di Caterina Castaldi
La Repubblica, 13 novembre 2020
Dalle Fondazioni bancarie milioni di aiuti. In Italia, 400 mila organizzazioni con 5 milioni di volontari: un mondo che pesa per 74 miliardi di euro, un ruolo centrale per la tenuta sociale del Paese.
Nel post crisi economica del 2008 il mondo del volontariato giocò un ruolo fondamentale nella ripresa: oggi al contrario il rischio è che nel post pandemia molte realtà solidali scompaiano quasi del tutto. In Italia esistono circa 400 mila organizzazioni non profit che contano 5 milioni di volontari: un mondo che vale il 5% del Pil e conta 1,5 milioni di lavoratori.
Nel 2019 questo universo ha pesato per 74 miliardi di euro, costituendo un peso economico importante ma soprattutto svolgendo un ruolo fondamentale per la tenuta sociale del Paese, nella tutela di fasce deboli come bambini e famiglie in stato di povertà, anziani e disabili. Ma con la pandemia i poveri, secondo le previsioni di FAO e Caritas, aumenteranno di circa 300 milioni nel mondo e saliranno a quota 6 milioni in Italia.
Dal privato sociale una spinta per ripartire. E se alcuni segnali iniziano ad arrivare dalla politica, l'attenzione resta alta, perché già nel primo semestre del 2020 il 50% delle organizzazioni non profit hanno dovuto ridurre ed in diversi casi azzerare le proprie attività. In Toscana una ricerca condotta dal Cesvot, il centro per il volontariato regionale, fa emergere il preoccupante dato secondo il quale circa il 20% di organizzazioni è stata già costretta a tirare i remi in barca. Esistono realtà del privato sociale che tendono una mano, ma al tempo stesso denunciano che i loro sforzi non basteranno: "Sui territori in cui operiamo - spiega Giovanni Fosti, presidente di Fondazione Cariplo - siamo riusciti a sostenere con il bando Let's go circa 400 organizzazioni delle 1.400 che vi hanno partecipato. Il rischio è che il tessuto di servizi e iniziative offerto dagli enti di Terzo Settore sul territorio venga distrutto dalla crisi. Soprattutto in un momento così difficile, non possiamo permetterci di perdere questi enti: sarebbe un danno enorme per le nostre comunità e soprattutto per chi in questo momento è più fragile".
Gli investimenti già effettuati. La Fondazione Cariplo per tutta la prima fase della pandemia ha innescato un motore solidale da 80 milioni di euro, che si rinnova anche per il 2021 con una pianificazione di investimenti da 140 milioni di euro per le attività filantropiche sui diversi settori di intervento, tra cui ambiente, arte, cultura, ricerca scientifica e servizi alla persona. Per provare ad allargare gli aiuti in quest'ultima fase del 2020, la Fondazione sta attivando ulteriori strumenti di supporto che verranno realizzati in partnership con realtà come Intesa San Paolo e Coperfidi e pubblicati sul sito della Fondazione Cariplo.
Le storie di chi sta resistendo. Significativo il caso della Cooperativa sociale A.e.p.e.r., attiva nella provincia di Bergamo. Nel periodo Covid entrambi i centri diurni hanno operato a distanza assumendosi i costi degli operatori e delle strutture. "Durante il primo lockdown abbiamo provato a tenere aperti per un lungo periodo entrambi i centri psichiatrici, sia quello per adulti che quello per i minori, ma molto amaramente abbiamo dovuto gettare la spugna e chiudere quello per gli adulti - raccontano i responsabili della struttura. - Su tutto però pesa la mancanza di introiti, perché i rimborsi avvengono in base alle presenze, e inoltre molti operatori hanno lavorato su turni ridotti a causa della diminuzione dei pazienti. Abbiamo calcolato circa 120mila euro di perdite complessive."
Il laboratorio teatrale dei giovani detenuti al Beccaria. Non va meglio a Milano, cuore del laboratorio teatrale e rieducativo per minori detenuti del carcere Beccaria. Qui da sempre l'obiettivo dell'associazione Punto Zero è stato quello di rendere il teatro uno spazio realmente separato dallo spazio penale: i ragazzi detenuti entrano ed escono, incontrano gli studenti delle scuole e gli allievi del Teatro alla Scala, sono davvero inseriti nel territorio, e questo significa stare fuori dalla cella anche intere giornate e crescere umanamente e culturalmente.
Ci sono voluti anni per ottenere le autorizzazioni. La stagione 2019-20 fino all'arrivo del Covid è stata un successo. Tre produzioni che in tre mesi hanno registrato il tutto esaurito: "Romeo & Juliet disaster", l'"Antigone" di Sofocle e "Errare humanum est": ben novemila spettatori. Avevano prenotazioni su prenotazioni, poi è arrivata la pandemia. Non solo hanno dovuto cancellare tutte le date, ma anche restituire le quote alle scuole che avevano già acquistato i biglietti.
Le realtà d'assistenza in Piemonte. In Piemonte invece esistono mense, gruppi di spesa alimentare, corsi di formazione linguistica di base, housing sociale di emergenza e dormitori. A tenere in piedi questa enorme rete di assistenza è la Comunità di Sant'Egidio, una realtà senza la quale migliaia di persone sarebbero lasciate morire in strada.
Durante il Covid la Comunità piemontese ha distribuito senza sosta mille cene a sera e garantito tutte le attività di sostegno e assistenza, investendo anche nella formazione per centinaia di famiglie e bambini che non possedevano adeguate capacità informatiche per poter seguire la didattica a distanza.
Ma per fare ciò l'associazione ha eroso i 100mila euro del fondo di emergenza. Oggi queste realtà possono guardare al futuro con ottimismo grazie al sostegno che è arrivato dal mondo delle Fondazioni di origine bancaria, ma saranno centinaia quelle che non riusciranno a ripartire per dare assistenza a coloro che sono rimasti indietro. E stavolta ad aiutarli non ci sarà nessuno.
di Victor Castaldi
Il Dubbio, 13 novembre 2020
Il convegno per la collega turca morta in prigione dopo lo sciopero della fame. Ebru Timkit è scomparsa lo scorso 2 settembre in Turchia nel carcere di massima sicurezza di Sliviri, il più grande e il più famigerato d'Europa. Una storia triste ed emblematica sullo stato pietoso in cui oggi versano la società e la democrazia turca.
L'avvocata 42enne di origine curda è morta di stenti, dopo un lunghissimo sciopero della fame che l'ha sfibrata nel fisico ma mai nella convinzione delle proprie idee di giustizia ed equità e di difesa dello Stato di diritto. Era stata condannata da un tribunale di Istanbul, sulla base di testimonianze anonime, a 13 anni e mezzo di reclusione per favoreggiamento del terrorismo, un'accusa vaga quanto letale che, dal fallito golpe del luglio 2016 il regime di Recep Tayyip Erdogan affibbia a chiunque si mostri pubblicamente critico nei confronti delle sue politiche repressive. Giornalisti, docenti, semplici oppositori politici e avvocati: sono in migliaia le persone finite nel tritacarne della macchina giudiziaria erdoganiana senza avere diritto a un giusto processo, e nonostante le proteste della comunità internazionale, il "sultano" del Bosforo non sembra minimamente intenzionato a fermare la stagione delle grandi purghe.
Oggi a Milano dalle ore 10,30 alle 13.00 l'Ordine degli avvocati del capoluogo lombardo in collaborazione con l'ordine di Roma e con l'associazione giuristi Italiastatodidiritto, ricorderà il sacrificio di Ebru Timkit e di tutti gli avvocati in pericolo del mondo nel convegno "La difesa dei diritti umani non si ferma".
Partecipano all'iniziativa Vinicio Nardo, Presidente Ordine Avvocati Milano, Antonino Galletti, Presidente Ordine Avvocati Roma, Mehmet Durakoglu Presidente Ordine Avvocati Istanbul, Maria Eugènia Gay Presidente Ordine Avvocati Barcellona, Emma Bonino senatrice, Giuliano Pisapia europarlamentare, Francesco Caia responsabile commissione diritti umani del Consiglio nazionale forense, Dino Rinoldi ordinario Università Cattolica, Ahmet Insel economista e politologo turco, Masih Alinejad giornalista iraniana e Mariano Giustino storico corrispondente Turchia di Radio Radicale. L'evento verrà trasmesso in diretta Facebook sulla pagina dell'Ordine degli Avvocati di Milano.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 13 novembre 2020
L'attentato costò la vita a 19 italiani: 12 carabinieri, 5 militari e 2 civili. Le vittime irachene furono 9. I feriti complessivi una sessantina. Da allora, e sino al suo termine, "Antica Babilonia" fu molto diversa da ciò per cui era stata progettata. Quel 12 novembre di 17 anni fa scoprimmo brutalmente che le "missioni di pace" potevano rivelarsi molto dolorose e che muoversi in uno scenario di guerra comportava essere pronti a difendersi, anche con le armi.
La violenza che già insanguinava Baghdad inevitabilmente s'allargava alla zona italiana. Una lezione dura, grave. Costò la vita a 19 italiani: 12 carabinieri, 5 militari e 2 civili. Le vittime irachene furono 9. I feriti complessivi una sessantina. Da allora, e sino al suo termine tre anni dopo, "Antica Babilonia" fu molto diversa da ciò per cui era stata progettata. Tra i danni gravi subiti dagli iracheni fu la fine dell'addestramento italiano del loro corpo di polizia per la difesa dei siti archeologici. Triste, ma inevitabile. Pochi mesi dopo le rive dell'Eufrate assistettero alla "battaglia dei ponti", vero battesimo del fuoco per i fanti italiani. Si doveva fare i conti con Al Qaeda e le milizie sciite.
Questo fu Nassiriya: uno scontro violento e sanguinoso delle forze armate e l'opinione pubblica di un importante Paese europeo con la realtà dei conflitti contemporanei, dove sempre più gli eserciti regolari sono chiamati a confrontarsi con movimenti di guerriglia che mutano continuamente, si confondono con le popolazioni del territorio, sono in lotta tra loro e dispongono in molti casi di schiere di fanatici felici di morire da kamikaze pur di uccidere il nemico. La mossa italiana di partecipare alla ricostruzione dell'Iraq dopo l'invasione americana del 2003 era parte integrante della tradizione cresciuta, specie nelle democrazie, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Alla radice stava e resta tutt'ora l'idea generosa per cui gli eserciti possono contribuire a pacificare il Pianeta, intervenendo con uomini e mezzi nelle aree di crisi. Non più strumenti d'aggressione, bensì di cooperazione.
La nascita di un corpo professionale più ridotto di quello di leva, ma meglio equipaggiato, addestrato anche per compiti di aiuto civile e fortemente motivato, ha favorito tali scelte. Dal 2003 le missioni sono ulteriormente aumentate: oggi contano circa 8.600 effettivi distribuiti in una quarantina di teatri. Le più recenti riguardano il Sahel, dove la crescita di Isis e le crisi ambientali rappresentano pericoli esistenziali per l'intera Africa. Però, la lezione di Nassiriya non può essere dimenticata. Le polemiche interminabili e i processi che ne seguirono stanno a testimoniarlo. Ha insegnato che le missioni di pace sono non solo possibili, ma auspicabili. E tuttavia devono assolutamente confrontarsi con le realtà politiche e soprattutto militari della regione dove si opera. L'autodifesa del contingente deve restare prioritaria.
Libia. Telefonata tra i pescatori sequestrati e le famiglie. "Stanno bene, aspettiamo il loro ritorn
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 13 novembre 2020
Il colloquio grazie all'impegno del ministro degli Esteri Di Maio e dell'ambasciata italiana a Tripoli. L'ultimo contatto risaliva al 16 settembre. Dopo la visita del ministro degli Esteri Luigi Di Maio negli Emirati Arabi Uniti, domenica e lunedì scorsi, arriva un primo segnale di apertura nella trattativa per la liberazione dei pescatori siciliani sequestrati in Libia. Ieri notte Di Maio ha incontrato i familiari dei pescatori a Roma e ha fatto organizzare dall'Unità di Crisi del Ministero una lunga telefonata degli 8 pescatori italiani con le famiglie, divise fra la capitale e Mazara del Vallo.
Complessivamente i pescatori detenuti dalla milizia del generale Khalifa Haftar sono 18: assieme agli 8 italiani ci sono anche 6 tunisini, 2 senegalesi e 2 indonesiani, ma ieri la Farnesina è riuscita a mettere in collegamento solo gli italiani. Una fonte del ministero precisa che "il nostro governo si sta occupando di tutti i pescatori, perché tutti fanno parte degli equipaggi bloccati a Bengasi".
Durante le telefonate ci sono stati momenti di commozione: i pescatori e i loro parenti non si sentivano dal 16 settembre. Da allora la milizia di Haftar aveva interrotto ogni collegamento, evidentemente per mettere pressione psicologica sulle famiglie e per influenzare il governo italiano. "I nostri uomini ci hanno detto che stanno tutti bene, che stanno reggendo bene a questo periodo di detenzione: e noi abbiamo rassicurato loro che anche noi siamo in buone condizioni, in attesa del loro ritorno" dice a Repubblica una delle mogli dei pescatori.
I parenti hanno anche incontrato direttamente per la seconda volta il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che ha spiegato di aver chiesto sostegno a molti partner dell'Italia influenti su Haftar, ma non è sceso nei dettagli della trattativa. Il contatto diretto organizzato anche con triangolazione dell'ambasciata d'Italia a Tripoli è servito a far scendere anche la tensione altissima tra i parenti, che da settimane non avevano informazioni concrete dal governo se non rassicurazioni generiche e ripetitive da parte di funzionari di basso rango. "Questa lunga telefonata di 45 minuti, in cui ciascuno dei nostri pescatori ha potuto parlare, è stata un conforto importante per tutti noi", ha detto Marco Marrone, armatore di uno dei due pescherecci sequestrati al largo di Bengasi.
Il 1° settembre le barche erano impegnate nella pesca del gambero rosso in acque internazionali, rivendicate dai diversi governi libici. Da allora le navi e i marittimi sono detenuti a Bengasi e nonostante i contatti diretti del governo italiano, della Farnesina e dell'Aise, il generale libico ancora non ha accettato il rilascio.
Da Bengasi erano giunte richieste per uno "scambio di prigionieri": i 18 pescatori contro i 4 giovani cittadini libici detenuti in carcere in Sicilia perché condannati per l'affondamento di un barcone partito dalla Libia su cui sono morti 42 migranti africani. I 4 viaggiavano sulla barca e avrebbero contribuito a imprigionare i migranti sottocoperta, bloccando la possibilità di fuga nel momento in cui il barcone affondava. Ci sono molte controversie sul processo, ma la sentenza è definitiva e ogni intervento "politico" sarebbe difficile per il governo italiano.
di Liana Milella
La Repubblica, 13 novembre 2020
L'ex pm, estromesso dal Consiglio il 19 ottobre con 13 voti, presenta una memoria e ribadisce che non può essere il giudice ordinario, ma la giustizia amministrativa a stabilire l'esito del suo caso.
Piercamillo Davigo vuole sapere al più presto dal Tar del Lazio - che oggi ha affrontato di nuovo il suo caso - se il Csm ha sbagliato ad estrometterlo dal Consiglio il 19 ottobre poiché il giorno dopo compiva 70 anni, e quindi per la magistratura diventava un pensionato. Oppure se, al contrario, la giustizia amministrativa condivide questa scelta. Ma è prioritario stabilire la competenza stessa del Tar contestata invece dal Csm.
In ogni caso, è il merito della questione che interessa Davigo, rappresentato dal costituzionalista Massimo Luciani. Stabilita da palazzo dei Marescialli con una decisione assunta con 13 voti favorevoli, 6 contrari e 5 astensioni quel lunedì 19 ottobre, quando l'ex pm di Mani pulite è stato costretto a lasciare il Csm perché il giorno dopo andava in pensione. Una decisione frutto di una delibera sofferta, preceduta da un dibattito fortemente divisivo.
Adesso tutta la vicenda, dal 20 ottobre, è di fronte alla giustizia amministrativa. Che dovrà stabilire se, effettivamente, il pensionato Davigo non poteva più far parte del Csm. Come ha ritenuto lo stesso Consiglio, e prim'ancora la Commissione per la verifica dei titoli, composta da tre togati, tra più votati, tra due cui due esponenti di Magistratura indipendente e il laico indicato da M5S Benedetti.
Ma preventivamente il Tar del Lazio deve decidere sulla sua effettiva competenza, contestata invece dal Csm che, tramite l'Avvocatura dello Stato, eletto a suo difensore, sostiene che il caso, poiché riguarda un diritto soggettivo, cioè quello elettorale, deve essere invece vagliata dalla giustizia ordinaria. Tesi che, all'opposto, Davigo rigetta, ritenendo che il merito della querelle non può che essere stabilito dal Tar poiché in discussione c'è una carica del Csm.
di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 13 novembre 2020
Non dico che l'abbiano creato e fatto circolare appositamente, ma sicuramente il Covid-19 si sta rivelando alquanto funzionale al potere (comunque inteso, sia economico che politico). In particolare nell'eliminazione fisica dei soggetti "non produttivi" (stando ovviamente ai parametri del capitalismo: anziani, poveri, marginali, malati, senza tetto...), delle minoranze comunque scomode (nativi del continente americano, sia a nord - vedi nelle riserve degli Usa - sia a sud- vedi in Amazzonia) e ovviamente dei prigionieri politici. Emblematico che in Turchia siano stati rimessi in libertà (anche se provvisoria) fior fiore di delinquenti mentre rimanevano in galera i militanti curdi e della sinistra rivoluzionaria turca.
Ovviamente - o almeno si presume - la stessa politica viene adottata da altri regimi. Della prigioniera politica curda Zeynab Jalalian, detenuta in Iran, si era già parlato nell'estate scorsa all'epoca del suo sciopero della fame per essere riportata nella prigione di Khoy. Oggi il suo caso torna alla ribalta in quanto, malata appunto di Covid19, il 10 ottobre è stata trasferita dalla sezione femminile della prigione di Kermashan alla prigione di Yazd. In soli sei mesi è questo il quarto suo trasferimento.
Arrestata nel 2008, era stata condannata a morte nel gennaio 2009 (due anni dopo la pena venne mutata in ergastolo) per presunta appartenenza al Pjak (Partiya Jiyana Azad a Kurdistane - Partito per una vita libera in Kurdistan). La notizia dell'ennesimo trasferimento ha potuto darla ai familiari nel corso di una brevissima telefonata - due minuti - durante la quale ha anche informato il padre di essere stata nuovamente minacciata di torture.
Prima di Kermanshah, per circa tre mesi era stata rinchiusa in un carcere a oltre mille chilometri di distanza da dove vivono i suoi familiari. Con tutte le immaginabili difficoltà per poterla visitare (uno scenario tristemente noto ai familiari dei prigionieri politici turchi così come a quelli baschi). Prima ancora, fino all'aprile 2020, si trovava nella prigione di Qarchak a Varamin, non lontano da Teheran e a Khoy. Nel corso di tali trasferimenti era stata contagiata dal virus e - a causa delle catene - aveva riportato ferite ai polsi e alle caviglie. Ferite che - non essendo mai state curate - le causano acute sofferenze. Le attuali condizioni di salute di Zeynab Jalalian sono tali da suscitare preoccupazione. Soffre di gravi infezioni, di problemi renali e sta perdendo la vista. Si tratta dunque di un soggetto a rischio in quanto il Covid19 risulta particolarmente pericoloso per la vita delle persone già colpite da altre patologie.
Tuttavia le autorità carcerarie iraniane le rifiutano qualsiasi visita specialistica così come di venir curata fuori dal carcere. In compenso, come ad altri prigionieri politici, le è stata offerta la possibilità di un pubblico pentimento (alla televisione). In cambio, forse, di cure più adeguate. Un metodo che inevitabilmente ricorda quelli della Inquisizione. Le numerose campagne a sostegno di Zeynab, purtroppo, finora non sembrano aver portato a nessun miglioramento della sua situazione.
di Alessandro Bricco
Il Manifesto, 13 novembre 2020
La sera dell'8 novembre i resti di Bianca Alexis sono stati ritrovati in una busta della spazzatura. Aveva 20 anni. Qualche giorno prima una bambina di 14 anni è stata violentata, una ragazza è stata trovata assassinata dentro a un edificio abbandonato e dieci donne sono riuscite a scappare mentre due uomini incappucciati cercavano di farle salire a forza su un camion.
È il resoconto dell'ultima settimana a Cancún, paradiso del turismo internazionale nello stato messicano di Quintana Roo. Dove sono state uccise 62 donne dall'inizio dell'anno, mentre le vittime in tutta la federazione messicana, dove si calcola che circa 10 donne al giorno rimangono vittime di femminicidio, sono 2.854.
Il 9 novembre, 500 persone si sono ritrovate nella strada principale di Cancún, e si sono dirette verso il palazzo municipale al grido di "Non una di Meno", "Giustizia per Alexis" e "Quintana Roo femminicida". A un certo punto i manifestanti assembrati intorno al palazzo hanno sentito gridare da uno dei balconi pesanti insulti indirizzati alle donne e 50 agenti della polizia sono apparsi ai lati dell'edificio in assetto anti sommossa.
Durante la prima carica gli agenti hanno cominciato a sparare in aria e ad altezza uomo con pistole e fucili mitragliatori. Mentre la maggior parte dei manifestanti fuggiva in preda allo shock, numerose persone hanno cominciato a trasmettere attraverso le reti sociali quello che stava accadendo. Nel frattempo il governatore dello Stato, la sindaca e il direttore della polizia statale si rimbalzavano la responsabilità, negando di aver dato alcun ordine per reprimere la manifestazione. Condannavano il vandalismo delle manifestanti e allo stesso tempo promettevano indagini interne.
La Sindaca Maria Lazama, di Morena, il partito del presidente López Obrador (Amlo), si è spinta oltre, dicendo che non avrebbe mai potuto ordinare di reprimere una manifestazione a favore dei diritti delle donne che, a livello personale, appoggia completamente. A quel punto in molti attraverso le reti sociali hanno cominciato a chiedersi: "Chi comanda in Quintan Roo?".
Alle 22:00 la Guardia Nacional, ha formato un cordone difensivo insieme alla polizia municipale intorno all'edificio comunale. A conclusione di una giornata durante la quale una giornalista e un giornalista sono rimasti feriti da colpi di arma da fuoco mentre altri due sono stati pestati mentre provavano a difendere la loro attrezzatura dalla polizia. Sono state arrestate 8 persone e i feriti tra i manifestanti non si contano.
La prima versione della polizia affermava che i colpi erano a salve e che nessuno era stato arrestato, ma la smentita è arrivata dalle foto dei bossoli e dalla Commissione per i diritti umani (Cndh) che si trovava sul posto, oltre che dalle testimonianze dei presenti e delle vittime che hanno sporto denuncia presso la Fiscalía General del Estado. La mattina successiva il presidente Amlo ha annunciato che quel tipo di repressione appartiene ai governi passati e ha promesso un'indagine. Qualche ora dopo il capo della polizia di Cancún, Eduardo Santamaria, è stato incriminato e sollevato dal suo incarico. Al tempo stesso sono sparite la maggior parte delle foto e dei video che documentavano l'accaduto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 novembre 2020
L'audizione alla Camera del Garante nazionale delle persone private della libertà. "La risposta all'uso illecito di strumenti di comunicazione va cercata innanzitutto nell'estensione e nella concreta praticabilità dell'uso lecito, prendendo le mosse da quanto sperimentato nella prima fase della pandemia con l'ampliamento del numero dei colloqui telefonici e l'adozione di strumenti per le videochiamate".
di Vittorio Manes e Luca Marafioti
Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2020
La dialettica assicurata dalla presenza fisica in udienza dovrebbe rappresentare la regola da promuovere su istanza di parte. Si continua a trattare come "emergenza" un problema che si va, purtroppo, procrastinando e stabilizzando in un orizzonte temporale che non sembra consentire - nostro malgrado - previsioni ragionevoli nel breve periodo; e sull'altare dell'emergenza - e dei problemi di salute individuale e collettiva che, sia chiaro, tutti considerano prioritari - si risponde sacrificando garanzie e diritti.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 12 novembre 2020
Enrico Costa (Azione): il mio emendamento dichiarato inammissibile alla Camera. Un emendamento proposto in commissione Giustizia alla Camera. Contenuto: recepire la direttiva Ue in materia di presunzione d'innocenza, che ogni autorità, magistrati compresi, deve rispettare anche nelle dichiarazioni pubbliche. Lo aveva proposto Enrico Costa, fino a pochi mesi fa colonna forzista, che ora è con Azione. È stato respinto.
Nessuno stop alla gogna mediatica. La commissione Giustizia della Camera ha respinto ieri come inammissibile un emendamento che l'avrebbe vietata, per legge, almeno quando a metterla in azione è un'autorità dello Stato, magistratura compresa, con dichiarazioni non rispettose della presunzione di non colpevolezza.
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