di Catia Paluzzi
gnewsonline.it, 13 febbraio 2021
L'Ufficio di Servizio Sociale per i minorenni di Messina ha ideato e realizzato, in partenariato con l'Ufficio locale dell'esecuzione penale esterna di Messina, il progetto "Osmosi". Tale progetto, frutto del lavoro congiunto dei funzionari Maria Baronello, Danila Caristi, Carmela Lavina, Toscano Paola, coordinati da Maria Palella, Direttore dell'USSM di Messina, ha rappresentato la traduzione operativa dei contenuti appresi in occasione del percorso laboratoriale formativo "La Comunità da Fare", che ha contribuito a sviluppare un diverso approccio al lavoro di Comunità nei funzionari coinvolti, fornendo degli input per l'avvio di processi di cooperazione con gli stakeholder del territorio coinvolto, con esiti soddisfacenti.
Il piano progettuale è stato realizzato dall'Associazione Bios di Messina che ha prodotto un ricco ed esaustivo report conclusivo che ben ha rappresentato lo sviluppo delle fasi realizzate e gli obiettivi raggiunti come dal video-documentario dell'azione "Peer education" e dalla mappa interattiva. La condizione pandemica ha costretto a modificare le azioni rivolte ai destinatari diretti e indiretti del progetto, portando quindi alla realizzazione di "prodotti smart", mappa interattiva delle risorse destinate ai giovani presenti nel territorio individuato nel progetto e video rappresentativo della peer education.
quibrescia.it, 13 febbraio 2021
Il Covid ha dato un duro colpo alle numerose attività interne agli istituti di pena bresciani. Da febbraio 2020 le misure di precauzione sanitaria hanno limitato l'accesso ai moltissimi professionisti e volontari che quotidianamente varcavano i cancelli del carcere per prestare la loro opera con le persone recluse. Attività che, oltre a rispondere al chiaro dettato costituzionale della "rieducazione del condannato", contribuivano a rendere più umano il carcere, più sopportabile la privazione della libertà, meno angosciante la sensazione di solitudine che spesso le persone recluse soffrono e che rende più gravoso il lavoro del personale penitenziario.
E, se ancora oggi le cautele sanitarie non consentono la ripresa di molte attività interne, la direzione degli istituti penitenziari bresciani, di concerto con l'area sanitaria dell'Asst Spedali Civili, gli educatori, la comandante e le cooperative sociali di Bessimo e Comunità Fraternità, hanno deciso di inaugurare un nuovo centro diurno interno alla casa circondariale Nerio Fischione di Canton Mombello rivolto principalmente ai detenuti più fragili che, questa mancanza di iniziative, la soffrono maggiormente.
La nuova opportunità era stata già programmata prima dell'esplosione della pandemia grazie al progetto regionale finanziato con fondi Cassa Ammende (un fondo alimentato dalle ammende degli stessi detenuti) che oltre alle diverse attività prevedeva l'offerta di uno spazio di riflessione e decompressione dalla vita in "sezione" per giovani reclusi gravati da problematiche psichiche o di dipendenza nella casa circondariale Nerio Fischione. Uno spazio, appositamente arredato e dotato di moderni strumenti tecnologici, pensato per offrire alti livelli di soddisfazione personale ai partecipanti e non come ulteriore elemento di emarginazione dal resto della popolazione detenuta.
Dall'8 febbraio 2021, prevedendo il massimo grado di cautele possibili per un'attività in presenza, per 4 pomeriggi a settimana si alterneranno laboratori di arte-terapia, di musicoterapia, con lavori di approfondimento sull'attualità e sulle opportunità territoriali da cogliere una volta terminata la pena.
Laboratori tenuti da riconosciuti professionisti che prestano la loro opera con successo all'esterno e ora tenteranno di raggiungere gli stessi risultati anche all'interno del carcere di Brescia con i primi otto detenuti selezionati. Ogni persona privata della libertà, presto o tardi, tornerà a vivere fuori dal carcere. Come sapranno affrontare il loro futuro dipende anche da come viene vissuto il presente detentivo.
In questo solco il centro diurno vuole lavorare: far vivere con maggior consapevolezza la reclusione, offrire strumenti di analisi e di lettura di sé, al fine di migliorare lo stare in carcere nell'immediato e le opportunità di reinserimento una volta terminata la pena.
Una sfida importante e che in altri territori ha già dato frutti inaspettati. Da lunedì 8 febbraio anche a Brescia è iniziata la sperimentazione, nonostante il coronavirus, perché non si deve smettere di innovare soprattutto in ambienti come il carcere che continuano a essere considerati marginali quando invece dovrebbero essere centrali nella promozione di una società democratica. Per maggiori informazioni sul progetto "Incubatori di comunità: la possibilità di un'alternativa".
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 13 febbraio 2021
Gli Stati Uniti vantano il 5% della popolazione mondiale e il 25% di quella carceraria. In pratica un detenuto su quattro del pianeta vive dietro le sbarre di una prigione americana. Il cupo ritratto dell'universo carcerario statunitense mostrato dal docu-film Netflix "XIII Emendamento" è racchiuso tutto in queste raggelanti cifre. Ci sono più detenuti negli Usa che in qualsiasi altra nazione, il doppio della Cina che ha un miliardo e mezzo di abitanti e non proprio un sistema giuridico fondato sulle garanzie e il diritto. Molti di più di qualsiasi Stato autoritario o dittatura, sia in termini assoluti che in percentuale.
Qual è stata dunque la genesi di questa enome nazione-carcere e quali sono le sue vittime designate? Sono le domande che ripercorre "XII Emendamento", individuando come punto di svolta la fine della schiavitù al termine della Guerra civile. Una svolta che avrebbe dovuto consegnare la comunità afroamericana alla piena cittadinanza ma che di fatto ha segnato il passaggio dallo schiavismo alla carcerazione di massa. Centinaia di migliaia sono stati i neri arrestati nei mesi successivi alla guerra per reati risibili come il vagabondaggio.
Nelle carceri servivano da mano d'opera al comparto industriale degli Stati del sud, che in questo modo compensarono la perdita dei preziosi schiavi. Tutto questo fu possibile anche per la cultura profondamente razzista di cui milioni di bianchi erano imbevuti. Il mito del negro criminale e stupratore, pericoloso come una belva, nasce con la liberazione degli schiavi e con oltre 5 milioni di afroamericani a "piede libero", un mito che persiste nei decenni successivi. Rappresentato plasticamente in "Birth of a Nation", il lungometraggio di David Wark Griffith ambientato durante la guerra di secessione, elogio della nazione bianca e dei cappucci del Ku Klux Klan, dipinto come un'avanguardia di patrioti e giustizieri dei neri feroco e predatori. La pellicola del 1915 ebbe un successo vastissimo, salutata come un capolavoro ridiede forza e vigore al Klan che all'epoca era caduto in disgrazia.
Nel corso degli anni quel razzismo manifesto e sfrontato è stato progressivamente emarginato nella società americana, o meglio è stato sostituito da un linguaggio più burocratico e da una diffusa forma di controllo sociale e repressione dei neri. Il perno di questo sistema naturalmente è il carcere. Dopo la stagione dei diritti civili, da Rosa Parks a Martin Luther King, negli anni 70 comincia l'impressionante ipertrofia dell'universo carcerario Usa, in poco più di trent'anni i detenuti passano da 500mila a oltre 3 milioni, un fiume di detenuti che riempiono le carceri, in gran parte afro e ispanici, grazie alle nuove durissime leggi contro la criminalità. Non più i "negri", ma i "criminali super predatori", e gli "spacciatori" che di fatto sono la stessa cosa. Da Nixon a Reagan, da Bush senior a Clinton, da Bush jr a Trump, passando per Obama tutte le amministrazioni hanno gonfiato il numero di carcerati. Decisivo in questo intreccio tra cultura giustizialista e interessi economici è stato il ruolo dell'Alec, una società di consulenza giuridica finanziata dai grandi gruppi industriali, tra cui la Cca, la maggiore azienda privata per la gestione delle prigioni che da almeno trent'anni influenza la legislazione sulle carceri.
Le leggi restrittive approvate dall'amministrazione Clinton, in particolare il "tre colpi e sei fuori" (ergastolo al terzo reato) e l'aumento delle pene minime sono state praticamente fotocopiate dai "suggerimenti" dell'Alec. Anni dopo Bill Clinton in persona si scusò pubblicamente per quelle leggi, ammettendo che furono un grave errore. Ma il circolo vizioso che porta la Cca a generare profitti per ogni nuovo detenuto che entra nei suoi circuiti penitenziari, non si è mai interrotto.
Di fatto le prigioni piene sono un business troppo lauto perché la politica possa svuotare le celle.
Negli ultimi quattro anni la Cca ha gestito i centri di detenzione per immigrati che durante l'amministrazione Trump sono spuntati come funghi sul territorio statunitense, E per il futuro l'Alec già sta architettando progetti di legge da mettere sul tavolo degli amministratori per la video- sorveglianza, per il controllo della libertà condizionata e per l'ottimizzazione del lavoro dei detenuti all'interno delle carceri, un altro fiorente business che fa gola alle imprese. Proprio come duecento anni fa.
redattoresociale.it, 13 febbraio 2021
Il recluso racconta anche la sua difficile storia e la sua difficile infanzia: "Quando sono nato la mia mamma aveva 15 anni e mio padre 18, sono cresciuto con i miei nonni giovani, frequentai le scuole fino a 12 anni, poi ho lavorato, di giorno nei campi, di pomeriggio nei cantieri edili. Un detenuto nel carcere di Firenze scrive al Rettore dell'Università dedicandogli una poesia e ringraziandolo per la possibilità di frequentare la facoltà di agraria a distanza proprio da dentro l'istituto penitenziario. La lettera rivolta al rettore inizia così: "Mi perdoni la mia calligrafia, scrittura carica di nevrosi gratuita. Sono iscritto ad agraria, volevo ufficializzare la mia riconoscenza, e poter dire a tutti voi un grande grazie". Poi racconta la sua difficile storia e la sua difficile infanzia: "Quando sono nato la mia mamma aveva 15 anni e mio padre 18, sono cresciuto con i miei nonni giovani, frequentai le scuole fino a 12 anni, poi ho lavorato, di giorno nei campi, di pomeriggio nei cantieri edili, e la sera studiavo per il diploma delle medie".
Poi la poesia, dal titolo "La pioggia", che riportiamo integralmente qui di seguito: La pioggia. Aurora splendente come la vita, nubi a raccolta oscura della vita. dolce è la discesa; faticosa e a raccolta la salita. La pioggia. Armoniosa è in rivolta, essa è la pioggia Che dolcemente scende. Essa ha potere di pulire anche l'umana mente. La pioggia. Di acqua per dar vita, ha il potere di pulire ogni vita, con l'ascesa e la salita: Essa è la pioggia della rinnovata vita. La pioggia. In vapor amorosa sale, è IN dolce vita, per il potere suo, dare la vita. La pioggia.
di Enzo Spiezia
ottopagine.it, 13 febbraio 2021
Chiusa l'inchiesta del pm Tillo su vicenda del 2019 che sarebbe accaduta, nell'Istituto di Airola. Una brutta storia che racconta presunte botte e violenze ad un detenuto. È finita al centro di una inchiesta del sostituto procuratore Assunta Tillo, che ora l'ha conclusa, chiamando in causa, a vario titolo, per le ipotesi di reato di violenza privata, falso e concussione, sei uomini e donne della polizia penitenziaria in servizio presso l'Istituto penale minorile di Airola.
La lente investigativa si è allungata su fatti che si sarebbero verificati a cavallo tra il 26 marzo ed il 1 aprile del 2019 all'interno della struttura, successivamente al rinvenimento ed al sequestro, da parte degli agenti, di due cellulari nella stanza di un ospite, napoletano.
Secondo gli inquirenti, durante l'interrogatorio al quale sarebbe stato sottoposto il 26 aprile, il giovane, che si era assunto la responsabilità del possesso dei due apparecchi, sarebbe stato costretto a rivelare i nomi di ulteriori responsabili dell'introduzione dei telefonini nel carcere. Mentre era seduto, sarebbe stato colpito ripetutamente; poi, quando aveva tentato di fuggire, sarebbe stato inseguito lungo il corridoio, messo in un angolo, aggredito e picchiato.
Nel mirino, inoltre, quanto sarebbe avvenuto a distanza di qualche giorno: il 1 aprile, quando al recluso sarebbe stato intimato di non riferire ciò che gli sarebbe capitato, altrimenti avrebbe rischiato una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale.
Nella stessa circostanza - sostiene l'accusa - gli sarebbe stato detto che se li avesse un po' aiutati, loro avrebbero fatto altrettanto: il tutto per costringerlo a presentare una dichiarazione orale di rinuncia al diritto di querela. Attenzione puntata, infine, su due relazioni nelle quali era stato descritto l'episodio del 26 aprile, di cui sarebbe stata fornita, a detta del Pm, una falsa rappresentazione. Difesi, tra gli altri, dagli avvocati Gianluca Grasso, Antonio Leone e Vittorio Fucci, gli indagati hanno adesso venti giorni a disposizione per chiedere di essere interrogati e produrre memorie; esaurita questa fase, il Pm procederà alle eventuali richiesta di rinvio a giudizio.
di Sarita Fratini
Il Manifesto, 13 febbraio 2021
Cinque cittadini eritrei intentano una causa civile contro il governo Conte I e a nave privata Asso Ventinove: il 2 luglio 2018 li riportò in Libia coordinandosi con la Marina militare italiana. Alla base dell'azione legale testimonianze dei sopravvissuti, i tracciati e i documenti della stessa compagnia. Dopo due anni di ricerca della verità, anni in cui i governi italiani Conte I e Conte II hanno respinto gli accessi civici alle comunicazioni in mare nella notte tra il primo e il 2 luglio 2018 e mai risposto a un'interrogazione parlamentare sulla vicenda, cinque cittadini eritrei avviano un'azione legale presso il Tribunale civile di Roma. E la verità viene fuori. Un respingimento collettivo gigantesco in Libia (276 persone secondo i libici, 262 secondo gli italiani) sarebbe stato disposto e coordinato dalla autorità italiane nell'ambito di un evento SAR tenuto segreto.
I fatti che seguono sono stati ricostruiti a partire dalle testimonianze dei sopravvissuti, i tracciati di navigazione della nave privata italiana che ha materialmente operato il respingimento, la Asso Ventinove della Augusta Offshore, ma soprattutto sulla base dei documenti presentati dalla stessa compagnia nelle fasi preliminari dell'azione legale: il diario di bordo della nave e la relazione del comandante Corrado Pagani, inviata al Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto (Mrcc). Ciò che manca, invece, sono le comunicazioni tra i militari italiani nelle ore precedenti al coinvolgimento della Asso Ventinove.
Il 1 luglio 2018, dopo 20 ore di navigazione, tre gommoni in fuga dalla Libia sono in difficoltà in un punto non ancora precisato del mar Mediterraneo. "Abbiamo telefonato ai soccorsi italiani - ci raccontano i passeggeri di una delle imbarcazioni, partita il giorno prima da Khoms - e in seguito siamo stati sorvolati da alcuni aerei". Dopo molte ore, alle 19, arriva sul posto la motovedetta libica Zwara. Uno dei tre gommoni è già affondato, la metà dei passeggeri affogata. I libici recuperano i sopravvissuti di questo e delle altre due imbarcazioni: "276 migranti in tutto", scrivono sul loro account Facebook. Con troppe persone a bordo e il mare grosso, la Zwara procede a rilento verso sud.
Alle 22.10 la base della Marina militare italiana a Tripoli chiama la nave privata Asso Ventinove, in servizio alla piattaforma della Melitah Oil and Gas (una partecipata di Eni), e le dà istruzioni per una operazione SAR: il soccorso alla motovedetta Zwara. All'una di notte la Asso Ventinove arriva sul posto e trova già lì, fermo, non si sa da quanto tempo, il cacciatorpediniere lanciamissili della Marina militare italiana Caio Duilio, un enorme pattugliatore (150 metri di lunghezza) già impiegato nell'operazione "Mare Sicuro". Da quel momento saranno i militari italiani sulla Duilio a dare istruzioni alla Asso Ventinove. I naufraghi vengono trasferiti dalla Zwara sulla Asso Ventinove. Alcune donne, tra cui Dahia, incinta all'ottavo mese, parlano con l'equipaggio italiano, dichiarano di essere eritree e di voler chiedere asilo all'Italia. L'equipaggio risponde: "Vi portiamo in Italia. Adesso dormite". La nave riparte. Al mattino, invece dell'Italia, compare il porto di Tripoli. I sopravvissuti al naufragio vengono rinchiusi nei lager di Tarek al Mattar e Triq al Sikka. Tra di loro ci sono 29 donne, almeno una incinta, e 54 minorenni.
Persone respinte in segreto in Libia, gettate sul pavimento dei lager e lì dimenticate. Almeno due morte, di fame e malattia. Invisibili. La storia del respingimento collettivo del 2 luglio 2018? Occultata. Nelle primavera del 2019 cercammo le vittime del caso Asso Ventotto (altro respingimento operato da nave italiana, per cui oggi c'è un processo penale a Napoli, prima udienza il 26 febbraio). Ma in un lager libico trovammo Ato, Cris, Kissa e tanti altri che ci raccontarono una nuova storia, la loro.
Due anni di indagini. All'inizio soli, poi con il collettivo appositamente fondato, Josi&Loni Project (dal nome di due dei respinti: Josi, morto sul pavimento del lager di Zintan, e Loni, nato nel lager di Triq al Sikka), poi con il supporto degli avvocati di Asgi e l'aiuto di tantissime altre realtà e associazioni. Martedì 16 febbraio alle ore 18, sulla pagina Facebook del JLProject, il collettivo ripercorrerà tutti i passi di questa lunga ricerca della verità.
Oggi cinque cittadini eritrei, miracolosamente sfuggiti all'inferno libico in cui sono stati illegalmente ricacciati, intentano causa civile contro il consiglio dei ministri e tre ministeri (retti da Conte, Salvini, Toninelli e Trenta), contro il comandante della nave Asso Ventinove Corrado Pagani e contro la compagnia Augusta Offshore. Tra i ricorrenti ci sono Ato, respinto ancora minorenne, e Loni, il più piccolo, che sulla Asso Ventinove era ancora nella pancia della madre. Per ora i ricorrenti sono solo cinque perché non si possono rappresentare le vittime che sono ancora in Libia. "Prendere la procura legale di un rifugiato in Libia - ci spiega l'avvocata di Asgi Lucia Gennari - è impossibile".
Tra le numerose violazioni dei diritti umani e civili subite dai migranti, c'è anche il mancato diritto a un avvocato. Testimoni ci raccontano che persino nel tribunale ordinario di Tripoli i processi per il reato di immigrazione clandestina (pena: detenzione a tempo indeterminato con lavori forzati, secondo la legge libica 19/2010) sono celebrati senza la presenza di un difensore. Già due, tra i rifugiati illegalmente respinti il 2 luglio 2018, sono morti e altri potrebbero subire la stessa sorte.
"L'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e Unhcr hanno tracciato e conosciuto la storia di queste persone - denuncia l'avvocata Giulia Crescini durante la conferenza stampa di ieri sul respingimento del 2 luglio - ma poi hanno coperto e affiancato l'attività delle autorità italiane". Racconta che sul molo, al momento dello sbarco a Tripoli, il personale di Oim era presente e identificò tutti i respinti. Tuttora, continua Crescini, Oim non risponde alle richieste di accesso agli atti presentate a nome dei ricorrenti.
Anche Unhcr intervistò tutte le vittime finora rintracciate e ascoltò la loro storia. Ma nelle schede che ha fornito ai ricorrenti non c'è traccia degli eventi del luglio 2018. "Perché Unhcr e Oim non hanno mai denunciato il fatto?", si chiede l'avvocato di Asgi Salvatore Fachile. Abbiamo chiesto l'opinione di Oim e Unhcr in Libia. Dai primi non abbiamo ricevuto risposta, mentre Unhcr, attraverso la portavoce Gluck, specifica: "La nostra posizione è chiara: la Libia non è un porto sicuro e nessuno dovrebbe essere riportato in Libia dopo essere stato soccorso o intercettato a meno che non ci siano alternative. Unhcr e Oim sono spesso presenti nei porti libici per fornire aiuto, la nostra priorità è assicurare assistenza salva-vita. Se veniamo a conoscenza di casi di respingimento, li solleviamo alle autorità competenti"
I dubbi sul ruolo dell'Italia nei respingimenti che avvengono quotidianamente nel Mediterraneo sono tanti. Le operazioni SAR sono coperte da segreto militare e ai cittadini è negato il diritto di appurare se la direzione italiana dei respingimenti operati dai libici sia un caso isolato o la prassi. Dietro questo segreto militare potrebbero celarsi altri respingimenti collettivi, illegali per le leggi europee e italiane, e che potrebbero esporre il nostro paese a decenni di cause e sanzioni. "Stavi cercando me?", esclamò Kissa, piena di stupore, quando la ritrovammo nella cella delle donne di Triq al Sikka. "Sì, stavo cercando te". Questo caso è importante anche perché dimostra che nessuno è invisibile e che tutti i reati contro i diritti umani possono essere scoperti e denunciati.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 13 febbraio 2021
Luciana Lamorgese confermata al ministero dell'Interno. Attenzione ai diritti umani e ai vantaggi per l'economia. Ma la Lega già scalpita. Da ex banchiere Mario Draghi ha un approccio all'immigrazione, almeno quella regolare, prevalentemente collegato all'economia e ai benefici che possono derivare dalla presenza nel nostro Paese di lavoratori stranieri. Anche guardando al futuro. "La popolazione in età da lavoro diminuirà gradualmente nella prossima decade" spiegò nel 2016 intervenendo da presidente della Bce al Brussels economic forum.
Sottolineando come l'integrazione dei migranti se non proprio risolto, avrebbe comunque aiutato a frenare il calo demografico che da anni affligge l'Italia (nel 2019, secondo uno studio della Fondazione Leone Moressa, a fronte di 6,5 bambini ogni mille abitanti nati da coppie italiane, se ne sono registrati 12,6 da coppie di origine straniera). Senza contare, nello stesso anno, i benefici per le casse dello Stato derivanti dalla presenza di 5,3 milioni di stranieri regolari, il 48% dei quali risulta occupato.
Complessivamente la ricchezza prodotta da chi ha scelto di vivere nel nostro Paese è stata di 147 miliardi di euro, pari al 9,5% del Pil, un tesoretto di cui fanno parte 26,6 miliardi di euro di entrate fiscali (13,9 sono i contributi previdenziali e sociali pagati dagli stranieri, sempre secondo lo studio della Fondazione Moressa).
Tutti numeri che il premier conosce bene, e che potrebbero avere un peso anche per quanto riguarda i futuri arrivi, tanto più adesso che il decreto immigrazione varato dal governo Conte 2 non prevede più un tetto massimo annuale all'ingresso dei lavoratori stranieri nel decreto flussi.
Diverso il discorso se si parla di immigrazione irregolare. Quale sarà la politica del governo di fronte agli arrivi di migranti sulle nostre coste? La riconferma al ministero dell'Interno di Luciana Lamorgese, la ministra che ha messo fine alla politica dei porti chiusi di Matteo Salvini e accelerato le procedure di sbarco dalle navi delle ong, risponde già in parte alla domanda, anche se non in maniera definitiva.
Contrariamente infatti a quanto accadeva solo fino a qualche settimana fa, l'immigrazione sembra essere sparita dall'agenda politica del Paese. Non se ne è praticamente parlato neanche durante le consultazioni avute da Draghi con le delegazioni dei partiti e chi ha provato ad accennarne non avrebbe ricevuto risposta. Il che, naturalmente, non significa che il premier non conosca bene i drammi che si ripetono ogni giorno nel Mediterraneo centrale e che quanto accaduto pochi giorni fa con la nave Ocean Viking, che ha salvato 422 migranti sbarcandoli poi ad Augusta, non possa ripetersi presto (la Open Arms è in mare e la prossima settimana anche la Sea Watch 3 dovrebbe arrivare nel Canale di Sicilia).
Dunque? "L'uomo è per il rispetto delle regole in qualsiasi campo, e l'immigrazione non fa eccezione", spiega un senatore che ha incontrato Draghi durante le consultazioni. Stando così le cose allora è probabile che i porti continueranno a restare aperti. Ben tre convenzioni internazionali, quella della Nazioni unite sul diritto del mare del 1982, quella per la sicurezza della vita in mare del 1974 e quella sulla ricerca e il soccorso in mare del 1979, sanciscono infatti non solo l'obbligo per gli Stati di soccorrere quanti si trovano in pericolo di vita in mare, ma anche quello di far arrivare i naufraghi in un porto sicuro escludendo i Paesi nei quali "la loro vita e la loro libertà sarebbero minacciate". Un esempio per tutti, la Libia.
Sul fronte europeo è quasi scontato che il nuovo premier dovrà, con la ministra Lamorgese, spingere perché si rimetta mano al Piano su immigrazione e asilo presentato dalla Commissione Ue in cui, dietro il paravento di una presunta solidarietà europea, si continua a lasciare tutto il peso dell'immigrazione ai Paesi di primo approdo. Il parlamento europeo ha appena cominciato a discutere una riforma del regolamento di Dublino, ma nonostante le pressioni a fare in fretta da parte della Commissione passeranno mesi prima che si possano raggiungere dei risultati. Che comunque dovranno passare per il Consiglio Ue dove oggi basta l'opposizione di pochi, come è successo in passato, per far saltare tutto.
Difficile, infine, non registrare l'incognita Salvini. Pur di far parte del governo Draghi il leader della Lega si è limitato a chiedere il rispetto delle norme europee per quanto riguarda l'immigrazione, riferendosi ai maggiori controlli delle frontiere esterne. Ma cosa farà se le navi delle ong dovessero intensificare le azioni di soccorso? Piuttosto di apparire agli occhi dei suoi elettori come esponente di una maggioranza che non ferma gli sbarchi, lasciando questo ruolo a Fratelli d'Italia, alla fine potrebbe decidere di mettersi di traverso. Ieri Salvini ha già lanciato i primi segnali di inquietudine. Non era passata neanche un'ora da quando Draghi aveva letto la lista dei ministri e in televisione ha avvertito: "Su alcuni temi serve discontinuità: Lamorgese e Speranza o cambiano marcia o avranno bisogno di aiuto e sostegno, mettiamola così".
di Iacopo Scaramuzzi
La Stampa, 13 febbraio 2021
Il coronavirus non ci ha trovato tutti uguali, non ci ha resi tali, e ha rappresentato anzi una "trappola" per le persone che vivono ai margini, gli invisibili, gli immigrati. È incentrata su questa considerazione un nuovo libro del Centro Astalli, la branca italiana del Jesuit Refugee Service. Durante la presentazione il cardinale Gualtiero Bassetti ha sottolineato che gli stranieri, emarginati da anni di diffusa cultura individualista, con la pandemia sono "spariti dai radar"; il direttore de La Stampa Massimo Giannini ha però rilevato segnali positivi, con l'arrivo di Mario Draghi e la conversione europeista, pur da prendere con cautela, della Lega di Matteo Salvini; e intanto l'ex pm Gherardo Colombo progetta una nave per salvare i naufraghi nel Mediterraneo.
"La trappola del virus. Diritti, emarginazione e migranti ai tempi della pandemia", da oggi in libreria e online sul sito di Edizioni Terra Santa, è un dialogo a due voci, tra padre Camillo Ripamonti, direttore del Centro Astalli, e la politologa Chiara Tintori, che prova a immaginare un modo per fare uscire gli immigrati dalla trappola, in futuro, tenendo presente il passato recente, a partire dalla visita di Papa Francesco a Lampedusa. L'emergenza e le misure di contenimento della pandemia da Covid-19, è il filo rosso del volume, per noi "cittadini" hanno portato alla limitazione dell'esercizio di alcuni diritti, ma per coloro che la nostra società relega ai margini, i diritti inviolabili dell'uomo, sanciti anche dalla nostra Costituzione, non hanno ancora trovato una tutela adeguata.
"La rabbia sociale e la caccia agli untori che in più occasioni si sono manifestate", ha detto il cardinale Bassetti nel corso della tavola rotonda virtuale di presentazione del volume, "sono da un lato tipiche reazioni prodotte nel corso della storia in occasione di ogni epidemia, ma dall'altro lato sono conseguenze della nostra cultura individualista che si era ormai già affermata in società negli ultimi decenni: mi riferisco a sviluppo ipertrofico della cultura dell'io, del "prima io" che, ben prima di ogni manifestazione politica, era ben presente nelle relazioni interpersonale e nei media: "prima i nostri", "prima i connazionali", "prima i vicini"... in questo brodo culturale c'è realmente poco spazio per lo sviluppo di cultura dell'incontro con chi è altro da me, ed è sufficiente ricordare come si è sviluppato dibattito su migranti nell'opinione pubblica mondiale". Già emarginati nel corso degli anni, con l'arrivo della pandemia, secondo Bassetti, gli immigrati "sono scomparsi dai radar dell'informazione e della polemica politica, ma non è scomparsa tuttavia la necessità di dar vita alla cultura dell'incontro per la quale il Papa si batte spendendoci la vita e rimettendoci la salute".
Il direttore de La Stampa Massimo Giannini ha proseguito il ragionamento rilevando, a sua volta, che "oggi stiamo pagando una semina infame di troppi anni trascorsi all'insegna della cultura dell'io, di un individualismo esasperato che poi, tradotto in politica, è diventato "prima io", "prima gli italiani", "prima chi sta bene", "prima chi ha più soldi"", ma ha altresì calato il discorso nell'attualità politica di questi giorni. E registrando, in particolare, "alcuni cambiamenti politici che potrebbero spingerci a aprire qualche spiraglio alla speranza", a partire dall'europeismo professato dalla Lega in vista di un ingresso nel Governo di Mario Draghi.
E se la "conversione" europeista di Matteo Salvini, addirittura sul tema dei migranti, "non credo sia stata così profonda, ma risponde all'esigenza di rispondere a una fase nuova", ha detto Giannini, tuttavia, "dobbiamo chiedere conto a chi ora si professa europeista e solidale dopo essere stato per anni intollerante xenofobo e egoista". Sperando che l'Italia, con Draghi, possa comportarsi come fece la cancelliera tedesca Angela Merkel nel 2015 di fronte all'arrivo di sei milioni di siriani, "Wir schaffen das", ce la possiamo fare, siamo un grande paese democratico.
"Io spererei di arrivare a una libera circolazione delle persone, mi rendo conto che ce ne vorrà del tempo, pensiamo ad accontentarci di qualcosa di meno al momento", ha detto da parte sua Gherardo Colombo, ex magistrato e oggi presidente onorario di ResQ - People Saving People, che sta progettando di mettere in mare una nave per salvare migranti naufraghi. "Già il fatto di evitare che le persone muoiano annegate attraversando il Mediterraneo è un primo obiettivo".
Padre Ripamonti ha concluso l'incontro online ricordando tre verbi necessari per fare uscite i migranti dalla "trappola" della pandemia, accompagnare, servire e difendere: "Li avevamo già portati in una situazione di marginalità, il virus ha costituito per loro una trappola, ora bisogna accompagnarli fuori da quella trappola, creare le condizioni per farli uscire da quell'angolo. Bisogna poi servire, cioè non servirci dei migranti che ci pagano le pensioni, risolvono i nostri problemi demografici, sono mano d'opera a nostra disposizione, ma tentare di capire ciò di cui loro hanno bisogno. E difendere, cioè non difenderci dai migranti, da chi arriva in Europa, abbandonandoli in mare, facendo accordi con la Turchia e con la Libia che li hanno relegati fuori dai nostri confini, non difenderci da loro ma difendere loro: e la pandemia ci riconsegna questo mandato oggi che molte più persone sono ai margini, sono all'angolo". In trappola.
di Francesca de Carolis
ultimavoce.it, 13 febbraio 2021
Ho visto in questi giorni un film che non conoscevo. "Due contro la città". Film degli anni Settanta. José Giovanni il regista. Protagonisti un anziano rieducatore, Germain (Jean Gabin), che si occupa di reinserimento di ex detenuti e un ex rapinatore, Gino (Alain Delon).
Grazie anche all'attento aiuto di Germain, Gino riesce a reinserirsi nella società, la turbolenta vita passata sembra alle spalle, ma sempre è inseguito, come da un'ombra molesta, da un ispettore, una sorta di Javert contemporaneo (ricordate I Miserabili?), che diffida del suo cambiamento, convinto che il posto di Gino sia il carcere, e controlla e indaga con metodi diciamo poco ortodossi, al limite della persecuzione.
Tutto precipita quando Gino sorprende il poliziotto ricattare la sua compagna, e lo uccide nella colluttazione che ne segue. Nel processo i giudici non daranno ascolto alle testimonianze a favore di Gino, a proposito della nuova vita di uomo ravveduto che stava costruendo, come ignoreranno la denuncia di Germain a proposito del comportamento dell'ispettore. Gino viene condannato a morte. Ghigliottina (la pena di morte è stata abrogata in Francia solo nel 1981, praticamente ieri).
Il film si chiude con una sconfortante considerazione del vecchio Germain che, ripensando al suo convinto impegno di rieducatore: "Da quel giorno capii che anche la giustizia può diventare solo una macchina per uccidere".
Un film, è stato detto a suo tempo da molta critica, schematico. E forse lo è... esattamente come i meccanismi, purtroppo veri, entro i quali anche noi a volte imbrigliamo la vita delle persone. Come accade quando pensiamo al carcere e a chi per un motivo o per l'altro vi è condannato e... "sicuramente" persone che lo meritano, "sicuramente" incorreggibili, "sicuramente" meglio che stiano lontani dalla parte "sana" della società. E che peste li colga!
E così, quando nel marzo dello scorso anno in alcune carceri sono scoppiate rivolte, reazione più che altro alle confuse notizie a proposito di questa "peste" del 2000, alla mancanza di informazione, al pensiero che per via del Covid sarebbero stati interrotti i colloqui con i parenti, sarebbero stati sospesi i permessi, con tutto il panico, lo smarrimento che questo ha comportato...
Il racconto immediato, mainstream, che ne è nato ha seguito lo schema di sempre, quasi noioso nella sua prevedibilità: delinquenti, drogati... hanno approfittato della situazione, tutto organizzato dalla mafia e da gruppi anarchici (singolare alleanza!?!). E quando è "tornata la calma" e si sono contati i morti... 13 persone morte... sono state liquidate, quelle persone, come una "drammatica conseguenza", e i morti colpevoli di essersela procurata, quella morte, con un'overdose di farmaci, erano persone drogate d'altra parte... Tutto molto semplice, molto schematico...
Peccato, o meglio per fortuna, che i primi a farsi e fare domande sono stati il Garante nazionale delle persone private della libertà, le associazioni che si occupano di diritti dei detenuti... poi sono iniziate ad arrivare le denunce... di pestaggi, di punizioni collettive "postume", di torture.
E ce ne sarà voluto di coraggio per presentare quelle denunce, per raccontare. Così, oltre a garanti e associazioni, ne hanno ampiamente parlato giornali nazionali, abbiamo sentito la voce dei testimoni in una coraggiosa puntata di Report. Per i pestaggi nel carcere di S. Maria Capua Vetere sono indagati 57 agenti penitenziari, vengono contestati loro i reati di tortura (e finalmente dopo l'approvazione della legge che ne introduce il reato possiamo anche noi pronunciare questo nome), violenza privata, abuso di autorità.
Le procure indagano anche su quello che è accaduto a Modena, a Foggia. Vedremo. Magari si spezzerà anche qualche automatismo della nostra mente. Intanto, a leggere delle denunce, dei maltrattamenti e delle violenze su cui si indaga (e non solo di quelle in occasione delle rivolte), viene da ripercorrere all'indietro la nostra storia, seguendo un filo rosso che parte da non molto lontano.
A questo proposito, penso a un libro di cui ho seguito la nascita, "Le Cayenne italiane" (edito da Sensibili alle Foglie), una raccolta di testimonianze curata da Pasquale De Feo (attualmente detenuto ad Oristano) sull'esperienza del 41bis nelle sezioni Agrippa di Pianosa e Fornelli dell'Asinara, nei primi anni 90, in piena "emergenza mafia".
Sono testimoniate vessazioni, violenze, pestaggi. Ci furono "pentimenti", suicidi. Un quadro che, si riporta nel libro, il magistrato di sorveglianza di Livorno, Merani, definì "non soltanto fosco e preoccupante, ma anche con caratteristiche delittuose". Ed espresse seri dubbi sul fatto che fosse questo un modo per contrastare credibilmente la criminalità organizzata. Ma "l'emergenza" sembra giustificare tutto. Alla fine degli anni '90 quelle sezioni furono chiuse, e mai si è parlato davvero di quel che accadde. Ma credo bisogna andare a rileggere, perché quello che non si ricorda può sempre ripetersi. Se "l'emergenza" tutto sembra giustificare. Indecenze a noi ancora più vicine.
Quel filo rosso che parte da Pianosa e dall'Asinara passa, ci avete pensato?, attraverso quel che venti anni fa accadde al G8 di Genova. Le inaudite violenze della caserma Bolzaneto, trasformata in un vero e proprio lager dagli agenti del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria. Dunque, è difficile pensare ad azioni di "mele marce", definizione con cui si giustificano singoli atti di violenza che qua e là pure compaiono nella vita del carcere. E per quei fatti la Corte Europea ha condannato l'Italia: fu tortura.
Quei fatti, gravissimi nella storia della nostra democrazia, sembra siano stati troppo presto dimenticati. E rimangono, a minarne lo spirito, come cosa non metabolizzata.
Così è ancora possibile che cose simili accadano ancora oggi, al riparo anche del buio degli "automatismi" che ci accecano. Perché interrogarsi su quel che accade nelle nostre carceri? "Sicuramente" chi è dentro se lo merita, "sicuramente" si tratta di persone incorreggibili, "sicuramente" meglio che stiano lontani e ben separati dalla parte "sana" della società. E cosa importa se il carcere, se addirittura la giustizia "può diventare una macchina per uccidere". E non c'è bisogno di essere manganellati o torturati. Basta semplicemente non essere considerati, o tenuti o ributtati in carcere anche se malati, come non solo in questi tempi di Covid per qualcuno, sempre troppi, ancora accade.
di Filippo M. Capra
fanpage.it, 13 febbraio 2021
"I detenuti scoprono la propria libertà". "Vogliamo fare in modo che il sé emotivo di questi ragazzi cominci piano piano a mostrarsi chiaro, e lo facciamo tramite l'utilizzo di musica priva di liriche, cosicché le melodie possano ispirargli immagini o altre forme d'arte". Così Franco Mussida, musicista della Premiata Forneria Marconi (Pfm), nel descrivere a Fanpage.it "Swimmer", il nuovo progetto musicale per i detenuti del carcere minorile Beccaria di Milano.
"Vogliamo fare in modo che il sé emotivo di questi ragazzi cominci piano piano a mostrarsi chiaro, e lo facciamo tramite l'utilizzo di musica priva di liriche, cosicché le melodie possano ispirargli immagini o altre forme d'arte".
Questo il mantra di Franco Mussida, musicista della Premiata Forneria Marconi (Pfm), nel descrivere "Swimmer", il nuovo progetto musicale, promosso insieme alla onlus Suonisonori e alla dirigente Cosima Buccoliero, nel carcere minorile Beccaria di Milano. Fanpage.it lo ha raggiunto telefonicamente per approfondire l'idea del progetto.
Franco, come nasce l'idea?
È una costola di un progetto portato avanti dal 2013 al 2016, "CO2", nel quale utilizzavamo audioteche divise per stati d'animo prevalenti per musica solo strumentale pensata per gli ascoltatori che vivono il carcere. L'ascolto delle melodie doveva essere momento di ristoro interiore e di silenzio, un'occasione per lavorare senza l'uso delle parole e della voce, perché la musica modifica lo stato d'animo delle persone.
Perché proprio il carcere minorile Beccaria?
Swimmer consente ai ragazzi di cominciare a valutare che l'energia emotiva è quella che orienta la loro vita di relazione e il loro reagire al mondo. Rendersi consapevoli che hanno un mondo interiore e vivo di cui hanno responsabilità. Attraverso la musica riescono a far emergere queste propensioni emotive ciascuno per il suo carattere così da rendere disponibile questo lavoro che la musica fa. Permette ai detenuti di vivere una sensazione del loro sé emotivo molto più evidente e consapevole.
La sua frequentazione delle carceri è ben radicata nel tempo...
Sì, la prima esperienza risale al 1988. Non entro nelle galere per maturare crediti con il Padre Eterno ma per vivere insieme ai detenuti determinate cose. Dal motore emotivo parte la loro vita e bisogna cominciare dai ragazzi. Per me entrare al Beccaria con la dirigente Buccoliero, Suonisonori e Cpm è importante perché vogliamo fare in modo che il sé emotivo di questi ragazzi cominci piano piano a mostrarsi chiaro.
A 30 anni di distanza dalla prima esperienza, cosa le direbbe il suo "Amico fragile" Faber, sempre attento ai diritti degli emarginati?
Una volta Fabrizio mi disse una cosa che mi riempì d'affetto: "Franco, sei l'unico vero comunista che ho conosciuto nella mia vita". Non appresi subito il significato della sua frase, anche perché avevo sì una educazione cattocomunista, essendo cresciuto in una famiglia che votava Pc nonostante trascorressi le mie giornate all'oratorio, e seppur non mi riconoscevo in quell'ideologia, ci riflettei molto. Arrivai dunque a capire che De André, nel vedere la mia attenzione per le cose in modo del tutto naturale, mi disse così non guardando al senso politico ma umano, di condivisione e di rispetto verso l'altro. Se oggi fosse ancora noi, Faber mi chiederebbe di organizzare al più presto un incontro con i ragazzi detenuti.
Cosa le piacerebbe per il futuro?
Avere sempre persone che reagiscono con meno istintività agli stimoli della vita e del mercato. Noi viviamo nella società dell'immagine e poi vediamo che invece la comunicazione dell'emozione arriva dal suono. Ci stiamo perdendo il senso della libertà dei ragazzi sempre meno portati ad assimilare prodotti sonori e sempre più a produrli. Così possono ritrovare la loro vera libertà.
Cosa le ha insegnato il carcere in questo trentennio?
A non giudicare nessuno, è tempo perso ed è inutile.
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