di Marco Perduca*
huffingtonpost.it, 11 novembre 2020
Con oltre 130 giorni di ritardo rispetto agli obblighi di legge, il Dipartimento per le Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio ha pubblicato la sua Relazione al Parlamento sulle droghe. Secondo il documento che contiene dati dell'anno scorso, anche se in alcuni casi fa ricorso a cifre del 2018, dei quasi 16 miliardi di euro spesi per l'acquisto di sostanze stupefacenti circa un terzo riguarda la cocaina. L'eroina è in costante calo mentre tiene il boom del consumo di cannabis, specie tra minorenni.
Sono circa 38.500 i segnalati ai prefetti, l'età media è di circa 24 anni, l'11% è minorenne e il 79% delle segnalazioni riguarda i cannabinoidi, il 16% cocaina/crack e quasi il 5% gli oppiacei. Le persone denunciate per reati droga-correlati (Artt. 73 e 74 DPR n. 309/1990) sono state circa 35.000, i procedimenti penali pendenti per reati di produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti (Art. 73 DPR n. 309/1990) sono stati più di 86.000. I detenuti per reati di droga-correlati costituiscono più di un terzo della popolazione carceraria. Oltre un quarto dei detenuti sono qualificati tossicodipendenti.
A parte le conferme di quanto prodotto negli ultimi anni, questa relazione resta fuorviante fin dal titolo: si insiste col ritenere quello delle "droghe" un fenomeno che sempre, solo ed esclusivamente porta a dipendenza! Non sono bastati tre decenni di studi che hanno dimostrato come chi sviluppi un rapporto problematico col consumo di sostanze proibite (e non) sia una ristretta minoranza mentre il resto della popolazione non "dipende" né "abusa". Possibile ricominciare da capo tutte le volte?
Eppure i dati, anche se raccolti non sempre in modo omogeneo temporalmente o disaggregati per micro-tema, ci parlano di una utenza in trattamento di 136.000 persone (con un aumento di un 14% rispetto alla relazione dell'anno scorso e per il 60% in trattamento per eroina) che a fronte degli oltre otto milioni di consumatori abituali di sostanze proibite segnala quanto l'uso rientri in comportamenti sotto (auto) controllo - stiamo infatti parlando dell'1,7%. Difficile da valutare anche l'aumento dei quasi 7500 ricoveri visto che per una buona metà non viene specificato quale sia la causa principale per il ricorso alle strutture sanitarie, né risulta facile venire a capo dell'aumento delle overdosi (373, in crescita dell'11%) visto che per un terzo non si specifica i motivi del decesso.
Insomma, pure se migliorata negli anni, questa Relazione al Parlamento resta un documento che poco analizza le cause del fenomeno che studia e che, in nessuna sua parte, contiene raccomandazioni al Parlamento che la riceve o al governo che la produce. La compilazione di questi numeri dovrebbe servire a convocare la Conferenza Nazionale sulle Droghe, un appuntamento istituzionale che manca dal 2009 e che, a norma di legge, dovrebbe fornire l'opportunità di valutare quanto fatto negli anni col fine ultimo di rendere la legge e le politiche che ne derivano più adatte a governare un fenomeno fuori dal controllo dei governi in tutto il mondo. A chi volete che possa interessare quante siano state le operazioni anti-droga se da 60 anni questa si trova nei giardini delle scuole medie o nei corridoi delle carceri?
*Coordinatore www.ScienceForDemocracy.org
di Giordano Stabile
La Stampa, 11 novembre 2020
Uragani, livello dei mari che sale, inondazioni e siccità anomale. Con i conflitti etnici e religiosi che si sommano alla guerra per l'acqua e la terra coltivabile. Storie di popoli disperatamente in viaggio verso terre fertili e temperate. I siriani la chiamano badiya, la zona semidesertica che si estende a Est di Damasco e Aleppo. È "l'altra Siria", beduina, nomade, dai costumi conservatori, uomini con il turbante a scacchi bianchi e rossi, donne dai caftani colorati. La distesa gialla inverdisce solo fra febbraio e maggio, le greggi si spostano dai villaggi verso le distese aperte, nascono gli agnelli, e la terra dà frutti per sostenere le famiglie per tutto l'anno.
Era così da immemorabili generazioni ma nel primo decennio di questo secolo le primavere sono diventate di colpo sempre più asciutte. Interi clan sunniti si sono spostati verso Ovest, nelle periferie delle metropoli della "Siria utile", la più fertile. Un flusso enorme di persone senza lavoro, ammassata in palazzoni grigi e a stretto contatto con le popolazioni urbane occidentalizzate, con forti minoranze cristiane e sciite, le favorite dal regime di Bashar al-Assad. Una bomba che è esplosa nella primavera araba del 2011 e che poi si è riversata sull'Europa. Le cause politiche, con una dittatura filo-iraniana invisa alla maggioranza, tenuta in piedi con l'appoggio di Teheran e Mosca, restano intatte. Ma anche quelle climatiche.
L'autunno in corso è uno dei più caldi mai registrati, al Polo Nord come nel Mediterraneo orientale. A metà settembre una tempesta di sabbia è salita dai deserti mesopotamici e ha investito la capitale turca Ankara, cosa che non succedeva da decenni. Il clima diventa sempre più ostile, in particolare in tutto l'arco che va dalla Penisola arabica alla Mauritania. I "profughi climatici" sono destinati a diventare la nuova emergenza, e a ben guardare lo sono già. Il Sahel è l'altro fronte incandescente, dove conflitti etnici e religiosi si sommano alla guerra per l'acqua e la terra coltivabile. Secondo l'ultimo studio del norvegese Internal Displacement Monitoring Center, gli sfollati all'interno degli Stati sono saliti nel 2019 a 50,7 milioni, mentre il totale, che comprende anche quelli fuggiti all'estero, è di 79,5 milioni. Secondo il centro distinguere fra "sfollati climatici", circa la metà di quelli interni, e popolazioni in fuga da conflitti è sempre più difficile. "Per esempio - spiega il rapporto - l'emergere del gruppo terrorista Boko Haram nella regione del Lago Ciad, e in particolare nel Nord della Nigeria, è legato alla scarsità di risorse naturali esacerbata dalla siccità e dalla desertificazione nell'area".
"Nel mondo c'è uno sfollato ogni due secondi a causa della crisi climatica"
Un fenomeno che si è allargato a tutta l'area del Sahel e ha investito Mali e Burkina Faso. L'acqua del fiume Niger, che attraversa con la sua ansa piegata verso Nord la regione semidesertica alle porte del Sahara, è contesa fra tribù contadine africane e i pastori Tuareg, come racconta lo splendido film "Timbuktu" del regista mauritano Abderrahmane Sissako. La destabilizzazione jihadista si inserisce in questo contesto come benzina in un incendio. Le migrazioni ambientali, secondo la Banca mondiale, coinvolgeranno 143 milioni di individui entro il 2050, contro i 25 milioni di oggi. Le prime nazioni a essere svuotate dai cambiamenti climatici saranno le isole nel Pacifico, dove il livello dell'oceano sale di 12 millimetri all'anno e ha già costretto all'esilio decine di migliaia di persone. Ma l'impatto su Africa e Medio Oriente è destinato a coinvolgere centinaia di milioni di abitanti e "il Sahel e l'Africa subsahariana sono le aree più vulnerabili", conferma il Postdam Institute for Climate Impact Research. Il che pone, oltre a problemi logistici ed economici, anche un dilemma di tipo etico e politico. La Carta dell'Onu non contempla i rifugiati climatici fra quelli che hanno diritto all'asilo.
L'accoglienza dei rifugiati in fuga dalle guerre è già difficile, il riscaldamento climatico rischia di mandare in tilt governi in conflitto con le proprie opinioni pubbliche. La desertificazione, la salinizzazione dei terreni, farà salire la quota della terra inadatta a ospitare la vita umana dall'1 al 19 per cento entro il 2070.
È uno tsunami che si sta per abbattere sui Paesi nella fascia di clima temperata. È solo questione di tempo, rifugiati climatici diventeranno il fenomeno numero uno nelle migrazioni. Ridurre la questione a un problema di "terminologia" è "assurdo", conferma Andrew Harper, dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: "Non c'è tempo da perdere, dobbiamo capire come proteggere queste persone, in modo che non siano costrette a fuggire". Uragani, livello dei mari che sale, inondazioni e siccità anomale. L'umanità si trova "in guerra contro la natura: noi l'abbiamo scatenata e adesso ne paghiamo le conseguenze". Ma reagire non sarà semplice perché "a meno che non vedano una minaccia imminente, le persone tendono a lasciare le cose come stanno". Eppure alcuni cambiamenti sono alla portata di mano e lo si è visto durante l'epidemia Covid-19. Moltissime riunioni sono state sostituite con chiamate su Teams o altre applicazioni per le teleconferenze. Milioni spostamenti con aerei, con conseguenti emissioni di CO2, sono stati evitati, a costo zero.
di Matteo Grittani
La Stampa, 11 novembre 2020
Degli 80 milioni di profughi del mondo, circa 25 sono migranti climatici. Aumento della temperatura, siccità e uragani sempre più frequenti colpiscono soprattutto aree geografiche quali Sud-est asiatico, Sahel sub-Sahariano, America Latina ed arcipelaghi del Pacifico. Chi ha i mezzi parte. Gli esperti: "Saranno sempre di più".
Sei nomi: Sally, Florian, Harvey, Katrina, Irma, Dorian, che senz'altro vi suoneranno familiari. Sono quelli attribuiti agli uragani che si sprigionano sul nostro pianeta. L'organizzazione Meteorologica Mondiale stila ogni anno una lista ufficiale, che ne comprende 21. È solo settembre e 20 nomi già sono stati presi. Nel corso del 2020 gli uragani hanno messo in ginocchio il Nord America, causando milioni di sfollati e miliardi di dollari di danni.
Ma non ci sono solo i cicloni tropicali: siccità e incendi stanno martoriando California, Australia, Amazzonia, Asia centrale e persino la Siberia, mentre si sono registrate alluvioni nel cuore dell'Africa, in India e in Europa meridionale. I costi umani ed economici del global warming sono enormi sul breve periodo. In prospettiva invece, creano movimento, inducono gli individui ad abbandonare aree divenute ormai inabitabili per cercare vita altrove. È la cosiddetta migrazione ambientale, e secondo la Banca Mondiale interesserà circa 143 milioni di individui entro il 2050.
L'identikit del migrante ambientale che sarà (e che già è), ce lo forniscono i ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK).
La loro analisi da poco pubblicata su Nature Climate Change, dimostra che la migrazione climatica riguarda soprattutto paesi a medio reddito con economie agricole. "Aumento della temperatura, maggior variabilità o violenza delle precipitazioni e disastri ambientali agiscono da push factor in presenza di particolari condizioni socioeconomiche", si legge nello studio. E poi ci sono la desertificazione, l'inquinamento dell'aria e l'innalzamento dei mari. Effetti lenti e graduali questi, che colpiranno alcune regioni geografiche più di altre. "Le aree più vulnerabili - spiega la coautrice Anna Dimitrova del Vienna Institute of Demography - si trovano in America Latina e Caraibi così come in Sud e Sud-est asiatico, ma soprattutto nella regione del Sahel e dell'Africa Sub-Sahariana".
Un fenomeno non democratico. Un dato è certo: sono poche finora le zone del pianeta da cui si fugge unicamente per il riscaldamento globale. Gli stati insulari del Pacifico ad esempio, come le isole Fiji, Mashall o l'arcipelago della Micronesia. L'oceano laggiù sale di 12 millimetri all'anno e 8 isole sono già sommerse. L'acqua salata procede inesorabile, contamina l'acqua dolce degli atolli che via via si restringono fino a diventare inabitabili. Al di fuori di queste realtà che interessano centinaia di migliaia di persone, "la migrazione climatica ha sempre altre concause socio-economiche", sostiene l'analisi del Potsdam. Ciò significa che chi è esposto agli impatti del cambiamento climatico, non sempre migra. La tendenza registrata dagli studiosi è che il fattore ambiente influisce meno su Paesi ad alto e bassissimo reddito.
Per quale ragione? "Da una parte - nota Roman Hoffmann, lead-author dello studio - nei Paesi più poveri non si dispone delle risorse per partire, tanto che migliaia di persone rimangono intrappolate e continuano a subire il climate change". "Dall'altra quelli più ricchi hanno mezzi economici tali da assorbirne le conseguenze". Protagonisti del fenomeno sono invece i Paesi a medio reddito. "Piccoli proprietari terrieri e contadini la cui attività dipende dalla stabilità del clima, sono i più colpiti", spiega Raya Muttarak del Wittgenstein Center for Demography, tra gli autori.
La migrazione interna. Sulla terra ci sono 80 milioni di sfollati in questo istante: l'1% della popolazione globale. La maggior parte di loro ha dovuto abbandonare il luogo di nascita a causa di guerre, conflitti e carestie, mentre circa un terzo l'ha fatto per ragioni in vario modo legate a cataclismi climatici. E se nel mondo più caldo che verrà queste migrazioni non potranno che aumentare, la narrativa - abusata da alcune culture politiche - dei rifugiati climatici ammassati lungo i confini di Europa e Stati Uniti è semplicistica e in ultima analisi sbagliata.
Lo studio del PIK dimostra infatti come le migrazioni indotte dal clima siano preminentemente interne. I migranti in gran parte si spostano entro la loro regione verso aree meno colpite e molto spesso fanno ritorno nel luogo di provenienza per breve tempo. Che fare quindi? "L'unica soluzione davvero efficace - chiosa Jesus Crespo Cuaresma, economista ambientale dell'Università di Vienna - sarà stabilizzare il clima globale riducendo già da ora le emissioni di gas serra sprigionate dai combustibili fossili".
di Michele Farina
Corriere della Sera, 11 novembre 2020
Il premier Abiy e l'offensiva militare per piegare i leader del Tigray. L'analisi dello storico Uoldelul Chelati Dirar: "Rischi d'implosione per lo Stato etiopico e per l'intera regione". Mentre il mondo guarda da un'altra parte, l'Etiopia è con un piede dentro la guerra civile. Abbiamo chiesto allo storico Uoldelul Chelati Dirar, esperto di Corno d'Africa e docente di Storia e Istituzioni dell'Africa all'università di Macerata, di inquadrare la crisi che sta vivendo un Paese di oltre 100 milioni di abitanti guidato da un premier, Abiy Ahmed, che nel 2019 è stato insignito del premio Nobel per la Pace. Un giovane politico che nel 2018 si presentò al mondo con queste parole: "La pace è la casa comune, e la porta d'entrata è una sola". Lo direbbe anche oggi, mentre si combatte nella regione settentrionale del Tigray? Le vittime si contano a decine. Abiy ha rimosso il ministro degli Esteri, il capo delle Forze Armate e quello dell'intelligence dandone annuncio via Twitter, senza fornire spiegazioni. L'allarme dell'Onu: 9 milioni di persone rischiano di restare intrappolate nei combattimenti o di essere costrette a lasciare le proprie case.
Che cosa sta succedendo in Etiopia?
Venti di guerra civile sembrano incombere minacciosi gettando il Paese in una situazione di pericolosa tensione con rischi gravissimi per l'intera regione. La situazione già tesa per via del mancato svolgimento delle elezioni generali previste per lo scorso agosto e La decisione dello Stato federale del Tigray di procedere unilateralmente con proprie elezioni, è rapidamente deteriorata negli ultimi giorni".
Che cosa ha fatto precipitare la crisi?
La decisione del Parlamento federale di interrompere tutti i ponti con l'amministrazione dello Stato federale del Tigray e la reazione del governo del Tigray di rifiutare la presenza del comandante militare del Comando Nord inviato dal Governo centrale e di chiudere il proprio spazio aereo a qualsiasi velivolo. Infine, fonti governative parlano di un attacco da parte di forze tigrine a basi militari dell'esercito federale, ma mancano al momento riscontri ufficiali.
Che notizie arrivano dal Tigray?
"Dallo scorso martedì sera l'intera regione del Tigray è isolata e non raggiungibile telefonicamente, i servizi di accesso a internet bloccati e l'erogazione di corrente elettrica sospesa. Il governo federale ha inoltre dichiarato sei mesi di stato di emergenza in tutta la regione e il Primo ministro Abiy Ahmed ha annunciato l'avvio di operazioni militari per domare la ribellione del Tigray. Sono in corso combattimenti e sembrerebbe che l'aviazione etiopica abbia bombardato alcune postazione militari in Tigray".
Chi sono i contendenti di questo conflitto?
In questa crescente tensione i contendenti sono da un lato il Primo Ministro Abiy Ahmed, capo del Governo Federale etiopico e leader del nuovo Partito della Prosperità, e dall'altro l'amministrazione dello Stato federale del Tigray guidata dal Tigray People Liberation Front (TPLF), l'organizzazione che è stata l'artefice principale della caduta, nel 1991, della dittatura militare guidata dal Colonnello Menghistu Haile Mariam e che, fino al 2018, ha controllato continuativamente il governo federale".
I motivi di questa divisione?
"Dopo la nomina a primo ministro di Abyi Ahmed si è assistito a un continuo crescendo di tensioni tra lui e il TPLF. Alla base c'è l'inconciliabile differenza su quale debba essere il progetto per il futuro dell'Etiopia. Da un lato vi è la prospettiva di federalismo etno-linguistico fortemente voluta dal TPLF e ratificata dalla Costituzione del 1994; dall'altro lato la prospettiva del cosiddetto medemer (sinergia in lingua amarica) teorizzata da Abiy Ahmed che, di fatto, propone un superamento del modello federale e prospetta il ritorno a modelli costituzionali più centralizzati. La strategia del medemer si è tradotta in un turbinio di cambiamenti nella vita sociale e politica del Paes".
Cambiamenti in positivo?
"Alcuni di questi cambiamenti hanno generato una grande speranza tra la popolazione etiopica e gli osservatori internazionali. Basti ricordare la liberazione di migliaia di prigionieri politici, l'autorizzazione al rientro in patria di oppositori rifugiatisi all'estero, la denuncia dell'uso della tortura da parte dei servizi di sicurezza e l'enfasi sulla necessità di dare visibilità politica ed economica alle donne".
E poi c'è stata la distensione con il grande nemico della porta accanto, l'Eritrea...
"L'evento più significativo è stato indubbiamente l'annuncio a sorpresa — nel 2018 — dell'avvio di un processo di normalizzazione dei rapporti tra Etiopia e Eritrea, che erano di fatto sospesi da venti anni. Paradossalmente è stato proprio l'avvio del processo di pace con l'Eritrea ad innescare un rapido deterioramento dei rapporti tra il Primo Ministro Abiy Ahmed e il TPLF".
Perché?
"Da un lato l'avvio del processo di pace, per quanto approvato, è stato percepito da parte della leadership del TPLF come un colpo di mano in quanto non aveva visto un coinvolgimento attivo del Tigray, di fatto lo Stato federale con la maggior parte di confine condiviso con l'Eritrea e il più direttamente coinvolto nella tragica guerra del 1998-2000. A peggiorare la situazione si è aggiunto il rapido avvio di strette relazioni tra il primo Ministro Abiy Ahmed e il presidente eritreo Issayas Afewerki, con numerosi scambi di visite tra i due capi di Stato".
Come hanno reagito i dirigenti del Tigray?
"Il consolidarsi dei rapporti tra i due capi di Stato è stato visto dalla leadership del TPLF come il segnale di una strategia mirata a marginalizzarli politicamente dopo che per più di un ventennio il TPLF è stato il principale attore politico sullo scenario etiopico e l'artefice della grande trasformazione economica e sociale. Le dichiarazioni del presidente eritreo Isaias Afewerki non hanno certo contribuito a dissipare queste preoccupazioni. Nel discorso con cui dichiarava di accettare la proposta di pace del governo etiopico, Isaias aveva parlato di un "game over" per la leadership tigrina, mentre in un'intervista dichiarava esplicitamente di non poter rimanere spettatore passivo dinnanzi all'evolversi della situazione politica etiopica. Sembrerebbe quindi che lo Stato dell'Eritrea si configuri sempre più come un ingombrante convitato di pietra all'interno del pericoloso evolversi della crisi etiopica".
Quali sono i rischi per l'Etiopia?
"Indubbiamente la crisi è innanzitutto una questione etiopica, legata alla messa in discussione degli assetti federali ed alla ridefinizione degli equilibri di potere tra le varie forze politiche. Se non viene fermata in tempo, l'attuale crisi potrebbe innescare un'ulteriore frammentazione politica lungo linee etniche dalle conseguenze imprevedibili ma sicuramente inquietanti, come dimostrato anche dal recente episodio che ha visto l'uccisione nello stato federale dell'Oromia di decine di civili di origine Amhara".
E i pericoli per la regione?
"Si tratta di una crisi complessa, che si dipana su più livelli e che, se non fermata, potrebbe destabilizzare l'intera regione del Corno d'Africa, azzerando i faticosi processi di crescita economica e di trasformazione sociale avviati negli ultimi trent'anni. L'Etiopia sta da tempo perseguendo una strategia di leadership regionale che l'ha portata a svolgere un ruolo centrale in numerosi scenari di crisi dalla Somalia al Sudan. Inoltre la nuova inedita alleanza tra il primo Ministro Abiy Ahmed e il presidente Isayas Afewerki sta portando a tensioni e irrigidimenti da parte di vari esponenti politici della regione che denunciano quello che per loro è un progetto egemonico destinato a comprimere e irrigidire gli spazi politici nazionali".
Poi c'è la crisi della diga sul Nilo...
"Ecco un'altra questione particolarmente spinosa che agita gli equilibri regionali: il progetto ormai in fase di conclusione della cosiddetta Grand Ethiopia Renaissance Dam (GERD). Avviato dal ex primo ministro Meles Zenawi, il progetto di questa grande diga sul Nilo è destinato a risolvere il problema del crescente fabbisogno energetico etiopico ma è fortemente osteggiata dall'Egitto ed è vista con preoccupazione dal Sudan".
Trump ha detto di recente che l'Egitto potrebbe bombardare la diga...
"L'Egitto ha ripetutamente espresso la sua ostilità al progetto che considera una minaccia alla propria sopravvivenza e alla sua produzione agricola, ed ha esplicitamente minacciato la possibilità di ricorrere all'uso della forza per arrestarlo. In questo l'Egitto sembrerebbe godere dell'appoggio dell'amministrazione americana uscente, il che complica ulteriormente uno scenario già particolarmente intricato".
Che cosa è necessario fare per fermare la crisi nel Tigray?
"È urgente l'intervento della comunità internazionale per cercare di incoraggiare una soluzione negoziale che allontani lo spettro di un devastante ritorno della guerra in una regione che è stata già a lungo martoriata. Le voci della ragione devono trionfare sull'irragionevole ricorso alle armi".
Il mondo è distratto dalla pandemia e dall'esito delle elezioni negli Stati Uniti. Quali sono le sue previsioni?
"Il primo ministro Abiy è stato insignito del Nobel per la Pace ma ora sta utilizzando con un una certa spregiudicatezza la forza delle armi invece di cercare una mediazione, magari ricorrendo a organismi regionali. L'impressione è che il suo progetto fosse di realizzare un blitz chirurgico per rimuovere l'attuale leadership del TPLF e sostituirla con amministratori in sintonia con la sua linea politica. Fallito il blitz la prospettiva è di un braccio di ferro militare inteso a rafforzare le reciproche posizioni. Per entrambi i contendenti è in gioco la sopravvivenza politica. Tuttavia, è evidente che nessuno potrà uscire vincente da un protrarsi dei combattimenti. La soluzione non potrà che passare attraverso un tavolo di negoziati. In caso contrario, il rischio più immediato è l'implosione dello Stato etiopico, già destabilizzato da drammatiche lacerazioni interne, con un catastrofico effetto a cascata sull'intera regione".
di Giordano Stabile
La Stampa, 11 novembre 2020
L'Armenia evita la capitolazione ma si ritirerà dall'enclave contesa. Arrivano duemila soldati russi. L'Armenia ha forse evitato la "capitolazione", come l'ha definita il presidente azero Ilham Aliyev. Ma esce con le ossa rotta dalla guerra nel Nagorno Karabakh.
Quasi metà dell'enclave secessionista, conquistata nel 1994, è andata perduta. E se non fosse stato per la mediazione della Russia le forze azere si sarebbero prese tutto. Adesso gli armeni dovranno ritirarsi anche da sette distretti azeri che circondano la regione e conserveranno soltanto un corridoio lungo l'autostrada da Erevan al capoluogo Stepanakerk. Il premier Nikol Pashinyan ha parlato di "intesa dolorosa", inevitabile, vista la situazione al fronte. Non per gli armeni, convinti che era possibile resistere ancora. Gli abitanti della capitale sono scesi nelle strade e hanno assediato il palazzo del governo e il Parlamento.
Ma la rabbia popolare non sostituisce carri armati e cannoni. E neppure i micidiali droni turchi Bayraktar che hanno deciso le sorti della guerra a favore dell'Azerbaigian. Il dramma dell'epilogo, a Stepanakert, lo si è respirato sin dalle prime ore del conflitto. Questa volta i bombardamenti hanno raggiunto il capoluogo. Nessuno se lo aspettava.
Stepanakert in pochi giorni si è svuotata fino a diventare l'ombra di se stessa, della città vitale che era stata fino alla vigilia del 27 settembre, quando si è scatenata l'offensiva azera. Chiusi i negozi, alberghi e scuole trasformati in gironi danteschi per gli sfollati. E migliaia di persone intrappolate negli scantinati, inchiodate ai bollettini che raccontavano successi militari, avanzate respinte, avversari in fuga. Dispacci che hanno nutrito le speranze fino a due giorni fa. Tutto falso, la guerra era persa.
Quando le forze speciali azere, lunedì mattina, hanno diffuso immagini dalla città storica di Shushi, una fortezza naturale situata lungo l'autostrada che porta a Stepanakerk, si è capito che era finita. Nella tarda serata di lunedì Vladimir Putin ha convinto Pashinyan con una proposta che non poteva rifiutare. Salvare Stepanakerk e metà del Nagorno Karabakh. Il premier armeno ha firmato. Poco dopo ha fatto altrettanto Aliyev. Ieri mattina il ministro della Difesa russo Sergei Soigu ha precisato che 1960 soldati russi sorveglieranno il rispetto della tregua e resteranno "per cinque anni". Nel pomeriggio i primi sono partiti dalla base aerea di Ulyanovsk. In cambio l'Azerbaigian otterrà a sua volta un corridoio attraverso il territorio armeno che lo collegherà all'enclave del Nakhchivan e alla Turchia.
"È una capitolazione", ha commentato Aliyev, che ha alluso anche al dispiegamento di soldati turchi, un ritorno nel Caucaso dopo un secolo che soddisfa oltremodo la Turchia. Il compromesso ha evitato l'assalto a Stepanakerk. Ma non è quello che gli armeni si aspettavano da Putin. Un patto di mutua difesa lega l'Armenia e la Russia. Ierevan ha sperato fino all'ultimo che Mosca bloccasse l'assalto azero. Baku e Ankara hanno soffiato anche sull'orgoglio islamico contro la piccola nazione cristiana, tre milioni di abitanti contro i dieci dell'Azerbaigian, e schierato duemila mercenari siriani. Ma Putin non si è mosso.
Per sei settimane Stepanakert, Shushi, Martuni, Hadrut e decine di altri villaggi sono stati bombardati notte e giorno, soprattutto dai droni forniti da Turchia e Israele. Ma anche dai razzi Smerch di produzione russa, che hanno colpito case, scuole, chiese, e persino l'ospedale: nei suoi sotterranei decine di medici e infermieri dormivano per terra tra un turno e l'altro. Gli azeri hanno usato anche bombe a grappolo e al fosforo, lanciate sulle alture di Shushi per stanare le difese armene. A nulla sono serviti gli oscuramenti che ogni notte sprofondavano la città nel buio rischiarato appena dalle scie dei razzi Grad. Stepanakert è morta così, nascosta nelle cantine, sprofondata nelle fosse scavate ogni giorno per accogliere nuovi caduti, oltre 1.200 in tutto.
Il Dubbio, 10 novembre 2020
A fornire i dati allarmanti è la Uil-pa Polizia penitenziaria, mentre l'osservatorio carcere dell'Ucpi lancia un nuovo appello: "Amnistia e indulto o sarà un disastro". Un "nuovo vertiginoso aumento" dei contagi Covid in carcere, con 537 detenuti positivi e 728 contagiati tra gli operatori.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 10 novembre 2020
L'ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli si scaglia contro il collega napoletano Henry John Woodcock che aveva messo in discussione il 41bis. Rivendica il valore della punizione estrema, la diversità antropologica del mafioso, definisce le carceri Grand Hotel e chiede che l'emergenza diventi ordinaria. Gian Carlo Caselli dice di essersi stufato delle critiche dei benpensanti che contestano la legittimità e la modernità del carcere duro, cioè del 41bis. Caselli rivendica il suo diritto ad inveire contro i garantisti perché ritiene di avere conquistato questo diritto sul campo, facendosi "un mazzo tanto e maturando una esperienza concreta di contrasto alla mafia". La sua idea è molto chiara: se vuoi parlare di mafia, o anche semplicemente di Diritto, puoi farlo solo in quantità "proporzionale" alla intensità della battaglia che hai condotto contro la mafia.
redattoresociale.it, 10 novembre 2020
Finito l'effetto emergenza Covid-19 che aveva determinato una brusca riduzione dei numeri dei detenuti. I dati del 31 ottobre 2020 parlano di 54.868 detenuti presenti nei penitenziari, contro una capienza regolamentare degli istituti di 50.553 posti. Gli stranieri sono 17.713 mila. Oltre 2,3 mila le donne detenute
di Enrico Sbriglia*
Il Dubbio, 10 novembre 2020
L'ho detto e lo ripeto: le carceri non devono essere più governate dal ministero della Giustizia e, in particolare, dai magistrati. Esse devono essere cosa "altra". La loro più proficua allocazione, ben può stabilirsi in altro ministero, se non anche, in ragione della complessità della funzione carceraria, presso la stessa presidenza del Consiglio dei ministri, ma va comunque liberata da una visione e un'atmosfera che imprigiona gli istituti penitenziari quali irrimediabili estensioni della stessa magistratura che non si limita a utilizzarli ma anche li governa, con i risultati che conosciamo.
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 novembre 2020
Dl Ristori Bis, tutte le misure previste per la giustizia. Il dl Ristori bis cambia il volto del processo. Con un appello senza l'intervento di pm e difensori e, ancora, la sospensione del corso della prescrizione e dei termini di custodia cautelare nei procedimenti penali nel periodo di emergenza. Il tutto con lo scopo di evitare l'estinzione del processo e gente fuori dal carcere "grazie" ai rallentamenti imposti dal Covid.
Il decreto prevede, all'articolo 23, che fino alla scadenza dello stato d'emergenza, fuori dai casi di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale, la decisione sugli appelli avvenga in camera di consiglio senza l'intervento del pm e dei difensori, salvo che una delle parti faccia richiesta di discussione orale o che l'imputato manifesti la volontà di comparire.
Almeno dieci giorni prima della camera di consiglio, il pm dovrà trasmettere alla cancelleria le proprie conclusioni, per via telematica o tramite sistemi che saranno individuati con apposito provvedimento. A quel punto la cancelleria invierà l'atto immediatamente ai difensori che, entro cinque giorni prima dell'udienza, potranno presentare le conclusioni scritte. A quel punto i giudici decideranno da remoto, depositando il provvedimento in cancelleria per l'inserimento nel fascicolo, con comunicazione alle parti.
La richiesta di discussione orale dovrà essere formulata per iscritto entro 15 giorni liberi prima dell'udienza e trasmessa alla cancelleria della corte d'appello. Entro lo stesso termine l'imputato può formulare, sempre telematicamente e tramite il difensore, la richiesta di partecipare all'udienza. Tali disposizioni non si applicano ai procedimenti per i quali l'udienza è fissata entro i 15 giorni successivi all'entrata in vigore del decreto.
Tali misure, stando alla relazione illustrativa, mirano a "diminuire gli accessi fisici negli uffici giudiziari e nelle relative cancellerie e di consentire lo svolgimento dell'attività giurisdizionale nel grado di appello, notoriamente il più critico per l'accumulo di arretrato".
E ciò prevedendo la "cartolarizzazione" dell'udienza, così come già sperimentato in Cassazione. All'articolo 24, invece, vengono introdotte nuove disposizioni sulla sospensione della prescrizione e dei termini di custodia cautelare nei procedimenti penali nel periodo di emergenza.
Lo scopo, in questo caso, è quello "di salvaguardare l'accertamento processuale dal rischio di estinzione del reato per prescrizione ed evitare il decorso dei termini massimi di custodia cautelari degli imputati, facendo in modo che il giudizio non subisca battute d'arresto nella attività istruttoria a causa delle limitazioni agli spostamenti imposte dalla normativa dettata in questa fase emergenziale".
Fino al 31 gennaio 2021, dunque, i giudizi penali sono sospesi durante il tempo in cui l'udienza è rinviata per l'assenza del testimone, del consulente tecnico, del perito o dell'imputato in procedimento connesso i quali siano stati citati a comparire, quando l'assenza è giustificata dalle restrizioni ai movimenti imposte dall'obbligo di quarantena o dall'isolamento fiduciario.
Per lo stesso periodo di tempo sono sospesi il corso della prescrizione e i termini di durata massima di custodia cautelare. L'udienza dovrà comunque essere celebrata non oltre il sessantesimo giorno successivo alla prevedibile cessazione delle restrizioni ai movimenti.
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