale per politicheskij, detenuti politici. Anche il giornalista Serghej Smirnov, il direttore di MediaZona, si trova qui e sta vivendo in prima persona gli abusi del sistema giudiziario e carcerario che è solito denunciare sul sito indipendente fondato dalle Pussy Riot. Fermato sabato scorso davanti al figlio di cinque anni, martedì è stato condannato a 25 giorni di carcere per aver ritwittato una battuta su se stesso.
Prima di essere stato trasferito in una cella "normale", è finito con un'altra trentina di uomini in una stanzetta per otto. In uno scatto diffuso dal suo compagno di cella, Dmitrij Ivanov, autore del popolare canale Telegram Protest Msu, si vedono due o tre uomini sdraiati per brandina, senza materassi, mentre altri otto cercano di dormire seduti su una panca con la testa appoggiata su un tavolo al centro del locale. "Non è doloroso o spaventoso, ma è lungo e noioso", commenta Ivanov. "L'atmosfera è quella di un deprimente sanatorio di periferia, solo che ci sono le sbarre alle finestre".
Ma c'è anche chi ha denunciato violenze da parte delle forze di polizia. "Il 31 gennaio sono capitato con altra gente nell'accerchiamento creato dagli Omon. Mi hanno visto, mi sono spaventato e mi sono messo a correre, ma sono scivolato.
E in due hanno cominciato a manganellarmi e a darmi calci. Io non ho opposto resistenza, ma hanno continuato a picchiarmi fino a che la parte sinistra del mio corpo non si muoveva più", narra a Repubblica Nikita Jancikov, studente universitario di 22 anni. "Mi hanno trascinato su un cellulare che ha fatto diversi giri per Mosca come se aspettassero di sapere dove potevano portarci. Alla stazione di polizia mi hanno obbligato a firmare un verbale puramente inventato senza la presenza del mio avvocato. Ora attendo il processo".
Anche Mikhail Berdnikov, 19 anni, commesso, è stato fermato domenica scorsa. "Gli Omon mi hanno dato un calcio alla schiena, sono caduto a terra e allora mi hanno colpito alla testa", ci racconta. "Poi mi hanno spinto su un cellulare, storcendomi le braccia e dandomi un altro colpo alla testa". Anche nei dipartimenti di polizia ci sono stati episodi di intimidazioni e uso spropositato della forza. L'attivista 21enne Aljona Kitaeva ha denunciato di essere stata incappucciata con una busta di plastica, spinta giù da una sedia e minacciata con una pistola taser solo perché si rifiutava di rivelare la password del suo cellulare. In cella è finita anche gente arrestata per caso che non si era mai interessata alla politica e ora invece ha compreso le ragioni della protesta. "Avevo la sensazione che il nostro Paese non fosse il più giusto.
Ma ora l'ho visto, sperimentato e compreso in prima persona", ha confessato Ignat fermato il 23 gennaio e detenuto a Sakharovo per una settimana. Intanto davanti all'ex centro migranti si allungano le code dei familiari dei detenuti. Portano buste ricolme di cibo, biancheria, prodotti per l'igiene. Come Jurij, padre di uno studente arrestato il 31 gennaio. "Come si fa a non appoggiare il suo desiderio di libertà?", ha detto a Bbc Russia. "Certo mi dispiace che gli sia capitato questo, ma spero che la Russia sarà presto libera".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
Detenzioni illegali, sparizioni, confessioni di immoralità estorte: il nuovo medioevo delle milizie Houti si abbatte sulle yemenite. Solo pochi giorni fa il governo italiano ha deciso di revocare le autorizzazioni all'export di armamenti (bombe e missili) ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Un effetto della campagna per impedire che le armi italiane contribuiscano al massacro di civili provocato dal conflitto in Yemen. Arabia Saudita e EAU infatti guidano la coalizione militare che combatte i ribelli sciiti, Houti, sostenuti dall'Iran. Quelle italiane naturalmente non sono le uniche armi impiegate, sono molti i paesi che esportano macchine di morte in una guerra scoppiata nel marzo del 2015 e tuttora in corso con violenti combattimenti.
Eppure quella odierna è una situazione figlia in qualche modo degli sconvolgimenti del 2011 quando lo Yemen, uno dei paesi più poveri dell'area della penisola arabica, venne investito dall'ondata delle cosiddette primavere arabe. Come in altri paesi il risultato politico sarebbe stato diverso dalle speranze iniziali. Uno ad uno caddero regimi e autocrati al potere da decenni ma il vuoto seguente è stato spesso un baratro riempito da uomini altrettanto autoritari. Dieci anni fa le strade di Sanà, Taiz o Aden furono percorse da migliaia di persone soprattutto provenienti dai quartieri popolari, ma le proteste partirono anche da ambienti universitari e della società civile. Al centro delle manifestazioni le richieste di un abbassamento dei prezzi del cibo fino alle dimissioni del presidente Saleh al potere da 33 anni. Quest'ultimo venne ferito da una bomba lanciata contro il palazzo presidenziale, riparato in Arabia Saudita tornò dopo due mesi designando come suo successore Abdrabbuh Mansour Hadi che divenne presidente nel 2012.
Al di là del cambio istituzionale quella dello Yemen, almeno in quella prima fase, fu una vera rivoluzione sociale e culturale. Molte volte infatti in prima fila dei cortei c'erano le donne che per la prima volta presero in mano il loro destino e quello del paese. In particolar modo alcune di esse erano e sono avvocate e nello stesso tempo attiviste per i diritti umani. Le loro storie raccontano non solo il passato ma anche il futuro dello Yemen. È il caso di Ishraq al- Maqtari, la legale che fu tra le prime donne a scendere in piazza. Recentemente è stata intervistata dalla BBC è ha ricordato la scelta di impegnare se stessa nella lotta di quel periodo, non solo per se stessa ma anche per i suoi figli che non di rado portò con lei alle manifestazioni. Una decisione difficile e pericolosa. Basti pensare all'episodio nel quale la Guardia Repubblicana fede a Saleh aprì il fuoco contro le donne che pregavano in un presidio di protesta a Taiz diventando un obiettivo della repressione.
La rivoluzione dunque fu l'occasione per le donne di partecipare al dibattito pubblico, un cambiamento che però è stato fin dall'inizio combattuto dalla società patriarcale ben lungi dall'essere superata. La situazione poi è peggiorata ancora di più quando il 21 settembre 2014, gli Houhti hanno inflitto pesanti perdite alle forze fedeli ad Hadi e sono penetrate fin dentro i quartieri centrali di Sana'a. Così la capitale dello Yemen di fatto appare adesso controllata dai seguaci degli Houthi. Lo spazio per avvocate come Ishraq al-Maqtari, nel frattempo divenuta membro della Commissione nazionale per indagare sulle presunte violazioni dei diritti umani, si è ulteriormente ridotto. Uno degli esempi più lampanti è stata la sua denuncia contro la campagna di arresti nei confronti del "lavoro sessuale".
Decine di donne sono finite in carcere con l'accusa di prostituzione sebbene una tradizione conservatrice non veda di buon occhio la detenzione femminile. Per al-Maqtari però dietro la persecuzione della prostituzione si nascondono arresti politici, un modo per colpire una società che si schiera contro quella che vede come un'occupazione.
I dati, sebbene non aggiornati, parlano di almeno 182 donne incarcerate (oltre a quelle detenute a Sanaa, secondo Maqtari ce ne erano settanta imprigionate nell'Amran dello Yemen settentrionale e 12 nella città di Hodeidah sul Mar Rosso), principalmente per esercitare una pressione sulle famiglie. L'avvocata al-Maqtari ha riferito anche che diverse ragazze sono state sequestrate mentre uscivano da scuola o prestavano soccorsi alle persone colpite dai bombardamenti. La campagna di detenzione si è intensificata a partire dal dicembre 2018, prendendo di mira le donne tra i 16 e i 74 anni.
Ishraq al Maqtari ha così raccolto le testimonianze di altri avvocati i quali, molti in forma anonima, hanno rivelato che sotto le minacce degli Houthi, le donne sono state costrette ad ammettere, sotto minaccia di tortura, di aver esrecitato "lavoro sessuale" anche se ciò non corrispondeva alla verità. Inoltre alle accusate spesso non è stato consentito di avvalersi di un legale difensore.
Incarcerazioni illegali e sparizioni forzate dunque, una situazione che viene costantemente denunciata anche dall'avvocata Radhya al- Mutawakel che insieme al marito, ha fondato nel 2014 l'organizzazione "Mwatana" per documentare le violazioni dei diritti umani in Yemen. Per la sua attività è stata costretta lasciare il suo paese per rifugiarsi negli Stati Uniti, dopo essere finita in carcere in due occasioni, ma è stata anche la prima civile yemenita ad intervenire al Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
A luglio dello scorso anno un rapporto di "Mwatana" titolato 'In the Darkness: Abusive Detention, Disappearance and Torture in Yemen's Unofficial Prisons', basato su 2.566 interviste, ha fatto luce su almeno 1.600 casi di detenzioni arbitrarie e sulle torture compiute nelle prigioni segrete appartenenti a ambedue le parti in conflitto. Nel rapporto di 87 pagine si parla infatti di almeno undici centri di detenzione non ufficiali dove gli abusi sui detenuti sono una pratica quotidiana fin dal 2016. L'organizzazione per i diritti umani ha rivelato come le famiglie non abbiano saputo più nulla circa la sorte dei loro parenti detenuti.
In particolare gli Houthi gestirebbero carceri illegali nel quartier generale dei servizi segreti e a Taiz in edifici residenziali, mentre le forze armate degli Emirati Arabi Uniti avrebbero costruito campi di prigionia nella provincia di Aden e il governo in quella di Ma'rib. Naturalmente il lavoro più grande e difficile di Radhya al- Mutawakel è quello di riuscire a contribuire alla pace per lo Yemen. Un'impresa ardua ma che nonostante le difficoltà potrebbe essere a portata di mano. Secondo l'avvocata infatti le parti in conflitto sono ambedue deboli e screditate anche se il sostegno alla Comunità internazionale non è univoco. In questo senso la fine dell'export di armamenti rappresenta un punto fondamentale.
di Enrico Sbriglia*
oralegalenews.it, 4 febbraio 2021
La sciagura della pandemia poteva tradursi in una utile occasione per un cambio di strategia nel mondo delle carceri, dando finalmente voce ad una legittima pretesa di cambiamento che da tempo rimbalza, prigioniera, nei dibattiti e nei circoli di quanti sono sensibili ai temi dell'esecuzione penale tout court.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 4 febbraio 2021
"Sanitaria, sociale ed economico finanziaria". È questa la connotazione multipla della crisi che il presidente della Repubblica affida alla gestione dell'auspicato governo di alto profilo. E non è per menare il torrone, ma tra i motivi di crisi ci sarebbe anche - e non meno urgentemente - la coppia di bazzecole costituita dal deperimento dello Stato di diritto prodotto in mesi e mesi di svacco istituzionale e dal massacro dei diritti individuali nel malgoverno della giustizia.
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 febbraio 2021
Un'alleanza senza 5S rivedrebbe le riforme del processo. Più spazio per le cause affidate agli avvocati: il modello Cnf è diffuso all'estero e può far breccia in un premier "europeo". Come sarebbe la giustizia di un governo Draghi? Domanda forse impropria. Non si sa qual è il governo, né da quali forze sarà sorretto. Però si può ragionare sui dati disponibili. Pochi.
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- Severino alla giustizia? Per favore, no!
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