di Daniele Pifano*
Il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2020
Sala colloqui di un carcere speciale. Qui hanno montato i vetri divisori antiproiettile cheti separano completamente dai familiari che vengono a trovarti. Non si può avere alcun contatto fisico diretto, per scambiare qualche parola, devi alzare il citofono e parlare lì.
La sala è insonorizzata. Il detenuto è un camorrista abbastanza giovane. Dall'altra parte del vetro c'è una giovane ragazza napoletana con accanto un bambino di 8-9 anni. Il colloquio dura un'ora. Io sono nella postazione accanto, a colloquio con la mia compagna. Passata l'ora ci chiudono in una cella, in attesa delle guardie carcerarie per ricondurci al braccio di assegnazione.
di Luca Tescaroli*
Il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2020
Il fine del carcere duro non è spingere alla collaborazione ma tutelare la collettività impedendo le comunicazioni con l'esterno. La risposta al quesito se il regime del 41bis - sia pur ammorbidito nel suo rigore - sia ancora necessario, esige una verifica proiettata a comprendere se lo scopo dello strumento detentivo rimanga attuale, se la realtà e la pericolosità delle mafie sia mutata, tenendo presente che la mafia è criminalità e cultura, il cui dilagare deve essere contrastato anche attraverso il trattamento penitenziario.
di Giorgio Iusti
La Notizia, 13 novembre 2020
Boom di contagi da coronavirus nelle carceri italiane. Aumentati in due settimane del 600%. A lanciare l'allarme è l'Osapp, l'Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria. Dal Ministero della giustizia gettano però acqua sul fuoco, sottolineando che i casi sono in 71 carceri su circa 200 e che dunque, a, eccezione di alcuni focolai in determinati istituti, in molte strutture i positivi sono poche unità.
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 13 novembre 2020
Un marchio unico, semplice, evocativo - "Economia Carceraria" - per identificare una miriade di iniziative nate all'interno delle strutture penitenziarie. L'obiettivo è quello di favorire la diffusione di prodotti tipici, strizzando l'occhio alle eccellenze enogastronomiche italiane: la particolarità è che a occuparsi delle lavorazioni artigianali sono i detenuti inseriti nei progetti di formazione e reinserimento lavorativo curati dalle cooperative sociali attive su tutto il territorio nazionale.
Vino e birra dal Piemonte, miele da Vasto, pasta da Palermo, prodotti da forno a Siracusa, dolci da Ragusa, infusi a Pozzuoli, caffè a Torino e capi di abbigliamento a Roma: l'offerta della nuova piattaforma online è in grado di soddisfare un ampio ventaglio di esigenze.
Secondo Paolo Strano, tra i fondatori del progetto, "si tratta di tutti prodotti artigianali, buonissimi e fatti con cura e orgoglio". "Acquistarli è anche un gesto di responsabilità sociale - spiega Strano - che incide fortemente nella vita delle persone. Questa piattaforma nasce infatti con l'obiettivo di favorire l'occupazione e il lavoro tra i detenuti, per evitarne la recidiva".
Anche sotto il profilo della promozione, i soggetti che stanno curando l'iniziativa hanno fatto del loro meglio. Perché marchi identitari come "Sprigioniamo Sapori" o "Caffè Galeotto", "Dolci Evasioni" o "Cotti in Fragranza", sono un bel biglietto da visita per l'attività di marketing.
Dietro una pluralità di associazioni e denominazioni, una buona parte della popolazione carceraria è occupata nella lavorazione e nel confezionamento dei prodotti, al momento circa 2500 detenuti. Le strutture coinvolte nel 'brand' dell'economia carceraria sono le case circondariali di Ragusa, Trani, Alba, Vasto, Siracusa, gli istituti femminili di Lecce e Pozzuoli, la casa di reclusione "Ucciardone" di Palermo, gli istituti penali di Roma-Rebibbia, Torino, Saluzzo e Alessandria, l'istituto minorile "Malaspina" di Palermo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 novembre 2020
Secondo gli ultimi dati, oramai risalenti a una settimana fa, risultano 537 detenuti e 728 agenti penitenziari positivi al Covid in carcere. Il Covid in carcere ha contagiato centinaia e centinaia di detenuti, in alcune carceri ci sono focolai importanti che destano preoccupazione. Secondo gli ultimi dati, oramai risalenti a una settimana fa, risultano 537 detenuti e 728 agenti penitenziari positivi.
di Simona Musco
Il Dubbio, 13 novembre 2020
Il presidente emerito della Cassazione: si paghino le spese legali a chi è assolto dopo troppo tempo, in casi gravi l'azione penale deve fermarsi. No al federalismo giudiziario. No alla durata indeterminata del processo. E ancora no al divieto, per i delitti puniti con l'ergastolo, di accesso al rito abbreviato. Giovanni Canzio, primo presidente emerito della Suprema Corte di Cassazione, non fa mistero dei difetti, ma nemmeno dei pregi, del disegno di legge delega per l'efficienza del processo penale.
Un progetto che secondo il giudice, chiamato a fornire il suo punto di vista da esperto in Commissione Giustizia, deve fare i conti con un dato di fatto: l'attuale crisi di autorevolezza e effettività della giurisdizione penale. Alla quale la risposta del legislatore è, forse, troppo poco audace.
Le ragioni della crisi sono principalmente due: l'ipertrofia dell'inchiesta e una durata irragionevole dei processi. Nel primo caso il problema consiste in uno sbilanciamento sulle indagini preliminari, che diventano il baricentro del processo, contrariamente a quanto voluto dalla riforma Vassalli. Il punto focale, dunque, "non è più il dibattimento". Per evitarlo, dunque, è necessaria "una coraggiosa apertura alle finestre di giurisdizione". Ovvero "un controllo pregnante del giudice nei momenti topici, più delicati, delle indagini preliminari".Per quanto riguarda la durata del processo, Canzio non disdegna la riforma sulla prescrizione. Ma, a suo dire, è monca. E rischia di risultare "asistematica ed estemporanea", senza assicurare "tempi celeri e certi per le successive fasi impugnatorie". Soprattutto se la violazione di questi termini rimane "priva di conseguenze".
Il compasso temporale è quello fissato dalla legge Pinto: un processo non dovrebbe durare più di sei anni. Ma in caso di violazione, afferma Canzio, è necessario che l'ordinamento reagisca prontamente, con misure compensative adeguate. Le possibilità sono varie: da una congrua riduzione di pena, se l'imputato è condannato, ad un giusto indennizzo in caso di proscioglimento, come il pagamento delle spese legali o un risarcimento. Fino a teorizzare, in casi estremi, la "improseguibilità del processo penale". Inutile, invece, la sanzione disciplinare al giudice. In primo luogo perché è "altamente improbabile" che la stessa venga applicata, per vie delle condizioni che richiede, ma soprattutto in quanto "eccentrica rispetto al diritto che è stato violato, che è un diritto costituzionalmente protetto, un diritto fondamentale, quello della ragionevole durata".
Ma gli aspetti critici sono anche altri per Canzio. Come l'assenza di "seri filtri all'impugnazione, in particolare all'appello" - con il conseguente ingolfamento delle Corti - che oggi ha come unico motivo di inammissibilità la genericità dei motivi di gravame, a differenza di quanto accade nel processo civile, dove a far la differenza è anche l'assenza di qualsiasi ragionevole probabilità di accoglimento. "Se si vuole conservare una giurisdizione articolata in ben tre livelli - spiega Canzio - anche l'appello penale deve beneficiare di un regime di inammissibilità per manifesta infondatezza dei motivi di gravame".
Gli aspetti positivi ci sono, come la previsione di una sanzione - l'inutilizzabilità degli elementi di prova - nel caso di violazione della tempestività dell'iscrizione sul registro degli indagati. Ma la musica cambia, sostiene il magistrato, quando si passa ai termini di durata delle indagini e al meccanismo di discovery degli atti, dove il controllo del giudice è invece assente. Così come per l'introduzione di criteri di priorità per i fascicoli d'indagine, sui quali il primo presidente si dice "profondamente critico", per una ragione di tipo costituzionale.
Ovvero per il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale: "non si può rinviare la selezione dei criteri di priorità a una frammentata geometria variabile dei vari uffici, perché ci sposteremmo su un terreno di federalismo giudiziario", sottolinea. La selezione dovrebbe, al massimo, avvenire attraverso un intervento del Parlamento con norme primarie, da valutare periodicamente ed eventualmente riformare. Per i procedimenti speciali, il patteggiamento allargato - con il limite di pena applicabile su richiesta delle parti portato ad otto anni di reclusione solo o congiunta a pena pecuniaria e non più cinque come prevede l'attuale codice di procedura penale e l'esclusione di ammissibilità per reati come omicidio, strage, maltrattamenti contro familiari - "è destinato all'insuccesso, perché se mancano reali misure premiali si preferisce accedere all'abbreviato".
Ma Canzio critica fortemente anche un'altra norma, introdotta lo scorso anno e cara alla Lega, la 33 del 2019, che esclude l'accesso al rito abbreviato per i reati puniti con l'ergastolo. Una norma sulla quale mercoledì si pronuncerà la Corte costituzionale e sulla quale, ora, arriva anche la picconata di Canzio.
"Sarebbe molto più utile", infatti, ripristinarlo, "perché è lì che effettivamente si è creata una procedura inflattiva piuttosto che deflattiva - spiega. Avrà successo invece il giudizio per decreto, dove la misura premiale mi sembra significativa, anche all'esito del ragguaglio tra pene pecuniarie e detentive". Il primo presidente invoca più misure compensative. Come nel caso della rinnovazione della prova dichiarativa per il mutamento del giudice, che viola il principio di immediatezza del processo.
Un principio sì flessibile, a patto, però, che a risentirne non sia il solo diritto alla difesa. Inoltre non viene escluso il rischio di mutamenti a catena di giudice in giudice. Infine la riforma non prevede termini di durata per le indagini sui reati che destano maggiore allarme sociale. "Non è detto - conclude Canzio - che questi richiedano un procedimento senza termini di durata". Che devono essere previsti "per tutti i procedimenti", magari tenendo conto dell'effettiva complessità delle indagini. Ma concretamente, senza distinzione astratte e contrarie ai principi costituzionali.
ansa.it, 13 novembre 2020
Dopo aver individuato la migliore tipologia di strumenti per la prevenzione e il rilevamento di apparecchi di telefonia mobile all'interno delle carceri, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria avvierà a breve le procedure per il loro acquisto, in modo da consentire un deciso potenziamento delle dotazioni su tutto il territorio nazionale.
Contestualmente, verrà attivata un'apposita formazione per il personale che sarà addetto al loro utilizzo e alle attività ad esso correlate. Infine, saranno sperimentate ulteriori nuove tecnologie per il contrasto al fenomeno. È quanto ha deciso, nel corso di una riunione svoltasi ieri mattina e presieduta dal Vice Capo Roberto Tartaglia, il Gruppo di lavoro in materia di contrasto all'utilizzo di cellulari in carcere, appositamente istituito nel maggio scorso dai vertici del Dap appena insediatisi.
Un appunto tecnico con le linee guida di quanto deciso sarà a breve inviato ai Provveditorati regionali affinché lo trasmettano agli istituti penitenziari sul territorio di competenza. Per il suo lavoro, il Gruppo si è avvalso di numerose e variegate interlocuzioni con i responsabili del Nucleo Investigativo Centrale (Nic) e del Gruppo Operativo Mobile (Gom) della Polizia Penitenziaria, con personale specializzato dell'Amministrazione e con esperti del mondo accademico.
È stata inoltre svolta una ricognizione di tutti i dispositivi attualmente in uso negli istituti penitenziari e uno specifico studio sulle statistiche relative ai ritrovamenti di telefoni e alle modalità di rinvenimento negli ultimi anni. Nel corso delle riunioni sono stati inoltre analizzati anche i possibili profili disciplinari e penali per il ritrovamento e l'uso di apparecchi di telefonia mobile da parte della popolazione detenuta.
di Rita Bernardini
Il Riformista, 13 novembre 2020
Amnistia, indulto, liberazione anticipata speciale. Governo e parlamento hanno tutti gli strumenti di legge per diminuire la popolazione detenuta. Disperati e delusi a Novara i detenuti scioperano dal lavoro (rinunciando ai pochi ma necessari soldi). Le famiglie sono angosciate per i cari in prigione con gravi patologie.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2020
Nei prossimi giorni la Corte Costituzionale dovrà esprimersi su una questione rilevante che meglio chiarirà finalità, funzionamento e limiti della nostra giustizia penale. Non di rado è accaduto, nel recente passato, che la Consulta abbia segnato, nel nome della dignità umana, i confini invalicabili del potere di punire, che mai deve superare il recinto della ragionevolezza e del rispetto dei diritti fondamentali. In particolare, i giudici costituzionali si esprimeranno sulla legittimità del provvedimento legislativo assunto in pieno lockdown che a causa dell'emergenza pandemica sospende, anche per fatti antecedenti all'entrata in vigore del decreto-legge in oggetto, i tempi di prescrizione.
La questione chiama in causa l'idea stessa che facciamo nostra di giustizia, di pena e più in generale di libertà. Il principio di irretroattività della norma penale più severa è parte del principio di legalità ed è coerente con l'idea secondo la quale non si devono cambiare le carte in tavola a gioco oramai iniziato. L'imputato, o anche il semplice indagato, costituisce nel procedimento penale la parte debole.
La prescrizione è una garanzia contro l'irragionevole durata dei procedimenti. Fa parte del giusto processo. Incidendo nella sostanza sulla punibilità della persona sotto processo, non è dequalificabile a mera norma di procedura, come giustamente hanno ribadito i giudici rimettenti. Vedremo cosa scriverà la Corte al riguardo. Se qualificherà la prescrizione alla stregua di istituto di diritto sostanziale, l'esito dell'incostituzionalità rispetto a fatti di reato commessi prima dell'entrata in vigore del decreto-legge sarà inevitabile.
Comunque vada il giudizio davanti alla Corte Costituzionale, resta in piedi una più significativa e generale considerazione, che suggerisce di non far pagare alle parti più deboli dei processi penali - ancora, teniamo bene a mente, presunti innocenti - gli effetti della sospensione dei procedimenti dovuta alla pandemia. La prescrizione è un istituto giuridico pensato per evitare che chiunque sia sotto processo a vita. È per tutti una garanzia che il processo si chiuda a un certo punto: è una garanzia individuale per l'imputato, è un'esigenza collettiva della giustizia che altrimenti potrebbe essere infinita e andare a rincorrere i tempi della ricostruzione storica.
Là dove sono coinvolte persone in custodia cautelare in carcere, si fa più forte l'esigenza che i tempi del processo non vengano dilatati. Incrementare la durata della custodia cautelare a causa dell'epidemia significa far pagare i costi dell'emergenza sanitaria alla persona detenuta. E per quanto tempo? E se la pandemia durasse malauguratamente ancora per molto?
La giustizia penale deve trovare altre strategie per risolvere il problema, contemperando le esigenze investigative e il bisogno di giustizia con le irrinunciabili garanzie individuali. Quelle garanzie individuali che, risalendo ai nostri classici, ci dovrebbero far ben affermare che ogni provvedimento in ambito penale deve sacrificare la minima porzione possibile di libertà.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Ilaria Quattrone
fanpage.it, 13 novembre 2020
L'aumento dei casi da Coronavirus in tutta Italia e in particolare in Lombardia, pone l'attenzione su un tema importante: il sovraffollamento delle carceri. In Regione, in particolare, i contagi si stanno diffondendo in maniera preoccupante: "Abbiamo raggiunto 156 persone positive, di cui cinque con necessità di ricorrere al ricovero ospedaliero e 510 persone detenute in regime di isolamento", è scritto in una lettera indirizzata ai parlamentari lombardi. Per questo alcune associazioni e istituzioni chiedono misure per evitarne l'aumento.
L'aumento dei casi da Coronavirus in Italia tiene l'intero Paese con il fiato sospeso. Cercare di contenerli è la priorità, come lo è provare a eliminare eventuali focolai. Già nella prima ondata, la lente di ingrandimento era puntata anche sulla situazione all'interno delle carceri. Le proteste, nate dalla sospensione delle visite dei familiari, avevano sollevato un punto fondamentale e ricorrente: il sovraffollamento. Elemento che anche, in questi giorni, torna prepotentemente.
In Lombardia 156 persone positive in carcere e 510 detenuti in isolamento - Ieri il sindacato della polizia penitenziaria Osapp ha scritto una lettera al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e al capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) Dino Petralia affermando: "In due settimane il contagio da Covid-19 nelle carceri è aumentato di circa il seicento per cento".
Una posizione a livello nazionale che trova conferme anche a livello regionale in Lombardia. Alcune associazioni e istituzioni, tra cui il Garante dei diritti delle persone private della libertà di Milano, Francesco Maisto, hanno firmato una lettera indirizzata ai parlamentari eletti in Lombardia in cui parlano di una situazione carceraria allarmante: "Nella sola Regione abbiamo raggiunto 156 persone positive, di cui cinque con necessità di ricorrere al ricovero ospedaliero e 510 persone detenute in regime di isolamento. Colpisce soprattutto la repentina progressione del numero dei contagiati: solo un mese fa i positivi erano sette".
La scorsa primavera il contagio era stato contenuto con degli interventi mirati: azioni contro il sovraffollamento e riduzione della possibilità di contatto con l'esterno. Oggi invece lo scenario appare, su tutte e due i fronti, drammatico. All'inizio del mese in Lombardia si contavano 7.751 detenuti a fronte di 6.156 posti disponibili, di cui 3.380 persone (su 2.925 posti effettivi) detenute solo a Milano: "Il contagio all'interno degli istituti - si legge nella lettera - si sta diffondendo in maniera assai preoccupante. Garantire posti adeguati per l'isolamento delle persone detenute positive al Covid o in quarantena precauzionale, considerato anche i due hub di San Vittore e Bollate, comporta l'aggravamento delle situazioni di sovraffollamento".
A Milano 81 agenti positivi al Covid - A questo si aggiunge inoltre il problema dei contatti con l'esterno che vanno dagli ingressi di nuove persone arrestate fino ai lavoratori: "A Milano si contano infatti 81 agenti positivi al Covid. Inoltre mentre sono state interrotte le visite ai familiari, non si interrompe il flusso di persone che arrivano a seguito di arresti o a seguito di ordini di carcerazione per condanne diventate definitive per reati commessi mesi o anni prima".
Proprio per questo motivo, gli enti e le organizzazioni chiedono ai parlamentari eletti in Lombardia delle modifiche al Decreto "Ristori" affinché vengano ampliate le misure adottate dal governo. Tra le richieste spiccano: mantenere fuori dagli istituti le persone con permessi di lavoro esterne perché considerate così idonee al reinserimento in società, concedere una liberazione anticipata speciale per chi ha un residuo di pena breve, sospendere le esecuzioni penali per i reati di minore gravità: "Da ultimo un intervento normativo che impone nella valutazione delle misure cautelari anche il rischio Covid così da consentire alla magistratura di evitare la misura cautelare più grave se non strettamente necessaria".
- Biella. Una raccolta fondi perché i detenuti possano avere contatti telefonici con i famigliari
- Campania. Col decreto Ristori Bis nessuna speranza per le carceri campane
- Sentenza della Consulta sul "controllo di vicinato"
- La "continuità" dello Stato come ordinaria procedura
- Perugia. 4 detenuti lavoreranno con la task-force comunale nella lotta contro il degrado











