cagliaripad.it, 7 febbraio 2021
"L'assistenza sanitaria farmaceutica nella Casa Circondariale Ettore Scalas di Cagliari-Uta risulta deficitaria, con carenze nella disponibilità dei medicinali e dei presidi e conseguenti ritardi nella distribuzione dei farmaci ai detenuti. Una situazione che negli ultimi mesi si è verificata spesso determinando preoccupazione tra i familiari delle persone private della libertà".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris, dell'associazione 'Socialismo Diritti Riforme', facendo proprie le segnalazioni di alcuni familiari preoccupati per "l'inadeguatezza dell'assistenza a persone che non hanno la possibilità di attingere autonomamente alle cure e alle terapie".
"Non è la prima volta - osserva Caligaris - che si verificano carenze nella disponibilità dei farmaci nel carcere cagliaritano. Un problema che a cadenze fisse si ripresenta probabilmente per un'organizzazione deficitaria. La responsabilità delle forniture dei farmaci nel presidio sanitario penitenziario è in capo all'ATS.
Mensilmente infatti dalla Casa Circondariale vengono inoltrate le richieste per avere garantite le medicine necessarie nonché presidi vari compresi garze, bisturi, cannule, cerotti, ovatta, provette, sondini, disinfettanti. Si tratta di materiali indispensabili per garantire l'assistenza a circa 560 persone (22 donne) e al personale qualora si presenti la necessità. Non sempre però evidentemente le forniture sono complete e quindi adeguate alle richieste".
"La carenza dei dispositivi - sottolinea ancora l'esponente di SDR - mette a dura prova non solo i pazienti, spesso con gravi disturbi psichiatrici, ma anche i sanitari. Per ovviare al disagio si provvede a prescrivere i farmaci con le ricette, una pratica che, benché sia prevista e autorizzata, su larga scala determina un aggravio di spese senza garantire una migliore qualità del servizio anche perché molti farmaci e presidi non sono prescrivibili a carico del Servizio Sanitario e l'acquisto attraverso le Farmacie del circondario determina una dilatazione dei tempi di somministrazione delle terapie".
"E' appena il caso di ricordare che la salute è un diritto costituzionale. Deve essere garantito a tutti i cittadini. In un periodo in cui la pandemia di Covid-19 sta creando seri problemi per la vita di ciascuno e in attesa che la vaccinazione venga estesa agli operatori delle carceri e a tutti i detenuti, le carenze nella disponibilità dei farmaci - conclude Caligaris - devono essere immediatamente colmate. L'auspicio è che l'assessore regionale della Sanità se ne faccia carico e intervenga con sollecitudine a risolvere il problema".
di Carlo Mion
La Nuova Venezia, 7 febbraio 2021
"Genitori ottantenni, ora dove vado?". L'ex detenuto è senza un posto dove poter trascorrere il periodo di isolamento. Il legale: "Situazione complessa". A Santa Maria maggiore 50 positivi. Ma non sa dove andare e nessuno, a quanto pare, si preoccupa per lui e anche per le persone con le quali verrà a contatto. Lui è un ex detenuto veneziano di 43 anni. Era in carcere per scontare una pena seguita alla condanna rimediata a una serie di furti che aveva commesso.
In carcere è stato contagiato dal virus. È asintomatico ma anche il tampone di due giorni fa è risultato positivo. Nonostante questo viene messo in libertà senza che qualcuno lo prenda in carico. Ha cercato di parlare con la direttrice del carcere, poi con qualche responsabile sanitario, ma è stato tutto vano. Sabato mattina ha avvisato, della situazione, il suo legale l'avvocato Marco Zanchi. Ma anche quest'ultimo non è riuscito a cavare un ragno dal buco. Tutti rimandano ad altri. L'uomo che risiede con i genitori non può tornare a casa. Entrambi sono ultra ottantenni, sarebbe come condannarli ad essere contagiati con i rischi che conosciamo.
E poi chi lo porterebbe a casa contagiato? Lui in tasca ha 200 euro è disposto anche andare per qualche giorno in quale hotel. Ma dice: "Quindi mi presento all'hotel dicendo sono appena uscito dal carcere e sono positivo al Covid. Immagino che mi prendano a braccia aperte". La situazione è complessa e c'è il rischio che l'uomo si renda protagonista di una protesta clamorosa. Da una parte ci sono le carceri venete sovraffollate. Anche lo scorso anno in seguito al Covid c'è stato un calo nel trend di crescita. Come si legge nella relazione del Presidente della Corte d'Appello all'inaugurazione dell'Anno giudiziario: "Al 30 giugno 2020, a fronte di una capienza regolamentare di 1919 detenuti erano presenti nelle carceri venete 2.251 detenuti.
Le presenze a tale data risultano inferiori rispetto a quelle registrate alla stessa data dell'anno scorso (pari a numero 2.432), ma detta riduzione è ascrivibile ad una situazione contingente ed eccezionale collega al Covid. Tutti gli Istituti comunque segnalano una presenza di detenuti superiore a quella regolamentare, con la sola eccezione delle Case circondariali di Belluno e di Padova e della Casa di Reclusione femminile di Venezia. In particolare, significative sono le percentuali di sovraffollamento delle Case Circondariali di Vicenza e di Venezia e della Casa di reclusione di Padova".
In questo momento nel carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia a fronte di una capienza regolamentare di 159 detenuti, lo scorso anno al 30 giugno erano presenti 241 carcerati, scesi poi a 403. Di questi una cinquantina sono stati contagiati. Ed è stata un'impresa trovare degli spazi per garantire la quarantena a questi detenuti ed evitare ulteriori contagi. Non solo tra carcerati, ma anche del personale della polizia penitenziaria e di quello assistenziale.
di Nico Falco
fanpage.it, 7 febbraio 2021
Nel carcere di Carinola, in provincia di Caserta, 17 agenti della Polizia Penitenziaria sono risultati positivi Covid. L'amministrazione ha avviato uno screening tra i detenuti, sono stati effettuati centinaia di tamponi; per il momento non sono emersi casi di contagio ma molti test non sono ancora pronti, si dovrà attendere le prossime ore.
Diciassette agenti della Polizia Penitenziaria, impiegati nel carcere di Carinola, in provincia di Caserta, sono risultati positivi Covid. Dopo la scoperta del focolaio l'amministrazione ha deciso di sottoporre al tampone molecolare tutti i detenuti: sono stati effettuati centinaia di test a coloro che, negli ultimi giorni, erano entrati in contatto con i poliziotti risultati contagiati.
Al momento non sarebbero emersi casi di positività tra i detenuti, ma per un bilancio dello screening si dovrà attenere le prossime ore: molti dei test non sono ancora pronti e quindi il dato dei positivi potrebbe crescere e coinvolgere anche la popolazione detenuta. La delicata situazione delle carceri, con le difficoltà di arginare il contagio soprattutto a causa del sovraffollamento, è emersa anche a Roma, dove un focolaio è scoppiato a Rebibbia e 14 detenuti sono risultati positivi al coronavirus. Ieri il garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, aveva diffuso il report su Covid e carceri aggiornati.
Dai dati comunicati risulta che i detenuti contagiati sono 24; la maggior parte si trova nel carcere di Secondigliano (20), seguono Poggioreale con 3 casi e Carinola con un caso. Sono invece 58 i contagiati tra gli agenti di polizia penitenziaria e gli operatori sanitari. Per quanto riguarda la campagna di vaccinazioni, scrive Ciambriello, le carceri sono contemplate nella fase 3, nella quale verranno vaccinati agenti penitenziari, detenuti e personale ed ospiti dei luoghi di comunità, oltre a personale scolastico, lavoratori di servizi essenziali e dei setting a rischio e persone con comorbilità (affette da più patologie) moderata di ogni età.
di Giulia Ferri
L'Espresso, 7 febbraio 2021
Tra siti legali e illegali, slot e casino sbarcano anche su Twitch. Il nuovo studio dell'Iss mostra che i ragazzi hanno aumentato il tempo di gioco durante la pandemia. La psicoterapeuta Maria Pontillo: "Il 34% degli under 18 lo pratica quotidianamente. La fascia più critica tra i 12 e 18 anni".
Kakegurui è un termine giapponese traducibile come "pazzia per il gioco". È anche il titolo di un manga, trasposto in anime e film e trasmesso da Netflix, che spopola tra gli adolescenti, in cui si raccontano le vicende di una scuola la cui attività principale è il gioco d'azzardo. Se il manga nasce per trattare un problema molto diffuso in Giappone, da qualche anno il fenomeno sta prendendo contorni sempre più reali anche in Italia, dove sono sempre più numerosi i giovani che si avvicinano al gioco d'azzardo, facilitati dall'ampia gamma di giochi disponibili online.
Nell'ultimo anno il mercato del gioco online è cresciuto almeno del 25%, proseguendo un trend in aumento dal 2015. Nei primi dieci mesi del 2020, si è registrato un +39% dei casinò online rispetto allo stesso periodo del 2019, con incassi ormai prossimi al miliardo di euro. Entrate quasi raddoppiate anche per il poker, che ha raggiunto i 100 milioni di euro. Ancora, le scommesse sportive online hanno incassato 997 milioni nel 2020, con un aumento del 37.5%, dato ancor più impressionante visto che i principali eventi sportivi sono stati sospesi durante la prima fase della pandemia.
Il rischio di questa corsa è che continui a crescere la popolazione patologica e che aumenti il coinvolgimento di chi si trova più a suo agio con le nuove tecnologie: giovani e adolescenti. Soprattutto se si considera che la maggior parte dei dipendenti da gioco d'azzardo sono patologici già appena maggiorenni e che per uscirne serve un lungo percorso.
"Bene o male il gioco è stato sempre presente nella mia vita, ma quando ho iniziato a nascondermi dai miei genitori per giocare ho capito che la cosa mi era sfuggita di mano. Poco più che ventenne ero già dipendente. Giocavo prima 50, poi 100, poi fino a 1000 euro al giorno", racconta Antonio, (nome di fantasia), da tre anni nei Giocatori Anonimi. "Da lì il tunnel: la mattina mi svegliavo e la prima cosa che pensavo era iniziare a giocare. Passavo giornate intere a giocare. Poi ho finito tutte le mie risorse economiche e lì il giocatore diventa un attore: mi sono inventato di tutto per recuperare soldi, intanto mi facevo debiti su debiti. Arrivavo la sera schifato da quello che avevo fatto, ma il giocatore patologico non accetta mai di esserlo". Per questo sono passati anni prima di arrivare al limite e decidere di confessare tutto alla famiglia e all'ormai ex fidanzata. "Anche quando mi hanno aperto gli occhi non lo accettavo, "smetto quando voglio" mi dicevo, ma da soli è impossibile. Inizialmente provavo vergogna, ma nel giro di pochissimo il gruppo mi ha fatto sentire a mio agio ed è iniziato il mio percorso di recupero. Con l'aiuto della mia famiglia sto finendo di pagare i debiti. Non ho mai più giocato", conclude.
Il disturbo da gioco d'azzardo rientra tra le dipendenze del nuovo millennio, quelle comportamentali. Chi ne è affetto prova un desiderio incontrollabile di giocare, soffre l'astinenza, prova assuefazione e sperimenta il gambling, sovrastimando le proprie capacità di calcolare le probabilità di vittoria e sottostimando la perdita economica. Per il Ministero della salute sono oltre 1 milione e 500mila i giocatori problematici adulti e, nonostante i divieti, quasi 150mila i minori.
Le associazioni che monitorano i disturbi legati al gioco, come Alea, And-Azzardo e Nuove Dipendenze o Vinciamo il gioco, specificano che durante il lockdown non c'è stato uno spostamento verso l'online dei giocatori abituati a recarsi nelle sale, che anzi hanno beneficiato della chiusura dei più di 250mila punti di gioco. Ma certamente c'è stato un aumento dell'attività di chi già giocava sui siti. E tra loro ci sono soprattutto giovani. Ad esempio, dai test effettuati tra giugno e novembre 2020 attraverso il sito dell'associazione Vinciamo il gioco, risulta che il 27% delle persone problematiche o patologiche è sotto i 25 anni e che il 68% di loro arriva a giocare tra i 100 e i 1000 euro al giorno.
I risultati di una ricerca condotta dall'Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l'Istituto Mario Negri, l'Università di Pavia, il San Raffaele di Milano e l'Ispro, mostrano un significativo aumento della frequenza e dell'intensità di gioco nella parte più giovane della popolazione. Come spiega la dottoressa Roberta Pacifici dell'ISS, secondo lo studio, condotto su 6mila persone, risulta che, durante il primo lockdown, è scesa la percentuale di chi giocava su internet, dal 10% all'8%, ma che è poi risalita e ha superato la percentuale prepandemia, arrivando al 13% nella seconda fase dello studio, tra novembre e dicembre 2020. Dalla ricerca emerge che per i giovani (18-25 anni) il tempo dedicato al gioco, soprattutto scommesse sportive, gratta e vinci e slot online, è in media aumentato di un'ora al giorno.
"La dipendenza dal gioco d'azzardo è una realtà anche tra i giovanissimi: il 34% degli under 18 lo pratica quotidianamente e la fascia che sembra essere più critica è quella tra i 12 e 18 anni", afferma la dottoressa Maria Pontillo, psicoterapeuta del servizio di Neuropsichiatria per l'infanzia e l'adolescenza del Bambin Gesù di Roma, che racconta: "Negli ultimi mesi c'è stato un aumento delle richieste d'aiuto: sono arrivate segnalazioni da parte di genitori che si accorgevano che i propri figli rubavano soldi in casa o si appropriavano di nascosto delle carte di credito per scommettere online".
L'adolescente infatti non è consapevole della gravità del meccanismo in cui si trova, per cui sono gli adulti a dover cogliere i segnali di allarme e contattare servizi che possono fornire assistenza, come la mail dedicata del servizio "Io gioco" del Bambin Gesù. Come spiega la dottoressa Pontillo, il ragazzo dipendente non è in grado di limitare il tempo che dedica al gioco e va incontro a una serie di problematiche patologiche correlate: è ansioso, irritabile, il suo umore è completamente in balia dell'esito delle scommesse. In più, spesso, al gioco si associa il disturbo del sonno, perché, per non farsi notare dai genitori, i ragazzini passano le notti chiusi nelle camerette a giocare, invertendo il ritmo sonno veglia e arrivando anche a rifiutarsi di seguire le lezioni online al mattino.
"Quello che stiamo vedendo è che nel momento in cui gli stimoli sociali, affettivi e cognitivi, così come il contatto fisico con i coetanei vengono meno, si verifica un aumento della ricerca di nuovi stimoli online e aderenza ai siti di gioco", commenta la psicoterapeuta.
I ragazzi infatti iniziano a giocare o per emulazione o per la tendenza alla "sensation seeking", la ricerca di sensazioni tipica dell'adolescenza, per cui si ha l'impulso di voler provare nuove e forti esperienze emotive senza però essere consapevoli dei rischi connessi. "La pandemia non è l'unica causa, ma sicuramente l'esposizione allo stress causato da essa e la carenza di stimoli esterni ha predisposto i ragazzi a cercare in internet una forma di gratificazione e il gioco d'azzardo può rappresentarlo", chiarisce la dottoressa.
In più la dipendenza da internet e la diffusione dei giochi pay to win, che secondo lo studio dell'ISS sono stati usati dal 39% degli under 34, possono facilmente aprire le porte al mondo dell'azzardo.
La dottoressa Pontillo riferisce che nell'ultimo anno è aumentato a dismisura il tempo che gli adolescenti dedicano all'uso dei dispositivi elettronici. Nel 67% dei casi più di 4 ore al giorno, ma c'è un 20% che passa più di 6 ore al giorno davanti a pc, tablet e smartphone. "Questo è un fattore di rischio: sia perché è dimostrato che chi ha una dipendenza è più predisposto a svilupparne altre, sia perché passare molto tempo su internet facilita il contatto con i siti che propongono gioco d'azzardo", conclude.
E l'offerta di questi siti è sempre più diversificata, tanto quella legale quanto quella illegale, promossa, nonostante il divieto di pubblicità in vigore da luglio 2019, sia sui canali sportivi sia sui nuovi media. Su Twitch, la piattaforma di Amazon che trasmette contenuti live, solitamente videogiochi ed e-sports, sono in aumento i canali di micro influencer poco più che adolescenti che si filmano e interagiscono con la chat mentre giocano d'azzardo.
Il fenomeno era praticamente inesistente prima di marzo, mentre ora ha preso piede soprattutto in Italia: l'italiano è la lingua più parlata sulle chat di Virtual casinò e i canali italiani sono stati seguiti per 779mila ore nell'ultimo mese. Sono almeno una ventina i canali italiani seguiti da centinaia di migliaia di adolescenti che, a tutte le ore del giorno e della notte, guardano loro coetanei giocare a slot, poker o black jack.
C'è poi l'universo dei siti illegali che spuntano in rete, senza regolari licenze, e che oltre a violare le norme sulla pubblicità, promettono vincite più facili o richiedono meno controlli per l'iscrizione. Quasi sempre sono truffe. Se è vero che lo Stato ne ha chiusi almeno 262 tra marzo e novembre 2020, è altrettanto vero che queste operazioni rischiano di risultare vanificate dal fatto che spesso i siti possono solo essere resi irraggiungibili agli utenti, ma non definitivamente chiusi perché ospitati su server esteri.
La D.I.A nella sua ultima relazione semestrale aveva evidenziato come la criminalità organizzata stesse sempre più investendo in questo settore, anche con siti per il gioco e le scommesse i cui server sono posti in Paesi off-shore. La relazione sottolinea però infiltrazioni anche nel gioco fisico e denuncia una sorta di cortocircuito "dai drammatici risvolti sociali: le mafie approfittano dei giocatori affetti da ludopatia, concedendo loro prestiti a tassi usurari". Si genera così un circolo vizioso, in cui alla dipendenza dal gioco si somma la "dipendenza" economica dai clan".
Tutta questa giostra ha gravi conseguenze sociali e incide sulla salute delle persone.
Per questo è necessario predisporre reti di controllo sempre più efficaci e precoci e a tal fine sarebbe utile avere dati precisi sui giocatori. Di qui la denuncia di Maurizio Fiasco: "I dati ci sono, ma al momento non sono disponibili alle autorità sanitarie e questo è un vulnus democratico serio: informazioni che potrebbero essere usate per fini sanitari servono invece per creare prodotti sempre più performanti a beneficio di entità private della filiera del gioco e non dei cittadini".
Il Tirreno, 7 febbraio 2021
Il 31 marzo ultimo giorno per partecipare alla 16ª edizione del Premio letterario Mariella Gennai aperto ai ragazzi delle scuole elementari, medie e superiori della provincia di Grosseto. Un premio nato con l'intento di ricordare l'operato di Mariella Gennai scomparsa a soli 46 anni, una figura che ha lasciato il segno: educatrice in centri per adolescenti e soggetti svantaggiati, consigliere comunale e provinciale. Sono tre i temi che potranno essere scelti dagli autori: il tema libero; quello dedicato a Norma Parenti, la partigiana uccisa dai nazi fascisti nel 1944 nell'anno in cui ricorre il centesimo anniversario dalla sua nascita dal titolo "Norma Parenti: una donna di 23 anni che non esitò a sacrificare la propria vita per difendere la libertà e la democrazia, valori in cui credeva fermamente"; e infine quello dal titolo "L'essenziale è invisibile agli occhi", una frase tratta da libro Il Piccolo Principe di Antoine de Saint Exupery.
Il concorso, promosso dal Comune e dalla Commissione pari opportunità di Massa Marittima, oltre che agli studenti è come sempre aperto agli ospiti della Casa circondariale di Massa Marittima e per la prima volta anche agli studenti del Polo Universitario Grossetano.
"Nell'anno in cui la pandemia ha fatto emergere quanto la tutela del diritto all'educazione è fondamentale per lo sviluppo e la stabilità dell'individuo - commenta Ambra Fontani presidente della Commissione pari opportunità - l'unico strumento per riuscire ad adattarsi e resistere al cambiamento, il concorso Mariella Gennai, dedicato a "I Giovani, La Cultura, Il Futuro" i tre punti fermi da cui ripartire per ricostruire una nuova società, acquisisce un significato ancora più profondo". "Riteniamo che partecipare ad un concorso letterario - aggiunge l'assessora alle pari opportunità Grazia Gucci - oggi più che mai, costituisca un'esperienza formativa per i ragazzi".
Premiazione il pomeriggio di sabato 5 giugno al Palazzo dell'Abbondanza. Il bando integrale è consultabile e scaricabile sul sito istituzionale www.comune.massamarittima.gr.it Info: e-mail:
La Nazione, 7 febbraio 2021
Il report dell'associazione Antigone: "Bene il progetto dei detenuti attori e l'uso della tecnologia". Il sistema penitenziario ai tempi del Covid sotto la lente dell'associazione Antigone, che da quasi trent'anni è in prima linea per i diritti e le garanzie nel sistema penale.
L'associazione ha costruito un robusto report dove emergono sfaccettature in chiaro-scuro dalle carceri nell'epoca in cui l'irruzione della crisi sanitaria si è tradotta nell'effetto di rompere osmosi fra dentro e fuori, fra 'girone dei dannati' e mondo esterno, lasciando la dimensione di detenzione in un rigido silenzio. Ma nel dossier di Antigone sulla condizione carceraria nell'era pandemica ecco arrivare l'esempio del carcere di Volterra, preso ed analizzato come 'modello di resilienza'.
Il Covid non è balzato di cella in cella e, dall'inizio della pandemia, non si registrano casi di positività fra i detenuti. Ma a questo record si aggiungono pratiche adottate nel carcere che ne fanno, ancora, modello su scala italiana anche nei tempi funestati dalla crisi pandemica.
"Nei giorni dell'emergenza sono emersi una serie di comportamenti solidali "dal di dentro" - si legge nel dossier di Antigone - che hanno visto i detenuti coinvolti nel supporto alla società esterna nell'affrontare la pandemia. È così che l'istituto di Volterra si è impegnato in una raccolta fondi destinata alla Protezione Civile. Tale forma di cooperazione, spesso unendo la solidarietà di detenuti e operatori, valica le mura di cinta, sfumando la drastica divisione fra dentro e fuori".
Ma c'è di più, perché il Maschio diventa esempio a livello nazionale anche sul fronte della tecnologia utilizzata come strumento per tenere vivo un dialogo nuovo con l'esterno. Antigone sviscera il caso della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo, il cui lavoro teatrale con i detenuti è stato riadattato alla situazione di emergenza.
"Le grandi opportunità connesse all'utilizzo della tecnologia iniziano, seppur con estremo ritardo, ad essere colte dai penitenziari. Non solo la comunicazione digitale, in principal modo le videochiamate pensate per sopperire alla carenza dei colloqui familiari, raggiunge anche gli istituti che non avevano mai usufruito di questo tipo di servizio, ma ne viene inoltre valorizzato l'utilizzo in chiave educativa, pedagogica e culturale.
Tramutandosi in smart working - recita il dossier di Antigone - a Volterra procede il considerevole lavoro teatrale della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo, progetto che, ormai da oltre trent'anni, recluta attori tra i reclusi, offrendo loro un impiego a tutti gli effetti, capace di rendere concreta la possibilità di indirizzarsi verso un effettivo reinserimento.
A livello generale, il contesto carcerario si contraddistingue per una forte arretratezza tecnologica e l'approdo del digitale negli istituti penali non deve costituire una soluzione transitoria, pensata per colmare il vuoto causato dall'impossibilità di concedere colloqui familiari, ma deve essere potenziata come risorsa da mantenere anche alla fine della fase emergenziale".
di Antonio Fraschilla e Carlo Tecce
L'Espresso, 7 febbraio 2021
Da Caivano a Brancaccio cresce il tasso di evasione dalle aule nell'anno della pandemia. Fiammetta Borsellino: "Senza istruzione tanti giovani sono a rischio di finire nelle mani della criminalità".
Un giorno assai ventoso di aprile la preside Eugenia Carfora ha ordinato ai ragazzi di spegnere le telecamere e affacciarsi ai balconi e alle finestre perché stava nel giardino della scuola a piantare i pomodori. Era un modo per prendersi cura assieme di qualcosa a cui voler bene, in un luogo spesso oppresso dal male. Eugenia insegna il bello da una dozzina di anni all'Istituto superiore Francesco Morano di Caivano, distesa di cemento armato in provincia di Napoli, quartiere Parco Verde, zona di droga e di vergogna, di cronaca nera e di aggettivi putridi. Da quei palazzi da cui precipitarono Antonio e Fortuna, due bambini capitati in un posto disgraziato e da cui tentò di scappare Maria Paola, speronata e uccisa dal fratello per aver osato amare un transessuale, da una dozzina di anni Carfora si è messa in testa che vuole cavare un futuro migliore: "Aprite le scuole: qui i ragazzi non hanno altro".
A Palermo la brezza ti spinge fuori dalle stanze basse, strette e umide. In via Conte Federico a Brancaccio, dietro l'istituto intitolato a padre Pino Puglisi, il prete beato ammazzato dalla mafia, la didattica a distanza, la cosiddetta "dad", si fa in motorino, in due o in tre, senza casco e senza sosta. In due mesi le segnalazioni di dispersione scolastica in città hanno quasi eguagliato quelle dell'anno scorso. E Brancaccio batte tutti.
Alla periferia di Napoli come al centro di Palermo, a Caivano come a Brancaccio, le conseguenze della "dad" non si recuperano o si contrastano con una ordinanza. Tanti ragazzi chiudono il computer, per chi ce l'ha, e non tornano più. Vanno a spasso fra le macerie della società o si fanno mani e corpi giovani per la criminalità organizzata. La mafia e la camorra.
Eugenia Carfora sta dove sta la disperazione e non si appoggia mai alla retorica del dire, solo alla ruvidezza del fare: "Ho sempre acceso le luci della scuola. L'ho fatto perché la scuola non va in pausa, neanche la vita va in pausa. Chi va in pausa, muore. Per chi vive al Parco Verde di Caivano andare a scuola significa sentirsi uguali e lasciarsi dietro la porta tutti i problemi, gli affanni, le tensioni familiari. Andare a scuola vuol dire lavarsi la faccia, le mani e i denti. Quando tredici anni fa sono arrivata al Parco Verde, terra di nessuno, la metà degli iscritti non frequentava. Ho dimezzato la dispersione scolastica. C'era sempre chi veniva un giorno sì e un giorno no, ma io li tiravo per lo zaino, nelle piazze vuote, ai tavoli di un bar, fino a casa. La scuola per loro era diventata conforto, un rifugio sicuro. Un'opportunità di cambiare il destino, forse l'unica. A Milano in molti possono permettersi il precettore di latino a domicilio, a Caivano no. Se fai morire una cellula che sarà famiglia, muore il futuro di una comunità. A Caivano, 40.000 abitanti circa, c'è la scuola tra il degrado e la speranza. È un punto su cui da anni, mica soltanto col virus, si è abbattuta una contraerea senza sosta".
Eugenia non accetta l'alibi della pandemia: "A marzo hanno scoperto che non eravamo pronti per la didattica a distanza, ma se non avevamo mezzi per la didattica in presenza! Ci siamo inventati di tutto per resistere e adesso tutto è stato vanificato. La colpa è del virus, certo, ma è anche di chi ha sbarrato le scuole e se n'è pure vantato. Semplice. La gente è contenta, si avverte sicura, nella paura accetta tutto, ma così non va bene, io lavoro per il futuro e il futuro ha bisogno di sapere, discernere, comprendere e infine deliberare con coscienza. Il caos lo creano i trasporti? A Caivano solo ogni tanto vedi un autobus. I ragazzi vengono a piedi. Oppure una mamma ne carica 4 o 5 in macchina per 5 euro in nero. Dal 24 settembre i nostri ragazzi sono venuti per una dozzina di giorni. Siccome la legge lo permette, noi abbiamo aperto le aule ai ragazzi con disabilità per non lasciarli da soli, per non abbandonare i genitori e loro hanno frequentato sempre con gioia, con lo stupore, per una volta, di essere speciali. Io non so che scuola avremo dopo la pandemia, credo che più della metà degli iscritti non li rivedremo più, mentre l'altro Stato, quello silenzioso che non ti fa respirare, li ha già reclutati per scaricare merce, frutta, carni e verdure, per fare le sentinelle del buio, per trascinarli all'autodistruzione".
Il prefetto Marco Valentini è arrivato a Napoli un mese prima della pandemia: "Fin dall'inizio del mio incarico mi è apparso subito chiaro che le problematiche dei minori e l'abnorme circolazione di armi illegali fossero assolutamente centrali nelle politiche di prevenzione, non solo nell'ottica della tutela della sicurezza pubblica, ma anche nel senso più proprio della prevenzione sociale. Penso al fenomeno delle "stese", sparatorie che avvengono in luogo pubblico e spesso in pieno giorno, a scopo intimidatorio, non di rado ad opera di giovanissimi già gravitanti nell'orbita dei clan, ma anche all'utilizzo di armi da fuoco nel compimento di reati minori, che vedono Napoli al primo posto in Europa. È chiaro che più allentiamo il contatto fisico con l'educazione e la cultura, più diradiamo incontro e socialità, più mettiamo a rischio i valori positivi di convivenza, che crescono nelle esperienze di comunità, prima tra tutte la scuola. Ci aspetta, dunque, un grande lavoro per mitigare gli effetti negativi delle pur necessarie chiusure. La questione che ci sta a cuore è la salvaguardia della coesione sociale. Questa si assicura partendo da coloro che sono più in difficoltà, mitigando le disuguaglianze e garantendo giustizia e diritti. Un immobile fatiscente, un quartiere deprivato, un cantiere infinito, un cumulo di immondizia abbandonata, non lavorano per la fiducia nelle istituzioni".
Eugenio Moreno è il fondatore dell'associazione "maestri di strada" che si prende cura di centinaia di ragazzi nella parte est di Napoli: "Per chi come me insegna la vita in strada, la pandemia è un bel guaio". Campagne nelle fabbriche, la mensa proletaria, la militanza in Lotta Continua, Moreno non si arrende alle convenzioni mediatiche e politiche: "Si lanciano gli allarmi su Napoli? Io non li voglio sentire. Io sto in mezzo agli allarmi. I ragazzi sono esausti, in casa da mesi, reclusi con i genitori che hanno perso il lavoro in nero, che sono nervosi, che predicano. Diventano dipendenti da tutto mentre stavano cercando di diventare indipendenti. Io li accolgo, li ascolto. Facciamo musica, teatro, parliamo. I ragazzi si vergognano, le file per i pacchi viveri aumentano. Così subiscono un altro taglio addosso che poi sarà un'altra cicatrice.
Senza la scuola e senza contatti, stiamo crescendo uomini e donne amorfe. Un terzo dei ragazzi qui non prosegue gli studi né cerca lavoro. Stiamo immettendo nella società una massa enorme di gente che non farà nulla, che una volta consumati i soldi di "mammà e papà" cercherà di sfangarla con gli espedienti, qualche rapina, qualche spaccio, un po' di criminalità. E noi ci dovremmo stupire di questo pericolo? Di cosa ci stupiamo? Dove non ci sono luoghi di aggregazione, dove c'è abbandono, non c'è nessuna possibilità di redenzione. Solo un'eterna condanna sociale".
Ogni giorno a Palermo decine di ragazzi si congedano in silenzio dalla scuola. I conti li aggiorna una funzionaria dell'ufficio comunale dispersione scolastica, una struttura guidata dall'assessora Giovanna Marano e creata vent'anni fa da un'assessora delle giunte della Primavera (l'esperienza politica di Leoluca Orlando, tra metà anni Ottanta e primi anni Novanta, con un'alleanza tra una parte della Dc e la Sinistra), scomparsa troppo presto e però non dimenticata da insegnanti e studenti: Alessandra Siragusa. La funzionaria si chiama Sabrina Di Salvo, figlia di Rosario, l'autista di Pio La Torre che morì con il sindacalista e politico comunista nell'agguato mafioso del 1982. Sabrina Di Salvo ha ricevuto nei primi mesi di questo tribolato anno scolastico 840 segnalazioni di ragazzi non più reperibili dalla scuola, 250 soltanto a Brancaccio e nella zona che si estende verso Bagheria.
"Lo scorso anno sono stati in tutto 1.200, se siamo già a questi numeri è evidente che c'è un problema molto grave. La pandemia ha reso tutto più difficile: noi recuperiamo moltissimi ragazzi dopo che riceviamo la segnalazione. I nostri operatori sul territorio, nove in tutto, fanno un grande lavoro e da vent'anni conoscono ogni famiglia. Ma il virus non consente quel contatto fisico necessario per conoscere le situazioni e far capire ai bambini e soprattutto alle famiglie l'importanza di andare a scuola. La pandemia ha ampliato il divario sociale: molte famiglie non vivono in contesti abitativi idonei a fare lezioni a distanza e non hanno le risorse per dare a tutti i loro figli pc e tablet".
Di Salvo coordina una squadra di nove operatori che conoscono bene i quartieri e le piaghe del disagio. Come Antonina La Malfa, che lavora a Brancaccio: "Molte famiglie stanno vivendo come un lutto questa pandemia e sono entrate in uno stato depressivo che coinvolge anche i bambini e i minori. La mamma di un ragazzino l'altro giorno si è messa a piangere: il piccolo, 11 anni, dorme in classe, mangia in continuazione dolci e spesso non va a scuola perché vuole dormire. Prende dei farmaci per riposare. E di situazioni simili ne sono sorte tantissime con la pandemia".
Invece Salvo Giuffré lavora nel quartiere Zen: "Le mamme spesso decidono insieme di non mandare i bambini a scuola per paura del Covid, e così le assenze aumentano - racconta Giuffré - mentre la dispersione è cresciuta soprattutto nella fascia tra i 13 e i 16 anni". La paura è che questi bambini e ragazzi non rientrino nel circuito della formazione, della scuola, spesso l'unico appiglio per poter fare "altro" nel quartiere. Ed entrino invece in circuiti di microcriminalità o, peggio, vengano utilizzati dalla mafia per "lavoretti" legati allo spaccio.
Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo trucidato da Cosa Nostra con la scorta in via D'Amelio il 19 luglio del 1992, in città sta conducendo una battaglia, spesso solitaria, per sensibilizzare le istituzioni a non chiudere le scuole e a mettere tra le priorità proprio l'istruzione nella prevenzione del Covid: per evitare che l'unica soluzione per limitare i contagi sia lasciare i bambini e i ragazzi a casa. Davanti al Teatro Massimo ha organizzato un sit-in con alcune mamme.
Ma nessuna delle istituzioni le ha risposto: "Il presidente Giuseppe Conte ha commemorato mio padre al Senato nel giorno in cui avrebbe compiuto 81 anni, ma se c'è un regalo che il Paese può fare davvero a mio padre Paolo è l'apertura delle scuole: la maggiore forma di lotta alla mafia è la scuola, questo ripeteva sempre lui", dice Fiammetta Borsellino, preoccupata per il rischio che una generazione scivoli nelle fauci della criminalità, comunque in un destino segnato dalla marginalità sociale: "Anche gli adolescenti più impegnati si consegnano all'apatia.
Lo Stato è assente. Abbiamo preteso che i medici degli ospedali andassero al lavoro, ma non c'è differenza tra medici e maestri che si prendono cura dei nostri figli. Si doveva mettere tra le priorità la sicurezza della scuola: invece è stata fatta la cosa più semplice, chiudere tutto. I ragazzi stanno diventando dei fantasmi, nella migliore delle ipotesi, nella peggiore rischiano di prendere pessime strade: mio padre l'ha sempre gridato che la "mafia si nutre del consenso giovanile, con guadagni facili in cambio di rapine, spaccio e rischi enormi per questi ragazzi molto giovani". L'età adolescenziale è l'età nella quale si forma una persona, i danni sono irreparabili e se non si interviene lo saranno prestissimo".
Le fosche previsioni di Fiammetta Borsellino sono già realtà per gli operatori del carcere minorile Malaspina di Palermo. Salvatore Inguì osserva il fluire delle cose dall'Ufficio servizio sociale giustizia minorile: "Molti ragazzi non stanno più frequentando la scuola, anche tra i mille segnalati dall'autorità giudiziaria e che cerchiamo di seguire.
Spesso perché non hanno i mezzi: con la Caritas e altre associazioni benefiche abbiamo cercato e stiamo cercando di dare intanto gli strumenti, come tablet e pc. Ma è tutto il sistema che sta crollando, perché i luoghi di aggregazione sono chiusi. Stiamo perdendo questi ragazzi dai nostri radar. Molti ragazzi rischiano così di entrare in circuiti ben più gravi legati alla mafia: si inizia facendo la vedetta per 100 euro, poi c'è il passaggio a corriere con 200 euro, e poi diventi anche spacciatore a tutti gli effetti. E ti diplomi per la vita sbagliata. Quella che di sicuro non porta gioia".
di Federica Bianchi
L'Espresso, 7 febbraio 2021
Per rispettare i parametri europei, molti Stati hanno tagliato le spese sanitarie incentivando invece le strutture private. In Italia si sono persi il 13 per cento dei posti letto per le cure urgenti dal 2010 al 2015. Ecco cosa emerge dallo studio della ong Corporate Europe Observatory, che monitora le azioni delle lobby di Bruxelles.
L'eccessiva privatizzazione del mercato della saluta porta morte. La pandemia del Covid-19 lo ha dimostrato senza possibilità di appello, a partire dalla Lombardia, la regione europea dove tutto è cominciato. È questa la sintesi di un rapporto di Corporate Europe Observatory, o Ceo, l'ong europea che indaga sull'operato delle lobby a Bruxelles, e che mette in guardia anche sui tagli alla spesa pubblica che la Commissione europea ha chiesto agli stati negli anni della Grande Crisi e che potrebbe chiedere di nuovo per ripagare i debiti accumulati con la pandemia.
"È essenziale che l'Unione europea metta fine alle sue politiche neoliberali che sono sfociate in dannosi tagli dei budget e che hanno messo pressione per privatizzare e commercializzare i sistemi di salute pubblica e di cura degli anziani, indebolendo la risposta europea alla pandemia", dice Oliver Hoedman, il ricercatore responsabile del rapporto.
Nella scorsa decade per rispettare i parametri economici imposti dalla Ue, i 27 sono stati spinti a tagliare la spesa pubblica, tra cui le voci relative alla sanità. Su richiesta delle istituzioni europee, in Italia il numero dei letti per le cure urgenti è calato del 13 per cento tra il 2010 e il 2015. Non solo. Mentre a dieci anni dalla Grande crisi l'Italia si ritrovava con un terzo dei letti di prima, la Germania raddoppiava le sue spese in sanità pubblica, trovandosi nel 2020 più preparata all'appuntamento con l'emergenza. Negli stessi anni, parte delle vecchie risorse destinate al pubblico sono state dirottate nel privato che, per definizione, ha come obiettivo non il bene comune ma l'utile. Operando secondo una logica di massimizzazione del profitto, le istituzioni sanitarie private si sono concentrate in servizi con minore rischio e con pazienti paganti, lasciando alle istituzioni pubbliche, sempre più a corto di fondi pubblici, le cure a maggior rischio e i pazienti meno benestanti.
L'esempio utilizzato a Bruxelles è oramai quello della regione più ricca d'Italia, la Lombardia. Le immagini dei camion dell'esercito che trasportano le bare sono ancora vivide. Qui, nel giro di un decennio, tra il 2010 e il 2020, le strutture sanitarie private sono passate dal ricevere il 30 percento dei fondi pubblici italiani a oltre il 50 per cento per occuparsi, con i soldi dei contribuenti, dei pazienti privi di assicurazione. Hanno finito per sottrarre alla sanità pubblica quei miliardi indispensabili per la presa in carico dei pazienti al di fuori degli ospedali ma, con l'esplodere del Covid, gli ospedali sono stati per tutti l'unico luogo a cui rivolgersi. Peccato che fossero oramai a corto di letti, finiti nelle cliniche private.
In Italia, più in generale, il numero dei letti in terapia acuta (che include l'intensiva) è sceso da 7 per mille abitanti nel 1990 a 2,6 nel 2015. Dei 5300 letti in terapia intensiva disponibili solo 800 erano in ospedali privati, circa il 15 per cento del totale, un numero troppo basso per reagire in caso di emergenza. Così con pazienti Covid e non Covid mescolati insieme, gli ospedali pubblici sono diventati velocemente focolai di infezione, poi trasmessa alle case di cura quando vi hanno inviato i pazienti che non potevano ospitare. Il tutto perché il pubblico aveva abdicato al suo fondamentale ruolo non profit, impossibile per un operatore privato: quello di spendere soldi per preparasi alle emergenze nella speranza che non accadano mai.
A Bruxelles, che oggi parla chiaramente della necessità di creazione di una "sanità europea" senza specificarne però i contorni, una lobby molto potente ma poco nota al di fuori degli esperti ai lavori, l'Unione europea degli ospedali privati (Uehp), da anni chiede alla Commissione di promuovere un mercato interno nel campo della salute, sostenendo che gli ospedali privati siano più efficienti di quelli pubblici. Ma a negare questa asserzione è già un rapporto dell'Ocse del 2019 che sottolinea come, ad esempio, gli Stati Uniti spendano per il loro sistema sanitario, quasi interamente privatizzato, circa il 17 per cento del Pil, quasi il doppio della spesa europea e oltre un terzo di quella della Germania, il Paese europeo che investe di più in sanità.
Ovvero: un sistema sanitario privato è più costoso non solo per gli utilizzatori ma anche per gli stati che lo sovvenzionano con risorse pubbliche, nonostante la retorica messa in campo dalle lobby degli ospedali privati soprattutto in questi mesi di pandemia. E non è un caso, sottolinea Ceo, che il secondo Paese inizialmente più colpito dalla pandemia, la Spagna, non fosse preparato a farvi fronte. Tra il 2009 e il 2018, nonostante una crescita dell'8,6 per cento del suo Pil, ha visto la spesa sanitaria tagliata dell'11,2 per cento, con una parte delle risorse dirottate verso il settore privato. Eppure, nonostante il supporto della Commissione europea per i cosiddetti PPP, gli accordi tra pubblico e privato in campo sanitario, già nel 2018 la Corte dei Conti europea aveva pubblicato un rapporto intitolato "Partnership pubbliche e private nella Ue: difetti estesi e benefici limitati", in cui, considerato lo sperpero di danaro pubblico, suggeriva di cessare la promozione di un maggiore uso di tali accordi di cui la Gran Bretagna è stata pioniera. Lo sguardo è ora rivolto al dopo pandemia, quando gli Stati dovranno tornare a rispettare le regole del budget comune. Un altro giro di tagli ai bilanci della sanità pubblica potrebbe rendere l'Europa completamente inerme di fronte alla prossima emergenza sanitaria.
ilpiccolo.net, 7 febbraio 2021
"Per anni abbiamo proposto la chiusura del vecchio edificio che ospita la Casa circondariale Don Soria e di destinarlo ad altri usi, ma ora chiediamo che sia valorizzato": parole del Garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano durante l'incontro con il sindaco e l'assessore alle Politiche sociali del Comune di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco e Piervittorio Ciccaglioni, per analizzare la parte del Dossier delle criticità delle carceri piemontesi relativa alla Provincia di Alessandria.
"Oltre la metà degli spazi - spiega - non è utilizzata a causa di problemi al tetto e agli impianti elettrici, idraulici e di riscaldamento, nonostante gli interventi di manutenzione straordinaria previsti nell'ultimo anno dall'Amministrazione per garantirne l'utilizzo in sicurezza. Ora che i lavori sono stati fatti, la struttura merita di essere potenziata attraverso la realizzazione di un'ampia sezione che ospiti detenuti semiliberi o che lavorino fuori o dentro il carcere per sfruttarne al meglio la collocazione centrale e implementare la sinergia con il 'San Michele'".
In merito alla conclusione dei lavori per il Progetto Agorà, che prevede nuovi spazi comunitari per circa 80 detenuti presso la Casa di reclusione "San Michele", Mellano ha sottolineato che "con l'adeguamento degli arredi e delle attrezzature indispensabili per i laboratori formativi si prevede l'avvio delle attività e l'imminente ripristino delle 25 stanze di pernottamento andate distrutte nel corso delle proteste del marzo scorso".
Sindaco e assessore hanno confermato l'interesse della giunta comunale "a progetti di accoglienza e supporto all'housing sociale sostenuti dalla Cassa delle ammende e dalla Regione". E, con il contributo del dottor Paolo Cecchini, hanno voluto approfondire le questioni legate alla gestione dell'emergenza Covid-19 nell'ambito penitenziario alessandrino.
Ricordando la possibile intenzione del Parlamento di realizzare un nuovo carcere sul territorio alessandrino attraverso il riutilizzo di una caserma militare dismessa a Casale Monferrato, Mellano ha informato il sindaco della recente costituzione, al Ministero di Giustizia, di una Commissione di tecnici per un Piano nazionale di architettura e urbanistica penitenziaria che superi la mera edificazione di spazi di contenimento e preveda progetti integrati con il tessuto sociale del territorio. Al termine dell'incontro Mellano ha anticipato che il garante comunale Marco Revelli ha annunciato la volontà di rinunciare all'incarico per motivi personali e professionali.
di Alessandra Martino
linkabile.it, 7 febbraio 2021
Le criticità che il 'sistema carcere' sta rivelando Covid nelle carceri, da Bologna a Napoli contagi quasi raddoppiati in tre giorni. Gli agenti: "Situazione preoccupante" nell'ultimo anno con l'emergenza pandemica che lo ha investito in pieno sono sotto gli occhi di tutti. L'aumento esponenziale del numero dei contagi tra la popolazione carceraria e gli operatori penitenziari costituisce il dato più visibile dell'incapacità di contenere e reagire alla diffusione del virus all'interno degli istituti penitenziari.
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