di Mario Lavia
Il Dubbio, 14 novembre 2020
L'ex presidente della Campania e sindaco di Napoli prosciolto definitivamente dai processi. Antonio Bassolino innocente: dopo un'odissea giudiziaria durata decenni, ora è ufficiale. E le scuse? Per un imperscrutabile gioco della casualità di questo mondo, la notizia del diciannovesimo - avete letto bene, diciannovesimo proscioglimento di Antonio Bassolino è giunta nelle ore di massimo scontro istituzionale tra il sindaco di Napoli Luigi de Magistris e il governatore campano Vincenzo De Luca, i quali stanno dando vita ad uno spettacolo indecoroso messo in scena, per ragioni non sempre dichiarate, proprio mentre Napoli rischia di cadere sotto il fuoco del virus e della inadeguatezza dei suoi amministratori.
Bassolino, due volte sindaco e due volte presidente della Regione Campania, nella sua lunghissima esperienza amministrativa ha avuto luci e ombre, come tutti i governanti del mondo.
Ma furono ombre politiche, non morali. Peccato che ci siano voluti moltissimi anni per giungere al verdetto definitivo: Antonio Bassolino mai infranse la legge. Per la milionesima volta si pone la questione di quanto la giustizia abbia modificato il corso della politica. Non se ne viene a capo.
Il calvario che "don Antonio" ha dovuto scalare è stato incommensurabilmente più faticoso delle sue amate Dolomiti. 19 processi! Lui è stato sin troppo paziente: nell'ultimo processo ha rifiutato la prescrizione pur di vedere riconosciuta nel merito la propria correttezza, perdendo così altro tempo, ma ha avuto ragione, il fatto non sussiste. Il problema è vecchissimo (ma non si risolve mai, qualunque sia il governo): com'è possibile evitare che un amministratore, ma diciamo un qualunque cittadino, debba aspettare anni per vedere riconosciuta la sua innocenza? Chi risarcirà Bassolino, e la stessa Napoli cui si è sottratto il possibile impegno di una personalità di spicco come l'ex sindaco? Chi farà autocritica, anche a sinistra, per averlo condannato anzitempo?
È incredibile, ma la freddezza con cui il suo partito, il Pd, ha accolto la notizia dell'assoluzione è pari solo all'accanimento dei media quando si formularono le accuse. O forse si teme un ritorno in campo dell'ex sindaco, a pochi mesi dalle elezioni comunali, scompaginando le strategie romane?
Ora, qui non si tratta di trovare impossibili forme di risarcimento. Ê evidente che nulla potrà restituire a Bassolino ciò che gli è stato tolto, ciò che avrebbe potuto fare e non ha potuto fare. Ma si potrebbe forse lavorare ad un'ipotesi che a tutta prima potrebbe sembrare fantasiosa ma che non lo è. L'idea è semplice: il governo potrebbe chiedere a Antonio Bassolino un impegno - l'avvocato premier trovasse lui la forma per comporre l'inaudito conflitto istituzionale fra Comune e Regione mettendo i due Masanielli, De Luca e de Magistris, intorno allo stesso tavolo per approntare un serio piano per fronteggiare il nemico chiamato Covid.
Si tratterebbe di un coinvolgimento di un civil servant come accade spesso in paesi democratici come la Francia o gli Stati Uniti, una soluzione frequentissima adottata da organismi internazionali come l'Onu, quando si chiama un ex premier o comunque una personalità di spicco per risolvere gravi controversie. In effetti, quella di Napoli è al tempo stesso una tragedia che colpisce al cuore la vita dei cittadini e anche un'emergenza politico- istituzionale. Un uomo che si è messo volontariamente da parte per lunghi anni in attesa di vedere riconosciute le proprie ragioni in tribunale, ora che la legge gli ha dato ragione ha tutti i titoli per dare una mano alla sua amata città che altri stanno mortificando.
di Liana Milella
La Repubblica, 14 novembre 2020
Il presidente per il tribunale dei minori di Bologna Giuseppe Spadaro scelto per l'incarico a Trento, la sua carriera definita una "vera passione per la funzione". Di certo è un caso, ma al Csm, nella stessa seduta, ha fatto di nuovo capolino la storia di Bibbiano e dell'inchiesta Angeli e demoni e anche quella del Forteto.
Casi di malagiustizia minorile che hanno fatto molto discutere. Per Bibbiano l'udienza preliminare, dal 30 ottobre, è in corso a Reggio Emilia, nell'aula bunker che fu del processo Aemilia, per decidere quanti dei 24 imputati debbano essere rinviati a giudizio. Ma a piazza Indipendenza invece si è cercato, per il futuro, di ancorare a criteri rigidamente oggettivi la scelta di coloro che si occupano dei minori.
Da una parte, ecco la stretta sulla nomina dei giudici onorari minorili che prelude a regole più rigide per tutte le toghe onorarie, dall'altra la nomina a presidente per il tribunale dei minori di Trento di Giuseppe Spadaro, oggi a capo, ma già da otto anni (quindi il massimo possibile), di un ufficio identico a Bologna.
Nomina accompagnata da una motivazione che, qualora fosse ancora necessario, fuga qualsiasi ombra sul suo ruolo nel caso Bibbiano. Per lui adesso, con una votazione all'unanimità, si parla di "vera passione per la funzione" e delle numerose udienze a settimana che si tengono in quell'ufficio. E a scrivere la motivazione della pratica è stato un duro come Piercamillo Davigo.
Un ruolo, quello di Spadaro, già chiarito dall'ispezione ministeriale di via Arenula che ha messo in evidenza come il magistrato fosse dalla parte giusta nella vicenda Bibbiano. Ispezione però che, a ottobre, di fatto gli ha impedito di correre per il vertice del tribunale per i minorenni di Roma. Peraltro proprio Spadaro è stato tra i referenti più ascoltati dell'ottava commissione del Csm che in queste settimane, su input del consigliere laico indicato dalla Lega Stefano Cavanna, che è un avvocato ed è il presidente, hanno messo a punto il nuovo sistema per scegliere i giudici onorari minorili per i prossimi tre anni. Una stretta che, da quanto si può capire al Csm, dovrebbe poi riguardare le regole di selezione per tutte le toghe onorarie.
Ma cosa non funzionava fino a oggi in quelle nomine e che cosa è stato cambiato? "C'era troppa discrezionalità e l'assenza di criteri predeterminati e certi" dice Cavanna. Una discrezionalità "a cui bisognava porre fine". Tant'è che Cavanna chiede subito di aprire una pratica sui criteri con cui si scelgono questi giudici. È lo stesso giudizio del relatore, il togato di Magistratura indipendente Antonio D'Amato: "D'ora in avanti non sarà più possibile derogare alla graduatoria in ragione di particolari competenze professionali, come invece è accaduto in passato".
I criteri per scegliere questi giudici dovranno essere certi, e non potranno più essere cambiati. Sarà rigido soprattutto l'elenco delle incompatibilità che dovranno valere sia al momento della nomina, ma anche dopo, durante lo svolgimento del singolo incarico. Toccherà ai presidenti dei tribunali per i minorenni controllare i requisiti dei giudici onorari e, dopo un emendamento del togato di Area Ciccio Zaccaro, proprio quei presidenti saranno obbligati a decidere di persona, senza alcuna forma di delega ad altri. Inoltre, a seguito di un emendamento proposto da Ilaria Pepe di Autonomia e indipendenza, le loro scelte, e quindi gli eventuali errori al Csm diventeranno un elemento per valutare se il presidente merita di essere confermato oppure no, cioè queste scelte faranno graduatoria.
In pratica, come ha spiegato Cavanna, finora era possibile "per la commissione esaminatrice derogare a posteriori dalla graduatoria dopo la sua formazione sulla base di criteri non predefiniti e, quindi, discrezionali". Un comportamento, "ai limiti della costituzionalità e foriero di un intollerabile arbitrio in un settore così delicato". La prossima mossa, a questo punto, potrebbe riguardare tutte le toghe onorarie. Non solo quelle che si occupano di minori. Stiamo parlando di circa 5mila giudici onorari rispetto ai 10mila ordinari, quindi un numero molto alto che contribuisce a fare giustizia.
Come si è arrivati al Csm a queste modifiche? Il promotore è stato proprio Cavanna. Che lo spiega così: "Seguendo con attenzione le nomine e le conferme dei giudici minorili, mi sono reso conto che in moltissimi casi, una volta fatta la graduatoria, i presidenti la derogavano.
Secondo la vecchia circolare, a posteriori, era sufficiente motivare la variazione spiegando che c'erano particolari esigenze e necessità di competenze dell'ufficio per ottenere candidati al di fuori della classifica". Dopo aver ascoltato molti presidente di tribunali minorili, Cavanna, il relatore D'Amato e l'intera commissione si sono resi conto che veniva privilegiata soprattutto la richiesta di persone con esperienze concrete nel settore, con il rischio però di determinare poi conflitti di interesse.
Oggi invece il sistema licenziato dal Csm si presenta molto più rigido. Il presidente del tribunale fa una relazione valutando anche l'andamento dell'ufficio nei tre anni precedenti e delinea quindi le caratteristiche dei futuri giudici onorari. Per i presidenti dei Tribunali c'è anche un maggiore obbligo di vigilanza anche sulle eventuali incompatibilità dei giudici onorari che dovessero intervenire ad incarico ormai acquisito. Mentre oggi si tende a chiudere un occhio rispetto alle necessità dell'ufficio.
Il Resto del Carlino, 14 novembre 2020
Due rispondono anche di tentata evasione, gli altri di resistenza e lesioni. Sono quarantanove i detenuti indagati per la rivolta di marzo scorso alla Dozza. Ieri la Procura ha notificato loro il fine indagine: gli accertamenti, coordinati dal pm Elena Caruso, hanno identificato anche gli otto istigatori, che avrebbero distrutto le plafoniere al neon in un corridoio, gridando "Libertà, ora distruggiamo tutto".
Altri sono accusati, a vario titolo, di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, per essersi opposti alla polizia penitenziaria, lanciando sedie, sgabelli o bombolette di gas contro il personale e sbarrando i cancelli delle sezioni detentive. Due detenuti rispondono di tentata evasione, perché cercarono di calarsi dal tetto, ma furono fermati dagli agenti, malgrado gli altri detenuti lanciassero oggetti contro i poliziotti.
Tra gli indagati, pure il pilastrino Davide Santagata, 51enne, fratello di William e Peter, e Sonic Halilovic, che nel 2013 uccise il meccanico Quinto Orsi, investendolo con l'auto che gli aveva rubato. Non entra in quest'indagine la morte di un detenuto 29enne tunisino, per cui è già stata chiesta l'archiviazione: il decesso avvenne per overdose di farmaci.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 novembre 2020
Da giorni segnaliamo l'esistenza di contagiati di Covid a Opera al 41 bis ma nel report settimanale del Dap non apparivano. Fino alle ore 20 di ieri, sono continuati a non esistere i detenuti contagiati dal Covid a Opera al 41 bis, tra cui alcuni già malati gravi finiti in terapia intensiva.
Ancora una volta, secondo il penultimo aggiornamento del Dap inviato ai sindacati penitenziari sui contagi, al carcere milanese risultavano zero detenuti positivi. Eppure, come ha potuto rivelare Il Dubbio, da almeno una settimana risultavano almeno sei i contagiati di Covid a Opera al 41 bis. Poi, finalmente, dopo una nota urgente da parte del sindacato del sindacato della polizia penitenziaria Uil pol pen, arriva il report aggiornato e i positivi Covid a Opera al 41 bis (e altri detenuti comuni) non sono più i "fantasmi di Opera".
Il dramma dei familiari degli ammalati - Nel frattempo, però, continua il dramma dei familiari che continuano a non essere aggiornati sulle condizioni dei propri cari, le email degli avvocati per avere informazioni rimangono lettera morta.
Come già riportato da Il Dubbio, c'è Katiuscia - moglie di Antonio Tomaselli, malato terminale in custodia cautelare al carcere duro e risultato positivo -, che da Catania ha dovuto compiere una traversata fino all'ospedale di Milano per avere notizie. C'è Rita Bernardini del Partito Radicale che, interessandosi del caso, ha scritto numerose volte al Dap e alla direzione del carcere per avvisare della situazione surreale che sta vivendo Katiuscia.
Quest'ultima, dopo una dura lotta all'ingresso dell'ospedale San Paolo di Milano, è riuscita a farsi mettere in contatto con la direzione del carcere e le hanno detto che la salute del marito è compromessa. Secondo quanto ha riferito Katiuscia, le hanno promesso che sarebbe stata aggiornata quotidianamente. E invece nulla. È passata da allora una settimana e nessuno le dice nulla. Nessuna risposta alle mail inoltrate.
"Ho inviato numerose email - racconta in lacrime Katiuscia -, sia io che l'avvocato, ma non rispondono. Io me lo sto piangendo per morto. E non so nemmeno se le mie lacrime siano giuste, perché magari mio marito si è ripreso. Non so se devo cominciare a pensare di preparare un funerale o meno. Non so più cosa fare, sto impazzendo". Ma non è l'unica a vivere in questo insostenibile limbo.
Finalmente è arrivata una mail all'avvocato Di Fresco - Ci sono gli altri familiari di altrettanti detenuti al 41 bis finiti in ospedale che non ottengono alcuna risposta. C'è l'avvocato Paolo Di Fresco che assiste Salvatore Genovese, 78enne al 41 bis fin dal 1999, cardiopatico, diabetico, già operato di tumore e con i polmoni devastati da innumerevoli polmoniti pregresse.
L'unica cosa che ha potuto sapere è che stato ricoverato in ospedale, e dopo una sollecitazione ha saputo che è rimasto contagiato dal Covid. Da allora, per diversi giorni buio totale. "Né io né i familiari - spiega l'avvocato - siamo riusciti ad avere notizie sulle condizioni di salute di Genovese. L'Ospedale San Paolo non può dare informazioni e il direttore del carcere di Opera non risponde alle mail". Ma proprio ieri pomeriggio è arrivata la email dove hanno annunciato che ha un aggravamento e quindi portato in terapia intensiva.
Il garante Palma: è un dovere avvisare i familiari - Il garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, contattato da Il Dubbio, ha ritenuto inaccettabile il fatto che i familiari non vengano informati. "Mi auguro che sia un disguido - spiega Palma - perché è un dovere che i familiari vengano avvisati quotidianamente sulle condizioni dei propri cari. Non può esistere una situazione del genere, la direzione del carcere di Opera deve provvedere subito a informarli". Un limbo, com'è detto, che riguarda tutti i familiari, anche altri che vogliono però rimanere nell'anonimato, soprattutto perché hanno paura di essere stigmatizzati per avere padri, mariti, al 41 bis. "Io lavoro onestamente - ci dice la figlia di un detenuto contagiato ad Opera e finito in terapia intensiva -, non posso rischiare di essere additata come figlia di un mafioso, non posso perdere il lavoro che ho sudato per conquistarmelo". Ma questo è uno spaccato ulteriore di come le colpe dei padri non possono ricadere sui figli. Una storia tutta da raccontare.
La nota urgente della Uil pol pen - Ritorniamo alla dimenticanza, perdurata per almeno due settimane, dei contagi ad Opera da parte del Dap. A chiedere una spiegazione, tramite nota urgente è stato Gennarino De Fazio, segretario generale della Uil pol pen. A proposito del report sui contagi che i sindacati ottengono tramite un protocollo sottoscritto con il Dap, il segretario del sindacato di polizia penitenziaria, scrive testualmente: "Si ha la netta sensazione che i dati forniti risultino incompleti e comunque tali, a volte, da suscitare più dubbi di quanti ne dipanino".
Il sindacalista De Fazio va sul punto: "Si richiama la presunta positività al Covid a Opera di alcuni detenuti (da quattro a sei, in particolare del circuito di cui all'art. 41bis) presso la Casa di Reclusione di Milano Opera e di cui danno conto molti organi d'informazione, sulla scorta, sembrerebbe, di notizie diffuse dai rispettivi avvocati difensori, e che da settimane non vengono indicati nei report trasmessi alle Organizzazioni Sindacali.
Peraltro, tale probabile incongruenza è stata ripetutamente sollevata da chi scrive a margine di riunioni tenute anche con la S.V., ma è ancora priva di qualsivoglia risposta". Finalmente, com'è detto, il report completo è arrivato. Non sappiamo quanti di loro siano positivi Covid a Opera al 41 bis, ma risultano 4 detenuti positivi al Covid dentro il carcere, mentre otto sono finiti in ospedale. Pochi ne sanno e tranne Il Dubbio nessuno riporta questa notizia.
In fondo, se ufficialmente non è stato riportato tale dato per molto tempo, vuol dire che i detenuti al carcere duro possono essere benissimo "tumulati" anche se in fin di vita. Motivo per cui il magistrato Luca Tescaroli, ignaro di quello che sta accadendo per colpa non sua, può scrivere sul Fatto Quotidiano che il 41 bis, al tempo della pandemia da Covid-19, "ha il pregio di tutelare la salute dei detenuti".
regione.lazio.it, 14 novembre 2020
750 mila euro dalla Regione per il miglioramento della vita detentiva e il reinserimento sociale, per la didattica e per interventi strutturali nelle carceri. Sono stati pubblicati sul Bollettino ufficiale della Regione Lazio di ieri (Supplemento n. 3 al BurL n. 136 del 12 novembre 2020) gli atti relativi ai finanziamenti 2020 degli interventi a favore della popolazione detenuta della Regione Lazio, previsti dalla legge regionale 8 giugno 2007, n. 7.
Con la deliberazione di Giunta n. 829 del 10 novembre 2020 si stabilisce la ripartizione, proposta dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Lazio, Stefano Anastasia, dal Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria di Lazio, Abruzzo e Molise, Carmelo Cantone, e dalla dirigente del Centro per la giustizia minorile per il Lazio l'Abruzzo e il Molise, Fiammetta Trisi, dei 700 mila euro stanziati per le attività trattamentali e per gli interventi strutturali per l'esercizio finanziario 2020.
50 mila euro sono destinati ad assicurare l'attività didattica a favore dei detenuti iscritti ai corsi di laurea. I fondi per l'istruzione universitaria, sono ripartiti in base al numero di iscritti tra le università che negli scorsi anni hanno sottoscritto appositi protocolli con Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria e Garante per la realizzazione di poli universitari penitenziari (Tor Vergata, Roma Tre e Cassino).
Sullo stesso BurL compare anche l'avviso pubblico per la concessione di finanziamenti per 450 mila euro, destinati alle iniziative finalizzate alla realizzazione di attività volte ad assicurare il miglioramento della vita detentiva e il reinserimento sociale delle persone private della libertà personale. L'avviso è rivolto ad associazioni, organizzazioni di volontariato e cooperative sociali con accertata esperienza nel trattamento e reinserimento sociale delle persone soggette a misure penali, per la presentazione delle domande di finanziamento dei propri progetti per la realizzazione di attività trattamentali.
Tali soggetti avranno 15 giorni di tempo (dalla pubblicazione sul BurL), per presentare le domande. Le risorse potranno essere assegnate ad associazioni legalmente costituite, aventi sede legale nel Lazio e che abbiano nel proprio statuto uno scopo attinente alle tematiche in questione e non di lucro. Le proposte progettuali dovranno contenere una nota di gradimento rilasciata dalla direzione della struttura dove si intende realizzare l'iniziativa. Per ciascuna attività proposta ritenuta meritevole, è previsto un sostegno economico fino a un massimo di 30 mila euro, al lordo degli oneri fiscali dovuti, e fino a esaurimento delle risorse economiche disponibili.
La somma di 450 mila euro di parte corrente è così ripartita: 200 mila euro per attività/laboratori teatrali culturali ed espressivi; 120 mila euro per attività a sostegno dell'inclusione sociale e lavorativa; 80 mila euro per attività sportive e per la cura della salute; 50 mila euro per il trattamento di detenuti sex offender e maltrattanti.
La somma di 250 mila euro per interventi infrastrutturali sono destinati al completamento dei lavori per la realizzazione dell'area verde e all'acquisto dei relativi arredi per l'accoglienza dei familiari della casa circondariale di Frosinone; per interventi di adeguamento delle palestre sportive delle case circondariali di Rieti, Rebibbia femminile e Frosinone e il rifacimento del campo sportivo polivalente della casa circondariale di Rebibbia, per il nuovo impianto audio/voce wireless della casa circondariale femminile di Rebibbia; per l'impianto di riscaldamento a Regina Coeli e l'impianto di climatizzazione della sala teatro della casa circondariale Nc Civitavecchia.
Per la casa circondariale di Velletri sono previsti la riattivazione del laboratorio conserviero, l'allestimento della cucina del nuovo padiglione e alcune aule scolastiche per l'avvio dei corsi del primo biennio dell'Istituto alberghiero di Velletri già autorizzati dal Miur. Per i minori si prevede l'allestimento di ambienti multimediali per l'implementazione della didattica a distanza (stimabili in 15 postazioni/notebook) nell'Istituto penale per minorenni di Roma e di dotare l'Ufficio servizio sociale per minorenni di Roma di tablet/notebook e sim dati da assegnare a minori in area penale esterna in condizioni di bisogno.
Il Dubbio, 14 novembre 2020
Per i giudici amministrativi la delibera del Csm riguarda un "diritto soggettivo" e per tale motivo non avrebbero competenza in materia. È inammissibile il ricorso presentato da Piercamillo Davigo dinanzi al Tar del Lazio contro la sua decadenza da togato del Csm: i giudici amministrativi, che hanno dichiarato il loro "difetto di giurisdizione", indicando dunque la competenza del "giudice ordinario, dinanzi al quale la domanda potrà essere riproposta". Lo si legge nella sentenza breve appena depositata dalla prima sezione del Tar del Lazio.
Secondo il collegio, i poteri esercitati dal Consiglio Superiore della Magistratura nei confronti di Davigo "non possono definirsi di natura autoritativa ma devono ricondursi nell'ambito delle attività di verifica amministrativa della sussistenza dei requisiti necessari per il mantenimento della carica, ivi compresi quei requisiti che costituiscono un prius logico del diritto di elettorato passivo".
Il Csm ha affermato che, a seguito del collocamento a riposo, Davigo, in quanto componente togato dell'organo, non sarebbe più possesso di un (pre)requisito necessario per mantenere la carica. L'attività di verifica del Consiglio si è basata su una interpretazione del panorama legislativo e dei principi da esso ricavabili, la cui correttezza è contestata dall'ex pm di Mani Pulite.
Secondo i giudici, il caso in questione non riguarda una delle materie devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo: "la situazione giuridica di cui si chiede la tutela ha la consistenza, nonostante la veste provvedimentale assunta dalla delibera del Csm impugnata, di diritto soggettivo" e per tale motivo la relativa cognizione deve essere riconosciuta al giudice ordinario.
Nel suo ricorso, Davigo aveva censurato il provvedimento anche in relazione alla qualificazione del Csm come "organo di autogoverno" anziché di garanzia, nonché il richiamo operato al concetto della "rappresentanza democratica", deducendo l'assenza di un collegamento necessario tra lo status di magistrato in servizio e il mandato consiliare. L'appartenenza all'ordine giudiziario, secondo Davigo, costituirebbe "la condizione richiesta esclusivamente per la presentazione di una candidatura ma non anche per il mantenimento della carica", sostenendo anche l'irrilevanza del richiamo, pure presente negli atti impugnati, "al concreto esercizio delle funzioni giurisdizionali, dato che ordinariamente tutti i membri elettivi del Csm provenienti dalla magistratura non svolgono nel corso del mandato tali funzioni, per dedicarsi esclusivamente all'incarico presso il Csm". Per l'ex pm, infine, non sarebbe influente "il richiamo alla prassi relativa al funzionamento dei Consigli giudiziari".
di Nicoletta Caraglia
itvonline.news, 14 novembre 2020
Battitura delle inferriate e lancio di oggetti dalle finestre. Una situazione che si registra anche in altri penitenziari della regione. È di pochi minuti fa, come documenta il video amatoriale inviatoci da un residente della zona, la protesta dei detenuti nel carcere di Ariano irpino.
Battitura delle inferriate, lancio di oggetti ed urla. Proprio come nel marzo scorso. Alla base dell'agitazione, con ogni probabilità, la sospensione delle visite dei familiari determinata dalla istituzione della zona rossa in tutta la Regione. Analoghe proteste sarebbero in corso anche in altre carceri. Nel penitenziario di Ariano ci sono attualmente più di 300 detenuti alcuni dei quali ritenuti aggressivi e violenti. L'S.O.S carcere lanciato appena stamattina dall'Osapp sulla pericolosa carenza di personale di polizia penitenziaria deve ora fare i conti con una situazione interna davvero critica dovuta alle misure restrittive imposte dal decreto del Governo.
quotidianomolise.com, 14 novembre 2020
Emergenza Coronavirus: in una lettera, inviata in redazione, i detenuti del carcere di Larino chiedono l'adozione di un protocollo specifico per cercare di evitare il diffondersi del virus nella casa circondariale (dove si sono già registrati 39 casi) e per questo hanno avviato una protesta pacifica, lo sciopero della fame e il mancato rientro nelle celle di pernottamento.
"Siamo i detenuti del carcere di Larino - si legge nella missiva. La informiamo della situazione di contagio che stiamo vivendo nell'istituto, poiché qua da noi ci sono 39 persone contagiate a vari livelli, che sono ubicate al secondo piano (una sezione intera). Noi detenuti delle altre sezioni abbiamo paura di essere contagiati a nostra volta, ciò deriva dal fatto che non è in atto nell'istituto un piano per contenere questa epidemia.
La informiamo che stiamo portando avanti una protesta pacifica attraverso il rifiuto degli alimenti dell'amministrazione e il mancato rientro nelle celle di pernottamento, al fine di poter sensibilizzare le autorità nazionali di ciò oche succede negli istituti penitenziari italiani. Fiduciosi che voglia dare voce alla nostra protesta pacifica. I nostri più cordiali saluti - termina la lettera - da tutti i detenuti di Larino".
di Viviana De Vita
Il Mattino, 14 novembre 2020
Diciassette agenti della polizia penitenziaria contagiati, un detenuto infetto e 35 in isolamento. Positiva anche la direttrice Rita Romano. Sono i dati ufficiali dell'emergenza epidemiologica dietro le sbarre del carcere di Fuorni dove sono stati effettuati circa 900 tamponi tra detenuti e personale. Gli ultimi risultati, giunti nel pomeriggio di ieri, restano confortanti: nessun nuovo contagio tra i 479 detenuti (439 uomini e 40 donne) mentre si mantiene altissima la guardia per evitare che il virus dilaghi nelle celle.
I primi campanelli d'allarme nella struttura detentiva di via del Tonnazzo sono scattati una quindicina di giorni fa quando si sono registrati i primi contagi tra gli agenti appartenenti al nucleo di traduzione dei detenuti. Immediatamente sono scattate tutte le procedure che sono riuscite a contenere la diffusione del virus e, soprattutto, ad evitare che il Covid serpeggiasse tra i detenuti.
Nonostante tutte le misure di sicurezza siano state prontamente messe in campo, non si è però riusciti ad evitare il contagio di diciassette agenti di polizia penitenziaria. Un'emergenza nell'emergenza, visto già l'esiguo numero di personale che, ora, si riduce ulteriormente con tutte le drammatiche conseguenze che ciò comporta nella gestione delle criticità proprie dell'istituto. Con quasi 500 detenuti e solo 187 agenti operanti all'interno del penitenziario dove nelle ore pomeridiane e notturne non sono in servizio più di dieci agenti, il carcere di Fuorni vive grosse difficoltà.
Alle gravi carenze di organico, che obbligano il personale a carichi di lavoro non in linea con le normative vigenti e a continui straordinari sottopagati, si aggiungono le carenze strutturali e la completa assenza di supporti tecnologici. In prima fila nella gestione dell'emergenza, la direttrice Rita Romano è risultata anche lei positiva ma, nonostante la febbre, continua ad esercitare da casa il suo ruolo direttivo per garantire l'ordine e la sicurezza dietro le sbarre in un momento delicatissimo.
Sin dallo scorso marzo nel carcere di Fuorni vige un regolamento rigidissimo per garantire la sicurezza dal punto di vista sanitario: i detenuti che arrivano dall'esterno sono collocati in isolamento fiduciario per 14 giorni e poi collocati nelle celle che sono regolarmente sanificate. Ogni detenuto ha inoltre ricevuto un kit di 50 mascherine. Nonostante la situazione di grande allerta abbia provocato l'interruzione di numerose attività, restano operativi il corso di giardinaggio e la produzione industriale di mascherine.
Scelti dal reparto di alta sicurezza e da quello comune, i detenuti lavorano negli spazi che, fino a qualche mese fa, erano destinati alle attività scolastiche e che ora sono stati completamente trasformati in vista della produzione che arriva fino a 300mila mascherine al giorno. È proprio per far fronte all'elevata attività produttiva che la direttrice Rita Romano ha coinvolto nel progetto sessanta detenuti: quarantanove sul campo tra addetti alle macchine, addetti al magazzino e capi reparto, e undici in "panchina" per scongiurare il rischio di restare senza personale.
Non sono state coinvolte nel progetto le detenute della sezione femminile che, dopo aver già prodotto oltre tremila mascherine con semplici macchine da cucire, stanno lavorando ad una nuova iniziativa: la produzione di mascherine fashion realizzate con la seta dello storico borgo di San Leucio da vendere al personale operante nel settore della ristorazione. Selezionati in base alle competenze personali e alle attitudini professionali maturate, i detenuti coinvolti nel progetto sono stati regolarmente contrattualizzati e retribuiti dall'Amministrazione Penitenziaria.
La Nazione, 14 novembre 2020
È fuoco incrociato sul ministro della Giustizia. Il carcere di vocabolo Sabbione, con 75 detenuti positivi, fa di Terni la terza città d'Italia per reclusi contagiati, dopo Milano (128) e Napoli (116). Lo ha denunciato ieri la Fns Cisl in una lettera al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
La questione è anche al centro di un'interrogazione avanzata allo stesso ministro da Luca Briziarelli, senatore Lega. "Inaccettabile ciò che sta accadendo da giorni nella casa circondariale ternana, che ha la situazione contagi tra le peggiori di tutte le carceri italiane - sottolinea Briziarelli. È l'ennesima riprova di come la gestione delle carceri in Umbria sia allo sbando, con la polizia penitenziaria abbandonata a sé stessa dal Governo e dalla Direzione.
Come anche fatto presente dal Sappe, la struttura si trova con personale ridotto e conseguenti problemi organizzativi, cui si sommano carenze significative sulla dotazione dei dispositivi di protezione individuale. Ritengo fondamentale che Bonafede invii un'ispezione in carcere, preceduta però da un adeguato rinforzo del personale operativo e dalla immediata dotazione di materiale di protezione".
La situazione nel penitenziario, secondo fonti del ministero della Giustizia, sarebbe però in deciso miglioramento: degli oltre 70 detenuti che si erano contagiati durante, 32 si sono negativizzati e solo 2 di loro sono ricoverati in ospedale. Inoltre, delle 8 unità di personale contagiate durante il focolaio, 3 restano positive.
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