di Rossella Grasso
Il Riformista, 11 febbraio 2021
La salute prevale sulla detenzione: lo afferma la Cassazione accogliendo il ricorso presentato dall'avvocato di Omar, 47 anni, detenuto nel carcere di Avellino. Omar soffre di varie patologie: diabete mellito, ipertensione, cardiopatia, apnee notturne e necessita di un respiratore per sopravvivere. È stato arrestato ma le sue condizioni sin dall'inizio non erano buone.
Dopo i primi mesi di carcere la famiglia di Omar, sostenuta dall'avvocato Danilo Iacobacci, ha iniziato una vera e propria battaglia per riportarlo a casa, agli arresti domiciliari, in modo da poterlo assistere al meglio. "Da un mese Omar è tornato a casa e solo successivamente è arrivato il pronunciamento della Cassazione che ci dava ragione: Omar è malato e in carcere non ci doveva proprio andare", ha detto l'avvocato Iacobacci.
"Non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere nei confronti di persona affetta da malattia particolarmente grave, per effetto della quale le sue condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione e comunque tali da non consentire adeguate cure in caso di detenzione in carcere", recita infatti la sentenza.
Omar ha 47 anni, è un grande obeso, ha un'insufficienza respiratoria cronica, è iperteso, cardiopatico e diabetico e di notte soffre di apnee a causa delle quali spesso perde i sensi. La situazione è aggravata da una pesante depressione ansiosa e dalla sua dipendenza da alcol e sostanze stupefacenti. In carcere Omar sarebbe potuto morire nel sonno nell'indifferenza di tutti senza il respiratore di cui ha bisogno per vivere. Un respiratore che in carcere ha chiesto a lungo ma che non gli è mai stato dato e che comunque non avrebbe potuto salvargli la vita nelle condizioni in cui si trova attualmente, nemmeno se glielo avessero portato i familiari, come richiesto dal magistrato. Per vivere Omar aveva bisogno di stare a casa sottoposte a cure che in carcere nessuno gli avrebbe potuto garantire. Il suo papà nei mesi scorsi non ha mai chiesto che fossero fatti sconti di legge a suo figlio, solo che non morisse in carcere di carcere. Adesso Omar continuerà a scontare la sua pena a casa agli arresti domiciliari ma non dovrà pagare con la vita per i suoi reati.
di Andrea Esposito
Il Riformista, 11 febbraio 2021
Più di 150 persone in detenzione domiciliare con o senza braccialetto elettronico, più di 330 condannati ma destinatari di permessi premio, quasi cento ai quali è stato consentito di curarsi a casa. Numeri di un certo rilievo che, tuttavia, non bastano a svuotare le carceri della Campania dove, al 31 gennaio, si registrano 365 ospiti in più rispetto alla capienza regolamentare.
Segno che la guerra contro il vecchio nemico del sovraffollamento è ancora lontana dall'essere vinta e che l'approvazione di un grande piano di giustizia sociale, che parta proprio dalle prigioni, non è più rinviabile. È la fotografia restituita dai dati diffusi dal garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello sulle misure premiali ed eccezionali concesse ai reclusi sulla base del decreto Cura Italia e del decreto Ristori tra il 27 ottobre 2020 e il 31 gennaio 2021.
Le statistiche parlano di 58 persone alle quali rimanevano da scontare meno di 18 mesi di reclusione e che, in base alla norma approvata per decongestionare le carceri, hanno beneficiato della detenzione domiciliare con applicazione del braccialetto elettronico. Sono 108, invece, i condannati con fine pena detentiva non superiore a 18 mesi ai quali è stata concessa la detenzione domiciliare senza braccialetto elettronico. Qui spiccano i penitenziari di Aversa e Carinola, dai quali sono usciti complessivamente 34 e 32 detenuti, mentre sono soltanto nove i reclusi che hanno lasciato Poggioreale, il carcere più affollato d'Italia, per scontare a casa i rispettivi residui di pena.
Si può fare di più? Certamente sì, almeno secondo Ciambriello: "Basterebbe prevedere la detenzione domiciliare con braccialetto elettronico per chi ha da scontare fino a due anni di reclusione e senza braccialetto elettronico per le persone che hanno un residuo di pena non superiore a un anno, anche se condannate per reati ostativi: non possiamo permettere che norme ciniche e costituzionalmente illegittime sacrifichino il diritto alla salute dei detenuti che, mai come in questo periodo, è a rischio causa Covid".
Per il resto, il dossier stilato dal garante parla di 330 persone alle quali, anche alla luce del dilagare del virus in cella, sono stati concessi permessi premio che hanno consentito loro di trascorrere diverse settimane a casa. Sono 91, invece, i detenuti malati che hanno avuto la possibilità di curarsi a casa a prescindere dalle norme che prevedono la detenzione domiciliare per chi debba scontare meno di 18 mesi di reclusione e si trovi in condizioni di salute precarie.
Nove, infine, sono i reclusi senza fissa dimora che hanno lasciato i penitenziari. Anche quest'ultimo dato, per quanto incoraggiante, può e dev'essere migliorato se si pensa che in Campania sono 47 i posti in strutture destinate a detenuti senza casa e famiglia: "Serve più impegno da parte delle direzioni e delle aree educative dei penitenziari - osserva Ciambriello - nel segnalare i casi di reclusi senza fissa dimora". Insomma, i dati sono il risultato delle decisioni di magistrati che hanno adottato provvedimenti utili a decongestionare le carceri in tutti i casi in cui la legge lo permette alla luce della pandemia in atto in tutta Italia.
A questo si aggiunge un uso "più parsimonioso" della custodia cautelare da parte di pm e gip, in linea con quanto auspicato dal procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi. Eppure non basta. In Campania, infatti, restano 365 detenuti "di troppo", a riprova che il sovraffollamento ancora c'è e, in mancanza di interventi strutturali, difficilmente sarà cancellato.
Chi dovrà farsene carico? Il nascente governo Draghi, in cui il posto di guardasigilli finora occupato dal giustizialista pentastellato Alfonso Bonafede dovrebbe essere assegna to a una convinta garantista come l'ex presidente della Consulta Marta Cartabia. A lei (o, in ogni caso, al prossimo ministro della Giustizia) il compito di mettere nero su bianco un piano che riduca almeno del 50% la popolazione carceraria. Questione di umanità e di buon senso, prima ancora che di giustizia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 febbraio 2021
Il giudizio del Garante campano dopo la visita alla struttura. Il Garante campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello ha fatto visita al carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, dove ha avuto dei colloqui con alcuni dei detenuti ivi ristretti.
Il Garante, accompagnato dal tenente colonnello Rosario del Prete, comandante/ direttore del carcere ha visitato le celle (singole, doppie o triple) con bagni dotati di doccia, la mensa collettiva e i vari laboratori di bricolage, pittura, ceramica.
"Ho trovato una struttura a misura d'uomo, nella quale le persone "diversamente libere" vivono la privazione della libertà nel rispetto della dignità umana, sia negli spazi (singoli e comuni), che sono funzionali al trattamento, alla rieducazione e al rispetto delle norme di sicurezza.
Ho potuto visitare l'area verde, che consente ai detenuti di svolgere attività di giardinaggio, una palestra, la sala colloqui, che è un ambiente familiare e confortevole", così Samuele Ciambriello all'uscita dal carcere sammaritano. Attualmente in Istituto sono ristrette 52 persone ex appartenenti alle Forze armate che scontano pene detentive a seguito di condanne per reati propri e comuni.
Fino al 2005 esistevano diverse carceri militari, oggi è rimasto solo quello di Santa Maria Capua Vetere. Si trovavano a Gaeta, Pescheria del Garda, Forte Boccea, Cagliari, Sora, Palermo, Bari, Torino e Pizzighettone. A dispetto di tutti gli altri istituti penitenziari ordinari, quello militare risulta un carcere modello e ha un numero esiguo di ristretti.
Molto al di sotto della capienza regolamentare. Il carcere militare può essere posto ad esempio: ha un elevatissimo standard delle condizioni di detenzione, è una struttura considerata di assoluta eccellenza dal punto di vista delle condizioni sanitarie, infrastrutturali e per l'elevato livello tecnologico. Di detenuti militari ce ne sono pochi, paradossalmente la maggior parte sono poliziotti e carabinieri.
"Parliamo di un carcere - come conferma anche il garante regionale - dove non esiste un clima di distacco che solitamente avviene nei penitenziari italiani "civili". Pur nel rispetto dei ruoli, il comandante fa anche da padre, consigliere, a volte amico. Si lavora, esiste la possibilità di coltivare, partecipare a laboratori di cucina e falegnameria. La riabilitazione funziona. Più volte si è detto di sopprimerlo, ma forse, viste le gravi criticità degli istituti penitenziari, bisognerebbe estenderlo e replicarlo anche ai "civili".
di Selina Trevisan
voceisontina.eu, 11 febbraio 2021
Intervista a Paolo Zuttion, cappellano della Casa circondariale di Gorizia. "Si sente la mancanza di tutte le attività; io sento il peso di non avere accanto il prezioso aiuto dei volontari, sia dal punto di vista dell'animazione liturgica che della distribuzione di vestiario e dei materiali. Speriamo che presto si possa, un po' alla volta, ripartire".
Questa pandemia, con la quale ancora siamo alle prese, ha modificato le abitudini, le attività e le relazioni di tutti. C'è una realtà però della quale non si parla molto spesso, se non quando succedono fatti tali da portarla "sotto ai riflettori". Si tratta della realtà carceraria che, come ogni ambiente, ha anche dovuto fare i conti con l'epidemia, prendendo misure di tutela restrittive che hanno cambiato il modo di vivere la quotidianità tanto dei detenuti, quanto di coloro che vi operano all'interno.
Abbiamo incontrato don Paolo Zuttion, cappellano della Casa circondariale di Gorizia, il quale ci ha raccontato dei giorni del primo lockdown, quello più inaspettato e "duro", quando i detenuti non potevano vedere i familiari ma anche di come la loro percezione, forzata dalla reclusione e dalla mancanza di contatti con l'esterno, fosse radicalmente diversa da quella di chi la viveva "fuori".
Don Paolo, il Covid ha modificato la quotidianità di tutti. Cos'ha comportato quindi per la vita all'interno del carcere? Quali le attività che hanno dovuto essere sospese?
Subito, da marzo, con i primi giorni di lockdown, sono state sospese tutte le attività, in particolar modo quelle che implicavano il coinvolgimento di persone esterne alla struttura carceraria, ossia tutti coloro che non facessero parte del corpo di Polizia Penitenziaria, che non fossero membri dello staff sanitario o che non fossero il cappellano. Questo ovviamente per cercare di scongiurare il più possibile l'ingresso del virus all'interno del carcere.
Tutto ciò ha avuto come conseguenza la mancanza, per tutto il periodo, di attività per i detenuti (appena ora sta riprendendo qualcosa, come il laboratorio teatrale). Questo ha portato a un radicale cambiamento del modo di vivere all'interno del carcere, ma devo anche dire che i detenuti non ne hanno particolarmente risentito, nel senso che non ci sono mai stati malumori o tensioni legati a questa mancanza: hanno accettato questa "nuova" realtà, hanno capito che era indispensabile per salvaguardare la salute di tutti e che bisognava impegnare le giornate diversamente. La ripresa ora, come accennavo, c'è ma è molto lenta perché la situazione - come vediamo - non si è ancora stabilizzata.
Tirando le somme, l'interno del carcere è stato particolarmente toccato - come il resto della società d'altronde - da questa pandemia ma non ci sono state tensioni eccessive.
Non potendo entrare nessuno all'interno della struttura, immagino che anche le visite dei familiari fossero sospese...
Sì, ora sono riprese ma i detenuti, per un lungo periodo, non hanno potuto incontrare i propri famigliari, un fattore pesante a livello psicologico. Questa mancanza però è stata supplita dando una maggiore possibilità - vista appunto l'impossibilità di incontri in presenza - di poter effettuare videochiamate. A mio avviso questa soluzione, resa disponibile praticamente da subito, ha quietato parecchio gli animi e ha fatto sì che non si creassero tensioni.
Ovviamente i detenuti non hanno a disposizione un cellulare personale (nemmeno io, i volontari e gli operatori dei laboratori possiamo portarlo all'interno della struttura): le videochiamate venivano realizzate con un cellulare del carcere; ogni detenuto poteva passare anche un'ora - un arco di tempo più lungo del consueto, vista proprio la situazione - al telefono con i propri famigliari, una volta alla settimana. Il fatto di vedere i volti, parlare con loro a lungo, informarsi sulla loro salute, ha aiutato tantissimo a mantenere un ottimo livello delle condizioni all'interno della struttura goriziana, sia per quanto riguarda l'aspetto psicologico che per quanto riguarda l'aspetto della sicurezza, mantenendo gli "animi" tranquilli.
Che ambiente è quindi il carcere di Gorizia in questo momento? Ossia, dal punto di vista sanitario gli operatori e i detenuti si sentono di essere in sicurezza?
Nel penitenziario di Gorizia possiamo davvero dire ci sia stato un estremo rigore nel rispettare le normative anti Covid e i regolamenti interni. Ci sono stati dei casi, pochi e asintomatici, ma comunque delle positività prontamente isolate. Inoltre, in questo periodo segnato dalla pandemia, quando un detenuto entra nella struttura viene sottoposto ad isolamento per la quarantena e sottoposto test prima di essere portato nelle sezioni, a contatto con gli altri. Gli operatori sanitari sono stati molto bravi nella gestione della situazione, tant'è vero che, rispetto ad altri carceri anche della nostra regione, non è dilagata. Tutti (detenuti, operatori, personale medico...) sono sottoposti regolarmente, ogni 10 giorni, a tampone, proprio per garantire un monitoraggio costante ed impedire che si creino focolai, nonché per dare tranquillità a chi lì dentro si trova a passare un periodo. Pertanto possiamo dire che l'ambiente è sicuro, sia per i detenuti, che per il personale che ci lavora, sia per chi, come me, opera arrivando dall'esterno.
Cos'è cambiato, in questo periodo di pandemia, nel suo operato all'interno della struttura?
A livello ecclesiale abbiamo subito parecchio questa chiusura "all'esterno". Per esempio, tutti i volontari di Rinnovamento nello Spirito Santo che venivano ad animare le liturgie e, una volta alla settimana, a svolgere catechesi e attività all'interno del carcere, tuttora non possono far ingresso nella struttura. Potevo e posso entrare solo io, occupandomi di svolgere le Sante Messe, ma anche sostituendo i volontari nella distribuzione dei vestiti - funzione questa indirizzata in particolare a chi arriva in carcere e non ha ricambi, un servizio solitamente svolto, in tempi di normalità, dall'associazione "La zattera".
Devo poi dire che, durante il tempo del lockdown quando tutto era chiuso ed essendo le attività parrocchiali ridotte al lumicino, avevo più tempo da dedicare al carcere, pertanto parlavo di più all'interno delle sezioni, potevo soffermarmi maggiormente con i detenuti. È stato - nel male - un momento che ha favorito una mia presenza maggiore all'interno del carcere; questo ha favorito la relazione, il rapporto, che si è sentito anche a livello di celebrazioni: la domenica, per esempio, le presenze erano più numerose rispetto ai periodi precedenti, proprio perché c'era una maggiore condivisione anche durante la settimana. Per quanto riguarda il mio compito, nel periodo in cui il lockdown era più "duro", mi occupavo anche di mantenere un collegamento con le famiglie, recapitando ad esempio pacchi contenenti ricambi di abiti o qualche bene alimentare. Inoltre va ricordato che quando un detenuto fa il suo ingresso nel penitenziario, non può da subito parlare con la famiglia ma deve essere il giudice a dare il nulla osta per le telefonate e a volte passano diversi giorni o anche settimane. Nel periodo di lockdown il mio ruolo di "collegamento" con le famiglie - quindi di contattarle, di far sapere qualcosa sul detenuto, sulla sua salute...- era aumentato, accentuato.
Come hanno vissuto e stanno vivendo i detenuti questa pandemia? Che percezione ne hanno? Penso soprattutto a quelli che, al momento dell'avvio del primo lockdown, si trovavano già all'interno della struttura e non vedevano quindi che cosa stava accadendo nel mondo e poi nel nostro Paese...
Diciamo che la situazione che vivono in carcere li tiene un po' come dentro ad una "bolla", pertanto non si rendevano in quel momento pienamente conto di quale fosse la situazione all'esterno. Chiedevano anche a me informazioni, perché un conto è vedere le notizie al telegiornale, un conto è vivere la realtà, come abbiamo provato tutti noi che eravamo "fuori". Personalmente cercavo di spiegare loro che cosa stesse succedendo a tutti, che la gente non poteva muoversi, non poteva uscire e che in qualche modo, in quei giorni, quei mesi, stava provando un po' quello che loro vivono lì dentro. Mancando appunto la cognizione di come vivesse la gente "fuori", il mio ruolo era anche quello di riportare, di illustrare gli stati d'animo delle persone nel periodo di lockdown, spiegare loro che molti non potevano lavorare o avevano addirittura perso il lavoro, che i ragazzi non potevano andare a scuola... Ed è in quei momenti che ci si rende veramente conto di come, per capire appieno una situazione, non basta il "virtuale" o la televisione. Come paure, devo dire che non ne avevano sviluppate molte; sicuramente c'era più paura fuori che dentro il carcere. Anche l'aspetto della solitudine, credo sia stato più pesante per le persone chiuse in casa che nel penitenziario, perché alla fine lì un po' di socialità, l'incontro con altri detenuti, non è mai venuto a mancare. C'è sempre ed ovviamente una solitudine che definirei esistenziale, ma si è sempre in relazione con gli altri - cosa che in quel periodo la gente "fuori", soprattutto gli anziani, invece non poteva avere.
Del personale carcerario non si parla mai molto. Come ha vissuto - e sta tuttora vivendo - tutta questa complicata situazione?
Si è da subito percepito un forte senso di responsabilità, soprattutto da parte del personale sanitario nonché da parte dei dirigenti, nel tenere fuori dalle mura del carcere questo virus. Guardavano con grande apprensione le notizie che arrivavano dagli altri penitenziari, come ad esempio quello di Tolmezzo, fortemente colpito dal Covid - 19 e che purtroppo ha contato anche diverse vittime. Sicuramente c'era una certa apprensione e uno stato di ansia, si sentiva la presenza di una certa tensione.
C'è però da dire che tutto questo è avvenuto in un momento che definirei favorevole: c'è stato, poco prima dell'inizio della pandemia, un cambio generazionale con l'arrivo di nuovo personale giovane tra la Polizia Penitenziaria. Questo ha portato una "ventata nuova" all'interno del carcere: nelle relazioni con i detenuti vedo che sono molto affabili, molto attenti alle loro esigenze. Inoltre il numero dei detenuti è passato in pochissimi mesi - con la fine dei lavori di sistemazione della struttura - da 20 a 60. Oltre ad esserci stato appunto il ricambio generazionale, è anche aumentato il numero di agenti di polizia, pertanto ora c'è la possibilità di realizzare turnazioni più "umane", gli operatori fanno meno straordinari e lavorano con una maggiore tranquillità. Le loro condizioni di lavoro sono molto migliorate. Si è creato, secondo me, un clima molto positivo all'interno del carcere goriziano. Certo si sente la mancanza di tutte le attività; io sento il peso di non avere accanto il prezioso aiuto dei volontari, sia dal punto di vista dell'animazione liturgica che della distribuzione di vestiario e dei materiali. Speriamo che presto si possa, un po' alla volta, ripartire.
salernotoday.it, 11 febbraio 2021
"Siamo stati fortunati ma anche bravi nella gestione - dice Rita Romano. Ci sono stati tre detenuti contagiati. Il personale, invece, ha pagato dazio. Anche io ho fatto i miei due mesi di calvario ma sono riuscita per fortuna a scongiurare il ricorso alla terapia intensiva".
"Percorsi differenziati, isolamento a scopo prudenziale per chi è sospettato di Covid, poi lo smistamento nei singoli reparti".
Rita Romano, direttrice della casa circondariale di Fuorni, ha incontrato stamattina i giornalisti, in occasione della consegna dei pacchi alimentari riservati ai detenuti poveri. Negli ultimi giorni, il Allarme Covid nelle carceri campane: tre detenuti contagiati a Salerno garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, e il segretario provinciale dell'Udc, Mario Polichetti, hanno chiesto screening ogni 20 giorni e maggiore presenza di medici.
"Situazione sotto controllo", ha ribadito ieri la direttrice. "Salerno si può definire un'isola felice per quanto riguarda la gestione del Covid. Siamo stati fortunati ma anche bravi nella gestione - dice Rita Romano. Ci sono stati tre detenuti contagiati. Il personale, invece, ha pagato dazio. Anche io ho fatto i miei due mesi di calvario ma sono riuscita per fortuna a scongiurare il ricorso alla terapia intensiva.
L'organizzazione interna ci ha posto al riparo dei contagi: abbiamo creato percorsi per i detenuti che provengono dalla libertà e per i nuovi arrivati, provenienti da altri istituti. Svolgono, infatti, un percorso di isolamento fiduciario per quindici giorni e al decimo giorno effettuano il tampone, prima di essere smistati nelle sezioni di destinazione. In un'altra sezione collochiamo i detenuti che presentano situazioni di sospetto contagio. In questo momento è giunto un detenuto positivo al Coronavirus".
di Astolfo Di Amato
Il Riformista, 11 febbraio 2021
Uno dei capisaldi dell'economia capitalistica è costituito dalla attribuzione di un diritto di esclusiva sulle invenzioni. Il ragionamento alla base è semplice e, per certi versi, semplicistico: la messa a punto di nuovi prodotti destinati ad aumentare il benessere degli individui richiede un impegno costante ed investimenti, che non vi sarebbero se agli stessi, nel caso di successo, non fosse riconosciuta una adeguata remunerazione.
Questa è assicurata attraverso l'attribuzione di un diritto di brevetto, idoneo a conferire sia il diritto morale ad essere riconosciuto autore dell'invenzione e sia il diritto patrimoniale a sfruttare la stessa in sede produttiva e commerciale.
Si tratta di principi che permeano il sistema costituito dall'Organizzazione mondiale del commercio (Wto): qualsiasi paese che voglia entrare a farne parte deve, come condizione essenziale e preliminare, adattare ad essi la propria legislazione interna. Inutile dire che si tratta di un sistema idoneo a determinare una sudditanza del sud del mondo ai paesi più sviluppati, pari a quella conseguente alle catene imposte durante il periodo coloniale.
Sono vincoli impalpabili, perché immateriali, ma che hanno conseguenze materiali pesantissime: attraverso di essi sono spostate ricchezze enormi, sono introdotti limiti allo sviluppo, sono condizionati gli equilibri economico-finanziari e, perciò, anche quelli politici dei paesi sottosviluppati. Se a tutto questo si aggiunge che il sistema descritto riguarda anche i farmaci, occorre registrare che esso è capace di determinare enormi disparità nella popolazione mondiale in ordine ad un tema delicatissimo quale quello della salute.
L'argomento era già emerso, in tutta la sua drammaticità, con riferimento alla lotta all'Aids. Oggi torna di prepotente attualità rispetto ai vaccini Covid19. La distribuzione di questi vaccini, sviluppati esclusivamente nei paesi più evoluti, sta dando luogo ad una duplice disparità, così accentuando le disuguaglianze. Da un lato, la vaccinazione procede a ritmi apprezzabili nei paesi occidentali, cui si è aggiunta l'Arabia Saudita, mentre è pressoché ferma nei paesi più poveri. Dall'altro, si è innescato un mercato dei vaccini con prezzi differenziati a seconda dell'acquirente. Alcune delle grandi imprese farmaceutiche praticano prezzi diversi: contenuti se si tratta di un paese occidentale, la cui pubblica opinione può influenzare le condizioni della loro esistenza, maggiorati se si tratta di paesi, come quelli africani, irrilevanti sotto questo aspetto.
Così, la distribuzione del vaccino nel mondo avviene non sulla base di criteri medici, di utilità collettiva, ma sulla base di criteri legati al Pil. E coloro che si sono fatti sentire dopo l'incauta affermazione in questo senso di Letizia Moratti, tacciono di fronte ai criteri che stanno guidando la distribuzione a livello planetario.
A questa prima considerazione se ne aggiunge un'altra: la pandemia da Covid19 è idonea a favorire il conseguimento di profitti stellari. Ad esempio, alcuni calcoli indicano che l'americana Pfizer, che ha prodotto il vaccino insieme alla tedesca Biontech, a fronte di costi per circa due miliardi di dollari avrà ricavi per circa 15 miliardi di dollari! Le leggi del mercato, perciò, in presenza di una pandemia continuano ad avere inesorabile applicazione.
Ma è bene ricordare che non sono leggi naturali, bensì leggi umane, che, come tali, sono contingenti e dipendono dalla volontà degli uomini. Non possono, perciò, essere considerate un inappellabile dato di fatto. Anzi, di fronte ad una emergenza sanitaria che sta producendo milioni di morti ed una emergenza economica e sociale senza precedenti nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, diventa necessario chiedersi se quelle regole vadano mantenute. Al riguardo occorre sfatare una falsa premessa.
Non è affatto vero che le invenzioni che hanno rivoluzionato la vita dell'umanità siano necessariamente passate attraverso i diritti di brevetto. Senza ricordare quel passaggio fondamentale che è stato nella preistoria l'introduzione della ruota, più di recente internet non è il frutto di una evoluzione determinata dalla logica del profitto.
A questo si deve aggiungere che tutta la ricerca di base è portata avanti dalle strutture pubbliche in tutti i paesi del mondo. Tanto per fare un esempio, pertinente con il Covid19, la ricerca sugli anticorpi monoclonali vede il genetista Giuseppe Novelli, già rettore dell'Università di Tor Vergata, uno dei protagonisti a livello mondiale in questo settore. E si tratta di ricerca svolta nell'ambito delle strutture pubbliche.
Sotto altro profilo, poi, la pandemia da Covid19 ha offerto una ulteriore conferma che problemi del genere sono globali e non possono trovare soluzione nel rafforzamento dei confini nazionali. Il nazionalismo vaccinale non promette risultati duraturi. Si è osservato, difatti, che far evolvere il virus in alcuni bacini abbandonati a sé stessi significa creare le condizioni affinché vi sia una moltiplicazione delle varianti, con conseguenze negative, ed anche molto negative, sulla efficacia dei vaccini esistenti. L'effetto è quello di far perdere l'immunità anche a quei paesi che, chiusisi nelle loro frontiere, siano riuscite ad eseguire la vaccinazione di massa.
Gli accordi internazionali prevedono che, in casi come questo, operi un meccanismo di solidarietà denominato Covax e che si possa ricorrere a licenze obbligatorie. Il primo strumento, destinato a fornire vaccini gratis ai paesi più poveri, è, tuttavia, insufficiente quando si debba improvvisamente vaccinare una intera popolazione. Anche il secondo strumento è insufficiente, ove si consideri che la produzione di questi vaccini richiede il possesso di una tecnologia evoluta, che i paesi meno sviluppati non hanno. Ed allora occorre chiedersi se la soluzione non vada ricercata in quelli che sono in generale i principi della legislazione in materia monopolistica.
Laddove il monopolio sia inevitabile, al monopolista è imposto di far accedere tutti ed allo stesso prezzo alle sue prestazioni. La congruità del prezzo è controllata dalla mano pubblica, per evitare ingiusti approfittamenti. In questo caso il potere potrebbe essere attribuito, considerata la dimensione globale della questione, all'Organizzazione mondiale della sanità.
di Sandro Barberis
La Provincia Pavese, 11 febbraio 2021
Carcere, sale a 103 la conta dei detenuti Covid positivo. "Dall'8 gennaio ad oggi - conferma Davide Pisapia, direttore del carcere di Vigevano - abbiamo registrato 103 positività: i detenuti positivi non sono a Vigevano ma sono stati trasferiti nelle strutture hub del milanese indicate da Regione Lombardia, come il carcere di San Vittore e quello di Bollate".
Il focolaio all'interno del penitenziario dei Piccolini era esploso appunto lo scorso 8 gennaio, quando venne somministrato un tampone rapido ad un detenuto sintomatico. Risultato positivo, il direttore comprò subito altri test rapidi identificando quindi tutti i casi sospetti, che un mese fa erano 17. "Molti dei detenuti trasferiti ad inizio gennaio - conclude Pisapia - sono già tornati a Vigevano".
"Quello di Vigevano - dice Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato polizia penitenziaria - sembra essere uno dei cluster più importanti registrati durante l'intero periodo di Covid. Bisogna evitare che situazioni come quella di Vigevano possa ripetersi in altri istituti di pena, iniziando quanto prima il piano di vaccinazioni per i poliziotti penitenziari e i detenuti dando priorità ai detenuti ultra ottantenni e con patologie severe".
Il grande problema, se così lo si può definire, è che nel penitenziario dei Piccolini non ci sono spazi per aree o celle di isolamento, misura indispensabile in caso appunto di positività al Coronavirus. "Occorre evitare il più possibile i contatti dei detenuti con il mondo esterno - conclude Di Giacomo - garantendo ai poliziotti l'utilizzo di tutti i presidi che servono per evitare il diffondersi del virus nelle carceri".
di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 11 febbraio 2021
Con la scusa della comunicazione senza limiti Big Tech sorveglia i comportamenti individuali e orienta quelli collettivi. Ma se il dibattito pubblico sul valore di app, social e web è ancora nella sua infanzia, le cose potrebbero cambiare. Il 9 febbraio si è celebrata la giornata mondiale dedicata alla sensibilizzazione dell'uso sicuro e responsabile di Internet da parte dei minori, il Safer Internet Day.
Le aziende di cybersecurity hanno fatto a gara a inviare comunicati densi di consigli, ma la riposta dei media è stata per lo più modesta. Radio, tv e giornali non hanno abbastanza esperti, fondi, e spazio per parlarne, ma è anche il riflesso di una forte resistenza cognitiva a valutare gli aspetti negativi dell'uso delle piattaforme Web, delle app di messaggistica e dei social media.
A squarciare il velo d'ipocrisia della comunicazione "social" ci ha pensato il nostro Garante privacy quando ha chiesto e ottenuto dall'app di video-sharing TikTok di vigilare sull'accesso dei minori alla piattaforma perché i suoi utenti non sempre hanno la maturità necessaria per valutarne i rischi.
Ma non esiste solo TikTok. I giovani usano le chat dei videogame e la maggior parte di loro usa Discord e Snapchat, lasciando Facebook, Twitter e LinkedIn agli adulti. E Facebook, nonostante la pessima reputazione dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, secondo il Digital Forensic Lab del Consiglio Atlantico, continua a ospitare spie, mestatori e bufalari: e a raccogliere dati sui nostri comportamenti in rete, anche attraverso le sue controllate come WhatsApp. Twitter combatte ogni giorno con terrapiattisti, Qscemi e novax ma le starlette della politica-spettacolo l'hanno eletto a luogo di baruffe quotidiane, mentre LinkedIn analizza la rete di relazioni che costruisci per offrirti anche lavori non pagati.
Che esempio stiamo dando ai nostri figli? Complice la retorica della comunicazione di tutti verso tutti, la paura di essere tagliati fuori dal discorso pubblico, la disperata ricerca di relazioni, i primi difensori di questo web tossico sono proprio gli adulti che aspirano a un barlume di notorietà, che giustificano la loro presenza con motivi di business e che, con la loro ignoranza della grammatica della sicurezza, aprono le porte all'hate speech, ai cyberbulli, a stalker e hacker criminali. Invece di insegnare il valore della libertà di espressione che Internet promuove, la rovesciano nel suo contrario, silenziando le voci più gentili e gli utenti più fragili dati in pasto a haters e scansafatiche.
Dietro questi comportamenti c'è una resistenza psicologica a volere rendere le piattaforme digitali responsabili degli algoritmi che premiano il conflitto in rete, la distribuzione di fake news, la profilazione dei comportamenti a fini commerciali, ma soprattutto c'è la stolida sottovalutazione del valore della propria privacy. Ce l'hanno dimostrato in questi giorni gli adulti che si sono catapultati dentro ClubHouse, il social audio dove si entra per invito per chiacchierate da twittare al proprio "pubblico", come fosse una notizia. Clubhouse con la sua privacy policy all'acqua di rose sarà il nuovo incubo dei Garanti Privacy, quando se ne accorgeranno.
Per questo è da accogliere con sollievo la decisione del Garante per le comunicazioni, Agcom, che ha avviato una mappatura di tutti i servizi attualmente offerti sulle piattaforme online facendone emergere, accanto ai vantaggi individuali e collettivi, anche i rischi e le problematiche: dai comportamenti illeciti che mettono in pericolo le piccole e medie imprese, all'hate speech e più in generale alle violazioni dei diritti fondamentali "capaci di compromettere l'integrità dei processi democratici, l'autonomia decisionale degli individui, la tenuta del tessuto sociale, il pluralismo informativo e la tutela dei minori".
di Maria Serena Natale
Corriere della Sera, 11 febbraio 2021
I governi nazionalisti stringono la presa da Varsavia a Budapest, dove da anni il pluralismo dell'informazione è sotto scacco. Durante la Guerra fredda a nessuno sfuggiva la potenza di fuoco delle onde corte e le voci dell'Occidente libero sorvolavano la Cortina di ferro su frequenze puntualmente disturbate dai sovietici. Poi venne il 1989, i regimi si sbriciolarono e nel Centro-Est Europa l'onda democratica generò forze liberali e nuove radio. A Budapest il giovane Viktor Orbán si fece strada nel partito anti-comunista Fidesz, accanto a giovani entusiasti che anni dopo avrebbero fondato Klubrádió, una Radio Radicale magiara che sul canale 92,9 ancora ospita accesi dibattiti critici del governo. Oggi Orbán è il premier che ha fatto della democrazia illiberale una bandiera, e domenica 14 febbraio a mezzanotte Klubrádió, ultima voce libera d'Ungheria, spegnerà i microfoni.
I giudici hanno respinto il ricorso dell'emittente contro la decisione dell'Autorità nazionale dei Media, che lo scorso settembre ha bloccato il rinnovo della licenza. Il potente Consiglio, fondato nel 2010 (l'anno della prima elezione di Orbán) e composto da 5 membri di nomina parlamentare, nel 2013 aveva già revocato alla radio il permesso di trasmettere fuori dalla capitale. Ora lo stop, per un ritardo amministrativo. Klubrádió trasloca online, chiede una nuova frequenza, si rivolge alla Corte Suprema. La Commissione Ue contatta le autorità "per accertare il pieno rispetto delle norme comunitarie e consentire alla radio di continuare a lavorare". Ma da anni in Ungheria il pluralismo dell'informazione è sotto scacco, progressivamente eroso dalle leggi sui media del 2010, da passaggi di proprietà e accorpamenti editoriali.
Nel 2018 cinquecento tra giornali e stazioni radio-televisive che coprono circa il 40% dei ricavi dei media nazionali sono stati trasferiti a un maxi conglomerato controllato dal governo. Lo Stato è il primo inserzionista, in un panorama dove la concorrenza è azzerata e chi investe in pubblicità dribbla i pochi organi di stampa liberali rimasti, per evitare ritorsioni. "Spegnendo Klubrádió l'egemonia delle emittenti filo-governative arriverà al 100% - avverte l'Associazione nazionale dei giornalisti. Un fatto senza precedenti in Europa". Sui 180 Paesi dell'International Press Freedom Index nel 2020 l'Ungheria si piazzava all'89esimo posto. Nel 2006 era al sesto.
Stesso vento in Polonia, dove giornali ed emittenti sono in agitazione contro una nuova "tassa di solidarietà" proposta dal governo nazional-conservatore per sostenere le finanze pubbliche al tempo dell'emergenza pandemica e, nelle parole del premier Mateusz Morawiecki, per costringere i giganti tech come Google, Apple, Facebook ed Amazon a fare la loro parte. Il sito del quotidiano Gazeta Wyborcza si vela di nero, come TVN24 ed altri canali tv che al pubblico lasciano poche parole: "I vostri programmi dovevano andare in onda qui".
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 11 febbraio 2021
Svolta legata alle pressioni di Biden. Condannata per reati di terrorismo non potrà viaggiare per 5 anni. Aveva denunciato abusi e torture. "Loujain è a casa!" "A casa dopo 1.001 giorni di prigione". La sorella Lina, che vive a Bruxelles, dà la notizia via Twitter, pubblicando la foto della sua faccia felice. Ora si trova a casa dei genitori in Arabia Saudita. Ciocche di capelli bianchi le striano la lunga chioma nera. Loujain Al Hathloul, 31 anni, sorride dopo 1.001 giorni "di isolamento, scioperi della fame, torture e aggressioni sessuali".
A dicembre era stata condannata a cinque anni e otto mesi di carcere per reati di terrorismo, ma l'esecuzione di parte della sentenza era stata sospesa. Il suo rilascio era dunque atteso ed è visto come il risultato della vittoria di Joe Biden a Washington. Il nuovo presidente ha promesso di "riesaminare" il rapporto con i sauditi lamentando che dar loro carta bianca, come ha fatto Trump, ha portato a "politiche disastrose".
Sono passati sei anni dal giorno d'inverno in cui la venticinquenne saudita Loujain Al-Hathloul, studi in Canada, laurea in letteratura francese, si coprì i capelli neri con il velo, infilò gli occhiali da sole e, dopo aver annunciato le sue intenzioni ai 228.000 follower su Twitter, si mise al volante partendo da Abu Dhabi con una regolare patente ottenuta negli Emirati. La sua missione: entrare in Arabia Saudita guidando l'auto, per chiedere di concedere finalmente questo diritto alle donne. Al Hathloul passò 73 giorni in detenzione, un'esperienza che aumentò la sua determinazione di attivista femminista. Ma quel che ha fatto più scalpore è stato che sia di nuovo finita in manette nel 2018 mentre il potente principe Mohammad Bin Salman, suo coetaneo, concedeva finalmente la guida dell'auto alle donne. Avvenne alcuni mesi prima dell'assassinio di Jamal Khashoggi, e fu uno dei primi segnali evidenti del doppio volto della nuova Arabia: riforme sociali da una parte, repressione di ogni dissenso dall'altra.
Nel 2018 Al Hathloul aveva parlato a Ginevra davanti alla Commissione per l'eliminazione delle discriminazioni contro le donne. A marzo l'hanno arrestata negli Emirati: "Bendata, costretta a salire su un aereo e portata in Arabia Saudita - ci raccontò la sorella Lina - un rapimento".
Loujain e altre due attiviste hanno denunciato d'essere state torturate con scariche elettriche, "waterboarding", molestate e minacciate di stupro da uomini che le interrogavano a volto coperto. Nel 2019 le avevano proposto di rimangiarsi quelle accuse in cambio del rilascio, ma ha rifiutato. Un ambasciatore europeo ha detto al Guardian che il caso era chiuso già da un anno ma i suoi avvocati non erano pronti a firmare un accordo in cui si impegnava al silenzio.
Fino all'ultimo la corte ha negato le torture. Altri 16 attivisti (quasi tutte donne) furono arrestati con lei con l'accusa di minare la stabilità del Regno con l'assistenza economica di entità straniere. Diversi di loro sono stati rilasciati, ma restano sotto sorveglianza: vietato usare i social e rilasciare interviste. Lei non potrà viaggiare per 5 anni. Per questo la famiglia sottolinea che "non è libera".
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