di Antonella Barone
gnewsonline.it, 17 novembre 2020
"Quando mi è stato proposto di far raccontare a detenuti fiabe per bambini, ho pensato davvero a un progetto incredibile - racconta durante la diretta Facebook e You Tube Allegra Mocchegiani responsabile del Laboratorio "Fiabe in libertà" organizzato nel carcere di Ancona Montacuto - Poi ho scoperto che il racconto della fiaba è una formula che ha un potere trasversale rispetto alle età e alle esperienze delle persone".
Ritorno al passato, riscoperta della creatività e mediazione artistica per superare i confini e le restrizioni del carcere sono stati i concetti chiave su cui si è basato il progetto, organizzato per il terzo anno da Radio Incredibile - piattaforma multimediale di musica e life sharing che utilizza la radio come strumento inclusivo in spazi sociali marginali - con il contributo della Fondazione Cariverona e in collaborazione con La Casa di Asterione e Musicandia Vintage Studio.
Il progetto è iniziato anni fa grazie alla direttrice Santa Lebboroni, recentemente scomparsa, ricordata nel corso della trasmissione "per essere stata tra i primi ad aver compreso la funzione pedagogica che la radio poteva assumere anche in un contesto detentivo". "Il primo anno - continua Allegra Mocchegiani - abbiamo prodotto un audio-libro, l'anno successivo sono state aggiunte immagini realizzate da studenti finché, in questa terza edizione, abbiamo raccontato la fiaba tramite un video che consentirà alla nostra storia di essere conosciuta con più facilità".
Il Boscaiolo, lo Scoiattolo e la Strega Tagliabue è il titolo del cortometraggio, anzi del "fiabamatraggio" come lo definiscono gli autori del progetto, interpretato da detenuti e diretto da Moreno Mascaretti e sceneggiato da Allegra Mocchegiani ed Emanuela Razza.
Una piccola opera di qualità realizzata sovrapponendo a fondali le scene girate all'interno del carcere. Silvia Forcina, autrice dei fondali ha detto di aver rappresentato paesaggi e ambienti con pochi dettagli "perché la realtà fuori, per i ragazzi del carcere è colorata e luminosa mentre i particolari, nel ricordo, svaniscono".
Protagonisti del racconto, Lenticchia lo scoiattolo, il guardaboschi e Capitan Balbuzia che insieme riescono a salvare animali destinati a subire esperimenti prima di essere ridotti in pellicce. Nessuna vendetta e pena crudele saranno però inflitte alla strega responsabile delle atrocità, che riparerà ai suoi misfatti curando gli animali e imparando a rispettare il bosco.
di Fiammetta Cupellaro
La Stampa, 17 novembre 2020
Medici dei diritti umani stima che in Italia ci siano oltre 50 mila senza fissa dimora: migranti, rifugiati, braccianti che lavorano in nero. Persone che non possono contare su medico di base e accesso al sistema sanitario. Nudi di fronte al virus.
Gli ultimi, quelli che vivono sulla strada, nelle baraccopoli, negli insediamenti precari, rimasti fuori dal sistema sanitario. Per loro, gli effetti del Covid-19 sono stati devastanti. I dimenticati dalla sanità in Italia sono circa 50 mila: sono i senza fissa dimora, i migranti, i rifugiati, i braccianti che lavorano in nero. Persone che non possono contare sul medico di base, l'accesso al sistema sanitario, né i soldi per comperare una mascherina, figuriamoci per sottoporsi ad un tampone. Sono anche i più esposti al contagio, perché come si può vivere durante una pandemia senza avere una casa oppure in condizioni igieniche al limite? La lotta contro il virus si combatte anche dai medici e infermieri che lavorano fuori dagli ospedali, a contatto con gli ultimi. I volontari che da Roma a Milano, da Torino a Palermo girano per stazioni ferroviarie e luoghi dimenticati a fronteggiare l'epidemia.
La crisi e la seconda ondata - "La seconda ondata li ha investito in pieno chi vive sulla strada, italiani e stranieri, con effetti devastanti. Purtroppo la sanità territoriale non ha ancora previsto un piano abitativo specifico per le persone senza fissa dimora e che vivono in grave precarietà. Con l'arrivo dell'inverno, potrebbe diventare una vera emergenza". Il dottor Alberto Barbieri, è uno dei fondatori dell'associazione Medu (Medici per i Diritti Umani) che dal 2004 opera soprattutto a Roma (tra le stazioni Termine e Tiburtina, i grandi insediamenti dell'hinterland), Firenze e la Piana di Gioia Tauro in Calabria. Psicoterapeuta, Barbieri insieme ad altri colleghi ha dato vita alle Cliniche Mobili chiamate Camper per i diritti. Da sedici anni assistono chi vive sulla strada o in condizioni abitative precarie, i migranti, i rifugiati.
"Fino a marzo abbiamo fornito assistenza sanitaria di prossimità, di primo e secondo livello, visite mediche per adulti e bambini, ma da quando siamo in emergenza Covid-19 i camper si sono trasformati in Team Covid - spiega Barbieri - a bordo ci sono infermieri, medici, mediatori culturali formati per la sorveglianza attiva. Abbiamo distribuito più di 10 mila mascherine e igienizzanti a chi vive sulla strada, misurato la febbre a migliaia di persone. Un lavoro di prevenzione che ha evitato che molti di loro si riversassero negli ospedali". Grazie ai Medici dei Diritti Umani, è stato possibile anche avere a disposizione un lavoro di tracciamento dei contagi tra i senza fissa dimora, una parte della popolazione che spesso sfugge alle rilevazioni. Dati che sono stati elaborati con le Asl di Roma 1 e Roma 2, Firenze Centro e l'Asl di Reggio Calabria. E anche per loro è nato in questi giorni l'hashtag #orapiuchemai, una campagna per richiamare l'attenzione sulle difficoltà che i servizi di accoglienza sono chiamati a fronteggiare durante l'epidemia.
Quanto è esteso secondo lei il contagio tra chi vive sulla strada in questo momento?
"Tra Roma e Firenze abbiamo trovato decine di casi positivi. Spesso si tratta di persone cono altre patologie, ma senza alcuna assistenza medica, molto fragili. Li abbiamo curati nelle nostre strutture sempre rimanendo in collegamento con le Asl evitando che arrivassero in ospedale, come unico luogo dove poterli curare. Per altri è stato invece necessario il ricovero, ma li abbiamo intercettati in tempo. Molti sono giovani. Oltre le stazioni ferroviarie, le nostre cliniche mobili sono rimaste ferme anche negli insediamenti abitativi delle grandi periferie di Roma e Firenze, tra i migranti e rifugiati, dove vivono anziani e famiglie con bambini in uno stato di povertà. Su loro stiamo cercando soprattutto di monitorare le condizioni di salute con visite mediche e pediatriche, rifornirli di dispositivi di protezione. Gli spieghiamo nei dettagli cosa devono fare. Molti non parlano l'italiano. Il nostro approccio non è comunque solo medico, ma anche sociale. Spesso cerchiamo di costruire ponti tra queste comunità e le istituzioni".
Come siete organizzati nei vostri camper?
"Da marzo li abbiamo rimodulati per affrontare la pandemia creando Team Covid: sono multidisciplinari con interpreti, mediatori culturali, oltre ad infermieri e medici. Il primo approccio rimane comunque clinico, oltre la misurazione della temperatura, avviare la richiesta per farmaci o pareri specialistici, cerchiamo di visitare le persone che ci chiedono assistenza. Tra qualche giorno però saremo in grado anche di eseguire due tipi di tampone, in accordo con le Asl"
Quali sono ora i punti maggiormente critici?
"Ci preoccupa la situazione nella Piana di Gioia Tauro in Calabria, dove stanno per arrivare centinaia di braccianti per la raccolta di arance e clementine. È presente una nostra struttura e conosciamo bene la promiscuità in cui sono costretti a vivere soprattutto in inverno. Bagni senza porte, nessuna area per il trattamento delle malattie. Quelle persone rischiano più degli altri. È necessario prevedere un alloggio in albergo per i contagiati, altrimenti sarà un disastro"
Siete presenti anche all'hotspot di Pozzallo dove uomini e donna vivono in sovraffollamento. Anche lì il problema marginalità s'intreccia con quello del contagio. Cosa ne pensa?
"I problemi a Pozzallo non riguardano solo i muri e le porte e le condizioni materiali in cui vivono i migranti, ma la loro fragilità mentale. Arrivano dopo aver vissuto esperienze traumatiche nei campi in Libia, sopravvissuti a naufragi, le donne hanno subito violenze. Una volta sbarcati trovano la pandemia, vengono rinchiusi per settimane senza possibilità di isolamento, ma di promiscuità. E la paura continua. In queste condizioni, la nostra capacità di offrire una risposta efficace al loro stress, ai bisogni medici e psicologici è limitata".
Cosa può fare lo Stato?
"Le condizioni di chi vive ai margini nelle nostre città, così come il sovraffollamento tra i migranti a Pozzallo o tra i braccianti di Gioia Tauro sono terreni potenziali di diffusione del contagio. Possono diventare una vera emergenza. Più volte lo abbiamo segnalato anche durante la scorsa estate, chiedendo che venissero pianificati interventi urgenti. Perché il virus come ormai è chiaro non conosce muri o povertà. Rispettare il diritto alla salute degli ultimi e di chi opera nell'accoglienza, significa rispettare il diritto alla salute di tutti".
milanotoday.it, 17 novembre 2020
La musica che racconta il carcere. Quella musica, la stessa, che riesce a "ridipingere" le pareti e le sbarre, regalando a chi è costretto a stare lì momenti di normalità e vita vera. Quest'anno al "Linecheck", la più importante conferenza italiana sul mondo della musica, si parlerà anche di "Rap dentro", la rete che raccoglie le realtà che operano nelle carceri minorili con dei laboratori rap.
In quelle realtà c'è anche l'associazione "232 Aps", che organizza le lezioni all'interno del Beccaria di Milano per far immaginare ai ragazzi un futuro diverso, migliore, libero. L'appuntamento, previsto per giovedì 19 novembre alle 18.45, rigorosamente online, sarà - raccontano gli organizzatori - "un momento per riflettere su come la musica racconta il carcere, un panel volto ad indagare la potenzialità espressiva che nasce dall'esperienza detentiva. Mai come ai giorni nostri, l'incarcerazione viene trattata e raccontata nei testi dei brani rap, insieme si andrà ad esplorare il motivo alla base di questa scelta".
"Gli interventi che verranno raccontati descrivono un nuovo modo di concepire il carcere, raccontano una strada possibile nel tracciare nuovi modelli di riferimento per i contesti rieducativi. Diverse guide ci accompagneranno in questo viaggio, personaggi che conoscono la realtà penitenziaria e che promuovono interventi artistico espressivi rivolti a minori autori di reato". All'evento prenderanno parte Fabrizio Bruno - il pedagogista e rapper, con il nome di Otis Rigor Monkeez, che cura i laboratori al Beccaria -, i colleghi che si occupano dei corsi in altri istituti penitenziari e i due ospiti speciali Lucariello e Massimo Pericolo.
regione.lazio.it, 17 novembre 2020
36 positivi, due ospedalizzati, cluster a Frosinone. L'appello del Garante: "Meno visite, meglio usare gli strumenti di videocomunicazione". Il numero di detenuti positivi al Covid-19 è più che raddoppiato nel giro di circa dieci giorni: dai 16 casi rilevati il 4 novembre scorso si è passati ai 36 casi rilevati dal Garante delle persone private della libertà personale del Lazio, Stefano Anastasìa, lo scorso 13 novembre.
"Preoccupa sempre di più la situazione del sovraffollamento che è sempre quella - dice Anastasìa - In particolare, in alcune carceri della Regione dove ci sono gli ingressi in carcere, come Regina Coeli a Roma, ma anche piccoli istituti come Latina che sono al doppio delle presenze rispetto alla capienza. Su questa situazione impatta il problema del Covid che è molto grave.
A oggi è di trentasei positivi. Significa che i casi sono più che raddoppiati in una settimana, con una situazione abbastanza complicata a Frosinone e da tenere sotto controllo a Rebibbia, nella casa circondariale femminile come nel nuovo complesso. C'è anche un caso di ospedalizzazione a Regina Coeli e uno nel nuovo complesso di Rebibbia. Il virus si sta diffondendo come non era avvenuto nella prima fase, quando ci sono stati alcuni casi singoli e raramente occasioni di cluster. Invece, adesso siamo in presenza di un vero e proprio cluster a Frosinone e la possibilità che il virus si manifesti sotto forma di cluster anche a Rebibbia femminile".
"L'appello che voglio fare ai detenuti e ai familiari dei detenuti - prosegue Anastasìa - è di affrontare questo momento con il necessario spirito di sacrificio. So che questo sta pesando moltissimo su di loro, sulla possibilità di vedersi, di incontrarsi, ma forse in questi giorni è meglio utilizzare al massimo gli strumenti di videocomunicazione e limitare il più possibile l'ingresso negli istituti penitenziari.
Accanto a questo serve anche un impegno deciso da parte della politica, del governo, del Parlamento, per misure di riduzione della popolazione detenuta significative. Questo è necessario per poter prestare la massima prevenzione e la massima assistenza in carcere a chi risulti positivo. È necessario non solo che non ci sia sovraffollamento - conclude Anastasìa - ma che ci siano anche gli spazi adeguati per l'isolamento e per l'assistenza delle persone che ne hanno bisogno".
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 17 novembre 2020
Lo studio dell'Università di Padova. I sussidi da soli non aiutano ad uscire dall'emarginazione. La ricerca sulle vittime di marginalizzazione sociale, economica, sanitaria. Il Reddito di cittadinanza dimostra di poter arrivare anche alle persone più marginali nella società, come i senza dimora, ma non è poi in grado di farle emergere dal loro stato di dipendenza.
È quanto emerge dal Rapporto "2020: Vivere senza dimora a Padova", realizzato in occasione di Padova Capitale Europea del Volontariato 2020 da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell'Università di Padova.
Un profilo dell'emarginazione. Il sondaggio è stato condotto a Padova su un campione di 156 persone senza fissa dimora. Si tratta in prevalenza uomini con un'età media di 50 anni e in uguale misura di persone italiane (45%) e provenienti da paesi extraeuropei (40%). Un dato, questo, che si discosta dall'ultima ricerca nazionale del 2015, dalla quale il profilo che emergeva era di un uomo non italiano di età media 45 anni. Al netto della recente emergenza sanitaria, questo può significare che i meccanismi di inclusione sociale non funzionano come dovrebbero. Sono molti gli studi e le ricerche che criticano un approccio emergenziale al problema della povertà e della nuova povertà. In realtà, si tratta di un fenomeno strutturale che andrebbe affrontato con politiche mirate.
La chimera dell'inclusione sociale. Il 34% del campione ha affermato di beneficiare del Reddito di Cittadinanza e in totale mentre 7 persone su 10 percepiscono una qualche forma di entrata economica, se si esclude l'elemosina. Tuttavia, ciò non è sufficiente per avere accesso a una sistemazione stabile, come una casa indipendente, a causa di pregiudizi e della mancanza di garanzie reali. E lo stesso vale per il lavoro remunerato: persone che da molto tempo non hanno un'occupazione incontrano forti diffidenze nel mercato lavorativo, anche quando hanno delle competenze. La quasi totalità degli intervistati ha avuto esperienze lavorative nell'industria, nell'agricoltura, nel commercio, nell'insegnamento, nell'artigianato, nell'attività artistica.
Peggioramenti della salute. La vulnerabilità riguarda anche la salute. Circa la metà degli intervistati lamenta disabilità o disturbi fisici e afferma di prendere farmaci ogni giorno. Diffusi i problemi legati alla salute mentale e l'abuso di sostanze stupefacenti e alcolici. Una persona su cinque è stata ospedalizzata nel mese precedente al sondaggio.
Le proposte per migliorare l'accoglienza e l'inclusione sociale. Il gruppo di lavoro ha individuato un limite nell'approccio emergenziale ad una situazione che necessita di soluzioni strutturali. Le proposte formulate invitano a migliorare i servizi di accoglienza stringendo legami con i servizi territoriali. In tal senso, si chiede un maggiore coordinamento con i servizi sanitari per superare l'emergenza sanitaria da Covid-19, che rende molto vulnerabile chi vive in strada. A livello di accessibilità ai servizi, si ipotizza di rimuovere l'ostacolo della residenza anagrafica e di separare uomini e donne, per garantire la sicurezza di tutte.
Inclusione nel mondo del lavoro. Per quanto riguarda l'inclusione nel mondo del lavoro, il gruppo propone di formare operatori e volontari sugli obiettivi specifici di inclusione lavorativa. Si propone di predisporre colloqui motivazionali, capaci di valorizzare le risorse personali esistenti e di attribuire ruoli e responsabilità alle persone senza dimora. Infine, la cittadinanza va coinvolta e non allontanata. Una corretta informazione, anche istituzionale, sulla condizione delle persone senza dimora e sul sistema di servizi può far avvicinare molte e molti al mondo del volontariato.
Un quadro nazionale. La rilevazione dei dati riguarda una città di medie dimensioni (250 mila abitanti). Tuttavia, la situazione è anche peggiore nelle grandi città dove il fenomeno delle persone senza fissa dimora è più rilevante e difficile da gestire. Le indicazioni emerse sono spunti per una nuova politica sociale applicabile da qualsiasi amministrazione locale o regionale.
di Vittorio Sabadin
La Stampa, 17 novembre 2020
I Paesi procedono in ordine sparso. Il Canada avrà 9,5 dosi per abitante, il Bangladesh una dose ogni nove. Il vaccino di Pfizer-BioNTech è quasi pronto, altri ne arriveranno presto e ci sentiamo tutti più sicuri. Ma pensare che fra qualche mese il Covid-19 sarà solo un brutto ricordo è un grave errore. Più si esaminano i problemi legati all'acquisto, alla distribuzione, alla conservazione e alla somministrazione dei vaccini, e più ci si rende conto che saranno un nodo difficilissimo da sciogliere. E i Paesi ricchi stanno acquistando miliardi di dosi a scapito di quelli poveri, che li riceveranno, se andrà bene, solo fra qualche anno.
Già nel settembre scorso Oxfam, la confederazione globale di organismi impegnati contro la povertà, aveva denunciato che le nazioni più ricche del mondo, che insieme rappresentano solo il 13% della popolazione, avevano prenotato il 51% dei vaccini arrivati alla fase 3 di sperimentazione. Quel primo accaparramento avrebbe privato due terzi della popolazione globale di un vaccino almeno fino al 2022, ma negli ultimi due mesi le cose, per il Terzo mondo, sono ulteriormente peggiorate. La colpa, secondo Oxfam, è di un sistema "che protegge i monopoli e i profitti delle case farmaceutiche, favorendo le nazioni ricche e dimenticando ancora una volta quelle povere".
Secondo una tabella pubblicata qualche giorno fa dall'Economist, il Canada si è già assicurato 9,5 dosi di vaccino per ogni abitante del Paese, l'Australia e la Gran Bretagna 5,2, e gli Stati Uniti 3,1, come l'Unione Europea. Il Messico ha avuto accesso invece solo a 0,6 dosi per abitante e il Bangladesh ne avrà una ogni 9 persone. Persino Covax, l'associazione di 184 Paesi nata in settembre con il sogno di dare a tutti il vaccino indipendentemente dai livelli di reddito, è molto indietro nella raccolta, anche se spera ancora di aggiudicarsi due miliardi di dosi entro il 2020.
A Covax non hanno aderito Stati Uniti e Russia, che faranno da soli. Gli Usa hanno già acquistato un miliardo di dosi da sei diverse case farmaceutiche con lo strumento degli AMC, gli Advance Market Commitments con i quali un governo garantisce in anticipo acquisti a privati che non hanno abbastanza risorse per sviluppare un nuovo prodotto. Metà degli accordi di questo tipo con chi sperimenta il vaccino sono stati siglati dagli americani.
Secondo Oxfam, la prepotenza dei Paesi ricchi priverà nel medio periodo almeno tre miliardi di persone che vivono in Africa, Asia e America Latina della possibilità di ricevere un antidoto al Covid, anche a causa degli alti costi. L'azienda di biotecnologia americana Moderna, che ha ricevuto dal governo finanziamenti per 2,3 miliardi di dollari, conta di vendere il suo prodotto negli Usa a meno di 10 dollari, ma di distribuirlo all'estero a più di 35, un prezzo inaccessibile a molti Paesi in via di sviluppo. Oxfam pensa che occorrerebbe ragionare in un modo diverso, mettere gli interessi della gente al primo posto, condividere globalmente i risultati delle ricerche e massimizzare la produzione in uno sforzo coordinato e collettivo. Assicurare un vaccino a ogni abitante della Terra costerebbe l'equivalente dell'1% dei danni inflitti dal Covid all'economia, una spesa grande, ma comunque irrisoria nel quadro generale.
Il panico dei governanti e il timore di possibili reazioni violente da parte della popolazione stanno invece spingendo gli stati ad agire sulla base di un nuovo "nazionalismo da vaccino", che porta tutti a pensare per sé. Non appena Pfizer ha annunciato di essere vicina al traguardo, l'Unione Europea, che agisce per conto degli Stati che la compongono, ha acquistato 200 milioni di dosi del suo vaccino, e ne ha prenotati altri 100 milioni. Gli Usa ne hanno chiesti 100 milioni e prenotati 500, la Gran Bretagna se ne è assicurata 40 milioni. Si tratta di quasi l'intera disponibilità della casa farmaceutica, che prevede di produrre 1,3 miliardi di dosi entro la fine del 2021. Gli accordi sono stati sottoscritti nel timore di restare senza vaccino, anche se sarebbe stato più logico aspettare: quello di Oxford-AstraZeneca costerà molto meno, sarà somministrato in una dose invece di due, e potrà essere conservato a 8 gradi in qualunque frigorifero.
Ma avere acquistato il vaccino sarà solo il primo passo di una lunga catena di eventi, che richiede attenta programmazione. Negli Stati Uniti è già scattata da parte degli ospedali la corsa all'acquisto di frigoriferi in grado di conservare il Pfizer ai -70 gradi richiesti, e le aziende produttrici fanno fatica a soddisfare gli ordini per apparecchi che costano tra i 5.000 e i 15.000 dollari e il cui prezzo è destinato a salire. Il vaccino Pfizer, che prevede un richiamo dopo 3-4 settimane, andrà somministrato nell'arco di pochi giorni dal suo ricevimento e probabilmente non ci saranno abbastanza medici o infermieri per agire con la velocità richiesta. Sicuramente non ci saranno nei Paesi africani, che già soffrono di carenza di personale sanitario in tempi normali.
Cina e Russia, che hanno sviluppato loro vaccini autarchici, si stanno accordando con molti Paesi del Terzo Mondo per garantire le forniture necessarie in cambio di accordi commerciali o di perdita di sovranità. Persino l'Ungheria ha preferito rivolgersi a Mosca e a Pechino che sperare in un aiuto dall'Europa. Ogni Paese sta elaborando i piani per la distribuzione scaglionata del vaccino alla popolazione, cosa che causerà le inevitabili proteste di chi lo riceverà per ultimo. Ci saranno anche problemi di sicurezza legati alla custodia nei magazzini di stoccaggio, circoleranno falsi vaccini, forse si attiverà un mercato nero e i super-ricchi di tutto il mondo, sempre poco propensi a essere trattati come tutti gli altri, cercheranno di averne subito uno per sé e per i propri familiari e amici in cambio di molto denaro.
Sono problemi ai quali bisogna pensare adesso, per evitare che il vaccino crei più guai di quelli che vuole risolvere. Il governo italiano ci assicura che ci sta pensando, ma non ci dice altro. Speriamo che sia vero e che persone responsabili siano consapevoli di quello che ci aspetta. Puntare tutto sul vaccino sarebbe comunque un grave errore, perché i suoi benefici non saranno immediati. Occorre anche che le case farmaceutiche continuino a lavorare sui medicinali che combattono il Covid e sulla prevenzione basata sul rafforzamento delle difese immunitarie: con questo virus dovremmo convivere ancora a lungo, come già facciamo con quello dell'Aids, e bisogna prenderne atto senza farsi troppe facili illusioni.
di Carlo Rovelli
Corriere della Sera, 17 novembre 2020
La dura sfida del Covid-19 andrebbe affrontata insieme. E lo Stato dovrebbe pensare in termini di interesse collettivo e puntare a riequilibrare i disequilibri. È un impoverimento comune l'effetto principale di un periodo di tempo in cui alcuni consumi sono ridotti? Se produciamo meno abbiamo ovviamente meno ricchezza disponibile; ma che accade se alcuni consumi sono frenati? Le misure per rallentare la diffusione dell'epidemia in corso stanno causando problemi economici gravi a vaste fasce della popolazione.
Chi vive grazie a un bar è in difficoltà se nessuno va al bar. Ma non dimentichiamo il fatto che i soldi risparmiati al bar non sono bruciati: sono nelle tasche di chi non li non ha spesi. Se la gente non va in vacanza, tutto il settore che dipende dal turismo soffre, ma non perché la massa di denaro che arriva di solito a questo settore sia andata distrutta; quella massa di denaro è restata nelle tasche di chi non è andato in vacanza, che quindi ha più soldi in tasca oppure la spende in altro modo, contribuendo all'arricchimento di qualcun altro. Ovviamente c'è impoverimento, fotografato dal calo del Pil, meno consumi fanno diminuire la produzione, il capitalismo vive di crescita, e la crescita rallenta quando i consumi scendono. Ma rimane un punto importante: un effetto maggiore della frenata di alcuni consumi è un riorientamento dei profitti e uno spostamento di ricchezza da una parte all'altra della società.
Molti dati confermano questa semplice osservazione. Ci sono settori che in questo periodo si sono molto arricchiti. Nel mondo, le borse si sono mantenute su livelli elevati. I profitti di molte aziende sono in crescita splendida. Il valore delle azioni Amazon, per fare un esempio, è praticamente raddoppiato quest'anno. In un solo giorno di quest'estate ha fatto un balzo del 7.9% che ha comportato un aumento di 13 miliardi di dollari nel patrimonio netto di Jeff Bezos.
Non è difficile vedere chi in generale si è impoverito e chi si è arricchito. I dati a livello mondiale sono trasparenti: fasce povere e medie della popolazione si stanno ulteriormente impoverendo, mentre la ricchezza delle fasce più ricche cresce. Si accentua il trend di concentrazione della ricchezza in atto da qualche decennio. Anche con tutti i se e i ma del caso, un fatto mi sembra difficile da discutere: il peso economico per salvare la vita dei nostri concittadini lo stanno pagando in molti, mentre una fascia ricca si sta arricchendo ancora di più.
Molto sommessamente provo a suggerire: vi sembra giusto? A me sembra che la dura sfida della pandemia vada affrontata insieme. Mi sembra che ciascuno debba fare la sua parte. Non portiamo la mascherina per difendere noi stessi: la portiamo perché se lo facciamo tutti, i contagi scendono e siamo tutti più sicuri. La portiamo per gli altri, e il fatto che gli altri la portano salvaguarda noi. Prendiamo decisioni difficilissime, che rallentano attività economiche, per salvare vite umane, in un periodo in cui ci sono centinaia di morti al giorno. A me non sembra giusto che il costo lo paghi qualcuno mentre fasce privilegiate ne traggono vantaggi.
Mi sembra che questo sia il momento per la cosa pubblica, cioè lo Stato, di pensare in termini di interesse collettivo e pensare ad equilibrare i disequilibri. Mi sembra sia il momento, cioè, di riparlare di ridistribuzione. Ridistribuzione è sempre stata funzione principale dello Stato. Negli ultimi decenni molti Stati vi hanno in parte abdicato, il nostro particolarmente, dando origine alla recente crescita di disparità sociale.
Nel decennio 2007-2018 la ricchezza media degli italiani è diminuita mentre la ricchezza media dei 10 italiani più ricchi è quasi raddoppiata (dati Forbes). Nel 2018 il patrimonio dei 21 italiani più ricchi era eguale al patrimonio totale del 20% meno fortunato della popolazione. L'emergenza attuale accentua questa involuzione. Sono frammenti di dati, ma vanno tutti nella stessa direzione.
L'argomento tradizionale delle destre è sempre stato che arricchire i ricchi arricchisce tutti. Non so se fosse corretto in passato. Ma quando i ricchi si arricchiscono mentre altri si impoveriscono, perché si concentra su questi ultimi il costo da pagare per salvare vite umane, mi sembra che il cuore del patto sociale sia messo in discussione, e lo sia proprio nel momento in cui serve massima solidarietà. Con la pandemia in corso, il continuo aumento della diseguaglianza non mi sembra più difendibile. Le misure di sostegno all'economia per ora le paga il debito pubblico, cioè noi in futuro. Prima o poi dovremmo decidere chi pagherà il conto.
Non sto parlando di rivoluzioni bolsceviche: sto parlando sommessamente di ricominciare a portare le imposte nella direzione di quelle che erano solo pochi decenni fa. In Italia esistevano imposte sulle successioni con aliquote alte e progressive (in Francia ci sono ancora) e non irrisorie come quelle attuali, imposte sui patrimoni (in Francia ci sono ancora), imposte sugli utili con aliquote del 40-50%. Fino al 1983 l'Irpef aveva 22 scaglioni e aliquote tra il 10 e il 72%. Il sistema aveva effetti ridistributivi, era serenamente accettato socialmente, era condiviso a livello politico e tecnico, e ha permesso alti tassi di crescita e di occupazione e una crescita economica notevole e relativamente equilibrata di tutte le fasce sociali.
So che non è facile. La grande ricchezza non ama condividere, ha influenza diretta sul potere e ha strumenti per orientare l'opinione pubblica. Ma la maggioranza dei cittadini non fa parte della grande ricchezza, non è scema, e vota. Se la sinistra non riassume il suo ruolo tradizionale di garante del riequilibro, non restano che le sirene della destra a catturare il discontento, saldando la truffaldina alleanza politica fra questo e la grande ricchezza, la stessa alleanza che ha portato al potere Trump e Mussolini.
Ci sono centinaia di morti ogni giorno. La gente ha problemi economici seri. E intanto la borsa cresce e miliardari brindano. A me non piace, e forse non sono il solo. Che ciascuno faccia la sua parte, contribuendo come può. Chi più può, secondo me deve contribuire di più. Mettiamoci la mascherina, restiamo a casa se possiamo, anche quando uscire non è vietato. Questo, mi sembra, è il momento della difficoltà, e quindi della solidarietà. La politica ritrovi il coraggio di riequilibrare la ricchezza, perché questo è il patto sociale.
di Mimmo Mongelli
Gazzetta del Mezzogiorno, 17 novembre 2020
I parenti che arrivano da fuori violano il Dpcm. I parenti dei detenuti ristretti nel carcere di Brindisi costretti ad affrontare un dilemma shakespeariano: rinunciare ai colloqui con i propri congiunti o andare incontro ad una sanzione per violazione del Dpcm?
La maggior parte delle mogli, delle conviventi, dei genitori, dei fratelli e delle sorelle di chi è detenuto nella casa circondariale di via Appia il dilemma lo ha già risolto in favore dell'affetto per i propri cari: si recheranno ai colloqui pur sapendo che questo comporterà una sanzione.
Chi, ieri, ha telefonato in carcere per prenotare, come da consuetudine, il colloquio con il proprio caro che è detenuto, si è sentito rispondere che la prenotazione veniva registrata ma, contestualmente, è stato informato che dalla casa circondariale sarebbe partita la segnalazione alla Prefettura per chi raggiungeva Brindisi muovendosi da un altro comune.
I colloqui in carcere, dunque, proseguono, ma solo chi è residente a Brindisi può fruirne senza violare il Dpcm. Il problema di un'evidente disparità giuridica tra persone residenti in luoghi diversi è lapalissiano. Se durante il lockdown della scorsa primavera i colloqui erano stati cancellati, adesso è stata fatta una scelta diversa: i colloqui restano, ma sono solo per pochi intimi.
I parenti di chi è rinchiuso nel carcere di via Appia non ci stanno e preannunciano iniziative di protesta e sensibilizzazione su una situazione che è a dir poco kafkiana, anche perché - a sentire loro - i colloqui in carcere avvengono in una cornice di massima sicurezza (sanitaria).
Tant'è - sottolineano - gli incontri settimanali tra i detenuti e i loro congiunti non sono stati cancellati, solo che d'ora in avanti avranno un "costo" esorbitante per la maggior parte dei congiunti dei detenuti, che si vedranno recapitare a casa la sanzione per aver violato le norme dell'ultimo Dpcm.
di Paolo Di Stefano
Corriere della Sera, 17 novembre 2020
Nella tragedia del Bataclan di Parigi, in cui cinque anni fa perse la vita Valeria Solesin. Ogni volta che suo fratello Dario ne parla si rimane ammirati e senza parole.
Ogni volta che Dario Solesin parla per ricordare la tragedia del Bataclan di Parigi, in cui cinque anni fa perse la vita sua sorella Valeria, si rimane ammirati e senza parole. Ogni volta, intervistato, Dario dice parole rare e controtempo, parole esatte e chiare, come quelle che il poeta Giorgio Caproni si ripropose di scrivere per sua madre Anna in una raccolta che, non a caso, si intitolava Il seme del piangere. Il fratello di Valeria parla come avesse una lunga consuetudine con la vita, eppure deve essere non più che trentenne. Qualche anno fa aveva detto: "Desideriamo restare soli nel silenzio e nel dolore", richiamando tutti a un esercizio desueto, nel fracasso generale. Venerdì, rispondendo a Laura Berlinghieri ("La Stampa"), Dario Solesin ha precisato che c'è un prima e c'è un dopo: "È come se il 13 novembre 2015 fossi rinato in una realtà crudele, dura, ingiusta, molto dolorosa".
Non dice "morto anch'io con Valeria", ma "rinato", che comunque è un modo di guardare avanti con una nuova, atroce, coscienza del mondo. Aggiunge che non vuole perdonare e che però non vuole neanche che la sua vita sia posseduta dall'odio: "Non sento rabbia, sento che Valeria non c'è". Spiega che il suo dolore non può trovare risposta nella religione, nell'odio o nel razzismo. Dunque, nel pieno dello strazio impensabile, Dario usa le parole esatte, chiare, prive di retorica e però anche di quel veleno a cui ci ha abituati tanta parte della politica, pronta all'invettiva che alimenta ostilità e paura pur senza aver mai sofferto personalmente il dolore sofferto da Dario.
Nell'ultimo numero della rivista l'Ombra (Moretti & Vitali) su "Psicoanalisi e diritti umani", un saggio di Roberto Cazzola affronta "Possibilità e limiti del perdono". La possibilità di perdonare si colloca tra due poli. Evocando Nelson Mandela, Cazzola avverte che "spetta ai colpevoli farsi carico delle loro colpe".
Ma d'altra parte considera che "il perdono scioglie i lacci che ci legano al passato: guarda in avanti e non indietro, verso l'offesa". Solo Valeria, se fosse viva, potrebbe concedere o non concedere il perdono ai suoi assassini. Ma anche Dario può farlo per la sua parte, che si avverte enorme, di dolore. "Dico ai giovani di andare avanti, senza paura, perché nulla deve bloccare i nostri sogni", ha concluso. Dunque, senza perdonare e senza odiare, si può pensare al futuro.
di Armando Spataro
Il Riformista, 17 novembre 2020
Il Riformista ha pubblicato giorni fa il "manifesto" del Comitato per il diritto al soccorso, la cui costituzione è stata promossa da otto O.N.G. protagoniste di innumerevoli salvataggi nel Mediterraneo (e non solo) e testimoni di migliaia di morti.
Lo scopo del Comitato è quello di battersi per la tutela giuridica e morale di tale attività di salvataggio, contribuendo a sollecitare tale impegno anche nella pubblica opinione, spesso sviata negli anni da interventi strumentali e vergognosi. Sia ben chiaro che non è in discussione la libertà di pensiero e di valutazione di simili fenomeni di dimensione mondiale, ma la necessità di una preliminare informazione, completa e veritiera. Sono ormai molti i giuristi che, ovunque sia possibile, spiegano efficacemente la complessa normativa internazionale e nazionale che disciplina la materia dell'immigrazione e del diritto all'accoglienza. Purtroppo, però, basta un tweet ad effetto o un titolone abbagliante per penalizzare riflessioni serene.
Qui si vuol tentare, con parole spero comprensibili, di ragionare non solo in termini giuridici ma anche usando logica, cuore e anima per ribadire che gli Stati democratici non solo non possono mai limitare il soccorso in mare ma neppure chiudere i porti o respingere i migranti richiedenti asilo o protezione internazionale, se non in presenza delle stringenti condizioni previste da leggi che devono essere conformi alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e alla nostra Costituzione.
Nella prima, approvata il 10 dicembre 1948, dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si prevede tra l'altro che ogni individuo ha diritto "alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato... di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese" (art.13); ha diritto "di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni", salvo il caso in cui "sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite" (art.14); ha infine diritto "ad una cittadinanza" e a "mutare cittadinanza" (art.15). Dunque si afferma il generale diritto alla solidarietà e all'asilo e si disegnano i confini di ogni corretta logica di sicurezza, in base alla quale tali diritti non possono essere riconosciuti a chi sia ricercato per reati commessi e a chi sia animato da fini e principi non democratici.
La nostra Costituzione che tali principi formalmente recepisce, aggiunge che "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge" (art.10) e che, essendo la libertà personale inviolabile, "Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge" (art.13).
Tanto premesso, e nonostante le nostre leggi nazionali non possano discostarsi da tali principi, l'abuso del termine e del concetto di "sicurezza", diventato un brand pubblicitario, ha giustificato in Italia norme e prassi spesso inaccettabili. Come dimenticare i "pacchetti sicurezza" degli anni 2008/2009 che favorirono l'estendersi di una xenofobia incontrollata? Tacendo d'altro, basti ricordare che il 23 maggio 2008, il governo aveva varato un decreto legge intitolato "Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica", poi convertito in legge, la cui filosofia appariva evidente sin dalla nuova denominazione dei Centri di permanenza temporanea per gli immigrati irregolari, che da allora e fino al 2017 si chiamarono "Centri di identificazione ed espulsione".
Luoghi di una lunga detenzione amministrativa, senza colpa e reati, come se lo scopo dell'identificazione fosse solo quella della successiva espulsione, comunque tali da portare - come ha scritto un ex giudice portoghese della Cedu - a "una prassi di mercificazione e disumanizzazione dei migranti e dei richiedenti asilo..." causando loro "un perdurante danno psicologico, specialmente nel caso di minori". Con quel decreto, veniva anche introdotta nel codice penale la nuova aggravante, dichiarata incostituzionale due anni dopo, per i reati commessi da un soggetto che si trovi illegalmente nel territorio nazionale, pur in assenza di qualsiasi nesso tra questa condizione e il reato commesso.
Veniva così trasformato "in aggravante quel che nel Diritto è sempre stato attenuante del delinquere, la povertà per esempio, ma anche la paura, il naufragio e persino la rabbia etnica quando c'è" (F. Merlo, La Repubblica). Dai "pacchetti-sicurezza" si è passati più recentemente ai "decreti sicurezza" del 2018 (con cui, tra l'altro, vennero ampliati i criteri di diniego e revoca della protezione internazionale e abrogata quella "umanitaria") e del 2019 (con cui fu rafforzata la "politica dei porti chiusi" e prevista l'irrogazione di una pesantissima sanzione amministrativa, fino a un milione di euro, e la confisca obbligatoria del natante a carico del comandante della nave - e dell'armatore responsabile in solido - che non osservi le limitazioni e i divieti eventualmente disposti dal Ministro dell'Interno in base a nuovi poteri attribuitigli). Il 21 ottobre di quest'anno, infine, con il dichiarato intento di cancellare molte inaccettabili precedenti previsioni, è stato varato l'ultimo decreto sicurezza in tema di immigrazione: alcune regole sono cambiate, ma molti nodi sono rimasti irrisolti e sono ormai numerose, troppe, le navi delle ONG sottoposte a fermi amministrativi in porti italiani.
Ovviamente non vi è spazio in questa sede per un esame analitico dell'attuale disciplina della condizione e del trattamento degli immigrati, ma è certo che in Italia - ed anche in Europa - sono ormai evidenti anche le ricadute della globale tendenza, spesso di matrice xenofoba, a farli passare per persone che rubano lavoro agli italiani e il cui sostegno recherebbe danni al nostro sistema economico (ipotesi smentita dal X Rapporto annuale sull'economia dell'Immigrazione, diffuso il 14 ottobre scorso). O, peggio, a farli passare per criminali, enfatizzando la necessità di repressione penale fino a inventare per loro nuove condotte punibili e ragioni per non farli entrare nei nostri Stati (o per cacciarli fuori al più presto), pur se chiedono asilo o protezione da persecuzioni, in quanto sarebbero fonte di rischi per la nostra sicurezza.
Ma il dovere del soccorso in mare non può neppure lontanamente essere sfiorato da tali vergognose pulsioni e va anzi rafforzata la sequenza procedurale prevista, oltre che dalla normativa nazionale e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, da varie altre convenzioni internazionali (tra cui quelle di Ginevra sui rifugiati del 1951 e di Amburgo del 1979), sottoscritte anche dall'Italia, in tema di soccorso e salvataggio. In base a tale normativa i Paesi devono innanzitutto dichiarare l'area marittima di competenza denominata Sar (più ampia delle acque territoriali), e dotarsi di un Centro nazionale di coordinamento e di appositi piani operativi. Gli Stati costieri devono anche costituire un servizio permanente di ricerca e soccorso per tutelare la sicurezza marittima e aerea.
Il primo centro che riceve la segnalazione di un pericolo per la vita umana (per esempio un natante in fase di naufragio o in difficoltà) coordina con urgenza le necessarie operazioni di salvataggio finché quello della SAR più vicina non ne assume la direzione. Il Centro di Coordinamento competente deve allora segnalare ai soccorritori o a chi si trova in pericolo il porto sicuro verso il quale dirigere la nave che ha effettuato il soccorso. Qui sarà quindi organizzato lo sbarco che deve avvenire quanto prima e in tempi ragionevoli.
Dopo l'attracco, come da normativa nazionale, è prevista la fase di controllo medico per verificare la presenza a bordo di persone malate o portatrici di patologie infettive (cui devono essere assicurate le necessarie cure), seguita da quella dello sbarco vero e proprio che segna la conclusione del soccorso e, a partire dalle identificazioni, l'inizio della fase in cui devono essere vagliate le richieste di asilo-protezione, fino all'esaurimento delle relative procedure.
Durante tali fasi, può essere limitata la libertà di circolazione e spostamento dei migranti per motivi di sicurezza e ordine pubblico da individuare specificatamente, il che significa che è inammissibile il respingimento fondato sulla mera ipotesi di rischi indimostrati, come, ad esempio, quello della presenza di terroristi tra gli immigrati o di altri pericoli e timori non seriamente configurabili. Tutti i passaggi sin qui descritti integrano gli obblighi di soccorso in nome dei diritti umani e di accoglienza, obblighi che non sono condizionati dalla reciprocità, sicché, in assenza di ragioni di ordine pubblico, non si può né "chiudere porti", né indirizzare le navi giunte nelle nostre acque territoriali verso porti di altri Stati, al di fuori di accordi internazionali che solo da poco si sta tentando di formalizzare e diffondere. Va ricordato, inoltre, che un decreto interministeriale del 7 aprile 2020 ha dichiarato i porti italiani "non sicuri" per le navi battenti bandiera estera e per tutta la durata dello stato di emergenza sanitaria da Covid-19. Ma autorevoli giuristi hanno rilevato che, in tal modo, con un atto amministrativo si finisce con l'incidere su norme di carattere costituzionale, con connessi dubbi circa la sua necessità e proporzionalità.
Merita particolare attenzione, peraltro, anche la tendenza alla criminalizzazione delle navi e imbarcazioni delle ONG che, quando operano senza ostacoli e limitazioni, salvano vite umane in numero elevatissimo. Ma gli ostacoli ci sono e purtroppo crescono. Non meritano in alcun modo risposte affermazioni come quelle secondo cui quelle navi sarebbero "taxi del mare": vanno ignorate e basta.
È del tutto illogico, invece, che a fronte delle frequenti stragi in mare a tutti note, si possano accusare le ONG di creare uno stato di pericolo diffuso, così come appare debole e criticabile - in assenza di specifici e documentati elementi di prova - l'accusa rivolta agli equipaggi di navi che operano per le ONG di essere responsabili di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina o di associazione per delinquere finalizzata al traffico di essere umani. Queste ultime accuse presupporrebbero che i responsabili delle ONG stabiliscano accordi con i trafficanti in base ai quali questi ultimi, prelevati i migranti/paganti dalle coste libiche o di altri Paesi, li condurrebbero in aree concordate del Mediterraneo per trasferirli sulle navi delle ONG.
Se tali accordi fossero provati (il che non è sin qui avvenuto) non vi potrebbe essere dubbio sulla configurabilità di reati a carico dei responsabili delle ONG o dei Comandanti e membri consapevoli degli equipaggi delle navi soccorritrici. La tesi prevalente è però un'altra: non vi sarebbero accordi di questo tipo tra soccorritori e trafficanti di essere umani, ma la sola presenza in Mediterraneo delle navi delle ONG spingerebbe i secondi a imbarcare i migranti in Africa e poi a lasciarli in mare, magari simulando naufragi di imbarcazioni insicure, dove potrebbero essere salvati.
In tal caso, però, non pare in alcun modo possibile pretendere che le navi delle ONG si astengano dal soccorrere i naufraghi o che sia loro vietato navigare nel Mediterraneo o, ancora, che ne sia ridotto drasticamente il numero. Tutto ciò equivarrebbe a teorizzare crudeltà e insensibilità rispetto al dovere di soccorso.
Del resto, l'ipotesi di concorso in immigrazione clandestina nei casi di soccorso in mare dei migranti naufraghi e del loro trasferimento nel nostro Paese, si schianta inevitabilmente contro le cause di non punibilità di cui all'art. 51 codice penale (adempimento di un dovere) o - con maggiore certezza di applicazione - con quella dello stato di necessità, prevista dall'art. 54 dello stesso codice, secondo cui non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alle persone non altrimenti evitabile.
Dunque, fermo restando che chiunque risulti responsabile di reati deve essere perseguito con la massima determinazione, senza distinzione di etnia e specie se si tratta di crimini collegati a lesioni dei diritti fondamentali delle persone e allo sfruttamento del loro stato di bisogno, l'attività di soccorso in mare delle ONG merita gratitudine da parte di ogni cittadino perché - e ancora una volta cito Stefano Rodotà - la solidarietà non è un sentimento, ma un diritto. E anche un dovere, aggiunge chi scrive.
L'Europa si impegni nel coinvolgere tutti gli Stati che la compongono nelle attività di accoglimento e in quelle conseguenti, senza scaricare ogni onere su quelli costieri, ma siano puniti gli Stati che violano i principi affermati nella Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. E soprattutto basta con la demonizzazione dei migranti irregolari: le navi delle Ong e quelle militari ripopolino il Mediterraneo! È così che si moltiplicheranno i ponti di cui vi è bisogno e che il Papa ha auspicato. È così che ci ritroveremo dalla parte dei "sommersi" in mare e sulla terra, uniti a chi - non per sua scelta - è diverso da noi, a chi lascia la propria patria solo per la speranza di una vita dignitosa. È per questo che dedico queste parole a Joseph, ai tanti bambini tragicamente deceduti, ai loro genitori e alle migliaia di persone scomparse in mare.
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