di Oriana Mariotti
interris.it, 12 febbraio 2021
Sulla situazione delle carceri italiane durante la pandemia da Covid-19, intervista di Interris.it a Rita Bernardini, politica italiana, membro del Consiglio Generale del Partito Radicale ed ex deputata, che con l'iniziativa non violenta "Memento" chiede un modello di riforma della Giustizia democraticamente scelto dai cittadini.
di Errico Novi
Il Dubbio, 12 febbraio 2021
Ci sono due frasi che possono fare la differenza sulla giustizia. Una è di Rita Bernardini. Ieri la dirigente radicale, in un'intervista al Dubbio, ha detto di essersi "commossa" quando ha scorso l'appello rivoltole da decine di parlamentari affinché interrompesse lo sciopero della fame. Soprattutto quando ha letto il nome del primo firmatario: Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia e, soprattutto deputato del Movimento 5 Stelle. Trovarlo dalla parte di chi, come Bernardini, si batte per riportare la dignità nelle carceri anche con misure che ne deflazionino gli ingressi, è in effetti sorprendente.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 12 febbraio 2021
Difficile mettere d'accordo Fi e M5s su una riforma. Verso un'ordinaria amministrazione di "alto livello". E se alla fine sul tema cruciale della Giustizia il nascente governo Draghi dovesse rifugiarsi nell'unica riforma in grado di non scontentare nessuno, ovvero nessuna riforma? È questo l'interrogativo che nelle ultime ore sta prendendo piede tra gli addetti ai lavori, man mano che il cammino dell'esecutivo tecnico dell'ex governatore di Bankitalia sembra avviarsi al successo.
È vero che la linea del "non fare" appare difficilmente compatibile con il profilo di Draghi. Ma è altrettanto sicuro che per il neopremier riuscire a convogliare su un progetto comune le molte anime della sua maggioranza appare impossibile: perché su nessun tema le linee dei partiti pronti a votare la fiducia divergono quanto sul tema della giustizia.
Draghi lo sa, e sa anche che proprio sul tema della giustizia si sono inabissati una sfilza di governi. Così potrebbe convincersi che l'unica strada sia lasciare al suo governo la gestione dell'ordinaria amministrazione: una routine di alto profilo, soprattutto se al ministero dovesse approdare Marta Cartabia; e comunque un compito arduo, perché il disastro è tale che anche garantire il decoroso funzionamento di tutti i tribunali grandi e piccoli del Paese sarebbe un successo epocale. Ma che lascerebbe irrisolto il tema delle riforme strutturali senza le quali la giustizia continuerà a essere una palla al piede della modernizzazione del Paese. Sul fonte del processo civile, che sta particolarmente a cuore a Draghi, quanto nel settore penale.
La linea che il presidente incaricato starebbe elaborando non rinnega la necessità di queste riforme, ma ne lascia la responsabilità al Parlamento. Sarà lì che le forze politiche dovranno trovare l'intesa intorno a interventi in grado di rimettere in sesto il settore. E se non ci riusciranno saranno loro a prendersene le responsabilità.
Se apparentemente questa strategia non fa una piega, in concreto rischia di avere conseguenze spiacevoli. Prima che si possa formare alle Camere una maggioranza su progetti di intervento radicale sulla giustizia rischia infatti di passare del tempo. E nel frattempo si manifesteranno in tutta la loro gravità le conseguenze della "riforma Bonafede" della prescrizione, la misura-simbolo che il ministro uscente ha imposto ai suoi alleati (prima la Lega, poi il Pd) e che è entrata in vigore nonostante le critiche esplicite di tutti i costituzionalisti italiani.
La riforma è in vigore, e tutti i reati commessi dall'inizio di quest'anno sono destinati a non prescriversi praticamente mai. Per scongiurare questo scenario, sono state avanzate due proposte: il "lodo Annibali", dal nome della senatrice di Italia viva che lo ha avanzato, che prevede il rinvio per un anno della riforma Bonafede e il "lodo Conte" (da Federico Conte, di Leu) che ne attutisce gli effetti, con un sistema complicato che distingue tra assoluzioni e condanne. Il Pd l'anno scorso per non litigare con i grillini ha fatto affossare il "lodo Annibali".
Italia viva ha reagito minacciando di votare la proposta d Forza Italia che cancellerebbe la riforma di Bonafede. In questo caos (e con i grillini arroccati a difesa del loro successo) difficile ipotizzare che qualcosa si sblocchi. Più facile che sia la Corte costituzionale, già investita da più ricorsi, a rimettere le cose a posto.
A rasserenare il clima non contribuisce certo l'impatto sul mondo giudiziario del "caso Palamara". Nei giorni scorsi la commissione Antimafia ha deciso di convocare l'ex pm per analizzare le sue accuse: ieri il presidente dell'Antimafia, il grillino Nicola Morra apprende di essere indagato a Cosenza per le frasi (indifendibili) dedicate alla defunta governatrice Jole Santelli. "Sarà certamente un caso", commenta amaro Morra.
di Giacomo Losi
Il Dubbio, 12 febbraio 2021
È iniziato ieri pomeriggio il corso organizzato dal Consiglio nazionale forense, indirizzato ad avvocate e avvocati a cui saranno riconosciuti 18 crediti formativi, sull'inclusività delle persone Lgbti che sono a rischio di discriminazione per motivi di orientamento sessuale, identità di genere e razziali nella società e nelle relazioni professionali.
Il progetto formativo, al quale si sono iscritti oltre 500 legali, si articola in nove lezioni per un totale di venti ore di formazione sulle pratiche di inclusione a favore dei soggetti a rischio di discriminazione, modulate in tre mesi, fino al 29 aprile. La prima lezione è stata introdotta dalla presidente facente funzioni del Cnf Maria Masi, a cui sono seguiti una "lectio magistralis" del presidente emerito del Cnf Guido Alpa e un dibattito sul ruolo dell'avvocatura nella difesa dei diritti fondamentali con il consigliere nazionale Francesco Caia, coordinatore della commissione Diritti umani, Stefania Stefanelli, professoressa associata dell'università di Perugia, Vincenzo Miri, presidente di Avvocatura per i diritti Lgbti Rete Lenford e Hilarry Sedu, consigliere dell'Ordine degli avvocati di Napoli.
"Il corso del Cnf - afferma la presidente Masi - è la prima esperienza di attività integrata, per le pari opportunità, nell'accezione più ampia e in questo caso con riferimento ai diritti umani. Come avvocati reputiamo fondamentale apportare il nostro contributo al tema dell'inclusione e della diversità attraverso non solo la difesa dei diritti ma anche con la promozione degli stessi nella società e nelle relazioni professionali.
Il tema dell'inclusione è da considerarsi, soprattutto oggi, in cui il rischio di affievolimento dei diritti soggettivi è maggiore, un imperativo categorico nell'assolvimento della funzione sociale della avvocatura. Le notizie di cronaca anche recente, purtroppo, - conclude la presidente del Cnf - rinviano a fatti ed avvenimenti non solo non giustificabili nell'ambito della comunità sul piano etico ma gravemente lesivi della dignità umana".
Il tema è poi stato ripreso dal consigliere Francesco Caia - da sempre attentissimo ai temi dei diritti umani - che ha inserito l'iniziativa all'interno di una lunga battaglia del Cnf: "Questo corso - ha infatti spiegato Caia - non poteva che iniziare sul tema dei diritti fondamentali e il ruolo dell'avvocatura. Un ruolo che deve essere valorizzato ed evidenziato, soprattutto ora. Il Cnf da sempre è impegnato nella difesa dei diritti fondamentali. Un tema centrale al livello anche europeo e noi avvocati siamo i difensori naturali dei diritti".
Anche il presidente emerito del Cnf Guido Alpa ha iniziato la sua lectio magistralis sottolineando la continuità dell'impegno, da parte della massima istituzione forense, sul tema dei diritti umani. "Già nel 2010 ha ricordato - il Cnf promosse iniziative che muovevano dai diritti della donna e dei migranti e altre vicende che riguardavano la storia della nostra professione, la storia del Cnf e quelle degli Ordini locali. Mi riferisco alle iniziative assunte nel periodo delle discriminazioni razziali e alla consapevolezza, da parte del Cnf, che quell'epoca storica era costata a molti avvocati la possibilità di esercitare la professione, a volte le libertà e, talvolta, la vita stessa".
"Ecco - ha spiegato Alpa - il Cnf ha preso contatti con le comunità israelitiche, e grazie al lavoro della memoria ha riabilitato tutti coloro che erano stati danneggiati per ridare loro la dignità perduta. E mi piace ricordare - ha continuato Alpa - che l'Ordine di Rovereto per primo ha deliberato di riammettere all'albo un avvocato ebreo che ne era stato cancellato".
"Quando si pone il problema della tutela dei diritti fondamentali legati al ruolo dell'avvocato, nascono problemi di carattere lessicale", ha spiegato Alpa. "Così dobbiamo procedere con delle convenzioni linguistiche per definire esattamente l'area dei diritti di cui parliamo, e che sono oggetto della tutela. Perché dal punto di vista sostanziale queste posizioni soggettive che riguardano la persona possono essere definite in diversi modi. Possono essere qualificate come diritti umani, come diritti fondamentali e come diritti costituzionalmente garantiti.
Divergono invece dal punto di vista processuale, ed è molto importante per l'avvocato che si pone il problema di difendere questi diritti. E a proposito della difesa di questi diritti, si parla di una difesa multilivello perché a seconda della loro qualificazione cambiano le loro forme di tutela e cambia la competenza del giudice che deve pronunciarsi. Tutte le volte che parliamo di diritti fondamentali e umani, se partiamo da una prospettiva processuale, dobbiamo distinguere le diverse categorie e le competenze del giudice".
Poi il lungo e approfondito excursus storico: "I diritti umani hanno una storia secolare: nella Dichiarazione di diritti della Rivoluzione francese si parlava di diritti dell'uomo e del cittadino, e nell'ambito dei diritti dell'uomo si individuavano soprattutto le libertà e la proprietà. Così è avvenuto nelle Costituzioni moderne che collocavano al loro interno o in epigrafe o nel corpo del testo una sorta di elenco dei diritti e delle libertà fondamentali riconosciuti all'uomo in quanto tale.
In altre esperienze abbiamo, per esempio in Germania, la costituzione di Weimar che nel 1919 ha inserito i diritti umani all'interno della Costituzione nelle disposizioni successive, quelle che dipingevano l'organizzazione dello Stato. Le nuove Costituzioni, quelle del secondo dopoguerra, si aprono con le libertà fondamentali.
Mi riferisco alle Costituzioni italiana, tedesca, a quella portoghese e spagnola che sono le più recenti. Nell'ambito di questa categoria ci sono anche le libertà economiche, e tra libertà fondamentali c'è il diritto al lavoro, la tutela delle professioni e la libertà di impresa. E poi tutti quei diritti sociali che riguardano i rapporti di lavoro, i diritti previdenziali e quelle forme di cooperazione e sostegno che lo Stato dà all'individuo in base al principio di solidarietà", ha ricordato ancora il professor Alpa.
"Quando si parla di diritti umani e diritti fondamentali, ci si preoccupa anche della lotta alla discriminazione, tanto è vero che in alcuni testi più recenti - per esempio la Convenzione europea dei diritti umani del 50 - contengono un articolo intitolato "Divieto di discriminazioni", in cui si indicano le ragioni per cui le persone socialmente deboli per religione, orientamento sessuale o per le loro idee possono essere oggetto di discriminazione, quindi di attività che ledono i loro diritti. A questo proposito si parla di minoranze: cioè di gruppi con particolari caratteristiche che appaiono disomogenee rispetto alla maggioranza e dalla maggioranza sono vessati.
Dobbiamo quindi considerare questi diritti non solo come diritti individuali ma come diritti vantati da gruppi, e tutto ciò comporta un bilanciamento dei diritti. Nella nostra tradizione costituzionale questi valori sono tra loro posti in correlazione e tra loro bilanciati. In altri termini il principio di uguaglianza viene osservato dal punto di vista formale e sostanziale: vi possono essere trattamenti differenziati ma sempre che siano giustificati da ragioni particolari e sulla base di questo bilanciamento".
"L'unica Costituzione che non accetta il bilanciamento degli interessi è quella tedesca - ha spiegato Alpa - perché la dignità umana, diritto fondante di tutti diritti della persona, non è bilanciabile con altri, non è negoziabile né deve essere posto in correlazione con altri diritti. È un diritto assoluto e immodificabile e irrinunciabile; la dignità umana nella Carta costituzionale tedesca è il diritto cardine che non può essere limitato o contenuto rispetto ad altri diritti. Nella nostra tradizione la dignità è considerata bilanciabile con gli altri diritti fondamentali".
"Non dobbiamo pensare, e questo è un insegnamento che mi ha lasciato il mio maestro Stefano Rodotà del quale vorrei consigliare a tutti il suo libro straordinariamente coraggioso "Il Diritto di avere diritti", ecco, dicevo, non dobbiamo pensare che una volta che i diritti siano scritti e riconosciuti non richiedano più un'attività di difesa. Si tratta di diritti che si devono riconquistare giorno per giorno perché la struttura sociale, gli orientamenti politici che cambiano possono mettere in gioco e farli retrocedere in un cono di penombra e di minore protezione.
Pensiamo al discorso d'odio, all'hate speech, una forma di manifestazione della discriminazione attraverso i mass media e i social media. E qui gli avvocati avrebbero molto da fare, perché sui media e sui social si susseguono migliaia di documenti anche falsi e questo fenomeno dà la misura della tutela dei diritti di una società in un determinato contesto storico.
Ci siamo chiesti se possiamo intervenire per contenere i fenomeni di discriminazione razziali o che emarginano chi ha un diverso orientamento politico, religioso e sessuale. E la risposta è diversa a seconda dei diversi ordinamenti.
Nel nostro la difesa è garantita perché sono diritti costituzionalmente garantiti. Ma in altri ordinamenti, penso a quello americano, la libertà di espressione prevale e quindi la tendenza è quella di consentire la circolazione di queste fake news", ha chiuso il professo Alpa.
di Angela Stella
Il Riformista, 12 febbraio 2021
La dottoressa Clementina Forleo è una delle tante vittime dei meccanismi di strapotere delle correnti della magistratura: nel libro di Luca Palamara e Alessandro Sallusti, Il Sistema, (Rizzoli) il suo nome è citato undici volte a partire dal capitolo "Chi tocca la sinistra è fuori".
E infatti, come è noto, contro Forleo, ex gip al Tribunale di Milano, ora in servizio in quello di Roma, fu emanato un vero e proprio anatema perché osò sfidare, come sostiene Palamara nel libro, sia la procura di Milano, considerata un "monolite, un fortino delle correnti di sinistra, non espugnabile", "sia la sinistra, nella primavera 2007 al governo".
Clementina Forleo nel luglio 2008 fu addirittura trasferita da Milano a Cremona a seguito di una decisione del plenum del Csm che rilevò una sua incompatibilità ambientale per le dichiarazioni rese alla trasmissione di Michele Santoro Annozero sui "poteri forti" i quali, anche per il tramite di "soggetti istituzionali", avrebbero interferito nelle sue funzioni, proprio mentre da gip si stava occupando dell'inchiesta Bnl-Unipol.
Il Tar prima e il Consiglio di Stato poi accolsero i ricorsi di Forleo che fu reintegrata a Milano. Prima ancora era stata assolta dalla sezione disciplinare del Csm dall'accusa di aver violato i suoi doveri per i contenuti dell'ordinanza con la quale, nel luglio del 2007, chiese alle Camere l'autorizzazione all'uso di intercettazioni che riguardavano alcuni parlamentari, tra cui D'Alema, Fassino e Latorre nell'ambito della stessa vicenda. Insieme ad oltre cento colleghi, Forleo ha firmato qualche giorno fa una lettera in cui si chiede al Procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi e al togato del Csm Giuseppe Cascini, di "smentire in modo convincente" il racconto di Luca Palamara che li ha chiamati in causa direttamente. In questa intervista ci tiene non tanto a fare la diagnosi del male che ha infettato la magistratura quanto a proporre una cura in un dialogo con la politica.
Dottoressa Forleo, Palamara nel suo libro l'ha definita "l'eretica" che ha osato sfidare certi poteri. Alla luce di quanto venuto fuori in questo ultimo anno e mezzo cosa si sente di dire?
Non ho sfidato nessuno, semmai è stato qualcun altro a sfidare me, o meglio il mio operato e con esso l'autonomia e indipendenza della magistratura, senza evidentemente immaginare che a distanza di anni e grazie a un trojan inoculato nel cellulare di uno dei protagonisti di quella e di altre vicende, si potesse pervenire ad una confessione su quanto realmente accaduto. Io ho fatto quello che avrei fatto con qualunque altro potenziale indagato, mettendo inevitabilmente nero su bianco che l'autorizzazione a utilizzare le conversazioni intercettate era necessaria anche per consentire l'iscrizione nel registro degli indagati di taluni parlamentari che all'evidenza risultavano complici dei reati contestati, dato che l'unico elemento a loro carico era costituito da quelle conversazioni. È evidente che l'iscrizione avrebbe dovuto farla l'Ufficio del pm, come è altrettanto evidente che si sarebbe trattato di atto dovuto per il principio di obbligatorietà dell'azione penale, e ciò a prescindere dallo sviluppo successivo del procedimento. Tanto poi non è accaduto, nonostante il Parlamento avesse dato il via libera all'iscrizione, ma io ormai ero stata spedita a Cremona per "deficit di equilibrio": così si giunse a scrivere in quella vergognosa pagina della magistratura italiana. Ora il dottor Palamara ci fa comprendere senza mezzi termini perché dunque costituivo un "pericolo" e che era necessario spostarmi "di peso" in altra sede. Non mi rimane che ringraziare il tempo, che è sempre galantuomo.
Fabrizio Cicchitto ha dichiarato che la sua vicenda, come quella di altri suoi colleghi, mette in evidenza "che nel sistema non c'era solo una sistematica intesa fra le correnti per l'assegnazione dei vari incarichi nella magistratura ma anche almeno dal 1992-1994 fino al 2013 uno scientifico uso politico della giustizia che scientificamente privilegiava la sinistra sia sul terreno dell'attacco sia sul terreno della difesa". È d'accordo?
Posso solo dire che mentre negli anni novanta l'attacco al magistrato libero proveniva solo dall'esterno, ossia dal potere politico, dal 2007 in poi i veri attacchi sono arrivati dall'interno della magistratura associata. Che poi tali attacchi abbiano colpito chi si stava occupando di certe forze politiche "vicine" a certa parte della magistratura, è storia. In altri termini, è saltato il principio costituzionale sancito nell'art.101 anche per volere di alcuni vertici dell'ordine giudiziario.
Il professor Vittorio Manes da queste pagine ha detto: "Bisognerebbe prendere atto che l'amministrazione della giustizia è un "servizio", una "public utility" dove i magistrati sono "civil servant" e i cittadini gli utenti; e che, specie in materia penale, un obiettivo minimo di civiltà impone di assicurare uniformità e parità di trattamento". Quanto siamo distanti da ciò in questo momento?
Nonostante l'impegno dei tantissimi colleghi che amministrano la giustizia nell'unico interesse di rendere un servizio al cittadino, quanto è accaduto a seguito dell'attivazione di quel trojan e a seguito della pubblicazione degli innumerevoli messaggi rinvenuti sul telefono del dottor Palamara ci porta a concludere che siamo lontani anni luce da quel modello di cui parla il professor Manes.
Qualcuno vuole ridurre Palamara a capro espiatorio. Lei cosa ne pensa?
Spero che si faccia chiarezza al più presto su quello che è emerso dall'indagine di Perugia e che il dottor Palamara non sia il solo a pagare, rappresentando all'evidenza uno dei tanti anelli di quella che altri colleghi anche su queste pagine, hanno definito "cupola".
La parola chiave dell'inaugurazione dell'anno giudiziario è stata "credibilità". La magistratura è davvero pronta ad intraprendere il cammino di redenzione o sono solo messaggi di facciata? A suo parere, come si può sconfiggere il "sistema"?
Proprio per il carattere diffuso delle patologie emerse, che hanno investito anche i vertici del potere giudiziario (alcuni dei quali com'è noto, sono stati costretti a dimettersi), ritengo che la cura non possa che provenire dall'esterno. Penso ad una commissione parlamentare d'inchiesta ma penso soprattutto ad una riforma che sottragga l'organo di autogoverno al potere delle correnti, che da centri di confronto culturale si sono via via trasformati in centri di spartizione clientelare del potere, giungendo ad essere complici dell'isolamento del magistrato che osava ed osa pensarla diversamente. Per riacquistare credibilità e per avere la garanzia di magistrati davvero autonomi e indipendenti, io ed altri sempre più numerosi colleghi chiediamo quindi che i componenti del Csm siano eletti in base a candidature non controllate dalle correnti, ma costituite da magistrati estratti a sorte in base a dei criteri prestabiliti, escludendo ad esempio i magistrati più giovani e quelli con censure disciplinari. Ancora, e mi riferisco alle proposte del movimento "Articolo 101", penso anche a un sistema di rotazione degli incarichi direttivi tra i più anziani del singolo ufficio. Era il 2008 quando dicevo che se non si è "sostenuti" da una corrente non si può aspirare a nessuna nomina, a nessun incarico: già allora ero l'"eretica", la "donna dai facili applausi" come qualche signore della magistratura associata mi definì con toni, a mio avviso, misogini. A distanza di oltre dieci anni, la nuda realtà emersa dalla messaggistica del telefono del dottor Palamara, oltre che dalle sue stesse parole, mi conferma che non avevo vaneggiato.
Nessuna riforma è possibile senza la volontà politica: secondo Lei avrà finalmente questo coraggio?
Penso che sia venuto il momento che anche la classe politica tutta "prenda coraggio", anche nel suo stesso interesse, onde evitare che - come si è visto anche in noti messaggi sempre estratti dal telefono del dottor Palamara e concernenti l'allora Ministro dell'Interno - alcune forze politiche possano essere danneggiate dalla "vicinanza" di taluni vertici del potere giudiziario a forze politiche di segno opposto.
Lei in passato, parlando della sua vicenda, ha detto: "Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti". Crede che adesso ci sarà più solidarietà tra voi colleghi danneggiati o il sistema fa ancora paura e nessuno si esporrà?
Ora come allora mi fa paura il "silenzio degli onesti", ossia dei tantissimi magistrati perbene che per i più vari motivi non osano mettersi contro il "sistema". Capisco i più giovani e i loro timori, ma mi rimane incomprensibile il silenzio di chi non ha nulla da temere. Qualcuno ci accusa di fare il gioco del "nemico" e di contribuire a gettare fango sulla categoria: mi chiedo, ironicamente, a quale "nemico" e a quale "tipo" di fango ci si riferisca. Concluderei lanciando un messaggio ai giovani colleghi e citando una famosa frase di Indro Montanelli: "Non esitate a lottare per quello in cui credete. Perderete, come ho perso io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne: quella che ingaggerete ogni mattina di fronte al vostro specchio".
di Matilde Siracusano*
Il Riformista, 12 febbraio 2021
Mi stupisce osservare che lo scandalo Palamara, esploso con l'uscita del libro-bomba di Alessandro Sallusti, stia giorno dopo giorno sfumando i suoi contorni. L'attenzione mediatica sembra adesso si stia concentrando sul problema relativo alle ingiustizie subite dai magistrati in contrasto con le correnti e sugli effetti nefasti del disallineamento ai partiti del Csm, che ha compromesso la carriera di molti giudici che oggi si sentono legittimati alla ribellione collettiva contro il sistema malato del quale fanno parte.
Si tratta di dinamiche e retroscena deprecabili, soprattutto perché il concetto di indipendenza della magistratura dovrebbe essere una precondizione assoluta, ma ciò che dovrebbe suscitare vero terrore è l'ingerenza politica nel Csm e soprattutto l'ingerenza della magistratura nella politica. Come si coniuga questa commistione di interessi con l'attività giurisdizionale, con le sentenze e con le inchieste eclatanti? Com'è possibile che non siano stati aperti fascicoli per indagare su questi fatti dettagliati nelle dichiarazioni rese da Palamara, che hanno tutte le sembianze delle confessioni di un pentito?
Come si fa a non vedere chiaramente che in certi casi la legge non è uguale per tutti? Se le rivelazioni di Palamara avessero investito politici o imprenditori ci sarebbe stata una maxi inchiesta con titoloni da Colossal americano e con centinaia di interviste pop di Pm sullo sfondo di trailer editati con effetti cinematografici.
Da giorni osservo trasmissioni televisive che ospitano Palamara ed altri magistrati i quali denunciano gli inciuci torrentizi che hanno compromesso le loro carriere, ma che glissano totalmente sulla questione centrale: quanti innocenti sono stati coinvolti ingiustamente in procedimenti viziati da logiche ben lontane dalla ricerca della verità e della giustizia? Quanti leader politici sono stati perseguitati perché ritenuti nemici del sistema?
Se è realistico che "un procuratore della Repubblica con un paio di aggiunti svegli ed un ufficiale di polizia giudiziaria bravo e ammanicato con i servizi segreti insieme ad un paio di giornalisti amici hanno più potere del Parlamento, del premier e del governo", allora l'indignazione collettiva non è affatto sufficiente.
Serve un'operazione verità che rivoluzioni un sistema di potere smisurato che ha fatto e continua a fare a pezzi la nostra democrazia ed occorre urgentemente una commissione parlamentare d'inchiesta perché chi rappresenta le istituzioni democratiche ha il dovere di intervenire per preservarle. In fondo, non sarebbe peccato mortale se per una volta fosse la politica ad indagare sulla magistratura ma forse lo strumento idoneo all'assoluzione affinché la degenerazione del potere giudiziario non diventi il peccato originale.
*Deputata di Forza Italia
di Nello Trocchia
Il Domani, 12 febbraio 2021
Cento magistrati contro Giovanni Salvi che guida la procura generale della Cassazione, procura che, a metà dicembre, ha incassato anche una sconfitta davanti al tribunale amministrativo per un ricorso presentato dall'ex giudice Esposito.
Giovanni Salvi, oggi, è al vertice della magistratura italiana, è il procuratore generale della corte di Cassazione. A gennaio, insieme al capo dello Stato Sergio Mattarella, ha inaugurato l'anno giudiziario. Salvi ha una lunga carriera alle spalle, pubblica accusa in processi importanti, è stato procuratore a Catania, poi procuratore generale a Roma prima di diventare procuratore generale in Cassazione. Proprio il suo ufficio promuove il giudizio disciplinare contro i magistrati protagonisti delle chat con Palamara, ma ora Salvi è al centro di uno scontro tra toghe.
Non ci sono solo gli episodi raccontati da Palamara e che hanno scatenato la reazione di alcuni magistrati, che fanno parte del movimento Articolo 101, ma c'è anche un'altra contesa aperta dal giudice, oggi in pensione, Antonio Esposito, il presidente della sezione feriale della Cassazione che ha condannato, nel 2013, Silvio Berlusconi.
A metà dicembre il tribunale amministrativo regionale del Lazio ha bocciato la condotta della procura generale che aveva negato l'accesso agli atti all'ex giudice Esposito. La vicenda inizia nel 2014 quando Amedeo Franco, relatore della sentenza che condanna Silvio Berlusconi, firma un'altra sentenza che sconfesserebbe, a detta di Franco, quella sull'ex cavaliere. Franco, proprio nel 2014, incontra Berlusconi che aveva condannato un anno prima. La presidenza della corte di Cassazione smentisce le affermazioni del Franco ritenendo che i due casi non erano affatto analoghi ed evidenziando che "alcune espressioni erano palesemente superflue rispetto al tema della decisione".
Esposito presenta un esposto contro Franco. Anni dopo, quando giornali e tv citano la sentenza Franco per denunciare la presunta parzialità del collegio che ha condannato Berlusconi, Esposito chiede alla procura generale l'accesso agli atti per conoscere l'esito dell'esposto presentato per mettere al corrente la corte Europea dei diritti dell'uomo dove pende il ricorso berlusconiano e dare corpo alle denunce presentate anche in sede penale per diffamazione.
Quella richiesta di accesso agli atti diventa un caso perché ha aperto uno scontro a colpi di ricorsi che non si è ancora chiuso. La procura generale deve consegnare gli atti, in nome della trasparenza, oppure mantenerli riservati visto che riguardano un procedimento disciplinare?
Nel luglio 2020, Luigi Salvato, procuratore generale aggiunto, firma il diniego: il ricorrente Esposito non può accedere alle carte relative all'esposto che ha presentato, ma soltanto conoscere che è stato definito. Definito come? Non è dato sapere.
Per motivare questa decisione la procura generale fa riferimento a diverse sentenze della giurisprudenza amministrativa che negherebbero l'accesso agli atti relativi al procedimento disciplinare. L'avvocato di Esposito, Alessandro Biamonte, presenta un ricorso che viene accolto dal tribunale amministrativo. "Le pronunce del Consiglio di Stato che la difesa erariale (la procura generale, ndr) invoca a sostegno della legittimità del diniego in questa sede impugnato depongono in senso esattamente contrario", scrivono i magistrati amministrativi lo scorso dicembre, insomma la procura generale ha letto le sentenze della giustizia amministrativa, ma senza coglierne la sostanza.
Per il tribunale l'istanza di Esposito non ha natura conoscitiva, ma si basa su esigenze difensive. Alla fine gli atti sono stati concessi a Esposito, si tratta di un pronunciamento di poche pagine nel quale la procura generale archivia il caso Franco, senza neanche aprire il procedimento disciplinare, perché ormai, passati alcuni mesi dalla presentazione dell'esposto, Franco era andato in pensione. Contro la sentenza del tribunale amministrativo, la procura generale ha presentato ricorso al consiglio di Stato per tornare a un regime di 'riservatezza' su questi atti visto che secondo la procura le sentenze della giustizia amministrativa confermano il vincolo della segretezza. Al tema il procuratore Salvi ha dedicato anche una parte del suo intervento durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario.
"Un altro aspetto che merita esame è costituito dalla segretezza della fase predisciplinare, segretezza che comprende anche gli esiti delle valutazioni. Per superare questo regime, almeno in termini generali, e per consentire la piena trasparenza delle attività dell'Ufficio, si è prevista la pubblicazione sul sito della procura generale delle massime dei decreti di archiviazione più significativi, così da consentire ai magistrati e all'opinione pubblica di conoscere le ragioni delle azioni in sede predisciplinare", si legge nell'intervento.
L'altro fronte aperto che riguarda Salvi è il libro di Palamara: l'ex magistrato menziona presunti incontri, uno su una terrazza romana, con l'attuale procuratore generale della corte di Cassazione per parlare proprio del futuro di Salvi. A proposito delle chat inviate dalla procura di Perugia riguardante il caso Palamara e le raccomandazioni di diversi magistrati, lo scorso giugno, il procuratore Salvi, firma una circolare nella quale viene trattata la materia degli illeciti disciplinari escludendo i comportamenti finalizzati all'autopromozione "anche se petulante, ma senza la denigrazione dei concorrenti o la prospettazione di vantaggi elettorali".
A fine gennaio, 97 magistrati firmano una lettera indirizzata al procuratore Giovanni Salvi e al consigliere del Csm Giuseppe Casini, anche quest'ultimo al centro dei racconti di Palamara. "Secondo quanto riportato nel libro, l'attuale procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, in almeno due occasioni avrebbe incontrato in privato e su sua richiesta il Luca Palamara, all'epoca componente del Csm, per caldeggiare la propria nomina a importantissimo incarico pubblico (...) Ove veri, gettano un'ombra inquietante sia sui loro asseriti protagonisti che sulla sorprendente circolare dello stesso Procuratore Generale che assolve per principio chi raccomanda se stesso per incarichi pubblici e chi quella raccomandazione accetta", scrivono i magistrati chiedendo a Salvi di smentire i fatti o dimettersi dalle cariche ricoperte.
"Chi, come Salvi, occupa un ufficio pubblico di rilevantissima importanza (si tratta di uno dei due soli titolari - insieme al ministro della Giustizia - del potere di azione disciplinare nei confronti di tutti i magistrati) non può rimanere in silenzio dinanzi a una accusa del genere", dice Felice Lima, sostituto procuratore generale a Messina, e firmatario della lettera.
"Quando l'organo disciplinare è monocratico e ha un potere di "cestinazione" delle notizie costituenti illeciti disciplinari deve avere una condotta irreprensibile. Proprio l'organo di vertice avrebbe adottato, secondo quanto emerso dal libro di Palamara, condotte da un punto di vista deontologico censurabili.
Noi già sapevamo della presenza di pacchetti di nomine, di giochi falsificati, alla luce di tutto questo è inaccettabile che l'ufficio di procura generale, in una circolare, assolva quelli che si raccomandano. E anche l'Anm (associazione nazionale magistrati, ndr), che tace su questa vicenda, rischia di comportarsi come un sindacato giallo", dice Andrea Reale, giudice delle indagini preliminari a Ragusa, componente del comitato direttivo centrale dell'Anm. Il procuratore generale Giovanni Salvi, contattato dal Domani, sulle questioni riportate, non ha voluto commentare.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 febbraio 2021
Che il carcere di Poggioreale sia ad alta complessità sanitaria è un dato di fatto. Così come è un dato di fatto che l'emergenza Covid 19 ha messo a nudo quanto sia difficile la gestione sanitaria visto l'evidente sovraffollamento. Come in altri penitenziari, Poggioreale ha avuto periodi nei quali il contagio si era diffuso tra la popolazione penitenziaria tanto da raggiungere nel mese di novembre un totale di 180 casi. Importante l'intervento del garante locale Pietro Ioia e di quello regionale, Samuele Ciambriello, nel denunciare le problematiche emerse e, soprattutto, nel sensibilizzare la magistratura di sorveglianza e le procure, affinché si impegnino per limitare gli ingressi in carcere.
Interventi decisivi anche per gli agenti penitenziari che si ritrovano ad affrontare le difficoltà denunciate anche dai sindacati, tra i quali il Sappe. Il carcere di Poggioreale, d'altronde, costruito agli inizi del secolo scorso risente quindi della corrispondenza del complesso architettonico a un modello di esecuzione della pena meramente custodiale: per questo è del tutto diverso da quello che si vorrebbe attuato in base all'Ordinamento penitenziario. Nonostante i lavori e l'apertura di nuovi padiglioni, rimane difficile la sua compatibilità con le esigenze trattamentali. A questo, aggiungiamo il fatto che, nonostante sulla carta sia una casa circondariale, destinata quindi alle persone in attesa di giudizio con pene inferiori ai 5 anni, ci sia un numero cospicuo di detenuti con una sentenza definitiva o mista. Un fattore destabilizzante che anche il Sappe denuncia.
Ma ritornando all'emergenza sanitaria, nonostante le evidenti difficoltà strutturali, la direzione del carcere di Poggioreale, in sintonia con la Asl, ha gestito in maniera efficiente le criticità. Ed è stato proprio il garante del comune di Napoli Pietro Ioia a metterlo nero su bianco nel dossier annuale.
Nel paragrafo relativo all'emergenza epidemiologica da Covid-19, sono state enunciate tutte le misure adottate dalle Amministrazioni penitenziarie napoletane - quella di Poggioreale compresa per fronteggiare la possibilità di contagi negli istituti. Leggiamo, infatti, che con il diffondersi del virus, l'assetto organizzativo delle carceri napoletani ha risposto all'emergenza epidemiologica su più fronti.
Il personale penitenziario e i detenuti sono stati forniti di dispositivi di protezione individuale e sono stati sanificati gli spazi (camere di detenzione, aree comuni e del personale). È stata implementata la presenza degli operatori sanitari: tre psicologi in più a Poggioreale e uno a Secondigliano, mentre a Nisida sono stati aggiunti due Operatori socio-sanitari de è stata ampliata la copertura oraria della guardia medica e infermieristica.
Si legge sempre nel dossier del garante Pietro Ioia, che a marzo la Protezione Civile ha provveduto al montaggio delle tensostrutture presso gli Istituti di Poggioreale, Secondigliano e Nisida, installate all'ingresso per permettere lo svolgimento dei controlli sui detenuti "nuovi giunti", sugli arrestati e su quelli provenienti da altre carceri.
Il protocollo per questi detenuti prevede tuttora la quarantena cautelativa di 14 giorni; questa viene effettuata nei reparti Venezia e Firenze a Poggioreale e nel reparto semiliberi di Secondigliano, adattati per fronteggiare adeguatamente l'emergenza.
Gli istituti hanno previsto anche l'installazione di termo-scanner e l'uso di termometri a infrarossi per il triage di ingresso di tutto il personale penitenziario (tra cui polizia, personale medico, giuridico- pedagogico e amministrativo, avvocati, magistrati, volontari, garanti e loro collaboratori). Anche i familiari dalla data di ripresa dei colloqui con i detenuti, a maggio, si sottopongono al triage di ingresso in carcere; si sottolinea che nei parlatori tra i ristretti e i loro cari c'è un mezzo divisorio tale da coprire il viso delle persone a colloquio e non permettere contatti fisici interpersonali. A marzo nelle carceri sono iniziati i primi test sierologici e i tamponi mononucleari.
di Carlo Ciavoni
La Repubblica, 12 febbraio 2021
Presentato oggi il rapporto all'interno di una giornata di studio dedicata all'argomento. Il progetto React per sviluppare legami collaborativi tra gli attori della comunità educante. Contrastare la povertà educativa in diversi territori italiani lavorando su due livelli: da una parte rafforzando gli adolescenti, soprattutto quelli più vulnerabili; dall'altro, potenziando i soggetti che rappresentano, a vario titolo, le risorse educative sul territorio e facilitando le loro relazioni.
È un po' questo l'obiettivo che WeWorld - organizzazione italiana che difende da 50 anni i diritti di donne e bambini in 27 Paesi del mondo inclusa l'Italia - mira a raggiungere attraverso l'istituzione della figura del Community Worker, nata all'interno del progetto React (Reti per educare gli adolescenti attraverso la comunità e il territorio), selezionato da Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, attivo in diversi territori italiani a rischio di dispersione scolastica, dai quartieri Bicocca-Niguarda di Milano, ai quartieri di Santa Teresa-Pirri e Sant'Elia a Cagliari, da San Basilio a Roma, al quartiere Borgo Vecchio di Palermo.
Il welfare di comunità. È una scelta per rigenerare legami sociali e costruire nuove opportunità per tutti: il Community Worker (CW) rappresenta infatti un facilitatore comunitario che sviluppa legami collaborativi tra gli attori della comunità educante, ponendosi come un ponte tra insegnanti e operatori sociali da un lato e famiglie, volontari e cittadini dall'altro, affinché diventino una risorsa per rispondere ai bisogni dei giovani. Si tratta di una figura che lavora per creare una rete capillare e coesa di adulti che saranno un riferimento positivo nel percorso di crescita degli adolescenti, coinvolgendo le famiglie e rafforzandole nelle competenze genitoriali, promuovendo occasioni di supporto, cura, animazione e socializzazione nel territorio.
Una figura presente in 10 territori. La figura del Community Worker è presente in ciascuno dei 10 territori coinvolti nel progetto React, con il compito di facilitare le relazioni e attivare processi e strategie che portino alla costruzione di una comunità educante, in cui i cittadini che abitano il territorio possano diventare soggetti attivi del cambiamento. "Il lavoro del Community Worker vuole andare ad incidere sulle persone e sui gruppi che costituiscono la comunità educante di un territorio, in vista di un cambiamento sociale che possa produrre maggiore partecipazione ai processi.
Le molteplici dimensioni. Le dimensioni da prendere in considerazione sono quindi molteplici, a cominciare da un approccio di fondo che cerchi di indagare e descrivere la visione di società, i valori e le credenze che sono alla base della vita sociale dei territori in cui si articolano gli interventi del progetto", ha spiegato Elena Caneva, coordinatrice del Centro Studi di WeWorld - "Il Community Worker tenta di individuare e creare delle alleanze in primo luogo tra quei soggetti e che si dichiarino interessati ad un autentico percorso a garanzia e sostegno di una maggiore giustizia sociale."
La Stampa, 12 febbraio 2021
Firmata convenzione triennale con la Casa di reclusione. L'assessore Marnica: "Ottimo. per l'inclusione e la cultura". Per favorire la promozione della lettura tra i detenuti, il Comune di Massa, la biblioteca civica Giampaoli e la Casa di reclusione di Massa hanno sottoscritto un'apposita convenzione della durata di 3 anni rinnovabile con cadenza sempre triennale.
L'Ordinamento penitenziario stabilisce, infatti, che presso ogni istituto penitenziario debba essere presente un servizio di biblioteca come risorsa significativa per la realizzazione del trattamento dei detenuti e che tale servizio sia arricchito e potenziato anche attraverso intese con biblioteche e centri di lettura pubblici presenti nel luogo dove è situato l'istituto; e che gli stessi detenuti siano favoriti quanto più possibile nella fruizione di tale servizio. Così, da questo febbraio, ogni mese, gli operatori della biblioteca potranno accedere alla Casa di reclusione rendendo fruibili i libri e consentendo il prestito di materiale cartaceo o multimediale del patrimonio della biblioteca civica ai detenuti che ne facciano richiesta. Gli operatori autorizzati, inoltre, si occuperanno di fornire consulenza.
"L'amministrazione è da sempre impegnata a sostenere iniziative di promozione alla lettura e a rafforzare il ruolo di polo culturale della biblioteca anche attraverso una rete di relazioni con enti, istituti ed associazioni del territorio - dichiara l'assessore Nadia Marnica, con delega alla Cultura -. Questa è un'iniziativa lodevole sia dal punto di vista culturale sia di inclusione sociale alla quale non potevamo non aderire considerata la nostra particolare attenzione nei confronti dei soggetti svantaggiati della nostra comunità".
Scopo dell'iniziativa vuol essere proprio quello di favorire l'accesso dei detenuti alle pubblicazioni della biblioteca dell'istituto, ma anche del territorio. Un'apposita convenzione prevedrà poi lo svolgimento di attività lavorative extra-murarie volontarie e gratuite presso la biblioteca Giampaoli da parte di soggetti in stato di detenzione; attività che non richiedono specifiche competenze.
- Roma. Rebibbia, pochi sanno che in carcere si fa il Caffè Galeotto
- Cassino (Fr). I detenuti riparano le buche in città: ecco il programma
- Se la sentenza accerta la tenuità del fatto non può contenere le statuizioni civili
- Viaggio nella quarta mafia, la più feroce e violenta d'Italia
- Migranti. L'appello: "Basta respingimenti e violenze alle frontiere europee"










