di Federico Di Bisceglie
Il Resto del Carlino, 18 novembre 2020
È il primo caso nella storia del nostro ateneo. Il relatore: "Ha trattato un tema attuale, parlando anche di sicurezza e di legalità". Centodieci e lode dietro le sbarre. Il carcerato-studente dell'Arginone ora potrà fregiarsi del titolo di dottore. E potrà anche vantare il primato di essere stato il primo studente iscritto all'Ateneo ferrarese ad essersi laureato da detenuto. Il corso di laurea scelto dal neo dottore è stato Scienze e Tecnologie della Comunicazione.
Nella stesura della tesi, con un taglio antropologico e sociale, il laureato si è concentrato su come sono cambiate le nostre città dal punto di vista della sicurezza e in particolare relativamente all'applicazione del Daspo urbano. Forse, anche per dimostrare che l'orizzonte della cella non era il suo confine. Voleva andare oltre. E ci è riuscito.
"Si è trattato - dice Giuseppe Scandurra, professore di Antropologia culturale a Unife e relatore della tesi del ragazzo - del coronamento di un bellissimo percorso accademico. Peraltro, anche nell'ambito della discussione della tesi, avvenuta in presenza con cinque commissari, il laureando ha fatto un'ottima impressione. Tanto più che ha trattato un tema di assoluta attualità, con un cappello politologico piuttosto interessante, oltre ad aver approfondito tematiche come legalità e sicurezza". Secondo Scandurra "è stata un'esperienza molto importante, che ha rafforzato un impegno che il nostro ateneo, auspico, prosegua nel tempo con la casa circondariale".
E su questo punto si esprime entusiasticamente anche Stefania Carnevale, delegata del rettore ai rapporti con la casa circondariale. "Dal 2016 - puntualizza - la nostra Università collabora con l'Arginone avviando questo tipo di progetti. Penso che si tratti di un tassello fondamentale per la socializzazione dei detenuti e anche per la reintegrazione una volta finito di espiare la pena". Dall'anno scorso, racconta Carnevale, "abbiamo quattro studenti detenuti iscritti a Unife.
Uno è uscito dal carcere e continua il suo percorso universitario da libero. Uno, appunto, è diventato dottore mentre gli altri due proseguono dalla casa circondariale il loro percorso". Peraltro, aggiunge, "abbiamo sperimentato l'efficacia delle prime giornate di orientamento che ci hanno portato quantomeno all'interessamento di altri tre detenuti.
E probabilmente ne arriverà un quarto". "Il conseguimento del titolo da parte di questo ragazzo - conclude Carnevale - rappresenta un risultato importantissimo per Unife. Credo che in questo modo anche l'ateneo possa vantare l'offerta di servizi che, seppur in crescita negli atenei italiani, sono tutt'altro che scontati e secondari".
comune.fi.it, 18 novembre 2020
"Il Consiglio comunale di Firenze non ha ancora avuto modo di esprimersi su una risoluzione depositata a inizio gennaio 2020 sulla realizzazione dell'Icam, per evitare di vedere bambine e bambini in carcere".
"Il Foglio di ieri ha dedicato alle figlie e ai figli della popolazione detenuta un lungo articolo. Viene citato anche Sollicciano e il territorio di Firenze. Si affrontano - spiegano i Consiglieri di Sinistra Progetto Comune Dmitrij Palagi e Antonella Bundu insieme al presidente dell'associazione Progetto Firenze Massimo Lensi - le problematiche dell'Icam, un istituto sicuramente imperfetto, come tutto il sistema penale italiano, ma che avrebbe il vantaggio di "tirare fuori" dal carcere bambine e bambini di pochi anni.
Nel nostro Comune una soluzione, per quanto parziale, sarebbe stata già individuata, grazie alla disponibilità di un edificio di proprietà della Madonnina del Grappa e alle risorse già previste dalla Regione Toscana. Da quando furono compiuti i primi passi nel lontano 2006, poco è stato fatto di concreto: solo una lunga fila di rinvii a tempo illimitato, burocrazie e tante promesse. Siamo nel 2020 e l'unica struttura territoriale per i bambini, le bambine e le loro madri detenute è tuttora il nido interno del carcere di Sollicciano.
La risoluzione presentata a inizio gennaio da Sinistra Progetto Comune in Palazzo Vecchio - aggiungono Palagi, Bundu e Lensi - giace in cima all'ordine dei lavori senza neanche un parere di commissione. Dando seguito all'iniziativa carcere e città a breve organizzeremo un appuntamento dedicato a questa tematica, ma nel frattempo vorremmo chiedere alle istituzioni e alla politica di riconoscere almeno un minimo delle proprie responsabilità.
Tolte le promesse e i raffinati ragionamenti, rimane l'assurda situazione di una soluzione trovata ma non attuata, cui la Giunta - concludono Palagi, Bundu e Lensi - risponde sempre con rassicuranti "è vero, ma da domani cambierà". Un domani che slitta di volta in volta".
Il Dubbio, 18 novembre 2020
La videochiamata tra un detenuto all'Alta Sicurezza di Opera e la sua compagna nella quale si parla di Covid e contagi nel carcere milanese. Attesa. Oggi c'è la videochiamata. Cellulare sempre in mano perché se la perdi non la puoi più recuperare. 15 minuti per dirsi un'infinità di cose. 15 minuti per leggergli negli occhi, per interpretare il suo sguardo, i suoi gesti; per comprendere quello che sta dietro alle parole, alle frasi. 15 minuti per riuscire a capire la sfumatura di verità che oggi avrà quel "Tutto bene amore... fidati".
Finalmente ecco comparire il numero non registrato in rubrica, il cellulare vibra e le mani, come sempre, tremano un po' accettando la chiamata. A volte compare subito il suo volto, a volte un ambiente che non conosco, che è fatto solo da un muro in secondo piano, uno spazio vuoto e impersonale. Sempre quel sottofondo disturbato di voci metalliche e tonanti lontane, di sedie spostate e di porte sbattute che precede l'inizio dell'incontro a lungo atteso. Ora a riempire lo schermo, per me, c'è solo l'immagine dell'amore della mia vita, il resto lo cancello. Mi sforzo di isolare la sua voce dai disturbi sonori, continui e fastidiosi.
- "Sciatu mio". Lui mi saluta sempre così, un'espressione siciliana che significa sei il mio fiato, sei il mio respiro. Per me è sempre un pugno al cuore che mi strozza la gola perché so che gli manco davvero come il fiato, lo so perché io provo la stessa cosa. Ora ancora di più, da quando per la seconda volta ci hanno tolto i giorni di permesso, quei giorni in cui respiravamo la stessa aria. L'aria innamorata della nostra casa, della nostra stanza, del nostro giardino.
"Ciao amore mio...". Capisco subito che qualcosa non va, non mi serve tempo per decifrare o per leggere oltre. Oggi ha due mascherine, quella FFP2 che gli ho spedito e quella di stoffa che si è cucito lui; le mani ricoperte da quei guanti larghi e grandi che solitamente indossiamo ai reparti frutta e verdura del supermercato, lo rendono goffo e impacciato. È irrequieto, impiega più del solito a sedersi e a sistemarsi. Continua a chiedere di chiudere per piacere la porta.
- Allarmata chiedo: "Cosa c'è amore, come stai? Tutto bene?" Un interminabile momento di silenzio, il tempo che di solito si prende per trovare le parole adatte a dire qualcosa di grave. "È arrivato amore, è arrivato fin qua..." Dalla mia parte il gelo, un brivido infinito corre lungo tutta la schiena e si punta come una lama sottile nella testa. "Noooo, sei positivo?"
Il cuore in tumulto, la testa che scoppia, quel contorcimento di budella che ti lascia senza fiato. Il pensiero corre subito ai suoi polmoni, polmoni che da quasi 30 anni inspirano fumo incuranti del rischio che corrono perché la vita fino a qualche anno fa per lui non aveva importanza, che respirano solo l'aria stantia e umida della cella, un'aria condivisa con persone che non ha scelto o respirata e rirespirata nello spazio dell'isolamento.
- "No, non io..." Domando subito del suo compagno di stanza, poi di coloro che conosco attraverso i suoiracconti. - "No amore, è arrivato al piano, ma nell'altro corridoio. Sono positivi in 14. Li hanno portati via tutti. Entrano ed escono tutti bardati, nelle tute bianche, è terribile...". Immagini alle quali siamo ormai abituati, bombardati dai servizi dei media, dalle foto dei quotidiani e dei rotocalchi. Immagini che ora si materializzano accanto a lui. Vedo un volto sgomento, uno sguardo turbato, un corpo ripiegato sulla paura.
Anche se il virus non è entrato nella sua stanza io non sono per niente tranquilla. La commistione per chi vive in carcere è un dato di fatto. Anche se si è di due sezioni differenti, di due regimi differenti le guardie girano su tutto il piano. I lavoranti passano di cella in cella, di corridoio in corridoi. Gli spesini smistano la spesa insieme ai detenuti di corridoi diversi dal loro e poi la distribuiscono a loro compagni di sezione. E poi gli spazi condivisi. La stanza delle telefonate e delle videochiamate. E poi le mascherine che latitano, molti non la indossano o non la indossano correttamente, o non la cambiano come raccomandato. Gli igienizzanti sono inesistenti, si arrangiano con i detersivi che possono comprare nella spesa.
La paura ormai si è presa tutti i miei pensieri. Anche se lui cerca di tranquillizzarmi io non riesco a smettere di tremare. Ho perso la lucidità e ho perso l'opportunità di vivere e condividere 15 minuti di leggerezza con la persona che amo. Sento il baratro sempre più vicino e come ogni volta il senso di impotenza mi svuota. Se tarda a telefonare o se la chiamata non arriva vivo nell'ansia e nel terrore che non abbia potuto raggiungere il telefono perché è successo qualcosa, perché l'hanno isolato, perché sta male. Da ieri la preoccupazione si è amplificata insieme al malessere e all'incertezza del futuro.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 18 novembre 2020
Exit strategy. Ritiro delle truppe Usa dal terreno, Trump vuole procedere più in fretta di quanto stabilisca l'accordo firmato con i Talebani. Biden, che nel frattempo ha cambiato idea e pensa che sia un conflitto impossibile da vincere, eredita una scelta che non potrà cambiare. E lo scontento del governo di Kabul, escluso dal tavolo. L'ordine esecutivo del presidente uscente, Donald Trump, ancora non c'è, ma potrebbe arrivare a giorni: via le truppe da Afghanistan, Iraq e Somalia il prima possibile. "Non siamo gente da guerra perpetua - è l'antitesi di ciò per cui ci battiamo e per cui i nostri avi hanno combattuto. Tutte le guerre devono finire".
Così il segretario in carica alla Difesa Usa, Chris Miller, in una lettera del 13 novembre inviata agli impiegati del Dipartimento della Difesa. "Confermiamo l'impegno a completare la guerra che al Qaeda ha portato sulle nostre coste nel 2001", ma "è tempo di tornare a casa", scrive l'uomo con cui Donald Trump ha sostituito Mark Esper. Secondo il Washington Post, Esper pochi giorni fa aveva inviato un memo classificato alla Casa Bianca dicendosi preoccupato di un ritiro "precipitoso" dall'Afghanistan. È stato poi silurato.
La nomina di Miller segnala la volontà di Trump di procedere in fretta. Più in fretta di quanto stabilisca l'accordo tra Stati uniti e Talebani firmato a Doha il 29 febbraio 2020, che prevede il ritiro completo entro l'1 maggio 2020. Trump finora ha rispettato i patti: le truppe americane sono passate da 13mila a febbraio a 8.600 a giugno, oggi sono 4,500 circa ed entro il 15 gennaio - 5 giorni prima dell'insediamento di Joe Biden - potrebbero essere ridotte a 2.500, secondo il calendario fornito in passato da Robert Charles O' Brien, consigliere per la sicurezza nazionale, e confermato dalle indiscrezioni di questi giorni. A Trump potrebbe non bastare: alla vigilia delle elezioni ha dichiarato di voler portare tutti a casa entro Natale. Riuscire a farlo entro Natale o gennaio è impossibile, a meno di non lasciare tutto l'equipaggiamento sul terreno, ha notato l'esperto militare Jonathan Schroden: in Afghanistan ci sono 4.500 soldati Usa, 6.500 circa della Nato, almeno 20mila contractor e poi elicotteri, camion, armi, strumenti sensibili che il Dipartimento della Difesa non vuole abbandonare o distruggere. "Servono mesi per il ritiro completo". Mesi durante i quali Kabul spera di rafforzarsi.
Donald Trump lascia infatti in eredità a Joe Biden un accordo bilaterale tra Usa e i Talebani che ha fortemente penalizzato il governo di Kabul, escluso dall'accordo, e rafforzato i Talebani, passati all'incasso. Hanno ottenuto il ritiro, legittimità politica internazionale e il rilascio di 5mila prigionieri, senza dover mai riconoscere il governo afghano e senza dover abbandonare le armi, se non contro gli americani. I Talebani e Kabul, che il 12 settembre hanno inaugurato il dialogo intra-afghano, aspettano di vedere le mosse di Biden: un periodo di incertezza che verrà sfruttato dagli attori contrari alla pace, dentro e fuori dal Paese, dentro e fuori dai due fronti. Il presidente Ashraf Ghani si dice pronto alla collaborazione con Biden e a ospitare una forza residuale per il controterrorismo, opzione che Biden coltiva da anni ma a cui si oppongono i Talebani. Questi ultimi mandano a dire che l'accordo di Doha rimane "un documento eccellente", mentre alcuni esponenti politici afghani ne negano la validità giuridica. Che Biden possa rivedere l'accordo è difficile, revocarlo impossibile: sarebbe una replica di quanto fatto da Trump con l'accordo sul nucleare iraniano.
Partito da posizioni interventiste e muscolari, dal 2008-2009 Biden considera la guerra afghana impossibile da vincere, il governo di Kabul corrotto e inefficiente. Di recente, su Foreign Affairs e su Stars and Stripes, ha confermato di "sostenere il ritiro delle truppe". Potrebbe rallentare il calendario di Trump, esercitare pressioni sui Talebani affinché riducano davvero la violenza e poi accettino il cessate il fuoco. Ma ha margini stretti. Trump si è già giocato tutte le carte migliori, a eccezione della leva finanziaria: Trump o Biden, per gli Stati uniti la guerra afghana è chiusa. E persa.
di Stefano Bocconetti
Il Manifesto, 18 novembre 2020
Documenti ufficiali trapelati sulla stampa di diversi paesi Ue mostrano i piani per mandare in pezzi il sistema di crittografia che protegge la riservatezza dei messaggi che scambiamo ogni giorno. Di metafore ne hanno inventate tante, pure sfiziose. Da quelle più sofisticate per gli hacker a quelle più terra terra per il famoso "utente qualunque". La più semplice resta comunque la più efficace: se buchi con una spilla un pallone di gomma e ci metti un cerotto, inevitabilmente quel cerotto salterà e uscirà l'aria. Il cerotto salterà o più probabilmente, nel nostro caso, qualcuno lo toglierà di proposito.
Sì, di proposito. Perché la metafora, sicuramente banale, racconta del sistema di crittografia. Quello che consente di scambiarsi messaggi, informazioni, dati senza che nessun altro, oltre al ricevente, possa metterci il naso. Possa vedere, controllare cosa ci sia dentro. Un pallone-metafora fino ad oggi sicuro, quasi impenetrabile. Eppure da anni, gli Stati Uniti - soprattutto durante la gestione Trump ma non solo - hanno provato ad accedere ai dati crittografati. Sempre nel nome della sicurezza nazionale. L'ultima volta pochi mesi fa, quando il procuratore generale William Barr aveva chiesto istericamente una legge per avere un "accesso a tutti i tipi di comunicazione". Poi, fortunatamente l'America è stata distratta da altro.
Nessuno, però, poteva immaginarsi che la stessa cosa, più o meno la stessa richiesta, potesse echeggiare anche dall'altra parte dell'Oceano, in Europa. Invece è esattamente quel che sta avvenendo. Nulla di deciso ancora ma le premesse sono allarmanti. Eccole: poche settimane fa il sito ORF.at - un sito austriaco generalista, autorevole ma non particolarmente attento ai temi delle libertà digitali - è entrato in possesso e ha pubblicato un documento che probabilmente sarebbe dovuto restare riservato, scritto dal governo tedesco e rivolto agli altri paesi del Consiglio europeo. Scritto e pensato dopo gli ultimi attentati islamisti.
È una bozza, dichiaratamente aperta a integrazioni anche se - dicono sempre le indiscrezioni - dopo il voto nel gruppo di lavoro nella sicurezza (Cosi), potrebbe passare direttamente al Consiglio (Coreper). E avviare così l'iter che dovrebbe portare alla fine il parlamento a vararlo. E sarebbe un disastro. Perché nel testo si parla esplicitamente della possibilità che le "autorità competenti" - non meglio specificate - abbiano "accesso" ai messaggi crittografati. In un'Europa che pure ha messo nero su bianco - nella normativa di protezione dei dati - la promozione della crittografia per garantire "la privacy e la sicurezza di governi, aziende e cittadini" (Il Gdpr di quattro anni fa, recepito in Italia nel 2018).
C'è scritto, insomma, che è lo strumento principale per la sicurezza di tutti. Eppure lo vogliono rompere. Non lesionare, proprio rompere. Bucare, come il pallone-metafora. Perché il sistema di crittografia o funziona in un modo inaccessibile o non funziona. E diventa un'altra cosa. Il documento pubblicato dal sito austriaco non dà indicazioni tecniche su come realizzare quest'accesso alla crittografia. Dice solo che è un tema da approfondire.
Già, ma come? Dopo la prima, c'è stata una seconda fuga di notizie. Grazie al sito politico si è venuti così a conoscenza di un rapporto tecnico, che è stato richiesto dalla commissaria per gli Affari Interni, Ylva Johansson, socialdemocratica svedese, ad una squadra di "esperti". Che alla fine hanno suggerito di intervenire "scansionando il lato client". Intervenire dal lato degli utenti, insomma. Ipotesi, come spiega perfettamente l'Electronic Frontier Foundation in un lungo saggio semplicemente "impossibile". "Come far quadrare un cerchio".
Perché il sistema criptato end to end - quello utilizzato da WhatsApp per capire - funziona così: Tizio manda un messaggio a Caio, con Tizio che utilizza una cifratura con chiave pubblica. Caio legge e decifra il messaggio utilizzando però una chiave privata, che solo lui - la sua app, sul suo dispositivo in quel momento - può conoscere. Ed il canale che gestisce la comunicazione non può controllare la creazione della chiave privata. L'idea dei tecnici sollecitati dalla Ue sarebbe invece quella di introdurre nelle applicazioni di messaggistica un sistema per il quale un testo o un'immagine prima di essere spedita al mittente, dovrebbe essere filtrata da un data base. Ovviamente su un server. Che controllerà se ci sono parole o immagini che riguardano la pedofilia o il terrorismo. In quel caso bloccherebbe tutto, prima di girare i file alle autorità.
Inutile aggiungere che la trasmissione di dati fatta in questo modo sarebbe a rischio. E non avrebbe più senso parlare di comunicazioni sicure. Tantomeno riservate. Tema in qualche modo affrontato dagli stessi esperti che ipotizzano anche un piano B, pensando di inserire quel data base filtrante - chiamiamolo così - direttamente sull'applicazione che l'utente si scarica. Ognuno col proprio controllore locale, che bloccherebbe i contenuti illegali. Ipotesi questa, ancora più ridicola, per dirla sempre con l'Eff. Così, senza soluzioni tecniche possibili, quello che le autorità europee stanno sollecitando non è altro che una back door, una porta. Uno spioncino. Per guardare cosa c'è dentro. Che farebbe però saltare l'impianto, la filosofia delle comunicazioni crittografate.
Così la polizia polacca potrebbe sapere chi e dove organizza le manifestazioni contro la legge sull'aborto, così Orban potrebbe sapere dove e chi discute della legge contro i rom. Così qualunque polizia saprebbe chi e quando partecipa a un corteo. O così una Rsa nostrana saprebbe quale suo dipendente denuncia la mancanza di protezioni e medicinali in pandemia.
Ce n'è abbastanza, insomma, perché tutte le organizzazioni che si battono per i diritti digitali, da Access Now ad Article19 e decine di altre ong, raggruppate nella sigla Edri (European Digital Rights), abbiano scritto una lettera alla presidenza tedesca. Per ricordare che la riservatezza delle comunicazioni - e quindi la crittografia - sono alla base di qualsiasi sviluppo digitale.
E se proprio la Ue non è interessata alla difesa della privacy personale, se proprio la Ue vuole rinnegare se stessa e infischiarsene del diritto a comunicare in via riservata, il rassemblement di associazioni ricorda all'Europa che introdurre un varco nella crittografia - anche un piccolo varco - nel giro di poco diventa una voragine, ed è rischiosissimo per tutti. Per gli Stati, per le loro economie, per le transazioni economiche. Per il business, insomma.
E ricorda anche che a prevenire l'attentato di Vienna e quelli che l'hanno preceduto, sarebbe bastato coordinare le polizie europee, che mai come in questi ultimi casi avevano tutte le informazioni per intervenire. Raccolte con gli strumenti che hanno già a disposizione. Non spiando i messaggi di chiunque. Che invece è esattamente quello che le polizie vorrebbero fare. E qui va citato l'ennesima scoperta di un sito tedesco, NetzPolitik.org, che un po' di mesi fa ha pubblicato una lettera del coordinatore del Ctc, l'antiterrorismo europeo che, senza giri di parole, chiedeva ai legislatori la possibilità di "introdurre una porta d'ingresso" in modo che le forze dell'ordine possano accedere ai dati crittografati. Le indagini, invece, - e si ritorna alla lettera firmata dall'Edri alla presidenza tedesca - andrebbero fatte solo "con l'autorizzazione dei tribunali, e sempre rispettando i principi di legalità, trasparenza, necessità e proporzionalità". Definizione però incompatibili con la voglia di rompere la crittografia. Definizione a questo punto incompatibili con la loro voglia di controllo.
corrieredellacalabria.it, 18 novembre 2020
Ottimo riscontro della società civile all'appello del Garante comunale: consegnati oltre 2.000 dispostivi di protezione individuale e gel igienizzante. Anche questa volta la generosità dei crotonesi non si é fatta attendere! Risposta positiva, al di là delle aspettative, da parte della società civile all'appello del Garante comunale avv. Federico Ferraro sulla necessità di invio ai detenuti di Crotone di strumenti di protezione individuale anticovid-19.
In seguito alla comunicazione pubblica lanciata da Federico Ferraro nei giorni scorsi, si sono susseguite ben tre donazioni da parte di privati cittadini e associazioni; le consegne sono state effettuate alla presenza oltre del Garante comunale anche della Direttrice del Carcere d.ssa Caterina Arrotta, della Comandante della Polizia Penitenziaria Manon Giannelli e del Vice Comandante Francesco Tisci.
Con oggi si sono concluse in ordine temporale tre consegne di materiali : lunedì 9 novembre, sono state consegnate le prime 150 mascherine per detenuti, tramite una donazione effettuata del Sig. Aurelio Capogreco; lunedì 16 novembre sono state portate altre 1.500 mascherine anti contagio, questa volta ad opera dalla Caiservice Group nelle persone dei dott. Cesare e Mario Spanò; ed infine oggi 17 novembre, il Lions Club Crotone Host ha effettuato la consegna di altre 250 mascherine, 200 paia di guanti, 4 spray igienizzanti per superfici e ben 25 litri di igienizzante per le mani, tramite il Presidente del Club dott. Franco Palermo e la avv.ssa Segretaria Tiziana Paletta.
Tali gesti di solidarietà sono particolarmente significativi poiché consentono di dare risposte concrete e fattuali alla popolazione detenuta, andando incontro alle necessità primarie quali, prima fra tutte, la tutela della salute, diritto costituzionalmente garantito dalla nostra carta fondamentale ex art 32: "la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività".
Tale diritto non è solo dell'individuo ma attiene alla sfera collettiva, infatti nel caso di specie attraverso le dotazioni dei dispositivi di profilassi, viene assicurata la tutela di tutti colori i quali operano nella Casa circondariale di Crotone: dalla Polizia Penitenziaria ai funzionari D.a.p., dai familiari dei detenuti alle persone recluse.
Il totale delle dotazioni ammonta a ben 2.100 dispositivi di protezione tra mascherine e guanti, oltre il liquido igienizzante per mani e superfici. Il Garante comunale Federico nell'esprimere grande soddisfazione per la missione compiuta si congratula con i donatori che hanno risposto con grande generosità all'appello.
di Fabiana Magrì
La Stampa, 18 novembre 2020
La città nel deserto dove Israele prepara la guerriglia urbana. Tra i soldati della base vicino a Gaza, qui è stata girata la serie "Fauda". Il campo di addestramento è un insediamento arabo costruito dal nulla. Nessuna troupe cinematografica prima di Fauda aveva mai messo piede alla Mala, il più grande centro di addestramento alla guerriglia urbana dell'esercito israeliano. E anche se adesso - dopo il successo planetario della terza stagione di una delle serie "made in Israel" più viste di sempre - piovono le richieste da parte delle produzioni cinematografiche, a Tsahal non sembrano essere interessati più di tanto. Forse perché, alla Mala, già da quindici anni si vive come in un film, per prepararsi alla realtà più dura.
Per arrivare alle porte della Mala, si entra nella base militare di Tzèelim, il centro nazionale di addestramento, il più grande in Israele per le forze di terra, dove l'esercito affina le competenze dei soldati in artiglieria, tattica e strategia, logistica e assistenza sanitaria.
L'area, 20 chilometri quadrati di attività militari ben celate a sguardi indiscreti, confina a Ovest con il territorio della città di Bèer Sheva, che si trova ad appena 45 minuti di auto. Alla stessa distanza, ma verso Est, c'è il valico commerciale di Kerem Shalom, sui confini tra Israele, Striscia di Gaza ed Egitto.
Superati uffici, dormitori e negozi, la strada sbocca nel deserto del Negev, su una distesa di terreni a perdita d'occhio, adatti ai più diversi tipi di addestramento. Dietro un cumulo di sabbia, compare una squadra di giovani soldatesse, alcune a riposo, sedute per terra, il casco tra le braccia. Altre stanno prendendo lezioni di guida a bordo di un mezzo ibrido tra un fuoristrada e un carro armato leggero. Sono loro che guidano, in caso di un'operazione di terra, la prima linea all'interno del territorio nemico.
Dopo qualche chilometro di apparente tranquillità, spuntano i minareti. I primi edifici, alla periferia del villaggio fantasma, sono case basse. Sulle pareti, graffiti e murales di bandiere e ritratti di leader palestinesi, slogan come "Free Gaza", scritte in arabo. Lasciamo l'auto a bordo strada, accanto all'ingresso di un cimitero senza tombe. I soldati non sono abituati a vedere una civile aggirarsi per la Mala, anche se ad accompagnarla è il loro comandante operativo, Itai Zigdon. Eppure non fanno una piega mentre, strisciando silenziosi lungo i muri ai bordi della strada, a fucili spiegati, vengono nella nostra direzione scambiandosi sguardi e cenni convenzionali con le mani. In mezzo a loro, un team di istruttori impartisce ordini ad alta voce: "Continuate ad avanzare!". La prima squadra scavalca il muro del cimitero e sparisce al di là, tra le indicazioni dell'addestratore.
La città si fa più fitta addentrandosi in 6 km e mezzo di vicoli che si dipanano tra oltre 500 edifici. Ogni tanto la carcassa di un'auto o di un furgone - vetri sfondati, gomme a terra, sedili divelti - ostruisce il passaggio. L'area più densamente costruita si affaccia su una grande rotonda. È la piazza dove, nell'ottavo episodio di Fauda, Doron, Avichai, Sagi e Eli tengono d'occhio il padre di Bashar all'uscita dal negozio di telefoni cellulari. L'insegna è ancora lì, appesa sulla porta. Tutto il resto - pneumatici, banchi del mercato, ombrelloni e altri ingombri urbani - sono apparsi e poi scomparsi nel giro di tre giorni, i più torridi dell'estate 2018, assieme alle cento comparse, alla troupe e alla produzione.
"Tutto può succedere qui alla Mala. Uno dei vantaggi di questo posto è che può essere personalizzato fin nei minimi dettagli, così che possiamo addestrare ogni tipo di forza militare. Anche i riservisti. E a volte anche eserciti stranieri, ma non posso dire di dove. L'addestramento coinvolge tutto quello che puoi vedere e immaginare. Puoi paracadutare soldati, guidare droni, fare arrivare aerei". Dalla cima del minareto di una delle moschee, il tenente colonnello Zigdon osserva l'addestramento che ha luogo ai suoi piedi e all'ottavo piano dell'edificio di fronte. Da comandante di battaglione, Tzèelim l'ha conosciuta bene.
Tanto da restarvi come istruttore e, dopo due anni, ricoprire l'incarico di responsabile della divisione operativa. Ogni tanto le sue parole sono coperte da spari ed esplosioni. Alla Mala vengono ricreate le situazioni più complesse, ambientate fuori e dentro banche, scuole, ospedali e perfino edifici dell'Unrwa. "Ci sono telecamere ovunque per riprendere gli addestramenti e poi riesaminare i comportamenti delle truppe. Gli altoparlanti diffondono rumori di spari, traffico, persone che gridano, il richiamo del muezzin.
Li impostiamo da una app per creare l'atmosfera. Abbiamo squadre che fanno la parte del nemico. Ogni angolo, ogni fessura, può nascondere una minaccia. Nella zona più densa di edifici, dove i passaggi sono stretti e bui, non si vede niente. Le esercitazioni, di giorno e di notte, possono durare settimane. Anche dormire qui fa parte dell'addestramento. Quando entri alla Mala, non sai mai cosa ti aspetta. Non sarà una vera zona di guerriglia, ma è quanto di più simile possa esserci". E quando la topografia non corrisponde ai requisiti, arrivano i bulldozer a spostare la sabbia del deserto fino a ricreare ciò di cui hanno bisogno gli addestratori.
L'Urban Warfare Training Center è operativo dal 2005, da quando l'esercito israeliano comprese che il campo di battaglia sarebbe passato dal territorio aperto agli spazi urbani, a presenza mista di civili e terroristi. Proprio questa è una delle maggiori sfide: distinguere i buoni dai cattivi, condurre operazioni di precisione, ingaggiare soltanto il nemico. Zigdon ha divorato la terza stagione di Fauda in appena due giorni. "Dopo aver visto la serie, mia madre è molto più preoccupata per me. Ora - scherza - pensa di sapere che lavoro faccio. Ma anche se ormai tutti conoscono l'esistenza della Mala, chiunque arrivi qui per la prima volta resta senza parole".
di Errico Novi
Il Dubbio, 17 novembre 2020
Orlando dice che il garantismo si misura sull'esecuzione penale. È stato lui a ridisegnarla nel 2017: è il momento di recuperare quel progetto. Andrea Orlando ha risposto a Calenda con argomenti non banali. La prescrizione, ha detto, non l'abbiamo riformata noi, ci ha pensato la Lega. È stata lei ad accettare che Bonafede bloccasse il decorso dei termini dopo la condanna di primo grado.
di Giuseppe Gargani*
Il Dubbio, 17 novembre 2020
In un recente articolo l'ex magistrato Gian Carlo Caselli senza ipocrisie fa un osanna al "giustizialismo" e quindi scava un solco ancora più profondo con il "garantismo". In vero non ho mai accettato questa distinzione perché ritenevo e ritengo che come cittadini schierati per lo Stato di diritto dovessimo tutti essere ubbidienti alla Costituzione Repubblicana che, dopo anni e anni di battaglie per la libertà e per la democrazia, recepisce quel valore.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 novembre 2020
Grande mobilitazione all'azione non violenta promossa da Rita Bernardini. I numeri dei contagi crescono, l'inevitabile chiusura delle attività nelle "zone rosse" carcerarie dove ci sono importanti focolai, riportano nella disperazione i detenuti e i familiari stessi angosciati per i propri cari. Soprattutto per quelli che hanno già gravi patologie pregresse. Il rischio che possa ripetersi una rivolta come è accaduto a marzo diventa nuovamente concreto.
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