di Giuseppe Pignatone
La Stampa, 15 febbraio 2021
Il suo scetticismo merita una rivisitazione: oggi oltre ai collaboratori di giustizia abbiamo le intercettazioni. "Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo." Sono parole di Leonardo Sciascia che riflettono una concezione pressoché sacrale della giustizia e del compito di chi l'amministra. Penso al "piccolo giudice" che in Porte aperte, un romanzo tratto da una storia vera, si gioca con piena consapevolezza la carriera rifiutando di condannare alla pena di morte l'autore di tre efferati omicidi, nonostante le pressioni del regime fascista e anche dei suoi superiori.
Dall'altro lato, proprio per questa concezione quasi sacrale, Sciascia è spietato verso quanti - magistrati in primo luogo - tradiscono quell'ideale o, peggio ancora, fanno della giustizia uno strumento del Potere, magari ammantando questo tradimento con il richiamo ad alti ideali o a ciò che sembra politicamente o socialmente utile.
La necessità di andare oltre le apparenze, anche le più convincenti, è ricorrente in Sciascia ed è un tema cruciale ancora oggi per ogni intellettuale e - forse a maggior ragione - per il magistrato che si deve sforzare di accertare prima, e valutare poi, ogni elemento e ogni circostanza legati a un fatto reato, rinunciando ai propri pre-giudizi e alle proprie convinzioni personali e ideologiche e resistendo altresì alle pressioni esterne.
Sciascia rimane ancora oggi colui che prima e meglio di ogni altro ha fatto conoscere con i suoi scritti (a cominciare da II giorno della civetta, del 1961), che cosa era la mafia, quale era la sua incidenza nella vita concreta e quotidiana della Sicilia, quali erano i suoi rapporti con le altre componenti della società isolana. Però non dobbiamo commettere, io credo, l'errore che per primo Sciascia condannerebbe: quello di considerare ogni singolo articolo, ogni singola frase da lui scritta come verità immutabili.
In questo periodo, nella ricorrenza del centenario della nascita (8 gennaio 1921), sono stati pubblicati alcuni suoi scritti che contengono severe critiche ai primi maxiprocessi celebrati contro le cosche e all'uso processuale dei cosiddetti "pentiti", certamente ispirate dalla vicenda di Enzo Tortora, arrestato il 17 giugno 1983, nonché dall'esito del maxi-processo alla camorra. Ugualmente critica era stata, almeno inizialmente, la sua posizione sul maxiprocesso di Palermo. Lo stesso Sciascia, però, in un articolo pubblicato il 27 dicembre 1987, subito dopo la sentenza di primo grado, aveva commentato positivamente la decisione in cui, scriveva, "si intravede anzi quell'osservanza del diritto, della legge, della Costituzione che i fanatici vorrebbero far cadere in desuetudine". Un cambiamento di posizione notevole, su cui pesava non poco, come egli spiegava, l'assoluzione di Luciano Liggio, "decisione rassicurante per chi è ancora affezionato al diritto e (che) quasi assurge a segno del tabula rasa che i giudici hanno saputo fare dei pregiudizi esterni, piuttosto clamorosi e pressanti".
Lo scrittore, tuttavia, aggiungeva di non recedere "dall'opinione che i maxiprocessi mettono in pericolo l'amministrare giustizia", ribadendo poi di non aver mai creduto e di non credere "che la mafia fosse un fatto fortemente unitario e piramidale". Posizioni tutte ribadite da Sciascia nei due anni successivi, fino alla morte avvenuta il 20 novembre 1989, ma che meritano di essere rimeditate alla luce dell'esperienza maturata nell'arco di questi tre decenni. E alla luce, altresì, delle modifiche normative, anche molto significative ma sempre nel rispetto dei principi costituzionali, imposte dalle manifestazioni di eccezionale pericolosità della mafia e dalla accresciuta consapevolezza di tale pericolosità da parte della società civile.
Dopo quello di Palermo, che allora fu una soluzione obbligata per riuscire a dimostrare l'esistenza stessa, la struttura e le regole di Cosa nostra, ci sono stati altri maxiprocessi in varie parti d'Italia, certo non paragonabili per numero di imputati e complessità delle questioni da decidere, e peraltro sempre meno frequenti anche per l'impostazione del nuovo codice di procedura. Anche in questi casi, evidentemente ritenuti inevitabili in relazione alla situazione concreta, l'esperienza ha dimostrato che, con le necessarie risorse organizzative e con un adeguato impegno dei giudici e delle parti, è possibile rendere sentenze che tengano conto di tutte le risultanze processuali e, in primo luogo, della diversità delle posizioni degli imputati.
Anche riguardo al ruolo processuale dei collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti, la situazione è ben diversa da quella degli anni '80. Non solo per le modifiche normative che sono intervenute, ma soprattutto perché ormai le conoscenze sulle mafie sono cresciute talmente che le dichiarazioni dei collaboratori, pur sempre utilissime, possono essere vagliate molto meglio nella loro attendibilità anche alla luce di altre fonti di prova completamente autonome, a cominciare dalle intercettazioni. Anzi, oggi molti processi di mafia prescindono completamente dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Infine, oggi nessuno, neanche coloro che trent'anni fa condividevano la posizione di Sciascia, pone più in dubbio, dopo centinaia di processi, il carattere unitario - quanto meno in questo periodo storico - della mafia siciliana.
Rimane invece sempre valido, al di là dell'evoluzione del fenomeno criminale e dei progressi delle tecniche investigative, il nucleo essenziale del pensiero di Sciascia sulla mafia e sui temi della giustizia: "La repressione violenta e indiscriminata, l'abolizione dei diritti dei singoli non sono gli strumenti migliori per combattere certi tipi di delitti e associazioni criminali come mafia, 'ndrangheta e camorra". E ancora: "La soluzione passerà attraverso il diritto o non ci sarà; opporre alla mafia un'altra mafia non porterebbe a niente, porterebbe a un fallimento completo".
di Isaia Sales
La Repubblica, 15 febbraio 2021
Ecco perché le organizzazioni criminali rappresentano un fronte con cui si dovrà cimentare il nuovo governo. Oggi in tanti richiamano l'attenzione sul pericolo che le mafie possano diventare protagoniste della complicata fase economica che si è aperta con la pandemia. A volte anche con qualche esagerazione. Ma c'è stato un lungo periodo storico in cui non pochi studiosi, diversi esponenti politici e addirittura una parte consistente della magistratura, ritenevano che le mafie non esistessero come organizzazioni strutturate e che tutt'al più fossero solo espressione di un carattere bollente degli abitanti di alcune regioni meridionali, di una loro arcaica e personale concezione della giustizia. E quando a partire dalla seconda metà degli anni ottanta del Novecento è entrata sulla scena politico-giudiziaria l'antimafia, cioè una risposta finalmente adeguata sul piano legislativo/repressivo, essa è stata sempre guardata con sospetto e diffidenza da ampi settori della politica, della stessa magistratura e anche della pubblica opinione.
Non è stato facile (e non lo è ancora oggi) far capire che le mafie non sono forme criminali fisiologiche come ce ne sono state nel passato e ce ne saranno nel futuro. Quando si analizzano le cifre di questo originale fenomeno criminale, si resta impressionati dallo stretto rapporto con la società circostante, con la politica nazionale e locale, con gli esponenti del mondo imprenditoriale e delle professioni, con le forze dell'ordine e spesso con uomini di chiesa.
I mafiosi sono i primi criminali nella storia che hanno trasformato la loro violenza in potere stabile e duraturo attraverso le relazioni intrecciate con coloro che avrebbero dovuto isolarli, contrastarli e reprimerli. La loro storia non può essere affatto separata dalla storia delle classi dirigenti del nostro Paese. Semplici organizzazioni criminali, infatti, non sarebbero riuscite a durare tanto a lungo né tantomeno a raggiungere un tale potere se non nel quadro di reciproche relazioni con il mondo politico-istituzionale che ad esse si sarebbe dovuto contrapporre. Sono i dati a consolidare questo convincimento.
Migliaia e migliaia di morti ammazzati dal 1861 in poi, di cui almeno 10.000 negli ultimi 30 anni del Novecento. Almeno 1.000 civili caduti, tra cui 84 donne e 71 bambini. Centinaia e centinaia di imprenditori, commercianti, sindaci, amministratori locali uccisi. Settanta tra sindacalisti e capilega ammazzati tra il 1905 e il 1966. Quindici magistrati uccisi (più dei 10 caduti per mano dei terroristi rossi e neri), e centinaia di vittime tra le forze dell'ordine, tra cui diversi in attentati mirati. Nove giornalisti ammazzati, tanti ancora oggi minacciati e intimiditi.
Secondo i calcoli di Enrico Deaglio, a Palermo e provincia solo tra il 1981 e il 1983 ci sono stati più di 1.000 morti. A Napoli, Caserta e Salerno si sono verificati 1.598 omicidi solo tra il 1975 e il 1985. A Catania 1.000 e a Reggio Calabria 2.000 nel periodo 1980/1993. E la mattanza è continuata tra la fine del Novecento ad oggi con altri 3.000 delitti commessi nonostante l'enorme calo registratosi in Sicilia. E non sono mancati delitti di mafia al Centro-Nord (il primo eccellente è quello del magistrato Bruno Caccia a Torino ne11983) con Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia- Romagna che hanno assunto un ruolo centrale negli equilibri mafiosi, in particolare di quelli 'ndranghetisti. La nazionalizzazione delle mafie, cioè il loro vasto radicamento nel Centro-Nord, è sicuramente il fenomeno politico-criminale più significativo dell'ultimo trentennio.
Dal 2004 al 2020 sono stati arrestati 76.600 affiliati alle diverse organizzazioni mafiose, di cui almeno 10.000 condannati a lunghi anni di carcere; 759 sono oggi reclusi al 41 bis, il carcere speciale per i mafiosi. È stata adottata una legislazione speciale che non ha analogie in nessun'altra nazione in tempi di pace. Ben 209.108 sono i beni interessati a misure di sequestro e confisca per un valore di 21,7 miliardi di euro, di cui 97.378 immobili e ben 15.059 aziende.
Ci sono stati, infine, ben 352 decreti di scioglimento di comuni (tra cui una città capoluogo, una Provincia e diverse aziende che gestiscono la sanità pubblica) in cui il nemico ha fortemente condizionato la gestione della vita amministrativa di intere comunità. Sono solo alcune cifre di una tragedia nazionale che non è finita affatto e che continua con almeno 10.000 soldati di questo esercito criminale ancora in azione, che continua a detenere una forza economica impressionante.
Il ministero dell'Interno, in un recente studio, ha stimato le attuali entrate economiche della camorra in 3.750 milioni di euro, quelle della 'ndrangheta in 3.491, mentre Cosa Nostra si attesta a 1.874 milioni di euro e la criminalità pugliese a 1.124. Ciò che colpisce delle mafie è, appunto, la loro lunga durata storica, una presenza che si protrae inarrestabile da due secoli, dai Borbone allo Stato unitario, sopravvivendo al fascismo e ripresentandosi in grande stile nel secondo dopoguerra fino a segnare alcuni dei tratti fondamentali della nostra storia contemporanea.
Le mafie sono una forma di arcaicità che ha avuto successo, un residuo feudale che si è trovato a proprio agio nella contemporaneità. Un caso di assoluta originalità e di apparente inspiegabilità: potremmo definirla la più impressionante dinamica della permanenza (per usare le parole di Lucio Caracciolo) nella storia e nella società italiane.
Come mai hanno resistito tanto a lungo? Come mai non sono state eliminate nonostante la fortissima repressione a cui sono state sottoposte negli ultimi tre decenni e mezzo dopo aver goduto di più di un secolo di una incredibile impunità? Tutte le forme criminali che hanno contrapposto il loro potere armato allo Stato moderno sono state sconfitte. L'Italia post unitaria sradicò il brigantaggio in meno di un decennio (causando più morti di tutte le guerre di indipendenza messe insieme).
Nel secondo dopoguerra ha debellato il terrorismo etnico in Alto Adige, il separatismo siciliano, il terrorismo politico delle Brigate Rosse e dei neofascisti, il banditismo in Sardegna, i sequestri di persona. Le mafie no. È imparagonabile, ad esempio, ciò che l'Italia ha fatto contro il terrorismo politico tra gli anni 70-80 del Novecento (che aveva causato un numero di vittime inferiore a 100, escludendo le stragi) rispetto a ciò che ha fatto contro le mafie. Anzi la lotta al terrorismo politico fece passare sotto silenzio in quegli anni il problema delle mafie al Sud. I migliori investigatori furono usati contro le Brigate Rosse.
E fu proprio in quel periodo che la mafia siciliana, indisturbata, aprì delle proprie raffinerie di droga nell'isola e assunse un ruolo centrale nel narcotraffico internazionale e, contemporaneamente, i clan camorristici e le 'ndrine calabresi divennero protagonisti sulla scena criminale. Ma perché lo Stato è apparso efficiente contro il terrorismo (e contro le precedenti forme criminali) e non contro le mafie? La risposta è molto semplice.
I terroristi erano esterni allo Stato, volevano abbatterlo. I mafiosi no, non sono in guerra contro di esso, o in ogni caso non sentono lo Stato avversario, ma solo singoli uomini che lo rappresentano. Inoltre, il terrorismo in genere non è una componente dell'economia mentre le mafie sì. L'economia criminale è contro le leggi dello Stato ma non contro quelle di mercato.
Il ricorso ai mafiosi negli affari comincia a presentarsi come una risposta strutturale alle esigenze di una parte dell'economia di mercato. Tutto ciò ci porta a dire che vanno espulse dal lessico pubblico sulle mafie tre valutazioni sbagliate: che c'è stata una vera guerra tra Stato italiano e mafie; che le mafie rappresentano un antistato; che esse sono espressione di una arretratezza economica. La lotta alle mafie è un campo dove il linguaggio militare non ha nessuna efficacia per spiegarne gli interessi in gioco, seguirne gli andamenti e individuare i contendenti.
Questa lotta ha sicuramente i tratti di una guerra civile perché i soldati sono italiani, e di una guerra totale perché miete vittime da più di un secolo e mezzo e ultimamente in tutto il territorio nazionale. Ma le analogie con la guerra si fermano qui. D'altra parte l'impegno repressivo dello Stato è cominciato seriamente solo qualche decennio fa e in diversi territori si può tranquillamente affermare che si è a lungo protratto un duopolio nell'uso della violenza e un duopolio della tassazione (tasse allo Stato e pizzo alle mafie).
E poi, che guerra è questa se i nemici spesso sono amici? Se i nemici con i loro voti hanno contribuito a fare eleggere in ruoli istituzionali i loro amici? E se il nemico è foraggiato con i soldi che lo Stato investe nei lavori pubblici? Che guerra è questa se le attività economiche illegali (contrabbando di sigarette, prostituzione e traffico di droga) fanno parte ufficialmente del Pil nazionale, concorrono cioè alla ricchezza del Paese?
Che guerra è questa se il nemico si rafforza economicamente spostandosi tranquillamente da un territorio all'altro, si radica nel Centro-Nord e lì costruisce nuove casematte di consenso? Insomma, non è affatto una guerra quella in cui i nemici dichiarati hanno relazioni permanenti con coloro che dovrebbero combatterli!
Scriveva argutamente Giovanni Falcone: "Il dialogo Stato-Mafia, con gli alti e bassi tra i due ordinamenti, dimostra chiaramente che Cosa nostra non è un anti-Stato, ma piuttosto una organizzazione parallela", un potere riconosciuto e legittimato nel corso del tempo da chi il potere istituzionale lo esercita ufficialmente. Se è esistita una politica senza mafia, non è mai capitato che si consolidasse un potere mafioso senza un rapporto con la politica e le istituzioni.
Esistono Stati senza mafie, ma mai una mafia che non utilizzi i rapporti con lo Stato e i suoi rappresentanti. Purtroppo il rapporto perverso tra violenza e potere non è stato mai risolto definitivamente in Italia. È questo uno dei buchi neri della nostra democrazia e della nostra fragile statualità.
Il canone del potere in Italia sembra oscillare tra giustificazione della violenza, furbizia e spregiudicatezza, tra "Il Principe" di Machiavelli e "Todo modo" di Sciascia. Girolamo Li Causi, il dirigente comunista siciliano che la lotta alla mafia la fece in prima persona, diceva: "Se vuoi capire l'Italia, studia la mafia, interrogati sul suo successo".
E aveva ragione. Si possono combattere le mafie senza leggi speciali? E senza mettere in campo una reazione più ampia di quella militare-repressiva? Coniugare diritti fondamentali con l'esigenza che lo Stato faccia sul serio lo Stato è una questione aperta e non banale. Ma se la sfida si pone a questa altezza è necessario rivedere alcuni cardini della strategia contro le mafie.A partire dalla norma sullo scioglimento dei consigli comunali: c'è una discrezionalità troppo ampia nella sua applicazione, i funzionari prefettizi non sempre sono all'altezza dei compiti loro assegnati come commissari, in molte realtà gli organi dello Stato appaiono inflessibili più verso i piccoli comuni che verso i grandi. Quando poi si arriva a constatare che ben 78 comuni sono stati sciolti più di una volta, e a volte per ben tre volte (e si potrebbe arrivare addirittura alla quarta!) vuol dire che la legge non è più efficace. Le leggi in genere devono fornire senso dello Stato non paura dello Stato agli amministratori onesti, altrimenti si arriva ad una eterogenesi dei fini: si allontanano i migliori dalla politica locale.
Così come si deve radicalmente cambiare passo nell'utilizzo dei beni confiscati, dando la massima attenzione agli aspetti economici della questione: su migliaia di imprese confiscate pochissime sono state rimesse sul mercato. È impressionante la sproporzione tra il valore della ricchezza sottratta ai mafiosi e il ritorno economico per i territori interessati.
Finora non è stato dimostrato (nonostante encomiabili eccezioni) che sottraendo i soldi alle mafie si aumenta la ricchezza collettiva. La lotta antimafia non è un pallino di orde di fanatici che si sono inventati un pericolo che non c'è o che l'hanno ad arte esagerato. E in ogni caso meglio un eccesso di attenzione alle mafie che quel negazionismo su di esse che ha segnato i primi trent'anni dell'Italia repubblicana.
Caratteristica del movimento antimafia negli ultimi decenni è l'affiancamento a chi è preposto all'azione di contrasto di un originale movimento d'opinione prima inesistente. Che questo affiancamento civile abbia potuto generare forme di fanatismo, o di disconoscimento delle garanzie minime di uno Stato di diritto, è fuori dubbio. E vanno assolutamente riportate a sobrietà tutte le persone che operano nel campo, a partire dai magistrati. Ma non si può rimpiangere minimamente la situazione precedente.
Per esempio, come non si fa a cogliere il valore dirompente dell'organizzazione dei familiari delle vittime. Il dolore privato si è trasformato in dolore pubblico, rompendo un altro tabù in base al quale la morte violenta doveva essere tenuta dentro le pareti domestiche.
I familiari hanno invertito la rassegnazione e la dimensione privata delle loro tragedie, spingendo le istituzioni a intitolare strade, aule, biblioteche ai loro cari caduti, scrivendo biografie, ispirando mostre, romanzi, film, opere teatrali, canzoni. Sulla base di esperienze fatte in altri contesti (le madri e le nonne dei desaparecidos in Argentina e in Cile) il movimento antimafia si è impegnato a che nessuna vittima innocente debba essere dimenticata.
E quando il dolore privato si espone sulla scena pubblica ci possono essere eccessi e qualche protagonismo di troppo (dovuto anche alla non totale elaborazione del lutto da parte di alcuni familiari). Ma meglio il valore dirompente e a volte non equilibrato del dolore pubblico che la rassegnazione privata.
Nel Sud tutto ciò è ancora più significativo perché si è dimostrato che in queste terre ci sono state sì le mafie, ma anche chi le ha combattute. In Italia gli eroi civili del secondo dopoguerra sono quasi tutti meridionali, e la lotta antimafia rappresenta il più originale contributo della società civile meridionale ai valori condivisi della nazione.
Il Riformista, 15 febbraio 2021
Venti detenuti e 48 agenti penitenziari positivi in Campania. È quanto emerge dal bollettino diffuso dal garante regionale Samuele Ciambriello. Tra i 20 detenuti contagiati dal Covid nove si trovano nel carcere di Carinola (dove nei giorni scorsi è stato accertato un focolaio che ha provocato la morte di un agente), cinque a Secondigliano, tre a Poggioreale e uno a Salerno. Sono tutti asintomatici mentre altri due detenuti (di Carinola e Secondigliano) sono ricoverati all'ospedale Cotugno a causa dell'aggravarsi delle loro condizioni.
Nella casa di reclusione di Carinola tutti i detenuti, per due volte, sono stati sottoposti a tampone. Una parte che ha avuto contatti con i contagiati vive in isolamento precauzionale e sono monitorati costantemente. Sono saltati alcuni permessi, temporaneamente, perché i detenuti che dovevano uscire sono in isolamento sanitario.
"Occorre in tutte le carceri della Campania, compresi gli Istituti per minorenni e quello militare di santa Maria Capua Vetere, somministrare tamponi periodicamente a detenuti, personale penitenziario ed operatori sanitari" auspica Ciambriello. L'obiettivo è quello di "prevenire e successivamente debellare il virus" oltre a "rispettare i protocolli sanitari".
Il garante chiede poi "di riservare in ogni Istituto sia un reparto per i contagiati che per quelli che devono essere isolati. Anche le conseguenze sanitarie, fisiche, psicologiche di quelli risultati contagiati in quest'anno di pandemia vanno affrontate da tutti, compreso la magistratura di Sorveglianza, così come la riorganizzazione e l'aumento di agenti penitenziari e personale sociosanitario (medici, infermieri, oss, assistenti sociali, psicologi, psichiatri, educatori penitenziari)".
maistrali.it, 15 febbraio 2021
La zona arancione ha portato con sé una grande novità, sicuramente non strettamente correlata, ma significativa. Fino ad ora non se ne è parlato nei giornali eppure, il 5 gennaio scorso, è stato pubblicato un nuovo bando sul sito della Regione ai fini della creazione di due "Centri di raccolta" per minori affetti da Coronavirus. Prima dell'arrivo del Covid ci sarebbe sembrato un modo alquanto discutibile di gestione sanitaria anche se, come si evince dal testo del bando, di sanitario rimane ben poco lasciando spazio a una repressione che è facilmente accettabile se giustificata con l'emergenza in corso.
Il bando è aperto a tutte le strutture, già operative e con esperienza nell'accoglienza di minori, al fine dell'individuazione di due luoghi di raccolta per minori affetti da coronavirus (più precisamente asintomatici e con sintomatologia trascurabile). Il bando riporta che i due Centri saranno collocati rispettivamente con uno nel Nord e uno nel Sud Sardegna, ma da chi saranno riempiti?
Le due strutture sono destinate ai minori provenienti da Case famiglia e Centri di accoglienza, ma ci sarà posto anche per i maggiori di 14 anni, sotto misura penale, ospitati nelle case famiglia e per i detenuti minorenni degli istituti penitenziari per minori. Parliamo quindi di luoghi di segregazione in cui andranno a finire ragazzi di classi sociali disagiate che ora vengono ancora più represse approfittando della situazione emergenziale. Ci saranno giovani che non hanno possibilità di avere dei contatti stabili con genitori, amici o parenti e saranno totalmente sotto il controllo degli operatori delle strutture, in caso di fuga ci sarà l'ovvia collaborazione delle forze dell'ordine e dell'ATS. Proprio da questo emerge il carattere classista questi luoghi che andranno a raccogliere i ragazzi provenienti da realtà popolari e che vivono un profondo disagio.
Non è da escludere che tra questi ci saranno alcuni non residenti in Sardegna, come avviene per i minori detenuti, per i quali raramente viene applicata la territorialità della pena. Il minorile di Quartucciu presenta tre detenuti straniera, dei restanti circa la metà proviene da altre regioni italiane.
Quello che accadrà è che in questo centro entreranno non solo persone di altre regioni, ma ovviamente anche immigrati, delineandosi come un vero e proprio luogo di prigionia per tutti i giovani subalterni. Si sta preparando il terreno a ulteriori deportazioni e a un nuovo tipo d'isolamento, giustificato dal virus.
La Regione ha trovato un'ottima soluzione per gestire tutti i problemi che derivano dalla chiusura di un giovane per almeno 14 giorni, problemi che non sono nuovi in ambienti come il carcere minorile o le case famiglia. Nel 2020, a Quartucciu, son stati registrati almeno 13 atti di autolesionismo che mostrano chiaramente un malessere diffuso tra le carceri, senza escludere quelle per minori. Certo, si potrà obiettare che l'isolamento per Covid è temporaneo, ma è significativo che le istituzioni progettino dei luoghi in cui chiudere tutti i malati di una certa categoria, non è certamente un nuovo modo di gestire le problematiche sociali e pare che la classe dirigente voglia portarsi avanti con il lavoro di prevenzione del malcontento.
Chiunque riesca a leggere vagamente la situazione attuale sa che non basteranno i soldi a calmare gli animi e anzi prima o poi dovranno tirare fuori il bastone, proprio come hanno fatto a Marzo sui detenuti in rivolta, solamente che presto o tardi quel bastone si abbatterà su tutto il resto della società, giusto per ricordarci quanto il dentro e fuori dalle mura siano più che collegati. Quindi perché non iniziare a pensare un luogo in cui rinchiudere i minori? Si parla da mesi di ospedali Covid, con cui si è pensato più volte di mettere una pezza allo sfascio della sanità pubblica. Comunque serve sottolineare di nuovo che il progetto in campo non è un ospedale Covid, è un vero e proprio luogo dove recludere i giovani, evidenziando ancora di più dove finisce la sanità e inizia la repressione delle classi popolari. Se non fosse che un ospedale, perché rinchiudere solamente i ragazzi provenienti da un determinato contesto sociale? Ciò che verrà realizzato non può che essere chiamato carcere e salta all'occhio la similitudine con i manicomi per ciò che accomuna i reclusi: una malattia.
Le due strutture saranno gestite in primis dagli operatori, mentre il ruolo dell'ATS è relegato alla distribuzione del materiale di protezione individuale e a degli interventi generale dipendenti da caso a caso. Un'ulteriore dimostrazione del fatto che questi centri non hanno un fine sanitario, ma solo di facilitazione del controllo.
Bisogna sottolineare che le vittime non avranno la stessa facoltà di azione e di opposizione di un adulto, proprio per la loro giovane età e proprio perché provenienti tutte da contesti di subalternità o da precedenti situazioni di incarceramento.
Probabilmente molte delle loro vite sono accomunate dal controllo costante delle guardie e degli assistenti sociali, come prassi che accompagna la crescita, e l'impossibilità di un contatto diretto con un intorno affine e solidale, che siano la famiglia o le amicizie.
Si va inserire come ulteriore spinta, vero e proprio addestramento degli sfruttati, alla rottura di qualunque legame umano, ciò che ha preso piede tra le classi agiate grazie agli smartphone e la didattica a distanza. Con questa scelta cade ancora di più la maschera di Solinas e i suoi accoliti, ma anche dell'opposizione e di tutti i benpensanti che ancora non hanno proferito parola su questo schifo, giusto per sottolineare la totale connivenza di chi è al potere, al di là di ogni schieramento. Mentre ci si scandalizza ancora per la zona arancione o la spartizione delle poltrone in regione, tutti si uniscono nell'accettare un nuovo genere di galera, anzi vale come minaccia per chiunque voglia alzare la testa.
Da mesi si discute del come gestire il sovraffollamento delle carceri, in relazione al virus, e questa scelta è l'ennesima provocazione di una politica che è democratica solo quando gli sfruttati stanno zitti o chiusi a chiave, una politica che non si mette problemi a torturare chi prova a ribellarsi.
Bisognerà presto lasciare da parte la paura, le cifre dei contagi e gli schiamazzi dei politici per prendere esempio da tutti i rivoltosi che a marzo hanno dimostrato che lottare è possibile, senza farci abbindolare dalle spiegazioni degli esperti, dalle raccolte firme o da chi crede che l'unico problema sia la morte da Coronavirus. Qui il bando della regione Sardegna: http://www.regione.sardegna.it/j/v/2644?s=1&v=9&c=389&c1=1249&id=91371
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 15 febbraio 2021
La storia della bimba uccisa in una casa in cui c'erano soltanto la mamma e il suo uomo, ognuno dei quali accusava l'altro. "Cercavi giustizia ma trovasti la legge" cantava De Gregori nella sua "Il bandito e il campione". Forse sarebbe bastato scrivere questo, nella sentenza che ha chiuso il caso di Matilda Borin, una palese resa della Giustizia e nello stesso tempo un palese trionfo della legge e del principio in dubio pro reo davanti a un rebus irrisolvibile: chi ha ucciso quella bambina dagli occhi azzurri? Aveva 22 mesi, Matilda.
Un caldissimo giorno di luglio del 2005 fu l'ultimo di cui vide la luce, a Roasio (Vercelli). Era con sua madre, Elena Romani, a casa dell'uomo che lei (hostess separata dal marito) frequentava in quel periodo. Lui era Antonio Cangialosi, ex bodyguard. Matilda quel giorno dormiva nel lettone di casa, Elena e Antonio erano sul divano. Lei sente la piccola che piange, corre, la trova che ha vomitato, la pulisce, la coccola, poi va a sciacquare e stendere quel che ha sporcato e lascia lui con la bimba, così giura fin dal primo giorno. Quando rientra, pochi minuti dopo, Matilda sta morendo. Ha lesioni alle costole, la milza spappolata e un rene distaccato da un colpo violento alla schiena, forse un calcio.
Ora. In quella casa c'erano soltanto Elena e Antonio, quindi o è stato lui o è stata lei. Ma per tutti questi anni i due si sono accusati a vicenda. Lei dice che la piccolina stava bene quando l'ha lasciata con lui, lui dice che non le ha mai fatto nulla, che quand'è arrivato in camera da letto l'ha solo presa in braccio. Dopo quel pomeriggio Matilda ha dato il nome a due fascicoli giudiziari; il primo accusava lei, processata e assolta fino in Cassazione; il secondo lui: stessa sorte (la parola fine è di pochi giorni fa).
In appello, mentre chiedeva di assolvere Cangialosi, il procuratore generale disse che "non essere arrivati un giudizio di colpevolezza è una sconfitta per tutti noi che ci siamo occupati del caso ed è una sconfitta del sistema giudiziario, ma condannare un innocente sarebbe ancora peggio". Nella motivazione di quella sentenza c'è scritto che "uno dei due è certamente colpevole", "uno o l'altro ha mentito".
Ha trionfato la legge, appunto: sulla bilancia della giustizia il ragionevole dubbio ha pesato più della condanna. Ma c'è un verdetto non scritto, in tutta questa storia. Dice che loro due, pur assolti, sono condannati al sospetto del mondo per tutta la vita. E dice che Matilda - oggi avrebbe 17 anni - non avrà mai giustizia.
di Emanuele Orsini*
Il Messaggero, 15 febbraio 2021
Un fisco nuovo, meno pesante su imprese e cittadini e più efficiente nel metodo e nei rapporti con l'amministrazione, è un obiettivo che troppo spesso è stato solo un miraggio nel nostro Paese. Questa volta però con il governo Draghi (a cui tutti noi come cittadini ed imprenditori guardiamo con fiducia) deve essere raggiunto. Confindustria continuerà ad impegnarsi con determinazione per cambiare il fisco, per sostenere il lavoro e la ripresa dell'economia.
Sappiamo che non possiamo farcela in tre mesi ma dobbiamo evitare che una riforma, indispensabile e urgente, venga smembrata e diluita. Oggi l'imposta principale del nostro ordinamento, l'Irpef, sembra uscita dal bisturi del Dr. Frankenstein: parti estranee e incoerenti, tenute l'una all'altra solo dal filo ideale di tassare il reddito personale. Su questa creatura deforme servono interventi chirurgici di miglioramento. Innanzitutto sul perimetro. La base imponibile è stata svuotata negli anni da un profluvio di imposte sostitutive. Va quindi aperta una riflessione su quali mantenere e su come coordinarle con il regime ordinario.
I regimi sostitutivi, piccoli o grandi, sono almeno 12 e per l'Irpef trasformano l'eccezione in regola di sistema. Va fatta quindi una attenta riflessione sull'utilità di ogni singola misura, con l'obiettivo di razionalizzare e semplificare, avendo bene in mente i principi cardine dell'equità e della capacità contributiva.
Dipendenti e pensionati insieme fanno l'87% dei contribuenti Irpef e versano circa l'81% dell'imposta totale. Ricadere nella progressività dell'Irpef vuol dire essere soggetti a molteplici distorsioni, dal nostro punto di vista particolarmente gravi, che vanno corrette. I punti di debolezza più gravi sono la tassazione effettiva e l'opacità del sistema.
Con i meccanismi attuali un lavoratore dipendente che cerca di guadagnare un euro in più rischia di intascare al netto delle tasse pochi centesimi o al limite anche di peggiorare la situazione economica complessiva della propria famiglia, perdendo bonus e detrazioni. Ecco, questo non è esattamente quello che definiremmo un sistema che incentiva al lavoro e alla produttività.
Alla luce di questi andamenti, dovrebbero risultare chiare le ragioni dell'enfasi posta, negli anni, da Confindustria nella creazione di meccanismi di favore fiscale anche per i lavoratori dipendenti, come la detassazione dei premi di risultato o la normativa fiscale del cosiddetto welfare aziendale. Qualsiasi intervento di riforma dell'Irpef non può prescindere dalla salvaguardia e dal potenziamento di queste misure. In generale va disboscata anche la giungla di agevolazioni in cui i contribuenti faticano a districarsi per lasciare solo un ristretto numero di incentivi strutturali. Aggiungo che le agevolazioni hanno un senso se vivono abbastanza da consentire la loro implementazione e fruizione, senza abusi, e se hanno un'intensità tale da smuovere i comportamenti desiderati. Il superbonus al 110% è un esempio di questo giusto approccio. Si tratta di una misura potente e utile, ma che andrebbe estesa e rafforzata anche consentendone l'accesso alle imprese semplificando l'iter applicativo e la normativa sottostante.
Finora ho solo delineato alcuni fronti di intervento, ma una riforma che si rispetti deve intervenire a 360 gradi. L'abrogazione definitiva dell'Irap, ad esempio, renderebbe il sistema di tassazione delle imprese più semplice e attrattivo per nuovi investimenti.
Possono essere apportate numerose modifiche anche alla tassazione del reddito d'impresa, tenendo conto delle evoluzioni storiche che stiamo vivendo. C'è poi il capitolo patrimoniale. Parlarne non deve essere un tabù, dato che nell'ordinamento ne abbiamo già 17 in vigore.
Il punto non è quindi introdurre la patrimoniale ma ripensare quelle che ci sono già. Da ultimo ma non in ordine di importanza la ridefinizione del rapporto fisco-contribuente in un'ottica di fiducia reciproca e di chiarezza. Riformare il fisco è un passaggio decisivo per la ripartenza, tuttavia le risorse stanziate in bilancio a tal fine non sono sufficienti. Confidiamo che nella definizione del programma di Governo questi temi siano tra le priorità.
*Vicepresidente di Confindustria per il credito, la finanza e il fisco
di Davide Varì
Il Dubbio, 15 febbraio 2021
Gli auguri di buon lavoro del Cnf e delle istituzioni forensi. Caiazza, Ucpi: "Finisce un'epoca giustizialista". A poche ore dalla nomina di Marta Cartabia alla guida di Via Arenula arriva unanime il plauso dell'avvocatura, fiduciosa di stabilire al più presto un proficuo dialogo con la nuova ministra della Giustizia che ieri ha prestato giuramento con il Governo Draghi. "Il Consiglio nazionale forense rivolge alla ministra della Giustizia, professoressa Marta Cartabia, gli auguri più cordiali di buon lavoro.
chietitoday.it, 15 febbraio 2021
Si aggiungono alle decine di detenuti contagiati nei giorni scorsi. Voci di dentro: "Occorre subito avviare le procedure per la vaccinazione". Allarme contagi anche tra gli agenti penitenziari nel carcere di Chieti. Ad oggi sono una decina gli agenti di polizia della casa circondariale di Madonna del Freddo risultati positivi al Coronavirus, alcuni di loro sono anche persone avanti con l'età.
"Se si vuole evitare una bomba epidemiologica, anche in considerazione che si tratta di persone che hanno famiglia, occorre subito avviare le procedure per la vaccinazione di tutto il personale, oltre che dei detenuti" lo afferma Francesco Lo Piccolo, direttore di Voci di dentro, precisando che "in questi giorni la polizia, peraltro sotto organico, e tutto il personale, direzione e area sanitaria compresa, sta facendo enormi sacrifici dimostrando dedizione al lavoro e grande senso di responsabilità nel svolgere un difficile compito in un istituto come quello di Madonna del Freddo che da sempre ha gravi problemi strutturali. Problemi mai affrontati seriamente e che rendono problematica la stessa assistenza sanitaria che deve essere garantita ai detenuti al pari delle persone libere".
Gli agenti positivi si aggiungono alle decine di detenuti contagiati nei giorni scorsi: su una popolazione di 58 detenuti, sono 48 i positivi (e non 55 come detto in precedenza) e 10 quelli negativi. Da qui la decisione di isolare e trasferire nella sezione femminile i dieci detenuti non contagiati, spostando le donne nel carcere di Rebibbia.
"Quello che avviene a Chieti - ribadisce Lo Piccolo - e quello che sta avvenendo anche in altre carceri italiane conferma che la politica non ha saputo fare prevenzione. In carcere e neppure fuori. E che ancora continua una politica penale e giudiziaria assolutamente sbagliata ignorando le proprie responsabilità e facendo pagare tutto ciò alla polizia penitenziaria oltre che ai detenuti".
teleregionemolise.it, 15 febbraio 2021
Potrebbe essere eseguita martedì l'autopsia sulla salma del 57enne detenuto di nazionalità albanese, residente a Campomarino, deceduto giovedì scorso, tre ore e mezza dopo essere stato dimesso dal reparto di Malattie infettive dell'ospedale Cardarelli. L'esame autoptico è stato disposto dalla Procura di Larino, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, dopo il decesso avvenuto alle 15.30 in carcere.
Al momento non c'è alcuna delega d'indagine. Il Pm intende sentire prima il medico indagato. Attualmente, il cadavere del 57enne è custodito nella cella frigorifera dell'obitorio dell'ospedale San Timoteo di Termoli, a disposizione della Magistratura frentana, mentre non è stato ancora deciso dove far effettuare l'autopsia, potrebbe essere anche trasferita fuori regione.
di Federico Formica
La Repubblica, 15 febbraio 2021
Il testo, ancora provvisorio, revisiona le tabelle tagliando gli indennizzi per disabilità meno gravi,
che sono le più frequenti. L'allarme di Assoutenti e Cncu. Il 2021 rischia di cominciare con il piede sbagliato per i cittadini che hanno la sfortuna di incappare in un incidente automobilistico, da guidatori o da pedoni. C'è un decreto, ancora in forma di proposta, che se approvato porterebbe a un taglio dei risarcimenti per chi ha subito danni in eventi di questo tipo. Tutto in nome del risparmio per le imprese assicuratrici che, questa è la ratio del decreto, si ripercuoterebbe in premi più bassi per tutti gli automobilisti.
Lo schema di decreto del presidente della Repubblica "Regolamento recante la tabella delle menomazioni all'integrità psicofisica comprese fra 10 e 100 punti di invalidità" prevede infatti una revisione delle tabelle dei risarcimenti che, analizza l'associazione Assoutenti, porterebbe al -10,5% del risarcimento per lesioni che determinano una invalidità al 50% e, per invalidità fino al 10%, si arriverebbe quasi al -13%. Secondo le nuove tabelle solo le invalidità tra il 90 e il 100% otterrebbero cifre maggiori rispetto a oggi: intorno al +10%. "Questo maggior esborso, però, è compensato da un risparmio che riguarda tutte le lesioni sotto a quel livello, che sono di gran lunga le più frequenti" commenta il Cncu (il Consiglio nazionale consumatori utenti, che riunisce molte associazioni di consumatori del nostro Paese).
Oltre alle tabelle, il decreto in fase di studio prevede anche la revisione di altri parametri. Ad esempio il danno morale: fino a oggi, a ogni livello di invalidità corrisponde una percentuale fissa di danno morale. Il decreto tenta invece di scardinare questo principio: questa voce diventa "personalizzabile", insomma le compagnie valuterebbero di caso in caso. La conseguenza, secondo il Cncu, sarà che le compagnie proporranno alle vittime il minimo risarcimento possibile, con un aumento dei contenziosi "rischiosi, aleatori e dolorosi per le vittime della strada". Già oggi le vittime di incidenti o le loro famiglie sono in attesa di ricevere - nel complesso - 5 miliardi di euro dalle compagnie assicurative, che al momento sono bloccati a causa della lentezza della giustizia italiana.
Tagliando i risarcimenti, l'intero sistema riuscirebbe a risparmiare tra i 500 e gli 800 milioni di euro annui. Il problema, ribatte Assoutenti, è che il nuovo decreto si basa su una convinzione superata dagli eventi: che in Italia l'alto numero di sinistri costringa le assicurazioni ad alzare i prezzi. "Dal 2010 al 2019, secondo dati Ania, la sinistrosità in Italia si è ridotta del 46%.
È evidente che la tendenza al calo degli incidenti non è determinata solo dalle contingenze ma è un fatto epocale" spiega il presidente di Assoutenti Furio Truzzi. Un calo che si spiega con il miglioramento tecnologico delle auto, con sistemi di sicurezza più evoluti, scelte lungimiranti di alcuni enti locali come le "zone 30" urbane e l'aumento delle rotonde, ma anche con scelte politiche come l'inasprimento delle sanzioni per chi guida in stato di ebbrezza e l'istituzione del cosiddetto "omicidio stradale". Meno incidenti significa anche più guadagni per le assicurazioni, che Assoutenti quantifica in circa dieci miliardi dal 2012 al 2019, con una redditività media di oltre il 9%.










