Antonio Maria Mira
Avvenire, 6 febbraio 2021
Omicidio Livatino. "È una grande delusione, gli avevo dato tutta la mia fiducia. Ma questo non cambia la nostra missione. Io non mi arrendo. Bisogna sempre offrire percorsi di riabilitazione e reinserimento ai detenuti. Una storia del genere non può mettere in cattiva luce tutti quelli che veramente vogliono fare un percorso di cambiamento".
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 6 febbraio 2021
Il Conte bis è naufragato sullo scoglio della prescrizione, ora i 5S chiedono che la riforma non sia toccata. Ma è solo l'emblema di un'idea di giustizia su cui il nuovo governo dovrà fare subito chiarezza. Ancora non sappiamo se il Governo del prof. Draghi vedrà la luce, come tutti auspichiamo.
Ci sono tutte le premesse perché una crisi politica bollata come irresponsabile pressoché da tutti i protagonisti politici e dalla quasi totalità dei media, finisca invece per affidare la guida del Paese ad un Governo di autorevolezza e forza fino a ieri semplicemente impensabili. In questi tre anni, secondo la abusata citazione cinefila, "abbiamo visto cose che voi umani nemmeno potreste immaginare".
L'incompetenza elevata a virtù, la improvvisazione come garanzia di purezza morale, la mancanza di storia politica come vanto. Siamo ancora increduli che, a Parlamento invariato, possa realizzarsi un simile miracolo: perciò restiamo in trepida ma prudente attesa, come di chi fatica a credere ai propri occhi. In questa miracolosa e quasi inspiegabile palingenesi che parrebbe potersi avverare, occorrerà tuttavia comprendere quale potrà essere il destino della politica giudiziaria nel nostro Paese.
Abbiamo già avuto modo di sottolineare come, dati incontrovertibili alla mano, il Governo del populismo giustizialista sia naufragato rovinosamente proprio contro lo scoglio della riforma totemica, emblematica di questa sciagurata, mediocre stagione politica, quella che ha abrogato un istituto di antica civiltà giuridica che è la prescrizione dei reati.
Un istituto, lo ripetiamo fino alla nausea, che garantisce un principio di civiltà basico ed elementare: se uno Stato non è in grado di pronunciare entro un tempo ragionevole una sentenza definitiva in ordine alla responsabilità dell'imputato, ha il dovere di rinunziare all'esercizio della sua potestà punitiva. Solo un Paese impazzito può rivendicare con orgoglio di aver licenziato una legge che consente di mantenere letteralmente a tempo indeterminato un imputato, per di più assistito dalla presunzione di non colpevolezza, prigioniero del suo processo.
Se il Governo Conte bis ha dovuto dimettersi perché altrimenti la relazione di bilancio annuale della politica giudiziaria del suo Ministro Guardasigilli sarebbe stata bocciata in Parlamento, significa che la maggioranza del Parlamento si oppone a quella politica giudiziaria. E molto semplice. Sicché leggere che i Cinque Stelle già pongono al prof. Draghi, come condizione per il sostegno al suo Governo, la intangibilità di un obbrobrio come tale valutato dalla maggioranza del Parlamento, la dice lunga sulla partita che si sta aprendo sui temi della Giustizia.
Perché ovviamente la riforma della prescrizione è solo il volto più visibile di una complessiva idea di giustizia penale, in ordine alla quale occorre che si faccia da subito chiarezza. Conterà certo la persona del nuovo Guardasigilli, ma più e prima ancora le idee di fondo alle quali il Governo intende ispirare la nostra politica giudiziaria.
Leggiamo che da tutti si invoca, come un mantra, una riforma del processo penale che riduca i tempi, del mito irragionevoli, del processo in Italia; ed è facile immaginare che sentiremo proclamare questo obiettivo anche dal Prof. Draghi. Siamo talmente d'accordo da aver lavorato per oltre un anno al tavolo voluto dal Ministro Alfonso Bonafede, cioè dal Ministro più lontano dal nostro modo di intendere la giustizia penale, giungendo ad un risultato molto significativo perché condiviso anche con l'Anm di allora.
Straordinario potenziamento dei riti alternativi e del filtro della udienza preliminare, forte depenalizzazione ecco la via maestra per ridurre drasticamente i tempi del processo, lasciando intatte le garanzie dell'imputato. Quel patrimonio è andato disperso, e la legge delega non ha più nulla a che fare con gli approdi di quel tavolo, avendo scelto di nuovo di privilegiare riforme che non incideranno sulla riduzione dei tempi, ma che soddisfano inestinguibili pulsioni contro-riformatrici del giusto processo (impugnazioni, principio di oralità ed immediatezza), riemerse con forza. Dunque, non basterà dire processi più rapidi.
L'obiettivo è condiviso, ma le soluzioni impongono scelte tutt'altro che neutre. Intanto, i penalisti italiani faranno dono, ai membri del nuovo governo ed a tutti i parlamentari, della nuova indagine sulle vere cause della durata irragionevole dei processi in Italia, condotta con l'Istituto Eurispes, la cui pubblicazione è stata ovviamente ritardata dalla crisi pandemica.
Per quanto nelle nostre forze, faremo in modo che, su questo tema cruciale, nessuna mistificazione sia consentita. Chiediamo solo attenzione e rispetto della verità: da un Governo del livello che si va profilando, ci aspettiamo di essere rassicurati che il tempo degli ideologismi giustizialisti sia definitivamente alle nostre spalle.
*Presidente dell'Unione camere penali italiane
di Fabrizio Cicchitto
Il Tempo, 6 febbraio 2021
Non serve un ministro come quelli che hanno prodotto la legge spazza-corrotti e la fine della prescrizione. Caro direttore, a conclusione di questa crisi va ringraziato Renzi per averci liberato di un presidente del Consiglio, l'avvocato Conte, che, per ripetere una famosa espressione usata da Berlinguer nei confronti dell'Urss, aveva da tempo esaurito la sua spinta propulsiva.
A esser molto generosi questa spinta propulsiva si era esaurita già a giugno, dopo una fase relativamente buona concentrata nel periodo del lockdown da marzo a maggio, anche se essa era stata preceduta da due mesi orribili (gennaio-febbraio) con errori gravissimi ("riapriamo Milano", "riapriamo Bergamo", ma su quella follia si era ritrovati in molti, da Sala a Gori, da Zingaretti a Salvini). Con 90.000 morti nessuno può venire a parlare di modello Italia, ma la responsabilità della catena di errori va equamente ripartita fra il presidente del Consiglio Conte, il ministero della Salute, alcune Regioni fra le quali in prima fila la Lombardia. Per esser chiari e anche sintetici ci ritroviamo nel libro di Luca Ricolfi "La notte delle ninfee".
Nell'ultima fase il presidente Conte era stato preso da una sorta di vertigine dei pieni poteri, che ha riguardata tutto l'approvvigionamento dei materiali sanitari (realizzato in pratica attraverso Arcuri), la gestione del tutto personale dei Servizi, addirittura l'esproprio non proletario della progettazione e della messa in atto del Recovery Plan con risultati grotteschi.
Questa autentica forzatura di Conte non era stata affatto contestata dal Pd, non lo ha fatto Zingaretti, tanto meno l'ha fatto quell'area del Pd ispirata da Bettini che punta a dislocare il partito su posizioni di sinistra radicali anche attraverso una sorta di omologazione con larga parte del Movimento 5 stelle. Rispetto a questo progetto Conte svolgeva (e lo svolgerà ancora più nel futuro) un ruolo decisivo per cui non andava disturbato come presidente del Consiglio.
Quindi Renzi ha messo in crisi questo incantesimo del tutto negativo, ha cambiato tutte le carte in tavola e di fronte a tutto questo scombinamento Mattarella per salvare il salvabile ha avanzato la proposta di un governo di salute pubblica presieduto da Mario Draghi, cioè dalla principale figura tecnico-politica di cui gode l'Italia. Dal 2012 in poi Draghi ha acquisito sul campo un merito di grande rilievo: con la sua gestione della B ce ha salvato l'euro, l'Europa e l'Italia. Si tratta della personalità più adatta per gestire la svolta che di fronte alla pandemia ha portato l'Europa a rovesciare la precedente dissennata linea rigorista.
Di fronte a questa nuova situazione Berlusconi ha preso la palla al balzo e in piena autonomia ha assunto una posizione favorevole al tentativo di Draghi. Il futuro ci dirà se finalmente gli elettori liberali e di centro troveranno un punto di riferimento finora mancante. Di fronte alla crisi del governo Conte per alcuni giorni i grillini sono stati squassati da una crisi insieme politica e psico-analitica. Forse stanno uscendo da questa crisi perché hanno ritrovato la figura del padre, questa volta nella persona di Conte, che, ben consigliato, adesso si presenta con un nuovo ruolo, quello di leader politico del Movimento 5 stelle e addirittura di punta di lancia di un nuovo schieramento di sinistra composto da M5s, dal Pd e da Leu.
Bettini e Zingaretti sono entusiasti di questa prospettiva, non sappiamo se lo sono altrettanto i riformisti del Pd. Giorgia Meloni si sta tirando fuori in nome del no e delle elezioni anticipate. Un no comprensibile per chi fa una scelta nettamente di destra. Meno condivisibile è l'insistenza sulle elezioni anticipate, sia per le ragioni spiegate benissimo da Mattarella, sia perché la Costituzione fissa in 5 anni la durata di una legislatura e questa misura non può essere rimessa continuamente in discussione sulla base dei sondaggi.
È evidente che la perimetrazione politica del governo avverrà in seguito a un confronto molto forte sui contenuti. La Lega si trova a fare i conti con una serie di contraddizioni derivanti dall'antieuropeismo, dal filo-putinismo seguito a ruota dal filo-trumpismo e da una serie di scelte programmatiche molto discutibili. Nell'intervista rilasciata due giorni fa alla Gruber Salvini ha riproposto ipotesi non condivisibili, dalla flat tax, a quella quota 100 che ha fatto moltissimi danni anche rispetto alla gestione della pandemia, fino alla riproposizione di scelte aperturiste e liberatorie ("ridiamo libertà agli italiani") che ignorano che conviviamo ancora con una pandemia che produce circa 500 morti al giorno. Francamente inaccettabile la strizzata d'occhio di Salvini ai no vax: "Mi vaccinerò se me lo dirà il mio medico".
Ma sulla impostazione politico-programmatica del governo la partita è del tutto aperta. Comunque, a Renzi va reso l'onore delle armi di averci dato la possibilità di un governo Draghi. A questo proposito possiamo concludere con una constatazione e un auspicio. La constatazione è quella da Lei avanzata sul giornale di ieri: "Draghi punta sugli investimenti e non sui sussidi". L'auspicio è che al ministero della Giustizia vada un garantista, non un magistrato o avvocati ultra-giustizialisti, come quelli che hanno prodotto la legge spazza- corrotti, la fine della prescrizione e la legge Severino.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 6 febbraio 2021
"Palamara esagera definendo addirittura "sistema" l'apparato giustizia così com'è, quasi fosse una centrale del crimine anziché una spregiudicata accozzaglia di arrampicatori subculturati di cui è vittima la stessa magistratura". Parla Piero Tony, presidente del dipartimento Giustizia della Fondazione Einaudi, magistrato per 45 anni.
Piero Tony oggi è Presidente del Dipartimento Giustizia della Fondazione Einaudi, ma è stato magistrato per 45 anni: giudice Istruttore a Milano fino al 1974, ha istruito tra l'altro il primo procedimento contro le Br di Curcio, Cagol più altri, con l'allora sostituto procuratore Guido Galli; è stato anche sostituto Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Firenze fino al 1998, dove chiese ed ottenne l'assoluzione per Pacciani nel processo sul Mostro di Firenze. Componente del Comitato Promotore dell'Unione Camere Penali per la proposta di legge costituzionale sulla separazione delle carriere, nel 2015 fu autore con Claudio Cerasa di Io non posso tacere (Einaudi), un libro che scosse prima ancora de Il Sistema l'intera magistratura.
Cosa ne pensa del libro di Luca Palamara e Alessandro Sallusti?
Per quanto riguarda il tema dello strapotere delle correnti, si tratta della scoperta dell'acqua calda. Non c'era bisogno del trojan inoculato nel telefono di Palamara per conoscere quei meccanismi di appartenenza. Li avevo già denunciati molti anni fa quando scrissi Io non posso tacere e fui pesantemente attaccato dall'Anm perché secondo il sindacato avevo scritto cose inesatte. Il tempo mi ha dato ragione, ma la consolazione è magra. Credo che il libro Sallusti-Palamara abbia sicuramente un valore aggiunto perché Palamara, avendo operato per anni nei più profondi meandri dell'organizzazione, può parlare per conoscenza diretta, quasi, absit iniura verbis, come un "pentito", naturalmente mutatis mutandis quanto a motivazioni. Mi pare anche sicuro che Palamara, operando con questo libro una impietosa dissezione dell'apparato giustizia, ne cancelli forse per sempre, e con effetti imprevedibili, la tradizionale sacralità; che non consiste solo in fictio e paludamenti ma, soprattutto, in valori quali credibilità e autorevolezza. Per concludere, mi pare anche che esageri definendo addirittura "sistema" l'apparato giustizia così com'è, quasi fosse una centrale del crimine anziché una spregiudicata accozzaglia di arrampicatori subculturati e tra loro quantomeno conniventi. Senza sottolineare - proprio in ogni pagina - che del "sistema" di cui parla è vittima estranea la maggior parte della magistratura.
Cosa lo ha colpito di più?
Palamara racconta dettagli molto convincenti, peraltro al momento non smentiti da nessuno. Quelli che mi hanno colpito maggiormente, per la loro gravità inaudita, riguardano gli asseriti imbrogli per lottizzare e condizionare i processi. I segnali, a dir il vero, c'erano tutti: una persona normale non poteva non chiedersi come mai, ad esempio, per anni una Procura come Milano fosse pressoché concentrata solo su Berlusconi. Ma possiamo anche citare il caso di Giulio Andreotti: sicuramente tanto mafioso da aver baciato un boss? Per non parlare del giudice Corrado Carnevale, "l'ammazzasentenze", accusato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso come se il collegio di legittimità fosse monocratico. L'inchiesta durò circa dieci anni, venne condannato ed alla fine assolto. Furono costretti a tenerlo a lavorare fino a circa 80 anni per esilarante risarcimento degli anni di carriera perduti. Quanto è accaduto a costoro oggi lo spiega Palamara: quello che lui chiama "il sistema" lo esigeva, il clima fortemente politico lo imponeva, guai a chi la pensava diversamente.
Che l'ideologia possa minare l'autonomia e l'indipendenza di un magistrato lo abbiamo visto anche nella chat di Palamara relativa a Matteo Salvini...
È terrificante il dialogo tra i due magistrati: per dettato costituzionale dovrebbero essere autonomi ed indipendenti. Tuttavia, paradossalmente, nonostante che per legge non possano essere iscritti a partiti politici, tramite correnti politicizzate riescono ad organizzare una guerra politica contro un Ministro in carica.
Fatto questo quadro, come usciamo da questa crisi?
Due sono i rimedi, ineludibili: separazione delle carriere dei magistrati e sorteggio per il plenum del Csm, in modo che i candidati siano esenti da giri elettorali e non si instauri il circuito del promettere, del dare, del pretendere. Per far decollare il processo così come riformato nel 1989 occorre attivare la centralità del dibattimento - guerra tra le parti davanti a giudice terzo ed imparziale - ed abbandonare la vigente malaprassi della centralità delle indagini preliminari. Sottolineare e ricordare che nella fase delle indagini preliminari la difesa è pressoché assente e comunque inerme.
E in tutti i gradi è svantaggiata perché l'arbitro indossa la stessa maglia dell'avversario, come ricorda l'Ucpi...
Non c'è dubbio. Ed è svantaggiata anche a causa della sentenza 255 del 3 giugno del 1992 della Corte Costituzionale che sancì il principio di non dispersione dei mezzi di prova, "il principio del norcino", come lo chiama qualcuno, perché non si butta via nulla. Con ciò snaturando i principi cardine del processo accusatorio.
Lo svantaggio della difesa deriva anche dal rapporto privilegiato che le procure hanno con gli organi di stampa...
Come si dice chiaramente nel libro di Sallusti e Palamara non è quasi mai vero che gli atti giudiziari escono perché li passano gli avvocati difensori. Non è possibile, perché nella parte iniziale del procedimento esiste un momento in cui certi atti li hanno solo i pubblici ministeri e la polizia giudiziaria. Quindi se qualcosa arriva alla stampa può provenire solo da quelle fonti. Conseguenze? Titoloni in prima pagina nell'immediatezza del fatto, rappresentazione dell'ipotesi accusatoria e colpevolista, formazione di una conseguente opinione pubblica, il cosiddetto processo mediatico, insomma. Molte persone sono state massacrate così, da un processo mediatico sostanzialmente inappellabile: se dopo anni vieni assolto, non se lo ricorda più nessuno.
Quale potrebbe essere una soluzione? Non citare i pm nei comunicati stampa?
Anche se è tutto fuori legge, nessuno interviene. Pensiamo a quante volte le persone vengono riprese ammanettate, anche se non si dovrebbe farlo. O a quante volte le forze dell'ordine vanno ad arrestare qualcuno e arrivano già con qualche troupe televisiva al seguito. Non mettere il nome del pm può avere come unica conseguenza il fatto che lui legga con minor soddisfazione il giornale il giorno dopo, se è presenzialista o narcisista. Come tutte le libertà anche quella di stampa è come cristallo, assoluta. Ciò non vieterebbe però di fare indagini, sulla fonte delle notizie pubblicate, nel momento in cui le carte le ha solo il pm e la polizia giudiziaria. Sarebbe altresì auspicabile che la stampa si autoregolamentasse in maniera più adeguata.
La parola chiave dell'inaugurazione dell'anno giudiziario è stata "credibilità". Lei crede che la magistratura è pronta ad intraprendere la via della redenzione?
Mi ero gonfiato di speranza quando circa quattro anni fa in un convegno dell'Anm a Siena nella mozione conclusiva si scriveva una cosa del tipo 'diamo atto che così non va, dobbiamo pensare che ci dobbiamo acculturare, grazie anche alla scuola di formazione dei magistrati'. Oggi cosa scopriamo: che anche codesta scuola pare sia lottizzata dalle correnti descritte da Palamara. La verità è che, per fortuna e misteriose ragioni, godiamo ancora di troppa credibilità rispetto a quanto emerso dalle chat di Palamara. Ma sa qual è il vero problema?
Mi dica...
Quando scrissi che del processo era centrale solo la fase delle indagini preliminari e che il pubblico ministero ha uno strapotere eccezionale venni criticato fortemente anche se ora lo ammettono in molti. La centralità in quella fase non è tanto del pm, quanto della polizia giudiziaria. Cosa vuol dire esattamente centralità delle indagini preliminari?
Io dico "indagini preliminari di polizia", visto che la gran parte delle indagini viene svolta dalla polizia giudiziaria, su delega aperta o su sua iniziativa, tanto che alcune volte l'indagato si trova in carcere o a giudizio senza che il pm lo abbia mai visto o ci abbia mai parlato. Significa che le prove - che dovrebbero essere formate in dibattimento, a ragionevole distanza di tempo dal fatto, sotto il controllo dialettico delle parti - vengono in realtà formate dagli investigatori alle spalle dei soggetti interessati. Questo viene accennato anche nel libro di Palamara quando racconta come da una qualsiasi velina o input si possa organizzare di tutto nei confronti di una determinata persona.
Però in questo anche il gip ha le sue responsabilità...
Lei ha ragione e questo ci riporta alla necessità di separare le carriere. Approfitto per segnalare un frequente e pernicioso malvezzo: il pm chiede una misura cautelare e il gip risponde anche dopo anni, quando per il tempo trascorso è ormai svanita ogni esigenza. Questo succede solo da noi.
A proposito di questo, cosa ne pensa delle recenti dichiarazioni di Nicola Gratteri sul Corsera?
Credo sia solo un problema di subcultura. Ne ha fatte tante altre nel corso della sua guerra ai fenomeni criminosi.
Non è rimasto colpito quando disse che il suo compito era salvare la Calabria?
Non particolarmente, è un vezzo di tanti magistrati quello di voler essere salvatori, che sia dalla mafia, dalla 'ndrangheta o dalla immoralità fa poca differenza. A tal proposito Giovanni Falcone amava ripetere qualcosa tipo "ma cosa c'entriamo noi con i fenomeni, noi giudichiamo le singole persone nei termini di legge".
Lei ha citato Falcone: le faccio la stessa domanda che qualche giorno fa ho posto al professor Tullio Padovani. Il compianto giudice viene spesso strumentalizzato, De Magistris si presenta in televisione con la foto di Falcone e Borsellino alle spalle, ma poi nessuno ricorda che era favorevole alla separazione delle carriere...
La foto di Falcone e Borsellino ce l'hanno un po' tutti nel taschino. Falcone, che ho avuto modo di incontrare nel corso degli anni, considerava la separazione delle carriere un naturale corollario del processo accusatorio. Semplicemente questo. Sono passati più di 30 anni, convegni, proposta di legge popolare, ma il "naturale corollario" è chiuso nel cassetto e si discute dell'acqua calda del dottor Palamara.
di Raffaele Romano
lavocedinewyork.com, 6 febbraio 2021
La magistratura italiana è tanto lenta quanto autoreferenziale. Lo stesso Draghi affermò che una giustizia inefficiente è "fattore potente di attrito" nell'economia. Per non parlare dello scatenarsi delle Procure alla ricerca di missioni etiche che nulla hanno a che fare con l'esercizio della pubblica accusa, procuratori politicizzati che alla luce di indagini mediatiche sono entrati in politica contravvenendo ad ogni forma di conflitto di interessi. L'equiparazione da quelli che sono semplici "avvocati dell'accusa" a giudici ed arbìtri processuali, la quasi inosservanza delle garanzie difensive, in cui non è l'accusa che "deve dimostrare le prove della colpevolezza", bensì l'imputato che "deve dimostrare la propria innocenza" rappresentano la totale distruzione dei valori occidentali che dall'antica Atene sono arrivati sino a noi. A tutto questo si è aggiunto il capitolo finale di "magistropoli".
Dopo aver scritto della prima precondizione su una pubblica amministrazione efficiente, ora affrontiamo la seconda: quella di una giustizia efficace che, essendo strutturalmente collegata ed intrinsecamente interdipendente ad essa sono da riformare entrambe altrimenti il mondo produttivo e non solo quello non funziona e non può dare risposte in termini di crescita e sviluppo.
La situazione della giustizia italiana è catastrofica dal punto di vista gestionale e antiliberale sul piano complessivo. Lo stato dell'arte è più o meno il seguente, dati ufficiali alla mano aggiornati al 30 giugno 2020: c'erano 3.321.149 procedimenti civili pendenti mentre per il penale si hanno 1.619.584 procedimenti pendenti per un totale di 4.904.733 di cause totali da esaminare degli anni passati. Ai circa cinque milioni di giudizi pendenti ne vanno sommati altri circa 150.000 per ricorsi in primo grado e 24.000 in secondo per quanto riguarda i processi non ancora conclusi nei tribunali amministrativi ed un numero alto ma imprecisato in Corte di Cassazione. In conclusione la nostra macchina processuale risulta gravata da un arretrato enorme ed imponente, secondo solo alla Bosnia Erzegovina nell'intero vecchio continente. Dulcis in fundo abbiamo che il peso della materia tributaria e fiscale grava sull'intero arretrato della Cassazione per il 52% dato questo da tener presente quando nel prossimo articolo si passerà ad esaminare il fisco italiano.
E non è sicuramente tutto in quanto con lo scoppio del Covid 19 dal'11 maggio 2020 le udienze si possono tenere solo da remoto e fino a settembre non ci sono state quasi più udienze su tutto il territorio nazionale per potersi organizzare alle nuove regole e, di conseguenza, questi numeri sono di molto ancora aumentati ed il sito del Ministero della Giustizia, ad oggi, non li ha ancora aggiornati.
I dati della Commissione europea per l'efficacia della giustizia confermano il triste primato dell'Italia che la vede all'ultimo posto dell'Unione. In particolare, secondo queste rilevazioni la durata media di un processo civile sarebbe pari a 527 giorni per il primo grado; 863 giorni per l'appello; 1.265 giorni per la Cassazione per una durata media complessiva dell'intero giudizio pari a 2.655 giorni (più o meno sette anni e tre mesi). Ma si badi bene si parla di "media statistica" per cui senza volere citare la statistica del pollo di Trilussa ed in onore degli Stati Uniti preferiamo citare Henry Charles Bukowski Jr, un grande poeta associabile alla corrente del realismo sporco, che diceva "un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media".
Se questo è il quadro sintetico dello stato dell'arte ancor peggio è la situazione sul piano di una forte carenza della giustizia liberale in Italia laddove i fondamentali dei diritti della difesa sono stati erosi, nel tempo, in nome e per conto di provvedimenti legislativi di emergenza dovuti al terrorismo, alla criminalità organizzata e alla corruzione. Si prenda, ad esempio, il problema della corruzione che c'è indubbiamente, ma sapere che l'Italia è indicata come il paese fra i più corrotti d'Europa si basa sull'Indice di Percezione della Corruzione (CPI) di Transparency International e che dal 1995 è il più importante indicatore globale della corruzione nel settore pubblico la dice lunga, purtroppo si fa riferimento alla "percezione della corruzione" e non certamente a dati e numeri precisi.
Il teorema abbastanza razzista che la rivista tedesca "Der Spiegel" (Lo specchio), nel mese di luglio del 1977, con la famosa rivoltella sugli spaghetti e dal pessimo sottotitolo "Urlaubsland" (Il Paese delle vacanze) ha imposto all'opinione pubblica mondiale vive ancora. In questo aiutato da un'infinita quantità di films, serie tv, libri e articoli italiani che hanno alimentato l'esercito dei "professionisti dell'antimafia" di sciasciana memoria che, con molta spregiudicatezza, è ormai diventato un formidabile strumento per fare carriera, procurarsi il consenso del pubblico, acquisire crediti da spendere in qualsivoglia impresa.
Nel libro "Le mafie sulle macerie del muro di Berlino" (ed. Diarkos), scritto a quattro mani dalla giornalista Ambra Montanari e l'eurodeputata Sabrina Pignedoli, Bernd Finger ex investigatore capo della BKA, l'ufficio federale della polizia criminale tedesca, narra di come la Treuhandgesellschaft, l'azienda fiduciaria incaricata dal governo della DDR di vendere le proprietà pubbliche della Germania Est, era stata incaricata di privatizzare 22.000 imprese, due terzi delle foreste, 8.000 compagnie, innumerevoli edifici e il 28% dei terreni agricoli. Di questo, ovviamente, Der Spiegel non ha mai parlato forse perché l'accento mafioso è diventato germanico.
Dal 1990 in poi è scoppiata in Italia un'epidemia alimentata da giornali dai titoli roboanti e tv con telecamere in piazza guidate da sedicenti giornalisti che l'hanno, fino ad oggi, alimentata per due principali scopi: alzare lo share ed attaccare il governo. Questa fortissima azione demolitoria in 30 anni ha portato l'Italia da "culla del Diritto" con il garantismo a "valle del giustizialismo" estremo. Il Giustizialismo ha generato l'applicazione delle "manette facili", una magistratura incontrollata e totalmente autoreferenziale, per non parlare dello scatenarsi delle Procure alla ricerca di missioni etiche che nulla hanno a che fare con l'esercizio della pubblica accusa, procuratori politicizzati che alla luce di indagini mediatiche sono entrati in politica contravvenendo ad ogni forma di conflitto di interessi.
L'equiparazione da quelli che sono semplici "avvocati dell'accusa" a giudici ed arbìtri processuali, la quasi inosservanza delle garanzie difensive, in cui non è l'accusa che "deve dimostrare le prove della colpevolezza", bensì l'imputato che "deve dimostrare la propria innocenza" rappresentano la totale distruzione dei valori occidentali che dall'antica Atene sono arrivati sino a noi. A completare il quadro c'è stata ultimamente la definitiva cancellazione della prescrizione dovuta ai tempi biblici delle cause per cui oggi in Italia si può, senza questo strumento di salvaguardia, rimanere sotto processo per 30 anni e, dopo, essere riconosciuti innocenti.
A tutto questo si è aggiunto il capitolo finale di "magistropoli" nell'ultimo anno in cui vari Pm si sono intercettati ed arrestati fra loro e di cui il recentissimo libro intervista di Alessandro Sallusti al radiato giudice Luca Palamara: Il Sistema ed. della Rizzoli, può diventare il detonatore dell'esplosione finale del pianeta giustizia.
Già nel 2011, lo stesso presidente incaricato Mario Draghi nelle Considerazioni finali alla Banca d'Italia da "Governatore" della stessa avvertiva che andava affrontato alla radice il problema della completa efficienza della giustizia come "un fattore potente di attrito nel funzionamento dell'economia, oltre che di ingiustizia. Nostre stime indicano che la perdita annuale di prodotto attribuibile ai difetti della nostra giustizia civile potrebbero giungere" a livelli insostenibili dal sistema produttivo.
A livello sovranazionale e internazionale, dati della Banca Mondiale, si è acquisita la consapevolezza che il diritto è un elemento costitutivo dell'economia, con esso la giustizia viene considerata come un alto e determinante fattore di competitività e di crescita economica. Numerosi studi hanno messo bene in evidenza la relazione esistente fra diritto e crescita economica.
Fra le possibili riforme applicabili la Doing Business nell'Unione Europea 2020: Italia vergato dalla Banca Mondiale indica che per far diventare la giustizia stimolante e non più frenante per l'economia si deve limitare il numero, la durata e i motivi per la concessione dei rinvii; introdurre sezioni o tribunali commerciali specializzati nelle sole materie commerciali; gestire attivamente la fase preprocessuale e valutare la possibilità di adottare mezzi di risoluzione alternativa delle controversie ed infine utilizzare i dati per meglio riequilibrare risorse e carichi di lavoro con la totale digitalizzazione dei tribunali.
A tal riguardo va ricordato che l'articolo 6, paragrafo 1 della Cedu (Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo) recita: "Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, il quale sia chiamato a pronunciarsi sulle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile o sulla fondatezza di ogni accusa penale formulata nei suoi confronti." E sarà a questo settore vitale che Draghi dovrà guardare con estrema attenzione.
di Agnese Ananasso
La Repubblica, 6 febbraio 2021
L'ultimo report dell'Istituto di statistica sulla criminalità e gli omicidi in Italia: nel primo semestre 2020 gli assassini di donne sono stati pari al 45% del totale degli omicidi, contro il 35% dei primi sei mesi del 2019, e hanno raggiunto il 50% nei mesi di marzo e aprile 2020.
Il 2020 passerà alla storia come l'anno della pandemia e del lockdown ma anche per aver registrato un altro triste dato: il calo degli omicidi ma l'aumento dei femminicidi. Nel primo semestre 2020 "gli assassini di donne sono stati pari al 45% del totale degli omicidi, contro il 35% dei primi sei mesi del 2019, e hanno raggiunto il 50% durante il lockdown nei mesi di marzo e aprile 2020". È quanto emerge dal report dell'Istat sulla criminalità e gli omicidi in Italia.
L'elemento più preoccupate è che le vittime sono state uccise principalmente in ambito affettivo e familiare (90% nel primo semestre 2020) e da parte di partner o ex partner (61%). Nel 2019, dei 315 omicidi commessi in Italia, il 47,5% è avvenuto in ambito familiare o in quello delle relazioni affettive extra-familiari, valore che risulta in costante aumento negli anni (+13,3% rispetto al 2018, +34,9% sul 2017 e +126,5% rispetto al 2002, anno di inizio della serie storica dei dati) "anche a causa dell'incremento dei casi in cui è stato identificato l'autore e al calo di quelli attribuibili ad autori sconosciuti alla vittima", spiega l'Istituto nazionale di Statistica.
Emergono soprattutto due aspetti: "da un lato, sono diminuiti negli anni gli uomini uccisi, più spesso vittime di persone a loro sconosciute e i cui omicidi rimangono molte volte irrisolti, mentre le donne sono uccise di più in ambito familiare; dall'altro lato, sono aumentati gli omicidi da parte di parenti anche a danno di uomini, valore pari a quello delle donne". Le differenze di genere sono comunque forti: gli omicidi in ambito familiare o affettivo sono il 27,9% del totale degli omicidi di uomini e l'83,8% di quelli che hanno come vittime le donne; quindici anni fa gli stessi valori erano pari rispettivamente a 12,0% e 59,1%.
Le donne sono uccise soprattutto dal partner o ex partner (61,3%): in particolare, 55 omicidi (49,5%) sono causati da un uomo con cui la donna era legata da relazione affettiva al momento della sua morte (marito, convivente, fidanzato), 13 (11,7%) da un ex partner. Fra i partner, nel 70,0% dei casi l'assassino è il marito, mentre tra gli 'ex' prevalgono gli ex conviventi e gli ex fidanzati. Agli omicidi dei partner si sommano quelli da parte di altri familiari (il 22,5% pari a 25 donne) e di altri conoscenti (4,5% con 5 vittime). Questi valori sono complessivamente stabili negli anni.
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 febbraio 2021
Intervista a Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale. Da una parte il conflitto sulla prescrizione. Dall'altra il guardasigilli di un governo Draghi, che dovrebbe essere estraneo ai partiti. "Sembra un'antitesi irriducibile. Ma io credo che si imporrà necessariamente una chiave di lettura tecnico-organizzativa sui problemi della giustizia, in grado di superare i conflitti ideologici. La priorità è liberarsi dell'arretrato e degli ostacoli alla veloce definizione delle cause, civili innanzitutto ma anche penali. Chi siederà a via Arenula avrà un simile argomento per sottrarsi ai contrasti ideologici".
Cesare Mirabelli è presidente emerito della Corte costituzionale. Al pari di Marta Cartabia, che resta il nome evocato con maggiore insistenza per il ministero della Giustizia. L'ex vertice della Consulta, che è stato anche vicepresidente del Csm, non intravede il rischio di una paralisi, per via Arenula, dovuto all'eterno coinflitto sulle garanzie e sulla prescrizione.
Presidente Mirabelli, lei dice che la natura tecnica dei problemi oscurerà l'esasperazione politica?
Parto dalla prescrizione. Un principio importante. Ma che acquista una sua urgenza in virtù di un tradimento della Costituzione.
In che senso?
L'articolo 111 della Carta non parla della ragionevole durata del processo semplicemente come un ideale a cui tendere: istituisce un obbligo di risultato, da conseguire attraverso la legge. Lo Stato deve necessariamente assicurare al cittadino un giudizio rapido. Chiunque sia accusato di un reato deve avere il diritto a un accertamento di durata non irragionevole, altrimenti il processo stesso si trasforma in una pena e nel frattempo la vita, l'attività della persona accusata, vengono compromesse. Ciò detto, cosa serve per evitare processi troppo lunghi? Organizzazione e smaltimento dell'arretrato.
E quindi un guardasigilli "di alto profilo" dovrebbe rispedire al mittente il clima rissoso e far valere le priorità da lei evocate?
Guardi, se nascesse un nuovo governo, credo che una cosa molto utile sarebbe definire, nel giro di trenta giorni al massimo, un libro bianco sui problemi della giustizia. Emergerebbero elementi così preziosi, urgenze così chiare, che si imporrebbero come priorità.
Quali sono le chiavi per superare l'inefficienza?
Digitalizzazione e uniformità delle interpretazioni. Nel primo caso, non basta informatizzare l'amministrazione della giustizia dal punto di vista interno. Serve anche uno sviluppo condiviso, la cosiddetta co-creazione. Deve essere digitalizzata il più possibile l'attività degli avvocati che sono componente organica del sistema e che anzi vanno coinvolti nelle scelte. Così come serve efficienza digitale in quelle centrali, in quegli enti a cui rimanda una percentuale rilevante del contenzioso. Ad esempio, il 40 per cento degli affari trattati in Cassazione è di natura tributaria: serve innanzitutto uniformità e possibilmente trattazione omogenea del contenzioso seriale. Cambia il fatto ma il principio di diritto è comune a moltissime cause. Il 30 per cento delle controversie di lavoro ha un contenuto previdenziale, cioè chiama in causa l'Inps. Vorrà dire o no che nei rapporti e nello scambio di informazioni con l'istituto c'è un problema?
D'altra parte non è semplice creare prevedibilità nelle decisioni...
Oltre all'efficacia dell'infrastruttura, serve infatti certezza nell'interpretazione. E qui è da parte della Suprema corte può esserci un contributo maggiore.
Non sempre la Cassazione aiuta a creare una giurisprudenza uniforme?
Ci sono conflitti fra sezioni, ma anche all'interno della stessa sezione. È chiaro che una simile circostanza incoraggia anziché deflazionare il contenzioso.
Il Cnf propone il potenziamento della giustizia alternativa e complementare, per smaltire l'arretrato: è d'accordo?
Gli strumenti di definizione alternativa sono utili, e diverse cause civili possono essere mandate in mediazione anziché a sentenza. Penso che vada incoraggiato il ricorso a tali soluzioni, senza però renderlo vincolante. Credo in una combinazione di diversi elementi, quindi anche al già previsto ricorso a giudici aggregati. Ci si deve rendere conto che ad oggi il sistema giustizia, nonostante un organico scoperto per il 15 per cento, ha raggiunto una capacità di definizione dei giudizi che supera seppur di poco i nuovi ingressi. Cosa vuol dire? Che la lentezza è dovuta solo all'arretrato, pari esattamente al doppio delle cause che si riesce a smaltire. Ergo, nel civile il peso del vecchio contenzioso rallenta esattamente di un anno la durata media delle cause. Aggredire l'arretrato basterebbe a fare un balzo enorme in termini di efficienza.
Lei dice che tutto questo prevarrà sulle liti per la prescrizione?
Prevale in termini oggettivi. Anche perché i reati non andrebbero in prescrizione, se la durata fosse ragionevole. Non si può essere eterni giudicabili, è evidente. Ma ripeto: a me pare che la priorità delle questioni di sistema sia tale da doversi imporre per forza sui conflitti ideologici. Che vanno rispettati, ma non possono ostacolare tutto il resto.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 6 febbraio 2021
La Cassazione, sentenza n. 3900/2021, ha accolto il ricorso di un trentenne che non presentava sintomi particolari. Per contestare la guida sotto effetto di sostanze stupefacenti (articolo 187 del Cds) "non è sufficiente solo la positività alla sostanza, come nel caso di guida in stato di ebbrezza, essendo necessario che lo stato di alterazione psico-fisica sia conclamato e derivi dall'uso di droga". La Corte di cassazione, sentenza n. 3900/2021, ha così accolto il ricorso di un trentenne di Ivrea condannato in primo e secondo grado per essersi messo alla guida dopo aver assunto cannabinoidi.
Detto altrimenti, non è sufficiente che "l'agente si sia posto alla guida del veicolo subito dopo aver assunto droghe ma è necessario che egli abbia guidato in stato di alterazione causato da tale assunzione". "La distinzione fra lo stato di alterazione psicofisica per uso di sostanze stupefacente (articolo 187 Cds) e la guida sotto l'influenza dell'alcool (186 Cds) - prosegue la IV Sezione penale -, risiede tanto nell'indifferenza alla quantità di sostanza assunta, (che invece determina la diversa sanzione nell'ipotesi dell'alcool) quanto nella rilevanza dell'alterazione psicofisica causata dall'assunzione di droga".
La scelta legislativa di ancorare la punibilità a presupposti diversi da quelli previsti per la guida in stato di ebbrezza ("per configurare la quale è sufficiente porsi alla guida dopo aver assunto alcool oltre una determinata soglia"), secondo la Cassazione "trova la sua ratio nell'apprezzamento della ritenuta maggior pericolosità dell'azione rispetto al bene giuridico tutelato della sicurezza stradale, che implica l'assenza di ogni gradazione punitiva a fronte dell'accertata alterazione psicofisica causata dall'assunzione di stupefacenti". Un ragionamento limpido che però sembra poter giocare anche a favore dell'assuntore qualora "regga" senza alterazioni manifeste l'uso delle droghe. Un elemento che, come detto, invece, non rileva per l'alcool, dove la punibilità scatta comunque al superamento di una determinata quantità a prescindere dalla alterazione riscontrata.
"Nondimeno - prosegue la decisione rilevando una almeno potenziale contraddizione - il legislatore, condiziona la punibilità all'effettivo accertamento non della mera assunzione della sostanza, madi uno stato di alterazione da quella derivante, con ciò intendendo la compromissione dei rapporti fra processi psichici ed i fenomeni fisici che riguardano l'individuo in sé ed suoi rapporti con l'esterno". Alla sintomatologia dell'alterazione, deve, dunque, accompagnarsi l'accertamento della sua origine e cioè dell'assunzione di una sostanza drogante o psicotropa, "non essendo la mera alterazione di per sé punibile, se non derivante dall'uso di sostanza, né essendo tale il semplice uso non accompagnato da alterazione".
Diversamente dall'ipotesi di guida sotto l'effetto di alcool, l'accertamento non può dunque limitarsi né alla sola sintomatologia, né al solo accertamento dell'assunzione, ma deve compendiare i due profili. "Laddove però - prosegue la sentenza - siffatto accertamento, senza dubbio più complesso di quello previsto per la guida in stato di ebbrezza alcolica, dia esito positivo", e qui si rinviene la considerazione del maggior 'disvalorè, "l'assenza di soglie implica di per sé l'integrazione del reato". Un reato che coerentemente il legislatore ha agganciato nel trattamento sanzionatorio "alla più grave sanzione prevista dall'art. 186, comma 2, lett. c)".
In definitiva, la constatazione della sintomatologia determina l'avvio di un procedimento finalizzato a verificare se essa è correlata all'assunzione di sostanze droganti. E le modalità di accertamento, non implicano necessariamente l'accertamento ematico (da ritenersi - ove positivo - risolutivo sulla causa scatenante l'alterazione), ma consentono di far risalire l'origine dell'alterazione psicofisica all'uso di droghe "anche attraverso accertamenti biologici diversi come l'esame delle urine, che seppure di per sé non esaustivi, sono certamente indicativi della pregressa assunzione". Tornando al caso concreto, la Corte territoriale invece ha omesso "ogni approfondimento sullo stato di alterazione psico-fisica da assunzione di stupefacenti, limitandosi alla constatazione, da parte degli operanti, del sintomo del rossore degli occhi, senza affrontare, nondimeno, il riscontro di quegli elementi di elisione dell'equivocità del quadro risultante dagli accertamenti svolti, né ricordare che l'alterazione psico-fisica implica una modifica comportamentale che renda pericolosa la guida di un veicolo, diminuendo l'attenzione e la velocità di reazione dell'assuntore".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 febbraio 2021
I numeri nel dossier del garante di Napoli Pietro Ioia: a Poggioreale circa 2.000 reclusi rispetto ai 1.500 posti disponibili. Affollati, con una sanità carente e senza alcun percorso di riabilitazione sociale. È il quadro desolante delle carceri napoletane che emerge dal report presentato al centro culturale Gridas di Scampia da Pietro Ioia, garante del comune di Napoli delle persone private della libertà: "Abbiamo voluto racchiudere in un documento il lavoro di un intero anno trascorso all'interno dei penitenziari della regione.
Un anno difficile, in cui abbiamo dovuto fronteggiare l'assenza di cure e di misure anti-Covid", ha spiegato Ioia durante la presentazione. Maglia nera a Poggioreale che, a fronte dei 1500 posti disponibili circa, accoglie 2mila detenuti. Ma Ioia, testimone nel processo "Cella zero" sulle percosse ai detenuti, denuncia anche il ricorso alla violenza: "Quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere è gravissimo e spero che la giustizia faccia il suo corso rapidamente. Episodi di violenza ci sono ancora oggi, soprattutto dopo le rivolte".
I numeri impietosi di Poggioreale -Anzitutto i numeri che fotografano ancora una volta una realtà fatta di celle e padiglioni contrari al quel principio volto a "salvaguardare la dignità dell'essere umano recluso" come si legge nell'introduzione del report. Poggioreale è l'espressione di questo fallimento: alla fine del 2020, rispetto ai 1.571 posti realmente disponibili ha visto 1.991 persone detenute, di cui 286 straniere. Numeri impressionanti, che fanno il paio con la carenza d'organico per il personale di vario tipo impegnato. Gli agenti di Polizia penitenziaria attualmente in servizio a Poggioreale sono 775 rispetto i 911 previsti in pianta organica); gli educatori sono 13 a fronte dei 22 previsti per l'istituto e 57 sono le persone con un incarico amministrativo contro i 68 previsti.
"Entrando nei padiglioni - si legge nel report - è subito evidente la differenza tra le zone ristrutturate e quelle che non lo sono: queste ultime versano in pessime condizioni, presentando spesso scarsa pulizia, umidità alle pareti, un unico ambiente in cui si trovano sia i servizi igienici che la cucina, mancanza di doccia nella maggior parte delle stanze e assenza di spazi della socialità in quasi tutti i padiglioni; inoltre, molte stanze ospitano fino a 12 detenuti (in una delle visite una di esse accoglieva ben 13 persone), con letti a castello a tre livelli, molto vicini al soffitto". Inoltre: "Non tutte le celle prevedono il riscaldamento e in quelle in cui è presente spesso non funziona. Anche l'acqua calda è presente solo in alcune stanze di detenzione. Le aree destinate al passeggio, presenti in tutti i padiglioni, sono molto piccole rispetto al numero di detenuti presenti".
Infine, altro aspetto negativo riguarda il numero delle persone tossicodipendenti all'interno del carcere di Poggioreale, ben 532, il 26,7% "che punta i riflettori sull'esistenza di un problema nel problema: la cura della tossicodipendenza all'interno del carcere". Un sovraffollamento più limitato all'istituto Pasquale Mandato di Secondigliano, comunque preoccupante. Rispetto ai 1.037 posti a disposizione, ne risultano occupati 1.249, 81 di questi da stranieri.
Tra i detenuti presenti coloro che stanno scontando una condanna definitiva sono 654, le persone in attesa di giudizio sono 593 e 2 sono invece gli internati. A Secondigliano più basso anche il numero detenuti con problemi di tossicodipendenza, pari a 196. Poi c'è Nisida, il carcere che accoglie i detenuti più giovani. I minorenni sono attualmente 38 di cui: due hanno tra i 14 e i 15 anni, dodici tra i 16 e i 17 anni, diciassette tra i 18 e i 20 anni e sette tra i 21 e i 24 anni.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 6 febbraio 2021
Per la Consulta, sentenza 14/2021, la maggior tutela è ragionevole e regolata in modo da non ledere i diritti dell'imputato. È legittima la previsione di legge che dispone l'ascolto anticipato del minore testimone di reati sessuali in quanto soggetto fragile da non esporre allo stress del dibattimento. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 14/2021 dichiarando non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 392, comma 1-bis, del Cpp, sollevata dal Gip del Tribunale di Macerata, in riferimento agli articoli 3 e 111 della Costituzione.
"L'aver in linea di principio presuntivamente equiparato - si legge nella decisione - quanto all'anticipazione dell'assunzione testimoniale, il minorenne vittima del reato al minorenne mero testimone risponde infatti ad una scelta che non trascende la sfera di discrezionalità riservata al legislatore nella conformazione degli istituti processuali anche in materia penale, con la conseguenza che essa non può essere ritenuta manifestamente irragionevole".
L'assunzione anticipata della testimonianza del minorenne, attraverso il ricorso all'incidente probatorio speciale, spiega la Consulta, deve essere in primo luogo ricondotta al rilievo costituzionale da attribuirsi ad "esigenze di salvaguardia della personalità del minore", che nella norma censurata si traducono in una presunzione di indifferibilità o di non ripetibilità del relativo contributo testimoniale, rivolta in prima battuta a preservare il minore "dagli effetti negativi che la prestazione dell'ufficio di testimone può produrre in rapporto alla [sua] peculiare condizione", mediante la sua sottrazione, in linea di principio, allo strepitus fori e la previsione di una sua rapida fuoriuscita dal circuito processuale.
La seconda e concorrente finalità è invece di natura endoprocessuale ed è connessa alla circostanza che l'anticipazione della testimonianza alla sede incidentale, tanto più laddove si proceda per reati attinenti alla sfera sessuale, è rivolta anche a garantire la genuinità della formazione della prova, atteso che la assunzione di essa in un momento quanto più prossimo alla commissione del fatto costituisce anche una garanzia per l'imputato, perché lo tutela dal rischio di deperimento dell'apporto cognitivo che contrassegna, in particolare, il mantenimento del ricordo del minore.
Inoltre, spiega la Corte, "l'eccezione che la disposizione censurata introduce rispetto al principio di immediatezza della prova e alla sua conseguente formazione in dibattimento risulta compensata dalla circostanza che le modalità di assunzione anticipata della prova testimoniale del minore e, più in generale, del soggetto vulnerabile sono disciplinate ... in modo tale da garantire il diritto di difesa della persona sottoposta alle indagini". L'articolo 398, comma 5-bis, secondo periodo, Cpp prevede infatti che "[l]e dichiarazioni testimoniali debbono essere documentate integralmente con mezzi di produzione fonografica o audiovisiva". Una previsione che "si pone a presidio dei diritti del soggetto indagato, perché scongiura l'eventualità che i contenuti della testimonianza assunta in sede incidentale nelle forme dell'audizione protetta vengano documentati, in vista del loro utilizzo in dibattimento, nelle ordinarie forme solamente scritte".
Del resto, al giudice spetta un ampio margine di flessibilità nel definire modalità di escussione del testimone minorenne tale da assicurare un bilanciamento tra l'esigenza di preservare la libertà e la dignità di quest'ultimo e le garanzie difensive dell'imputato. Si va dalla possibilità di impiegare un contraddittorio pieno, con facoltà per il Pm e per il difensore di porre domande dirette, alle forme contrassegnate da un grado via via crescente di protezione. Così, ove il giudice ritenga che né la condizione personale del minorenne mero testimone chiamato a deporre, né la delicatezza o scabrosità del suo contributo testimoniale giustifichino forme di audizione protetta, tali da comprimere legittime esigenze di contraddittorio, "potrà pur sempre evitare che l'escussione avvenga nelle forme protette, ripristinando così il contraddittorio pieno con l'indagato".
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