di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 14 febbraio 2021
Nella Casa di reclusione, con il supporto del cardinale Zuppi, è nato un ostificio. Chissà se gli ospiti di Castelfranco Emilia hanno nel cuore lo stesso desiderio che nutriva Gabriela Caballero poco più di sette anni fa quando, da detenuta nell'unità 47 del Penitenziario San Martín, vicino a Buenos Aires, pensò di inviare al Papa un pacco contenente ostie che lei stessa preparava nel laboratorio del carcere.
Di lì a pochi giorni Francesco celebrò la messa con alcune di quelle ostie e scrisse di suo pugno una breve lettera di ringraziamento che Gabriela lesse con grande commozione, commentando così la missiva: "Sono felice di sapere che da un carcere si può arrivare in Vaticano". Nella casa di reclusione situata a pochi chilometri da Modena, sono in tanti a sperare che avvenga lo stesso anche se ringraziamenti e attestati di stima continuano ad arrivare da tante parrocchie.
Qui, infatti, grazie all'iniziativa della direttrice, Maria Martone, e al supporto dell'arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Maria Zuppi, è nato un ostificio all'interno del quale lavorano detenuti ed internati. "L'iniziativa nasce grazie ad un gruppo di volontari - spiega il porporato - e l'obiettivo è quello di offrire opportunità di lavoro a persone che hanno già scontato la loro pena ma che, per diversi motivi, continuano a vivere in istituto".
Castelfranco, infatti, è una casa di reclusione a custodia attenuata e casa di lavoro che ospita soggetti sottoposti a misura di sicurezza, spesso privi di riferimenti sul territorio, destinati a permanere per lunghi periodi all'interno della struttura. "Sono persone con molte fragilità, incapaci di relazionarsi. Occuparli è fondamentale, per questo cercheremo di potenziare le attività", continua il cardinale Zuppi sottolineando che "il carcere è per la riabilitazione, deve guardare e preparare al futuro, cercare sempre l'integrazione e il lavoro è, ovviamente, una delle condizioni fondamentali.
Il pregio di proposte come queste sta nel fatto che si offre un'opportunità a chi non ne ha, e ricorda che dalle case di reclusione può nascere qualcosa di buono. In più, nello specifico, ha anche una valenza spirituale. Parlano di carcere, senza però parlare di carcere". Gli istituti di pena oggi sono concentrati sul ruolo della trasformazione degli individui. Allo stesso tempo sono la ragione principale dell'esclusione sociale. Il sistema di detenzione spesso supera la tolleranza dei diritti umani, cosa che rappresenta un enorme problema politico e sociale.
Qual è l'alternativa alla cultura della pena? "Parlerei più di alternativa alla cultura della vendetta", precisa l'arcivescovo di Bologna. "Detenzione non vuol dire chiudiamoli dentro e buttiamo la chiave. Darebbe un senso di sicurezza sbagliato, perché il più delle volte, quando si esce senza aver preventivamente costruito una strada diversa, si rientra peggio di prima. Noi dobbiamo pensare esattamente il contrario.
È statisticamente provato che i detenuti che lavorano in istituto, una volta fuori non commettono gli errori del passato. Al contrario, chi non ha fatto nulla, molto facilmente torna a delinquere perché non ha motivazioni e capacità di affrontare ciò che c'è al di là del muro. Quello che sta avvenendo qui a Castelfranco è un gesto di grande speranza. E insisto sul senso spirituale: alcuni fratelli più piccoli permettono di consacrare il corpo di Gesù.
Sono due aspetti che dobbiamo amare, eucaristia e ragazzi". Una giustizia veramente a misura d'uomo comporta lo sviluppo della personalità del detenuto pur nella necessità di una giusta pena. E il compito dei volontari in questo percorso è determinante. "Senza di loro questa opportunità non ci sarebbe stata", continua il porporato. "Rappresentano il collegamento fra il mondo dentro e il mondo fuori. In questo caso costituiscono lo snodo attraverso il quale si crea occupazione. Nell'enciclica Fratelli tutti, Papa Francesco ci dice che l'elemosina è importante per tamponare l'emergenza, ma poi devo darmi da fare per rimuovere la causa che l'ha generata".
Sulla stessa linea di pensiero dell'arcivescovo di Bologna, la direttrice dell'istituto, Maria Martone: "Si tratta di un progetto molto particolare perché coniuga l'aspetto della religio
primalamartesana.it, 14 febbraio 2021
Progetto curato dalla Caritas e dai detenuti della casa circondariale di Bollate. Si chiama "Extrema Ratio" l'iniziativa educativa che verrà inaugurata mercoledì 6 novembre all'oratorio San Giovanni Bosco di Carugate e che proseguirà fino al 13 novembre. Per sette minuti (dopo essere stati sottoposti alla fase dell'identificazione con tanto di impronte digitali) si potrà vivere l'esperienza da carcerato, chiusi per 7 minuti dentro una riproduzione in dimensioni reali di una cella (allestita proprio dentro l'oratorio) del tutto simile per arredi e oggettistica a quelle di molte carceri italiane.
"L'esperienza di detenzione temporanea è sufficiente per poter vivere sulla propria pelle la condizione di sovraffollamento dei nostri penitenziari - spiegano gli organizzatori del progetto - Sarà occasione per interrogarsi sull'efficacia della pena carceraria e per chiedersi se può essere strumento educativo e di integrazione sociale o se non sia da considerarsi come extrema ratio".
L'installazione sarà presente nell'oratorio di Carugate da mercoledì 6 a mercoledì 13 novembre. Da lunedì a venerdì sarà aperta dalle 17.30 alle 22.30, nei weekend dalle 15.30 alle 22.30. È necessario iscriversi sul sito Internet della parrocchia (parrocchiacarugate.it) o presso la segreteria dell'oratorio. Per informazioni:
Nel descrivere il carcere di Castelfranco, la direttrice rivela che la maggior parte degli internati è priva di riferimenti familiari, alloggiativi, sociali. "Molti di loro hanno anche problematiche psichiche e queste sono tutte condizioni che nel loro insieme rendono difficile avviare un percorso di reinserimento esterno. Ci sono ospiti che vivono qui da venti anni. Questa attività è proprio per loro, perché non richiede competenze specifiche".
Martone è convinta che "non è possibile pensare ad un percorso educativo efficace se non si investe in formazione professionale e in lavoro. Questi sono soggetti che sicuramente hanno sbagliato e sono stati condannati. Ma va riconosciuta loro la possibilità di riscatto, una prospettiva di cambiamento.
Il carcere nell'immaginario collettivo è sempre visto come un luogo di punizione e di chiusura. Iniziative di questo tipo consentono di offrire un quadro diverso perché l'istituto di pena può essere anche luogo di produzione, di formazione professionale, uno spazio in cui si possono generare competenze professionali, ci si può aprire al mercato esterno e all'imprenditoria. A chi mi chiede se si può investire nelle potenzialità di un carcere, rispondo che non solo è possibile, ma è anche agevole se la proposta viene accompagnata da motivazioni forti. Il reinserimento e il riscatto sono sicuramente tra queste".
legacoop.coop, 14 febbraio 2021
Pochi sanno che all'interno della casa circondariale di Rebibbia c'è una torrefazione in cui lavorano i detenuti e che porta il nome di Caffè Galeotto. Un luogo di vera trasformazione, sia dei chicchi di caffè che delle persone.
Come è nato il Caffè Galeotto - L'idea è stata di Mauro Pellegrini, il fondatore della cooperativa sociale Panta Coop, un uomo che ha dedicato la sua intera vita alla rieducazione delle persone che sono in carcere attraverso diversi progetti, tra cui quello del Caffè Galeotto. Grazie ai fondi tutti provenienti esclusivamente da donatori privati, è nata la torrefazione che ad oggi ha 15 dipendenti. Formare i detenuti e farli lavorare in una torrefazione permette loro di riacquistare dignità, di concretizzare la voglia di ricominciare e di farlo imparando un mestiere richiesto sul mercato del lavoro, che sarà la chiave per il reinserimento nella società una volta scontata la pena.
All'interno del penitenziario di Rebibbia Mauro ha avuto in concessione uno spazio in cui da una parte si miscela, si tosta, si macina il caffè e si producono le cialde e dall'altra si fa manutenzione e si riparano le macchine espresso che vengono date in dotazione ai clienti in comodato d'uso. Oltre all'attività artigianale dentro le mura del carcere, Mauro ha realizzato un piccolo negozio aperto al pubblico dove vengono venduti tutti i prodotti del Caffè Galeotto e che si trova all'ingresso del Nuovo Complesso della casa circondariale.
Ferdinando lavora nel negozio del Caffè Galeotto, gli occhi scuri e profondi, occhi buoni e consapevoli. È in carcere da 11 anni e ne deve ancora scontare 4. Il negozio della torrefazione è un posto aperto a tutti, Ferdinando può lavorarci perché beneficia dell'articolo 21 che gli dà la possibilità di uscire dalla mattina alla sera. "Sono molto fortunato ad aver avuto questa possibilità, mi è stata data fiducia e questa è la cosa fondamentale da fare con chi ha sbagliato".
Ferdinando è un uomo trasformato e il lavoro al caffè Galeotto lo ha decisamente aiutato nel cambiamento. "In carcere si può cambiare ma si deve seguire un percorso". Parla forte e chiaro, occhi negli occhi, le sue parole si animano: "Il carcere deve servire per capire dove hai sbagliato. Devi viverlo, non dormire tutto il giorno per farti passare il tempo. Devi fare un percorso che ti porti a non commettere più gli stessi errori. Lavorare è fondamentale per intraprendere questo processo, aiuta a ricostruire se stessi e il proprio futuro, anche se purtroppo una volta liberi si è comunque condannati al pregiudizio, un vero e proprio ergastolo".
Al Caffè Galeotto si fa musica e cultura - Oltre ad essersi iscritto all'università ed essere prossimo alla laurea, Ferdinando è un eccellente musicista, il suo strumento è la fisarmonica. Nel minuscolo magazzino del negozio suona e compone, sul muro ha scritto "Musica è evasione". Presto inciderà un disco con musicisti famosi. Lo vanno a trovare molti amici e il caffè Galeotto è diventato anche un centro di incontro in cui non solo si vende il caffè ma si fa anche arte e cultura.
Spesso Ferdinando suona insieme a Paolo, il suo professore di inglese che lo accompagna alla chitarra. Paolo insegna in carcere da più di 25 anni ed è fortemente convinto che la scuola in carcere sia fondamentale tanto quanto il lavoro. Paolo ha spiegato che "La scuola è bistrattata e non è messa al centro del processo di recupero di queste persone che hanno una forte volontà di rimettersi in gioco, magari di riprendere passioni o interessi che sono stati accantonati come la musica per Ferdinando. La scuola andrebbe valorizzata. Spesso ci troviamo davanti a persone che vogliono fortemente cambiare".
Il Covid: pena su pena - Se già la vita in carcere è durissima e disumanizzante, si è aggiunta la pandemia a renderla ancora più complicata. Sono mesi che i detenuti non possono vedere e riabbracciare la propria famiglia e i propri congiunti. Questo per un'ordinanza che vieta i colloqui, una misura che vuole proteggere da una potenziale "bomba epidemiologica" da Covid chi è dentro i penitenziari ma che non è bastata. Nel frattempo infatti il personale carcerario entra ed esce dalle case circondariali e nonostante le attenzioni a Rebibbia un focolaio ha colpito almeno 110 detenuti.
"La paura è molta, non tanto per i giovani quanto per tantissimi detenuti con patologie pregresse anche gravi che qui dentro non ci si dovrebbero proprio trovare" dice Ferdinando. La situazione è particolarmente allarmante anche perché sembra che le mascherine distribuite siano poche e pochi giorni fa è anche mancata l'acqua per un'intera giornata. Tutto questo rende ancora più difficile la missione di Mauro Pellegrini ma il caffè Galeotto tiene duro e si va avanti giorno per giorno.
di Sergio Romano
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
I diritti umani e civili sono sempre più frequentemente temi caldi delle relazioni interstatali. La morte di Giulio Regeni, vittima di un brutale interrogatorio della polizia egiziana, e le disavventure di Aleksej Navalny, protagonista di una delle più imbrogliate vicende russe degli scorsi anni, sono ormai delicati casi di politica internazionale.
In altri tempi i governi dell'Egitto e della Russia avrebbero invocato i privilegi della sovranità nazionale, avvolto la vicenda in un velo di silenzio e atteso pazientemente che i giornali si stancassero di parlarne. Oggi questo non è più possibile. Nel caso Regeni molti chiedono l'interruzione dei rapporti diplomatici con l'Egitto.
Il governo cerca di fare capire ai suoi cittadini che l'Egitto è un Paese amico con cui l'Italia ha interessi comuni da conservare e coltivare e che la morte terribile di Regeni coincide con una fase in cui quel Paese era minacciato da sanguinosi attentati dei movimenti islamisti (anche se questo non giustifica il comportamento del Cairo).
L'Italia può e deve chiedere all'Egitto maggiori chiarimenti, ma senza pregiudicare del tutto i rapporti tra i due Paesi. Le stesse considerazioni valgono per il caso Navalny. In altri tempi sarebbe stato un problema esclusivamente russo. Oggi le democrazie si credono autorizzate a dare lezioni di libertà e ad applicare sanzioni che nuocciono a chi le impone non meno di quanto facciano male allo Stato "punito".
In altri tempi i Paesi avrebbero fatto ricorso alle loro ambasciate per trovare compromessi che avrebbero smussato gli angoli e dato qualche soddisfazione a ciascuno dei due litiganti. Ma nel caso Navalny le ambasciate di Polonia, Svezia e Germania hanno deciso di riconoscere i dimostranti partecipando alle loro manifestazioni.
Quando la Russia ha annunciato che i diplomatici coinvolti nella vicenda sarebbero stati restituiti al loro Paese, il gesto è parso offensivo. Ma perché Mosca avrebbe dovuto continuare a ospitare persone che avevano preferito manifestare piuttosto che interloquire pacatamente con le autorità locali? I tre Paesi hanno sostenuto che i funzionari volevano soltanto documentarsi, ma la scusa non mi è sembrata convincente.
Sappiamo che il rispetto dei diritti umani e civili hanno oggi, nella società internazionale, una maggiore importanza di quanta ne avessero quando ogni Stato faceva una politica strettamente nazionale. Sappiamo quanto utile sia stato, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il lavoro dell'Onu, del Consiglio d'Europa (dove è nata la Convenzione Europea dei Diritti Umani) e di altre organizzazioni dedicate alla promozione di una maggiore amicizia fra i popoli. Ma se certe forme dogmatiche di internazionalismo umanitario finiscono per avvelenare i rapporti fra gli Stati, sarebbe meglio tornare a un maggiore rispetto delle reciproche sovranità. Forse correremmo meno rischi.
di Stefano Bocconetti
Il Manifesto, 14 febbraio 2021
A rischio gli avanzatissimi diritti raccolti nel Gdpr, il regolamento generale per la protezione dei dati, varato dall'Europa nel 2016. Domande e risposte per capire. Fra un po' - diciamo fra un anno, se rispettano i loro tempi - cosa bisognerà fare se vorrai impedire che il tuo profilo sia tracciato? E cosa per evitare che i tuoi dati vadano ad arricchire le Big Tech? Basterà un'oretta di operazioni ogni volta che accedi alla rete - incontrando magari una cinquantina di schermate con domande del tipo: permetti questo, sì o no? - e forse avrai risolto il problema. A meno che, comunque, i tuoi dati non siano utili "alla crescita" di nuovi servizi. Oppure: vorresti eliminare i cookie, quei file-biscottino che certo ti permettono di ricordarti le password ma che consentono, sempre agli stessi attori, di sapere quali siti hai visitato? Anche qui, potrai disfartene con un'altra cinquantina di operazioni, sapendo però che alcune pagine Web avranno il potere di rifiutarti l'accesso se li elimini. Non entri senza cookie, e sarà un loro "diritto".
Si potrebbe continuare a lungo ma bastano questi esempi per capire che la sterminata trattativa europea sulle nuove regole per la privacy (la chiamano: e-privacy) è finita nel peggiore dei modi. Per essere precisi, sta finendo nel peggiore dei modi: perché per ora c'è un testo - la cui stesura è cominciata nel 2017, otto presidenze e due parlamenti europei fa - approvato martedì dai governi. Ma l'iter è, fortunatamente, solo all'inizio: dovranno ancora esserci le trattative fra il Consiglio, la Commissione, il Parlamento. Poi il voto. Un anno, almeno.
Certo di norme, di nuove norme in un settore così delicato c'è bisogno, ovviamente, anche se sono molti a sperare che stavolta l'Europa vada per le lunghe. Perché il testo base - quello approvato pochi giorni fa dai rappresentanti dei governi - è davvero preoccupante. Del resto tutta la vicenda di questa e-privacy europea è una brutta storia. Che addirittura rischia di compromettere gli avanzatissimi diritti raccolti nel Gdpr, il regolamento generale per la protezione dei dati, varato dall'Europa nel 2016. Questo nuovo testo, invece, fa capire che chi si è sentito penalizzato da quella direttiva, non ha disarmato.
Una brutta storia, si diceva. Cominciata quattro anni fa con un documento che in qualche modo sembrava venir incontro all'esigenza di rafforzare la protezione degli utenti. Per un motivo o per l'altro, la sua approvazione però fu rinviata. Soprattutto per la dichiarata la contrarietà della Francia: il documento iniziale prevedeva troppi "vincoli".
Da quel momento è partita la più grande campagna lobbistica "mai vista dall'Europa". Con un particolare in più: che in questo caso i contrasti dei quali si favoleggiava fra le multinazionali digitali e gli editori tradizionali sulla direttiva per il copyright, sono sembrati appianarsi. Tutti insieme, dalla Confindustria europea delle imprese tecnologiche, Digital Europe, alle associazioni delle società di telecomunicazioni (Etno e Gsma), ai raggruppamenti degli editori dei giornali (Emma / Enpa).
Tutti insieme appassionatamente per impedire che il regolamento vietasse il tracciamento degli utenti (una piccola annotazione a margine che magari potrebbe servire da insegnamento ad una parte della stampa italiana: uno dei più autorevoli siti di informazione sulle vicende del vecchio continente, "politico.eu", scrivendo delle vergognose pressioni lobbistiche sulle istituzioni, non si è fatto remore a nominare fra queste anche quelle esercitate da Axel Springer; che appunto è co-proprietario ed editore del sito).
Comunque sia, passata la stagione di Jean-Claude Juncker, il Parlamento è stato rinnovato. Ma il testo non è riuscito ugualmente a fare passi in avanti. Anche qui, l'impasse è stata imposto dalla Francia. Ma anche un po' dalla Germania. Imposto da Parigi che voleva misure più "flessibili" per gli editori: per esempio il ripristino dei cookie, che - a detta dei lobbisti - sarebbero indispensabili per vendere la pubblicità sui siti di informazione. Ma il veto è venuto pure da Berlino. Anche se sarebbe più esatto parlare di veti dalla Germania, al plurale. Col ministero dell'economia, saldamente in mano Cdu, a chiedere un ammorbidimento delle norme e un dicastero, quello della Giustizia, assegnato ai socialdemocratici, un pochino più attento alla protezione dei dati.
Si è andati avanti così, anche quando durante la presidenza finlandese, sembrava essere ad un passo dal traguardo. Ma poi, le lobbies hanno costretto tutti a fare l'ennesima marcia indietro. Fino all'inizio di questa settimana, quando il ministro delle Infrastrutture portoghese Pedro Nuno Santos ha annunciato l'intesa fra i governi. Che è stata peggiorata, sempre su pressione francese, proprio all'ultimo secondo.
Una brutta intesa, va ripetuto. Il possesso, la conservazione dei metadati - anche se formalmente vietata nell'introduzione - viene di fatto concessa con mille deroghe. È stata cancellato nel testo l'obbligo dell'"impostazione predefinita" nei browser. Così, lo si diceva prima, chi non vuole che i suoi dati siano utilizzati per la profilazione dovrà rispondere a una sterminata serie di domande su cosa consente e cosa no. Più o meno per ogni sito visitato. Il tutto, accompagnato comunque dalla precisazione che l'uso dei dati sarà legittimo se lo scopo sarà il miglioramento del servizio. Di più: se inconsapevolmente si dà il consenso, retrocedere sarà praticamente impossibile.
E poi, dietro front anche sui coockie, che saranno consentiti "per determinati fornitori". Così come la conservazione dei dati, per i quali l'e-privacy varata l'altro giorno non fissa rigidi limiti di tempo. Senza considerare la crittografia. Perché - sempre nell'introduzione - si spiega che sarà vietato qualsiasi monitoraggio: "tranne nei casi permessi".
Da definire più in là. Ce n'è abbastanza, insomma, perché Estelle Massé di Access Now racconti così questi quattro anni di trattativa: "C'era una parte che voleva proteggere la privacy, mentre un'altra parte voleva trasformare la riforma della e-privacy in un kit di strumenti di sorveglianza. I secondi hanno ottenuto quel che volevano. Ora il testo ha più buchi di una groviera".
È finita, allora? La socialdemocratica ed eurodeputata tedesca Birgit Sippel - che ha seguito le trattative - dice che per ora è evidente che "i tentativi dell'industria di erodere le regole hanno dato i loro frutti". Ma adesso potrebbe cominciare la vera partita: quel testo va cambiato, aggiunge. Molto cambiato. "E noi, assieme a tanti, non accetteremo una corsa al ribasso". Vedremo.
di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
Medici prestigiosi di tutto il mondo e l'Oms invitano tutti i Paesi membri a costruire un fronte unico contro la pandemia. Nell'ultima riunione dell'executive board, il direttore generale dell'Oms ha richiamato tutti i Paesi membri a costruire un fronte comune per superare i moltissimi "ostacoli scientifici, legali, logistici, regolativi" che sbarrano la strada all'efficacia della campagna vaccinale. E che non si tratti di un'impresa facile lo stiamo scoprendo anche qui in Italia: un conto sono gli annunci - che continuano a parlare di traguardi ambiziosi - un conto è la realtà. Dove si avanza tra ritardi e difficoltà. Sta di fatto che, al ritmo con cui si è proceduto in questo primo mese, l'obiettivo di arrivare al prossimo autunno con una immunità generalizzata è, ad oggi, molto incerto. E non ce lo possiamo permettere.
Nelle ultime settimane, esponenti autorevoli del mondo sanitario - in Italia Garattini, Mantovani, Vaia - sono intervenuti per invitare le autorità politiche a non ripetere gli errori di un anno fa, a inizio pandemia. Quando ciascuno si è mosso in una logica particolaristica. Di fronte a una calamità che sta devastando l'intero pianeta, il vaccino va pensato come "bene comune globale".
Ci sono diversi ordini di ragione per andare in questa direzione. Il primo è etico. Gli effetti negativi delle politiche vaccinali sono ampiamente documentati dal decorso delle patologie infettive più recenti (Hiv/Aids, malaria, polmonite, epatite C). Troppo alto è il costo umano che si è fin qui scaricato sulle popolazioni dei Paesi poveri. L'accessibilità universale al vaccino per il Covid 19 rimane un obiettivo centrale, che non può essere messo tra parentesi.
Il secondo ordine di ragioni è di tipo sanitario. Il tempo, nella lotta contro il virus, è una variabile cruciale. Quanto più esso circola (al di là di ogni confine nazionale) tanto più sono probabili mutazioni pericolose verso un "supervirus", come dimostrano le vicende delle ultime settimane. L'insufficiente disponibilità di vaccini, o il loro costo eccessivo, è una minaccia per tutti semplicemente perché prolunga la pandemia e le sue possibili trasformazioni.
Ci sono poi le ragioni economiche. Le speranze di una ripresa sono strettamente legate al successo della campagna vaccinale. Ci si trova quindi davanti a un caso in cui il vantaggio di pochi (le case farmaceutiche) rischia di prodursi a danno di molti. L'interconnessione mondiale costituisce un vincolo sempre più stringente per la prosperità economica di tutti.
Infine, le ragioni politiche. Le diverse potenze si stanno muovendo nella logica della "diplomazia del vaccino". Usando la disponibilità del siero per allargare la loro sfera di influenza, senza badare troppo alla qualità vaccinale. La Cina, il cui vaccino ha un grado di copertura relativamente basso, è attivissima soprattutto in Africa; la Russia, che dispone di un vaccino efficace, si sta muovendo soprattutto nell'Est Europa. La Ue, dopo aver saggiamente deciso la centralizzazione degli acquisti, non è, al momento, in grado di giocare un ruolo internazionale. Anche se, dopo la crisi delle forniture delle settimane scorse, l'attenzione di Bruxelles su queste questioni sta crescendo.
Si possono percorrere varie strade. Negli anni 50, Jonas Salk rinunciò al brevetto sul vaccino per la poliomielite affermando: "Si può forse brevettare il sole?". Erano altri tempi. Ma questa scelta indica comunque una direzione di senso. Gli strumenti legali (a partire dalla licenza obbligatoria) si possono trovare, tenuto conto che negli accordi Trips sui diritti della proprietà intellettuale è prevista la possibilità di derogare alla protezione brevettuale per circostanze eccezionali e periodi temporali definiti. Ed è difficile contestare che la pandemia del coronavirus rientri in questa fattispecie. È ben chiaro che gli investimenti privati nella ricerca vanno tutelati e adeguatamente remunerati. Ma la realtà è che il colossale sforzo della ricerca che ha portato in pochi mesi al vaccino è stato sostenuto con imponenti contributi pubblici e grazie alla circolazione delle informazioni tra l'intera comunità scientifica mondiale.
La posta in gioco è far sì che la pandemia Covid 19 diventi un catalizzatore per un cambiamento sistemico nella gestione di crisi globali che, come sappiamo, sono destinate a ripetersi nei prossimi anni per effetto dell'interconnessione planetaria (che include l'interfaccia tra esseri umani, animali ed ecosistemi), ormai diventata strutturale.
Ciò di cui abbiamo bisogno è il rafforzamento degli strumenti per la prevenzione e la protezione non solo dalle pandemie ma dai tanti possibili shock globali a cui siamo esposti (in primis quelli ambientali). La capacità di rispondere efficacemente a situazioni di emergenza deve essere vista come un investimento collettivo nella sicurezza e nel benessere comuni.
La sostenibilità di cui tutti parlano si costruisce concretamente sviluppando strumenti di collaborazione e coordinamento, nella consapevolezza che né Stato né mercato - da soli - bastano per affrontare problemi di complessità e portata mai viste. La campagna vaccinale Covid 19 costituisce un difficile banco di prova per gettare le basi di nuovi modelli di governance che ci serviranno per affrontare le prossime crisi globali. Nell'ultimo anno, l'Europa si è candidata a essere leader nella costruzione di un pianeta sostenibile. Una presa di posizione della Ue sul vaccino Covid 19 come bene comune globale darebbe sostanza e credibilità a tali dichiarazioni.
di Gian Paolo Gualaccini*
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
La pandemia ha fatto crescere i bisogni. Ma le reti di solidarietà del Terzo settore hanno un ruolo cruciale. Per il futuro, occorre intervenire sulla fiscalità e raddoppiare il 5xmille. La crisi dovuta alla pandemia ha sicuramente portato una crescita esponenziale della povertà e in generale delle disuguaglianze nel nostro Paese: anche la situazione del mondo del lavoro è "esplosiva" ha detto il Presidente del Cnel, Tiziano Treu.
L'Italia è di fatto dentro una situazione di disastro sociale, economico ed umano. In questi ultimi mesi si è però evidenziato il lavoro del Terzo settore, delle sue reti di solidarietà in prima linea nel rispondere a nuovi e crescenti bisogni di milioni di cittadini, comunicando, oltre alle risposte, anche speranza e fiducia. In questo quadro il Governo appena dimesso aveva risposto con misure di varia natura per oltre 110 miliardi di euro ma se le lunghe code di gente in fila per un pasto caldo a Milano (e non solo, come ha raccontato anche questo inserto "Buone Notizie") permangono, vuol dire che qualcosa non ha funzionato: vuol dire che quelle risorse sono state investite malamente, perché hanno inciso molto poco mentre il numero dei bisognosi cresce ogni giorno.
La politica e il Terzo settore - Cosi si è riacceso il dibattito sul ruolo del Terzo settore e autorevoli personalità hanno addirittura proposto che, vista la miseria e l'incapacità dell'attuale classe politica, gli esponenti del Terzo settore che da sempre si occupano di bene comune scelgano di occuparsi direttamente di politica (quella con la P maiuscola) che è oggi debolissima. Ma qual è la situazione del non profit italiano che oggi appare stremato nel tentativo, di aiutare e rispondere a bisogni crescenti di tutte le categorie sociali? Stremato anche perché non considerato minimamente dalla politica e anzi sempre costretto in difesa per evitare norme e disposizioni irragionevoli e dannose puntualmente proposte dall' attuale pessima politica (vedasi quanto contenuto nell' ultima Legge di bilancio, art. 108 e non solo): il tutto in un quadro che ha visto il governo Conte incapace di portare a termine i decreti attuativi della Riforma del Terzo settore iniziata nel 2016. Ma quel che è peggio è l'atteggiamento di diffidenza di certa parte della nostra peggiore politica: "Questa disattenzione, al limite della sciatteria - scriveva Ferruccio de Bortoli su Buone Notizie del primo settembre parlando delle "false promesse all'impresa del bene" - mette in luce una quantità di pregiudizi nei confronti del privato sociale".
La sentenza della Corte Costituzionale n. 131 del 2020 - In fondo, siccome il principio di sussidiarietà difende il mondo del non profit dall'invadenza della politica, si finisce per affermare che l'unico soggetto titolare del bene comune è lo Stato! Certo basterebbe citare la recente sentenza (n.131 del 2020) della Corte Costituzionale che stabilisce che l'Amministrazione pubblica non è più il solo titolare del bene comune, che si realizza invece, mediante la collaborazione con i soggetti del Terzo settore in una logica di co-progettazione e non più di appalto!
Come procedere - Ma allora se questa è la situazione come procedere? Innanzitutto occorre realismo, cioè distinguere quello che si può fare subito da quello che oggi non è possibile. Per esempio, una norma politica di sussidiarietà fiscale che raddoppi il 5x1000 sarebbe possibile subito! Osservo inoltre che molti esponenti del nostro mondo, vista la debolezza dello Stato, insistono a pensare, secondo me a ragione, che occorra cambiare approccio come suggerito implicitamente dalla sentenza della Corte Costituzionale sopra citata ed esplicitamente dalla Commissione Europea (ma anche dall'Oil, dall'Ocse, e dalle Nazioni Unite) che considera la "social economy" un fattore decisivo per la ripresa economica e sta lavorando ad un "Action plan for Social Economy".
Le sei macro-missioni del Pnrr - Se si leggono le sei macro-missioni e le 16 componenti funzionali del nostro Pnrr (il Piano nazionale di ripresa e resilienza) si intuisce tutta la potenzialità del Terzo settore in questi ambiti perché il Terzo settore non riguarda solo il sociale ma "un modo di fare economia in qualunque ambito".
Andando a guardare nello specifico alcuni singoli aspetti del Pnrr potrebbero essere gli enti di Terzo settore i soggetti erogatori di parte dei fondi e non le amministrazioni pubbliche: imprese sociali, fondazioni, ong ed altri Ets sono sicuramente in grado di essere assegnatari di fondi diretti. Siccome il Pnrr l'Italia dovrà presentarlo a breve, se non vuole perdere 209 miliardi, questa è la battaglia principale da fare adesso, sperando di avere nel nuovo Governo un interlocutore più attento. Contro la crisi servono un mare di buone pratiche, che già esistono e serve il desiderio di un bene comune che non lasci indietro nessuno. Tocca a noi, prima che alla politica, fare la differenza.
*Consigliere Cnel-capo delegazione Terzo settore - Non profit
di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
"Un'altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione", di Marta Cartabia e Adolfo Ceretti, Ed. Bompiani, Milano, pagg. 128, € 10.
Che cos'è il genio? Fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione, direbbe il Perozzi di "Amici miei". Ma anche, diremmo, si parva licet, noi: profondità di analisi, visione profetica, sguardo oltre l'ermo colle. E il cardinale Carlo Maria Martini che emerge dalle penne di Marta Cartabia e Adolfo Ceretti è una persona geniale, capace di "pensieri impensabili che erano in attesa di essere pensati" anche in materia di giustizia penale.
Pensieri ancora oggi all'avanguardia, che costituiscono certo un faro per il nuovo ministro della Giustizia, che in tali riflessioni si è immersa, ma che ancora faticano a trovare accoglienza nel dibattito pubblico. In un agile libro che segue una lezione a due voci in Bicocca, i due giuristi compiono un viaggio negli scritti di Martini sulla giustizia, sul senso della pena e sulle carceri. Emerge un pensiero alto, che si nutre della cultura del grande biblista ma al contempo è frutto di conoscenza diretta. Martini, ricordano gli autori, iniziò la sua attività pastorale come arcivescovo di Milano scegliendo come luogo di elezione proprio San Vittore.
Ed è l'esperienza ripetuta del visitare il carcere la sorgente del suo pensiero così carico di idee nuove e spiazzanti. Ciò si coglie nella sua concezione della dignità dell'uomo: non un individuo astratto ma persone incontrate, reali, sfaccettate e dunque mai congelate in eterno nel reato commesso. Con le parole di Martini stesso "l'errore e il crimine [...] indeboliscono e deturpano la personalità dell'individuo, ma non la negano, non la distruggono, non la declassano al regno animale, inferiore all'umano. Perciò le leggi hanno senso se operano in funzione dell'affermazione, dello sviluppo e del recupero della dignità di ogni persona" e il tempo della pena è concepito come un cammino graduale, aperto, flessibile e soprattutto individuale di ciascun detenuto.
E così già negli anni 90, il cardinale che tanto ha affascinato anche i non credenti e spesso irritato i movimenti cattolici più oltranzisti, iniziava a ragionare su una giustizia non solo punitiva ma riparativa, capace di rimarginare le ferite delle vittime e della società. Inaugurava così quell'esperimento della "giustizia dell'incontro" tra terroristi e familiari delle vittime che ebbe tra i protagonisti proprio Adolfo Ceretti. Una giustizia che vedeva nel riconoscimento della colpa e non nella crudeltà della vendetta la via per ricomporre i conflitti di società ferite, come avvenuto in Sudafrica dopo l'apartheid o in Colombia in anni più recenti.
Non si tratta di un ingenuo sentimento di compassione e perdono per i rei ma semmai di un ragionare illuministico, della elaborazione di un modello teso a salvare insieme l'assassino e la città. Martini ha sempre una duplice attenzione, per i colpevoli e per le vittime, per la dignità di ciascuno e per le esigenze collettive di sicurezza e pace sociale.
Di più: vi è l'ambizione di indicare una via per un sistema veramente efficace dal punto di vista della tutela dei cittadini e del ripristino dell'armonia dei rapporti sociali. Una via che si colloca pienamente nel solco della Costituzione ma che ancora oggi attira critiche feroci dai molti che concepiscono la pena come solo retributiva o, peggio come mera esclusione dalla società. In questo senso, Martini culturalmente non si può dire abbia vinto.
Ha permesso, però, di pensare nuove e più coraggiose forme di giustizia penale, di uscire dai porti per cercare vie nuove. E questa lezione, con un altro genio che tante volte ha spiegato in musica come giustizia debba far rima con pietà, è uno dei fragili vascelli su cui imbarcarsi per affrontar del mondo la burrasca.
di Simone Scaffidi e Gianpaolo Contestabile
Il Manifesto, 14 febbraio 2021
"Hola soy Mario, soy italiano, soy de Napoles. Un abrazooo", sono le poche frasi pronunciate da Mario Paciolla in un video condiviso dal Comitato informale Giustizia per Mario Paciolla. Mario seduto al tavolino di un bar con amici, in una piazza, sorridente. Un frammento di vita quotidiana, che permette di avvicinarsi a lui non solo attraverso le sue parole e i suoi articoli ma anche attraverso i suoi gesti e il suo corpo.
Sono passati sette mesi dalla notte in cui Mario, lavoratore della Missione di Verifica degli Accordi di Pace in Colombia, è stato ritrovato impiccato nella sua casa di San Vicente del Caguan. Mesi di contraddizioni, depistaggi, teorie e silenzi. Silenzi che, nonostante il dolore e le ambiguità che portano con sé, potrebbero da una parte rappresentare il preludio alla verità e alla giustizia sul caso ma dall'altra anche la volontà di nascondere qualcosa, come ha fatto intendere la famiglia.
I familiari e i legali hanno deciso di mantenere un profilo basso rispetto alla divulgazione di informazioni relative alle indagini per non compromettere i lavori in corso e far sì che le informazioni sensibili non vengano strumentalizzate dalla stampa. Anna Motta, la madre di Mario Paciolla, pur non entrando nel merito delle inchieste giudiziarie, ha tuttavia condannato pubblicamente quel silenzio che assume le sembianze di omertà e ostacola la ricerca della verità. Si è rivolta a coloro che hanno informazioni su quanto è successo a suo figlio ma che per una serie di ragioni o pressioni hanno deciso, per ora, di non parlare e in una recente intervista ha ribadito che si è trattato di omicidio: "Per ora noi non abbiamo ancora nessuna verità. Mario è stato ucciso quattro ore dopo aver fatto un biglietto di ritorno in Italia. Lui stava scappando dalla Colombia perché probabilmente è stato testimone di qualcosa che non andava bene".
Le Nazioni Unite hanno voluto fin da subito mantenere riserbo sul caso, catalogando nei propri archivi la morte di Mario Paciolla sotto la voce "suicidio" ma dichiarando di star svolgendo un'indagine interna per chiarire l'accaduto. Il 14 gennaio 2021 il portavoce del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, sollecitato da La Voce di New York in merito a questa indagine interna, ha commentato il caso con queste parole: "L'Onu sta lavorando con le relative autorità in Colombia e in Italia, che hanno la responsabilità principale dell'indagine criminale. Noi stiamo continuando a lavorare per rendere loro disponibili le informazioni. Questo è quello che posso dire".
Alla commemorazione di Mario Paciolla, avvenuta a Napoli, quindici giorni dopo la sua morte, alte cariche politiche italiane, il Ministro degli Esteri Luigi di Maio e il Presidente della Camera Roberto Fico, accompagnate dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris e dal senatore Sandro Ruotolo, si sono impegnate a lavorare affinché si raggiunga la verità sul caso.
Luigi Di Maio il 23 luglio 2020, aveva risposto all'interrogazione parlamentare del senatore del Movimento Cinque Stelle Gianluca Ferrara, dichiarando: "Ci è stato confermato che è stata avviata un'indagine interna che vede per il momento impiegate capacità investigative della stessa Missione Onu. Abbiamo chiesto e ottenuto che sia condotta in maniera rapida e approfondita, gli esiti saranno tempestivamente condivisi con la nostra ambasciata a Bogotà e con la rappresentanza a New York", e aggiungendo: "Il nostro lavoro come Farnesina sarà quello di garantire il massimo coordinamento tra le attività delle autorità coinvolte e su questo vi assicuro la massima tempestività e il massimo impegno".
Da quei giorni non ci sono state esternazioni pubbliche sul caso da parte del Ministero o da rappresentanti dello stato. Da più di un mese proviamo a richiedere telefonicamente e via mail dichiarazioni e interviste, ma senza successo, nonostante ci sia stato ribadito che il ministro degli Esteri Luigi di Maio ha a cuore la vicenda e la vuole gestire in prima persona.
Il silenzio è protagonista anche dall'altro lato dell'oceano, dove le autorità colombiane non hanno rilasciato dichiarazioni e non sono stati forniti ulteriori dettagli all'indomani dell'autopsia, eseguita pochi giorni dopo la morte di Mario Paciolla e il cui responso propende per l'ipotesi del suicidio.
Nel frattempo in Colombia la tensione continua ad aumentare, dall'inizio dell'anno sono stati compiuti 11 massacri e 21 leader politici, sindacali, contadini, afro-discendenti e indigeni sono stati assassinati. Il primo omicidio di un ex combattente delle Farc del 2021 è avvenuto nel Caqueta, la regione dove Mario lavorava con la Missione di Pace dell'Onu, dove Duvan Galindez Nadia è stato freddato con colpi d'arma da fuoco in un ristorante di Cartagena del Chairá. L'impunità di questi crimini in Colombia è quasi totale: tra l'86% e il 94% degli omicidi rimane impune, percentuale che sale al 95% se si considerano i 310 omicidi di leader sociali del 2020.
In Colombia si uccide chi si batte a favore dei diritti umani, della pace e della giustizia sociale senza che questo comporti sanzioni o pene per gli esecutori e i mandanti politici. Continuare a cercare la verità riguardo la morte di Mario Paciolla significa anche scalfire il muro di omertà e impunità che avvolge il regime di Ivan Duque in Colombia e accendere un riflettore sul massacro di attivisti che cercano giustizia nel contesto di un conflitto militare che non è mai cessato e, anzi, vive una delle fasi più violente degli ultimi anni.
di Charles de Pechpeyrou
osservatoreromano.va, 14 febbraio 2021
"Una sorta di doppia pena", che crea e alimenta numerose paure tra i detenuti, il cui accompagnamento medico e spirituale si è rivelato tanto più fondamentale in questi ultimi mesi: è quanto ha osservato in questi tempi di pandemia suor Anne Lécu, teologa domenicana, da più di vent'anni medico nel carcere di Fleury-Mérogis, a sud di Parigi, il più grande d'Europa. La religiosa, autrice di numerose opere tra cui Hai coperto la mia vergogna e Il senso delle lacrime, spiega a "L'Osservatore Romano" come detenuti, personale curante e cappellani hanno dovuto affrontare situazioni inedite, dimostrando a volte una grande creatività per continuare a rimanere in contatto in tempi di confinamento, nonostante i numerosi divieti imposti per motivi sanitari. In reazione al "caos" provocato dalla crisi sanitaria, suor Anne segnala un aggravamento delle condizioni delle persone che soffrono di depressione e di disturbi alimentari. E ricorda quanto sia necessaria la "tenerezza divina", fatta di contatti, amicizia, affetto e convivialità.
Dall'inizio della pandemia, come si è adattato il sistema carcerario francese alla situazione? Quali sono state le priorità?
Come tutti, abbiamo dovuto adattarci e cercare di organizzarci in un arco di tempo molto limitato. Misure di lockdown, riduzione dell'attività ambulatoriale per favorire la sorveglianza delle persone vulnerabili, isolamento delle persone sospette, poi test quando ne avevamo a disposizione. Questo corrisponde alla nostra missione: infermieri penitenziari, in Francia siamo sotto la supervisione del ministero della salute. Le persone nelle mani della giustizia devono ricevere le stesse cure di coloro che non sono incarcerati. È in ogni caso lo spirito della legge del 1994 che ci ha collegati al ministero della salute, 26 anni fa. Inoltre, abbiamo rilasciato molti certificati medici per facilitare la liberazione anticipata speciale dei detenuti vulnerabili, e i giudici hanno fatto di tutto per agevolare queste scarcerazioni.
Il carcere è per definizione un luogo di isolamento: come vivono i detenuti questa crisi sanitaria? Sono psicologicamente più "preparati" ad affrontare questa pandemia? Come giudicano il comportamento delle persone "al di fuori"?
Ovviamente si tratta in un certo senso di una pena doppia per i detenuti, soprattutto durante il primo lockdown, molto severo, durante il quale le sale delle visite sono state chiuse e ogni attività è stata interrotta. Fortunatamente, approfittando della bella stagione, la direzione carceraria del mio istituto ha organizzato anche iniziative all'aria aperta. Inoltre, il governo aveva già deciso di installare un telefono in ogni cella e l'istituto femminile in cui mi trovo ha avuto la possibilità di disporre del telefono fin dall'inizio del blocco, il che ha addolcito un po' le cose. In ogni caso ovviamente non si può dire che i detenuti siano preparati meglio degli altri ad affrontare una pandemia. Nessuno è preparato per questo. D'altronde erano molto preoccupati, consapevoli che la propagazione dell'epidemia in carcere poteva provenire dal personale infermieristico o carcerario. Ecco perché si sono sentiti rassicurati quando hanno tutti ottenuto le mascherine.
Viceversa, la promiscuità forzata significa più rischio di contagio, in particolare nei centri carcerari sovraffollati...
Certo, la promiscuità è un fattore aggravante. L'abbiamo visto soprattutto durante il secondo lock-down, perché lì non era previsto un massiccio sconto di pena come durante il primo, e in alcuni istituti, il ritardo nell'isolare i detenuti venuti in contatto con le persone contagiate ha permesso all'epidemia di progredire.
Quali sfide etiche pone questa pandemia per l'ambiente carcerario? Quali sono i detenuti più a rischio?
Questa epidemia provoca il caos e il caos a volte può ribaltare le situazioni. Occorre quindi sia cogliere le opportunità che si presentano per curare meglio la salute delle persone detenute, sia al tempo stesso fare attenzione a non essere indotti ad accettare alcune disfunzioni che poi rischiano di diventare permanenti. Siamo attualmente sotto forte pressione da parte delle prefetture che chiedono al personale curante di effettuare test molecolari al fine di facilitare le espulsioni dal territorio nazionale dei detenuti che hanno avuto come sanzione il divieto di soggiorno in Francia. Tuttavia, noi medici non dipendiamo dal ministero della giustizia o dell'interno. E praticare un test per l'espulsione a una persona per la quale, tre giorni prima, abbiamo fatto un attestato affinché rimanga nel territorio per gravi motivi di salute ci mette in una posizione impossibile.
Come si è svolta la cura pastorale dei detenuti, considerando che i cappellani non erano autorizzati ad entrare nelle carceri?
È stato molto complicato ma si è assistito a iniziative speciali, come la creazione di un "numero verde" gratuito per permettere ai detenuti di telefonare a un cappellano che si rendeva disponibile in una determinata fascia oraria. Il feedback è stato molto interessante. Purtroppo non è stato possibile rendere questo progetto definitivo. I cappellani hanno enormi sfide da superare: in particolare, dopo essere stati via per mesi, come possono riprendere la loro missione?
A quale riflessione teologica ha portato la sua esperienza di questi mesi?
Credo che sia essenziale riflettere sulla "presenza reale". Alcune cose - le più importanti nella vita - si possono fare solo concretamente: coprire colui che ha freddo, guarire, consolare. Ci sarebbe anche una riflessione da fare sulla celebrazione eucaristica di cui spesso siamo stati privati, e sul posto che occupa la Parola di Dio in questo tempo. Chi si è preso la responsabilità di uscire per incontrare i più deboli (penso ad esempio alla pastorale dei funerali: alcuni hanno organizzato cerimonie all'aperto, nel loro giardino), sta meglio psicologicamente di chi ha non ha trovato il modo di incontrare gli altri. È anche una linea di riflessione interessante in termini di etica.
Cosa può insegnarci questa pandemia nel nostro rapporto con il corpo?
Credo si capisca meglio che il corpo non è virtuale. Esplorare la questione dell'incarnazione è auspicabile. Mi sembra che uno degli effetti collaterali molto gravi della pandemia si esprime attraverso il numero elevato di persone che soffrono di depressione, disturbi alimentari (per i più piccoli in particolare) e dall'aggravamento delle patologie psichiatriche. Per vivere, come diceva così giustamente il teologo e filosofo Maurice Bellet, abbiamo bisogno di mangiare, bere, respirare, dormire, e soprattutto forse di "tenerezza divina": contatti, amicizia, affetto, abbracci, convivialità... E potremmo prolungare l'elenco: dobbiamo arricchire noi stessi attraverso il teatro, il cinema, la musica, tutto ciò che condividiamo con gli altri e che cementa la nostra vita. In una visione cristiana, il più spirituale è sempre il più incarnato.
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