Gazzetta di Reggio, 16 novembre 2020
Il segretario provinciale Michele Malorni interpella l'Ausl "Servono test sierologici e tamponi rapidi per gli agenti". "Il Sappe auspica l'interruzione delle traduzioni di detenuti diretti nelle strutture giudiziarie. L'ultimo Dpcm concede la possibilità che le traduzioni vengano convertite in video-collegamenti. Diverse udienze sono state rinviate, io mi auguro che anche le convalide si svolgano in video-collegamento". È quanto chiede Michele Malorni, segretario provinciale del sindacato di polizia penitenziaria.
La pandemia non risparmia nemmeno gli istituti di via Settembrini, dove è scoppiato un altro focolaio: 7-8 dipendenti, tutti amministrativi, sono risultati positivi al Covid-19. Finora nessun contagiato tra i detenuti e gli agenti. Tuttavia, in una lettera inviata alla Direzione generale dell'Ausl di Reggio Emilia, il Sappe ha sollecitato "test sierologici e tamponi per l'intero personale della struttura, che garantisce un servizio essenziale".
Si tratta di numeri ingenti: attualmente sono circa 200 gli agenti polizia penitenziaria, 40 gli amministrativi e 378 i detenuti. "Siamo oltre 600 - commenta Malorni - se poi consideriamo i volontari, i fornitori che entrano per portare la merce, docenti, infermieri, medici, due sacerdoti, i parenti che entrano per i colloqui, è una comunità numerosa: ogni giorno gravitano intorno al carcere circa mille persone".
Uno screening sui detenuti è già assicurato, visto che "i reclusi vengono monitorati all'ingresso e al decimo giorno, quando, una volta finito il periodo di osservazione, si rifà il tampone e se è negativo vengono spostati nelle sezioni. Invece per gli agenti della Penitenziaria è previsto il tampone solo se si ipotizza un contatto con positivi, mentre i test sierologici finora sono stati eseguiti solo su una quarantina di agenti. Adesso noi chiediamo test sierologici venosi periodici o in alternativa tamponi a tappeto per tutta la polizia penitenziaria".
Il direttore generale dell'Ausl Cristina Marchesi ha risposto positivamente rassicurando sia sull'esecuzione di test sierologici a cadenza periodica sia sull'imminente fornitura del tampone rapido per gli agenti. "Ringrazio pubblicamente la dottoressa Marchesi perché ha risposto con prontezza, dimostrando di essere attenta al fenomeno - conclude Malorni.
C'è da dire che anche l'amministrazione penitenziaria si sta muovendo. La direzione ha richiesto due termo-scanner per il rilevamento della temperatura, le forniture di mascherine sono abbondanti, ad inizio settimana alcuni addetti si recheranno a Roma per il ritiro di una partita di tamponi rapidi mentre nel prossimo fine settimana si effettuerà una sanificazione profonda degli automezzi e degli ambienti".
di Cristina Genesin
Il Mattino di Padova, 16 novembre 2020
Intervento dell'Usl Euganea a Palazzo di giustizia l'altra notte. Sanificato l'intero quarto piano, personale sottoposto ai test. Il virus torna nel Palazzo di Giustizia di Padova. Si sono moltiplicati i casi arrivati venerdì scorso a quota 8 (sette in procura e uno nel Tribunale). Ma nessun focolaio: tutti i contagi sono avvenuti nell'ambito familiare o privato. Venerdì la bonifica da parte dell'ente sanitario di molti uffici scattata alle 21 di venerdì e durata diverse ore fino a notte. Ora il Palazzo è in sicurezza. Nessun timore: le prossime giornate di lavoro possono essere affrontate con serenità. Una quindicina i casi registrati a Palazzo durante il lockdown lo scorso marzo.
Con la seconda ondata di coronavirus, i primi due nuovi casi sono scoperti in procura (quarto piano del Palazzo) lunedì 9 novembre quando due dipendenti del personale amministrativo risultano positivi al test: nessuna forma seria di malattia per fortuna. I loro uffici vengono bonificati ed è sottoposto a tampone chi ha avuto contatti con loro. Due giorni più tardi, altri due casi e il copione si ripete fino a venerdì quando risultano altri tre positivi sempre in procura. Si tratta di tre amministrativi, fra i quali un dipendente in ferie da una ventina di giorni, mentre un altro era arrivato da poche settimane "in prestito" da un'altra Pubblica amministrazione ed era a casa da qualche giorno.
"Non c'è un focolaio interno" chiarisce il capo della procura, Antonino Cappelleri, "Abbiamo accertato che ogni contagio è avvenuto in ambito privato al contrario di quanto si era verificato la scorsa primavera. L'organizzazione interna regge abbastanza bene. Venerdì ho ottenuto che l'Usl Euganea abbia fatto il tampone a quanti sono entrati in contatto con i dipendenti risultati positivi: per tutti, una trentina di persone, il risultato è stato negativo".
La scelta del procuratore è stata quella del metodo della "tracciabilità" (risalire ai contatti e procedere al tampone) anziché lo screening di massa. Ed è arrivata la conferma che la provenienza del contagio è stata esterna alla procura e anche al tribunale. "Ora abbiamo la certificazione che tutti i casi non hanno portato a una diffusione dei contagi nei nostri uffici. Possiamo dire che sono sicuri anche se il test fotografa quel preciso istante... Speriamo che funzioni. Anche i sindacati ci hanno riconosciuto di aver dato una risposta adeguata".
Un altro caso ha coinvolto un dipendente del tribunale di un ufficio che si trova al piano terra. "Tra mercoledì e venerdì, ovviamente su base volontaria, grazie alla collaborazione dell'Usl e in particolare del direttore generale, il dottor Domenico Scibetta, abbiamo organizzato l'esame sierologico nei confronti di tutto il personale: il primo giorno è toccato agli amministrativi, poi ai magistrati infine al personale ausiliario e a chi aveva mancato l'appuntamento precedente" conferma la presidente del Tribunale, Caterina Santinello. Negativi gli esiti. "Il Palazzo è monitorato e sotto controllo" rileva la presidente.
Immediata la sanificazione dopo la scoperta di ogni caso negli uffici occupati dal personale trovato positivo. Tuttavia la scelta di venerdì è stata quella di una bonifica totale di tutti gli spazi occupati dalla procura: alle 21 è iniziata la sanificazione dell'intero quarto piano del Palazzo dove si trovano gli uffici della procura; poi sono stati "igienizzati" un paio di uffici al secondo piano dove opera la Polizia giudiziaria e il casellario giudiziario al piano terra. Infine bonificato anche l'ufficio del tribunale in cui lavora il dipendente trovato positivo.
di Stefano De Biase
La Nazione, 16 novembre 2020
In un giorno raccolte oltre 300 firme. Tra i promotori l'ex presidente del quartiere ovest Giovanni Mosca. Un parcheggio per il carcere della Dogaia. È la richiesta contenuta in una petizione promossa dalle centinaia di persone che ogni giorno frequentano per motivi di lavoro la casa circondariale di Maliseti.
In sole quattro ore (è stato organizzato tutto in un unico pomeriggio proprio in virtù delle restrizioni anti-contagio) sono state 332 le firme raccolte dai promotori dell'iniziativa, fra i quali figura anche l'ex presidente della Circoscrizione Ovest, Giovanni Mosca.
La mancanza di un parcheggio dedicato al carcere è ormai un problema che il secondo istituto penitenziario della Toscana si porta avanti fin dalla sua apertura, ben 34 anni fa. Chi lavora alla Dogaia è costretto a lasciare l'auto ai lati della carreggiata fra fango e buche. E qualcuno a volte ostruisce anche l'accesso alla ciclabile.
"Alla Casa circondariale di Prato lavorano circa 350 persone fra agenti di polizia penitenziaria e comparto ministeriale - dice Giovanni Mosca. A questi si aggiungono il personale sanitario, gli insegnanti, gli avvocati e i soggetti che per vari motivi entrano nella struttura. Di fatto sono presenti circa 500 persone al giorno nel carcere. Possibile che non possano contare su un parcheggio pubblico?".
Secondo i promotori della petizione, che chiede al sindaco di attivarsi per trovare una soluzione al problema, ci sarebbero due aree dove potere realizzare il parcheggio. La prima accanto agli alloggi demaniali, l'altra nella parte finale di via la Montagnola. Prima di tutto però servono gli espropri e un progetto di massima. "Per finanziare l'intervento si potrebbe chiedere anche l'aiuto economico del ministero - aggiunge Mosca. D'altronde dovrebbe essere interesse anche degli uffici romani dare risposta a questa istituto. Però, prima di muoversi con Roma, è imprescindibile avere un progetto di massima. Un'altra soluzione, invece, potrebbe essere quella del project financing. Ma in ogni caso è necessario che si muova la politica".
Nel testo della petizione si ricorda anche la mancanza di servizi a supporto del carcere. Come, ad esempio, l'assenza della fermata dell'autobus, che costringe molti parenti dei detenuti ad arrivare in taxi alla Dogaia nei giorni delle visite.
"Già nel 2018 il consiglio comunale approvò all'unanimità una mozione per chiedere un parcheggio per il carcere - sottolineano alcuni agenti di polizia penitenziaria in servizio a Prato - Quell'atto però è rimasto lettera morta. Poi, a ogni campagna elettorale, politici di tutti i colori fanno passerella alla Dogaia e promettono di impegnarsi per realizzare il parcheggio. Finora però abbiamo ascoltato solo promesse e non abbiamo visto dei fatti concreti".
di Alvise Sperandio
Il Gazzettino, 16 novembre 2020
"Al di là della normativa sui giudizi in tempo di Covid, resta che la trattazione orale del contradditorio è vissuta con crescente fastidio e in Cassazione dilaga la scandalosa prassi di riportarsi ai motivi del ricorso".
A denunciarlo è la Camera penale veneziana con il suo presidente Renzo Fogliata, che a proposito delle impugnazioni delle sentenze davanti al giudice di grado superiore, denuncia la mancanza di dibattito in aula. "Ciò è apprezzato e favorito dai giudici che, stravolgendo i ruoli, liberano immediatamente i difensori che fanno sapere che si riportano, chiamando per primi i loro processi. Gli inviti, rivolti all'oratore, a concludere in fretta sono ormai una costante nei giudizi di impugnazione", scrive Fogliata in una nota, riferendo di sentenze della Cassazione che rigettano le richieste di un giudizio di legittimità ripetendo gli stessi argomenti adottati nei gradi precedenti, dove invece le valutazioni sono di merito.
Problemi ci sono anche in appello: "Prosperano prassi di sostituire la relazione orale, imposta dal legislatore, con relazioni scritte o di richiamare i difensori a trattare oralmente solo se in grado di sviluppare argomenti diversi da quelli trattati nell'atto introduttivo del grado". Gli avvocati penalisti ricordano l'importanza del confronto davanti al giudice senza limitarsi ai documenti: "L'oralità ha una vita propria.
La persuasione, la declamazione, l'accentazione, il dialogo con il giudice, non albergano nella carta. Secoli di evoluzione, cultura, tradizione sorreggono la discussione orale, non casualmente presente in ogni grado del processo penale. Ebbene, con il pretesto - perché di questo si tratta - dell'emergenza epidemiologica, il disegno di una parte della Magistratura si realizza. È ben vero che il difensore può chiedere la discussione orale, ma il rapporto tra regola ed eccezione si capovolge".
Fogliata va all'attacco sostenendo che tutto ciò giova "solo a una parte della Magistratura, la quale, con una commistione alla politica non solo tollerata, ma promossa e disciplinata da norme e istituzioni, siede nei Ministeri; siede, cioè, accanto alla politica, mescolandosi con essa e - di più - dirigendone l'azione e, come in tal caso, la penna. La Camera penale veneziana non rimane silente ad osservare il tramonto del processo, impegnandosi anzi a rendersi promotrice e sostenitrice di profonde riforme".
di Enrico Franceschini
La Repubblica, 16 novembre 2020
Parla la vedova dell'ex agente del Kgb assassinato a Londra nel 2006 con una dose di polonio radioattivo in una tazza di tè. "Sarebbe importante ricevere una sentenza da un tribunale internazionale, non solo sull'omicidio di mio marito ma anche sui tanti attentati di questi anni in cui viene sospettata Mosca". Marina Litvinenko, vedova di Aleksandr, l'ex-agente del Kgb assassinato a Londra nel 2006 con una dose di polonio radioattivo in una tazza di tè, fa causa alla Russia di Vladimir Putin.
Si è rivolta alla Corte Europea dei Diritti Umani, chiedendo un risarcimento di 3 milioni e mezzo di euro per i danni morali e i mancati guadagni risultati dalla morte del suo sposo. Entrambi avevano ottenuto asilo e cittadinanza britannica. In seguito un'inchiesta governativa britannica durata anni ha riconosciuto due ex-agenti del Kgb come esecutori materiali dell'assassinio e il presidente russo come il mandante "altamente probabile". Il Cremlino ha sempre rifiutato di estradare in Inghilterra i sospetti killer, Andrej Logovoj e Dmitrij Kovtun, negando ogni responsabilità. Ora per la prima volta la questione finisce in tribunale, davanti ai giudici di Strasburgo, un'emanazione del Consiglio d'Europa, di cui la Russia è membro.
Perché questo ricorso alla Corte Europea, signora Litvinenko?
"Il ricorso era partito nel 2007, ma lo abbiamo interrotto in attesa dell'inchiesta del governo britannico, che si è conclusa solo nel 2016. A quel punto lo abbiamo ripresentato, aggiungendo la richiesta della compensazione per danni. Ora ci aspettiamo una decisione imminente".
Conoscendo la Russia di Putin, spera di vincere la causa o anche di ottenere la compensazione da Mosca?
"Altri cittadini russi si sono rivolti alla Corte Europea e hanno ottenuto quello che chiedevano. Ma per me non è una questione di soldi. Sarebbe importante ricevere una sentenza da un tribunale internazionale, per di più riconosciuto dalla Russia, non solo sul caso di mio marito ma anche, come abbiamo chiesto, sugli altri omicidi politici addebitati a Mosca negli ultimi anni".
Come il tentato assassinio con il gas nervino dell'ex-agente Skripal a Salisbury?
"E come quello recente in Siberia contro il leader dell'opposizione russa Aleksej Navalnyj".
Lo studio legale americano che la rappresenta è molto vicino a Joe Biden. Si aspetta che, con Biden alla Casa Bianca, l'America avrà una linea più dura sugli assassini di stato commessi dalla Russia rispetto a Donald Trump?
"Lo spero proprio. Quando nel 2016 Trump è diventato presidente, il caso Litvinenko è stata una delle prime domande portate alla sua attenzione. E Trump ha risposto: "Non ne so niente, non ho prove, non ci credo". Con Biden penso che le cose cambieranno, come lascia capire l'appoggio che ricevo dagli avvocati a lui vicini".
È vero che ha avuto scarso sostegno anche da Boris Johnson?
"L'omicidio di mio marito è avvenuto sotto un governo laburista e l'allora ministro degli Esteri, David Miliband, si incontrò con me ben due volte. Con l'avvento al governo dei conservatori, l'atteggiamento è cambiato. Ho incontrato Theresa May quando era ministro degli Interni, ma poi è stata lei stessa a interrompere l'inchiesta pubblica citando l'esigenza di non compromettere le relazioni fra Russia e Gran Bretagna. Nel frattempo, i conservatori hanno continuato a ricevere donazioni da ricchi russi per il loro partito come niente fosse. Non dico che sia stato questo a condizionarli, ma non posso fare a meno di notarlo".
Ha paura per sé stessa a sfidare Putin in una sede internazionale così importante?
"Oggi ci sono molte ragioni per avere paura. Molte persone soffrono per la pandemia. Diciamo che non temo per me più di quanto temano gli altri".
di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 16 novembre 2020
L'allarme si estende a Somalia, Sudan e Gibuti. E all'Egitto con la disputa per le acque del Nilo. Il fuoco che sta incendiando il Corno d'Africa rischia di divampare ben oltre il Tigrai e l'Etiopia. La stabilità dell'intera regione, e dunque di mezzo continente africano, è scossa: lo scontro fra il gruppo di potere tigrino che si riconosce nel Tplf e sembra deciso alla secessione da una parte e il governo federale di Abiy Ahmed dall'altra ha già coinvolto l'Eritrea, ma potrebbe arrivare molto più in là.
In ballo è l'integrità dell'Etiopia: per questo il governo di Addis Abeba non ascolta i richiami a usare mezzi diplomatici e considera "interna" la questione del Tigrai. Nel breve termine, gli etiopici cercano una soluzione militare rapida, ma a disposizione del Tplf c'è una fetta robusta delle forze armate federali. L'incognita fondamentale è interna al Tigrai: quanti ufficiali schierati nella regione a nord sono favorevoli alla rivolta, quanta parte della popolazione tigrina ascolterà i richiami nazionalisti e sosterrà il Tplf anche di fronte a difficoltà economiche e di approvvigionamento.
Gli eritrei, apparentemente, non vogliono entrare in uno scontro con gli eterni nemici tigrini, il gruppo che guidava l'Etiopia ai tempi della guerra. Asmara - oggi in buoni rapporti con Addis Abeba - incassa il bombardamento tigrino, lamenta danni limitati, e per ora si limita a dare spazio di manovra per le truppe etiopi, confidando in una soluzione rapida dello scontro.
L'Eritrea teme un'Etiopia instabile o in disfacimento, che sarebbe un problema enorme per il piccolo Paese sulla costa del mar Rosso. E punta il dito sui tigrini, che vogliono - dicono gli eritrei - abbandonare la federazione ma soprattutto provocarne la crisi, arrivando persino a sostenere i gruppi indipendentisti delle etnie Oromo e Amhara, così da indebolire ancora di più il governo federale.
Ma la guerra può debordare anche oltre. Nei giorni scorsi Egitto e Sudan hanno cominciato esercitazioni militari aeree congiunte: di fatto un primo allarme è giustificato. Il governo del Cairo condivide con quello di transizione di Khartoum - che pure riconosce ad Abiy un ruolo importante nell'uscita dalla crisi avviata con la deposizione di Omar al Bashir - seri motivi di scontento verso Addis Abeba. Al centro c'è il Nilo, le cui acque sono contese fra tutti. E né i sudanesi né gli egiziani hanno accettato di buon grado la costruzione della diga etiope sul Nilo azzurro, che riduce la gettata dell'intero corso d'acqua in modo significativo. In più, il Sudan si trova a dover accogliere un flusso di profughi in aumento: secondo le Nazioni Unite, i fuggiaschi dalle zone della guerra potrebbero raggiungere quota duecentomila nei prossimi giorni. L'ennesima crisi umanitaria è ormai dietro l'angolo.
L'impegno dell'Etiopia per reprimere la rivolta del Tplf ha spinto il governo di Abiy Ahmed a ritirare i primi seicento uomini dal contingente stanziato in Somalia, dove i soldati etiopi sono parte di due diverse missioni internazionali. Per ora non è coinvolto il contingente schierato nell'Amisom, la missione anti-Shabaab, ma un'evoluzione in questo senso non può essere esclusa. E ovviamente l'indebolimento del fronte anti-jihadisti desta preoccupazione in tutto il mondo. Tanto più che gli integralisti della Somalia sono considerati un punto di riferimento per la strategia di Al Qaeda nell'intero continente.
L'incendio potrebbe arrivare persino a Gibuti. La piccola repubblica affacciata sul Golfo di Aden ospita una robusta presenza militare straniera: la grande base americana di Camp Lemonnier, da cui partono i droni Reaper che operano in Somalia e nello Yemen, una base francese, una italiana (con poco più di un centinaio di soldati, schierati in supporto per le forze in transito), e una degli Emirati arabi Uniti. E in un contesto come quello del Corno d'Africa, la possibilità che una scintilla possa diventare provocazione e dunque elemento di un allargamento incontrollabile dello scontro, è concreta.
di Matthew e Andrew Caruana Galizia
Corriere della Sera, 16 novembre 2020
In un editoriale, sottoscritto da 87 associazioni, tra cui l'Obc Transeuropa, gli eredi della reporter maltese uccisa spiegano perché le Slapp hanno effetti devastanti sulla libertà di informazione. Pubblichiamo, in esclusiva per l'Italia, un editoriale di Matthew e Andrew Caruana Galizia, figli della giornalista maltese uccisa da un'autobomba il 16 ottobre 2017.
Al momento della morte, su Daphne Caruana Galizia incombevano decine di querele per diffamazione, querele pretestuose innescate da chi la voleva mettere a tacere, querele che a livello internazionale abbiamo imparato a conoscere come Slapps (strategic lawsuits against public participation).
L'editoriale è sottoscritto, oltre che da Obc Transeuropa (Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa), da altre 86 organizzazioni, da Amnesty International alla federazione europea dei giornalisti, da Greenpeace a Index on Censorship, dalla Daphne Caruana Galizia Foundation a Transparency International.
Un caldo pomeriggio di primavera, a Malta, rientrando a casa in macchina, una giornalista nota qualcuno nei pressi dell'ingresso: si tratta di un ufficiale giudiziario impegnato ad incollare sul cancello centinaia di fogli di carta. I due cani da guardia stanno abbaiando a più non posso, con il muso attraverso l'inferriata cercano di mandarlo via, ma l'ufficiale è deciso a portare a termine quanto sta facendo. Il tribunale lo ha incaricato di notificare alla giornalista Daphne Caruana Galizia 19 querele per diffamazione presentate tutte insieme da un potente e ricco uomo d'affari. Pochi mesi dopo, la giornalista sarebbe morta, uccisa da un'autobomba telecomandata.
Noi facciamo parte di un gruppo di organizzazioni della società civile che considera questo episodio il caso più eclatante di Slapp, aggravato dal fatto che, dopo la morte di Caruana Galizia, le querele sono ricadute sulle spalle del vedovo e dei tre figli. L'acronimo "Slapp" (Strategic Lawsuits against Public Participation, querele strategiche contro la partecipazione pubblica) indica una forma di persecuzione giudiziaria pensata per intimidire e zittire le voci critiche. Prestigiosi studi legali senza scrupoli offrono questi servizi particolarmente aggressivi a ricchi e potenti che si possano permettere di trascinare una causa pretestuosa per anni, pur di potersi sottrarre al controllo dell'opinione pubblica.
Ma questo controllo è l'ossigeno di ogni sana società democratica. La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e altre corti nazionali e locali hanno più volte esplicitamente riconosciuto quanto sia importante il ruolo di una stampa libera, e per esteso della società civile, nel monitorare le azioni dei potenti. Queste sentenze riaffermano l'obbligo degli stati di creare un ambiente che garantisca la libertà di parola. Perché senza, la democrazia si indebolisce e muore.
Le lacune nelle nostre leggi che permettono ai potenti di piegare chi li critica fino a sottometterli, sono una lacuna nella democrazia europea. Abusi di questo tipo sono disseminati in tutto il continente. In Polonia, Gazeta Wyborcza, il secondo quotidiano più diffuso, in cinque anni ha ricevuto più di 55 tra querele e minacce di querele da parte di diversi soggetti, la maggior parte membri del partito di governo. L'imprenditore francese Vincent Bolloré e aziende legate al gruppo Bolloré hanno trascinato giornalisti e ong in cause di diffamazione per evitare che si parlasse degli affari dell'azienda in Africa. In Spagna, il produttore di carne Coren ha chiesto un milione di dollari di danni a un attivista ambientale che ne aveva criticato le pratiche di smaltimento rifiuti, mentre in precedenza l'azienda aveva minacciato altri attivisti e scienziati che stavano analizzando i livelli di nitrato nelle acque.
Questi attacchi legali estremamente costosi e impegnativi per chi li riceve non fanno che distrarre, ostacolare, se non bloccare del tutto, il lavoro di informazione da cui dipendiamo per sapere quanto ci accade attorno. E la situazione è ancora più contorta di quanto si possa pensare.
Quando si tratta di certi individui, governi, aziende e argomenti, non sono gli autori, i documentaristi o i giornalisti a decidere che cosa noi potremo leggere, guardare, o di che cosa potremo parlare. E non sono neppure i tribunali, visto che le Slapp raramente arrivano in aula, figurarsi a giudizio. A decidere per noi, grazie ad avvocati ben retribuiti, sono invece gli oligarchi e i loro amici in politica: sono loro a plasmare la narrazione e impedire che emerga la verità.
Stiamo assistendo all'emergere in Europa di un preoccupante schema in cui anche funzionari pubblici o vincitori di grossi appalti adottano le tattiche dei ricchi e famosi per sottrarsi al controllo dell'opinione pubblica; il fatto poi che le minacce siano spesso transnazionali fa lievitare i costi per giornalisti e attivisti, che si trovano convocati in tribunale lontano da casa, nelle giurisdizioni più care d'Europa. La sensibilità sulla questione sta crescendo.
La vice presidente della Commissione Europea Vĕra Jourová ha promesso di "esaminare tutte le possibili opzioni" per contrastare la minaccia che le Slapp pongono alla democrazia in Europa. Una soluzione promettente dalle istituzioni dell'UE potrebbe consistere nel rivedere l'equilibrio fra il diritto degli autori di querele temerarie e il diritto dei cittadini ad essere informati su questioni di pubblico interesse.
La legislazione europea da adottare dovrebbe proteggere tutti i cittadini europei dalle Slapp. Si tratta di una priorità. Come altrove nel mondo, si dovrebbero applicare anche nella Ue delle misure che permettano di archiviare le cause temerarie a uno stadio iniziale della procedura, nonché di sanzionare gli autori di Slapp quando abusano della legge e dei tribunali, e di trovare strumenti efficaci a tutela delle vittime.
Se consideriamo il ruolo che giornalisti, attivisti e whistleblower (segnalatori di corruzione) svolgono per lo stato di diritto e per la lotta alla corruzione, l'assenza di tutele costituisce una minaccia non soltanto alla libertà di stampa ma anche al corretto funzionamento del mercato interno europeo e ancor di più alla vita democratica dell'Europa.
La realtà è che per ogni giornalista o attivista minacciato con la violenza in Europa, altri cento sono zittiti con discrezione da lettere inviate da studi legali, che abusano di quelle stesse leggi pensate per tutelare la reputazione degli innocenti dagli attacchi dei potenti. Le Slapp sono un mezzo per intimidire e zittire certo meno barbaro di un'autobomba o di una pallottola in testa, ma il loro effetto sulla libertà di parola è spesso altrettanto devastante.
di Francesco Drago e Lucrezia Reichlin
Corriere della Sera, 16 novembre 2020
A seguito della prima ondata del Covid-19 l'Italia è il Paese che ha mantenuto più a lungo le scuole chiuse. Però i dati mostrano che sospendere la didattica in presenza nelle scuole ha dei costi certi, ma benefici molto incerti.
Molte sono le caratteristiche comuni delle strategie anti-virus adottate dai Paesi europei. Ma ce ne è una che distingue l'Italia dagli altri: quella sulla scuola. A seguito della prima ondata del Covid-19 l'Italia è il Paese che ha mantenuto più a lungo le scuole chiuse. E con la seconda ondata siamo il primo Paese europeo a chiuderne una buona parte.
Dopo l'aggravarsi della curva epidemica, infatti, il governo ha stabilito la didattica a distanza per tutte le scuole superiori. A questo si aggiunge un divario regionale. La Campania, che già aveva riaperto dopo tutte le altre regioni, da metà ottobre ha chiuso tutte le scuole di ogni ordine e grado. La Puglia ha adottato la stessa decisione a fine ottobre ed altre iniziative locali simili da parte di sindaci sono in atto in altre regioni. Non vogliamo sottovalutare le ragioni di chi è preoccupato dal contagio e dalla tenuta del sistema sanitario, ma - soprattutto in un lockdown selettivo - i benefici di certe scelte vanno valutati rispetto ai costi.
I dati mostrano che sospendere la didattica in presenza nelle scuole ha dei costi certi, ma benefici molto incerti. Partiamo dai benefici. Non è chiaro quanto la chiusura delle scuole riduca il contagio. La riduzione del contagio dipende dal contesto in cui le scuole vengono riaperte (ad esempio dai protocolli e dal trasporto pubblico locale associato all'attività scolastica), da come e dove trascorrono il loro tempo gli studenti colpiti dai provvedimenti di chiusura e dal tipo di scuola (primaria o secondaria). In alcuni casi, come in quello tedesco, la riapertura sembra addirittura aver ridotto il contagio nella fascia di popolazione più giovane, lasciandolo invariato nella popolazione più adulta. Come anche alcuni autorevoli medici accademici hanno sottolineato su queste colonne (Remuzzi e Villani), in presenza di rigidi protocolli, la propagazione del contagio a scuola è limitata.
Vero, in certi Paesi si è riscontrato un aumento considerevole di contagi in concomitanza alla riapertura della scuola, ma non è chiaro che ci sia un nesso causale tra le due cose perché molte altre riaperture sono avvenute allo stesso tempo. Correlazione non implica causalità. Osservare che in concomitanza dell'apertura della scuola i contagi aumentano non implica necessariamente che in assenza dell'apertura i contagi sarebbero stati più bassi. E stimare l'impatto della chiusura sui contagi in Italia è un'impresa ardua, specialmente in assenza di dati dettagliati che purtroppo non sono disponibili.
Parliamo ora dei costi. Su questi ultimi c'è meno incertezza. La chiusura danneggia tutti gli studenti anche quando viene attivata la didattica a distanza. Chiusure prolungate hanno effetti permanenti sul rendimento scolastico, sulle abilità cognitive, sulla propensione all'abbandono scolastico e sullo stato psicofisico dei nostri studenti.
Non è innocuo chiudere per uno o due mesi oggi, specialmente in un Paese in cui la scuola era stata già penalizzata dalla chiusura di marzo. Montagne di studi nelle scienze sociali ci dicono che chiudere la scuola oggi rappresenta una ipoteca sul futuro di una intera generazione. Costi certi e benefici incerti caratterizzano anche la chiusura di altre attività, ma la scuola è un settore in cui i danni associati alla sospensione della didattica non si recuperano più. Sono perdite permanenti per gli studenti e quindi per tutto il Paese.
Cosa spiega questa anomalia italiana sulla chiusura della scuola? La scarsa attenzione alla formazione è uno dei problemi storici dell'Italia che ha caratterizzato governi di ogni colore. Gli effetti si sono visti con i risultati dei test Pisa (Programme for International Student Assessment) - prima della pandemia - decisamente poco incoraggianti specialmente per alcune regioni italiane, ma anche con gli alti tassi di abbandono scolastico e la bassa percentuale di laureati.
Oggi si constata che, paradossalmente, proprio dove c'è bisogno di più scuola c'è più disponibilità a chiudere. E c'è una ragione politica per questo, come dimostrato dalla correlazione con altri indicatori. Per esempio, le regioni meridionali, che hanno chiuso prima di altre, sono anche quelle in cui la bassa partecipazione al mercato del lavoro femminile (solo una donna su tre lavora nel Mezzogiorno) e le maggiori carenze nel tracciamento dei contagi, rendono politicamente meno costosa la sospensione della didattica.
Ma la ripartenza dopo questa drammatica crisi, così come la trasformazione necessaria a innalzare il nostro tasso di crescita nel lungo periodo, può solo basarsi sulla forza delle nuove generazioni come motore di un percorso virtuoso, di rinascita. Si è parlato molto in questi mesi di costruire una società resiliente, cioè capace di assorbire l'impatto di eventi negativi anche nel futuro. Indebolire il processo di accumulazione di capitale umano con periodi prolungati di chiusura delle scuole non è certo il modo migliore di costruirla. Ed è chiaro che la sospensione della didattica ci pone in una posizione di svantaggio nel contesto internazionale.
Non vi è solo un problema di sviluppo di lungo periodo ma anche un tema di equità. Uno degli aspetti più preoccupanti della chiusura delle scuole è la penalizzazione maggiore degli studenti vulnerabili e di quelli provenienti da contesti socio-economici più svantaggiati. Gli effetti distributivi sono rilevanti anche in termini intergenerazionali. Il funzionamento dell'ascensore sociale dipende dalla scuola. Chiudendola, l'ascensore si blocca.
La scuola era un'emergenza prima della pandemia. Oggi è un dramma che se non affrontato avrà effetti devastanti e duraturi. Proteggere la formazione dei nostri ragazzi dovrebbe essere una priorità nazionale attorno a cui costruire politiche adeguate che minimizzino i costi del contagio. Per questo bisogna adottare soluzioni innovative in linea con gli altri Paesi europei che le scuole le mantengono aperte anche in condizioni sanitarie più critiche della nostra.
È importante che l'impegno sia nazionale. Un Paese moderno non dovrebbe consentire disparità di trattamento dei suoi cittadini sul diritto all'istruzione.
Anzi, dovrebbe arginare ulteriori chiusure ripristinando un principio di equità orizzontale che metta tutti i cittadini nelle condizioni di godere dei diritti fondamentali allo stesso modo. Se la chiusura di tutte le scuole in alcune aree del Paese - come sembra - è dettata da carenze organizzative sul tracciamento dei contagi in ambito scolastico, si intervenga urgentemente con risorse umane e materiali per rimettere le regioni inadempienti in linea con il resto del Paese.
Non vogliamo sottovalutare i fattori specifici che rendono difficile mantenere il sistema scolastico operativo anche con soluzioni ibride, ma se si riconosce in questo una priorità, si agisca in modo conseguente con misure adeguate e congrue all'emergenza. Il governo ha costruito un largo consenso sulla priorità della scuola e della salute, elementi essenziali per la resilienza della nostra società. Oggi deve dimostrare il suo impegno proteggendo la scuola perché è dal futuro delle giovani generazioni che dipende il futuro del nostro Paese.
di Sergio Harari
Corriere della Sera, 16 novembre 2020
C'è un grande pericolo: non vorremmo dover affrontare domani una terza emergenza con la stessa impreparazione. I prossimi dieci giorni saranno fra i più difficili della storia recente di questo Paese, colpito come gran parte dell'Europa da una seconda ondata pandemica ampiamente prevista, alla quale siamo andati incontro con incosciente ottimismo. Dieci giorni nei quali i ricoveri continueranno a crescere prima che si faccia sentire l'effetto delle misure restrittive messe in atto tardivamente e tra troppi mugugni, tra rimpalli di responsabilità e accuse francamente deprimenti. Rassegnazione, rimozione e negazione sono le parole che meglio rappresentano i sentimenti che hanno portato a questa drammatica situazione. Abbiamo voluto credere che tutto si sarebbe concluso la scorsa estate, che eravamo stati talmente bravi che il virus se ne sarebbe andato per sempre, e ci siamo beati nell'immagine ottimistica dell'Italia che ci veniva rimbalzata dall'estero. Ma eravamo solo in ritardo sulle curve epidemiologiche rispetto agli altri, così come le avevamo invece anticipate a marzo, non ci voleva molto per intuirlo.
Bastava osservare da agosto il progressivo graduale aumento dei ricoveri con numeri dapprima a due cifre, poi a tre e, infine, a quattro, prima che si cominciasse a polemizzare sul da farsi. Intanto i nostri concittadini morivano e muoiono quotidianamente ma, appunto, il Paese sembra ormai rassegnato a perdere centinaia e centinaia di vite ogni giorno. Le misure restrittive adottate sono lontane dal duro lockdown attuato la scorsa primavera, daranno risultati meno netti e impiegheranno più tempo a flettere significativamente la curva epidemiologica e ridurre i ricoveri.
Non spetta a chi come me è un tecnico valutare se queste siano il giusto compromesso tra esigenze sociali, economiche e di salute pubblica, ma a noi sanitari resta la preoccupazione per i letti da trovare e i malati da assistere mentre il territorio rimane anche stavolta completamente sguarnito. Sempre più soli, decimati da malattie, lutti e quarantene, stanchi e provati gestiamo anche questa seconda emergenza, ma non vorremmo domani dovere affrontare con la stessa impreparazione una terza ondata.
Le pandemie hanno storie che si ripetono nel tempo e una nuova ondata dopo una attesa e quanto mai sperata flessione della diffusione virale è purtroppo una concreta possibilità. L'uscita da questo incubo verrà solo quando disporremo di un vaccino efficace e potremo somministralo a tutti, un obiettivo che non si raggiungerà domani, nel frattempo è meglio essere realisti, pensiamo oggi a cosa potremmo trovarci a gestire nei prossimi lunghi mesi, immaginiamo scenari e soluzioni per tempo. Abbiamo commesso un sufficiente numero di errori, sarebbe ora di fermarsi e riflettere bene.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 16 novembre 2020
Le carceri egiziane hanno le porte girevoli. Il sistema è collaudato e ha persino un nome: tadweer, "rotazione". Un prigioniero in attesa di giudizio esce perché il periodo massimo di detenzione preventiva sta per scadere o addirittura è stato superato.
Passa qualche ora o qualche giorno e torna dentro per una nuova incriminazione. L'ultima vittima di questa pratica feroce e illegale è il blogger Mohamed Ibrahim Mohamed Radwan, noto come Mohamed "Ossigeno". Prima del primo arresto, risalente all'aprile 2018, gestiva un canale su YouTube seguito da 220.000 utenti su cui pubblicava per lo più interviste girate in strada.
Oggetto di una sentenza di rilascio dopo 26 mesi di carcere (interrotti da una breve "rotazione" dopo i primi 14) la scorsa settimana insieme ad altri 459 detenuti, tra cui 300 persone arrestate nelle manifestazioni del settembre 2019, Mohamed "Ossigeno" è ora associato all'indagine 855/2020 che riguarda l'adesione a un gruppo terrorista. L'indagine si estende ad altri "ruotati" tra cui l'attivista politico Sameh Saudi (a sua volta rilasciato la scorsa settimana) e il docente di Scienze politiche Hazem Hosny.
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