di Roberta Errico
thevision.com, 17 novembre 2020
Da marzo a oggi, per prevenire l'emergenza Covid-19 nelle carceri italiane è stato fatto ben poco. Ci sono state diverse scarcerazioni dei soggetti fragili o a rischio per età, ma restano invariate le condizioni igieniche precarie dei detenuti e il grave sovraffollamento delle strutture. La situazione, a causa di questi problemi, è peggiorata in maniera drammatica ed è ormai fuori controllo. Come ha scritto il 13 novembre Rita Bernardini, esponente del Partito Radicale e presidente d'onore dell'associazione Nessuno tocchi Caino: "Gli ultimi [dati] ci dicono che i casi positivi tra i detenuti sono arrivati a 537 e fra gli operatori, agenti compresi, a 737". Per avere un'idea di quanto questi numeri crescano con allarmante rapidità, basti sapere che l'8 ottobre del 2020, le cifre ufficiali diffuse dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Dap, e rese note pubblicamente dall'Osapp, l'Organizzazione sindacale autonoma della polizia penitenziaria, parlavano di 34 detenuti contagiati e di 61 operatori di polizia. Sempre l'Osapp, denuncia in una lettera indirizzata, tra gli altri, al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che in due settimane i numeri delle persone contagiate, tra detenuti e personale penitenziario, sono aumentati del 600%.
In base agli ultimi dati diffusi dal Dap ai sindacati di polizia, risalenti a domenica 8 novembre, il totale di persone contagiate nelle carceri arriva a 1.274 unità. Tutto questo a fronte di una popolazione carceraria che aumenta: oggi il numero di detenuti in Italia è pari a 54.868, un numero esorbitante soprattutto se rapportato con i posti ufficiali effettivi, 47.000 - che comunque andrebbero ricalcolati a causa di quelli che sono stati dedicati all'isolamento in caso di Covid-19. E c'è di più, tanto l'Osapp quanto la Uil penitenziaria nelle persone, rispettivamente, dei Segretari Leo Beneduci e Gennarino De Fazio, esprimono perplessità sulla tempestività dei dati forniti dal Dap e lamentano una sospetta incompletezza. Un caso eclatante: non abbiamo riscontri su quanti siano gli agenti di polizia penitenziaria isolati per Covid-19, un numero che incide sul depauperamento delle già scarse forze di polizia penitenziaria andando a porre in sofferenza un organico che da anni si definisce insufficiente.
A Radio Radicale, Riccardo Arena ha ricordato le anomalie incresciose e gli effetti devastanti del totale disinteresse della politica nel porre un freno all'emergenza sanitaria negli istituti di pena: eclatante il caso di due bambini risultati positivi nel carcere di Torino dove è detenuta la loro madre e gli ultimi due suicidi per impiccagione. Il 7 novembre, a Verona, un detenuto maliano di soli 23 anni si è tolto la vita usando i lacci della sua tuta nella cella di isolamento in cui era confinato, mentre a Ivrea il 9 novembre scorso si è ucciso un detenuto rumeno di 39 anni, anche lui in isolamento precauzionale perché accusava sintomi legati al Covid-19 da alcuni giorni. Nel corso del 2020, 51 detenuti hanno volontariamente posto fine alla loro vita; altri 79, invece, sono deceduti per malattia o per cause ancora da accertare.
Se immaginiamo gli istituti di pena come l'ultima tappa di un lungo viaggio e risaliamo le sue fasi, ci accorgiamo che ogni tappa dell'iter giudiziario di un detenuto esprime l'inadeguatezza di un sistema già profondamente compromesso prima dell'emergenza sanitaria, e questo non certo per colpa della maggior parte dei magistrati e degli operatori del diritto che intervengono nel corso dello stesso. Come denunciato il 9 novembre dall'Unione Camere Penali: "Nei Palazzi di Giustizia e negli Istituti di pena, i ritardi per giungere a sentenza, dovuti all'enorme carico processuale, si sono ulteriormente aggravati per l'emergenza sanitaria, che ha ridotto il personale e ha imposto la drastica diminuzione dei fascicoli da trattare in udienza [...] I tempi della Giustizia saranno, pertanto, ancora più lunghi, con gravi riflessi individuali su imputati e persone offese e conseguenze negative per la credibilità del Paese e per la sua economia".
L'Associazione nazionale magistrati già a marzo avvertiva "[è] assolutamente necessario che siano adottati interventi urgenti e realmente incisivi che, senza abdicare alla fondamentale funzione dello Stato di garantire la sicurezza della collettività, tengano realmente conto del fatto che le carceri sono pericolosissimi luoghi di diffusione del contagio che espongono a rischio intere comunità, costituite dai detenuti e da tutti coloro che continuano a prestarvi servizio". Pochi giorni prima di questo comunicato, tra il 7 e il 9 marzo, parte della popolazione carceraria era insorta contro le limitazioni imposte a causa dell'emergenza sanitaria, tra cui la sospensione dei colloqui con i famigliari. All'epoca il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede reagì con un provvedimento, molto discutibile, contenuto all'interno del decreto "Cura Italia" che non solo non mise freno al problema dei contagi crescenti in carcere, ma salì agli onori della cronaca per aver favorito - prevedendo gli arresti domiciliari per i detenuti ai quali restavano da scontare non più di 18 mesi - le decisioni dei magistrati di sorveglianza atte ad accordare tale beneficio, ma anche in questo caso il quadro normativo disciplinato presentava numerose incongruenze.
Al giorno d'oggi, le risposte del Governo si sono ripresentate altrettanto inadeguate e insufficienti e, se possibile, più blande di quelle di marzo. Anche il "Decreto ristori" non prevede misure efficaci, funzionali a contrastare il reale e sistematico problema delle carceri, tra le altre cose principale causa di diffusione del virus: il sovraffollamento.
"L'indifferibile esigenza di prevenire ed evitare una massiva diffusione del contagio tra la popolazione carceraria può essere soddisfatta solo con una significativa diminuzione della stessa, in misura tale da eliminare il sovraffollamento cronico rispetto ai posti disponibili e assicurare, anche all'interno degli istituti penitenziari, la praticabilità delle misure di prevenzione del contagio che lo stesso Governo impone ai cittadini liberi", scrivono dall'Unione Camere penali, "i provvedimenti adottati sino ad ora appaiono totalmente inadeguati ad affrontare la nuova ondata del virus, che si presenta molto più pericolosa e cruenta della prima. Non a caso il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, con una sua circolare, ha rinnovato l'invito - già espresso nell'aprile scorso - di ridurre la richiesta di misura cautelari in carcere e di procrastinare l'esecuzione delle misure già emesse".
La diminuzione effettiva della popolazione carceraria per evitare ulteriori rischi di contagio non è una decisione che si può delegare ai giudici - i quali non possono fare molto di più in base agli strumenti normativi che hanno a disposizione - ma una decisione politica. È arduo trovare soluzioni che accontentino tutti, ma chi conosce profondamente la vita negli istituti di pena ne suggerisce alcune in merito alle quali andrebbe intavolato un serio dibattito tra istituzioni, politica e operatori del settore: depenalizzazione, liberazione anticipata speciale, rafforzamento della disastrata sanità penitenziaria, acquisto e utilizzo massiccio dei braccialetti elettronici, e infine i più contrastati: amnistia e indulto.
Il Governo è l'espressione del sentire comune della nostra società e alla nostra società che spesso si mostra purtroppo insensibile rispetto alle rivendicazioni dei più elementari diritti umani da parte dei detenuti e delle loro famiglie. Oggi, i detenuti e le loro famiglie invocano da più parti, come nel caso delle proteste annunciate e poi attuate nel carcere di Poggioreale, la tutela del loro diritto alla salute che in questo caso si esprime attraverso l'attuazione di serie misure per prevenire il dilagare dei contagi. La legge sancisce il principio della proporzionalità della pena in relazione al delitto compiuto, ma per la maggior parte dell'opinione pubblica aver commesso un reato è ragione necessaria e sufficiente per mettere colui che ha sbagliato nella condizione di dover subire a sua volta qualsiasi ingiustizia, anche quelle che ledono i diritti più elementari, come una sorta di punizione ulteriore.
Nel 1890, lo scrittore russo Anton Čechov si recò sull'isola di Sachalin, luogo di deportazione zarista di detenuti comuni e politici: voleva andare lì per testimoniare con i suoi occhi quali fossero le condizioni di vita dei reietti della società. In una lettera al suo editore, Aleksej Suvorin, scrisse: "Sachalin è il luogo delle più intollerabili sofferenze che possa sopportare l'uomo, libero o prigioniero che sia [...] è chiaro che abbiamo fatto marcire in prigione milioni di uomini, li abbiamo fatti marcire invano, senza criterio, barbaramente; [...] li abbiamo contagiati con la sifilide, li abbiamo corrotti, abbiamo moltiplicato i delinquenti [...] Sachalin [...] è un inammissibile luogo di sofferenze [...] l'intera Europa colta sa chi sono i responsabili: non i carcerieri, ma ognuno di noi". Sono passati più di cento anni, ma le cose non sembrano essere cambiate: questa indifferenza nei confronti degli ultimi continua a martoriare le nostre società.
di Rosanna Borzillo
Avvenire, 17 novembre 2020
Lettera dei cappellani della Campania al Guardasigilli: detenuti abbandonati, situazione ingestibile. Il ministro riveda la sua posizione sull'indulto e rilanci una legge per rafforzare le misure alternative.
Parlano di un contagio aumentato del 600%: i cappellani delle carceri della Campania dicono che "l'epidemia di coronavirus sta mettendo a dura prova la situazione dei penitenziari". I sacerdoti che vivono tutti i giorni a fianco della popolazione rinchiusa in cella preoccupati per l'aumento dei contagi e la mancanza di soluzioni al sovraffollamento.
Parlano di un contagio aumentato del seicento per cento nelle ultime settimane: i cappellani delle carceri della Campania dicono che "l'epidemia di coronavirus in queste ultime settimane sta mettendo a dura prova la situazione dei penitenziari".
Scrivono una lettera al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede in cui chiedono di "rivedere la sua posizione sull'indulto, che in questo momento sarebbe una misura di civiltà giuridica che porrebbe freno alla condizione inumana in cui i detenuti versano". "Chi era ai margini lo è ancora, e aggiunge alla sua ordinaria condizione di precarietà anche quella di un'esposizione al rischio di contagio sicuramente maggiore. Con effetti deflagranti anche dal punto di vista psicologico".
Ma chi soffre di più - proseguono i firmatari della lettera - sono i detenuti, che per i cappellani "sono dimenticati e pagano il prezzo del venir meno di un ordine normale delle cose, di provvedimenti restrittivi che hanno acuito la sofferenza di chi è recluso, causando rivolte e morti".
Nella lettera (sottoscritta dal direttore della pastorale carceraria di Napoli don Franco Esposito, da don Alessandro Cirillo della Casa di tutela attenuata di Eboli, dai cappellani di Poggioreale don Giovanni Liccardo e padre Massimo Giglio, di Secondigliano don Giovanni Russo, di Salerno don Rosario Petrone, dal vicario episcopale della Carità della diocesi di Nola don Aniello Tortora, dal cappellano dell'ex carcere Lauro di Nola don Carlo De Angelis, oltre a padre Alex Zanotelli e numerosi magistrati ed esponenti della società civile), i firmatari parlano di "un'informazione su quanto accade tra le mura delle carceri pressoché inesistente " e "quindi di uno stato di paura e angoscia costante".
I cappellani della Campania invocano "la riforma dell'ordinamento penitenziario che è stata procrastinata da tutti i governi". In un momento in cui le carceri si affollano e prende corpo nella società "una visione spregiudicata che tende a presentare la sanzione penale e il carcere come gli antidoti ad ogni male", denunciano, inoltre, "istituti penitenziari gonfi all'inverosimile, in cui, di fatto, la situazione è ingestibile". Per questo ritengono che non sia sufficiente rivedere il decreto recentemente adottato per l'emergenza coronavirus (che incide solo su una posizione molto ridotta, perché riguarda chi deve scontare ancora 18 mesi). Chiedono di "estendere a quanti più soggetti possibile la liberazione anticipata e, con la collaborazione dei Comuni, provvedere a dare un domicilio a tutte le persone detenute che ne sono prive".
Inoltre, ritengono sia necessario considerare con urgenza l'ipotesi di "una legge sulle misure alternative, che le potenzi, le sviluppi e le favorisca. Riformando gli uffici di sorveglianza, troppo spesso lenti, anzi lentissimi". "Questa lentezza - scrivono i sacerdoti - si traduce in una sostanziale violazione dei diritti dei detenuti. È necessario scarcerare chi, anche come residuo di maggior pena, si trova nella condizione di dover espiare pochi anni. Ciò favorirebbe il reinserimento nella società". La richiesta è, dunque, quella di un carcere più umano, in cui i colloqui non siano eliminati ma, con le dovute cautele, solo ridotti. E, nello specifico, siano istituiti presidi sanitari interni perché - è la conclusione - "non possiamo arrenderci. Non accettiamo l'idea che il principio di solidarietà debba essere espunto dal nostro contratto sociale. Crediamo in una giustizia dal volto umano".
di Ugo De Giovannangeli
Il Riformista, 17 novembre 2020
"Conciliare ciò che i nazional-populismi contrappongono: ecco la sfida della sinistra. È difficile, ma il Pd ha origine proprio dall'incontro tra culture differenti. Giusto chiudere la pagina dell'ideologia, apriamo però fino in fondo quella dei diritti. Un grande partito non rinuncia ai principi per paura del consenso popolare".
Dopo una conversazione durata oltre due ore, verrebbe da titolare: "Adesso parlo io". E a parlare in questa intervista è Marco Minniti: Ministro dell'Interno nel governo Gentiloni, dirigente di primo piano dei Democratici di sinistra, forse l'uomo più longevo nei governi della seconda Repubblica che ha ricoperto incarichi cruciali per il cosiddetto "cuore dello Stato".
Una sua affermazione, allora era ministro dell'Interno nel Governo Gentiloni, scatenò un vivace e aspro dibattito a sinistra: "Sicurezza è una parola di sinistra". È ancora di questo avviso?
Ci sono momenti in cui la storia e l'evoluzione concreta dei fatti esigono di dare risposta a questioni che all'inizio apparivano poco chiare. Sulla questione della parola sicurezza e del suo rapporto con la sinistra, tutto quello che si manifesta sotto i nostri occhi mi sembra che dia una risposta abbastanza chiara ed inequivoca...
Qual è questa risposta?
Vede, ogni qual volta succedeva qualcosa di molto importante, dicevamo "nulla sarà più come prima". Temo che questa volta veramente nulla sarà più come prima. Tuttavia, questa crisi pandemica globale pone un tema che era già squadernato sotto i nostri occhi, vale a dire il tema del rapporto tra l'individuo e la sua epoca. Sicurezza intesa nel senso più ampio del termine. Sicurezza "fisica". Salute. Sicurezza di una collettività, e quindi sicurezza dalla minaccia del terrorismo e della criminalità. Sicurezza ambientale. Sicurezza sociale. Sicurezza del diritto. In una sola parola: Giustizia. Come vediamo, in tutte queste definizioni c'è una parola che congiunge tutto. E quella parola è sicurezza. Emerge con evidenza il fatto che chiunque voglia affrontare questo pezzo del corso del mondo, deve misurarsi con questo. Sapendo che su questo tema c'è il confine delicatissimo e anche la sfida più radicale con i nazionalpopulisti.
Non è sufficiente il termine populisti?
Non è sufficiente. Perché quello che abbiamo davanti a noi è un intreccio, non nuovissimo nella storia ma abbastanza inedito nelle forme in cui si presenta adesso, tra nazionalismo e populismo. Il nazional-populismo di fronte a queste sfide intende porre una contrapposizione semantica, costringendo l'opinione pubblica a scegliere. Il leit motiv del nazional-populismo è: o l'uno o l'altro. Si contrappone la sicurezza individuale, la salute al sentimento di umanità. Per cui si dice: se tu vuoi garantirti la tua salute devi rinunciare a un pezzo di umanità nel rapporto con gli altri. Perché in un'epoca di coronavirus, l'accoglienza è di per sé il rischio di una contaminazione. E poi si contrappone la sicurezza alla libertà. Se vuoi avere più sicurezza contro la sfida terroristica, rilanciata anche in questi giorni sotto i nostri occhi, devi rinunciare a un pezzo della tua libertà. Sicurezza ambientale. Nello schema del nazional-populismo non è possibile garantirla perché viene posta in contrapposizione a crescita e sviluppo. Devi scegliere: o l'uno o l'altra. La sicurezza dei diritti. Anche qui: la contrapposizione tra il bisogno straordinario di giustizia e il principio delle garanzie. Vuoi che la giustizia sia efficace e veloce? Allora devi rinunciare alle "garanzie". Se le guardiamo insieme, queste rinunce sono la fine di una democrazia. Questo è il senso della sfida drammatica, mai così possente, che il nazional-populismo pone alle democrazie, che oggi sono chiamate a gestire una emergenza estrema (Covid) nel rispetto di uno stato di diritto, della trasparenza, della comunicazione corretta, della discussione e del convincimento. I regimi autocratici, le cosiddette democrazie non compiute, non hanno bisogno di misurarsi con tutto questo. Questo è il cuore della sfida per la Sinistra.
Vale a dire?
La sinistra in questa fase storica deve conciliare ciò che i nazionalpopulisti contrappongono. Deve conciliare sicurezza e umanità, sicurezza e libertà, ambiente e sviluppo, giustizia e garanzia. Lo so che è un percorso più difficile. Ma è un compito storico irrinunciabile. Quello cioè di svolgere un grande ruolo che una volta si sarebbe chiamato democratico e nazionale. Nazionale, perché risponde agli interessi di un paese; democratico perché si muove nel cuore dell'attacco alla democrazia. Se questo è il problema, se noi non avessimo fatto il Partito democratico nel 2007 dovremmo farlo adesso.
Nessun pentimento dunque o giudizio fallimentare?
Se la sfida è al cuore delle democrazie qual è la risposta migliore di un partito che si chiama democratico! Un partito che prende di petto la questione. Che appunto perché nella sua impostazione originaria, era l'incontro tra culture e storie differenti - la cultura ambientalista, la cultura socialista, la cultura cristiana - può lavorare a quella conciliazione. Operazione che non può fare soltanto una delle grandi culture progressiste. È giusto che il Pd abbia "voltato la pagina" della ideologia. Dell'ideologia intesa nel senso hegeliano del termine, cioè della falsa coscienza, degli occhiali che ti fanno leggere la realtà non per com'è. Superare l'ideologia tuttavia non significa rinunciare ai principi. Un grande partito non può non avere grandi principi. E aggiungo non può pensare che i suoi principi entrino in contraddizione o in conflitto con il consenso popolare, per cui alcune cose si devono dire a mezza voce, perché altrimenti il popolo non ci vota. In controluce si legge il grande nodo del rapporto tra sinistra e consenso popolare, sapendo una cosa d'importanza vitale...
Quale?
La sinistra o è di popolo o non è. E con quel popolo che deve parlare, e a quel popolo che deve trasmettere il messaggio che è possibile tenere insieme sicurezza e umanità. Sicurezza e libertà. Giustizia e garanzia. Chiudiamo definitivamente la pagina dell'ideologia, apriamo fino in fondo la pagina dei diritti. Un partito così fatto è evidente che si arricchisce se al suo interno vivono espressioni programmatiche, culturali differenti. Diventa anzi un elemento di ricchezza oggettiva, che consente di parlare nella maniera più specifica possibile a pezzi e singole identità delle nostre società. E qui viene il punto dolente per il Pd.
In che senso?
Nel senso che il Partito democratico non ce l'ha fatta su questo. Perché quelle che noi chiamiamo sensibilità/correnti oggi sono diventate un'altra cosa. Una camicia di nesso per il Pd. Sono uno strumento di gestione del potere. Mi chiedo, da predicatore disarmato, può un partito che rischia di diventare una confederazione di correnti, affrontare la sfida che abbiamo di fronte nei prossimi anni? Che non è quella di gestire nel migliore dei modi possibili l'esistente, cosa che non è da buttare via. Sapendo tuttavia che non è possibile gestire nel modo migliore l'esistente se non c'è una innovazione radicale. Ed è questa la risposta vera del voto degli Stati Uniti.
Biden non ha vinto dunque, come si scrive e si dice da diverse parti a casa nostra, perché è stato "moderato", "centrista"...
Ma quale voto centrista! È un voto riformista. Che è cosa del tutto diversa. Un voto tuttavia di un'America profondamente divisa. Nessuno si illuda che con lo straordinario risultato elettorale conseguito da Biden si cancelli, con un tratto di penna, il nazional-populismo nel mondo. C'è una grande maggioranza di americani che vuole voltare pagina. Ma ci sono anche 72 milioni di voti che sono andati a Trump. E qui c'è il gigantesco contrappasso, quasi uno scherzo della storia. Con la sua reazione al voto, Trump sta rendendo gli Usa più deboli. Il teorico dell'"America first" sta facendo un danno drammatico al suo paese. È "America second", perché prima c'è "Trump first". Se vuoi, ciò è iscritto dentro la logica del nazional-populismo: anche nel momento in cui si innalza la bandiera di un sentimento collettivo, come "Prima l'America", poi quel sentimento è sottoposto all'egoismo del potere, alla bizzarria e all'arbitrio del singolo capo. Il riformismo se vuole essere vincente deve misurarsi con la radicalità del suo approccio. Il rischio più grande che noi oggi viviamo è l'affermarsi di una risposta che riproponga una società drammaticamente divisa tra garantiti e non garantiti. È il Covid che ti spinge in questa direzione. A fotografare quello che già c'è. Chi è. Già garantito continuerà ad esserlo, chi non lo è sarà messo drammaticamente ai margini. Così una democrazia non regge. C'è poi, altrettanto cruciale, drammatico, il tema delle nuove generazioni. Noi stiamo chiedendo ad esse di assumersi un peso enorme per quanto riguarda il futuro. Il Debito Pubblico. Stiamo lasciando loro un paese peggiore di quello che noi abbiamo trovato. Se questo è il tema, è chiaro che tu devi avere una spinta fortissima all'Innovazione. Lo dico brutalmente: l'Italia e l'Europa non possono essere soltanto Paesi per vecchi. Proprio per questo dobbiamo cambiare anche la struttura materiale dei partiti. Quella camicia di nesso va strappata
Come si fa?
Si apra una fase costituente per un grande progetto di una sinistra che tenga insieme riformismo e radicalità. Aprire porte e finestre, fare entrare gente nuova. Una grande palestra del pensiero, utilizzando al meglio tutti gli strumenti della comunicazione e del web. Antonio Gramsci, discutendo della differenza che c'è tra un gruppo di comando e un gruppo dirigente, rimarcava una cosa che mi permetto di ricordare adesso: il gruppo di comando lavora per confermarsi in quanto tale. La verità di un gruppo dirigente, diceva Gramsci, è quella di costruire le condizioni del proprio superamento. Un gruppo dirigente si realizza davvero quando ha costruito un altro gruppo dirigente.
La sinistra italiana ha dimenticato Gramsci?
Temo proprio di sì.
In una interessante intervista di qualche tempo fa al prestigioso settimanale Stern, lei ha sostenuto che l'Europa e l'Italia si giocano molto, se non tutto, nel Mediterraneo. È ancora di questo avviso?
Quel bambino, il piccolo Joseph, che muore annegato nel Mediterraneo non può essere una storia da ottava pagina. Neanche per un secondo può essere considerata una vicenda di ordinaria amministrazione. Non si può morire in quel modo. È inaccettabile. È una sconfitta per le nostre democrazie. Non si può lasciare il Mediterraneo centrale privo di un presidio di ricerca e salvataggio in mare. Fino al 2018 questo è esistito, coordinato dalla Guardia costiera italiana, ne facevano parte organizzazioni non governative, la missione europea "Sophia", la Guardia costiera libica. E questo ha coinciso con la più significativa riduzione degli arrivi illegali nel nostro paese e contemporaneamente una significativa diminuzione del numero dei morti nel Mediterraneo. Il messaggio deve essere chiaro e netto: nel 2020 non è più possibile, non è più accettabile che i trafficanti di esseri umani controllino il trasferimento delle persone. C'è bisogno di un radicale cambio di paradigma nelle politiche migratorie. Nell'epoca del virus appare evidente che tutto ciò che è legale, può essere controllato, e quindi è compatibile con la salute collettiva. Proprio per questo dobbiamo cancellare i canali e costruire o rafforzare i canali legali. Rafforzare innanzitutto i corridoi umanitari. Se ci sono persone che fuggono dalla guerra, quelle persone non li portano in Europa i trafficanti di esseri umani ma le grandi democrazie attraverso i corridoi umanitari. Non è una impresa impossibile. Si era già cominciato a farlo. Questa deve diventare oggi una pratica dell'intera Europa. Bisogna garantire canali legali di ingresso in Italia e in Europa. Una gestione intelligente e aperta dei flussi migratori che consenta ai nostri paesi di potere far fronte al bisogno di lavoro che le nostre società richiedono. Liste nei paesi di partenza gestite dalle reti diplomatiche italiana ed europea. Dobbiamo cambiare la Bossi-Fini. Se non lo facciamo adesso, quando? Il Mediterraneo, insieme con il Pacifico, è il terreno di confine tra democrazie e regimi autoritari o non compiutamente democratici. Quello che sta avvenendo nel Mediterraneo è una competizione-cooperazione tra Russia e Turchia, tra due visioni imperiali che ritornano: l'imperialismo russo e quello ottomano. Come possiamo, noi occidentali, dormire sonni tranquilli quando vediamo squadernarsi sotto i nostri occhi delle cose che in altri momenti ci avrebbero turbato.
A cosa si riferisce in particolare?
Penso per esempio alla "pax siriana". All'inizio Russia e Turchia erano schierate su fronti contrapposti. Poi però hanno trovato un accordo. Quella "pax" ha comportato tuttavia un sacrificio: quello del popolo curdo. Abbiamo chiamato i curdi a combattere contro lo Stato islamico, e i curdi hanno combattuto. Eppoi li abbiamo lasciati da soli. E poi c'è il Nagorno-Karabakh. L'Armenia cristiana. Anche lì, una competizione su due fronti contrapposti, ma poi a un certo punto si arriva ad una "composizione". Ed essa colpisce il sentimento dell'Armenia.
E poi c'è la Libia...
L' eventualità di una "pax siriana" sulla Libia, con una divisione in zone d'influenza tra Russia e Turchia, sarebbe uno scacco drammatico per l'intera Europa e non solo per l'Italia. Questo è il punto cruciale. Nei prossimi vent'anni il futuro dell'Europa si giocherà in Africa, a partire dall'Africa settentrionale. Un'Europa che guarda soltanto ad Est è un'Europa destinata alla sconfitta. La partita vera si gioca nel Mediterraneo. È l'Est che è scivolato drammaticamente nel "Mare nostrum". L'Europa non può rimanere spettatrice. È evidente che con la vittoria di Biden cambieranno i rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Ma una nuova dimensione euroatlantica non può prescindere dal Mediterraneo. Questo compito spetta all'Europa. Come non comprendere che dopo la "Primavera araba" oggi c'è un freddissimo "Inverno arabo"? Accanto alla Libia c'è la Tunisia, l'unica democrazia nata dalla rivoluzione araba. Noi abbiamo squadernati sotto i nostri occhi i pericoli che quella democrazia corre, stretta in una drammatica crisi economica. Il tema non è soltanto il governo dei flussi migratori. C'è qualcosa di ben più ampio ed epocale che riguarda gli assetti democratici del pianeta. Se dovesse collassare la Tunisia, il rischio è di un gigantesco effetto domino. Basta guardare la linea di costa dal Mediterraneo orientale al Mediterraneo centrale: Siria, Libano, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria. Tutti paesi che per varie ragioni hanno sfide drammatiche che possono travolgerli. L'Europa deve misurarsi con tutto questo, mettendo in campo un grande piano economico. La Russia e la Turchia possono muoversi con una spregiudicatezza militare che l'Europa non può e non deve avere. Sono dei giganti con cui può misurarsi, è una questione di "taglia", soltanto l'Europa. Consapevole che quei giganti hanno i piedi d'argilla. Cioè la fragilità economica di quei paesi. L'Europa deve mettere in campo tutta la sua forza economico nel rapporto con l'Africa settentrionale. Io aggiungo anche la sua forza civile. Sapendo che nessuno da solo ce la può fare. Né la Francia, né la Germania, né l'Italia. Se l'Europa si divide su questo, perde.
ottopagine.it, 17 novembre 2020
Leontina Lanciano in campo per fare il punto sulla situazione di detenuti e personale. Contagi, guarigioni, tamponi, distribuzione dei dispositivi di sicurezza e assistenza sanitaria: Leontina Lanciano in campo per fare il punto sulla situazione di detenuti e personale.
Un monitoraggio a 360 gradi sulla situazione Covid nelle tre strutture carcerarie del Molise: la Garante regionale dei Diritti della persona ha avviato la raccolta formale dei dati relativi a contagi, guarigioni, tamponi, gestione dell'isolamento, distribuzione dei dispositivi di sicurezza e tipologie di assistenza sanitaria. Un'azione a tutela delle persone detenute ma anche degli operatori e del personale che opera nelle case circondariali, che si inserisce tra le iniziative intraprese dall'inizio della pandemia ad oggi per contrastare la diffusione del virus.
"Si tratta di decisione - spiega Leontina Lanciano - nata dall'esigenza di avere un preciso quadro della situazione, anche a fronte dell'insorgenza del cluster del carcere di Larino e della recente protesta pacifica intrapresa dalle persone recluse presso tale penitenziario, che chiedono l'elaborazione di un piano di contenimento dell'epidemia. Da contatti intercorsi con i vertici del carcere ho ricevuto rassicurazioni sulle condizioni attuali, in particolare per qual che riguarda il numero dei contagi che, a quanto si apprende, si sarebbe mantenuto pressoché stabile. Inoltre è stata già disposta, da parte dell'Asrem, l'esecuzione dei tamponi all'interno della struttura, anche per il personale in servizio".
Quella dell'effettuazione dei tamponi è una misura che era stata sollecitata, in passato, anche dalla Garante, che solo pochi giorni fa è nuovamente intervenuta a sostegno del circuito carcerario con due ulteriori richieste: la fornitura dei dispositivi di protezione individuale (quali ad esempio le mascherine) presso i penitenziari locali e il potenziamento del presidio infermieristico della casa circondariale di Larino.
"Quanto a quest'ultimo aspetto - sottolinea la dottoressa Lanciano - a fronte delle segnalazioni ricevute dalle persone ristrette nel penitenziario e di concerto con la direttrice del carcere Rosa La Ginestra, con cui mi tengo costantemente in contatto, ho ritenuto necessario richiedere l'attivazione di un presidio infermieristico notturno, prolungando la presenza del personale medico-infermieristico precedentemente previsto fino alle 22. Ciò per dare una risposta tempestiva ed efficace in questo momento di acutizzazione della curva pandemica e scongiurare, così, possibili ricadute pericolose legate alla condizione emergenziale esistente".
Attraverso il monitoraggio, conclude l'organo regionale di garanzia, "sarà possibile avere un quadro dettagliato e veritiero della diffusione del virus e della gestione dei casi, nell'ottica di fornire risposte pronte e mirate in grado di assicurare la protezione di tutti i soggetti che vivono il carcere quotidianamente".
Corriere di Torino, 17 novembre 2020
Protesta dei familiari dei detenuti al Lorusso e Cutugno. Dalle celle, stoviglie contro le sbarre. Circa un centinaio di persone, per lo più i parenti dei detenuti, si sono dati appuntamento ieri pomeriggio davanti al carcere "Lorusso e Cutugno" di Torino, nel quartiere Vallette, per protestare contro la sospensione, per l'emergenza Covid, dei colloqui. Mogli, mariti, figli e genitori: con loro anche qualche militante dei centri sociali.
È il terzo presidio organizzato in pochi giorni. I parenti hanno spiegato la situazione, rivendicato l'importanza di vedere i propri cari e che, visto i controlli fatti, non ci sarebbe rischio di contagio portato dall'esterno. Hanno sottolineato come invece dentro il carcere ci sia un problema di sovraffollamento e che servono misure alternative alla detenzione. La manifestazione è stata salutata dai detenuti che hanno battuto con le stoviglie sulle sbarre delle celle, facendo un rumore che è arrivato fino al presidio.
L'emergenza sanitaria da coronavirus è ora sotto controllo negli istituti di pena di Torino ma durante la prima ondata del Covid-19 in Piemonte da più parti era stato sollevato il caso della trasmissione del virus all'interno dei penitenziari. I primi contagi furono denunciati a maggio. Poi Torino e il Piemonte si erano guadagnati sul campo il triste primato della diffusione del virus con 110 positività riscontrate nei 13 istituti della regione quando in tutta Italia i contagiati nelle celle erano 300. Un terzo dunque.
La condizione molto pericolosa e rischiosa all'interno degli istituti di detenzione era stata denunciata a gran voce dal garante regionale per le persone detenute Bruno Mellano nel corso di un intervento al Consiglio regionale. "Sarebbe davvero ingiustificato lasciare da sola l'amministrazione penitenziaria a gestire con grande difficoltà momenti di crisi, di sovraffollamento, di pandemia, di violenze tra detenuti e tra agenti e detenuti" aveva dichiarato Mellano. E invece è proprio in questi luoghi chiusi e spesso ai margini della società che l'occhio delle istituzioni deve essere più acuto.
Perché anche in luoghi come il carcere ci sono vite in gioco. Un appello sostenuto e rilanciato dai Radicali e da +Europa che ha fatto breccia nelle iniziative delle istituzioni. Risultato: i numeri del contagio nelle case circondariali piemontesi sono tornati sotto controllo. Resta però il problema degli incontri con i familiari. Oltre il rischio della trasmissione del virus c'è l'esigenza di non isolare ulteriormente i detenuti dagli affetti e dal mondo esterno. Da qui la protesta di ieri.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 novembre 2020
A Tolmezzo il Covid al 41bis ha contagiato tutti i dodici detenuti ospitati. Il timore è che possa arrivare a Parma dove ci sono reclusi anziani e malati. Tolmezzo il Covid al 41bis. Dopo i sei reclusi positivi al Covid 19 (tra i quali almeno 4 sono finiti in ospedale) al carcere duro di Opera, ora il contagio è arrivato al carcere friulano di Tolmezzo con una sezione intera al 41bis contagiata.
Sono circa 12 i reclusi risultati positivi, mentre almeno per ora risultano passati indenni gli internati (ricordiamo che a Tolmezzo c'è la casa lavoro) che vivono in una sezione a parte. Anche in questo caso nella scorsa ondata, i detenuti al carcere duro erano stati risparmiati. C'era stato un piccolo focolaio insorto dopo il trasferimento di cinque detenuti dal carcere di Bologna, all'epoca teatro di un enorme contagio e ancora oggi rimane il mistero dell'avventato trasferimento. Ma ora il problema è un altro.
41bis inviolabile secondo alcuni opinionisti e magistrati - A Tolmezzo il Covid al 41bis è entrato nel luogo che, per numerosi opinionisti e anche taluni magistrati, era considerato inviolabile. D'altronde, a parte casi eccezionali, diversi magistrati di sorveglianza hanno rigetto le istanze relative alla misura alternativa al carcere duro (parliamo dei soggetti anziani o pieni di gravi patologie), sottolineando il fatto che essere ristretti in regime di 41bis e quindi in celle singole e con tutte le limitazioni del regime differenziato, c'è protezione dal rischio di contagio.
Così non è. Ma non solo. L'avvocata Maria Teresa Pintus ha un assistito al 41bis di Tolmezzo, ovviamente risultato positivo al Covid, e ha spiegato a Il Dubbio che durante la prima ondata, sia la direzione che il magistrato di sorveglianza, non avevano acconsentito alla richiesta del recluso al carcere duro di essere rifornito dall'area sanitaria competente di mascherine per evitare il contagio. Non solo era arrivato il diniego, ma il magistrato di sorveglianza di Udine ha scritto nero su bianco che "tuttora le mascherine sono necessarie solo per i sanitari" e che comunque potrà comprarle "quando saranno disponibili sul mercato e a spese del detenuto".
"Da qualche settimana gli agenti mettono la mascherina" - Questo accadeva a marzo. "In realtà - spiega l'avvocata Pintus ha il Dubbio - il mio assistito mi ha spiegato che solo fino a qualche settimana fa c'era poca attenzione, e solo da poco ora tutti gli agenti si mettono la mascherina e stanno evitando, per quanto possono, di fare le perquisizioni".
Quest'ultima questione non è di poco conto. Di solito le perquisizioni delle celle dei 41bis avvengono almeno con due agenti e le camere, si sa, non sono così grandi e quindi si crea, di fatto, un assembramento. La situazione diventa allarmante se il virus dovesse entrare in quei penitenziari dove ospitano i 41bis che hanno una età medi di 80 anni. Tanti malati oncologici. La fortuna è che a Tolmezzo il Covid al 41bis riguarda detenuti relativamente giovani e non con particolari patologie pregresse.
Preoccupazione per i 41bis a Parma - A differenza di Opera dove, com'è detto ripetutamente sulle pagine de Il Dubbio, ci sono persone gravemente ammalate tra i quali un malato terminale che sta lottando tra la vita e la morte in terapia intensiva. Ancora più grave sarebbe la situazione se il Covid dovesse varcare i 41bis del carcere di Parma, ad alta complessità sanitaria.
C'è Sandra Berardi di Yairaiha Onlus, associazione che ha da poco lanciato un appello per far scarcerare subito i detenuti malati e anziani, che denuncia il governo di aver fatto orecchie da mercante alle indicazioni fornite dagli esperti della realtà penitenziaria sin dalla fine di febbraio, ovvero ridurre sensibilmente il sovraffollamento e sostituire la misura detentiva con la detenzione domiciliare o ospedaliera per tutti i soggetti portatori di determinate patologie.
"Questo governo e questo Parlamento - denuncia Sandra Berardi - hanno preferito seguire le sirene del populismo penale agitato da alcuni media a scapito dello Stato di diritto e della salute della comunità penitenziaria che oggi, purtroppo, conta oltre 1300 persone contagiate tra detenuti e operatori, con un trend in crescita costante che sta colpendo indistintamente la popolazione detenuta finanche nelle sezioni di 41bis che qualcuno, pretestuosamente, aveva dichiarato immuni da possibili contagi". Auspica quindi che il governo "lasci da parte le sirene del populismo per seguire la strada del diritto alla salute che è primario rispetto alla potestà punitiva dello Stato".
Il Giorno, 17 novembre 2020
La direzione del carcere ha confermato che è stata creata una sezione Covid interna al penitenziario. È scattato l'allarme Covid nel carcere di Busto Arsizio (Varese) dove è stato individuato un focolaio con ventidue detenuti positivi al Covid. Tutti i contagiati sarebbero asintomatici. La direzione del carcere ha confermato che è stata creata una sezione Covid interna al penitenziario. Il 23 novembre saranno eseguiti i tamponi per verificare l'eventuale negativizzazione.
di Roberta Pumpo
romasette.it, 17 novembre 2020
Pochi i casi nei penitenziari del Lazio. Il Garante Anastasìa: al primo accesso vengono sottoposti al tampone. Colloqui con i parenti solo una volta al mese. I casi di contagio da Covid-19 negli istituti penitenziari del Lazio sono circoscritti. Non sono da sottovalutare, certo, ma per il Garante delle persone private della libertà personale del Lazio Stefano Anastasìa offrono un'importante chiave di lettura. "Il sistema di prevenzione sta funzionando - afferma.
I casi di positività riguardano detenuti individuati all'ingresso in istituto. Al primo accesso vengono sottoposti al tampone per evitare che il virus entri in sezione". Gli ultimi dati rilevati l'8 novembre registrano complessivamente 19 positivi in sei dei quattordici istituti di pena del Lazio. I reclusi positivi nelle 5 carceri romane sono cinque, tra i quali due ricoverati in ospedale e due donne in isolamento nella sezione femminile di Rebibbia. Preoccupano i 14 contagiati all'istituto di Frosinone dove c'è "l'unico cluster che sarebbe riconducibile al personale".
Per le visite dei parenti, nel Lazio è stato adottato "un protocollo rigidissimo", spiega Anastasìa. I colloqui sono consentiti una volta al mese in locali dove sono state installate "pareti" in plexiglas alte fino al soffitto. "Non vi è nessun tipo di contatto con i parenti - aggiunge il garante -. L'attenzione è molto alta per evitare che il virus entri in una comunità chiusa e con convivenza stretta come quella carceraria dove, oltretutto, la situazione è igienicamente discutibile. Le docce, per esempio, sono in comune anche se il regolamento penitenziario da 20 anni prevede i servizi igienici, doccia compresa, nelle camere detentive".
Durante il lockdown "per la prima volta" è stato concesso ai detenuti di effettuare videochiamate ai familiari. "Questo ha permesso a molti di rivedere i genitori che non incontravano da tempo perché anziani o residenti in altre città - osserva - è stato molto emozionante. Cresce invece la sofferenza di chi ha figli molto piccoli con i quali è difficile interagire attraverso un telefono".
L'emergenza sanitaria, lo abbiamo imparato in questi mesi, trascina con sé numerose criticità e costringe a rivedere le abitudini. Per evitare i contagi le attività educative e culturali hanno subito limitazioni inevitabili. "Durante la prima fase - dice il Garante - tutti gli istituti hanno chiuso l'accesso a qualsiasi figura esterna, eccetto, ovviamente, personale penitenziario e sanitario.
Da giugno è stato consentito l'ingresso agli insegnanti per preparare gli studenti agli esami e da luglio ai volontari. Oggi ci troviamo difronte a un tentativo di limitare le attività o a sottoporre a rigidi controlli gli operatori esterni". Per esempio, la direttrice di "Rebibbia Nuovo Complesso - Raffaele Cinotti", spiega Anastasìa, "ha chiesto a volontari e insegnanti di sottoporsi a tampone ogni 15 giorni. Si rischia una nuova chiusura di programmi fondamentali per l'assistenza e il sostegno dei detenuti. Non ci sono disposizioni centrali in tal senso ma non è da escludere".
L'auspicio è quello di mantenere attive almeno le attività che coinvolgono il più ampio numero di carcerati come quelle scolastiche "perché la didattica a distanza in carcere non è attuabile", dice in tono amaro. Al momento è attivo, proprio a Rebibbia, un laboratorio di produzione di mascherine per garantire la fornitura alla popolazione carceraria. Attività che ha una triplice valenza, rimarca il garante. "È una esperienza lavorativa, impegna il loro tempo ed è a favore della società perché i dispositivi potrebbero andare a beneficio di persone esterne". Tutte le precauzioni adottate si scontrano però con il sovraffollamento.
I detenuti presenti negli istituti di pena del Lazio al 31 ottobre sono 5.839 a fronte di una capienza regolamentare di 5.144. Il tasso di affollamento è pari al 112 per cento sulla capienza ufficiale, superiore al tasso medio italiano che è del 106 per cento. Nel dettaglio: gli uomini sono il 93,5%, gli italiani il 62,3% e il 62,2% sta scontando una condanna definitiva.
Rebibbia Nuovo Complesso detiene il triste record di sovraffollamento e nello specifico la capienza regolamentata è di 1.150 persone per 1.117 posti effettivamente disponibili ma i detenuti oggi sono 1.479. Anastasìa ricorda che "il decreto Ristori ha rinnovato le procedure per l'accesso alla detenzione domiciliare per detenuti che hanno fine pena brevi ma molti che potrebbero usufruirne non hanno domicilio". L'appello del Garante è quindi quello di "allargare la rete di accoglienza".
di Roberta Pino
reggiotoday.it, 17 novembre 2020
La visione "umana" della Garante dei diritti dei detenuti, Giovanna Russo, sull'attuale realtà carceraria reggina. Il carcere, si sa, rappresenta il paradosso per eccellenza: per garantire la massima protezione dei diritti di alcune persone, si attua la massima coercizione dei diritti nei confronti di altre. Protezione versus costrizione, una contraddizione in termini che sembra, al primo sguardo, non avere niente in comune. Eppure in questa apparente antinomia si cela una ricchissima umanità.
A svelare la realtà carceraria, spesso poco conosciuta, è il garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Reggio Calabria, l'avvocato Giovanna Russo. Da quattro mesi al servizio dei detenuti delle strutture penitenziarie di San Pietro e Arghillà, l'avvocato Russo ci offre uno sguardo originale, differente, in una sola parola "umano" degli istituti di pena in cui opera e del sistema penitenziario in generale.
È una visione particolare la sua, è l'ottica di una professionista, malgrado la giovane età, già impegnata da tempo a tutelare i diritti degli ultimi, è lo sguardo di una donna, per la prima volta in Calabria, chiamata a ricoprire un ruolo così significante, è la prospettiva di una persona che incarna in sé delicatezza, sensibilità insieme ad una radicata determinazione. Un incarico sopraggiunto nella pausa tra la fine del primo lockdown e quello attuale vissuto dalla Calabria, relegata a zona rossa, a più alto rischio, cioè, di diffusione del contagio.
La pandemia ha sconvolto la vita di tutti gli esseri umani a livello planetario, ha modificato le relazioni "imponendo" un distanziamento di sicurezza salvifico e responsabile. Una situazione ancora di più enfatizzata all'interno delle carceri.
"La pandemia ci ha portato a ripensare e riprogrammare la vita in tutti i suoi aspetti, ci ha obbligati a rivalutare il senso di prossimità -racconta Giovanna Russo - non a caso è arrivato questo incarico che mi ha dato la dimensione dell'altro, di chi è l'ultimo, di chi è lo scarto della società. Rispetto ai carcerati quello che più mi fa pensare è quanto riusciamo veramente ad essere loro vicini, anche se di vicinanza fisica non si può parlare. Non dimentichiamo, infatti, che c'è sempre una sbarra tra noi, c'è una cella che ci separa".
Una distanza fisica che può essere colmata solo da un'attenzione dell'anima. "Mi domando spesso quanto sia possibile dare forza ai detenuti - prosegue il garante Russo - tutto è amplificato all'interno di quelle mura, loro si sentono soli e sperduti, non hanno più gli affetti, sono privati della libertà per un tempo più o meno lungo e, in quel luogo, si ha la percezione che l'individuo pensi di se stesso di essere ormai una nullità".
Ecco l'aspetto umano del carcere, la visione privilegiata del neo garante Russo, che avanza prepotentemente. "L'individuo vive la dimensione carceraria con possibilità limitate di autodeterminarsi. È ridotta anche la libertà di leggere, di scrivere, di confrontarsi con altri a causa dell'emergenza sanitaria in corso". Una fotografia che lascia poco spazio all'immaginazione.
L'avvocato Russo ha invece uno sguardo lungimirante, quasi visionario, ha una visione di riforma penitenziaria che passa da un percorso di redenzione in vista del reinserimento sociale. "Io credo nella possibilità di un riscatto individuale rispetto all'errore. Nessuno è indenne o immune dalle colpe nei confronti di qualcun altro o verso la propria persona.
Parliamo di persone che hanno commesso un reato, costrette a vivere in carcere, è vero, ma mi viene sempre in mente l'immagine forte di Giovanni Paolo II che ha perdonato il suo attentatore. Tutti hanno diritto di redimersi dal peccato, c'è la possibilità del perdono, che il più delle volte la legge concede, ma spesso questi soggetti non perdonano sé stessi, sono tormentati sotto vari profili".
Secondo la visione del garante Russo, il primo passo verso un efficace reinserimento sociale è la famiglia, anche "se ci sono nuclei familiari che non accettano più chi ha commesso il reato, pur trattandosi di congiunto, lo emarginano e loro perdono il riferimento". Lavorare sul reinserimento concreto, sotto l'aspetto professionale e umano, dalla formazione interna in carcere alla società civile, questo è il suo obiettivo. "La frase ricorrente ai colloqui è "io so di avere sbagliato". I detenuti sono persone che vogliono ricostruirsi concretamente".
Il progetto visionario del garante Russo va oltre il concetto utopistico di Thomas More (da lei stessa citato), coinvolge l'intera società, dalla magistratura alle istituzioni, dalle associazioni di categoria alla chiesa, passando per il mondo dell'istruzione e della sanità.
Attori coinvolti per "strutturare un fuori che diventi accogliente", sulle orme tracciate dal sostituto procuratore Stefano Musolino che, come ricorda l'avvocato Russo, durante un incontro svoltosi nel cortile degli Ottimati, ha spinto molto sulla necessità di non emarginare il soggetto una volta uscito dal carcere, "quando si toglie il saluto, lo sguardo ad una persona, lo si priva del minimo indispensabile a livello umano".
Dare un senso al loro tempo una volta che i detenuti abbiano scontato la pena. Questa è la strada da percorrere secondo l'avvocato Russo per una concreta riabilitazione sociale. Un senso chiamato lavoro. E già il lavoro. Ma lo strumento interdittivo potrebbe ingenerare indebite compressioni della libertà d'impresa e dei diritti dei singoli, se non accompagnato da istruttorie approfondite. Occorre discernere, secondo il legale, le posizioni individuali da dinamiche a volte complesse.
"È un gap che va colmato sulla base di una intesa istituzionale concreta, serve il dialogo serio tra istituzioni che abbiano fiducia reciproca nell'operato, serve la fede. Il problema è l'individualismo istituzionale - afferma- se un'azienda assume una persona che ha espiato le proprie colpe, quell'azienda non può ricevere una interdittiva a meno che il soggetto non perseveri nel delinquere".
Un confine sottile tra legalità e giustizia e il pensiero di Giovanna Russo va a Falcone e Borsellino. "Si dice sempre che la mafia li ha uccisi, è vero, il braccio operativo è stato la mafia, ma chi ha pensato l'evento? Sono gli uomini che fanno lo Stato, le istituzioni, la classe dirigente. Ci sarà sempre il bene contro il male. Il problema - sottolinea - è ristabilire gli equilibri, che non ci sia un confine labile tra legalità e giustizia, che vadano di pari passo". Uno sguardo adesso alla struttura carceraria interna, è possibile umanizzare l'istituzione carceraria?
"Ho incontrato molta umanità all'interno del carcere, tramite i colloqui con i detenuti. Quello che più mi ha colpita è l'umanità dell'amministrazione e della polizia penitenziaria. C'è una oggettiva difficoltà di dover intervenire su alcuni detenuti che, trovandosi ristretti, attuano dei comportamenti amplificati da condizioni psicologiche non equilibrate".
Una situazione particolare riguarda l'unità di osservazione psichiatrica del carcere reggino. "Una struttura non adeguata ad oggi benché siano stati fatti lavori di ristrutturazione -racconta il garante Russo - inoltre l'Asp dovrebbe prevedere più esperti psichiatri e psicologi a sostegno dell'amministrazione penitenziaria".
Malgrado la giovane età e la brevità del tempo trascorso dalla sua nomina, l'avvocato Giovanna Russo ha già una prospettiva chiara e sagace del suo operato, anche se preferisce stare con i piedi per terra, dosando con equilibrio ragione e sentimento.
"Mi sono sentita piccola di fronte a questo incarico- confessa - ma ho una visione concreta, uno sguardo oggettivo. Il mio motto è "tanto amore, tante regole", una umanità che si muove nelle regole. Sono felice di essere la prima donna calabrese a ricoprire questo ruolo - conclude - credo nella forza dell'operato femminile quando è leale e poi i calabresi hanno una marcia in più, riescono a contaminare e a diffondere il bene ovunque".
di Nadia Cossu
La Nuova Sardegna, 17 novembre 2020
La denuncia: diminuiti i colloqui e l'infermeria è un disastro "Ritardi nelle consegne, il cibo che ci inviano va in malora". La pandemia mette a dura prova anche i detenuti di Bancali. E non solo per ciò che riguarda gli effetti del Covid dal punto di vista strettamente sanitario.
"Capiamo che le restrizioni siano tante anche all'esterno del carcere ma per chi vive già in piena restrizione è ben diverso". Due pagine di foglio protocollo scritte a mano e fatte consegnare alla redazione della Nuova Sardegna "per fare in modo che le istituzioni competenti prendano i provvedimenti necessari per risolvere alcuni problemi nel rispetto dei diritti dell'uomo. Perché nonostante in passato noi abbiamo sbagliato, stiamo pagando comunque il nostro debito con la giustizia. Ma non è questo il modo, altrimenti sarebbe tortura, non solo fisica ma molto più psicologica".
Un appello accorato che arriva a conclusione di una serie di emergenze elencate nero su bianco da "noi detenuti della casa circondariale di Bancali" (così si firmano in calce).
E ciò che colpisce è che al primo posto ci sia la sofferenza per la mancanza di comunicazione con l'esterno, problematica accentuata dall'emergenza Covid. "La corrispondenza non funziona - scrivono - sia in uscita che in entrata e molta sparisce senza averne più notizie. Siamo poi privati dei colloqui visivi con i nostri familiari, ora da uno sono passati a due ma l'ingresso è dedicato solo a un familiare e come si esegue il colloquio non si sente nulla in quanto sei separato da un vetro e sei a una certa distanza". Accorgimenti adottati per scongiurare il rischio contagi ma che ai detenuti stanno creando parecchio disagio.
Al posto dei colloqui visivi "sono state messe a disposizione le videochiamate ma anch'esse sono inutili perché non vengono rispettati i turni e gli orari per usufruirne, in quanto non ci sarebbe personale. In realtà c'è menefreghismo e scarsa organizzazione da parte degli addetti. Poi per ogni movimento che si fa all'interno del carcere devi per forza fare richiesta con il modello 393 in modo che ognuno riceva una risposta per ciò che sta chiedendo. Ma anche questo non viene eseguito nei dovuti modi, perché le domandine spariscono o perché l'assistente che se ne deve occupare non è disponibile".
Passano poi all'argomento cibo. Secondo quanto da loro raccontato, i pacchi degli alimenti inviati dai familiari non sempre verrebbero consegnati in tempi rapidi e capita quindi che il cibo vada in malora: "Dietro ci sono i tanti sacrifici che hanno fatto i nostri familiari per mandarci quegli alimenti, magari privandosi loro di altro che servirebbe in famiglia".
"In più - continuano nella lettera - non ci fanno fare ingresso alle casse pranzo, fondamentali per i beni di prima necessità, in quanto il vitto che viene distribuito dall'amministrazione penitenziaria è scarso e commestibile fino a un certo punto. Senza contare chi non ha la disponibilità economica per l'acquisto di alimenti basilari come l'acqua".
Tra le altre carenze ci sarebbe quella dell'area educativa: "È come se non ci fosse, se ti chiamano lo fanno dopo tantissimo tempo e il più delle volte senza che ti risolvano il problema, anche se banale". Concludono con "la cosa veramente più vergognosa: l'infermeria. Quando abbiamo problemi veniamo liquidati con una bustina o un antidolorifico, non ci sono specialisti, e qui c'è chi soffre ogni giorno. Condizioni inumane che stanno portando le persone allo stremo".
- Ancona. Incredibile ma vero: il progetto "Fiabe in libertà" dal carcere di Montacuto
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