di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 5 febbraio 2021
"In carcere anziani anche più malati di Verdini ma sono poveri". A Poggioreale su 2mila detenuti solo uno può andare a lavorare fuori. Sei visite ispettive, oltre 500 detenuti incontrati e un migliaio di telefonate ricevute dai familiari degli stessi per denunciare violenze, criticità sanitarie, casi di Covid, condizioni igieniche precarie, problemi economici e le lungaggini burocratiche. Sono solo alcuni dati del report di 64 pagine presentato dal garante dei detenuti del Comune di Napoli Pietro Ioia al termine del suo primo anno di mandato.
"Sono il garante del popolo" ha spiegato Ioia, 62 anni, nel corso della conferenza stampa al Gridas (Gruppo Risveglio Dal Sonno) di Scampia. Un anno intenso, segnato dall'emergenza coronavirus che ha accentuato ulteriormente le criticità presenti nelle carceri italiane e, in questo caso, napoletane. Un anno segnato anche dalla quasi totale assenza dell'amministrazione comunale partenopea. Dopo la nomina di Ioia infatti il sindaco de Magistris "è sparito, doveva venire con noi in visita ai detenuti ma non si è fatto più sentire".
Ioia, che non percepisce uno stipendio per l'attività che svolge (perché non previsto dal comune partenopeo), non ha un ufficio ("il mio ufficio è il bar") ma, nonostante i pochi mezzi a disposizione, è riuscito a diventare in pochi mesi un vero e proprio punto di riferimento per i familiari dei detenuti ristretti nel carcere di Poggioreale, in quello di Secondigliano e nell'istituto minorile di Nisida.
Nel suo lavoro quotidiano è stato affiancato da due donne, Sara Romito e Sara Meraviglia, che in questo lungo e intenso anno hanno avviato contatti con associazioni presenti sul territorio per garantire i servizi minimi ai detenuti e ai loro familiari. "Nelle prossime settimane attiveremo uno sportello legare gratuito presso il centro Gelsomina Verde di Scampia in modo tale da aiutare i parenti che non hanno la possibilità di sostenere la spesa economica di un avvocato" ha spiegato Romito. Ioia nel corso dell'ultimo anno ha incontrato anche quattro detenuti che hanno provato a togliersi la vita. "Con il Covid, le attività ricreative dimezzate, i tempi burocratici relativi alle decisioni su pene alternative, procedimenti penali, visite specialistiche, la vita all'interno è diventata un incubo" spiega il garante comunale.
"Ci sono tanti detenuti con patologie pregresse, ci sono anziani anche più malati di Verdini ma sono poveri. È sempre una tragedia, ogni volta che li incontro mi dicono sempre le stesse cose. Ce ne sono tantissimi che potrebbero uscire prima, perché hanno pochi mesi da scontare, e invece non accade nulla" aggiunge Ioia. "Purtroppo lo Stato è assente soprattutto nelle carceri della Campania. È stato un anno difficile, ci sono stati morti per Covid, ci sono state violenze accuratamente preparate e disposte dopo le rivolte, così come è capitato a me 30 anni fa" spiega Ioia.
Un altro dato eclatante è relativo all'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario, quello che permette ai detenuti che ne fanno richiesta e ne hanno i requisiti di svolgere un'attività lavorativa all'esterno delle mura carcerarie. "Il caso di Poggioreale è emblematico - spiega Sara Meravaglia dei Radicali Italiani - perché a fronte di una popolazione detentiva di quasi 2mila unità c'è un solo detenuto a cui è stato consentito di svolgere attività esterna".
"Il problema - aggiunge - è legato alle scarse risorse destinate ai penitenziari e alle istituzioni che non svolgono il ruolo di mediatori tra la comunità cittadina e il carcere stesso". Presente alla conferenza stampa anche Antonio Piccirillo, 25 anni, figlio del boss Rosario Piccirillo (attualmente detenuto), che entrerà nello staff di Pietro Ioia per lavorare alla costruzione di un'alternativa per chi si trova in carcere.
Antonio Piccirillo (di cui parleremo in modo approfondito in un articolo che verrà pubblicato a breve) è salito agli onori delle cronache nel maggio del 2019 quando partecipò a una fiaccolata in piazza Nazionale dopo l'agguato subito dalla piccola Noemi, la bimba di 3 anni ferita per errore mentre si trovava fuori a un bar in compagnia della nonna e della madre.
di Massimo Romano
napolitoday.it, 5 febbraio 2021
Antonio Piccirillo ha 25 anni: "Per vent'anni ho sofferto per mio padre in carcere". Il garante dei detenuti lo vuole al suo fianco: "Voglio parlare al cuore dei papà, spiegare loro quanta sofferenza causano alle loro famiglie". Antonio Piccirillo ha 25 anni e 20 li ha trascorsi andando a trovare il padre detenuto in varie carceri. La sua vita è improvvisamente cambiata quando nella primavera del 2019, dopo il ferimento della piccola Noemi, dichiarò pubblicamente di essere figlio di un boss, Rosario Piccirillo, e di volersi dissociare da tutto quanto il padre avesse fatto.
Nonostante la giovane età, Antonio ha le idee chiare e le spalle larghe e lo ha dimostrato ancora una volta quando, in occasione della presentazione del report sulle carceri prodotto dal garante dei detenuti Pietro Ioia, ha annunciato il suo desiderio: "Voglio affiancare Pietro nel lavoro che svolge nei penitenziari. Voglio parlare ai padri che sono in cella. Voglio spiegare loro la sofferenza che causano alle loro famiglie, ai loro figli. Voglio convincerli a cambiare strada".
È consapevole che le parole non basteranno, che perché qualcosa si muova va cambiata l'idea stessa del carcere e va buttato giù un muro fatto di pregiudizi. "C'è una grande battaglia da fare. So cosa vuol dire camminare con un'etichetta addosso. Io e mio fratello siamo stati sempre i figli del boss. Io voglio parlare di programmi di recupero, di valorizzazione dei detenuti. Spero che le istituzioni mi consentano di intraprendere questo percorso insieme a Pietro Ioia".
di Matilde Bellingeri
Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2021
La diversità del bene protetto della fattispecie penale descritta dall'articolo 640 c.p. e quella indicata dall'articolo 346-bis c.p. consente il concorso formale fra le due norme. Così si è espressa la Sesta Sezione Penale della Suprema Corte (sentenza n. 1869/21, depositata il 18 gennaio) circa la sussistenza di continuità normativa tra il reato di millantato credito e quello di traffico di illecite influenze. Il delitto di traffico di influenze illecite previsto dall'art. 346 bis c.p. è stato introdotto con la L. n. 190/2012. Precedentemente, l'unica fattispecie astrattamente idonea a reprimere le condotte corruttive volte ad alimentare i mercati illegali e la libera concorrenza era il millantato credito (346 c.p.) il quale prevedeva:
1) al comma 1, l'ipotesi in cui la promessa o dazione di denaro o altra utilità fosse funzionale alla remunerazione del mediatore per l'attività svolta nei confronti del pubblico ufficiale "come prezzo della propria mediazione";
2) al comma 2, l'ipotesi consistente nel farsi dare o promettere denaro o altre utilità "col pretesto di dover comprare il favore del pubblico ufficiale o impiegato o di doverlo remunerare".
La differenza risiedeva nella prospettazione che il "venditore di fumo" ne avrebbe fatto al "potenziale" corruttore, come prezzo o come costo della propria mediazione. Le condotte previste dall'art. 346, comma 2 c.p. si ponevano in rapporto di specialità con il delitto di truffa, la condotta censurata avrebbe potuto realizzarsi solo attraverso quegli artifici e raggiri propri del reato di truffa. La L. n. 190/2012 ha introdotto la fattispecie di traffico di influenze illecite (346 bis c.p.) prevedendo la punizione di chi, sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, si faceva dare o promettere a sé o ad altri, indebitamente, denaro ad altra utilità, come prezzo della propria mediazione (a vantaggio del mediatore) o, in alternativa, quale remunerazione, destinata al pubblico ufficiale.
Tale fattispecie, molto simile a quella del millantato credito, introduceva una sanzione per il compratore dell'influenza indebita.
Gli elementi differenziali tra l'art. 346 bis e il millantato credito (art. 346) erano essenzialmente due:
1) l'inserimento dell'aggettivo "esistenti", come elemento qualificante le relazioni sussistenti tra il mediatore e il pubblico ufficiale;
2) l'espressa previsione della punibilità del privato che indebitamente dà o promette denaro o altro vantaggio patrimoniale. Sul piano intertemporale, la riforma Severino aveva ad ogni effetto introdotto una nuova incriminazione, con conseguente applicabilità del principio irretroattività sfavorevole di cui all'art. 2, I, c.p. per il traffico di influenze commesso in epoca antecedente al 2012.
Successivamente, la legge n. 3/2019 ha abrogato il millantato credito (346 c.p.) e contestualmente riformulato il traffico di influenze (346 bis c.p.), ricomprendendovi oltre allo sfruttamento di relazioni esistenti con un pubblico ufficiale, anche la condotta di chi vanta relazioni puramente asserite. L'intento del legislatore era quello di realizzare una piena continuità normativa tra le fattispecie in esame. Tale obiettivo si è pacificamente realizzato con riferimento alla condotta in precedenza prevista dall'art. 346 comma 1 c.p.; a diversa conclusione si deve invece giungere con riferimento alle condotte in precedenza punite al comma 2 dell'art. 346 c.p. il quale prevedeva la punibilità di colui il quale riceve la dazione "col pretesto di dover comprare il favore di un pubblico ufficiale, o di doverlo remunerare".
I contrasti. Secondo quanto affermato da Cass. pen. n. 5221/2020 "la mancata riproposizione del termine "pretesto" contenuto nella precedente ipotesi di reato o altro di natura equipollente, che come sopra osservato, fondava il carattere autonomo della fattispecie di reato di cui all'art. 346, comma secondo, cod. pen. - inserendo la stessa in una storicamente riconosciuta particolare ipotesi di truffa - fa ritenere che non vi sia identità tra la norma abrogata e quella oggi prevista dall'art. 346 bis c.p. per come modificata dalla L. 9 gennaio 2019, n 3". Come si è accennato in precedenza, l'art. 346 comma 2 c.p. era in rapporto di specialità unilaterale con la fattispecie di cui all'art. 640 c.p. In relazione alle condotte commesse "col pretesto", dunque, si sarebbe realizzata un'ipotesi di abrogazione con contestuale riespansione dell'art. 640 c.p.
Inoltre, per effetto della modifica del 2019, il comma 2 art. 346 bis c.p. ha esteso alle condotte originariamente previste dall'art. 346 comma I c.p. la punibilità per il privato "potenziale" corruttore, rappresentando un fenomeno di nuova incriminazione, con conseguente applicazione del principio di irretroattività sfavorevole. Conseguentemente, dopo il 2019, non sarà punibile il soggetto che effettua la dazione al "venditore di fumo".
Questo orientamento non ha trovato conferma nella recente pronuncia della Cass. pen. n. 1869/2021, la quale non condivide la precedente prospettiva ermeneutica per diverse ragioni. In primo luogo, non avrebbe analizzato il fatto che entrambe le ipotesi di cui all'art. 346 c.p. prevedevano un delitto del privato contro la P.A., il cui retto e imparziale funzionamento costituisce l'unico oggetto della tutela, leso, nell'ipotesi di cui al comma 2, dal fatto che il pubblico ufficiale verrebbe prospettato quale persona corrotta o corruttibile.
Inoltre, la precedente pronuncia avrebbe disatteso quell'orientamento secondo il quale, l'ipotesi di cui al comma 2 dell'art. 346 c.p. si differenzierebbe dal delitto di truffa per due ragioni. Da un lato, per la diversità della condotta (non essendo necessaria né la millanteria né una generica mediazione); da altro, per l'oggetto della tutela penale (rispettivamente il prestigio della pubblica amministrazione e il patrimonio). Con la conseguenza che l'unica parte offesa ex art. 346 c.p. sarebbe la pubblica amministrazione e non, anche, colui il quale abbia versato somme al millantatore. Ciò considerato, secondo la pronuncia in commento, il reato di millantato credito potrebbe concorre, formalmente, con quello di truffa, stante la diversità dell'oggetto della tutela penale.
Le due norme si porrebbero, contrariamente rispetto a quanto precedentemente affermato, in totale continuità normativa non verificandosi ipotesi di abrogatio criminis integrale.
Sebbene, in astratto, la neonata macro-fattispecie di cui all'art. 346-bis c.p. sembri avere una dimensione applicativa amplissima, è ben evidente come i problemi di coordinamento tra l'art. 640 c.p. e l'art. 346 c.p., oggetto di serrato dibattito tra i penalisti, siano destinati a riproporsi in relazione all'art. 346-bis c.p.
ilsicilia.it, 5 febbraio 2021
Riceviamo e pubblichiamo una nota del Comitato Esistono i Diritti, inviata a seguito dell'ok sulla trattazione dell'atto in Consiglio Comunale a Palermo da parte del Presidente di Sala delle Lapidi Totò Orlando, circa la istituzione del Garante dei detenuti nel Comune di Palermo.
"Apprendiamo che la giunta comunale ha dato seguito alle sollecitazioni della dirigenza e degli iscritti al Comitato per l'istituzione della figura del garante dei diritti per i cittadini detenuti - scrive il Comitato - che teniamo a ribadire, con un più ravvicinato rapporto fra istituti detentivi e amministrazione, come comitato esistono i diritti, riteniamo indispensabile alla salvaguardia dei diritti fondamentali della persona all'interno delle case circondariali nella città metropolitana di Palermo.
Ci chiediamo quindi adesso cosa manchi perché la Città si doti definitivamente e quanto prima di questa figura quanto mai indispensabile. La realtà carceraria, prima che la cronaca ogni giorno, ci fornisce elementi di urgenza per la tenuta del sistema detentivo oltre che delle garanzie costituzionali. Volendo fare seguito a quanto fin qui fatto ci appelliamo a chi ne ha il potere, al consiglio comunale tutto, perché adesso si faccia presto e bene sul tema garante dei diritti dei detenuti.
Vita, 5 febbraio 2021
Per restituire quello che ha concretamente significato il progetto "La Barchetta Rossa e la Zebra", l'iniziativa partita 3 anni fa, nel carcere maschile Marassi e nella casa Circondariale femminile Pontedecimo di Genova, partiamo dalle parole di una mamma: "Ho imparato a conoscere il mio compagno in galera. Grazie al supporto degli educatori abbiamo capito come affrontare i nostri problemi. Barchetta Rossa non mi ha abbandonato, non ha abbandonato lui che sta scontando la sua pena e ha supportato nostra figlia, una bambina di 3 anni".
Dopo la ristrutturazione degli spazi a misura di bambino, dove i figli possono attendere il momento del colloquio in un ambiente adatto alla loro esigenze, sono stati avviati momenti di formazione per i genitori detenuti, per gli assistenti sociali, e per la polizia penitenziaria per spiegare qual è la strada più idonea per entrare in relazione con i minori che vivono un momento delicato del loro percorso di crescita accentuato dall'assenza di uno o di entrambi i genitori.
"La Barchetta Rossa e la Zebra" è il risultato di una sperimentazione straordinaria, corale e unica in Italia nata dalla relazione tra le associazioni territoriali genovesi del Terzo settore - il Cerchio delle Relazioni, capofila dell'iniziativa, la cooperativa sociale Il Biscione, Veneranda Compagnia di Misericordia, il Centro Medico psicologico pedagogico LiberaMente, Arci Genova e Ceis Genova con la Fondazione Francesca Rava Nph Italia Onlus, a cui è stata affidata l'opera di riqualificazione delle aree dedicate all'incontro dei bambini con i genitori detenuti nelle due case circondariali e il ruolo di project manager del progetto.
Con il privato sociale hanno lavorato le istituzioni pubbliche, l'amministrazione penitenziaria locale e dell'esecuzione penale esterna e il comune di Genova. L'iniziativa è stata finanziata dal Bando Prima Infanzia (0-6 anni) dell'impresa sociale Con i Bambini. "Siamo in presenza di uno dei migliori progetti che abbiamo sostenuto", ha spiegato Carlo Borgomeo, presidente dell'impresa sociale Con i Bambini, durante il webinar "Strade percorse e possibili sviluppi per un nuovo Metodo di intervento della genitorialità in carcere e della centralità del bambino", organizzato lo scorso dicembre per restituire in un momento pubblico, con oltre 200 partecipanti, tra cui Luca Villa, presidente del Tribunale per i minorenni di Genova, Marco Bucci, sindaco della città, Maria Milano, direttore del carcere di Marassi e Domenico Arena, direttore dell'Uepe, i risultati raggiunti in tre anni di sperimentazione.
"È un progetto innovativo", ha spiegato Borgomeo, "e sono le iniziative di questo tipo che possono contaminare le politiche". I bambini spesso vengono tenuti all'oscuro delle cose. "Gli si dice che il papà è lì perché sta lavorando", spiega Elisabetta Corbucci, coordinatrice del Cerchio delle Relazioni, "e il progetto ha ridato ai genitori il potere di saper rispondere alle domande dei loro figli". "L'obiettivo imprescindibile", continua Maria Vittoria Rava, presidente di Fondazione Rava, "è quello di mutuare l'esperienza maturata a Genova anche in altre carceri italiane. I genitori devono poter essere genitori sia fuori sia dietro le sbarre.
La figura dell'operatore "barchetta rossa" deve svilupparsi a livello nazionale e per farlo servono fondi e tutta la collaborazione possibile tra privato sociale, assistenti sociali, politica ed istituti penitenziari che devono avere un'apertura diversa". "Il beneficio di un progetto come la Barchetta Rossa si riversa non solo su genitori e bambini ma su tutti gli stakeholder che lavorano in carcere e di conseguenza su tutta la comunità", conclude la presidente di Fondazione Rava.
modenatoday.it, 5 febbraio 2021
Le sfogline si recheranno nella struttura carceraria per insegnare i loro "segreti" ai detenuti: la produzione sarà venduta nello spaccio esterno al Forte Urbano. Ieri è stato sottoscritto l'accordo tra il Comune, la Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia e nuova Associazione "Maestre Sfogline di Castelfranco Emilia" collegata alla storica Associazione La San Nicola grazie al quale, nella casa di lavoro, sarà allestito uno spazio per la produzione e la vendita del Tortellino tradizionale di Castelfranco Emilia.
Durante tutto l'anno sarà quindi finalmente possibile acquistare il Tortellino Tradizionale di Castelfranco Emilia che sarà venduto al pubblico direttamente dallo spaccio esterno alla storica struttura del Forte Urbano che ospita la Casa Lavoro. Tutto questo grazie ad un progetto del Comune di Castelfranco Emilia finanziato dalla Regione Emilia Romagna sul tema della promozione della Sicurezza. Presenti alla firma di questo protocollo d'intesa il Sindaco di Castelfranco Giovanni Gargano, la Direttrice dell'Istituto Dr.ssa Maria Martone, Sergina Caponcelli, Presidente dell'Associazione Maestre Sfogline ed il Presidente dell'Associazione La San Nicola Giovanni Degli Angeli.
E saranno proprio le sfogline a varcare le mura del Forte Urbano per insegnare agli internati la preziosissima arte della preparazione del Tortellino Tradizionale di Castelfranco Emilia, dall'impasto alla creazione dell'ombelico più invidiato e copiato al mondo. "Non posso che esprimere la mia profonda soddisfazione - ha dichiarato il Sindaco di Castelfranco Emilia Giovanni Gargano - perché finalmente vedo concretizzarsi questo nuovo progetto a cui tenevo veramente tantissimo. Il Tortellino Tradizionale di Castelfranco Emilia è l'unico prodotto che non è tutelato da Consorzio ma è tutelato dalla nostra Comunità e si porta con sé tutti nostri valori di Comunità, compresa la solidarietà. Questo concetto è espresso nel brand della nostra Città: Castelfranco, l'Emilia Ripiena".
"L'obiettivo è quello di dare concretamente un sostegno in più a tante persone che stanno completando il loro percorso di reinserimento nella società dopo aver pagato per errori commessi in passato ed aver dimostrato, nei fatti, di essere pronte ad affrontare una nuova vita. Il più delle volte, forse banale dirlo ma è bene ricordarlo, per chi ha trascorsi detentivi non è semplice uscire e intraprendere un nuovo cammino. Ed è proprio questa la mission di questa struttura. E nostro dovere aiutarli in questo percorso che sia auspicabilmente il più virtuoso possibile. La definizione di "Carcere aperto", che amo, ha come base proprio il senso e il significato di relazione interna ed esterna della struttura carceraria con il Territorio circostante dove questa struttura non è vista o sentita come un'inclusione ma che pian piano diventa parte (di fatto lo è!) della Comunità, con precise finalità educative e valoriali.
Attraverso l'insegnamento di un lavoro, o di un'arte: sì, perché così va considerata la preparazione del Tortellino Tradizionale di Castelfranco Emilia. E per tutto questo, desidero esprimere la mia profonda gratitudine alla Dott.ssa Maria Martone per aver sposato l'idea ed essersi attivata fattivamente sin da subito, insieme ai vertici del Ministero della Giustizia, dando piena e convinta disponibilità alla fattibilità del progetto.
Un grazie che condivido, con un forte abbraccio, anche con Sergina Caponcelli e Giovanni Degli Angeli e le rispettive Associazioni che hanno risposto con entusiasmo a questo nuovo appello. Ancora una volta - ha concluso il Primo Cittadino è importante ricordare quanto sia importante, per fare bene, farlo insieme alla propria Comunità".
di Gino Bove
anconatoday.it, 5 febbraio 2021
L'obiettivo è aumentare il numero delle strutture penitenziarie marchigiane coinvolte nei progetti agricoli con l'inserimento della Casa detentiva di Pesaro e l'ampliamento delle attività zootecniche a Barcaglione di Ancona. Rinnovato il protocollo d'intesa per la riabilitazione e l'inserimento lavorativo dei detenuti in agricoltura.
L'obiettivo è aumentare il numero delle strutture penitenziarie marchigiane coinvolte nei progetti agricoli formativi e riabilitativi, con l'inserimento della Casa detentiva di Pesaro e l'ampliamento delle attività zootecniche a Barcaglione di Ancona. Contestualmente si avvieranno le attività già previste a Monteacuto di Ancona e proseguiranno quelle svolte nel carcere di Ascoli Piceno. Lo strumento per regolamentare queste iniziative è rappresentato dal rinnovo del protocollo tra Regione Marche e il Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria per l'Emilia Romagna e le Marche.
A Palazzo Raffaello (sede della Giunta regionale), il vicepresidente Mirco Carloni, assessore all'Agricoltura e il provveditore Gloria Manzelli hanno sottoscritto l'intesa che sosterrà i progetti di orticoltura sociale e didattica, promossi insieme all'Assam, nelle carceri marchigiane, nel periodo 2021-2023. "Orto sociale in carcere" rappresenta un'articolazione del più vasto progetto regionale di agricoltura sociale e didattica denominato "Ortoincontro".
Il settore che coinvolge gli istituti penitenziari valorizza la vocazione agroalimentare del territorio. I detenuti coinvolti, individuati dal Provveditorato sulla base di una sottoscrizione volontaria di un patto di "alto profilo trattamentale", mira alla riabilitazione del detenuto, coinvolgendolo nei processi produttivi stagionali e al suo inserimento lavorativo, al termine della pena, nel settore agricolo, grazie alle competenze acquisite. Il protocollo individua le attività che verranno svolte nelle Case circondariali.
A Montacuto di Ancona, quelle legate alla vitivinicoltura (con l'impianto di un vigneto) e all'orticoltura. Ad Ascoli Piceno si continuerà con l'orticoltura già avviata. A Pesaro si punterà sul vivaismo, a supporto delle attività orticole svolte nelle altre strutture detentive marchigiane. A Barcaglione di Ancona verranno invece implementate e diversificate le attività agricole avviate da tempo, essendo stata la prima struttura coinvolta nel progetto. L'orto, grazie a un invaso meteorico, è coltivato da sei anni, con la collaborazione di tutors pensionati della Coldiretti di Ancona, coinvolgendo quasi la metà dei detenuti. Successivamente sono state sviluppate altre attività agricole, su un terreno demaniale di due ettari che ha consentito la nascita dell'Azienda Barcaglione. Annovera un uliveto da 300 olivi (di varietà autoctone marchigiane), le cui olive vengono raccolte e lavorate direttamente in un mini frantoio interno per la produzione di diversi oli monovarietali.
Dispone anche di una serra di circa 450 mq per la produzione di talee di olivo (rametto destinato a radicarsi), da due anni riconvertita alla coltivazione di frutti rossi (more, lamponi, mirtilli), gestita da una società agricola che assume un paio di detenuti per la lavorazione stagionale. Ha poi un apiario di 20 famiglie di razza Ligustica (ape italiana) per la produzione di miele.
A fine 2020 Barcaglione ha avviato un allevamento di ovini da latte per la produzione di formaggio. Con il nuovo protocollo verrà implementata l'attività zootecnica attraverso la realizzazione di un piccolo pollaio per l'allevamento di galline ovaiole della pregiatissima razza autoctona "Ancona", pressoché scomparsa dal territorio. A questo progetto collaboreranno, oltre l'Assam, l'Istituto zooprofilattico Umbria Marche e la Federazione regionale Coldiretti".
vitatrentina.it, 5 febbraio 2021
È maturata nel tempo all'interno dell'equipe pastorale che opera nel carcere di Trento e viene lanciata in questi giorni una proposta già apprezzata dai detenuti e dagli operatori in via sperimentale. È denominata "Scintille di preghiera" e si basa su un rovesciamento di prospettiva rispetto alla consueta "attenzione verso il carcere".
"La novità di questa proposta - spiega un semplice depliant di presentazione - sta nel fatto che è dall'esterno del carcere che le richieste di preghiera vengono affidate a chi vive e lavora all'interno dell'istituto penitenziario".
Alcuni detenuti e anche alcuni operatori, singolarmente, si sono presi l'impegno di dedicare un tempo personale di preghiera (anche attraverso l'utilizzo di un piccolo rosario di legno, acquistabile per loro presso la Libreria Ancora) in favore della situazione affidata. È il cappellano del carcere che durante la Messa comunica le intenzioni di preghiera (possono essere per una persona, un gruppo, una situazione...) che settimanalmente possono così salire verso il cielo.
"Già da qualche mese ho trovato all'interno del carcere molte disponibilità a tener fede a quest'impegno - spiega don Mauro Angeli, il cappellano che insieme ai volontari ha messo a punto la proposta ora sostenuta da tutta la Diocesi - che consente anche a chi si trova in una situazione di ristrettezza di fare un'azione a servizio di altri, invocando per loro l'aiuto del Signore". Per sostenere l'iniziativa nella fase di coordinamento c'è stata anche la disponibilità della Piccola Fraternità di Gesù di Pian del Levro, sopra Trambileno, che attraverso due volontarie raccoglie le richieste di intenzioni personali (anche via mail) e le fa arrivare in carcere per essere consegnate a detenuti e operatori carcerari.
"È interessante anche questa vivace relazione spirituale fra l'eremo, dove si vive la vita monastica, e la casa circondariale da dove pure possono salire al cielo le intenzioni di preghiera", sottolinea don Mauro che evidenza come quest'iniziativa possa anche modificare la percezione del carcere: non solo luogo di ombre, ma anche ambiente in cui si genera vita - tra detenuti, operatori, volontari, personale sanitario e direzione - dalla quale possono anche scaturire scintille di luce, attraverso la disponibilità di chi compie puntualmente il proprio lavoro o di chi accetta la detenzione nella convivenza anche fra differenti lingue e culture. Ecco, quindi, l'indirizzo mail a cui rivolgere le richieste di preghiera che saranno "girate" poi a chi vive a Spini di Gardolo:
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 5 febbraio 2021
In un momento in cui la Pandemia preoccupa l'Amministrazione carceraria - i contagiati dietro le sbarre non diminuiscono e si attende che la campagna vaccinale dia priorità anche ai reclusi - non si fermano, sebbene con difficoltà, le attività formative nei penitenziari.
Va in questa direzione l'accordo firmato martedì 26 gennaio scorso tra Università di Torino, penitenziario di Saluzzo e Ufficio locale Esecuzione penale esterna di Cuneo per l'avvio del progetto di Polo universitario distaccato da quello del carcere "Lorusso e Cutugno" di Torino, il primo in Italia nato nel 1998, con il sostegno della Compagnia di San Paolo.
Hanno firmato il documento, Stefano Geuna, rettore dell'Università di Torino e Giuseppina Piscioneri, direttrice della Casa di Reclusione "Rodolfo Morando" di Saluzzo che da due anni accoglie reclusi maschi in regime di Alta sicurezza, attualmente 375. Come ha evidenziato Franco Prina, docente di Sociologia della Devianza nell'Ateneo torinese, delegato del Rettore per il Polo Universitario per studenti detenuti a Torino e presidente della Conferenza nazionale delegati Poli Universitari penitenziari, "la convenzione intende favorire il diritto e l'accesso agli studi universitari dei detenuti ospitati nel carcere di Saluzzo, garantendo le migliori opportunità di svolgimento dei percorsi di studio anche potenziando la didattica a distanza con l'Ateneo e il Polo subalpino, assicurando condizioni di detenzione che li favoriscano e integrando i percorsi in un programma individualizzato di trattamento finalizzato alla funzione rieducativa della pena come prevede l'articolo 27 della nostra Costituzione".
Al momento i ristretti iscritti al Polo di Saluzzo sono 14 (Giurisprudenza, Comunicazione Itc e Scienze politiche). All'inizio del 2020 erano 31 gli Atenei che, sull'esempio di Torino, sono presenti in vario modo in 82 carceri italiane per un totale di 920 detenuti immatricolati di cui 38 donne. "Nonostante un anno molto faticoso, si è conclusa la lunga e articolata fase di inserimento dei nuovi studenti detenuti per l'Anno Accademico 2020-2021 che ha consentito di inserire nel Progetto ben 20 matricole", ha proseguito Prina durante la presentazione a cui hanno preso parte anche Bruno Mellano, garante dei detenuti del Piemonte e Domenico Arena, direttore dell'Ufficio Esecuzione penale esterna Piemonte-Liguria-Valle d'Aosta, "la situazione si presenta complessa: per la crescita di studenti in carico al 'progetto Polo', arrivati al numero, mai raggiunto in precedenza, di 60 studenti (di cui 11 stranieri), per la loro articolazione di afferenza a 11 corsi di laurea e per le varie collocazioni: 21 studenti nella 'sezione Polo' di Torino e 39 in altre sezioni, altre carceri o altre condizioni".
Tra i nodi da sciogliere, la possibilità di accedere allo studio alle donne recluse - al momento a Torino solo 4 in sintonia con il dato nazionale sia perché la popolazione carceraria femminile è molto inferiore a quella maschile sia perché le sezioni universitarie per ora sono riservate solo agli uomini. L'auspicio - ha sottolineato il Garante dei detenuti regionale Bruno Mellano - è che l'apertura del Polo di Saluzzo incentivi l'iscrizione di altri reclusi agli studi universitari e "spinga l'amministrazione carceraria al potenziamento degli spazi dedicati allo studio in carcere oltre che delle reti digitali pur in un contesto chiuso dove la garanzia della sicurezza è fondamentale".
di Elena Loewenthal
La Stampa, 5 febbraio 2021
Prima hanno proibito loro l'elemosina. Poi stavano per portare via i loro cani: se ne stavano accucciati con santa pazienza, tutto il giorno, con quegli occhi sgranati e spersi. Infine, ieri hanno fatto sloggiare pure loro: i barboni disseminati per il centro di Torino, allungati contro le serrande chiuse, fra una vetrina e l'altra. Là dove di giorno ma soprattutto di notte fa un po' meno freddo perché i portici o un davanzale offrono un modesto riparo. I vigili hanno cacciato i clochard dalle loro postazioni, ordinando di portare via le masserizie e buttarle nei cassonetti della spazzatura adibiti all'uopo. Anche le coperte, hanno dovuto abbandonare. Le coperte: vaghe reminiscenze di calore e casa, qualcosa che deve suonare assai prezioso, dentro vite come quelle.
È vero che si sceglie di vivere per strada non sempre per povertà estrema, perché si è reietti in tutto e per tutto, perché non si ha né si è niente. È vero che talora è una scelta consapevole, per quanto bislacca. È vero che queste vite saltano prepotentemente all'occhio mentre ci sono altre forme di emarginazione e difficoltà magari più pesanti ma meno vistose, e che proprio nel centro, fra vetrine di lusso e struscio gonfio di sacchetti dello shopping (seppure in questo periodo così magro e difficile per tutti), i barboni sotto i portici marmorei e lucidi esprimono con la loro presenza un contrasto quasi intollerabile. In altre parole, è vero che ogni barbone è una storia a sé e forse dovremmo imparare ad ascoltarle, una per una, per scoprire che sono tutte diverse e non se ne può proprio fare un unico fascio.
Ma la scena di ieri li riguarda tutti, ciascuno con la propria storia, ed è una scena che disturba, che lascia negli occhi e giù, in fondo alla pancia, un senso prepotente di amarezza. Possibile che non ci fosse un'altra soluzione, per ripristinare il "decoro" del centro? Possibile che si dovesse farli alzare, piegare i cartoni, raccogliere le stoviglie usa e getta usate chissà quante volte, i sacchetti di plastica pieni di chissà cosa, e buttare tutta quella materia di vita, insieme alle coperte? Se la presenza dei senza tetto in centro costituisce (costituiva?) sicuramente un problema da affrontare, c'era proprio bisogno di farlo così, spazzando via tutto come se non ci fosse mai stato niente?
Difficile pensare che questa "pulizia" sia la soluzione. Non lo è perché non è una soluzione bensì una rimozione, in senso tanto materiale quanto etico (anzi, niente affatto etico). E rimuovere un problema è proprio il contrario del risolverlo. Senza contare la plateale disumanità del gesto in sé: nessuna vita merita un trattamento del genere, neanche se è la vita che si è scelto di condurre. E tanto più se fuori fa freddo e tocca pure abbandonare così nella spazzatura anche la coperta. C'è davvero tanto di inquietante e disturbante in questa "operazione muscolare" fatta per ripulire il centro dai barboni e dalle loro cose. Dovrà pur esistere un modo migliore per farlo, nel rispetto di principi cui non si dovrebbe mai rinunciare, men che meno far fare la fine di una coperta buttata in un cassonetto.
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