di Alice Benatti
Gazzetta di Modena, 10 novembre 2020
"Te lo ricordi l'8 marzo...al carcere?", si legge in un lenzuolo appeso ai piedi della Ghirlandina. Sono passate da qualche minuto le 16.00 e un uomo prende in mano il microfono. "In questo momento è essenziale parlare di carcere, siamo qui per ricordare alla città che c'è un angolino di Modena, dalle parti di Sant'Anna, dove è ancora più pericoloso e penoso vivere questa fase (...) quello che è successo l'8 marzo è stata una strage".
Comincia così l'incontro "Dietro le sbarre: testimonianze e riflessioni sul carcere" organizzato da Consiglio Popolare - Sciopero Italpizza per tenere alta l'attenzione su quella che senza remore definiscono una strage consumatasi nel carcere della nostra città ormai 8 mesi fa e riflettere sull'utilità e le contraddizioni del sistema carcerario.
Ma facciamo un passo indietro, fino all'8 marzo. Il Coronavirus comincia a bussare anche alla porta del Sant'Anna dove si diffonde la voce che un detenuto è positivo e comincia a circolare la notizia che i colloqui con i famigliari sono sospesi per tentare di contenere il dilagare dell'epidemia. I detenuti insorgono, assaltano l'infermeria dove sono conservati i farmaci, distruggono il carcere e in nove perdono la vita, 5 in carcere e 4 durante il trasporto da qui ad altri istituti. Per cinque di loro l'autopsia ad agosto conferma l'overdose da metadone e psicofarmaci e non rileva lesioni da percosse, ma la Procura su quelle morti sta ancora indagando.
Dalla cassa posizionata in Piazza Grande irrompe la voce della giornalista Manuela D'Alessandro, in collegamento telefonico, che riporta un'altra "verità" contenuta in due lettere (di cui Agi è il possesso) scritte da due detenuti che hanno viaggiato da Modena ad Ascoli assieme a Salvatore Piscitelli, uno dei 9 morti di Modena: "abusi" subiti durante il trasferimento ad Ascoli e nessuna visita dei medici prima di essere trasferiti altrove, nonostante stessero male e nonostante un controllo medico sia obbligatorio per ottenere il nullaosta per il trasferimento.
"Io e la mia collega Lorenza Pleuteri siamo state chiamate dalla Procura di Modena e sentite come testimoni - racconta D'Alessandro - è stata aperta l'ipotesi di reato di omicidio colposo ma ad oggi l'inchiesta è ferma, anche per la questione Covid. Sarebbe importante trovare altre testimonianze al di là di quelle che possono trovare la squadra mobile e la Procura".
Dopo la giornalista viene annunciato il collegamento telefonico con un testimone oculare dei fatti dell'8 marzo, che resta anonimo. L'uomo descrive il carcere di Modena, in cui è stato detenuto, come "un concentrato di violenza da parte dello Stato sulla carne dei detenuti".
"La sanità era un punto fermo delle richieste dei detenuti, può essere che qualche detenuto abbia abusato di farmaci, non dico di no, ma è normale quando educhi le persone per anni a essere tossicodipendenti. La realtà dei fatti è che i carabinieri sono andati sul parapetto del carcere e hanno sparato, e quando non so chi di preciso della polizia penitenziaria o dei carabinieri sono entrati dentro, il primo detenuto che hanno avuto per le mani lo hanno ammazzato davanti a tutti e hanno detto "Adesso vi facciamo questo".
C'è gente a cui sono arrivati i proiettili vicino alla testa ed è solo per miracolo che non hanno preso il piombo in testa o in altre parti del corpo". Un altro ex detenuto, William Frediani, racconta che "in carcere si vive in piena promiscuità e nell'impossibilità di avere spazi di libertà, si è presi da un senso di clausura interiore che ti distrugge e crea uno stato di dipendenza infantilizzante verso l'operatore penitenziario, la guardia, in cui bisogna chiedere il permesso per qualsiasi cosa, anche per farsi una doccia. In carcere si ottengono molto più facilmente psicofarmaci che una tachipirina".
di Francesco Giavazzi
Corriere della Sera, 10 novembre 2020
Secondo un'indagine della Banca d'Italia, rispetto a un anno fa il risparmio è più che raddoppiato e questo è un indice di preoccupazione. Da dieci mesi siamo dominati da un'incertezza che invade tutti gli aspetti fondamentali della nostra vita - la salute, la scuola, il lavoro - ed è la maggiore fonte di preoccupazione delle famiglie. Chi ha il difficile compito di guidare un Paese dovrebbe evitare ogni scelta, ogni parola di troppo, che accresce anziché diminuire l'incertezza.
Esemplare resta la spiegazione dell'indice di contagio del Covid-19 da parte di Angela Merkel: le furono sufficienti pochi esempi concreti, poche parole chiare, per far capire come la diffusione della pandemia e la possibilità di essere contagiati fossero misurabili (il famoso indice Rt) e quale fosse, di conseguenza, la condotta da seguire.
Le difficoltà in cui si trovano le famiglie italiane emergono dall'indagine dell'Istat sulla fiducia dei consumatori, misurata dalle loro percezioni sulla situazione economica generale, su quella della loro famiglia e sulle prospettive per i prossimi mesi. Tutti e tre gli indicatori, dopo il crollo di marzo-aprile, durante l'estate erano migliorati e in settembre il giudizio sulla percezione del "clima economico personale", era tornato a valori non lontani da quelli dei mesi precedenti l'inizio della pandemia. In ottobre invece tutti e tre gli indici sono di nuovo peggiorati, soprattutto quelli orientati al futuro. L'indagine della Banca d'Italia sui risparmi delle famiglie lo conferma. Rispetto a un anno fa, il risparmio è più che raddoppiato: dall'8 al 19 per cento del reddito dopo le tasse. Una famiglia su due risparmia più che in passato e tiene i propri risparmi sul conto corrente, chiaro indice di incertezza su quanto potrà accadere.
Non sappiamo se e quando ci potremo proteggere dal Covid con un vaccino; in Lombardia non sappiamo neppure quando potremo vaccinarci contro l'influenza. Non sappiamo se potremmo infettare la nostra famiglia, tanto elevato è il numero di asintomatici con cui potremmo essere entrati in contatto e tanto difficile continua ad essere fare un test in assenza di sintomi. La confusione non riguarda solo lo Stato: le continue dispute fra Stato e Regioni sulle rispettive competenza la accresce.
L'incertezza riguarda anche l'economia, ma non solo per gli effetti diretti del Covid. Il governo continua a promettere che alla fine del mese riceveremo comunque lo stipendio, anche se la nostra azienda si è fermata, o un sussidio se la nostra attività è stata chiusa dal lockdown. Alcuni già dubitano di questi aiuti, pur rarefatti. A parte il fatto che molti ai sussidi non hanno accesso e molti, pur avendone diritto, non li ricevono (i lavoratori in cassa integrazione in attesa del primo bonifico erano a fine settembre almeno 100.000, e il totale di mensilità che l'Inps doveva ancora pagare quasi 300 mila). Davvero, improvvisamente, lo Stato si può indebitare senza limiti e senza conseguenze? Perché il debito non è più un problema? Neppure prima che arrivino i fondi europei, che pure sono anch'essi debito?
Né tranquillizza ascoltare il presidente del Consiglio affermare (2 novembre in Parlamento) che "è necessaria una nuova strategia di organizzazione della presenza pubblica nell'economia, che non ostacoli il mercato ma sappia intervenire e indirizzarlo". Davvero dovremmo fidarci ad occhi chiusi degli indirizzi della politica alle aziende private? La storia delle imprese pubbliche in questo Paese, almeno quelle su cui il mercato non vigila, ne lascia quanto meno dubitare.
Ma che cos'è con precisione l'incertezza, e che effetti ha sul comportamento delle persone? Come avevo già scritto quattro anni fa su queste pagine, esporsi a situazioni che comportano dei rischi fa parte della nostra vita quotidiana, ma l'incertezza è diversa dal rischio. Affrontare un rischio significa esporsi a un evento aleatorio essendo in grado di stimare la probabilità che esso si verifichi: gioco alla roulette e so che (se non è truccata) la probabilità che esca il rosso è esattamente 50 per cento.
Al contrario, in situazioni di incertezza non si conosce con precisione la probabilità che un evento si verifichi, o non la si conosce affatto. In altre parole l'incertezza non può essere descritta nei termini probabilistici applicabili a un gioco d'azzardo: non solo non sappiamo che cosa accadrà, spesso non conosciamo neppure che cosa potrebbe accadere. Mervyn King, l'ex-governatore della Bank of England, in Radical Uncertainty, un bel libro recentemente scritto con John Kay, usa, per la differenza fra rischio e incertezza, l'esempio della decisione di Barack Obama di dare il via libera ai Navy Seals per la cattura di Osama bin Laden nel campo di Abbottabad in Pakistan. Obama non conosceva la probabilità che bin Laden si trovasse in quel campo: "John", l'agente della Cia a capo dei Seals, diceva che la probabilità era il 95%, altri gli dicevano che le chances fossero 50-50. Un esempio di decisione in condizioni di incertezza.
I miei colleghi Pierpaolo Battigalli, Simone Cerreia, Fabio Maccheroni e Massimo Marinacci, grandi esperti di incertezza, spiegano che le persone preferiscono dover far scelte che comportino rischi conosciuti, cioè preferiscono esporsi al rischio che all'incertezza. Per esempio, scelgono di investire in una tecnologia già adottata anziché in una nuova, apparentemente migliore, ma non ancora sperimentata. Preferiscono la vecchia anche se sanno che è efficace solo nel 50 per cento dei casi, ma almeno questo lo sanno. Questo atteggiamento è conosciuto come "avversione all'ambiguità". L'avversione all'ambiguità ha due conseguenze. Innanzitutto, più le persone sono avverse all'ambiguità, più insistono nelle loro scelte, e diventa difficile indurle a cambiare i loro comportamenti. Un altro modo in cui le persone reagiscono all'ambiguità è rifugiandosi in "porti sicuri", risparmiando di più appunto.
In Germania, nei mesi precedenti le elezioni del settembre del 1998, vi fu un boom nei risparmi delle famiglie. Durante la campagna elettorale Gerhard Schröder si era impegnato, qualora avesse vinto, a cancellare la riforma pensionistica appena varata dal suo avversario, il cancelliere Helmut Kohl. Ma non diceva quali provvedimenti alternativi avrebbe adottato. Tutti sapevano che il sistema pensionistico tedesco non era sostenibile e che le regole sarebbero dovute cambiare. Di fronte all'incertezza i cittadini tedeschi scelsero di proteggersi risparmiando di più. Il risultato fu un forte rallentamento dell'economia, almeno fino a quando Schröder dopo qualche anno risolse l'incertezza varando una sua riforma pensionistica.
La conclusione, sempre vera nei momenti difficili che la storia presenta e ripresenta, è l'importanza per un Paese di avere un governo che regoli ma non interferisca e sappia tenere la rotta, adottare rapidamente misure efficaci e spiegare i provvedimenti presi in modo semplice.
Adottare provvedimenti efficaci e spiegarli in modo semplice, aiutare i cittadini a diradare le nubi dell'incertezza, è il compito primo di un governo a livello nazionale e locale. In una situazione di emergenza come quella che attraversiamo, lo sforzo deve coinvolgere la politica tutta, maggioranza e opposizione. Ma al governo spetta la prima mossa.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 10 novembre 2020
Le cronache delle ultime ore segnalano centinaia di morti tra i soldati federali mandati da Adis Abeba e nei ranghi nemici del Fronte Popolare per la Liberazione del Tigrai. La lezione che giunge in questi giorni dall'Etiopia è che i successi possono rivelarsi molto brevi, la pace un'effimera chimera e la crescita economica non sempre aiuta a calmare gli antichi odi tribali. Soltanto un anno fa il premier eletto nel 2018, Abiy Ahmed, aveva ricevuto il premio Nobel per la pace e prometteva un futuro di cooperazione per il Corno d'Africa. Ma le cronache delle ultime ore segnalano centinaia di morti tra i soldati federali mandati da Adis Abeba e nei ranghi nemici del Fronte Popolare per la Liberazione del Tigrai (Tplf). Dal fine settimana questi ultimi potrebbero avere perso 500 combattenti nella zona di Kirakir.
E un numero imprecisato di governativi sarebbero caduti nella regione del Dansha. Intanto i jet di Adis Abeba bombardano il capoluogo del Tigrai, Makalle. Il rischio è adesso che il secondo Paese africano per numero di abitanti (110 milioni) precipiti nel caos della "balcanizzazione incipiente", come paventano i maggiori commentatori internazionali, con pericoli di destabilizzazione a raggiera in Sudan, Eritrea e Somalia.
Non doveva per forza andare così. "La guerra è un inferno. Dobbiamo evitarla in ogni modo", dichiarava Abiy due anni fa, negoziando gli accordi destinati a porre fine al conflitto ventennale con l'Eritrea. Lui stesso era stato soldato nella guerra col Paese confinante. A 44 anni, il più giovane leader del continente africano, riceveva il plauso internazionale. L'Etiopia apriva al mondo, garantiva la libertà di stampa, godeva di un boom economico senza precedenti. Ma le tensioni interne non sono mai cessate. Ben presto la maggioranza degli etiopi appartenenti all'etnia Oromo (la stessa di Abiy) ha preteso più poteri per il governo centrale. A loro si oppongono i Tigrai, che, pur costituendo il 5-6% della popolazione, esigono maggiori autonomie regionali e dispongono del Tplf, la milizia locale meglio armata e organizzata. Il rinvio delle elezioni nazionali causa Covid ha acuito le frizioni. Oggi l'Onu chiede ad Abiy di tornare al dialogo.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 10 novembre 2020
Un appello per la liberazione di Ahmet Altan, 70 anni, scrittore turco di fama mondiale in carcere,
oggi, da 1500 giorni, è stato promosso da Articolo 21, European federation journalists e altre organizzazioni internazionali. "Gli ultimi quattro anni, a parte una parentesi-beffa di 8 giorni di libertà vigilata nel novembre del 2019, quando la Corte Costituzionale ne aveva disposto la scarcerazione, li ha trascorsi in cella" si legge nel testo dell'appello rilanciato sul sito di Articolo 21 con un editoriale di Antonella Napoli, giornalista e coordinatrice per l'Italia del Turkey Advocacy Group che per Articolo 21 è stata osservatrice nei processi ai giornalisti turchi accusati di terrorismo.
Oggi sono 1500 giorni che lo scrittore è dietro le sbarre senza aver commesso alcun reato e mentre si susseguono segnalazioni di aumento del rischio Covid-19 nella struttura carceraria in cui è detenuto. Altan sta scontando in via definitiva una condanna a 10 anni e sei mesi di carcere per aver "aiutato un'organizzazione terroristica senza esserne membro".
Lo scrittore era stato arrestato per la prima volta il 12 settembre 2016 per "invio di messaggi subliminali evocativi di colpo di Stato" e condannato all'ergastolo insieme con il fratello Mehmet Altan il 16 febbraio 2018 in quello che l'opposizione ha definito un processo-farsa.
"A parte qualche mio articolo e un'unica apparizione in tv, l'imputazione di golpismo nei nostri riguardi si basa sulla seguente asserzione: si ritiene che noi conoscessimo gli uomini accusati di conoscere gli uomini accusati di essere a capo del colpo di Stato" ha scritto Altan nel suo libro "Ritratto dell'atto d'accusa come pornografia giudiziaria" (edizioni E/O), in cui si rivolgeva, in un dialogo immaginario, al giudice che poi avrebbe emesso il verdetto di condanna.
Dopo che la Cassazione, il 4 novembre 2019, si era pronunciata contro la condanna e aveva ordinato la scarcerazione immediata in attesa dell'esito dell'appello, Ahmet è stato nuovamente arrestato il 12 novembre perché il pubblico ministero si era opposto al suo rilascio.
La 26esima Alta Corte penale di Istanbul, conformandosi alla decisione della Corte Suprema, ha avviato un nuovo processo, che ha portato alla condanna con l'accusa minore di aver "aiutato un'organizzazione terroristica senza esserne membro" e a una pena eccezionalmente severa per l'imputazione formulata dal procuratore.
Il caso di Altan è pendente da un anno davanti alla Corte di Cassazione per il riesame dell'ultima condanna. Il suo ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, presentato quasi quattro anni fa, deve ancora essere esaminato. "Ribadiamo la nostra ferma richiesta a rilasciarlo immediatamente e incondizionatamente, poiché è un prigioniero di coscienza imprigionato unicamente per aver esercitato il suo diritto alla libertà di espressione, richiesta che si estende agli altri 73 giornalisti ancóra ingiustamente detenuti" concludono i firmatari dell'appello Articolo 21, European Federation Journalists, European and International Faculty Committee of the Political Science Department Roma 3, Media Research Association Medar, P24, PEN Danimarca, PEN Finlandia, PEN Paesi Bassi, PEN Svezia, Rsf Austria.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 10 novembre 2020
Mi viene in mente la leggenda giapponese di Narayama: in un piccolo paese incastrato in mezzo alle montagne, c'è un villaggio povero, ma talmente povero che solo chi lavora nei campi può sopravvivere. Per questa ragione, con molto garbo, gli anziani vengono presi sulle spalle dai figli o dai nipoti e portati nel mezzo dei boschi più alti e più fitti dove circolano solo le belve feroci e lasciati lì a morire. Nella furia divisiva che stiamo vivendo, c'è chi prova a dividere, non solo i realisti dai negazionisti, i pensionati dai non pensionati, chi ha un posto fisso da chi non ce l'ha, ma anche i giovani dai vecchi. Una furia davvero inquietante. Ma c'è un equivoco che divide chi interpreta questa differenza come una necessità a cui gli anziani dovrebbero inchinarsi generosamente: il sacrificio di cui parla Chiara Saraceno, e chi invece la ritiene una necessità dovuta al fatto che gli anziani sono fuori dal processo produttivo e quindi inutili allo sviluppo della società.
Se non produci sei morto. Visione a dir poco miope perché la produzione non è solo economica, ma di cultura, di sapienza, di cura, di amore, di memoria. È quello che non capisce chi è preso da una interpretazione feticistica del Pil. Mi viene in mente la leggenda giapponese di Narayama: in un piccolo paese incastrato in mezzo alle montagne, c'è un villaggio povero, ma talmente povero che solo chi lavora nei campi può sopravvivere. Per questa ragione, con molto garbo, gli anziani vengono presi sulle spalle dai figli o dai nipoti e portati nel mezzo dei boschi più alti e più fitti dove circolano solo le belve feroci e lasciati lì a morire. Una donna, che ha superato i settanta e non produce ricchezza, perché il suo lavoro in casa non è considerato produttivo, sebbene sgobbi tutto il giorno con braccia ancora robuste accendendo il fuoco, prendendo l'acqua alla fonte, cucinando e pulendo la casa, si vede guardata male dalla comunità del villaggio.
E il figlio viene ostracizzato per l'ostinazione nel tenere in casa una madre che per età avrebbe dovuto essere trasferita nei boschi. Il figlio non sa che fare perché ama sua madre e sa quanto sia ancora capace di faticare. La madre amorosa, vedendo la sofferenza del figlio, decide di invecchiarsi e prende a non mangiare, poi si spezza i denti con una pietra, si fa i capelli bianchi con la cenere. Insomma si riduce in uno stato tale che il figlio sarà costretto ad accompagnarla nei boschi. Ecco un esempio di sacrificio famigliare per il bene della comunità. Ma la leggenda non condanna la madre o il figlio, solo mette in evidenza la crudeltà di un popolo che per fare vivere i più giovani è costretto a fare fuori i più anziani. Da quel momento però la ferocia sarà la cifra della coabitazione e tutti si troveranno contro tutti. Il male è compiuto.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 10 novembre 2020
Prime elezioni con un governo civile. Si profila una vittoria della Lega, che migliora il risultato del 2015. La guida del partito, la Nobel Aung San Suu Kyi, rieletta alla Camera bassa. Anche se i risultati definitivi devono confermarlo, il portavoce della Lega nazionale per la democrazia ne era già sicuro sin da ieri: "Abbiamo avuto un risultato migliore rispetto al 2015", ha detto alla stampa locale U Myo Nyunt mentre arrivavano i conteggi dalle circoscrizioni nella prima elezione gestita da un governo birmano di civili: nel Kayn la Lnd avrebbe vinto tutti i seggi in palio tranne due; molto bene anche nel Kachin e nella capitale Naypyidaw dove li avrebbe addirittura vinti tutti tranne uno. A Yangon ci si aspetta il pieno e già si sa che la guida del partito, la Nobel Aung San Suu Kyi, è già stata rieletta alla Camera bassa nella township di Kawhmu a Yangon, l'ex capitale dove sono andate a votare milioni di persone e dove già ci sono state le prime manifestazioni pubbliche di giubilo nonostante la Lega calmi gli animi causa Covid e ricordi la necessità della distanza fisica.
Nello Stato Mon è andata meno bene e la Lega ha perso terreno a favore dei partiti locali ma ha guadagnato comunque 34 seggi dei 45 attribuiti all'area. E cosi nello Stato nordoccidentale del Rakhine, dove il pieno lo ha fatto l'Arakan National Party forse anche perché la Commissione elettorale aveva deciso di chiudere 9 delle 17 circoscrizioni elettorali per motivi di sicurezza in un territorio dove da due anni si affrontano stabilmente l'esercito birmano (Tatmadaw) e il gruppo armato autonomista Arakan Army.
Una decisione che ha privato oltre un milione di persone del diritto di voto e dunque di rappresentanza. Iniziata domenica mattina alle 6 e conclusasi alle 4 del pomeriggio, la tornata elettorale si è svolta in un clima pacifico con pochi incidenti minori, dovuti alle restrizioni del Covid o a situazioni in cui la gente non è riuscita a votare. Non hanno ovviamente potuto votare nemmeno i Rohingya birmani, espulsi nel pogrom del 2017 e che ora ingrossano le fila di quasi 900mila rifugiati in attesa di un incerto futuro nei campi profughi che li ospitano in Bangladesh. Non di meno, la Lega ha presentato questa volta due candidati musulmani (nel 2015 nessuno), entrambi eletti. Ovviamente non sono rohingya, minoranza esclusa già in passata dal diritto di voto. È, seppur minuscolo, un passo avanti ma che difficilmente potrà aiutare chi è scappato all'estero o quei 130mila rohingya che vivono blindati nei campi profughi-prigione (cosi li definisce Human Rights Watch) del Rakhine.
La vittoria ormai certa consegna alla Lega la possibilità di tornare al governo e rafforza un processo democratico lento e difficile, sempre minacciato dalla spessa ombra degli uomini in divisa, protetti da una Costituzione fatta su misura nel 2008 che consegna loro de jure sia i tre ministeri chiave di Interno, Difesa e Frontiere, sia un quarto dei seggi parlamentari. Dei 440 attributi alla Pyithu Hluttaw - la Camera bassa - 110 verranno infatti scelti o riconfermati dal Comandante in Capo dei Servizi di Difesa. Stessa sorte per la Amyotha Hluttaw (Camera delle nazionalità o Camera Alta) che avrà, su 224 seggi, 56 scranni di nomina militare.
agenzianova.com, 10 novembre 2020
Il Dipartimento penitenziario nazionale del Brasile (Depen) ha autorizzato a partire da oggi la graduale ripresa delle visite personali ai detenuti da parte dei parenti. L'ordinanza arriva a otto mesi dalla sospensione di tutte le visite in presenza decisa a causa della pandemia di coronavirus. La ripresa avverrà gradualmente e potrà essere riesaminata in qualsiasi momento. In questa prima fase ciascun detenuto avrà diritto a una sola visita al mese della durata massima di 1 ora.
Sarà ammesso al massimo un adulto che potrà essere accompagnato da un bambino o da un adolescente. Le visite restano sospese per i detenuti ritenuti vulnerabili o inseriti nel gruppo di rischio come anziani ultrasessantenni, donne incinte, madri in allattamento, persone con malattie croniche, malattie respiratorie o che mostrano segni e sintomi di sindromi simil-influenzali. Le visite continuano virtuali per i detenuti in custodia presso i penitenziari federali, dove restano sospese le attività di istruzione, lavoro e assistenza religiosa.
Complessivamente sono almeno 162.397 i morti per patologie riconducibili al contagio da nuovo coronavirus in Brasile, 128 in più rispetto al numero di decessi registrati nelle precedenti 24 ore. Lo rivela il ministero della Salute, rendendo noto che il numero complessivo di contagi, sommando i dati forniti dai dipartimenti della Salute dei 27 stati è salito ad almeno 5.664.115 casi, 10.554 in più rispetto a quelli registrati nelle 24 ore precedenti.
In base a questi numeri la media quotidiana dei decessi negli ultimi sette giorni è stata di 324, indicando una tendenza al ribasso dei morti del -30 per cento in meno rispetto alla media quotidiana dei decessi calcolata nelle ultime due settimane. Tuttavia, per stessa ammissione del ministero dell'economia i dati del fine settimana sono parziali a causa delle difficoltà da parte di molti stati di tenere aggiornate le statistiche.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 10 novembre 2020
Da inizio 2018, dopo l'annunciata vittoria sull'Isis, 4,6 milioni di persone sono tornate a casa. Ma 1,3 milioni vivono ancora nelle tende. Tra mancata ricostruzione e pandemia, lo Stato islamico ricorda a tutti di esserci ancora: 11 morti domenica in un attacco islamista a sud di Baghdad. Centomila sfollati iracheni rischiano di ritrovarsi fuori dai campi senza alternative. In un paese ancora non ricostruito dopo gli anni di occupazione di intere regioni da parte dello Stato islamico, l'allarme lanciato dal Norwegian Refugee Council arriva il giorno dopo la morte di undici persone, poco fuori Baghdad, per mano dell'Isis: domenica un gruppo di miliziani ha assaltato un checkpoint controllato dalle Unità di mobilitazione popolare (le milizie sciite filo-iraniane) ad al-Radwaniyah, a sud della capitale.
Granate e armi da fuoco, a ribadire una presenza mai eclissatasi dopo la lenta e graduale ripresa del territorio da parte del governo iracheno, che annunciava la vittoria definitiva alla fine del 2017.
Come nella vicina Siria, però, cellule affatto dormienti del "califfato" continuano a colpire. È in questo clima che, da agosto 2019, il governo sta procedendo alla chiusura dei campi sfollati, pieni ancora di decine di migliaia di famiglie scappate dopo il 2014 dalle regioni occidentali a maggioranza sunnita.
Dall'inizio del 2018 circa 4,6 milioni di sfollati hanno avuto modo di tornare nelle proprie comunità, seppur metà di loro in condizioni pessime, tra mancati servizi, disoccupazione e infrastrutture carenti. Non tutti: restano ancora 1,3 milioni di sfollati. E ora, in piena emergenza Covid-19 e con un paese affatto ricostruito, le chiusure procedono, insensibili agli appelli delle organizzazioni internazionali.
Ieri è stato il Norwegian Refugee Council a rilanciare l'allarme dopo l'avviata chiusura del campo Hammam Al Alil, tra i più grandi del paese, da svuotare entro la prossima settimana: gli sfollati dei campi di Baghdad, Karbala, Divala, Suleimaniya, Anbar, Kirkuk e Nineweh vengono messi alla porta di quella che per anni hanno considerato casa loro. Gli si chiede di tornare nelle comunità di origine, ma in pochissimi possono farlo: con abitazioni mai ricostruite, checkpoint disseminati ovunque e controllati dalle milizie (non direttamente dal governo) e il rischio di attacchi terroristici, l'unica conseguenza è la creazione di un enorme numero di nuovi senzatetto.
"Chiudere i campi prima che i residenti siano in grado di tornare a casa non risolve la crisi degli sfollati - spiega il segretario generale del Nrc Jan Egeland - Al contrario, mantiene tantissimi iracheni nel circolo vizioso dello sfollamento, più vulnerabili che mai, soprattutto in piena pandemia". Lo dimostrano gli sfollati buttati fuori dai campi chiusi nelle scorse settimane a Baghdad e Karbala: secondo l'Organizzazione mondiale per le migrazioni, la metà di loro si è ritrovata a vivere in edifici abbandonati, per strada. Chi è riuscito a tornare, in alcuni casi, ha trovato la propria casa occupata da un'altra famiglia, all'interno di un processo di modifiche demografiche del territorio su scala etnica e confessionale. Ma sono comunque pochi: secondo l'Oim il 76% dei quasi 17mila sfollati cacciati dai campi nell'ultimo anno ha subito un secondo sfollamento nelle città ospitanti. Fuori dai campi ufficiali, ma in ghetti nati spontaneamente dove era possibile, ai margini delle comunità, primo passo verso ulteriori tensioni sociali in un paese in piena crisi economica e politica.
di Giovanni Terzi
Il Tempo, 9 novembre 2020
Il ragazzo di 25 anni, accusato di omicidio, si tolse la vita in carcere. Dopo 16 anni sono stati condannati i veri colpevoli del delitto: lo studente era innocente.
Ci sono avvenimenti che non è giusto che passino nell'oblio. Storie che hanno per sempre segnato la vita di persone e famiglie in modo definitivo; una di queste è quella di Aldo Scardella morto suicida nel carcere di Cagliari il 2 luglio del 1986. Per testimoniare l'ingiustizia Perpetrata ad Aldo Scardella il 23 settembre del 1986 Enzo Tortora andò a deporre un mazzo di fiori sulla sua tomba benché ancora con esattezza non si conosceva nulla della sua innocenza.
di Giulia Sorrentino
Libero, 9 novembre 2020
Il dirigente del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria si schiera col magistrato antimafia. E sulle scarcerazioni facili: commessi troppi errori.
Emilio Di Somma, parliamo dello scontro tra il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e il pm Antonino Di Matteo: cosa ne pensa uno come lei che è stato vicecapo del Dap e che conosce i retroscena delle nomine agli incarichi di maggior prestigio?
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