di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 10 febbraio 2021
Oggi è il quinto giorno di protesta. Una donna sarebbe stata uccisa da un proiettile che l'ha colpita alla testa mentre un altro manifestante ha preso il colpo in pieno petto e versa in gravi condizioni.
Il quarto giorno di proteste di piazza in Myanmar preannunci quello di oggi, il quinto, con un movimento esteso oltre ogni aspettativa nel tempo e nello spazio in ogni angolo del Paese.
Ma c'è anche un primo tragico bilancio. Una donna sarebbe stata uccisa da un proiettile che l'ha colpita alla testa mentre un altro manifestante ha preso il colpo in pieno petto e versa in gravi condizioni. Sono tra le sette persone colpite da proiettili (a quanto pare di metallo) sparati ad altezza d'uomo. Sparati per uccidere. Per ora la notizia non è stata confermata.
Succede a Naypyidaw, la capitale politica voluta anni fa proprio dai generali, uno degli epicentri della protesta che con Yangon e Mandalay sono sotto i riflettori della cronaca di un movimento che comincia a spaventare i golpisti del 1 febbraio. Che hanno affrontato i raduni di oggi (forse un po' meno numerosi rispetto a ieri ma forse più diffusi in periferia) mandando avanti la polizia, spalleggiata da un esercito in stato di allerta. Idranti, lacrimogeni, spari in aria per disperdere la folla ma poi qualche agente più solerte abbassa l'arma e tira sulla gente.
È un episodio isolato ma gravido di nubi e che si è comunque accompagnato a pestaggi e arresti di decine e decine di manifestanti tra cui personaggi pubblici che ancora non erano in manette: per esempio U Ye Lwin sindaco di Mandalay, seconda città del Paese, arrestato - si dice - per aver scritto sui social parole indigeste sul golpe mentre molti dipartimenti del comune chiudevano i battenti per consentire ai dipendenti di partecipare alla protesta.
Una protesta così diffusa che ha coinvolto anche le forze di polizia: la più nota è la foto di un agente sul tetto di una macchina che solidarizza ma dal Myanmar raccontano anche di intere pattuglie schieratesi coi dimostranti. Episodi rari e numericamente poco importanti ma significativi. È attraverso i circuiti Vpn che riusciamo a comunicare con il Myanmar mentre Internet va a singhiozzo. Ed è in una di queste conversazioni che ci confermano la prima uccisione dopo una ridda di voci durante la giornata di più vittime della brutalità poliziesca.
Tutto sommato però la giornata si chiude con un bilancio, dicono i testimoni, più positivo del previsto dopo la decisione dell'altro sul giro di vite. Intanto continua la pressione della comunità internazionale e, secondo fonti locali, agli americani sarebbe stato opposto un rifiuto alla richiesta di vedere Aung San Suu Kyi che dovrebbe apparire in tribunale il prossimo 15 febbraio. E se per gli americani è l'ennesimo sgarbo, c'è chi pensa che anche i cinesi, che alla fine hanno attenuato all'Onu la loro opposizione alla condanna del golpe, non siano troppo contenti di come vanno le cose. Frastuono che ha già fatto lasciare il Paese ad alcuni imprenditori tra cui persino un'azienda di Singapore che aveva accordi con un conglomerato in mano ai militari. Brutto segno per i salvatori della patria e i difensori dello sviluppo.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 10 febbraio 2021
L'attivista dei diritti delle donne, in carcere dal 2018, dovrebbe essere rilasciata oggi secondo la sorella. Ma vivrà in libertà vigilata. Gli Usa chiedono il rispetto dei diritti umani a Riyadh ma le pressioni non dureranno a lungo. Non è facile valutare quanto il rilascio dell'attivista saudita dei diritti delle donne Loujain al Hathloul, atteso per domani, in anticipo di qualche settimana sui tempi annunciati, dopo 1.002 giorni di carcere duro, sia legato a pressioni statunitensi.
"Gli Usa si aspettano che l'Arabia saudita rilasci i prigionieri politici e migliori la situazione sui diritti umani", aveva detto qualche giorno fa la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki. Fatto sta che la sorella dell'attivista, Alia al Hathloul, ha scritto in alcuni tweet in arabo che la scarcerazione è imminente ma che Loujain sarà in libertà vigilata e non potrà viaggiare all'estero in attesa processo di appello. Se domani le porte della prigione si apriranno, per Loujain avrà fine il calvario cominciato all'inizio dell'estate del 2018. L'attivista in questi due anni e mezzo ha denunciato sevizie, torture e persino violenze sessuali da parte dei carcerieri senza che ciò abbia spinto i giudici a ordinare indagini.
Il ritorno a casa non si accompagnerà alla libertà di parola e di espressione, gravemente limitata in Arabia saudita. Loujain vivrà in libertà vigilata e rischierà di tornare subito in prigione se aprirà bocca per raccontare la sua vicenda o per condannare crimini contro i diritti umani. Lo scorso dicembre un tribunale speciale per l'antiterrorismo l'ha condannata a cinque anni e otto mesi di prigione per sovversione, attacco alla monarchia, perseguimento di un'agenda straniera e l'utilizzo di Internet allo scopo di turbare l'ordine pubblico. Allo stesso tempo le autorità saudite, impegnate a inviare messaggi di amicizia e collaborazione all'Amministrazione Usa, difficilmente stringeranno la morsa su dissidenti, attivisti dei diritti umani e oppositori politici. Almeno non lo faranno in questo periodo.
Il potente principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) dopo aver goduto per quattro anni della protezione di Donald Trump, sa che deve conquistare la fiducia di Joe Biden. Non è sfuggito il rilascio, la scorsa settimana, su cauzione di due attivisti con cittadinanza statunitense in attesa del processo, il giornalista Bader al Ibrahim e il commentatore politico Salah al Haidar.
Domenica sono state commutate a dieci anni di carcere le condanne a morte di tre giovani di fede sciita - Dawood al Marhun, Ali al Nimr e Abdullah al Zaher - arrestati nove anni fa quando erano minorenni con l'accusa di terrorismo e partecipazione a manifestazioni non autorizzate. Il loro rilascio è previsto tra quest'anno e il 2022.
MbS deve compiacere ma fino a un certo punto l'alleato nordamericano. I rapporti tra i due paesi erano e restano solidi, l'alleanza è più forte che mai nonostante la Casa Bianca abbia congelato la vendita di armi a Riyadh e sospeso il suo appoggio all'offensiva saudita in Yemen.
E per quanto riguarda i diritti umani Washington, si sa, chiude un occhio, spesso tutti e due, quando a violarli è un paese alleato. Lo stesso Biden ha inviato un messaggio molto rassicurante agli alleati sauditi e israeliani affermando che non revocherà le sanzioni imposte dagli Usa all'Iran sino a quando Tehran non tornerà a rispettare l'accordo internazionale del 2015 sul suo programma nucleare, sebbene a mandare in frantumi l'intesa sia stato il suo predecessore Trump.
Israele comunque mette le mani avanti. Ieri il premier Netanyahu ha detto perentorio che le Alture del Golan, un territorio siriano che lo Stato ebraico occupa dal 1967, "resteranno per sempre parte di Israele", così come aveva riconosciuto Trump. Poche ore prima Blinken pur riaffermando che Washington appoggia l'occupazione israeliana del Golan, aveva avvertito che le cose potrebbero cambiare in futuro.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 9 febbraio 2021
Un grande piano di giustizia sociale che parta dalle carceri. Dare ossigeno a tutti coloro che in prigione non dovrebbero neppure starci e rendere definitiva la sollecitazione di Salvi ai magistrati: arrestate meno, riducete al minimo la custodia cautelare.
Non serve il pallottoliere: in poche settimane si potrebbero dimezzare i detenuti. Sempre con l'orizzonte di un progetto di amnistia e indulto da tenere in agenda. Ma intanto una seria politica riformatrice, che sia socialista nell'attenzione a chi ha meno e liberale nel rivendicare i diritti di tutti. È questo il nuovo percorso di giustizia, la svolta che ci aspettiamo da un premier come Mario Draghi e da un ministro guardasigilli come Marta Cartabia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 febbraio 2021
Per Giovanni Salvi il provvedimento sulle scarcerazioni "risulta finalizzato a far prontamente conoscere ai giudici le situazioni di vulnerabilità". Tutto è iniziato con lo "scoop" de L'Espresso, poi ripreso dal programma "Non è l'arena", condotto da Massimo Giletti, e addirittura, per conto del presidente Nicola Morra, è stata scomodata la commissione Antimafia per far luce sulla vicenda scarcerazioni.
di Domenico Alessandro de Rossi*
Il Dubbio, 9 febbraio 2021
È un ossimoro in Italia parlare di diritti, di esecuzione penale, dell'istituzione penitenziaria anche come struttura fisica rispettosa del dettato costituzionale. Inutile dire che il fin troppo citato art. 27 per i tre poteri dello Stato e la pancia della opinione pubblica, quella a cui preferibilmente risponde la politica, rappresenti spesso solo un esercizio retorico.
di Liliana Milella
La Repubblica, 9 febbraio 2021
Nel decreto Milleproroghe si dovrebbero votare già la prossima settimana gli emendamenti di Azione, Italia viva e Forza Italia che vogliono congelare la riforma di Bonafede, ma la diplomazia di M5S e Pd è già al lavoro per chiedere agli autori di ritirarli. Che rispondono picche.
Senza molti preamboli, autorevoli esponenti del Pd e di M5S stanno cercando di evitare il primo scontro nel nuovo governo Draghi sulla prescrizione. Sono in movimento e stanno facendo pressioni da giorni. Perché - come Repubblica.it ha già anticipato mercoledì 3 febbraio - Enrico Costa di Azione con Riccardo Magi di Più Europa, Lucia Annibali di Italia viva, Francesco Paolo Sisto e Pierantonio Zanettin di Forza Italia, hanno presentato numerosi emendamenti nel decreto Milleproroghe per congelare e rinviare la legge sulla prescrizione dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede.
Ma fino alla settimana scorsa, sia Azione che Forza Italia erano fuori dalla maggioranza. Adesso invece sono dentro. Fianco a fianco con M5S, il partito che da sempre ha fatto quadrato sulla norma di Bonafede, che viene considerata invece dall'ex forzista Costa, dal Radicale Magi e da tutti i berlusconiani una sorta di totem da distruggere a tutti i costi. Allo stesso modo la pensa Annibali di Italia viva.
Dunque la grana è lì, proprio dietro l'angolo. Perché giusto mercoledì scorso, nelle due commissioni Affari costituzionali e Bilancio che si occupano del Milleproroghe, e in cui la vecchia maggioranza era in vistoso affanno per via dei numeri, è passata l'ammissibilità degli emendamenti che chiedono di mettere in freezer la legge di Bonafede. Entrata in vigore il primo gennaio 2020, la norma blocca la prescrizione dopo il processo di primo grado per i condannati. Ha cancellato la legge precedente dell'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, che invece si limitava a sospendere la prescrizione per 36 mesi equamente distribuiti tra Appello e Cassazione, sempre nei casi di condanna.
Il decreto Milleproroghe scade il primo marzo. È ancora alla Camera e deve andare al Senato, dove forse sarà inevitabile porre la prima fiducia del nuovo governo. Per i decreti, com'è noto, non ci sono stop per l'esame neppure durante le crisi vista l'urgenza. Che, in questo caso, è più che evidente. Quindi la prossima settimana si dovrà andare al voto nelle due commissioni per garantire poi non solo il passaggio in aula, ma quello successivo al Senato. Per questo la diplomazia dei Dem e di M5S si è messa in movimento, nel tentativo di convincere gli autori degli emendamenti a fare il passo indietro. C'è poco tempo per convincere Costa e Magi, visto che le loro proposte di modifica "aprono" addirittura il faldone degli emendamenti, e saranno quindi il primo argomento in discussione e il primo scoglio da affrontare subito con il voto.
Nel governo giallorosso Lucia Annibali, con il suo "lodo", è stata irremovibile. Ha presentato più volte emendamenti per far slittare la legge di Bonafede di almeno dodici mesi. Poi è sopraggiunto un accordo sul lodo Conte-bis, con una diversa scansione della prescrizione. Italia viva lo ha bocciato e non ha partecipato al consiglio dei ministri dove fu votato dal resto della maggioranza. Ma tutto si è fermato per via del Covid. Lo stesso è accaduto per gli emendamenti di Costa.
Ma adesso sono tutti nella stessa maggioranza. Per questo il Pd, con autorevoli esponenti, ha chiesto agli autori degli emendamenti di soprassedere per il momento ed evitare la prima spaccatura. Altrettanto ha fatto M5S. La risposta, per ora, è stata un niet. Anche se le motivazioni di chi chiede di fermarsi hanno una loro coerenza. Perché un nuovo ministro della Giustizia dovrà pur avere il tempo di affrontare il dossier prescrizione. Ma a quest'osservazione gli autori delle modifiche ribattono che gli emendamenti seguono proprio questa logica, congelare la legge esistente, toglierla di mezzo, e lasciare che si elabori nel frattempo una proposta alternativa. Sia essa il ritorno alla legge Orlando - prescrizione solo sospesa per 36 mesi dopo il primo grado - oppure un'altra qualsiasi soluzione.
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 febbraio 2021
Costa: "Io vado avanti, il giustizialismo 5S non può imporsi pure ora". È come una sveglia persistente. Di quelle che cerchi di mettere in pausa, tanto prima o poi suona. Così è la prescrizione in questa legislatura: un trillo che ogni tanto si cerca di silenziare, inutilmente.
La meccanica un po' nevrotizzante rischia di perpetuarsi anche con l'esecutivo Draghi. Nel senso che ora, nelle consultazioni, di prescrizione e di giustizia penale si parla poco. Se non fosse per alcuni deputati che stuzzicano sul punto il premier incaricato, non se ne parlerebbe affatto. Naturalmente Mario Draghi non intende rimuovere il problema.
Piuttosto, sa che una questione così divisiva difficilmente può entrare nell'agenda di un esecutivo da lui guidato. Giusto. Al limite se ne dovrà occupare il Parlamento. Ma il Parlamento come farà a disinnescare una questione che è stata la principale mina per il governo appena franato? E qui interviene la novità. Chi come il Pd si trova nella posizione più difficile e delicata, sulla giustizia penale, ha cercato nelle ultime ore di assumere il ruolo di artificiere. Nel senso che ha cercato di disinnescare la bomba. Il residuato inesploso ma sempre lì pronto a deflagrare. Nelle ultime ore alcuni big del Nazareno hanno chiesto a deputati dell'ex opposizione, di centro e di centrodestra, una riflessione sul lodo Annibali e similari. Nel senso che hanno fatto notare il potenziale destabilizzante degli emendamenti sulla prescrizione già depositati alla Camera, in commissione Affari costituzionali, all'interno del decreto Milleproroghe.
Emendamenti che convergono tutti nel congelare di un anno l'efficacia della norma Bonafede. Il Pd ha fatto notare a più di uno, tra i firmatari di quei siluri, che non sarebbe igienico far esplodere subito, magari pochi giorni dopo il giuramento del governo Draghi, un ordigno così dannoso per la stabilità dell'inedita alleanza. "Sta partendo un nuovo governo, ci sarà un nuovo guardasigilli", spiega al Dubbio Walter Verini, figura chiave nel Pd anche per la riforma del processo, "sarebbe auspicabile che temi divisivi, agitati spesso strumentalmente da più parti, vengano accantonati in modo da concentrarsi su riforme che uniscano, e che aiutino la giustizia a diventare più civile ed europea".
L'attuale tesoriere ed ex responsabile Giustizia dem chiarisce così la vicenda. Il Nazareno cerca di coinvolgere dunque i futuri alleati in una distensione, che preveda il temporaneo ritiro dei "lodi" anti Bonafede.
Tra i firmatari degli emendamenti che congelano il blocca-prescrizione c'è Enrico Costa, deputato di Azione dopo essere stato una spina nel fianco dei giallorossi, sul processo penale, anche quando era responsabile Giustizia di Forza Italia: "Sì, dal Pd sono arrivati anche a me inviti a tornare indietro sulla norma anti Bonafede", conferma Costa. "Al pari di altri deputati, ho proposto la modifica come emendamento al decreto Milleproroghe, che ora è fermo in commissione Affari costituzionali a Montecitorio, in attesa che si formi un nuovo governo. Dico molto chiaramente che non ritirerò alcunché. Non ha senso: vorrebbe dire che la linea giustizialista del Movimento 5 Stelle è destinata a imporsi anche una volta che Alfonso Bonafede ha lasciato via Arenula". Costa insomma resta sulla propria posizione.
D'altronde sarebbe difficile sminare un terreno di scontro destinato a riempirsi continuamente di ordigni. Con l'ex viceministro alla Giustizia, hanno firmato emendamenti analoghi la deputata di Italia viva Lucia Annibali, che ha lasciato impresso il proprio nome sul "lodo", ma anche il gruppo della Lega, la parlamentare di Cambiamo Manuela Gagliardi, i forzisti Francesco Paolo Sisto e Pierantonio Zanettin. Difficile ottenere un disarmo così generalizzato.
"Ci sarà un'altra maggioranza, bene: vuol dire che ci si dovrà venire incontro", osserva Costa, "ma non che dobbiamo per forza tenerci norme come quella di Bonafede sulla prescrizione. Un conto è trovare un accordo alto, ma non è che con un quadro completamente nuovo i garantisti debbano per forza cedere ai forcaioli. A meno che il Pd non ritenga giusto e condivisibile il blocca-prescrizione. Spero proprio non sia così".
Naturalmente la trattativa sulla giustizia sarà intensa. Il Pd ha ottenuto un assenso preliminare (seppur molto generico) dal Movimento 5 Stelle per il rilancio della riforma penitenziaria targata Orlando. Fin dall'inizio, la dialettica fra dem e pentastellati in materia penale ha vissuto di equilibri complicati. Ma ora che l'incognita non è più riducibile al solo Renzi, quell'equazione rischia di farsi ancora più difficile da risolvere.
Il Sole 24 Ore, 9 febbraio 2021
Previsto un risparmio intorno ai 10 milioni di euro relativo ad alcune prestazioni. È stato trasmesso alle commissioni parlamentari competenti lo schema di decreto interministeriale, da emanare insieme al Ministero dell'Economia e delle Finanze, relativo all'individuazione delle prestazioni funzionali alle operazioni di intercettazione e alla determinazione delle relative tariffe. Lo annuncia il ministero della Giustizia con una nota. Si tratta di quei servizi (intercettazioni fra presenti, video-riprese, monitoraggi di natura informatica) che non sono realizzati dagli operatori di telecomunicazione, in quanto il luogo fisico della captazione risulta al di fuori del loro dominio.
Il gruppo di lavoro, istituito dal ministero della Giustizia per verificare le condizioni di un risparmio nel rispetto degli standard di servizio da assicurare agli uffici giudiziari, ha condotto una complessa attività di ricognizione, analisi ed elaborazione dei dati per adeguare i costi dei servizi, agganciandoli a quelli attualmente sostenuti dagli operatori del settore.
Per la maggior parte dei servizi non è stato stabilito un importo fisso, ma un range tra un minimo e un massimo, in osservanza a quanto previsto dalla legge, secondo cui la tariffa per ogni tipo di prestazione non debba essere superiore al costo medio rilevato presso i cinque centri distrettuali con il maggiore indice di spesa per intercettazioni.
Nel 2019 la spesa di giustizia per le intercettazioni di conversazioni e comunicazioni è stata pari a 191.012.271 euro. Attraverso l'applicazione del nuovo listino, il risparmio è stimato in circa dieci milioni.
Gaetano Pecorella: "Giustizialismo radicato tra i cittadini, ora è inutile una linea iper-garantista
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 febbraio 2021
"Da persona di grande intelligenza Mario Draghi cerca di non mettere sul tavolo argomenti troppo divisivi. La prescrizione è il più divisivo di tutti. Eppure credo che alcune riforme razionali siano possibili anche in materia penale. Serve un modo diverso di presentarle ai cittadini".
Gaetano Pecorella non ha difficoltà ad ammettere di essere stato segnato, nella propria vicenda politica, dalla vicinanza a Silvio Berlusconi. "Mi si è attribuito, senza motivo, un uso strumentale di alcune proposte di legge". Ma una figura come la sua, che rappresenta perfettamente il nobile contributo offerto dall'avvocatura penale italiana alla democrazia, ha oggi la lucidità di non chiamare i garantisti alla battaglia. Piuttosto invita a comprendere che, visto l'orientamento dell'opinione pubblica, si deve trovare un compromesso fra garanzie e visioni giustizialiste prevalenti. Pecorella è una figura chiave nella storia dell'Unione Camere penali italiane. Ne è stato presidente dal 1994 al 1998 e ancora oggi, ai congressi nazionali, il banco di presidenza gli spetta di diritto, insieme con Gustavo Pansini. Non c'è neppure bisogno di una norma statutaria che lo spieghi: è semplicemente chiaro a tutti che deve essere così.
Insomma, Draghi fa bene a tenere la giustizia penale un po' ai margini delle consultazioni...
L'intelligenza gli suggerisce di evitare motivi di rottura. D'altra parte ci sono altri temi così urgenti che l'opinione pubblica non comprenderebbe un'eccessiva enfasi sulla prescrizione o altre questioni del genere. Le risposte immediatamente necessarie riguardano il superamento, che sia il più celere possibile, delle restrizioni e la ripresa dell'economia.
La giustizia resterà sempre un tema così caldo da restarne scottati?
A dimostrare quanto sia difficile parlarne basta la chiusura opposta da Renzi al cosiddetto lodo Orlando: mi pare emblematico dell'impossibilità di aprire discussioni.
Draghi se ne terrà lontano. Ma le scorie delle probabili tensioni in Parlamento potranno ostacolare anche lui?
Molto dipenderà dal nome del guardasigilli. Mi pare che, per fortuna, si guardi a figure orientate assai più verso la tutela delle garanzie che al giustizialismo, come Marta Cartabia e la stessa Paola Severino. Credo che ministri della Giustizia della loro levatura sapranno distinguere i temi praticabili da quelli che non lo sono.
Quali sono i praticabili?
Le modalità processuali da remoto, per esempio: c'era il rischio che sopravvivessero all'emergenza, che la norma eccezionale sia normalizzata come se nulla fosse. Penso alla discussione orale in appello prevista solo su richiesta del difensore. Con Bonafede c'era qualche serio pericolo che uno schema simile si cristallizzasse. Con Cartabia o Severino non ci sarebbe. Sulla prescrizione servirà una particolare abilità nel proporre soluzioni tecniche adeguate.
Ad esempio?
Intanto mi pare che la norma Bonafede sia considerata incivile da tutti, anche dal Pd. Incivile e disfunzionale, perché, col regime pregresso, in primo grado si cercava, almeno, di far presto. Ora si approfitterà del termine lasciato a disposizione di quella fase del processo. Un giudizio per bancarotta si prescrive in circa vent'anni: un testimone finirà per essere sentito anche dopo dieci anni, tanto che cambia? Peccato che così l'oralità e la parità delle parti nella formazione della prova vadano a farsi benedire. Una cosa incivile, appunto. Il che non vuol dire che la situazione precedente fosse perfetta. A volte, per il giudizio in Cassazione, restavano dieci giorni. La soluzione più sensata è la prescrizione per fasi, un limite massimo per ciascuna fase del procedimento.
I Cinque Stelle diranno che la vecchia prescrizione uscita dalla porta rientra per la finestra. A torto, perché non ci sarebbe più il rischio di reati che si estinguono solo perché scoperti troppo tardi...
L'alternativa è accelerare davvero i processi. Ma non con soluzioni utopistiche. Basta guardare al sistema americano. Lì, per il patteggiamento, non esistono le preclusioni previste da noi. Niente premi, sconti, ma applicazione di una pena compresa nei limiti minimi e massimi già fissati.
Presidente, seppure nella nuova fase politica ci fosse una maggioranza garantista, sconterebbe l'eccessivo giustizialismo diffuso ormai tra i cittadini?
Il nodo esiste. Avere un nemico aiuta, Vale per i partiti, vale anche per l'opinione pubblica, che identifica il nemico con l'autore di reati anche a bassa offensività. Non si può essere giustizialisti, ma temo ci si debba anche rendere conto che nel condurre le battaglie garantiste la realtà vada tenuta presente. Serve un altro linguaggio, un pragmatismo che arrivi a chiunque. Basterebbe spiegare che rispetto a un ergastolo inflitto dopo un processo di quindici o vent'anni, è assai meglio una condanna a trent'anni che però arriva più rapidamente. Serve anche a evitare l'innocente stritolato da un giudizio che ha solo la sua morte come limite invalicabile. Da noi è tutto distorto: il patteggiamento non funziona perché è precluso per i reati più gravi, mentre per quelli puniti con condanne meno pesanti i tempi troppo lunghi rendono preferibile attendere che il reato si prescriva.
Ma c'è tempo sufficiente per una riforma del processo efficace?
Una persona della levatura di Marta Cartabia, che sarebbe un eccellente guardasigilli, si renderebbe conto di come, anche senza riforme epocali, ci sia la possibilità di realizzare pochi ma efficaci interventi. Il patteggiamento senza limiti né sconti, riportare in tribunale i magistrati disseminati nei ministeri, fare in modo che negli uffici giudiziari non vi sia il deserto, una volta superate le ore 14.
In Italia sui garantisti pesa il pregiudizio Berlusconi?
Parte dell'opinione pubblica è diventata anti garantista in quanto anti berlusconiana. Io so bene che alcune leggi furono pensate e introdotte perché rientravano nella logica di una lotta politica fra il centrodestra e i magistrati di sinistra. Dopodiché qualcuno ha additato come legge ad personam persino quella da me proposta per impedire l'appello del pm sulle assoluzioni in primo grado.
All'epoca Berlusconi, in primo grado, non veniva assolto mai...
Appunto. Ma il caso è emblematico. La percezione diffusa del garantismo ne ha risentito. D'altronde alcune leggi erano necessarie sul piano politico: qualcuno vicino a Berlusconi ha voluto ammantarle di garantismo ma, ripeto, erano strumenti di lotta politica. Non c'erano alternative a un governo di centrodestra, se non il caos, puntualmente arrivato. Oggi dobbiamo sgombrare l'orizzonte del Paese da quel conflitto e restituire alle garanzie il loro valore universale.
È possibile?
A volte credo che la stessa espressione "garantismo" sia impropria. È semplicemente il diritto naturale, evocato dalla prima dichiarazione universale, da Voltaire, Beccaria. Diritti universali e necessari per vivere meglio. La Carta di uno Stato americano, precedente alla Costituzione, diceva che ha diritto di governare chi è capace di rendere gli altri felici. Ecco, la giustizia deve rispondere a un principio semplice: evitare di rendere gli altri infelici.
di Giuseppe Vatinno
La Notizia, 9 febbraio 2021
La stessa grana costata cara a Conte si ripropone col nuovo Governo. Il governo Draghi rischia di partire in salita imbattendosi in una grossa grana, in pratica quella che fece cadere il governo Conte e cioè la riforma della Giustizia del ministro Alfonso Bonafede, approvata dal governo gialloverde, ma che ora deve essere convertita in legge con l'insidia di emendamenti alla Spazza-corrotti contenuti nel decreto Mille proroghe in scadenza il primo marzo prossimo.
In tal caso si tornerebbe alla precedente normativa fatta da Andrea Orlando - che bloccava la prescrizione al secondo grado per un anno e mezzo e solo in caso di condanna - e al voto è difficile che il Partito democratico si opponga, anche perché lo stesso Orlando aveva cominciato a riscrivere una sua versione poco prima della crisi. Gli emendamenti sono stati proposti da Enrico Costa (ex Forza Italia ora Azione), Riccardo Magi (Radicali) e poi tre deputati di Italia Viva Lucia Annibali, Marco Di Maio e Mauro Del Barba e poi anche Francesco Paolo Sisto e Pierantonio Zanettin (Forza Italia) più altri nove deputati leghisti.
In Commissione Affari Costituzionali già prima della caduta di Conte c'era parità (24 a 24) ora il successo degli emendamenti sarebbe certo. Dunque una situazione veramente complicata per l'iter su un tema bandiera per i Cinque Stelle e cioè proprio la riforma della Giustizia che vedeva nel blocco della prescrizione già al primo grado un punto chiave.
Naturalmente è molto importante chi sarà il nuovo ministro della Giustizia, ma c'è da tenere presente che il trio IV-FI-Lega ha già messo le mani avanti nei colloqui con Draghi chiedendo chiaramente che ci sia una netta discontinuità con Bonafede e questo complica le cose. Perché se ci sarà la maggioranza in commissione i Cinque Stelle potrebbero essere tentati di cominciare un gioco di rivalsa su altri punti a loro cari e questo produrrebbe una grande instabilità nell'esecutivo.
Poiché questo governo giallo-rosso-verde (o "africano", visto che sono i colori dell'Unione africana) è quanto mai composito gli imprevisti sono all'ordine del giorno per motivi ideologici oltre che pratici. Ad esempio un altro punto di non concordanza e la gestione dei migranti, ma si tratta di un punto squisitamente politico visto che è già legge dello Stato, mentre la riforma della Giustizia appunto ancora no. Vedremo come Draghi affronterà questo primo importante scoglio che la sua nave potrebbe incocciare appena uscita dal porto, ma presupponiamo che l'ex presidente della Bce non solo conosca il pericolo, ma l'abbia già preventivato.
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