Il Riformista, 15 novembre 2020
Preoccupa e allarma la situazione dell'emergenza coronavirus nelle carceri campane. Sono oltre 150 i contagiati negli istituti della Regione, sei ricoverati presso gli ospedali, 200 i positivi tra gli agenti di polizia penitenziaria, personale medico e amministrativo.
Il prefetto di Napoli Marco Valentini, accogliendo un invito del Garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, ha ricevuto nella mattinata di oggi, presso la Prefettura di Napoli, Don Franco Esposito, cappellano del carcere di Poggioreale, Don Giovanni Russo, cappellano del carcere di Secondigliano, Luigi Romano, presidente campano dell'Associazione "Antigone", Valentina Ilardi, presidente dell'associazione "Liberi di Volare" e Pietro Ioia, garante napoletano dei detenuti.
Un'occasione per sollecitare una serie di interventi migliorativi del decreto Ristori sulle carceri, le criticità sul piano sanitario e dei ritardi della magistratura di Sorveglianza. All'uscita dalla Prefettura a decine di familiari presenti, insieme a volontari e giornalisti, la delegazione ha riferito l'esito dell'Incontro. Per il Garante campano Ciambriello: "Abbiamo ringraziato il Prefetto per averci ascoltato e per il fatto che si è impegnato a scrivere al Governo, ai colleghi delle altre province a alla Regione per creare spazi adeguati al di fuori delle carceri per eventuali altri ricoveri di detenuti contagiati e in gravi condizioni. Siamo andati da lui con la consapevolezza che, di fronte alla tragedia del Covid nelle carceri, non si deve lasciare da solo nessuno e che il diritto alla salute va garantito anche nei luoghi di reclusione. Alla politica chiediamo atti di rottura e una svolta. Chiediamo risposte. Alla magistratura misure alternative e un cambio di mentalità".
Il cappellano di Poggioreale don Franco Esposito ha portato la sua testimonianza e ha tra l'altro dichiarato: "Abbiamo indicato inoltre alcune proposte, tra cui la possibilità di permettere ai detenuti che già vanno in permesso, a quelli che devono scontare gli ultimi anni, a coloro che sono in semi libertà, e a quelli che hanno vari tipi di patologie, di poter continuare a scontare la propria pena nelle loro famiglie attraverso gli arresti e la detenzione domiciliare. Abbiamo inoltre chiesto di farsi voce e di sostenere presso il governo la possibilità di un indulto almeno per i mesi in cui la pandemia sarà ancora così grave".
Lo stesso cappellano, con altri colleghi degli Istituti della Campania hanno lanciato un appello al ministro Alfonso Bonafede per sollecitare l'indulto o l'adozione di altre pene alternative allo scopo di alleggerire i penitenziari sovraffollati.
I numeri dei contagiati tra Poggioreale e Secondigliano tra detenuti (146) e personale penitenziario ed operatori socio sanitario (85), il blocco dei colloqui, delle attività e degli ingressi di volontari hanno fatto emergere preoccupazioni ed allarme. Per Pietro Ioia, garante napoletano dei detenuti: "La preoccupazione, le ansie dei detenuti sono elevate, così come per loro e i loro familiari la rabbia di non sentirsi ascoltati da nessuno. C'è un clima di tensione. Occorre fare presto". Secondo quanto denunciato in due settimane i contagiati nelle carceri sono aumentati di circa il 600%.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 15 novembre 2020
"Non una nuova Dc ma una Dc nuova": parliamo con Totò Cuffaro, governatore della Sicilia fino alle disavventure giudiziarie di cui è stato protagonista, del suo progetto e lui corregge subito il tiro. Rifondare un partito di massa dei cattolici, non un'ambizione di poco conto. "Siamo in una fase difficile, bisogna essere molto attenti, per le nostre famiglie e non solo per noi", dice a proposito del Covid.
"Dobbiamo stare rigidamente dentro alle regole e anzi: fare qualcosa di più rigido di quel che dicono le regole per autocontrollarci". Lo dice uno che avendo largheggiato con lo scambio umano anche prossemico - memorabili i suoi baci e abbracci nei congressi Dc e post Dc - deve aver riflettuto a fondo sui comportamenti da tenere o meno. E non si parla di sanità ma di contatti diversamente pericolosi. Perché in Sicilia il virus che più ha ucciso nella storia si chiama Cosa Nostra e certe strette di mano, se non si sta attenti con il disinfettante, portano ad ammalarsi.
Si è pentito più di quel che ha fatto o più di quel che non ha fatto, in Sicilia?
C'è sempre qualcosa che avremmo potuto fare e non si è fatto. Vale per la sanità, dove però c'è una responsabilità nazionale nella programmazione, e c'è una responsabilità nell'esecuzione. Io non ne sono esente.
Un suo errore concreto.
Avrei potuto spingere di più nella costruzione di nuovi ospedali. Con l'allora ministro Sirchia programmammo quattro poli d'eccellenza. Tre sono partiti, uno no. E anche su quello pesarono le attenzioni giudiziarie.
Amministrare in Sicilia è più complicato che altrove?
È più complicato, qui c'è sempre l'elemento criminalità aggiuntivo, che qui è criminalità mafiosa. Quando incappi nelle procedure di questo tipo purtroppo i lavori si fermano per anni e anni, e questo avviene qui diversamente da altre regioni d'Italia. È facilissimo sbagliare, impigliarsi...
Per non sbagliare oggi c'è chi rinuncia all'azione amministrativa.
Vittorio Alfieri nel Saul diceva: sol chi non fa, non sbaglia. Questa terra, la Sicilia, è difficile e martoriata, e per questo merita di essere servita e amata un po' di più.
E invece è indietro sulle opere, sulle infrastrutture. Lei col Ponte di Messina aveva iniziato il progetto. E progetto ha fatto rima con sospetto.
Non c'era solo la fattibilità e il carotaggio. C'era la gara aggiudicata, che ha vinto Impregilo. Avevamo iniziato i lavori, posto le fondamenta dei basamenti. Ma appena cadde il governo Berlusconi e arrivò il governo Prodi, il nuovo ministro dei Lavori pubblici, tale Antonio Di Pietro, fermò le macchine. I soldi erano già stanziati, ma la furia ideologica era quella di chi voleva solo fermare tutto.
Fermare i cantieri, ma anche gli avversari politici.
E certo, le due cose insieme. Lì con Di Pietro nacque la politica giudiziaria che ha poi portato a quel che è venuto dopo.
Movimenti ideologizzati con l'unico ideale di fermare tutto, di incarcerare i nemici, di mandare tutti a casa, di rinunciare alle opere pubbliche. Io invece dico che è ora di ricostruire.
A partire dal ponte, immagino.
Dai ponti. Quello tra la Sicilia e l'Italia, di cemento. E quello tra le persone. Abbiamo bisogno di rapporti umani, di calore umano, di prossimità. Di fiducia.
Lei ha pagato con il carcere. A cosa doveva stare più attento?
Un cattolico come me ha sempre motivo di pentirsi di qualcosa. Ho commesso tanti errori. Se potessi tornare indietro, con il senno di poi non li ricommetterei. So, nella mia coscienza, di non aver mai commesso l'errore di aver favorito la mafia. Anche se di errori ne ho fatti tanti altri.
Però è stato condannato per favoreggiamento.
Sono stato condannato per questa sentenza e l'ho rispettata. Ho rispettato la giustizia come è giusto che faccia chiunque venga perseguito dalla giustizia. Soprattutto quando ti graffia le carni e ti fa del sangue. Perché rispettare la giustizia quando riguarda gli altri è facile. Quando graffia le tue carni è più difficile. Ho fatto del rispetto della giustizia un dovere, anzi direi di averlo percepito come un diritto. Perché i diritti si scelgono, i doveri si ottemperano.
Come è stata la sua esperienza in carcere?
Difficile. Privazione, dolore. Chiuso in cella insieme ad altre quattro persone, a Rebibbia. Aiutato dall'amore della mia famiglia e dalla fede, che hanno fatto diventare quei cinque anni pieni di giornate fertili. Ho trovato nelle carceri comunità ricche di umanità e solidarietà vere.
Da parte delle persone. Non delle istituzioni.
Assolutamente così. Umanità della comunità carceraria, dei detenuti ma anche degli agenti, degli operatori. Quello che non è umano è il sistema così come è concepito. Il carcere va umanizzato, perché lì dentro ci sono persone con la loro dignità e la loro storia. Nessuno Stato può permettersi di vessare, umiliare i detenuti. Perché la funzione del padre non può coincidere con la funzione del torturatore. Altrimenti nasce l'accademia del crimine. Si impara a essere ostili verso le istituzioni.
Lei invece alle istituzioni vuole restituire qualcosa.
Voglio tornare a far avvicinare i giovani alla politica, rifondare la Democrazia Cristiana con l'emozione dei grandi sogni. Tornare a parlare di Sturzo, De Gasperi. Promuovere una scuola delle idee che ha fatto vincere la democrazia nel Novecento, portando di nuovo tante persone insieme, appena si potrà. In occasioni di incontro e di confronto comune.
Mi viene in mente "Todo Modo", Sciascia.
Una persona fantastica di cui sono stato amico. Lui era in consiglio comunale con me a Palermo. No, non voglio fare Todo Modo. Ma un confronto aperto, solare, con generazioni nuove.
C'è un altro palermitano importante, il presidente Mattarella.
Il vero numero uno, nella storia della Democrazia cristiana, che farò studiare ai nostri giovani. C'è grande attenzione per il pensiero di Mattarella, che ha ancora un grande futuro davanti.
Chi vede dopo di lui al Quirinale?
Mattarella, nessun altro. Il Paese in questa fase ha bisogno di una certezza, ed è lui.
Libero, 15 novembre 2020
Contagi tra detenuti e personale penitenziario in costante aumento ormai da qualche settimana. Rapporti sempre più tesi tra agenti e una popolazione carceraria che protesta per l'impossibilità di avere un colloquio diretto coi familiari. Infine, la minaccia sempre incombente di una nuova rivolta interna, come quella che lo scorso marzo devastò San Vittore.
È questa la situazione che si vive nelle carceri: una quiete fragile, di quelle che sembrano preannunciare una seria tempesta. Per farsi un'idea di quella che è la realtà, basta dare un'occhiata ai numeri delle tre principali strutture milanesi (Bollate, Opera e San Vittore) dove, stando ai dati del Ministero della Giustizia, al momento risultano esserci quasi 150 detenuti risultati positivi al Covid-19 con una decina che ha anche richiesto l'ospedalizzazione.
Mentre molto più alto è il numero del personale ora in congedo per malattia, o sottoposto a quarantena fiduciaria: parliamo, in totale, di 235 agenti non in servizio in un periodo di estrema pressione per tutto il sistema carcerario. E porre rimedio a queste perdite sembra essere impossibile.
"Ogni struttura va avanti con quello che ha, ovvero aumentando i turni di lavoro per il personale disponibile", spiega un sindacalista della Polizia Penitenziaria. "Così capita che un solo agente si debba occupare anche di una trentina di detenuti percorrendo di ronda, avanti e indietro, i diversi piani".
A ciò si aggiunge poi il problema cronico del sovraffollamento delle carceri ad Opera le celle, in teoria singole, sono poi in realtà delle doppie - cui il decreto Ristori si propone di trovare una soluzione, affidando ai domiciliari con braccialetto elettronico oltre 3.300 detenuti. Ma, alla fine, i beneficiari totali del decreto potrebbero essere 2 mila in più.
Descritte così le carceri della Lombardia sembrano una specie di bomba pronta ad esplodere, ma ascoltando il racconto di chi ci lavora dentro, giorno per giorno, il quadro assume un aspetto ancor più drammatico. Ad esempio, a San Vittore, oltre a 18 agenti risultati positivi al Covid 19, come affermato solo pochi giorni fa dal direttore Giacinto Siciliano, ce ne sono altri 81 in aspettativa per malattia.
Tra i detenuti, poi, ci sono 85 positivi, ma anche 123 che sottoposti a isolamento precauzionale. Talvolta in cella insieme ai propri compagni. "Significa che tutti gli occupanti di quella cella non possono più avere contatti con gli altri detenuti e la loro aggressività aumenta", spiega una persona che nella struttura presta servizio da anni. "Abbiamo dovuto imparare un lavoro completamente nuovo. Ma come fai a fare una perquisizione se devi stare a un metro? Come fermi una persona che aggredisce il compagno di cella? Nemmeno a marzo c'era una situazione del genere". Ecco perché la prossima settimana, con la nuova sospensione dei colloqui, sarà cruciale.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 15 novembre 2020
L'ultimo sequestro di droga nel porto di Gioia Tauro risale a dieci giorni fa: 932 chili di cocaina nascosti in un container che portava cozze surgelate dal Cile. È l'ennesima riprova che il coronavirus e le conseguenti restrizioni non fermano i traffici illegali; soprattutto quelli gestiti dalle grandi organizzazioni criminali che in Italia si chiamano Cosa nostra, camorra e 'ndrangheta.
Anzi, le emergenze creano opportunità, senza frenare l'"ordinaria amministrazione" delle cosche. Molti allarmi per l'infiltrazione delle mafie nelle relazioni economiche e finanziarie in tempo di Covid sono già arrivati da investigatori, magistrati e analisti. Ora si aggiunge quello del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, che assieme allo studioso Antonio Nicaso ha scritto "di getto e di rabbia" un libro dal titolo più che eloquente: "Ossigeno illegale" (Mondadori, pagg. 156, euro 17), che poi sarebbero la corruzione e le iniezioni di capitali di origine illecita immessi o da immettere nel sistema legale.
Con un doppio effetto: dare fiato (ossigeno, appunto, ma avvelenato oltre che illegale) all'economia in affanno, e al tempo stesso lavare i soldi sporchi accumulati dalle organizzazioni criminali. Le mafie hanno già approfittato dell'emergenza sanitaria durante la prima ondata; sempre nello scalo di Gioia Tauro, per citare uno dei tanti casi rievocati nel libro, a marzo scorso sono stati intercettati 364.200 paia di guanti sterili per uso chirurgico e quasi 10.000 tubi respiratori, provenienti da Malesia e Cina, sottratti alla regolare distribuzione.
Ora le mire sono sull'utilizzo degli stanziamenti per la ripresa, oltre che su imprese ed esercizi che non ce la fanno a sopravvivere e saranno occasione di ottimi affari per chi ha grande disponibilità di denaro liquido. Come nessun altro, e con la necessità di reimpiegarlo. Perché le mafie, come spiegano Gratteri e Nicasio, non si limitano a produrre guadagni; hanno anche bisogno di spendere quei soldi, per metterli a frutto e occultarne la provenienza.
Secondo antichi schemi evolutisi col tempo: "Da quando le entrate sono state arricchite prima dal contrabbando di tabacchi e poi dai sequestri di persona e dal traffico internazionale di stupefacenti, i clan hanno cominciato a reinvestirne i proventi nei circuiti economico-finanziari.
Inizialmente lo hanno fatto in modo artigianale, ricorrendo ai prestanome. Oggi si affidano agli specialisti della "economia canaglia", riciclando il denaro in mille modi, dalla falsa fatturazione agli investimenti finanziari. Sempre più spesso si affidano a professionisti che offrono servizi in cambio di denaro o di altri vantaggi". E le emergenze - dai terremoti (non solo in Sicilia e in Campania, ma su tutto il territorio nazionale) al problema dei rifiuti - hanno sempre rappresentato altrettante occasioni da sfruttare.
Grazie alle collusioni con il mondo imprenditoriale e politico. Le mafie infatti vivono da un lato di consenso sociale, intervenendo nelle zone più depresse con sostegni alla popolazione (con regalie o opportunità di lavoro, nero o illegale ovviamente) sostituendosi allo Stato; e dall'altro di contiguità con le pubbliche amministrazioni, ad ogni livello. Puntualmente asservite o comprate, attraverso il mercato dei voti e la corruzione.
Il racconto di Ossigeno illegale si snoda ripercorrendo decine di episodi noti e meno noti di infiltrazione mafiosa nel mondo della politica, dell'economia e della finanza. E proiettandosi su un possibile scenario futuro: "In un contesto dominato da una crisi senza precedenti, piccole e medie imprese rischiano di diventare un potenziale affare per la criminalità mafiosa a prezzi di saldo".
Un pericolo che non si ferma all'Italia, avvertono Gratteri e Nicaso. Chi nel resto d'Europa mette in guardia dai flussi di aiuti che finirebbero nelle casse della criminalità nostrana, dovrebbe guardare dentro i propri confini. In Germania, da dove è partita qualche preoccupata ironia, 'ndrangheta e Cosa nostra sono approdate da tempo, e così negli altri Paesi dell'Unione. Da noi si sa e se ne parla perché assieme alle mafie c'è l'antimafia, altrove no: "In Italia, la mafia esiste perché ci sono forze di polizia e magistrati che si ostinano a combatterla. In altri Paesi dove a cercarla sono in pochi, si fa fatica a vederla, o a stanarla". Continente avvisato.
di Fabrizio Guglielmini
Corriere della Sera, 15 novembre 2020
Caritas Ambrosiana: "Raddoppiate le famiglie in crisi, è una catastrofe sociale". Le Brigate volontarie per l'emergenza ad oggi contano 16 gruppi territoriali e consegnano cibo a domicilio, in collaborazione con Emergency. E sta per partire il "piano freddo".
Una periferia cambiata in pochi mesi, da quando l'emergenza Covid ha reso sempre più critiche le condizioni economiche di residenti che mai avrebbero pensato di chiedere aiuto alle organizzazioni di volontariato. "Qui a Villapizzone si conoscono tutti, il tessuto sociale tiene, ma è impressionante vedere quanti nuovi poveri sono in fila per ricevere aiuti; una situazione che si ripete in tutta l'area metropolitana" - dice il direttore di Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti - "perché la solidarietà interna alle singole comunità, i singoli gesti di altruismo, non bastano più". Sabato in mattinata a Villapizzone è arrivato anche il sindaco Giuseppe Sala e, insieme ai volontari, ha distribuito pacchi di cibo in occasione della quarta Giornata Mondiale della povertà voluta da Papa Francesco. "Il Comune di Milano - ha scritto Sala sulla sua pagina Facebook - in rete con le altre realtà attive sul territorio, è pronto a mobilitarsi nuovamente, come durante la prima ondata, per raggiungere chi ha più bisogno, come nel caso di Villapizzone, dove sono numerosi i nuclei familiari giovani con bambini". Su questa falsariga si inserisce la mappatura dei reali bisogni nei quartieri in questa fase emergenziale, a cui Palazzo Marino sta lavorando con i Municipi per riattivare meccanismi di aiuto per le fasce più fragili della popolazione.
Il direttore di Caritas vede una prospettiva ancora più problematica nei prossimi mesi: "Le conseguenze delle misure, ovviamente necessarie contro la pandemia, renderanno nel futuro prossimo la situazione ancora più grave. Basti pensare che da marzo a luglio il numero delle famiglie che si sono rivolte a noi è raddoppiato, da 9 a 18 mila, dati di una vera e propria catastrofe sociale che sono destinati a crescere con l'aggravarsi della seconda ondata". Poi un appello rivolto a tutti: "Abbiamo bisogno di chiunque voglia darsi da fare per reggere l'ondata di richieste da qui a gennaio e febbraio del prossimo anno quando prevediamo un aumento esponenziale di persone bisognose".
Sono oltre 240mila i milanesi impegnati in favore degli altri (dati Istat 2018) nell'area metropolitana - il 7,4% dei residenti - collaborando con oltre 9.500 istituzioni per il sociale o a titolo individuale, persone, queste ultime, che fanno autonomamente attività solidale, una "prima linea" di prossimità (come in favore dei vicini) che rappresenta la maggior novità del volontariato- secondo molti operatori - sia nella prima che nella seconda ondata della pandemia. Il Covid ha fatto aumentare le richieste di aiuto - a domicilio per le fasce fragili ma anche per le sempre più numerose quarantene - rendendo necessaria la formazione dei volontari per operare in sicurezza, obiettivo questo del ciclo di serate (in webinar) curate da Università del Volontariato di Milano e Fare Non Profit di Csv, per comunicare i reali margini operativi: alcune attività (come quelle dei Centri anziani) in seguito all'ultimo Dpcm sono ora gestite via web.
Si sono invece strutturate sul territorio, dal marzo scorso, le Brigate volontarie per l'emergenza che ad oggi contano 16 gruppi territoriali che coprono Milano e parte dell'hinterland, in collaborazione con Emergency. "La ong di Gino Strada - dice il responsabile Valerio Ferrandi - ci ha aiutato a raccogliere parte delle 400 tonnellate di cibo che abbiamo distribuito fino ad oggi comprese le consegne a domicilio per chi non è autonomo o in quarantena. Ma la rete dei donatori si sta allargando". Emergency ha anche seguito la formazione per i protocolli anti-Covid.
Altro tema pressante è quello dei senzatetto: "Siamo alle porte del piano freddo che partirà fra quindici giorni - dice il direttore del Csv Milano-Centro di Servizio per il Volontariato Marco Pietripaoli - e questo richiama la nostra attenzione verso i senza fissa dimora che avranno bisogno di un'assistenza speciale nel momento dell'accoglienza nelle strutture". Csv - che come mission sostiene e qualifica le organizzazioni no profit - "chiede ai volontari, in questa fase, di non lavorare soli per evitare un'eccessiva frammentazione degli interventi ma anzi creando nuove task force come avvenuto per i 700 neo-volontari milanesi che hanno prestato la loro opera durante la prima ondata". Un invito rivolto anche alle associazioni più piccole per un maggior coordinamento in vista dei "grandi cambiamenti" - rimarca il Csv - "che il mondo del volontariato dovrà adottare nel post-Covid a cominciare dal lenire una povertà sempre più diffusa".
baritoday.it, 15 novembre 2020
Parte lo screening anti-Covid nel carcere di Bari. I controlli sono stati avviati dall'unità operativa complessa di Medicina penitenziaria, in sinergia con il Dipartimento di Prevenzione della ASL, e saranno estesi - fa sapere la Asl - anche agli altri istituti di Altamura, Turi e al carcere minorile. Gli operatori stanno effettuando tamponi rapidi o test molecolari su tutti i detenuti presenti nell'istituto barese, compreso il personale sanitario e gli agenti di polizia penitenziaria. Sono stati programmati 700 tamponi, di cui 200 già effettuati.
Lo screening sarà effettuato per ogni singola sezione detentiva e in maniera separata in quanto ogni sezione non ha contatti con le altre. La procedura risponde ad una esigenza di sicurezza per ottenere un eventuale riscontro istantaneo della presenza del virus e circoscriverne la diffusione.
"In considerazione della evoluzione della curva epidemiologica dei contagi da infezione da Sars - Cov 2 sia a livello nazionale che regionale si è deciso di rendere più efficace la prevenzione dell'importazione del virus nel carcere per evitare o ridurre al minimo il verificarsi di temibili focolai di epidemia - spiega il dottor Nicola Buonvino, direttore della Uoc di Medicina Penitenziaria - la popolazione detenuta rientra infatti tra le fasce a maggior rischio di contrarre l'infezione da Covid-19, dovuto all'ingresso di nuovi detenuti agli stessi operatori che a vario titolo esercitano la loro attività dentro l'istituto".
L'Unità di Medicina Penitenziaria di Bari è stata la prima tre le strutture del Sud a recepire le direttive nazionali per mettere in atto un piano di protezione di una comunità fragile, come quella detenuta, attivando una organizzazione igienico sanitaria articolata e finalizzata a bloccare il contagio. All'interno del carcere di Bari è stata realizzata infatti una rete protettiva più complessa, in quanto la casa circondariale di Bari ospita un servizio di assistenza intensificata e accoglie una popolazione detenuta con problematiche sanitarie.
Il protocollo di sicurezza è stato poi esteso a tutti gli istituti penitenziari afferenti alla UOC di Medicina Penitenziaria - Altamura, Turi e carcere minorile - dove sono state attuate misure preventive che prevedono percorsi protetti e separati per i nuovi ingressi.
Parallelamente allo screening anti Covid è stata avviata e quasi conclusa la campagna di vaccinazione antinfluenzale per detenuti e operatori. L'attività di prevenzione della influenza è stata infine affiancata dal progetto "Popolazioni speciali HCV free" che prevede - mediante l'utilizzo di test salivari - la possibilità di fare diagnosi precoce dell'HCV per scongiurare il rischio di diffusione della epatite c in ambito penitenziario oltre a consentire di ricorrere a nuovi farmaci per la cura della patologia.
di Nello Scavo
Avvenire, 15 novembre 2020
Nasce un Comitato per la difesa dei migranti in mare. Tra i promotori ci sono Manconi, Zagrebelsky, Veronesi e molte organizzazioni non governative. "Va ripristinato un sistema efficace"
La nascita di un comitato per il ripristino dei Diritti umani in mare contiene in sé una pessima notizia. Perché vuol dire che le radici europee sono state contaminate, e adesso occorre sensibilizzare l'opinione pubblica per sollecitare, ad esempio, "il ripristino di un efficace sistema istituzionale di ricerca e soccorso". Non è solo un problema di salvataggi mancati. Ma di prospettiva comune.
Dalla fine del 2016 le organizzazioni umanitarie impegnate nel soccorso in mare sono il bersaglio "di un'aggressiva campagna di delegittimazione. Subiscono attacchi strumentali e accuse infamanti; sono state oggetto di procedimenti giudiziari che non hanno fornito alcuna evidenza di comportamenti illeciti e si sono tutti conclusi con l'archiviazione in fase preliminare".
Lo ricorda una nota con cui viene spiegata l'istituzione di un "Comitato per il diritto al soccorso". Ne fanno parte l'ammiraglio Vittorio Alessandro, e poi giuristi, ex magistrati, docenti universitari come Francesca De Vittor, Luigi Ferrajoli, Paola Gaeta, Armando Spataro, Federica Resta, Luigi Manconi, Vladimiro Zagrebelsky e lo scrittore Sandro Veronesi. Sono coinvolte Sea-Watch, Proactiva Open Arms, Medici Senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans, Sos Méditerranée, Emergency e ResQ.
Il riferimento alla campagna di disinformazione partita alla fine del 2016 non è secondario. Ma c'è anche un richiamo all'autocritica. All'epoca il presidente del Consiglio era l'attuale commissario Ue Paolo Gentiloni (Pd) e il ministro degli Interni era Marco Minniti (Pd). Poi sono arrivati il Conte I, con il leghista Salvini al Viminale, e il Conte II, con il prefetto Lamorgese agli Interni e alle Infrastrutture Paola De Micheli (Pd). Proprio a quest'ultima sembrano rivolte alcune delle accuse più dure. A cominciare dal "ricorso sproporzionato ad attività di controllo ispettivo e il frequente sequestro amministrativo delle navi" ad opera delle Capitanerie di Porto, che rispondono proprio al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Nel primo documento-manifesto del comitato viene ricordato che il Mediterraneo "è stato in questi anni una delle principali vie di fuga dagli orrori delle guerre e delle catastrofi naturali, dei conflitti tribali e delle persecuzioni religiose, etniche e politiche, delle carestie e delle pandemie".
Una via di fuga dove trafficanti di esseri umani, mercanti di schiavi e truppe mercenarie "hanno imperversato vendendo e comprando uomini, donne e bambini, sequestrando ed estorcendo, seviziando e torturando, dal deserto del Sahel ai campi di detenzione in Libia fino alle acque, dove le milizie affondano le barche dei profughi e sparano sui naufraghi".
Scenario quotidiano giudicato come "conseguenza perversa della globalizzazione e dello scambio ineguale, della nuova divisione internazionale del lavoro e della subordinazione economica e commerciale dei paesi poveri alle grandi potenze". Nel testo i promotori richiamano alla complessità delle migrazioni, che non può essere liquidata con parole d'ordine che disconoscono le radici europee. "Il mutuo soccorso è stato il primo legame sociale e la base della reciprocità nelle relazioni tra gli esseri umani".
Ma oggi questo senso di appartenenza rischia di essere mortificato e compresso, "se non direttamente negato, in nome della sicurezza dei confini esterni e della difesa "dall'invasione" delle moltitudini povere". Il dogma, al contrario, è diventata "la protezione delle frontiere", trasformato in "valore supremo, in nome del quale si arriva a sospendere quello che si pensava fosse un diritto irrinunciabile".
A cominciare dal soccorso in mare, finito per essere "assimilato a un'attività criminale da interdire, contrastare, penalizzare", quando invece occorre "un sistema che veda coinvolti quanti operano nel Mediterraneo, navi mercantili e pescherecci compresi, insieme alle imbarcazioni delle Ong e a quelle della Guardia costiera, nella prospettiva che siano gli Stati e le loro strutture - come vuole il diritto internazionale - ad assumere interamente quel compito".
di Paolo Rossetti
ilcittadinomb.it, 15 novembre 2020
Storia della cooperativa "Il Ponte" di Albiate: è nata nel 1996 per dare lavoro ai detenuti del carcere di Monza, ma adesso è diventata leader nel mercato dei servizi cimiteriali tra la Brianza e il Milanese. Ha vinto un lotto per lavorare anche al cimitero Maggiore di Milano.
Tra la Brianza, Monza esclusa, e Milano, è leader nel mercato dei servizi cimiteriali. Può vantare di lavorare in 102 cimiteri. Recentemente ha vinto un lotto con il consorzio Alpi relativo alla gestione del cimitero maggiore di Milano. E proprio grazie alla Finanza di progetto, con la quale i comuni proprietari cedono in toto la gestione dei servizi, lasciando che la società che vince l'appalto si occupi di ogni aspetto della gestione, dai funerali, alla costruzione di nuovi posti, all'esumazione, al contatto con gli utenti, ha accresciuto negli ultimi anni il proprio fatturato.
L'azienda che si è imposta in questo settore grazie a un'offerta che solleva i Comuni dal peso della gestione è la cooperativa "il Ponte" di Albiate. Una delle realtà più strutturate del mondo cooperativo lombardo e anche forse del Nord Italia. Insieme al verde questo è il suo core business, tanto che durante i momenti peggiori della pandemia, quando purtroppo i tragici effetti della diffusione del virus hanno causato migliaia di morti in Italia, invece che 20-22 funerali al giorno è arrivata a gestirne non meno di 50' superando, in alcuni casi, anche questa quota.
La crescita. Dal 1996, anno della sua nascita, la coop di strada ne ha fatta parecchia. è sorta, in collaborazione con Carcere aperto, l'associazione dei volontari della casa circondariale di via Sanquirico a Monza, come strumento per dare lavoro ai detenuti, anche se oggi ha in carico solo una persona che ha a che fare con questo tipo di esperienza. Ora si occupa anche di tossicodipendenti, di persone che hanno avuto problemi di alcolismo o anche psichici, dando spazio per il 30 per cento dei suoi dipendenti a chi si trova in situazioni di disagio, anche se poi in realtà, le opportunità vengono offerte anche a persone che non appartengono a categorie definite ufficialmente come disagiate, ma che vivono nei fatti una situazione di difficoltà. "La nostra mission - spiega Paolo Gibellato, in cooperativa dal 1998 e ora presidente - è l'attenzione alla persona. Ogni volta valutiamo lo stato delle persone, cerchiamo di capire quale può essere la collocazione migliore per loro, tenendo conto delle difficoltà che incontra chi esce dal carcere o dalla comunità, che spesso si trova di fronte una realtà molto cambiata rispetto a quelle precedente, ad esempio, al periodo di reclusione". Si, perché la coop è una realtà economica di tutto rispetto, capace negli anni di portare un fatturato che nel 2014 era intorno ai 4 milioni di euro fino agli 8 milioni di euro del 2019 e di dare lavoro a 150 persone (130 delle quali a tempo indeterminato), ma non tradisce quello che è lo spirito originario della cooperazione, che parte dalle esigenze della persona: "il nostro obiettivo è il reinserimento sociale - dichiara Gibellato.
E più della metà delle persone che vengono da noi hanno avuto un buon recupero sociale". Non sono tornati a delinquere, insomma, o non sono ricaduti nella tossicodipendenza. Certo poi ognuno ha la sua storia e c'è chi, invece, non riesce a sfruttare le opportunità che gli vengono concesse e ripete gli errori del passato ma le possibilità di reinserimento non sono poi così basse. Anche perché "Il Ponte" mette a disposizione anche uno psicologo, Enea Paglia, che si occupa del personale.
Appalti e affidamenti. La coop lavora soprattutto in ambito pubblico, con appalti o affidamenti diretti, occupandosi, oltre ai cimiteri, anche della manutenzione del verde, dalla potatura alla manutenzione. Oltre a questi due ambiti c'é poi quelle delle pulizie. "Il Ponte" appartiene al Consorzio Comunità Brianza, ma anche al consorzio Alpi, di cui fanno parte anche imprese private comunque sensibili all'aspetto sociale del lavoro. E collabora con Exodus di don Mazzi. è una cooperativa di tipo B, di inserimento lavorativo, da due anni fusa con Empiria, coop di tipo A. Gestisce un asilo in via Toti a Monza, ma anche un ristorante a Triuggio anche se si tratta di una realtà sulla quale sono incorso delle valutazioni visti anche i problemi di funzionamento causati dalle limitazioni introdotte dalle norme anti Covid.
Un impegno in diverse direzioni, ma che non perde di vista il valore aggiunto della cooperazione, l'obiettivo principale, dare una possibilità a chi per tanti motivi ed errori commessi parte da una situazione di svantaggio. E di farlo attraverso un'azienda solida dal punto di vista economico, in grado di reggersi da sola, di produrre ricchezza, come strumento per aiutare le persone.
varesenoi.it, 15 novembre 2020
Riprendono le attività al carcere varesino dove parte il corso Ciclofficina in collaborazione con Enaip: un piccolo gruppo di detenuti saranno impegnati a riparare le bici, un progetto che coinvolgerà poi anche gli studenti. Quando tutto sembra fermo qualcosa comunque si muove anche nel carcere varesino dei Miogni; questo qualcosa è la ruota di una "Graziella" che riprende a far roteare i sui raggi.
Si tratta di un laboratorio formativo nel settore della meccanica ciclistica, attivato da Enaip con il sostegno della Regione Lombardia. In questi giorni si sta concludendo la fase di allestimento degli spazi e il laboratorio ospiterà quattro postazioni didattiche cui saranno impiegati i detenuti che parteciperanno al progetto. Si tratta di un percorso formativo e, al momento, nel rispetto delle attuali normative sanitarie Covid, gli iscritti al corso di meccanica ciclistica sono quattro. Al termine dell'emergenza sanitaria, la formazione coinvolgerà complessivamente otto partecipanti, quattro detenuti e quattro giovani allievi provenienti dal settore meccanica dell'Enaip di Varese.
Sarà il dialogo "interno/esterno" che accompagnerà tutta la formazione: la prima fase si concluderà a metà dicembre mentre, da gennaio, attraverso altri canali di finanziamento già individuati dalla Casa Circondariale in collaborazione di Enaip, il progetto continuerà il suo percorso. "Il progetto, - sostiene la direttrice della struttura Carla Santandrea - strutturato in collaborazione con alcuni Enti della città, parte da un'idea legata a uno sport che ha un particolare legame con il territorio, basti pensare alla Società Ciclistica Alfredo Binda e ai ciclisti professionisti che sono nati in questa provincia. In questo laboratorio, recuperato da un vecchio magazzino, i detenuti potranno acquisire competenze professionali per la riparazione di biciclette. Per questo i detenuti lavoreranno su due ruote recuperate e funzionanti".
di Simone Scaffidi e Gianpaolo Contestabile
Il Manifesto, 15 novembre 2020
Verità e giustizia. Continua la battaglia per fare luce sulla morte dell'osservatore Onu, avvenuta il Colombia il 15 luglio scorso in circostanze ancora da chiarire. Il ricordo in due festival al di qua e di là dell'Oceano. Il 7 e 8 novembre si è svolto a San Vicente del Caguán il primo Festival di Rafting "Remando por la paz" ("Remando per la pace") promosso da ex guerriglieri delle Farc in processo di reincorporazione e da alcuni integranti dello Spazio Territoriale di Miravalle, una delle zone sancite dagli Accordi di Pace per facilitare il reintegro degli ex combattenti. Il festival è stato organizzato dall'operatore turistico Caguán Expeditions, dal comune di San Vicente e dal governo regionale del Caquetá ed è sostenuto dalla Missione di Verifica delle Nazioni Unite in Colombia, dal Fondo per la pace dell'Unione Europea, dall'Agenzia per la Reincororazione e la Normalizzazione (Arn), dal Ministero dello Sport e dall'Universidad Abierta y a Distancia (Unad).
"È stata un'esperienza unica e piena di gioia che si inserisce in un processo importante di riconciliazione e costruzione di pace e di visibilizzazione dell'ecoturismo nel territorio" racconta Herson Lugo, Assessore di pace del Caquetà, sottolineando il clima di collaborazione che si respira tra le istituzioni e lo Spazio Territoriale degli ex guerriglieri: "Si sono costruiti spazi di dialogo con Miravalle, esiste un buon meccanismo di dialogo, ci sono iniziative e loro partecipano in spazi di costruzione di pace nel Consiglio Municipale e Regionale".
All'indomani della morte di Mario Paciolla, trovato impiccato nella sua casa di San Vicente del Caguan, Hermides Linares, ex combattente delle Farc raccontava all'Ansa Latina l'impegno entusiasta dell'osservatore della Missione di Verifica Onu nel promuovere il progetto "Remando per la pace" e il sostegno nell'ottenere la documentazione: "Ci ha sostenuto molto durante il processo burocratico aiutandoci a partecipare al Mondiale di rafting in Australia", la competizione sportiva in cui la compagine di ex guerriglieri ha rappresentato la Colombia.
"Remando por la paz" rappresenta - al netto delle informazioni che abbiamo - una di quelle iniziative che si inseriscono positivamente nel complesso processo di reincorporazione in società degli ex guerriglieri Farc, ma che allo stesso tempo rappresentano una delle eccezioni alla carenza strutturale nell'implementazione degli Accordi di pace del 2016. Oggi la Colombia è un paese più violento rispetto al 2016, dove i conflitti per il controllo dei territori e le violazioni dei diritti umani sono aumentate, come già segnalava nel 2017 Astolfo Bergman, alias Mario Paciolla, in un suo articolo per Eastwest.
Leggendo ciò che ha scritto e ascoltando i racconti delle persone che lo hanno conosciuto, pensiamo di poter affermare che Mario Paciolla, nel contesto del Festival "Remando por la paz", non avrebbe voluto essere ricordato per il suo impegno o messo al centro di una lotta che lui accompagnava. Quello che probabilmente avrebbe voluto è ricordare le violazioni dei diritti umani, gli attacchi alle attiviste e agli attivisti e i massacri che continuano a lacerare il tessuto sociale colombiano e colpire la popolazione più vulnerabile.
In altre parole, le sue, "raccontare la storia delle persone che vivono e subiscono" il narcotraffico e la violenza, dove "i protagonisti della storia dovrebbero essere le persone della comunità e i difensori dei diritti umani", come aveva spiegato a Valerio Cataldi, autore del programma Narcotica, prima di accompagnarlo sulle sponde del Rio Naya e aiutarlo a documentare gli effetti dell'economia criminale sulle comunità locali.
"Ho avuto l'opportunità di conversare con Mario Paciolla in due occasioni, una presso la casa parrocchiale e una a Puerto Amor, con il governatore, dove abbiamo avuto la possibilità di avere l'accompagnamento di Paciolla, abbiamo bevuto un caffè insieme e chiacchierato del processo di pace e dei rischi che la situazione comportava" racconta Herson Lugo, "avevamo un'ottima relazione, era molto positivo e attivo nel suo lavoro, l'ho sempre visto molto impegnato con il processo di pace e con quello che faceva". E in relazione all'ipotesi del suicidio dichiara: "Non me lo sarei mai immaginato, era l'ultima cosa che mi passava per la testa, era una persona molto centrata, di opinioni chiare e interventi precisi, non avremmo mai potuto pensare al suicidio".
Nel frattempo il caso rimane avvolto da numerose polemiche e ipotesi contrastanti tanto da mettere in disaccordo le autorità colombiane, che hanno fin da subito parlato di suicidio, e la procura di Roma, che ha aperto invece un'indagine per sospetto omicidio. Nell'occhio della bufera sono finite le stesse Nazioni Unite che sono state accusate di aver compromesso la scena del crimine e di aver fatto sparire delle prove fondamentali come i dispositivi elettronici usati da Mario Paciolla.
Le parole di Anna Motta, madre di Mario, chiedono giustizia e trasparenza da parte di chi era responsabile della tutela della vita del cooperante "mi batto perché sia l'Onu a dirmi che cos'è successo" e rimarcano l'importanza di scoprire cosa sia accaduto sabato 11 luglio, 4 giorni prima della morte, giorno in cui Mario raccontò ai genitori di aver avuto una discussione con l'Onu e iniziò a dare i primi segnali di preoccupazione. "Per me è quella la data che va indagata", afferma la donna. Dopo più di 100 giorni dal rientro in italia del corpo di Mario Paciolla non si conoscono i risultati dell'autopsia svolta dalle autorità italiane, un tassello che potrebbe risultare fondamentale per ricostruire la verità sul caso e favorire il processo di giustizia per Mario, la sua famiglia e per tutte le persone che si battono per i diritti umani in Colombia.
Il festival di Napoli - Intanto la XII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, inaugurata venerdì 13 novembre, è dedicata proprio a Paciolla. Dopo mesi di silenzio, dovuto alle indagini in corso e alle strategie legali, la famiglia e l'avvocata Alessandra Ballarini, già difensora nel caso Giulio Regeni, sono intervenute pubblicamente. Ballerini ha ribadito il lavoro per la ricerca della verità e della giustizia che sta svolgendo insieme a Emanuela Motta e German Romano. Quest'ultimo, sottolinea la legale, rappresenta la famiglia Paciolla in Colombia dimostrando "molto più coraggio di noi in un contesto più difficile". Ha inoltre ricordato che "il diritto alla verità è un diritto umano fondamentale" ed "è il diritto di una collettività", non è solo il diritto della famiglia, "una persona che ha speso la sua vita per la tutela dei diritti umani merita che almeno gli venga garantito il diritto umano alla verità, lo merita la sua famiglia ma lo meritiamo tutti noi perché come cittadini non possiamo sentirci protetti finché non viene restituita verità per Mario".
La pretesa di verità e giustizia passa anche come afferma la legale dal compimento dell'articolo 10 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Difensori dei diritti umani del 1999, che recita: "Nessuno deve partecipare, con atti o omissioni, alla violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali" invitando "tutte le persone, o le istituzioni, o i poteri forti, che in questo momento stanno o ostacolando o omettendo gli sforzi necessari per arrivare alla verità" a rispettarlo. I genitori di Mario Paciolla sono intervenuti con la voce di Anna Motta, la madre, leggendo una lettera che si apre con le parole di Mario, che descrive il suo arrivo in Colombia per lavorare con Pbi, le Brigate di Pace Internazionali: "Il viaggio è lungo ma come succede negli aeroporti si può approfittare dell'attesa tra un volo e l'altro per provare a indovinare la destinazione delle persone vicine a te che guardano gli schermi degli arrivi e delle partenze. Arrivato in Colombia, calata la notte, l'oscurità della notte di Bogotà converte l'insonnia in adrenalina, avvolgente nella sua coperta di clima caldo, umido, freddo, secco. E all'improvviso scopri che l'imprevedibile ha il ritmo di una cumbia di strada suonata dalla strada 7".
Segue raccontando la sua vita attraverso aneddoti degli amici, "aveva l'abitudine a ritagliare articoli di giornale che divideva per argomenti per poi accuratamente analizzarli", e certezze della famiglia, "non ha mai accettato compromessi". La conclusione della lettera traduce dal linguaggio giuridico l'articolo 10 della Dichiarazione delle Nazioni Unite citato dall'avvocata Ballerini e lo trasforma in un appello e in un monito di dignità: "Mario merita e pretende verità e giustizia, per questo mi rivolgo alle tante persone che lo hanno conosciuto e che sanno la verità sulla sua morte: di abbandonare le reticenze e l'omertà, di dare voce alle proprie coscienze e di collaborare, chi non lo farà si renderà complice di questo delitto".
- Saviano: "De Luca è come Chavez, la camorra approfitta di questo malessere"
- Covid e divieti, Sabino Cassese: "Le raccomandazioni non bastano, servono norme chiare e buon senso"
- La pandemia e il declino dei cacicchi
- Ancona. Con Radio Incredibile fiabe e favole in libertà da Montacuto
- Etiopia. La "guerra lampo" del Tigray va per le lunghe e si estende all'Eritrea











