di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
Il primo compito per Marta Cartabia ministra della Giustizia è confrontarsi con l'eredità lasciata dal predecessore Bonafede, divenuto l'icona delle divisioni all'interno della vecchia maggioranza. Ora ce n'è una nuova che ha aumentato il numero dei partiti, e al tempo stesso le potenziali frizioni. L'ex presidente della Corte costituzionale ne è consapevole e sa che non c'è tempo da perdere.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
La neo-Guardasigilli alla Consulta si è battuta per lo smantellamento degli automatismi nell'esecuzione di una pena da rimodulare in base al percorso di ciascun detenuto. Ma proprio l'acquisto di un suo libro è stato negato a un recluso. Siccome i copioni orchestrati dalla realtà sono sempre più spiazzanti delle sceneggiature di Cesare Zavattini e Woody Allen, la medesima amministrazione giudiziaria-penitenziaria che poche settimane fa negò a un detenuto per mafia al 41-bis nel carcere di Viterbo di poter acquistare il libro della costituzionalista Marta Cartabia e del criminologo Adolfo Ceretti sul senso della pena nelle riflessioni anni 80 del cardinale Carlo Maria Martini, con la motivazione che sarebbe stato "un privilegio" in grado di "accrescere il carisma criminale" del detenuto, da ieri al suo vertice ha proprio l'autrice di quel libro.
di Grazia Longo
La Stampa, 14 febbraio 2021
Come dice la Costituzione, la pena non deve mai essere contraria al senso di umanità. La condanna sia rieducativa. Da costituzionalista e cattolica Marta Cartabia è orientata alla ricerca di una giustizia sociale "dal volto umano" che si fondi sulla "funzione rieducativa della condanna" e che rispetti i tempi dei giudizi "perché i processi troppo lunghi si tramutano in un anticipo di pena".
di Liana Milella
La Repubblica, 14 febbraio 2021
La priorità? È la giustizia civile. L'emergenza? È la prescrizione. La neo ministra della Giustizia Marta Cartabia arriva in via Menula, e resta tre ore a colloquio con Alfonso Bonafede per il passaggio di consegne e incontra il capo di gabinetto Raffaele Piccirillo. Sul tavolo della ministra ci sono due questioni calde. Innanzitutto la priorità già indicata dal premier Mario Draghi, la riforma della giustizia civile, prodromica alla gestione del Recovery fund.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 14 febbraio 2021
Giuseppe Brescia, lei da militante M5s e da presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, cosa risponde all'appello di Grillo che vi invita a scegliere da che parte stare?
"Io sono dalla parte della nostra storia e dei risultati di governo ottenuti in questi due anni. Il voto degli iscritti ha dimostrato maturità e noi parlamentari dobbiamo adeguarci, ma il no va ascoltato e ci invita ad aprire gli occhi. Il Parlamento non è il passacarte del governo, abbiamo il dovere di controllare".
Il Movimento 5 stelle rischia una scissione?
"Dalle scissioni non nasce niente, lo dimostra Renzi. I nostri dibattiti sono aperti e trasparenti, ma la nostra comunità deve andare avanti unita. È comodo stare all'opposizione".
Ha parlato di un sì condizionato, che cosa significa? È possibile che il Movimento si tenga in qualche modo le mani libere?
"Noi giudicheremo il governo sui fatti, senza pregiudizi, ma con qualche convinzione. Ci misureremo su una gestione trasparente ed efficace degli oltre 200 miliardi del Recovery Fund conquistati grazie al lavoro del presidente Conte. Va bene migliorare il reddito di cittadinanza, non smantellarlo. Sulla prescrizione, per esempio, invitiamo ad evitare ogni provocazione, a partire dalla discussione che avremo in settimana sul milleproroghe. Sarà il primo banco di prova di questa maggioranza. Come relatore mi aspetto collaborazione dalle altre forze di maggioranza".
Cosa non la convince dell'attuale governo?
"Non è una squadra e non può esserlo oggi. Il Paese si aspettava qualcosa in più, non una mera somma di quote dei partiti. Dai cosiddetti tecnici ci aspettiamo una profonda connessione con il Parlamento e con i cittadini".
Dopo la scelta di Mario Draghi M5S è passato dal no senza se e senza ma al discutiamone, infine il voto su Rousseau. Non c'è il pericolo che la base si disorienti?
"Noi dobbiamo completare un percorso organizzativo. Il rapporto con la piattaforma deve essere gestito con un contratto di servizio, come ha chiesto l'87% degli iscritti. La base va ascoltata e vanno creati spazi di incontro come le sedi sul territorio".
Secondo lei ci sono stati errori da parte di chi ha condotto la trattativa?
"Manca poco per arrivare alla nuova governance. È stata questa lunga transizione a farci male nei consensi, non i provvedimenti che abbiamo approvato in quest'anno. Ringrazio comunque chi come Vito Crimi si è messo a disposizione".
Ritiene che il premier uscente Conte sia stato marginalizzato?
"La sua uscita da palazzo Chigi ha commosso tutti. La sua figura è nella storia del nostro Paese. Ha gestito con testa e cuore un momento difficile per tutti gli italiani e lui un referendum costituzionale l'ha vinto. Sarà una risorsa per M5S".
Si riuscirà a fare una legge proporzionale con la nuova maggioranza?
"Lo vedremo in commissione con la discussione sugli emendamenti. Sicuramente bisognerà tornare alle preferenze e superare le liste bloccate. Questo tema non spetta al governo e anzi in Parlamento va costruita un'agenda concreta trovando punti in comune. Penso ai poteri speciali per Roma o alla riforma della polizia locale".
Cosa dovrebbe fare secondo lei un governo di unità nazionale?
"Prima di tutto gestire la crisi economica, sociale e sanitaria e gettare le basi per una crescita sostenibile. Poi rafforzare il ruolo dell'Italia in Europa e nel mondo. Lavoreremo per far diventare i nostri temi patrimonio comune, sicuramente non metteremo in discussione i nostri valori".
Ha paura che la responsabilità non vada di pari passo con il consenso?
"Questa questione riguarda tutti i partiti. La responsabilità non deve essere scambiata per complicità. Abbiamo messo davanti l'interesse del Paese".
di Paolo Itri
Il Riformista, 14 febbraio 2021
Nel mio recente romanzo "Il Monolite" (Edizioni Piemme, ottobre 2019) ho descritto il mastodontico Palazzo di giustizia come la spettrale parodia del semidesertico territorio lunare dove gli ominidi di 2001 Odissea nello Spazio si scontrano tra di loro per il controllo di una fonte d'acqua. Il misterioso oggetto kubrickiano che dà il titolo al libro, così granitico e immutabile, non è altro, in effetti, che una metafora del potere, così come esso ci appare, fuori e dentro quel Palazzo e particolarmente dentro la Magistratura, dove il Monolite rappresenta l'incontrastato dominio delle correnti interne alla potentissima Associazione nazionale magistrati.
Quelle stesse correnti che - secondo l'ormai famoso best seller a firma del direttore Alessandro Sallusti - hanno esercitato per decenni una subdola forma di prevaricazione nei confronti dei magistrati "disallineati" dal Potere o che si collocavano comunque fuori dal "Sistema". Quando, nell'estate del 2019, completai il mio romanzo - all'epoca del mio autoesilio alla Procura di Vallo della Lucania -, ero ben consapevole che a causa di quel libro mi sarei fatto degli altri nemici (cosa che si è puntualmente verificata), eppure mai mi sarei immaginato il cataclisma che di lì a poco si sarebbe invece scatenato sull'onda del libro-intervista di Luca Palamara.
In effetti il mio romanzo può per certi versi essere considerato l'antesignano dell'opera di Sallusti, laddove l'enigmatico Monolite rappresentava nient'altro che la materializzazione in termini metaforici dello stesso identico "Sistema" palamariano.
E ne ho potuto parlare proprio in quanto ho provato sulla mia pelle cosa voglia dire essere emarginati da un tale "Sistema" di potere al quale non ho mai inteso sottomettermi né piegare le mie funzioni e la mia indipendenza, anche a costo di passare - nella migliore delle ipotesi - per un soggetto "originale" o un "cane sciolto". Il prezzo che ho pagato è stato alto e non poche sono state le umiliazioni che mi è toccato subire sul piano professionale, per colpa di un Csm servo del potere delle correnti (questo lo dice Palamara, non io) e nonostante avessi un curriculum più alto della stessa statura fisica di alcuni dei colleghi che sedevano intorno a quel tavolo.
Eppure io dico che ne è valsa la pena. Pare che oggi qualcosa si stia finalmente muovendo. E non mi riferisco di certo né alla politica e né alle varie istituzioni o articolazioni dello Stato che pure avrebbero il dovere di intervenire a fronte a uno sfascio del genere di quello descritto da Palamara, giacché la loro inerzia - peraltro del tutto prevedibile - costituisce forse il maggior riscontro alla esistenza del "Sistema". E nemmeno all'imbarazzante silenzio della maggior parte degli organi di informazione - tranne alcune encomiabili eccezioni come Il Riformista -, poiché anche quello si spiega secondo la stessa identica logica omertosa.
Ma bensì al fermento che sta in questi giorni montando in alcuni ambienti esterni all'Anm, quegli ambienti frequentati dalle anime più pure e genuine della magistratura italiana come Gabriella Nuzzi, Clementina Forleo e altri, dove è tutto un fiorire di iniziative, di progetti e di rinnovato entusiasmo e ai quali la soffocante e ottusa mano del potere non si è mai avvicinata perché sapeva di non trovare terreno fertile. Alcune di tali proposte sono già ben note, come quelle del sorteggio temperato per la elezione dei membri del Consiglio superiore della magistratura e della rotazione degli incarichi direttivi, proposte entrambe dirette a scardinare la malapianta del consociativismo associativo, che proprio sul mercato delle nomine fondava e fonda il suo immenso potere.
Altre iniziative sono ancora allo studio, come la istituzione di una nuova associazione di magistrati destinata, dopo quasi 80 anni, a soppiantare l'Anm, il sindacato dei magistrati, che da istituzione nata anche con lo scopo di favorire il dibattito culturale e dialettico tra le diverse anime della magistratura è diventata, nel corso degli anni, sempre di più un vecchio arnese nelle mani di alcune ben individuate cricche di potere.
Questo per quanto riguarda il futuro (auspicabile) della magistratura italiana. Ma per quanto riguarda invece le responsabilità, morali (o di altro genere) ascrivibili a coloro che hanno trasformato per anni una delle istituzioni fondamentali della Repubblica nel luogo di foschi ricatti, doppiogiochismi e minacce dipinto da Palamara? Allo stato, non sembra che la magistratura sia in grado di fare pulizia al proprio interno. Anzi.
Appare perciò ineludibile che a occuparsi della faccenda - anche per consegnare alla storia nomi e cognomi di coloro che portano la responsabilità di un simile sfacelo - non possa essere che una Commissione parlamentare d'inchiesta di cui, affidandoci anche alla saggezza del presidente Sergio Mattarella, auspichiamo al più presto l'istituzione. Spetta infatti a noi, che abbiamo conosciuto e sperimentato il "Sistema" sulla nostra pelle, il compito di consegnare ai cittadini e alle future generazioni di magistrati una istituzione finalmente libera, indipendente e depurata dalle vecchie scorie della degenerazione correntizia.
La Nuova Venezia, 14 febbraio 2021
È stata trovata una stanza in un Covid hotel per il detenuto 43enne che - a fine pena - rischiava di uscire da Santa Maria Maggiore, dopo aver contratto il virus in cella, senza avere un'abitazione dove andare. "Ringrazio la direzione del carcere e in particolare l'ufficio matricola, per essersi impegnati per trovare una soluzione ad un caso difficile, ma che, purtroppo, non è unico nel panorama carcerario", commenta l'avvocato Marco Zanchi, che aveva lanciato il messaggio di allerta sul rischio che l'uomo uscisse, senza avere un luogo dove stare in quarantena, non potendo tornare da "positivo" a casa dei genitori ottantenni. La direzione del carcere si è attivata e, in extremis, è riuscita a trovare una stanza libera in un covid-hotel.
di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
Malato psichiatrico assolto al processo è sorvegliato al policlinico Tor Vergata. La spesa per lo Stato è di 2.900 euro al giorno, ma così fra l'altro non viene curato.
Nella città che lamenta un deficit di agenti della polizia penitenziaria ce ne sono almeno due che, in questo momento, si stanno domandando: "Che ci faccio io qui?" Qui è la sorvegliatissima stanza del servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) dell'ospedale di Tor Vergata dove, dai primi di ottobre, è alloggiato un ragazzo di trent'anni, assolto dall'accusa di tentato omicidio nel maggio del 2020 in quanto malato psichiatrico e rimbalzato dal carcere di Regina Coeli alla camera-cella del policlinico di Roma Sud.
Il ragazzo, che chiameremo Sebastiano per tutelarne la privacy, è in attesa di un posto in una Rems, residenza sanitaria per l'esecuzione delle misure di sicurezza, dove però i posti sembrano esauriti. Il suo caso non prevede una soluzione a breve: il nome di Sebastiano compare in una lista d'attesa nella speranza che si liberi un posto in una Rems in tempi ragionevoli. Fra un anno. Un anno e mezzo. Forse di più.
Nel frattempo il ragazzo, né paziente né detenuto ma un po' di tutti e due, viene piantonato notte e giorno per il timore che possa dare in escandescenze. Due agenti si occupano di lui 24 ore su 24, con turni di sei ore ciascuno. Otto agenti ogni giorno dunque. A guardia di una persona che in realtà dovrebbe seguire una terapia psichiatrica in un centro specializzato, interagendo con altri pazienti e con la possibilità di uscire pur nel solo perimetro residenziale.
Sebastiano, invece, non può vedere nessuno a eccezione dei suoi medici e del suo avvocato (ma anche quest'ultimo subisce le restrizioni dell'epoca Covid) e come è ovvio non può uscire dalla sua stanza per nessuna ragione.
Questo piantonamento permanente ha naturalmente dei costi che gli addetti alla sorveglianza hanno quantificato in 1.200 euro al giorno per il servizio della penitenziaria più 1.700 euro, sempre al giorno, per il pernottamento nella camera di sicurezza ospedaliera. Si arriva così a 2.900 euro giornalieri che superano la retta quotidiana di una Rems. E alla cifra di circa 90 mila euro mensili, totale che batte largamente le somme spese per un detenuto comune. Lo si moltiplichi per un anno e si vedrà che il costo della misura supera di molto quanto occorrerebbe per aggiungere nuovi posti alla rete delle Rems laziali.
Sulla vicenda interviene il garante capitolino dei detenuti, Gabriella Stramaccioni: "Non tutte le storie hanno la medesima gravità, occorre un filtro che permetta di accedere alle strutture chi ne ha diritto. È il solo modo di prevenire abusi".
Il riferimento è al fatto che quei detenuti ai quali il giudice ha aperto la porta della residenza sanitaria in realtà continuano a restare in carcere per mancanza di posti nelle Rems. "Altre regioni - aggiunge la Stramaccioni - hanno dato il via a delle strutture per pazienti meno gravi dove la custodia è attenuata. Bisogna cominciare a ragionarci su anche nel Lazio".
di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
Oggi ha 88 anni: "Restai orfano, per una risposta fraintesa mi fecero tre cicli di elettrochoc. Fino al 1990 non avevo mai visto il mondo fuori". "Mi chiamo Alberto Paolini, ho ottantotto anni. Ne ho passati quarantadue nel manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma. Sono entrato che avevo quindici anni e ho rivisto la città nell'anno dei mondiali, il 1990. Ho subito per tre volte l'elettrochoc perché avevano scambiato i miei silenzi per una malattia. Ma io non parlavo perché stavo male.
Cominciamo dall'inizio, come in tutte le storie che si rispettino. Vivevo con la mia famiglia a Via Piave 15, nel quartiere Pinciano di Roma. Papà faceva il portiere e per arrotondare riparava le scarpe del vicinato. Mia madre lavorava a mezzo servizio. Era una donna dura, severa. Comandava tutto lei, una mamma "padrona". Era sempre nervosa, urlava. A mia sorella voleva bene, a me no. Mi brontolava sempre, mi picchiava. A casa nostra nessuno dei parenti si avvicinava più, la temevano.
Papà è morto quando io avevo cinque anni. Stava bene. Una sera si è portato le mani al cuore e ha cominciato a rantolare. Mia sorella ed io ci siamo tanto spaventati. Mamma ha detto poi che era stata una "sincope" a portarlo via da noi. Da quel momento tutto è precipitato. Mia madre non ce la faceva più a sostenerci, abbiamo dovuto lasciare la casa e ci ha messo in due collegi differenti, lontani. Poi, qualche anno dopo, anche lei è morta e ci siamo trovati completamente soli al mondo.
Nel mio collegio le suore erano cattive, non ci trattavano bene, spesso ci picchiavano. Insegnavano a stare zitti e obbedire senza discutere. In collegio era obbligatorio il silenzio, se parlavi eri punito. Tutti sembravano volere solo una cosa, quando ero bambino: che non parlassi. E io obbedivo, non parlavo.
Le suore non erano caritatevoli, stava cominciando la guerra, tutti avevano fame, tutti avevano paura. A 12 anni vengo mandato in un collegio di salesiani. Anche loro erano duri, severi. Anche loro picchiavano per un nonnulla. Io che, va bene, ero silenzioso e timido, subivo tante cattiverie dagli altri ragazzi.
Si faceva l'avviamento professionale e io stavo studiando in un laboratorio di sartoria. Ma quelli più grandi mi prendevano di mira. Io ero piccolo, anche fisicamente, e poi non parlavo, o parlavo poco. Mi facevano scherzi di tutti i tipi. Al laboratorio c'erano, di norma, un capo e un maestro. Il capo però era tornato al suo paese e un giorno il maestro si assentò. Al ritorno trovò una gran confusione e volle sapere di chi era la colpa. Tutti dissero che ero stato io. Ma non era vero. Un'altra volta mi spinsero fuori dalla classe e mi lasciarono in corridoio. Quando arrivò il maestro mi punì. Io non ci volevo più entrare, in quel laboratorio. Cercavo di richiamare l'attenzione del direttore che era più buono, ma non ci riuscii.
A un certo punto vennero due benefattori, due persone ricche che avevano un locale, forse un caffè, in Piazza di Spagna. Ci andava il bel mondo romano e, visto che eravamo alla fine della guerra, anche gli ufficiali americani. La signora, credo fosse svizzera, ho saputo più avanti che aveva fatto un voto.
Suo figlio, durante la guerra, si era imboscato e i nazisti lo cercavano per fucilarlo. Lei si era rivolta alla Madonna garantendo che se si fosse salvato, lei avrebbe adottato un bambino in un collegio. Quel bambino fui io. Ma non venni adottato. Stetti a casa loro per un po' e poi loro mi seguirono nel tempo. Ma da lontano. Perché a un certo punto anche loro pensarono che stessi male. Ero poco esuberante, per essere un bambino. E parlavo poco. Ma che volevano da me? Era quello che tutti, da mia madre al collegio delle suore fino ai salesiani, mi avevano imposto di fare.
D'accordo con i salesiani mi portarono alla clinica neuropsichiatrica dell'Università. C'era un giovane professore di guardia che si chiamava Giovanni Bollea. Lui disse che spesso i bambini strappati dalla famiglia o abbandonati che finiscono in collegio, hanno queste reazioni. E che dovevo solo stare sereno, stare fuori, conoscere la città e la vita. Per un po' fu così. Ma io ero rotto dentro e le parole non mi uscivano facilmente.
Così i benefattori e i salesiani decisero di farmi ricoverare alla clinica dell'Università. Lì mi facevano tante domande, scrivevano dei moduli, mi fecero la puntura lombare che era molto dolorosa. Fui sottoposto a vari test psicologici, tra i quali quello delle macchie di Rorschach. Il dottor Finzi disse che ero un caso interessante e mi tennero lì cinque mesi.
Poi questo tempo finì e dovevo uscire. I medici dicevano che non avevo patologie, ero solamente stato troppo vessato da un'educazione repressiva. Ma i benefattori non volevano o non potevano accogliermi e il collegio si rifiutò di riprendermi. Avevo una zia, lo scoprii allora, ma anche lei non mi volle, perché i suoi due figli erano contrari. Non sapevano dove mettermi. Era il dopoguerra, c'era tanta fame. E allora decisero tutti insieme di ricoverarmi al Santa Maria della Pietà.
Lì mi trovai nel reparto dei bambini, anche se avrei dovuto stare con i grandi perché il limite era quattordici anni. Io ero piccolo, mingherlino e allora mi tennero con i ragazzi. Ho fatto amicizia con un bambino che si chiamava Franco. Lui era il contrario di me, faceva scherzi, si burlava di tutti e in particolare di Italia, un'infermiera che aveva paura dei piccoli insetti con i quali lui, immancabilmente, le riempiva le tasche. D'altra parte in quei tempi erano i ragni o le lucertole i nostri compagni di giochi preferiti. Non avevamo altro. Franco stava bene di testa, aveva però delle crisi epilettiche e per quello lo avevano chiuso lì. Il primo mese giocammo sempre insieme. Scaduto quel periodo, detto di osservazione, o qualcuno ti veniva a prendere oppure il tuo destino era in un padiglione di internamento. Lui fu portato al 22 e io mi sono ritrovato di nuovo solo.
Dopo altre due settimane toccò a me. E qui la storia prende un carattere che non so descrivere. Potrei dirla così: sono finito all'elettrochoc per un equivoco. C'era un giovane medico, non il primario, che mi fece un mucchio di domande. A un certo punto mi chiese se io sentivo ogni tanto delle voci che mi chiamavano senza che ci fosse nessuno vicino. Io risposi candidamente di sì, ma volevo solo dire che ogni tanto qualcuno mi chiamava dal corridoio, insomma che ci sentivo bene. Io ero nuovo lì, non sapevo che l'espressione "sentire le voci" corrispondesse alle allucinazioni. Ho risposto di sì perché volevo dire che non avevo problemi di udito. Quando mi sono accorto dell'equivoco, o del tranello, ho cercato di correggere ma il dottore mi incalzava, era un incubo, e io ero confuso anche perché non ero abituato a parlare, non sapevo rispondere perché, da piccolo, non dovevo rispondere.
Io ho cercato di farmi capire ma lui ha scritto sul verbale che io non ero capace di spiegare la ragione per la quale sentivo le voci. Alla fine lui ha scritto qualcosa sulla cartella clinica: avevo uno "stato depressivo" il che mi rendeva, chissà perché, "una persona pericolosa". La suora ha chiesto dove mi dovessero mandare. Lui ha risposto gelido: "Al padiglione sei a fare l'elettrochoc".
Io mi sono subito spaventato. Quando ero con i bambini avevo visto applicare quella tecnica a un ragazzino, Claudio, e lui, a ogni scossa, era come se si alzasse in volo, se levitasse. Lo dovevano tenere per evitare che cadesse dal lettino. E poi faceva la bava alla bocca, mi aveva molto impressionato. Tornando nella mia camerata ho chiesto a un'infermiera, si chiamava Teresa, se davvero lo avrebbero fatto anche a me. Lei mi rispose "Ma no, stai tranquillo. È per quelli che non capiscono". Mi rassicurò.
Ma poi mi chiamarono e mi ritrovai in una fila, tutti erano silenziosi più che disperati, gli avevano detto che dopo la cura sarebbero tornati a casa. Arrivò il mio turno. Io volevo scappare. Avevo sentito che l'elettrochoc non si poteva fare agli anziani, ai malati di epilessia e a quelli con problemi al cuore. Allora, una volta entrato, dissi al medico che avevo male al cuore, sperando di farla franca. Lui mi appoggiò un istante lo stetoscopio al petto e disse che non avevo nulla e si poteva procedere. E procedettero. In quattro mi tennero mentre la suora mi inumidiva le tempie con un batuffolo bagnato di acqua e sale e mi appoggiava due elettrodi alle tempie. Io piangevo invocando la mamma che non avevo.
Il medico ha chiesto: "È pronto?". La suora ha risposto: "Sì, è pronto". Poi non ho sentito più nulla. Mi sono risvegliato in una corsia piccola, con una sensazione penosa, non sapevo dove fossi e cosa stessi facendo, mi sentivo con la testa con la nebbia, i nervi del corpo tutti tesi.
Me ne hanno fatti tre, così. La cura prevedeva tre cicli di quindici applicazioni. Quarantacinque scosse alla tempia. Ma poi anche io ho avuto una fortuna. Un giorno è venuta a trovarmi la benefattrice. L'aspettavo da tanto, mi aveva promesso che sarebbe venuta a trovarmi ma era passato più di un mese e non si era visto nessuno. Ero disperato, pensavo che mi avessero abbandonato tutti. Avevo quindici anni. Quando la signora è entrata e mi ha visto in quello stato, in quel padiglione, si è arrabbiata moltissimo. Non era quello che aveva concordato al momento del mio ricovero. Le dissero che c'era stato un disguido e mi mandarono subito al padiglione dei lavoratori. E lì sono rimasto fino al 1990.
Si sono avvicendati, nel tempo, vari direttori. Chi apriva i cancelli dei padiglioni, chi li chiudeva. Un direttore, Buonfiglio, diceva che i pazienti non erano dei reclusi, che dovevano muoversi, dovevano distrarsi. Organizzava feste, spettacoli, veniva spesso Claudio Villa. E anche gite. Vabbè solo una volta all'anno, ma erano bellissime. Ci si poteva anche incontrare con le donne, nascevano degli strani fidanzamenti. Ci si facevano i regalini, che so, un fazzoletto ricamato o cose così. Io avevo conosciuto una ragazza, avevamo fatto amicizia, stavo bene con lei. Ma dopo un mese è uscita e non l'ho più rivista.
Ho lavorato, per trent'anni, in tipografia, all'ufficio statistica e poi in biblioteca. Era per i medici, con testi specializzati, ma c'era un armadio con libri vari. E io li leggevo. Un infermiere una volta mi portò in regalo un pacco di riviste. Ne ero ghiotto. Mi piaceva lo sport, tifavo Venezia perché c'erano Loik e Valentino Mazzola. Poi il mio cuore lasciò posto al Grande Torino, dove giocavano i miei eroi. Di Superga seppi dalla radio e fu un dolore acuto, inconsolabile.
Un giorno vennero a dirmi che sarei uscito, avrei avuto un appartamento con altri al quartiere Ottavia. Stavo al Santa Maria della Pietà dal 1947 e ora eravamo nel 1990, la città fremeva per i mondiali. Ero entrato bambino e ora avevo quasi sessant'anni. Non sapevo cosa ci fosse fuori, in fondo stavo bene lì, tutti mi volevano bene. Quasi mi dispiaceva uscire. Quando nel quartiere seppero che stavamo per venire a vivere qui ci fu una rivolta, non ci volevano. "Questi arrivano dal manicomio, saranno pericolosi". Hanno fatto pure manifestazioni. Poi, piano piano...
Per me era un'esperienza nuova. Solo quando ero piccolo avevo dormito da solo a casa. Dopo ero sempre in camerate insieme agli altri. Ora avevo una stanza tutta per me e una casa da condividere con altri come me. Avevo un po' paura. In manicomio ci ho lasciato un po' di vita, tanta, e un po' di cuore, tanto. Ho tanti ricordi.
Per esempio quando, attorno al 1968, vennero dei ragazzi a manifestare perché si aprissero le porte del manicomio. Avevano cartelli, bandiere, i capelli lunghi, esponevano le loro idee, idee di libertà. Parlavano di un professore che si chiamava Basaglia. Occuparono un padiglione. La polizia voleva mandarli via ma loro resistettero. Misero uno striscione con scritto "Centro sociale". Ci facevano andare per corsi di ceramica, di lavorazione del cuoio. C'era anche un laboratorio di scrittura, che frequentai con passione. Ed è lì che forse io, Alberto Paolini, ho finalmente imparato a parlare, a parlare con gli altri".
ferraraitalia.it, 14 febbraio 2021
Le Magnifiche Utopie in dialogo di Teatro Nucleo. In dialogo tra teatro e carcere per aprire una finestra sul futuro. Tra vita, studi ed esperienze la stagione Le Magnifiche Utopie di Teatro Nucleo propone un incontro interattivo aperto alle domande del pubblico.
L'incontro interattivo on line Le Magnifiche Utopie in dialogo promosso da Teatro Nucleo e dedicato alla necessità del teatro in carcere anche ai tempi del Covid-19 intreccerà esperienze di vita, pratiche e studi mercoledì 17 febbraio alle ore 18 dalla pagina Facebook di Teatro Nucleo.
Diverse le prospettive che troveranno espressione nell'incontro: quella della vita, con l'intervista ad Alcide Bravi, che ha partecipato al percorso di teatro in carcere che Teatro Nucleo realizza all'interno della Casa Circondariale C. Satta di Ferrara; quella giuridica, con la Prof.ssa Stefania Carnevale, docente di diritto processuale penale dell'Università di Ferrara; quella artistica, con la presenza tra i relatori del critico teatrale Massimo Marino, studioso e autore di numerose ricerche incentrate sul rapporto tra teatro e carcere in Italia; da Ferrara si passerà all'Europa grazie all'intervento di Horacio Czertok, co-fondatore di Teatro Nucleo e del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna nonché ambasciatore per l'educazione in carcere di Epale, la piattaforma elettronica per l'apprendimento degli adulti in Europa; infine, la testimonianza del regista di Teatro Nucleo Marco Luciano si focalizzerà sulle forme del teatro in carcere nell'attuale contesto pandemico a partire dalla webserie Album di Famiglia. Il dialogo, moderato da Pietro Perelli, sarà aperto alle domande del pubblico.
Una delle poche realtà in Italia che sta realizzando laboratori di teatro in carcere anche in questi mesi, Teatro Nucleo ha infatti trasformato il linguaggio attraverso cui portare all'esterno delle mura il percorso e, in attesa della riapertura dei teatri, ha scelto la forma del video breve con una web serie in dieci episodi trasmessi dalla pagina Facebook della storica Compagnia di base a Ferrara. Album di Famiglia è giunta alla metà del suo percorso - che andrà avanti fino al 18 marzo ogni giovedì alle ore 18 - e sta alimentando una grande attenzione sul carcere sia negli spettatori che nei media a diversi livelli. I temi trattati sono parte del percorso "Padri e figli", comune a tutte le Compagnie del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna e, a partire dalle riscritture contemporanee di Amleto, esplorano con rielaborazioni biografiche dei detenuti-attori l'eredità familiare, la colpa e il perdono. Una finestra aperta sul futuro delle persone detenute e della società che li attende alla fine della pena.
Le Magnifiche Utopie è il nome che Teatro Nucleo, a partire dalla prima metà degli anni Ottanta, ha dato alla propria progettualità inerente al teatro negli spazi aperti. "Aperti" sono tutti quegli spazi fisici e spirituali, privati o istituzionali, emotivi e immaginari che sentono la necessità di aprirsi alla bellezza, alla poesia, all'arte e quindi al teatro: non solo le piazze, le strade o i luoghi pubblici. Tutti quei "luoghi" che hanno urgenza di trasformarsi in qualcosa di ancora irrealizzato, e trovano con il teatro la strada per farlo.
Il lavoro teatrale in carcere, che Teatro Nucleo porta avanti incessantemente dal 2005 nella Casa Circondariale C. Satta di Ferrara, si pone esattamente in questa direttrice di lavoro e di pensiero. Così, la web serie di corti video-teatrali Album di Famiglia diventa il terzo appuntamento della stagione teatrale Le Magnifiche Utopie, pensata e organizzata da Teatro Nucleo per prendersi cura degli spettatori e del teatro Julio Cortàzar, continuando a tenerlo idealmente aperto anche durante l'impossibilità di percorrerne materialmente gli spazi.
La prima parte della stagione, dopo l'apertura del 25 novembre 2020 con la trasposizione video di Kashimashi di e con Natasha Czertok, è proseguita il 19 dicembre 2020 con Chenditrì, spettacolo per ragazzi di Teatro Nucleo dedicato ai temi dell'ecologia e della biodiversità e con il dialogo con Fabio Fioravanti e Natasha Czertok del 29 dicembre. Dopo l'appuntamento con Album di Famiglia il percorso proseguirà secondo modalità di fruizione - in presenza o in altre forme - di volta in volta definite e comunicate in base alle disposizioni vigenti.
"Ci piacerebbe che la parola chiusura potesse essere sostituita dalla parola cura. È necessaria la "cura" per superare una crisi. Per quel che possiamo, vogliamo continuare ad avere cura del nostro lavoro, del nostro teatro, tenendolo aperto e rendendolo un luogo in cui sentirsi sicuri, trovare nuovi riferimenti capaci di rafforzare il senso d'appartenenza ad una comunità, favorire l'incontro". Perché il Teatro è la Polis e la polis è aperta, in continua trasformazione, e avanza sempre come la vita.
- Castelfranco Emilia (Mo). Dalla prigione all'altare
- Carugate (Mi). Una cella in oratorio per far vivere l'esperienza del carcere
- Roma. Nel carcere di Rebibbia si fa il Caffè Galeotto
- Diritti umani e rapporti tra Stati, se finisce l'era dei compromessi
- Web, le lobby all'attacco delle nuove regole sulla privacy










