piacenzasera.it, 10 febbraio 2021
Interventi di orientamento e formazione che possano aiutare le persone in esecuzione penale a un reinserimento sociale fondato sul lavoro e, a partire dall'acquisizione e qualificazione di un profilo professionale, consentano loro di acquisire autonomia e rafforzarsi rispetto a possibili recidive e reiterazioni delle azioni che li hanno portati in carcere.
Sono 22 i progetti formativi approvati dalla Regione e finanziati con 1,1 milioni di euro di risorse del Fondo sociale europeo, che hanno l'obiettivo di rendere disponibili politiche formative, di orientamento e di accompagnamento al lavoro per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale da parte dell'Autorità giudiziaria.
"Il Piano regionale degli interventi orientativi e formativi per l'inclusione socio-lavorativa delle persone in esecuzione penale, nel suo complesso e nei singoli interventi che vengono programmati, ha un valore preventivo - spiega l'assessore regionale alla Formazione e Lavoro, Vincenzo Colla. Con queste azioni intendiamo sostenere l'inclusione sociale, in particolare nella fase delicata del ritorno alla vita in libertà, cercando di rendere questo momento particolarmente significativo per una reale integrazione nella società".
Gli interventi, definiti in condivisione con la Commissione regionale per l'area dell'esecuzione penale degli adulti, tengono conto dell'importanza che la rete dei servizi formativi e sociali, pubblici e del privato sociale, delle imprese profit e no profit e dei servizi dell'Amministrazione penitenziaria rivestono nella costruzione di un percorso riabilitativo per il reinserimento sociale e la riqualificazione lavorativa. I 22 progetti permetteranno di costruire percorsi personalizzati tramite orientamento, formazione permanente e delle qualifiche, tirocini.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 10 febbraio 2021
Luca Andrea Brezigar (Camere penali): "Il quarto potere ha preso il sopravvento. Ne è un esempio la trasmissione condotta da Massimo Giletti Non è l'arena. L'incredibile distorsione qui è rappresentata dall'ascoltare in quella arena i testimoni del fatto. In altri casi è addirittura capitato che venissero sentiti prima di andare a colloquio con il pubblico ministero".
Al centro della cronaca nera attualmente c'è il caso di Alberto Genovese, noto imprenditore arrestato a Milano con l'accusa di aver violentato una ragazza di 18 anni durante un festino. Benché siamo ancora nelle fasi iniziali delle indagini, è iniziato già il processo mediatico: nel frattempo si sono aggiunte altre presunte vittime e tutte vanno addirittura in tv a raccontare le presunte violenze. Usiamo "presunte" perché, ca va sans dire, il processo non è nemmeno iniziato. Ne discutiamo con l'avvocato Luca Andrea Brezigar co-responsabile, insieme al giornalista Alessandro Barbano, dell'Osservatorio informazione giudiziaria, Media e processo penale dell'Unione Camere Penali.
Avvocato, che idea si è fatto della narrazione mediatica del caso Genovese?
Il quarto potere, soprattutto in questo periodo di Covid in cui siamo chiusi a casa costretti quasi davanti alla tv e ai social, ha preso il sopravvento. Ne è un esempio la trasmissione condotta da Massimo Giletti Non è l'arena, che in realtà si è trasformata in un'arena vera e propria. L'incredibile distorsione qui è rappresentata dall'ascoltare in quella arena i testimoni del fatto. In altri casi è addirittura capitato che venissero sentiti prima di andare a colloquio con il pubblico ministero. Questo modo di agire significa affossare il processo: non va dimenticato che la prova si forma nel dibattimento, non in uno studio televisivo.
Avvocato attenzione perché potremmo essere accusati di fare victim blaming, ossia colpevolizzare le vittime...
Ma assolutamente no, non è questo il caso. Semplicemente credo fortemente da avvocato nel rispetto delle regole del giusto processo e qui ci troviamo dinanzi ad una chiara violazione.
Anche perché mentre le due presunte vittime di Alberto Genovese raccontavano la loro storia nella puntata dell'8 febbraio, è comparsa la scritta "Parlano le ragazze violentate da Genovese", come se già fosse stata emessa una sentenza definitiva...
Purtroppo siamo abituati a certi tipi di titolazioni. In questo caso dovrebbe arrivare in soccorso un codice deontologico comune che riguardi i giornalisti e tutti gli operatori coinvolti nel circuito mediatico.
Bisogna aggiungere che quando si parla di reati sessuali, c'è la predisposizione a dare comunque ragione alla vittima...
Sarà il giusto processo a determinare come si sono svolti gli accadimenti. Io ovviamente non posso entrare nel merito del caso Genovese. Posso dire che se con le riforme richieste dall'Europa introduciamo nel codice tutele per il soggetto debole, è chiaro che esso diviene meritevole di una maggiore garanzia. Ciò significa che il processo deve svolgersi con particolari cautele ma anche evitare che lo stesso soggetto debole sia sottoposto a delle pressioni o distorca la propria versione, raccontando qualcosa che crede di aver vissuto. Ricordate il presunto stupro consumato nel 2019 nella circumvesuviana di San Giorgio a Cremano? Una ragazza aveva accusato di violenza brutale di gruppo quattro ragazzi ma poi grazie alle telecamere si scoprì che non era vero nulla. Soggetto debole non significa necessariamente soggetto credibile.
La verginità cognitiva del giudice può essere inficiata da queste trasmissioni?
I giudici sanno che non devono lasciarsi influenzare, hanno gli strumenti per resistere all'impatto del processo mediatico. Poi ci sono processi di grande rilevanza pubblica, dove si formano dei veri schieramenti di opinione, e dove molti cercano di costituirsi parti civili: tutto ciò potrebbe minare la serenità del dibattimento. Più parti civili significa più rapporti con la stampa. Posso dunque immaginare un giudice soffocato da questo tipo di situazione.
Come si può coniugare la libertà di stampa con il rispetto dei diritti degli indagati/imputati?
Come Osservatorio stiamo lavorando a delle soluzioni che vadano ad implementare il quadro già esistente. È chiaro che il processo mediatico esiste e non lo si può far sparire; è altrettanto vero che le distorsioni del processo mediatico si possono limitare. C'è una difficile convivenza tra la necessità di segretezza della giustizia penale e l'inviolabile diritto all'informazione. Sul segreto istruttorio noi abbiamo un impianto normativo che fa un po' acqua da tutte le parti: se lei istiga un pubblico ufficiale per avere una notizia viola il segreto, se invece la notizia gliela passano dalla Procura è tutto lecito. Poi c'è il problema della pubblicazione degli atti non coperti da segreto istruttorio, come l'ordinanza di custodia cautelare: è una pubblicazione che inquina il processo. Dovrebbe essere reso pubblico solo l'esito non tutta l'ordinanza come se fosse un inserto da distribuire in edicola. Tornando al caso Genovese e guardando proprio la trasmissione di Giletti, come Osservatorio stiamo osservando che i pubblici ministeri non stanno facendo quello che potrebbero fare: ossia vietare al testimone, come previsto dal nostro codice, di andare a riferire in televisione quello che già hanno dichiarato nelle sedi opportune.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 10 febbraio 2021
Avvocati, commercialisti e imprenditori stringono rapporti con la criminalità calabrese. De Raho nella relazione annuale della Dna: "Non più mafia in senso stretto, ma azienda innovatrice".
Ha "nuove frontiere affaristico-imprenditoriali", si presenta adesso "come mafia innovatrice capace di modificare le regole basilari della tradizione criminale per affrontare le sfide del futuro dotandosi finanche di una struttura occulta e riservata formata da una componente elitaria che assicura alla organizzazione l'attuazione dei programmi criminosi anche negli ambiti strategici della politica, dell'economia e delle istituzioni".
Non è più mafia in senso stretto, "è azienda che ha sempre più la connotazione, le caratteristiche e le dimensioni dell'impresa multinazionale, della quale sono stati assimilati gli scopi, l'organizzazione e la visione globale degli interessi". Parola di Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia che cosi tratteggia la nuova 'ndrangheta italiana nella relazione annuale della Dna sul crimine (organizzato) nel nostro Paese.
Un'azienda dunque "che tende a conformarsi al modello delle imprese commerciali e a seguirne le medesime tendenze: specializzazione, crescita, espansione nei mercati internazionali - scrive De Raho - e rapporti con altre realtà economiche". Tutto merito delle opportunità offerte dall'internazionalizzazione dei mercati commerciali e finanziari e dai progressi scientifici e tecnologici "che hanno permesso alle 'ndrine di proiettare la loro influenza su aree territoriali sempre più vaste".
De Raho: "La mafia foggiana primo nemico dello Stato" - Con un cambio di approccio nell'aggressione ai mercati. Dice De Raho: "che la mafia calabrese non si limita soltanto a svolgere una funzione vessatoria e parassitaria sulle imprese e sull'economia legale, ma è essa stessa impresa in grado di condizionare il mercato garantendo l'erogazione dei servizi richiesti dai mercati legali in maniera estremamente vantaggiosa". Aggiunge: "La notevole forza corruttiva ha trasformato l'organizzazione in una holding economico-finanziaria".
Quali siano poi gli strumenti che hanno permesso questo salto generazionale e fattuale che ha sancito la supremazia della 'ndrangheta su tutte le altre mafie tradizionali è presto detto: "Il controllo di buona parte del consenso, sociale prima, politico poi - spiega De Raho nella relazione - costituisce la forza principale dell'associazione criminale ormai non solo più in Calabria, ma anche in diversi territori del Nord: Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e valle d'Aosta". E se cambia la 'ndrangheta cambiano - al pari - gli approcci investigativi: "Che più che seguire le orme degli affiliati al sodalizio, sono attratte dai flussi di denaro, dall'analisi delle numerose attività economiche sorte dal nulla e dalle figure professionali od imprenditoriali che li movimentano" precisa il Procuratore.
Ecco spuntare dunque i professionisti, avvocati, commercialisti, imprenditori. De Raho cita tre indagini. Quella di Nicola Gratteri e Antonio De Bernardo che ha portato in carcere - e oggi a giudizio nella Maxi aula bunker di Lamezia Terme "alcuni professionisti, in particolare avvocati, che hanno dato un notevolissimo apporto alle attività dei sodalizi, tanto da esserne stati ritenuti concorrenti esterni ed in alcuni casi addirittura partecipi".
È il caso di Giancarlo Pittelli, ex senatore della Repubblica i cui contatti e supporti al potente clan dei Mancuso di Vibo Valentia hanno riempito le pagine dell'inchiesta Rinascita Scott. C'è ancora il caso di Fabio Pompetti "avvocato e faccendiere, referente dei Bellocco in Argentina, a Buenos Aires, il quale - si legge nella relazione della Dna - ha svolto un ruolo importante con riguardo all'acquisto di un carico di cocaina, ma si è anche prodigato per la necessità di far giungere con urgenza in Uruguay almeno 50 mila euro, per far scarcerare, anche corrompendo pubblici ufficiali, Rocco Morabito, detto "Tamunga", arrestato nel settembre 2017 dopo essersi sottratto per oltre 20 anni alla giustizia italiana ma, guarda caso facilmente evaso, nel giugno 2019, dal carcere di Montevideo".
Infine "va menzionata l'applicazione della misura interdittiva ad un legale del foro di Torino che, dietro compenso, aveva avvisato i principali associati dell'esistenza del procedimento e delle attività di intercettazione in atto" scrive la Dna. "Dalle indagini è emerso come un professionista mantenesse ottimi rapporti con apparati istituzionali ed esponenti della Polizia Giudiziaria, e come dunque fungesse da tramite rispetto al sodalizio. Il suo ruolo veniva avallato anche da Antonio Agresta (ritenuto tra i capi assoluti della 'ndrangheta in Piemonte ndr), che - informato dal figlio in merito ai rapporti con il legale - sottolineava la necessità di mantenerli".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 10 febbraio 2021
Alta tensione e proteste nel carcere di Secondigliano: ma la situazione contagi è sotto controllo. Nel carcere di Secondigliano la situazione dei contagi è sotto controllo. A preoccupare non sono tanto il numero dei positivi ma la tensione che si sta spargendo tra i detenuti e soprattutto tra i loro familiari. Preoccupano le voci che circolano e i colloqui diradati per la pandemia rendono ancora più difficile le comunicazioni. Così è aumentata l'apprensione tra i familiari e all'interno dello stesso carcere.
"Si stanno susseguendo sempre più spesso delle battiture e proteste - racconta il garante dei detenuti del comune di Napoli Pietro Ioia - ma la situazione dei contagi a Secondigliano è abbastanza sotto controllo". A rendere tesa l'atmosfera è l'insofferenza di alcuni detenuti che magari hanno contratto il Covid o che hanno avuto contatti con persone positive e che sono sottoposte a isolamento in attesa di guarigione o precauzionale. Non è certamente cosa semplice sopravvivere reclusi in celle anguste dovendo rinunciare anche ai pochi momenti d'aria e questo sta creando qualche disagio.
Da qualche giorno circola sui social un video in cui si vede Salvatore Basile, detenuto a Secondigliano. Durante una videochiamata con la famiglia denuncia le pessime condizioni in cui stanno vivendo i detenuti. "Quindici giorni fa c'è stata una persona con il Covid e ci tengono chiusi in stanza. Dicono che è per prevenzione del Covid. Ma siamo stati tutti insieme eppure chiudono in stanza solo noi della quarta sezione", dice.
"Uno dei poliziotti penitenziari ci ha minacciati dicendo che dobbiamo stare in stanza senza protestare". Poi gira lo smartphone e mostra i corridoi del penitenziario dell'ala dove si trova recluso. "Vi faccio vedere la sezione - dice - casini non ce ne sono, ci minacciano inutilmente. Noi abbiamo sbagliato e siamo qui per pagare ma non vogliamo farlo con la dignità che è la cosa più importante per un uomo".
"Spero che Mattarella o il ministro della Giustizia vengano a vedere come siamo messi in questi carceri - continua il video - Dicono che le prigioni sono come alberghi ma non è così". E mostra la sua cella e soprattutto il bagno, senza finestra e con l'aeratore che dice di essere rotto. "Dal 17 novembre che ho contratto il virus non sono più uscito da questa cella. Spero che il mio appello possa arrivare lontano", conclude. Dal carcere di Secondigliano confermano che la situazione dei contagi è sotto controllo proprio grazie all'applicazione di tutte le misure tra cui l'isolamento precauzionale e sanitario che ha permesso di abbassare nettamente il numero dei contagi. Vengono fatti screening ordinari ed è posta molta attenzione nel far rispettare le norme anti contagio. Dal bollettino diramato dal Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello, a Secondigliano risultano 20 contagiati tra i detenuti e 23 tra gli agenti.
di Federico D'Agostino
comune.torino.it, 10 febbraio 2021
È durato sei giorni lo sciopero della fame di alcune detenute del "Lorusso e Cutugno" di Torino. La protesta, iniziata il 20 gennaio, si è conclusa anche grazie all'intervento della Garante per i diritti delle persone private della libertà del Comune di Torino, Monica Cristina Gallo, che ha incontrato le donne nel carcere torinese, dopo aver appreso la notizia.
Tutto era nato dall'impossibilità di ottenere colloqui con i familiari nel periodo in cui il Piemonte era considerata zona arancione, per l'emergenza sanitaria. Il Dpcm, infatti, non contempla, tra le visite ai familiari, gli incontri di congiunti residenti in un comune diverso da quello nel quale si trova l'istituto di pena. La vicenda, che si è aggravata anche per l'impossibilità di effettuare videochiamate a causa dell'usura di smartphone e tablet molto utilizzati nel primo lockdown, si è in parte risolta con la sostituzione di nuove apparecchiature e si è normalizzata con il ritorno della Regione in zona gialla. La questione è stata illustrata, ieri mattina, dalla stessa Garante nel corso della riunione congiunta delle Commissioni Contrasto fenomeni di intolleranza e razzismo e Pari opportunità, sotto la presidenza di Daniela Albano.
L'incontro in carcere, ha sottolineato la Garante, è stata l'occasione per fare il punto sulla condizione femminile nella struttura. Ha sottolineato come le istanze emerse siano state immediate inoltrate alla direzione dell'istituto. Le maggiori criticità riguardano situazioni, alcune in realtà già note: la presenza di blatte e topi, la mancanza di acqua calda nelle celle, le griglie fitte oltre le sbarre che, se da un lato impediscono il lancio di oggetti, dall'altro non lasciano filtrare la luce, umidità delle pareti in caso di pioggia. Ma vengono segnalate anche questioni di tipo organizzativo, come la concomitanza dell'ora d'aria con visite mediche o con la doccia, o l'assenza di personale di sorveglianza per un periodo prolungato, in occasione dei cambi turno. Situazioni per alcune delle quali l'amministrazione carceraria ha già posto rimedio mentre su altre vi sono posizioni contrastanti per le quali la Garante stessa svolgerà ulteriori approfondimenti.
Ma c'è chi pensa ovviamente al dopo. Di qui la preoccupazione per la scarsità di progetti di reinserimento. Si sente infine la mancanza di un regolamento dell'istituto. Sarebbe utile, ha sostenuto la Garante, per far conoscere i diritti dei detenuti ma anche le regole da seguire in una struttura che oggi ospita 1.400 persone. A questo proposito, la stessa Garante ha creato un rapporto di collaborazione tra l'università e la direzione del carcere per la stesura del regolamento.
di Roberto Puglisi
livesicilia.it, 10 febbraio 2021
Ci sono quattro contagi nell'altro padiglione del carcere Pagliarelli a Palermo. Cioè in una zona dell'istituto che finora era rimasta indenne dal Covid. È una notizia di oggi e proviene dal monitoraggio che si fa della situazione per via dell'attenzione quotidiana con cui il garante dei detenuti, il professore Giovanni Fiandaca, segue la vicenda. Il carcere è un microcosmo che prevede, per la sua stessa natura, stati d'animo diversi da quelli della vita normale.
Sono sentimenti umani ovviamente esasperati dalla reclusione. Un'esperienza straordinaria come il Covid viene percepita con maggiore pesantezza. Il dato è aggiornato a oggi e la prima parte rappresenta una buona notizia: del vecchio focolaio di positivi ci sono 48 casi da 58 che erano, tra le persone detenute. Rimane sempre intorno alla decina il numero di personale contagiato. Ma, appunto, in una diversa porzione dell'istituto sono saltati fuori quattro positivi.
E questo rappresenta un naturale elemento di preoccupazione. Vale sempre l'invito all'equilibrio del garante: "La consapevolezza del problema esiste. Ai detenuti vorrei dire che non sono abbandonati, che si segue la vicenda con attenzione e sensibilità, costantemente. Per cui, pur comprendendo il momento, consiglierei di avere un po' di pazienza e di evitare di assumere atteggiamenti di protesta che potrebbero pregiudicare anche il calendario della vaccinazione".
chietitoday.it, 10 febbraio 2021
L'Associazione "Voci di dentro" chiede misure alternative per evitare i contagi. Sono almeno 10 i detenuti risultati positivi al virus in questi giorni a Madonna del Freddo. Situazione preoccupante nel carcere teatino di Madonna del Freddo, dove almeno 10 detenuti sono risultati positivi al Coronavirus. Lo segnala l'associazione Voci di dentro, che ha ricevuto la notizia dai alcuni parenti.
"La preoccupazione è molta: la casa circondariale di Chieti - denuncia l'associazione - è vecchia e fatiscente, ci sono celle anche da sei persone, alcune hanno ancora la turca. La promiscuità, l'impossibilità di mantenere le distanze stanno rischiando di mandare in tilt tutto l'istituto di Madonna del Freddo dove sono rinchiuse un centinaio di persone, molte delle quali malate. Nessuna notizia sullo stato di salute del personale, agenti, impiegati, personale della direzione.
Una situazione preoccupante: non ci sono celle per la quarantena, non ci sono stanze dove mettere le persone risultate positive. Una delle ipotesi in via di definizione è lo spostamento di tutti i positivi nella sezione femminile. Al momento la direzione del carcere ha sospeso tutte le attività dei volontari (molto poche a dire il vero) che fino a sabato si tenevano unicamente via Skype".
Per "Voci di dentro Onlus", il rischio di focolai potrebbe essere ovviato con un'organizzazione diversa. "Nel carcere di Chieti, ma succede in tanti carceri in Italia, si continuano a portare in cella persone con una pena di pochi mesi o persone che devono scontare carcerazioni per reati compiuti anche dieci anni fa. Uno tra tanti il caso di un detenuto che è stato portato in carcere a Chieti per una pena di pochi mesi, si è fatto la quarantena, poi è stato messo fuori. È normale tutto ciò? Per noi la risposta è no. E le conseguenze oggi si vedono: sovraffollamento, poca sicurezza, e adesso anche il contagio di una decina di persone che potrebbero finire in ospedale e intasare ancora di più il sistema sanitario con ospedali ormai al completo".
Voci di dentro chiede soluzioni alternative, come la messa in prova, i lavori di pubblica utilità i domiciliari per tutte le persone con pene sotto i tre anni, così come tutti coloro che hanno più di 70 anni, i malati, le donne (qualche migliaio dentro per reati spesso minori), le persone con dipendenze gravi, i bambini.
di Cecilia Capanna
ildigitale.it, 10 febbraio 2021
Il carcere di Rebibbia senza acqua per tutta la giornata di ieri mentre all'interno del penitenziario è attivo un focolaio di Covid. È successo ieri. Per tutta la giornata il carcere di Rebibbia senz'acqua mentre continua a diffondersi il Covid all'interno delle mura della Casa circondariale di Roma. I detenuti in protesta.
Perché Rebibbia senza acqua - La rottura di una conduttura sulla Tiburtina avrebbe causato la mancata erogazione del servizio Acea lasciando il carcere di Rebibbia senza acqua, oltre che una parte della zona di Ponte Mammolo. I tecnici hanno lavorato per ore e sono riusciti a ripristinare il servizio solamente alle 22 di ieri sera. L'acqua però sarebbe uscita marrone per parecchio tempo e i detenuti non hanno potuto lavarsi per tutto il giorno di ieri fino a stamattina.
La protesta dei detenuti - Per tutta la giornata i detenuti di Rebibbia senza acqua hanno protestato per non potersi lavare e per la compromissione dell'igiene di tutto il carcere dovuta alla mancanza di acqua in piena pandemia. Nel carcere infatti è scoppiato un focolaio di Covid ormai da una decina di giorni e l'igiene personale e degli ambienti è quanto mai fondamentale.
La rabbia e la paura si aggiungono alla frustrazione di non poter vedere i propri congiunti, infatti a causa della pandemia tutti i colloqui nelle carceri sono stati sospesi. Fino a qualche giorno fa erano 110 i contagiati da Covid-19 all'interno della casa circondariale di Rebibbia, 5 gli ospedalizzati e probabilmente il numero è salito. Sono aumentate infatti le sezioni che sono state chiuse. I detenuti hanno l'obbligo di indossare le mascherine quando si spostano da una sezione all'altra ma sembra che possano toglierle all'interno della propria sezione. E mentre si rende urgente e prioritaria la vaccinazione della popolazione carceraria, sembra che le mascherine fornite dall'amministrazione del carcere non siano sufficienti e che i detenuti non possano cambiarle per più giorni.
Le condizioni di vita in carcere - Il fatto di Rebibbia senza acqua si somma ai moltissimi disagi della vita in carcere. Restare chiusi all'interno di un penitenziario è una delle esperienze più traumatiche che un essere umano possa vivere. Il detenuto viene disumanizzato, la sensibilità delle persone viene violata continuamente fino a paralizzarsi, lasciando il posto a rabbia e depressione. Il carcere dovrebbe essere un luogo di recupero e invece è il luogo principe della violenza, quella fisica, quella verbale, quella psicologica. La mortificazione e la frustrazione accompagnano le giornate di persone che hanno sbagliato ma a cui non viene data l'opportunità di imparare dai propri errori. la domanda è sempre la stessa: quanto tempo ancora dovrà passare perché la società e le istituzioni mettano veramente in pratica il concetto di rieducazione?
di Simone Gussoni
nursetimes.org, 10 febbraio 2021
Il neo-dottore sta scontando una pena detentiva di dodici anni nella casa circondariale "Giuseppe Panzera" di Reggio Calabria. Ha sostenuto tutti gli esami a distanza. Un giovane detenuto, recluso nella casa circondariale "Panzera" di Reggio Calabria, ha coronato il sogno di conseguire la laurea in Infermieristica. Il neolaureato, 25enne, si chiama Francesco Leone e sta scontando una pena detentiva della durata di 12 anni per associazione mafiosa. La laurea è stata rilasciata dal dipartimento di Medicina clinica e sperimentale dell'Università di Messina.
L'uomo ha potuto usufruire dell'opportunità concessa ai detenuti che decidono di seguire un corso universitario. Grazie al supporto di educatori e del personale della polizia penitenziaria, ha potuto portare a termine l'intero percorso didattico. Ha sostenuto tutti gli esami a distanza con un sistema di videoconferenza in collegamento con la commissione esaminatrice. La sua tesi è intitolata L'infermiere e la prevenzione delle infezioni correlate all'assistenza. Importante l'aiuto della professoressa Maria Caruso, relatrice dell'elaborato.
"Ho il dovere di ringraziare - ha dichiarato il neo-dottore - la direttrice della casa circondariale "Giuseppe Panzera" di Reggio Calabria, Carmela Longo, gli educatori e l'intero corpo di polizia penitenziaria, che mi hanno dato la possibilità di raggiungere questo importantissimo obiettivo, fondamentale per il mio futuro una volta che avrò pagato il mio debito con la giustizia. Un altro grazie va ai miei genitori, che nonostante tutto mi hanno dato ancora una volta fiducia, sostenendomi e accompagnandomi in questa straordinaria avventura, in attesa del giudizio di appello iniziato proprio il 28 marzo".
milanotoday.it, 10 febbraio 2021
Un progetto culturale sperimentale rivolto ai giovani del carcere minorile Beccaria di Milano per avvicinarsi alla musica intesa come linguaggio non verbale e, attraverso di lei, al mondo delle emozioni: si chiama "Swimmer" ed è stato pensato dal Cpm Music Institute e da Suoni Sonori col sostegno di Fondazione Cariplo.
"L'iniziativa - si legge in una nota - mette al centro dell'attenzione ciò che per ogni giovane adolescente si può paragonare all'acqua per le piante: la musica da sentire". L'obiettivo è favorire "il passaggio da un ascoltatore distratto ad un sentire più vivo". Il lavoro verrà svolto da educatori e operatori in sinergia con le attività di tipo culturale e artistico già presenti nel carcere.
"Swimmer - spiega Franco Muffida del Cpm - è un progetto culturale educativo basato sull'ascolto. Mette al centro il ruolo della musica e del suono, oltre il suo consueto uso espressivo o ricreativo. È frutto di un lavoro di una decina di anni, durante i quali si è osservato il rapporto tra la sensibilità degli ascoltatori e ciò che di emotivo veniva trasmesso dalla comunicazione non verbale, ovvero i contenuti e le intenzioni emotive della musica strumentale di ogni genere e stile". I primi laboratori che sperimentavano i poteri emotivi dell'intervallo musicale risalgono al 1988: per la prima volta in Italia nel carcere di San Vittore si videro formazioni corali e chitarre nelle celle.
La musica non è più quindi solo intesa come elemento espressivo legato alla parola, utilizzata per manifestare rabbia o disagio, ma come nutrimento intimo. Ai giovani detenuti verranno fatti ascoltare brani di musica strumentale di tutti i generi e stili, suddivisi a seconda degli stati d'animo, raccolti in una audioteca chiamata Co2, un progetto già collaudato nelle carceri per adulti a partire dal 2013 e realizzato con l'Università di Pavia, la Siae e il Ministero della Giustizia.
- Bologna. "Un ponte di storie" per raccontare emozioni dentro e fuori il carcere
- L'Aquila. Partito il piano vaccinale alla Polizia penitenziaria, prime dosi già somministrate
- Livorno. La storia delle Pecore Nere, la squadra dei detenuti del carcere "Le Sughere"
- Potenza. Teatro in carcere: al via un percorso di formazione e approfondimenti online
- Modena. "Teatro in Carcere. Scambi di pratiche per nuovi approdi"










