di Michele Giorgio
Il Manifesto, 7 febbraio 2021
Indagini sui crimini di guerra contro Gaza. Diana Buttu commenta la decisione della Cpi. Sotto inchiesta ci sarà anche il movimento islamico Hamas. "Ci sono voluti anni, troppi anni ma ci siamo. La Corte penale internazionale (Cpi) ha mosso il passo tanto atteso. Ora abbiamo tutte le condizioni affinché la giustizia faccia il suo corso".
Rispondendo alle nostre domande Diana Buttu non nasconde la sua soddisfazione. Canadese, esperta di diritto internazionale e per anni consigliere legale dell'Olp, Buttu è impegnata dal 2009, da dopo Piombo fuso, la prima delle tre grandi offensive israeliane contro Gaza, a rappresentare in ogni ambito possibile la richiesta palestinese di avvio di indagini contro Israele per crimini di guerra.
Venerdì i giudici dell'istruttoria preliminare del tribunale dell'Aia, chiamati un anno fa dal procuratore capo Fatou Bensouda a pronunciarsi sulla giurisdizione della Cpi sulla Palestina, hanno dato parere favorevole. Con la loro decisione hanno respinto la tesi di Israele della insostenibilità dell'intervento della Corte poiché la Palestina non è uno Stato. "La Palestina - affermano - ha accettato di sottomettersi ai termini dello Statuto di Roma della Cpi (al contrario di Israele, ndr) e ha il diritto di essere trattata come qualsiasi Stato per le questioni relative all'attuazione dello Statuto".
Il procuratore Fatou Bensouda - Bensouda ha la strada libera per avviare le indagini su denunce relative a sospetti crimini contro i civili palestinesi attribuiti alle forze armate israeliane durante Margine protettivo. Parliamo della guerra del 2014 che ha visto Israele bombardare intensamente per settimane Gaza uccidendo circa 2300 palestinesi (tra 551 bambini), ferendone altri 11mila e provocando la distruzione completa o parziale di decine di migliaia di abitazioni oltre ad infrastrutture civili. Il Consiglio per i diritti umani dell'Onu (Unhrc) in un suo rapporto scrive che israeliani e palestinesi sono stati profondamente scossi dalla guerra, ma sottolinea che "l'entità della devastazione è stata senza precedenti" a Gaza.
Da parte sua Israele, ricordando le decine di morti causate dai razzi lanciati sulle sue città dal movimento islamico Hamas, afferma di non aver preso di mira intenzionalmente i civili palestinesi. L'attenzione della procura internazionale si concentrerà anche sulle colonie costruite da Israele in Cisgiordania e a Gerusalemme Est e sull'insediamento di popolazione israeliana nei territori palestinesi occupati nel 1967 contro la Convenzione di Ginevra. Nel 2004 la Corte internazionale di giustizia ha affermato la violazione da parte di Israele dei suoi obblighi stabilendo insediamenti coloniali.
"È costato uno sforzo immenso arrivare a questo punto - ricorda Buttu - perché che gli Usa, e non solo loro, hanno fatto il possibile per evitare che Israele finisse sotto indagine. Donald Trump è giunto al punto da sanzionare la Cpi e il procuratore Bensouda. Eppure era tutto così limpido, lampante. Le inchieste svolte da centri internazionali per i diritti umani e dall'Onu hanno riferito nel dettaglio le conseguenze per i civili delle varie operazioni israeliane contro Gaza".
Buttu non risparmia critiche anche alla Cpi. Parla di "decisione politica", di volontà di "dare un colpo alla botte e uno al cerchio" attraverso l'inserimento di Hamas tra i sospettati di crimini di guerra. "La procura farà le sue indagini e svolgerà il suo compito, non lo contesto - spiega - però come si fa a mettere Hamas, un'organizzazione politico-militare, sullo stesso piano di uno Stato che è una potenza nucleare, che ha forze armate tra le più potenti al mondo. I giudici e la procura della Cpi hanno voluto compensare la portata della loro decisione riguardante Israele".
Opposta è la lettura che il premier israeliano Netanyahu ha dato della decisione presa all'Aia. Forte della solidarietà e il sostegno ricevuti dall'Amministrazione Biden, ha descritto come "puro antisemitismo" il passo mosso dai giudici internazionali. "La Corte - ha commentato con rabbia - ignora i crimini di guerra veri e al suo posto perseguita lo Stato di Israele dotato di un forte regime democratico e che rispetta lo Stato di diritto... (la decisione) va contro il diritto dei paesi democratici di difendersi dal terrorismo".
Poi ha avvertito che "in qualità di primo ministro di Israele, posso assicurarvi questo: combatteremo questa perversione della giustizia con tutte le nostre forze". Parole che indicano la volontà di avviare una intesa campagna diplomatica per fermare il procedimento della Cpi e di non consegnare i cittadini israeliani, a cominciare dai militari, che potrebbero essere accusati di crimini di guerra da Fatou Bensouda. Tra questi ci sarebbero lo stesso Netanyahu, gli ex ministri della difesa Moshe Yaalon, Avigdor Lieberman e Naftali Bennett e gli ex capi di stato maggiore Benny Gantz e Gadi Eisenkot.
Celebrano i palestinesi. Il primo ministro Muhammad Shtayyeh parla di una sentenza che rappresenta "una vittoria per la giustizia e l'umanità" e invita la Cpi ad "accelerare le sue procedure giudiziarie". Per il ministro Hussein Sheikh è una "vittoria per la verità, la giustizia, la libertà e i valori morali del mondo". Anche Hamas applaude ai giudici dell'Aia tacendo sul suo inserimento nell'indagine. In un comunicato diffuso ieri, il movimento islamico "accoglie con favore la sentenza del Cpi...un passo importante sul percorso per ottenere giustizia per le vittime palestinesi dell'occupazione israeliana".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 7 febbraio 2021
Mentre continuano ad arrivare immagini e testimonianze drammatiche di migranti e rifugiati abbandonati nella neve in condizioni disperate ai confini orientali dell'Unione europea, il Tavolo Minori Migranti ha lanciato l'allarme sui rischi per i minori migranti non accompagnati che si trovano alla frontiera tra Italia e Slovenia. Secondo i dati ufficiali diffusi lo scorso settembre, nel corso del 2020 l'Italia ha quadruplicato le riammissioni dall'Italia alla Slovenia, sulla base dell'accordo bilaterale del 1996, arrivando ad effettuarne 962 da gennaio a fine settembre 2020, a fronte di 250 nell'analogo periodo dell'anno precedente.
La tendenza pare confermata dai numeri diffusi recentemente da reti e organizzazioni della società civile, che riportano 1.240 respingimenti tra il 1 gennaio e il 15 novembre 2020. Nell'ambito dell'attuazione di tale accordo fra i due stati, recentemente definita "illegittima sotto molteplici profili" dal Tribunale ordinario di Roma e causa di una serie di respingimenti a catena che rimanda migranti e richiedenti asilo in Bosnia ed Erzegovina e li sottopone al rischio di violenze e abusi, emerge anche la preoccupante disapplicazione delle tutele previste dalla L. 47 del 2017, Legge Zampa.
Ad allarmare le organizzazioni che compongono il Tavolo Minori Migranti sono infatti due direttive in materia di valutazione dell'età inviate il 31 agosto e il 21 dicembre 2020 dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Trieste alla polizia di frontiera. In contrasto con le garanzie sancite dalla Legge Zampa e dal Protocollo sulla determinazione dell'età approvato dalla Conferenza Stato-Regioni nel luglio 2020, le due direttive autorizzano in via generale la polizia a considerare come maggiorenni i migranti intercettati al confine Italia-Slovenia che si dichiarano minorenni, rispetto ai quali la polizia stessa non abbia alcun dubbio circa l'età adulta, senza il vaglio giurisdizionale richiesto dalla legge.
Tale indicazione assegna di fatto all'autorità di Pubblica Sicurezza un potere discrezionale circa l'attribuzione dell'età anagrafica ai migranti e rifugiati sottoposti a controlli in frontiera e così facendo si pone in evidente contrasto con quanto stabilito dalla Legge Zampa, che prevede che l'accertamento dell'età sia svolto tramite documenti o tramite esami socio-sanitari, sempre attraverso una procedura multidisciplinare, nell'ambito di un procedimento di competenza dell'autorità giudiziaria minorile.
È importante ricordare che le riammissioni illegali dall'Italia alla Slovenia sono solamente il primo tassello di una catena di respingimenti che riporta migranti e rifugiati dall'Italia alla Bosnia, attraverso violenze e continue violazioni dei loro diritti. La prassi adottata a Trieste rischia di avallare pratiche che contrastano con il divieto di respingimento dei minori stranieri non accompagnati previsto dall'art. 19 Testo Unico Immigrazione, come modificato dalla stessa Legge Zampa.
Recenti inchieste giornalistiche hanno riportato la presenza in Bosnia di diversi minori non accompagnati che hanno dichiarato di essere stati riammessi dall'Italia in Slovenia. È probabile che gli stessi siano stati identificati come maggiorenni dalla polizia di frontiera italiana, secondo le direttive della Procura minorile, senza che venisse avviato alcun procedimento di accertamento dell'età.
Per questo motivo, le organizzazioni del Tavolo Minori Migranti auspicano che il ministero dell'Interno, la Procura presso il Tribunale per i minorenni di Trieste e le altre autorità competenti adottino tutte le misure necessarie affinché cessino immediatamente le riammissioni illegali alla frontiera italo-slovena nei confronti di richiedenti asilo e migranti, compresi i minorenni, e siano pienamente applicate le norme previste dalla Legge Zampa sulla protezione dei minori non accompagnati, con particolare riferimento all'accertamento dell'età e al divieto assoluto di respingimento.
Del Tavolo Minori Migranti fanno Amnesty International Italia, Asgi, Centro Astalli, CeSPI, Cnca, Consiglio Italiano per i Rifugiati - CIR, Defence for Children International Italia, Emergency, Intersos, Oxfam Italia, Salesiani per il Sociale, Save the Children Italia, SOS Villaggi dei bambini e Terre des Hommes.
di Valerio Lo Muzio
La Repubblica, 7 febbraio 2021
Quanto sono lunghi 365 giorni? Che significa la parola "libertà"? Bisognerebbe chiederlo a Patrick Zaki, iscritto al master internazionale in studi di genere Gemma di Bologna, arrestato in Egitto esattamente un anno fa. Lo studente e attivista dei diritti umani era diretto a Mansoura, la sua città natale, per incontrare la sua famiglia, ma è stato fermato in aeroporto al Cairo, con l'accusa di propaganda sovversiva.
Patrick Zaki si trova dall'8 febbraio dello scorso anno in stato di detenzione preventiva fino a data da destinarsi, da allora le autorità egiziane continuano a rimandare la data del suo processo. Patrick rischia fino a 25 anni di carcere, perché secondo le autorità, avrebbe pubblicato da un account Facebook notizie false, con l'intento di "disturbare la pace sociale, di incitare proteste contro l'autorità pubblica". Zaki è accusato anche di aver sostenuto il rovesciamento dello stato egiziano, di aver usato i social network per minare l'ordine sociale e la sicurezza pubblica e di aver istigato alla violenza e al terrorismo. Una serie di accuse che di solito in Egitto sono destinate a dissidenti e persone critiche nei confronti del governo di Al Sisi.
Zaki, è un attivista dei diritti umani, da sempre impegnato nei temi di uguaglianza di genere e per i diritti delle donne, oltre ad aver collaborato con la Onlus Eipr, ed è questo che avrebbe fatto scattare la repressione del governo egiziano. Zaki è rinchiuso nel carcere di Tora, noto per le ignobili condizioni igienico sanitarie e per la costante violazione dei diritti umani, un detenuto in eterna attesa di giudizio.
Ma chi è realmente Patrick Zaki? Lo raccontiamo in questo minidoc, attraverso le parole dei suoi amici, che da circa un anno lottano per la sua liberazione. È un ritratto di un ragazzo allegro, simpatico e generoso, di uno studente curioso e brillante, ma anche di un calciatore, non certo dotato di piedi buoni, ma capace di sacrificarsi per la squadra. Mentre a Bologna, la vita dei suoi amici, uomini e donne liberi prosegue, Patrick parla dal carcere e lo fa grazie alla voce dell'attore Alessandro Bergonzoni, accompagnato da un brano musicale scritto per l'occasione: "For Zaki" composto da Marta dell'Anno e Andrea Marchesino, su illustrazioni create dal fumettista Gianluca Costantini.
Marina Pupella
Avvenire, 7 febbraio 2021
Una "Carta", elaborata da 5 associazioni che operano nel Paese, chiede di fare chiarezza sulle scomparse. Tra queste quella del gesuita Dall'Oglio. La sorella: violati i diritti fondamentali
Un cimitero vicino a Qahtaniyah nella provincia nord-orientale siriana di Hassaké: quasi 400mila i morti nella guerra dal 2011.
Il mondo non volga lo sguardo da un'altra parte, ascolti il grido di dolore dei familiari delle decine di migliaia di uomini, donne, bambini svaniti nel nulla in Siria, fagocitati dalla repressione e dall'odio sanguinario. Un monito che le cinque associazioni più attive in territorio siriano, fra cui la Caesar Families Association, Family for freedom, la Coalizione delle famiglie di persone rapite dal Daesh (Massar) affidano alla "Carta della verità e della giustizia". Un documento su cui costruire una base comune per promuovere la causa della giustizia nel Paese e sensibilizzare la comunità internazionale sul drammatico fenomeno delle sparizioni.
La Carta sarà presentata in anteprima mondiale il prossimo 10 febbraio, col duplice obiettivo di dare risposte alle famiglie delle 8.143 persone rapite dai jihadisti o portate via con la forza dal regime di Assad e dai gruppi di opposizione e di assicurare alla giustizia i responsabili, quali elementi costitutivi per una pace duratura nella terra dilaniata da dieci anni di guerra. A Family for freedom hanno aderito anche Francesca e Immacolata Dall'Oglio, le sorelle del padre gesuita Paolo, scomparso a Raqqa il 29 luglio del 2013, sulla cui sorte si brancola ancora nel buio. "Un'iniziativa molto importante perché intende volgere un faro sulla logica violenta della piena negazione del diritto umano - spiega Immacolata -. A più di 70 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti, in Siria come in altre parti del mondo, ci troviamo ad assistere ancora alla costante e ripetuta violazione del diritto umano fondamentale, la vita. Il ricorso sistematico ai rapimenti è una realtà praticata in quel Paese anche prima del 2011, una modalità strutturata di mantenere il potere, assoggettando con metodi violenti coloro che vi si oppongono".
Fanno leva - prosegue - "sull'arma più potente che hanno, la paura. Questo sistema tiene sotto ricatto i familiari che cercano di far qualcosa per i propri cari, perché nel momento in cui avviene una sparizione tu non sai mai quanto puoi spingere su una direzione o su un'altra. Violazioni del diritto che hanno degli effetti devastanti sui familiari, che rimangono soggiogati dall'attesa e dalla pressione del ricatto e che non sanno come mobilitarsi. E questo avviene soprattutto in quelle terre, dove non vi è alcuna forma di democrazia".
L'iniziativa mette insieme diverse anime per lavorare ad un progetto comune di elaborazione e diffusione del documento che invoca verità e giustizia per gli scomparsi e le loro famiglie. "Se si vogliono creare le basi per un nuovo ordine - conclude la sorella di padre Dall'Oglio -, verità e giustizia sono i cardini da cui ricominciare, così come ci ha insegnato il processo di Norimberga, che ha fatto luce sui crimini commessi, chi è stato attore di azioni violente oggi se ne assuma la responsabilità. È importante agli occhi del mondo e della Siria che sia evidente l'assunzione di responsabilità, altrimenti tutto passa nell'impunità".
Padre Paolo Dall'Oglio, 66 anni romano, è scomparso nella città settentrionale siriana di Raqqa tra il 27 e il 29 luglio 2013. Il gesuita era rientrato clandestinamente in Siria, da cui era stato espulso per le critiche al regime di Bashar al-Assad, per mediare sul sequestro di due religiosi locali. Per padre Paolo si è mobilitato anche il dipartimento di Stato americano. Ma da allora solo silenzi e notizie non verificabili.
di Fabrizio Gatti
L'Espresso, 7 febbraio 2021
Secondo la Corte europea dei Diritti dell'Uomo Sofia non ha indagato. E risulta centrale il ruolo dell'associazione milanese Aibi nel creare "un'atmosfera di conflitto" che non ha favorito l'inchiesta.
Le denunce di abusi trasmesse dalla magistratura italiana non andavano subito archiviate. Le agghiaccianti testimonianze di tre bambini, che avevano sofferto violenze sessuali atroci insieme con altri coetanei in un orfanotrofio bulgaro, erano credibili e circostanziate. I piccoli avevano cominciato a confidarsi con gli psicologi incaricati dalla famiglia adottiva, dopo la loro adozione in Italia conclusa nel 2012 con l'intermediazione dell'associazione "Aibi - Amici dei bambini" di Milano. E avevano poi confermato le loro parole davanti al pubblico ministero di una Procura per i minorenni che, seguendo le procedure internazionali, aveva trasmesso gli atti a Sofia. Il fascicolo giudiziario raccontava di bimbi violentati anche da adulti, che in alcune occasioni avrebbero filmato le aggressioni.
Per questo il 2 febbraio la Grande Camera della Corte europea dei Diritti dell'Uomo ha condannato la Bulgaria, accogliendo l'impugnazione contro una prima decisione della Corte che aveva respinto il ricorso dei genitori adottivi. Secondo la maggioranza dei giudici, le autorità di Sofia "che non si sono avvalse delle indagini disponibili e dei meccanismi di cooperazione internazionale, non hanno assunto tutti i provvedimenti ragionevoli per far luce sul caso e non hanno svolto un'analisi completa e attenta delle prove consegnate loro. Le omissioni osservate", spiega una nota della Corte europea, "sono apparse sufficientemente gravi per ritenere che l'inchiesta svolta non sia stata efficace secondo le finalità dell'articolo 3 della Convenzione, interpretato alla luce delle altre disposizioni internazionali e in particolare della Convenzione di Lanzarote".
La Bulgaria, secondo la Grande Camera, ha quindi violato la Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo, che all'articolo 3 sancisce che "nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti". Tanto più se si tratta di minori che all'epoca avevano meno di dieci anni. Lo Stato bulgaro dovrà quindi risarcire entro tre mesi con una somma complessiva di trentaseimila euro i tre bambini, assistiti dall'avvocato Francesco Mauceri.
I giudici, anche per la mancanza di indagini approfondite, non sostengono che le violenze denunciate siano effettivamente avvenute e che quindi vi sia stata una violazione della parte sostanziale dell'articolo 3. Stabiliscono invece che la Bulgaria ha violato la parte procedurale che avrebbe dovuto accertare l'eventuale violazione sostanziale dello stesso articolo. Un principio che riguarda gli Stati, ai quali però non deve sottrarsi la piena collaborazione delle associazioni di intermediazione che, nelle adozioni internazionali, operano su autorizzazione e in rappresentanza dei rispettivi governi.
Tra le novantotto pagine delle motivazioni, il giudizio non appellabile della Grande Camera dedica interi paragrafi alla condotta dell'associazione Aibi-Amici dei bambini, che ha sede a San Giuliano Milanese ed è sostenuta da famosi testimonial del mondo della politica, dello spettacolo e dello sport. "La conclusione della Grande Camera", annotano in un parere congiunto i giudici Turkovic, Pinto de Albuquerque, Bošnjak e l'italiano Raffaele Sabato, "potrebbe essere integrata, secondo il nostro punto di vista, dalla considerazione che il ragionamento adottato dalle autorità giudiziarie bulgare e dall'Agenzia di Stato per la protezione dell'infanzia ha sostanzialmente ribadito la teoria anticipata dall'associazione che aveva agito come intermediaria per l'adozione".
"I rappresentanti di quell'associazione", spiegano i giudici riferendosi ad Aibi, "quando i genitori adottivi si sono rivolti a loro dopo la prima rivelazione degli abusi, hanno cominciato a esprimere l'opinione che i genitori non fossero idonei ad adottare i bambini, sulla base del loro comportamento durante un incontro organizzato dall'associazione il 2 ottobre 2012. La Corte non ha potuto accertare se la relazione su questa riunione tra il personale dell'associazione, i genitori e i bambini fosse autentica, dato che... i ricorrenti hanno prodotto un rapporto di polizia che attesta che tre rappresentanti dell'associazione avevano dovuto fornire prova della loro firma, e riconosce che la relazione riporta tre firme diverse, tutte scritte dalla stessa mano".
"Inoltre", osservano i giudici della Grande Camera, "la relazione apparentemente mostrava discrepanze nel testo, sotto forma di aggiunte e cancellature, che la Corte non è stata in grado di verificare. Indipendentemente dal fatto che le autorità bulgare sapessero fin dall'inizio di questa presunta falsificazione, ci appare evidente che la contraffazione del documento è stata discussa dai ricorrenti innanzi la Grande Camera senza che il governo rispondesse sul punto. Questa circostanza, insieme con il fatto che l'associazione ha incontrato i rappresentanti delle varie autorità coinvolte... e ha redatto un rapporto molto critico sul resoconto dei genitori adottivi, trasmettendolo poi al Tribunale per i minorenni... testimonia il ruolo centrale svolto dall'associazione nel creare un'atmosfera di conflitto che non ha favorito l'avvio di indagini efficaci".
"La Corte" proseguono i giudici nella sentenza, facendo sempre riferimento ad Aibi, "si è inoltre rammaricata del fatto che l'associazione che ha agito da intermediaria dell'adozione nei confronti delle autorità dello Stato convenuto, aveva inviato alla Corte una nota in cui esprimeva l'opinione che i genitori erano inadatti come genitori adottivi perché - secondo l'opinione dell'associazione - avevano innescato un processo di denuncia su abusi che non esistevano, con lo scopo di denigrare la procedura che aveva portato all'adozione. Il contenuto di questa decisione, a nostro parere, rafforza l'idea che le rivelazioni dei minori fossero credibili, e [quindi] l'approccio dell'associazione è stato ufficialmente respinto".
L'orfanotrofio degli orrori era stato raccontato in un'inchiesta de L'Espresso e successivamente chiuso. L'associazione Aibi, che opera su autorizzazione del governo italiano, non ha risposto alla nostra richiesta di un commento. "Un'ultima osservazione", concludono i giudici della Grande Camera, "deve essere fatta, a nostro avviso, in merito alla considerazione che gli eventi fossero un "semplice" fenomeno di sessualità precoce, dovuto al fatto che i bambini vivono insieme in un orfanotrofio. Secondo questo punto di vista, di conseguenza non c'era nessuna necessità di indagare, poiché soltanto i minori erano responsabili per i contatti sessuali e nessuna responsabilità penale sarebbe imputabile a loro.
In primo luogo, notiamo ancora una volta che questa era la teoria sostenuta dall'associazione che ha operato come intermediaria nell'adozione", evidenziano i giudici della Grande Camera della Corte di Strasburgo, riferendosi sempre ad Aibi: "In secondo luogo, ci sono state segnalazioni, anche nelle prime rivelazioni, di contatti sessuali violenti avviati da minori. A questo proposito, dobbiamo sottolineare che anche importanti norme internazionali considerano la violenza inflitta da coetanei come violenza contro i minori e che in questi casi la responsabilità penale non è dei bambini violenti, ma di coloro che hanno il compito di sorvegliarli e di prendersi cura di loro".
La procura e il tribunale per i minorenni che avevano ritenuto credibile la denuncia dei tre bambini, hanno inoltre stabilito la piena idoneità dei genitori adottivi che, secondo la Corte di Strasburgo, Aibi aveva definito inadatti.
Ma come è accaduto in Bulgaria, la magistratura italiana che si occupa del comportamento degli adulti ha archiviato tutte le numerose denunce presentate negli anni contro l'associazione milanese, per presunte irregolarità nelle procedure di adozione. È finito in archivio lo stesso rapporto di polizia che a Roma attestava le "tre firme diverse, tutte scritte dalla stessa mano": compaiono in fondo alla relazione consegnata alla magistratura minorile dai vertici di Aibi, che in quel momento agivano davanti all'autorità giudiziaria nelle loro funzioni di ente autorizzato dal governo italiano. Questa l'insolita motivazione con cui un pubblico ministero ordinario ha chiesto e ottenuto l'archiviazione: "Resta da considerare la firma falsa apposta sulla relazione prodotta da Aibi al Tribunale per i minorenni [...]. L'unico reato configurabile in tal senso, trattandosi di un atto di parte, è la falsità in scrittura privata non più prevista dalla legge come reato".
di Davide Varì
Il Dubbio, 7 febbraio 2021
La polizia federale rivela una nuova serie di messaggi tra il pubblico ministero e il giudice Sergio Moro che gli avrebbe suggerito strategie e fonti nell'ambito dell'operazione Lava Jato. Il caso giudiziario dell'ex presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva torna davanti alla Corte Suprema dopo nuove rivelazioni della polizia federale: il giudice Sergio Moro, allora a capo dell'operazione anti-corruzione Lava Jato, avrebbe aiutato il pubblico ministero Deltan Dallagnol a istruire la causa contro Lula.
In quel processo, l'ex presidente brasiliano fu condannato a otto anni e dieci mesi di carcere con l'accusa di corruzione, per poi essere rilasciato a novembre del 2019 dopo oltre 500 giorni di detenzione. Già allora le chat tra i due magistrati scatenarono un terremoto politico, a seguito dello scoop del sito di inchiesta "The Intercept" che aveva pubblicato il contenuto della corrispondenza tra i due. In quell'occasione a intercettare i messaggi erano stati alcuni hacker, che li avevano poi forniti ai giornalisti, ed essendo stati acquisiti illegalmente, non erano utilizzabili contro i protagonisti delle conversazioni.
Mentre ora è la stessa polizia federale - nel tentativo di scovare gli hacker - ad essere entrata in possesso del contenuto completo di quelle chat. Che potrebbero rimettere in discussione l'intero processo: la difesa di Lula ha infatti chiesto e ottenuto di visionare i messaggi dalla Corte Suprema, che si pronuncerà sul caso entro giugno.
I colloqui tra magistrato giudicante e il pm violano infatti l'articolo 254 del codice del processo penale brasiliano, consentendo alla difesa dei condannati in quei processi di considerare il giudice "sospetto di non essere imparziale". E di chiedere quindi l'annullamento del giudizio. Stando a quanto riporta il quotidiano Avvenire, la comunicazione tra il pm e il giudice sarebbe durata per anni, tra il 2015 e il 2017, con quest'ultimo che "arrivava a suggerire strategie e fonti da interrogare".
L'inchiesta di Sergio Moro - l'ex giudice sceriffo diventato ministro della giustizia, nemico mediatico di Lula - aveva spalancato prima delle elezioni dell'ottobre del 2008 le porte del carcere all'ex presidente brasiliano, candidato favorito secondo tutti i sondaggi, liberando così la strada per il Planalto all'allora candidato di estrema destra e attuale presidente Jair Bolsonaro. Ma quel giudice "non era imparziale": è questa l'accusa emersa dallo scoop clamoroso del sito Intercept Brasil, diretto dal giornalista statunitense Glenn Greenwald, quello del caso Snowden.
Il sito d'inchiesta aveva pubblicato il contenuto di parte dei messaggi audio scambiati tra l'attuale ministro ai tempi in cui era ancora giudice di prima istanza a Curitiba, chiamato a giudicare le prove portate dalla pubblica accusa nel processo contro Lula da Silva, e il coordinatore della pubblica accusa Deltan Dallagnol. La legge vieta ovviamente al giudice di interferire nella acquisizione delle prove che poi sarà chiamato a giudicare.
I due, si deduce con evidenza dal contenuto dei messaggi, si scambiano invece infinite informazioni. Moro spiega ai pm cosa devono raccogliere e cosa no. Si dice insoddisfatto dell'evidenza di una prova. Suggerisce mosse, indica errori, detta i passi dell'indagine. Gioisce per il successo mediatico e per le ricadute politica dell'inchiesta. Si complimenta via chat con se stesso e con il pm per il repulisti provocato. "Complimenti a tutti noi" scrive.
Le accuse, sempre passate al vaglio dell'allora giudice Moro, di questo secondo processo sono molto simili a quelle per cui hanno condannato Lula per corruzione passiva e riciclaggio di denaro. Si tratta sempre di una casa vicino a San Paolo messagli a disposizione, secondo l'accusa, da una grande azienda in cambio di contratti di favore con imprese di Stato. Stavolta non un appartamento sulla costa, ma una casa di campagna. La denuncia della pubblica accusa accolta a suo tempo da Moro parla di una ristrutturazione del valore di 280 mila dollari pagata interamente dalle imprese di costruzione Odebrecht, Oas e Schahin, in cambio di contratti con l'impresa petrolifera statale Petrobras. La villa è stata frequentata dalla famiglia di Lula, ma non è di sua proprietà. Lo sarebbe "di fatto" secondo i pm. Secondo la difesa le accuse "si riferiscono a contratti firmati da Petrobras che lo stesso giudice ha riconosciuto, in un'altra sentenza, non aver portato nessun beneficio a Lula".
di Claudia Osmetti
Libero, 6 febbraio 2021
Sbandierati dal ministro per svuotare i penitenziari e contenere il virus, sono finiti nel dimenticatoio. In due anni ne sono stati chiesti 10mila e solo 4mila sono attivi. E per fortuna che il ministro (uscente) Bonafede s'era prodigato a ripetere in ogni salsa, nel marzo scorso, che i braccialetti elettronici avrebbero risolto il problema del sovraffollamento carcerario con la pandemia che, allora, avanzava.
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 febbraio 2021
Al premier incaricato, Zingaretti chiede di riprendere il progetto firmato da Orlando ma poi accantonato da Bonafede: è la terza via per non restare schiacciati sul giustizialismo del M5S. Mario Draghi dovrà fare un miracolo di sintesi. Ma uno sforzo notevole toccherà pure al Pd. Costretto a isolare, anche nel futuro governo, le esuberanze renziane, ma anche obbligato a distinguersi dagli alleati, quindi dal Movimento 5 Stelle. Sfida improba. Anche e soprattutto sulla giustizia.
di Veronica Manca
Il Riformista, 6 febbraio 2021
Straniero, lontano dalla famiglia, malato. La battaglia per la detenzione domiciliare e poi per la sospensione. E un finale troppo amaro per essere lieto. Questa è la storia di Becir e della sua famiglia, una storia a lieto fine, anche se per ora amaro.
di Marco Tarquinio
Avvenire, 6 febbraio 2021
Ha ragione don Raffaele. La vicenda del boss Antonio Gallea non può e non deve mettere in discussione la possibilità di recupero e reinserimento dei detenuti, anche di quelli responsabili dei più gravi delitti. È applicare Vangelo e Costituzione, è un principio di umanità e dignità, è interesse della comunità ridare un'occasione a chi ha sbagliato, togliendo così forze alla mafia. "Facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati" diceva Carlo Alberto Dalla Chiesa.










